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martedì 20 settembre 2022

Microrecensioni 271-275: tante differenze di genere

Gruppo non convenzionale, in cui il “genere” ha la sua importanza: tre film sono diretti da donne (due fra le poche indiane cineaste del secolo scorso e uno è di 10 anni fa, diretto dalla prima regista ufficiale dell’Arabia Saudita). Dei rimanenti 2, ancora uno è indiano, diretto da un’icona della locale comunità queer, sempre dichiaratamente dalla parte degli LGBT, e l’altro è un famoso film americano che propose (abbastanza esplicitamente) uno stupro omosessuale maschile.

 
Wadjda (Haifaa Al-Mansour, SAU, 2012)

Dall’anticipazione è chiaro che si tratta di un esordio, per niente facile … pensate che Haifaa Al-Mansour fu costretta a dirigere le scene esterne con una presenza eccessiva di uomini da un van posizionato nelle vicinanze, avendo accesso alle riprese trasmessele in diretta! Visto che le fu permesso di girare e che il suo film fu la proposta araba per gli Oscar c’è da credere che quando mostrato sia abbastanza vero e forse addirittura edulcorato. Si viene così a conoscenza delle rigide regole di una scuola femminile in merito ad abbigliamento e contatti, di cosa possono (e soprattutto NON possono) fare le donne, di cosa si può parlare e di cosa cambia nel privato. La protagonista è una ragazzina un po’ ribelle che, per ottenere i soldi per il suo ingenuo sogno proibito (La bicicletta verde, titolo italiano) accetta suo malgrado di partecipare ad una gara di recitazione di Corano. L’inusuale rapporto fra i suoi genitori, la frequentazione del suo amichetto, i suoi confronti con le sue compagne di scuola e la rigida preside forniscono una marea di spunti per mostrare (seppur molto vagamente) com’è complicata e limitata la vita delle donne arabe, anche quella che vivono in ambienti apparentemente benestanti e moderni. Fra i vari riconoscimenti, i più prestigiosi furono, la Nomination BAFTA a miglior film e 3 Premi a Venezia.

Deliverance (John Boorman, USA, 1972)

Il libro di James Dickey (1970) dal quale è tratta la sceneggiatura fu bandito per le scuole e le biblioteche, in film (tit. it. Un tranquillo weekend di paura) fu parzialmente censurato in vari paesi, ma ottenne comunque 3 Nomination Oscar (miglior film, regia e montaggio). In breve, quattro amici dai caratteri e background molto diversi si avventurano su due canoe nella discesa di un fiume a loro praticamente sconosciuto e pieno di rapide, cateratte e, come di vedrà, altri pericoli. Film molto difficile da girare nel quale i protagonisti si trovarono ad affrontare notevoli sfide fisiche, in un ambiente ostile, a cominciare dalla temperatura dell’acqua del fiume nella quale si trovavano spesso a mollo. Buona la prima ora, esagerate le scene di naufragio e scalata (quasi un'americanata, in sostituzione dei soliti inseguimenti ...) e buona anche la parte psicologica degli accesi confronti fra i partecipanti alla spedizione, che inizia nella prima parte e si protrae fino al termine.

Il film ebbe ulteriore fama per il pezzo musicale inserito nei primi minuti: Dueling Banjos, che incredibilmente rimase in testa alle classifiche per varie settimane.

  
Dahan (Rituparno Ghosh, Ind, 1998)

Iconico cineasta indiano (1963-2013), regista, attore, scrittore e poeta, figlio di Sunil Ghosh, documentarista, regista e pittore. Storia ambientata oltre 20 anni fa a Calcutta e tuttavia attualissima che, purtroppo, si ripete con modalità solo leggermente diverse in molte parti del mondo. Una giovane sposa viene molestata una sera in pieno centro, nonostante la presenza del marito, fra l’indifferenza generale. L’unica ad intervenire in sua difesa è un’altrettanto giovane insegnante che riesce ad evitare il peggio. Seguono denuncia, arresto dei 5 colpevoli e quasi immediato loro rilascio, essendo rampolli di famiglie influenti. Questo è solo il preambolo, il seguito è il vero argomento del film; infatti, questi eventi provocano una crisi coniugale nella coppia, rovinano i rapporti della ragazza sia con i genitori che con i suoceri (con i quali convivono) ed hanno conseguenze anche nella famiglia della loro salvatrice e nei rapporti di questa con il suo fidanzato. Vengono quindi esposti i vari punti di vista e modi di essere di tre generazioni diverse della società borghese indiana in quel periodo di transizione, quando dell’indipendenza delle donne se ne parlava era ancora lontana dall’essere accettata.

Katha (Sai Paranjape, Ind, 1983)

Ho letto che questa commedia della regista Sai Paranjape (classe 1938) è una delle più apprezzate dell’epoca ed in effetti riesce a dare, con una buona dose d’ironia, un’idea della vita in un chawl, tipico caseggiato a corte interna di un secolo fa nell’India occidentale, con decine e decine di miniappartamenti, accessibili tramite le lunghe balconate comuni. Se da un lato la privacy era molto limitata, i residenti avevano il vantaggio di vivere in una comunità nella quale (in linea di massima) tutti si aiutavano ed erano partecipi di gioie e disgrazie dei vicini. In questo ambiente si dipana la storia di un onesto giovane impiegato innamorato di una vicina. Purtroppo per lui, all’improvviso si presenta a casa sua (e ci si installa) una sua vecchia conoscenza che si dimostra essere un truffatore e millantatore senza scrupoli e, per di più, circuisce la ragazza. La morale viene connessa in modo esplicito con la favola della lepre e la tartaruga, e commentata da un’anziana che la narra ad una bambina, all’inizio e alla fine del film. Al lato dei pochi veri protagonisti, compaiono tanti personaggi singolari fra i quali arricchiti e poveri, anziani invalidi e bambini, donne intriganti e tuttofare.

Paromitar Ek Din (Aparna Sen, Ind, 2000)

Spaccato dei problemi conseguenti alla vita delle donne nella famiglia dei suoceri. In questo caso gli attriti della protagonista, soprattutto con suocera e marito, vengono accentuati dalla presenza di una nipote maltrattata per i suoi evidenti limiti psichici e conseguenti alla nascita di un figlio spastico. La svolta si ha in seguito al divorzio, in quanto il rapporto fra suocera e nuora avrà ulteriori sviluppi.

mercoledì 2 novembre 2016

Dalla “Cannonball Run” alla “C2C Express” ... epopee americane (1)

Quelli interessati ad aspetti particolari e strani della cultura (o sub-cultura o "mitologia") americana e non conoscono questa corsa devono assolutamente leggere questo post introduttivo e poi approfondire l’argomento consultando almeno parte del materiale presente in rete. Molti sostengono che ognuno, almeno una volta nella vita, dovrebbe attraversare gli Stati Uniti da costa a costa, su strada. Per alcuni è un rivivere i momenti dell'espansione verso ovest, il viaggio dei pionieri, la costruzione delle prime strade ferrate, la cosa all'oro ecc. storie che tutti noi, bene o male, conosciamo per averle viste e riviste in tanti film.
Forse è proprio per questo che la maggioranza di quelli che intraprendono il viaggio, se non prevedono un'andata e ritorno, procedono dall'Atlantico al Pacifico, alla conquista del West.
A partire dagli anni '20 già in molti percorsero le strade americane in auto o moto e, seppur non ufficiale, esiste un albo dei record, ma solo nel novembre 1971 viene organizzata la prima corsa dal pilota di auto Brock Yates, il quale a maggio dello stesso anno aveva completato il coast-to-coast con suo figlio, un giornalista della rivista Car and Driver e un suo amico.
La gara fu denominata The Cannonball Baker Sea-To-Shining-Sea Memorial Trophy Dash, più semplicemente nota come Cannonball Baker or Cannonball Run. Il nome della corsa si riferisce a Erwin George "Cannon Ball" Baker che nel 1933 guidò da costa a costa una Graham-Paige model 57 Blue Streak 8 (foto a sx) in 53 ore e mezza a una media di oltre 80 km/h, record che resistette per quasi 40 anni.
La gara era chiaramente illegale e per questo veniva chiamata “corsa” (run a non race, sottile ma sostanziale differenza) e voleva anche essere una specie di protesta contro la legge da poco introdotta del limite di 55mi/h (88km/h). Per questo fin dalla prima edizione l’abilità degli equipaggi nel condurre doveva essere necessariamente affiancata dalla loro capacità di sfuggire ai controlli della polizia.
Da appassionato di cinema, devo ovviamente sottolineare che l’aspetto spettacolare di questa gara attirò l'attenzione dei produttori hollywoodiani che avevano subito preso atto dell’enorme interesse suscitato dai resoconti e brevi articoli che i vari equipaggi pubblicavano su giornali e riviste. Ma prima che lo stesso Yates riuscisse a completare la sceneggiatura del film che aveva in mente, ne furono prodotti altri due (Cannonball and The Gumball Rally) ed infine arrivò l'ufficiale Cannonball Run (tit. it. “La corsa più pazza d’America”, con Burt Reynolds, Roger Moore, Dean Martin, Dom DeLuise, ...) che ebbe anche un seguito con altri due film, ancora con Reynolds come protagonista.

Negli anni ’70 furono organizzate 5 edizioni della corsa finché Yates non decise che era troppo pericoloso (legalmente) continuare ad esserne il promotore. Dopo vari anni di abbandono, sono state riproposte varie versioni della Cannonball seppur con nomi diversi. Il più recente è C2C Express dove l’acronimo C2C sta per Coast-to-Coast, la cui edizione 2017 si è svolta poche settimane fa, ma di ciò parlerò nel prossimo post riprendendo varie notizie e aneddoti dal lungo e divertente articolo apparso su The Washington Post il 28 ottobre.
Se siete interessati, e conoscete abbastanza bene l’inglese US, vi suggerisco di leggere l’articolo originale, senza aspettare i miei riassunti e commenti, accompagnati da qualche precisazione, altrimenti tornate su Discettazioni Erranti fra un paio di giorni.