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giovedì 7 ottobre 2021

Micro-recensioni 276-280: il cinema di Graham Greene (1934-1944)

Apro con il corto già menzionato nel post precedente per poi intraprendere la visione degli altri film tratti da testi di Graham Greene in ordine cronologico. Furono 6 quelli prodotti nel periodo 1934 – 1944, ma due di essi non sono riuscito a recuperarli.

A Shocking Accident (James Scott, 1982, UK)

Come ho già scritto, è uno dei brevi racconti (neanche una decina di pagine, inserito nella raccolta May We Borrow Your Husband?) che più mi colpì per toccare in così poche parole vita scolastica, una tragica vicenda familiare, relazioni umane del protagonista con la zia (sua tutrice), i colleghi di lavoro e le ragazze … tutto condito con grande ironia. L’incidente anticipato nel titolo è veramente incredibile e, nonostante le drammatiche conseguenze, non può non indurre al riso … come succede al direttore della scuola nell’informare il giovane Jerome. L’ho letto e riletto, l'ho tradotto per gli amici poco ferrati in inglese, l'ho raccontato decine di volte agli americani e inglesi che guidavo e che non lo conoscevano e forse, proprio per questo motivo, sono rimasto abbastanza deluso da questo corto (25’) e non solo per la pessima parte proposta in italiano, con un falso accento napoletano. Pur con un soggetto tanto conciso, la sceneggiatura avrebbe potuto approfondire i vari suddetti rapporti sociali e umani. Il protagonista adulto è interpretato da Rupert Everett, al suo esordio assoluto; il primo lungometraggio sarebbe poi stato Another Country (1984). Un’occasione persa; resta la genialità della trama e l’eccellente battuta conclusiva.   Pdf del testo originale in inglese. 

Orient Express (Paul Martin, 1934, UK) adattamento di Stamboul Train

Non l’ho trovato, pare che abbia avuto circolazione limitata e che in Italia non sia mai giunto.

 
The Green Cockatoo (William Cameron Menzies, 1937, UK) sceneggiatura originale; il titolo italiano è Al pappagallo verde (una volta tanto onesta traduzione)

Filmetto discontinuo, con alti e bassi, diretto da William Cameron Menzies, molto apprezzato come scenografo (2 Oscar e 2 Nomination), ma non tanto come regista. Anche il cast è di medio livello, comunque adatto ad un thriller leggero per il grande pubblico. Senza infamia e senza lode, appropriata la sua minima insufficienza (5,9) su IMDb.

21 Days (Together) (Basil Dean, 1940, UK) sceneggiatura originale; il titolo italiano è Fatalità (!?)

I protagonisti sono Lawrence Olivier e Vivien Leigh (Oscar per Via col vento e Un tram chiamato desiderio), agli inizi della loro sfolgorante carriera cinematografica, prima di aver raggiunto notorietà internazionale. Ciò giustifica in parte la ritardata distribuzione del film (in effetti girato nel 1937), appena dopo l’Oscar ottenuto da lei per Via col vento e la Nomination da lui per Cime tempestose. Come spesso accade, Greene affibbia ai suoi protagonisti grandi dubbi morali e religiosi (in questo caso, eutanasia e coscienza) ma nel dramma riesce ad inserire comunque personaggi molto realistici e quasi comici (come i gestori della pensione dove alloggia il protagonista) e a concludere con un secco colpo di scena degno delle migliori short stories, genere del quale fu riconosciuto maestro. A tratti un po’ melodrammatico, è senz’altro meritevole di una visione.

 

This Gun for Hire (Frank Tuttle, 1942, USA) adattamento di A Gun for Sale; il titolo italiano è Il Fuorilegge (!?)

Romanzo con più adattamenti cinematografici (2 hollywoodiani e 2 turchi), oltre a 2 serie TV una delle quali italiana, Una pistola in vendita (1970), con Corrado Pani e Ilaria Occhini. Visto il periodo, non sorprendono i riferimenti alle grandi potenze avversarie degli USA; infatti la formula segreta di un gas, potenzialmente utilizzabile come arma, è al centro dell’intrigo attorno alla quale ruota la trama intera. In questo caso la coppia di protagonisti (incontro casuale) è interpretata da star dell’epoca quali Alan Ladd e Veronica Lake, affiancati da due ottimi caratteristi come Robert Preston e Laird Cregar. Un po’ confuso il finale, ma tutte le coincidenze, le sorprese e i twist precedenti sono ben congegnati. Film inserito quasi da tutti i critici nella parte alta delle classifiche dei noir classici.

Went the Day Well? (Alberto Cavalcanti, 1942, UK)

Non lo trovo; il titolo italiano è È andata bene la giornata?

Ministry Of Fear (Fritz Lang, 1944, USA) il titolo italiano è Prigionieri del terrore (!?)

Del libro mi è sempre rimasta impressa la parte iniziale, con il protagonista che ad una fiera, per una serie incredibile di combinazioni apparentemente fortunate, si trova al centro di un intrigo internazionale, a confronto con un organizzato e potente gruppo terroristico che non si ferma davanti a niente. Le sorprese (piacevoli e spiacevoli) si susseguono rapidamente, accompagnate da coincidenze, persone sotto falso nome, tentati di omicidi e bombe (tedesche da cielo e dei complottisti a terra). A dire il vero l’adattamento apporta molte modifiche a quanto Greene racconta (molto meglio) nel romanzo, omettendo completamente la parte del ricovero del protagonista nel sanatorio e cambiando molto nei contorni degli eventi salienti, oltre alla loro sequenza e ai nomi dei personaggi principali (male minore). Come scritto nel precedente post, penso che sia impossibile concentrare in un film una buona storia ricca di avvenimenti come questa e quindi bisogna accontentarsi; comunque sappiate che la parte mancante è la meno interessante. Il libro, inoltre, è uno di quelli che menziona il golfo di Napoli “… a wild water-colour of the Bay of Naples at sunset …”, pura curiosità. Piacevole noir il film, ottimo romanzo il libro.

martedì 5 ottobre 2021

Graham Greene e il cinema

Sospendo temporaneamente il mio vagare fra le cinematografie meno conosciute del pianeta per affrontare ora un altro gruppo omogeneo di film legati ad uno stesso autore, ma questa volta non si tratta di un regista bensì di uno scrittore – sceneggiatore: Graham Greene. Molti spettatori non leggono i titoli o si limitano alle star e al regista e quindi pochi ricordano gli autori di soggetto e sceneggiatura, pertanto ancor meno sanno che allo scrittore inglese va attribuito molto del merito ottenuto da film quotatissimi come, per esempio, The Third Man (1949, di Carol Reed, con Orson Welles e Joseph Cotten, 164° miglior film di sempre, un Oscar e 2 Nomination). In fondo al post ho inserito l'elenco dei film e noterete che vari romanzi hanno dato luogo a più produzioni; A Gun for Sale addirittura a 4 versioni diverse. Comincerò le visioni in ordine cronologico e, in caso di remake, non è detto che guardi le versioni successive. Ne salterò anche qualcun altro per non disponibilità o per averli guardati in anni recenti ma, in tal caso, inserirò il link alla micro-recensione corrispondente.

L’idea mi è venuta dopo essermi imbattuto, per puro caso, nel video di un corto del quale non conoscevo l'esistenza, adattamento del mio preferito fra i tanti racconti scritti da Graham Greene: A Shocking Accident (1982, di James Scott, con Rupert Everett). Storia al limite dell'assurdo ma non del tutto impossibile, specialmente se si considera che l'evento (lo shocking accident) viene proposto come avvenuto a Napoli, durante la guerra. L'autore conosceva e apprezzava anche la nostra regione e ne cita luoghi anche se non proprio attinenti alla storia e, non per niente, nel 1948 comprò una modesta casetta ad Anacapri dove era solito venire a passare un paio di mesi ogni anno fino al 1980; nel 1978 ricevette la cittadinanza onoraria.

Vari sono i film adattati dalle sue short stories, per la maggior parte pubblicate in una mezza dozzina di raccolte, la più nota delle quali è Twenty-one Stories. Spesso molto argute e a loro modo divertenti, le short stories si rivelano perfette per essere adattate per lo schermo molto più efficacemente dei romanzi di centinaia di pagine che, necessariamente, sono mal riassunti, con vari personaggi secondari (tuttavia importanti) completamente tralasciati, in due o anche tre ore di pellicola. Un esempio lampante del primo caso, è l'avvincente The Fallen Idol (1948, Carol Reed, con Ralph Richardson, Nomination Oscar a Reed per la regia e a Greene per la sceneggiatura), tratto dall’ottimo racconto The Basement Room.

I lavori di Greene che più apprezzo, particolarmente per essere viaggiatore, sono quelli ambientati al di fuori del vecchio continente. Le descrizioni dei luoghi, degli ambienti e degli abitanti sono coinvolgenti e realistiche, dando l’impressione al lettore di trovarsi sul posto, specialmente se ha una seppur minima conoscenza di quei paesi. Insomma, non era un Salgari che affascinava giovani e adulti scrivendo solo di fantasia (seppur discretamente documenta) di posti mai visti e etnie mai incontrate non avendo mai lasciato l'Italia in vita sua. Infatti Greene, da giornalista e poi agente dell’intelligence inglese, ebbe modo di viaggiare estensivamente cominciando dalla Liberia, Sierra Leone e Congo in Africa, per poi passare in Messico, Haiti e Cuba in centro America, avendo sempre contatti con gli autoctoni e gente comune e non solo con expats, autorità e spie. I protagonisti delle sue storie sono per lo più gente comune che per caso si trovano immischiati e invischiati in situazioni al di sopra della loro capacità di gestione e si arrabattano per venirne a capo o almeno per sopravvivere … nessun supereroe invincibile ed infallibile! I suoi lavori sono una combinazione di thriller, noir, temi sociali e religione, conditi spesso da una buona dose di humor. 

 

Film che sono ansioso di guardare di nuovo sono The Comedians (tratto dall’omonimo romanzo del 1966, film di Peter Glenville del 1967 con un cast d’eccezione che comprendeva Richard Burton, Elizabeth Taylor, Alec Guinness e Peter Ustinov) e Our Man in Havana (romanzo del 1958, film del 1959, di Carol Reed, con Alec Guinness), che penso sia l’unica vera dark comedy – veramente geniale - della sua vasta bibliografia. A proposito di The Comedians, devo dire che non è fra i miei preferiti né come romanzo, né come film (pur essendo di ottimo livello), ma vi sono particolarmente legato per essere stato il primo di Greene che lessi, essendomi capitatomi fra le mani per puro caso al Seaman’s Club di Philadelphia, nel lontano 1982; da allora ho letto quasi tutta la sua ricca produzione!


Naturalmente, consiglio a tutti di leggere i suoi lavori e di guardare i film da essi derivati, ovviamente in lingua originale se se ne avesse la possibilità.

  • 1934 Orient Express (da Stamboul Train)
  • 1937 The Green Cockatoo (sceneggiatura originale)
  • 1940 21 Days (sceneggiatura originale)
  • 1942 This Gun for Hire (da A Gun for Sale)
  • 1942 Went the Day Well? (story)
  • 1944 Ministry of Fear (idem)
  • 1945 Confidential Agent (idem)
  • 1947 The Man Within (idem)
  • 1947 The Fugitive (da The Power and the Glory)
  • 1948 Brighton Rock (idem)
  • 1948 The Fallen Idol (da The Basement Room)
  • 1949 The Third Man (sceneggiatura originale)
  • 1953 The Heart of the Matter (idem)
  • 1954 La mano dello straniero (story)
  • 1955 The End of the Affair (idem)
  • 1957 Saint Joan (sceneggiatura)
  • 1957 Across the Bridge (idem)
  • 1957 Short Cut to Hell (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1958 The Quiet American (idem)
  • 1959 Our Man in Havana (idem)
  • 1961 Günes dogmasin (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1967 The Comedians (idem)
  • 1972 Yarali kurt (da A Gun for Sale, vedi 1942)
  • 1972 Travels with My Aunt (idem)
  • 1973 England Made Me (idem)
  • 1979 The Human Factor (idem)
  • 1983 The Honorary Consul (idem)
  • 1990 Strike It Rich (da Loser Takes All)
  • 1999 The End of the Affair (idem)
  • 2001 Double Take (vedi 1957)
  • 2002 The Quiet American (vedi 1958)
  • 2010 Brighton Rock (vedi 1948)

venerdì 15 settembre 2017

Peter Kubelka, cineasta MOLTO singolare e fuori dagli schemi

Pochi giorni fa mi è capitata fra le mani la locandina (a sx) di un evento cinematografico "storico" al quale presenziai quasi 40 anni fa, avente come protagonista Peter Kubelka, un vero artista (e filosofo) delle immagini su pellicola. 
In basso vedete il "cappello" del testo stampato sul verso del manifesto e le scansioni delle due colonne (ingrandibili) nelle quali erano raccolti brevi commenti di autorevoli firme del settore.
Come evidenziato, oltre alla proiezione di TUTTI i suoi film nella sala della Cineteca Altro di Napoli, in altra sede (Studio Morra) erano esposte a parete le pellicole (16mm) dei suoi lavori più brevi. Ciò fu possibile in quanto all'epoca la sua produzione era limitata a soli 6 corti per una durata complessiva di poco più di 50 minuti e quelli esposti assommavano a soli 9 minuti.
L'evento era impreziosito dalla presenza in sala di Kubelka che espose le sue idee (da artista di avanguardia) e conversò con noi del pubblico. Ricordo che rimasi colpito dalla sua visione essenziale del cinema come mezzo capace di fornire 24 informazioni visive al minuto e che il sonoro può (deve) essere scollegato dall'immagine. A questo proposito portò l'esempio di un telefono che squilla ... se si sente è inutile mostrarlo e, al contrario, se qualcuno va all'apparecchio e parla la suoneria è inutile. L'immagine o l'audio "risparmiato" potrà essere sostituito da altra informazione visiva o sonora, evitando inutili "doppioni". 
Spero di essere riuscito ad esporre il concetto in modo comprensibile.


   
A quelli che non avranno la pazienza di leggere i brevi articoli del manifesto, ricordo comunque che i suoi film a parete sono stati esposti nei più importanti musei del mondo, a cominciare dal MOMA di New York.
A lui si deve il progetto della sala cinematografica perfetta, completamente nera, nella quale ogni spettatore siede su poltrone nere ed è "chiuso" in una specie di box la cui pareti (nere) lo isolano dai suoi vicini. L'unica luce che può vedere è quella riflessa dallo schermo. Ovviamente non sono previste le odiose luci di emergenza, oggi troppo potenti e fastidiose (in nome della sicurezza ...) che, sommate ai display dei telefonini degli incivili che non riescono a tenerli spenti, spesso illuminano una sala moderna quasi a giorno.  
A seguire trovate i link a 4 dei 6 corti già terminati e mostrati all'epoca. Mancano il primo (Mosaik im Vertrauen, 1954-55, il suo saggio di diploma) e l'ultimo (Pause!, 1975-77) che tuttavia è reperibile in rete in due parti. 
Se aveste la curiosità e la pazienza di guardali, suggerisco di non dare giudizi affrettati, leggere qualcosa in merito, ed eventualmente guardarli di nuovo, con occhio e spirito diversi.







Successivamente, Kubelka ha prodotto solo altre due "opere" (Dichtung und Wahrheit, 2003, 13', e Antiphon, 2012, 6') portando la durata complessiva della sua filmografia a quasi un'ora!

venerdì 24 febbraio 2017

Le mie previsioni e speranze per gli Oscar (secondo blocco)

Miglior attore protagonista
Questa è una delle lotte più accanite, Denzel Washington (Fences) e Casey Affleck (Manchester by the Sea) sono secondo me i più meritevoli, seguiti a ruota, ma quasi alla pari, da Andrew Garfield (Hacksaw Ridge).
Onestamente, non penso che Ryan Gosling (La La Land) e Viggo Mortensen (Captain Fantastic) possano competere con le interpretazioni dei suddetti.
Mi dispiacerà per chi, fra Denzel e Casey, resterà a bocca asciutta.
   
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (mi mancano Jackie e Florence)
Per questa categoria non mi pronuncio in quanto oltre a mancarmene due, delle altre tre interpretazioni “esaminate” nessuna delle protagoniste mi ha tanto impressionato da considerare la sua prova “insuperabile”. Vi ricordo le contendenti: Isabelle Huppert (Elle), Ruth Negga (Loving), Natalie Portman (Jackie), Emma Stone (La La Land), Meryl Streep (Florence).
C’è da sottolineare che, come è noto, Viola Davis (“protagonista” di Fences al fianco di Denzel) è stata "dirottata" fra le “non protagonista” dove non dovrebbe avere alcun problema ad aggiudicarsi la statuetta, seppur “di serie B”.
Miglior attore non protagonista 
Penso che Jeff Bridges (Hell or High Water) meriti questo Oscar. Mi sembra che le pur buone prove di Mahershala Ali  (Moonlight, solo nella prima parte del film) e il giovane Lucas Hedges (Manchester by the Sea) non siano al suo livello. Vedo fuori dai giochi Michael Shannon (Nocturnal Animals) il quale, seppur apprezzabile e convincente, ha una parte è troppo marginale e non Dev Patel (Lion, solo seconda parte), assolutamente non all’altezza.
Miglior attrice non protagonista
Discorso già anticipato poco fa, Viola Davis (Fences) "deve" vincere, semplicemente perché se lo merita e non c’è paragone con le altre che sono: Naomie Harris (Moonlight), Nicole Kidman (Lion), Octavia Spencer (Hidden Figures) e Michelle Williams (Manchester by the Sea), la seconda in ordine di merito, l’unica che potrebbe insidiare Viola Davis.
  
Miglior FILM IN LINGUA STRANIERA
In questa categoria ne ho visti solo 3, riuscirò a guardare Land of Mine ma solo a fine marzo, ho poche speranze per Tanna. Fra quelli visti Toni Erdmann, come forse qualcuno avrà letto, non mi è piaciuto per niente. Gli altri due sono molto diversi fra loro, troppo per poterli comparare, ma trovo ciascuno di essi abbia i suoi meriti.

SHORT
Avendo già discorso in due post separati dei cortometraggi veri e propri e di quelli di animazione cito solo i favoriti (e preferiti) per ciascuna delle due categorie.
Cortometraggi: c’è da scegliere fra l’ottimo (quasi un pezzo da teatro) Ennemis Intérieurs di Sélim Azzazi (francese di origine berbera, autore anche della sceneggiatura) e il più delicato e sottile Mindenki (Sing) dell’ungherese Kristóf Deák.
Short di animazione: vincitore quasi certo è Piper dell’italo-canadese Alan Barillaro; possibile, ma improbabile, contendente Blind Vaysha del canadese Theodore Ushev (dal cognome direi di origine russa)
  
Chiudo con un riferimento alla nascente nuova polemica relativa alle candidature, tornatami in mente citando Toni Erdmann della tedesca Maren Ade. La sua è l’unica presenza femminile fra registi e sceneggiatori e ho già letto di qualcuno che, sottolineando il fatto, vorrebbe montare un altro caso come quello sollevato l'anno scorso da Spike Lee con #Oscarsowhite, che innegabilmente si è rivelato una spinta fondamentale per la marea di black movies e black actors candidati quest'anno.
Se riuscisse anche questa becera operazione, fra i candidati 2018 ci saranno tante registe e sceneggiatrici e ... a quale categoria "trascurata" toccherà fra due anni? Agli asiatici, ai nati in USA, o ad altri raggruppati per sesso (non solo i consueti due), religione, ...
Sarà mai possibile vedere scelte che non siano razziste, maschiliste, omofobe o, al contrario, che favoriscano in modo palese categorie di piagnoni? Ci libereremo mai delle manovre sottobanco o dietro le quinte che dir si voglia?
Non  si potrebbe (come in effetti si dovrebbe) giudicare solo ed esclusivamente in base alla qualità del film, interpretazione, tecnica, e via discorrendo?

venerdì 17 febbraio 2017

Sarebbe meglio vedere solo il passato o solo il futuro?

Più che un post, domande (apparentemente) senza senso.
Prendo spunto dal soggetto di un corto d'animazione candidato all'Oscar visto un paio di giorni fa: Blind Vaysha (blind = cieca). (short di Theodore Ushev, Canada, 2016, 8 min, IMDb 7,7)
In effetti la giovane protagonista Vaysha non è “non vedente” ma i suoi occhi, di diverso colore, hanno caratteristiche opposte e incredibili: uno vede solo il passato e l'altro solo il futuro. La logica terribile conseguenza è l'impossibilità di vivere il presente essendo ancorata al passato e angustiata dal futuro.
Trovandovi nella medesima situazione della ragazza e dovendo rinunciare ad un occhio, di quale (forse volentieri) fareste a meno?
Questo quesito mi era già balenato in mente al solo leggere la mini-trama e poi ho scoperto che lo stesso interrogativo se lo pone la protagonista del cortometraggio.
Per quanto astruso, il dilemma ci porta a considerare l’importanza che ciascuno di noi dà a passato e futuro, anche senza voler considerare il completo distacco dal presente. Quanto sono importanti i ricordi, il conoscere il passato di chi ci vive intorno e l’esperienza acquisita negli anni precedenti e quanto potrebbe essere importante conoscere eventi futuri? In particolare nel secondo caso, sarebbe un vero vantaggio?   
La prima situazione potrebbe non cambiare molto la nostra vita e la si potrebbe assimilare ad una amnesia totale, mentre l'altra avrebbe effetti notevoli, potenzialmente devastanti, in quanto senza dubbio condizionerebbe tutte le nostre scelte. Tuttavia, in questo secondo caso le conseguenze sarebbero molto diverse a seconda di ciò che vediamo in anticipo, se è di carattere generale (che non ci tocca direttamente in prima persona) o di fatti inerenti alla nostra sfera personale.
A partire dalle diverse varianti di questa assurda ipotesi ci si può comunque scervellare a piacimento da soli o anche intavolare interessanti e argute discussioni.

domenica 12 febbraio 2017

OSCAR 2017 - le mie previsioni,le mie speranze

Con Lion, appena visto e recensito, ho completato le visioni di tutti i film candidati agli Oscar nelle categorie principali (miglior film, regia, sceneggiature, fotografia e montaggio) quindi posso dire di avere un buon quadro della situazione a differenza dei tanti che, per loro sfortuna, ne avranno visto sì e no una metà. Per esempio, leggo che Fences dovrebbe uscire il 23, Manchester by the Sea e Moonlight il 16 (pur se presentati a Roma a ottobre scorso) e il pur ampiamente elogiato Hell or High Water non è proprio arrivato nelle sale italiane ed è possibile guardarlo solo online,  ... quindi molti dei giudizi che leggo in rete tipo “vincerà”, “deve vincere”, “il migliore dell'anno” sono innegabilmente basati su una conoscenza a dir poco parziale.
Film "indegni" non ce ne sono di certo fra i 9 contendenti all'Oscar più importante, tutti molto diversi fra loro, ma certamente ciascuno di noi opinerà che fra essi ce ne sia qualcuno ampiamente sopravvalutato e che altri avrebbero meritato la Nomination. Le considerazioni che seguono non sono assolute, ma relative a comparazioni nell’ambito di ogni singola categoria e comunque le previsioni/speranze restano opinioni assolutamente personali.
   
MIGLIOR FILM
Manchester by the Sea ed Hell or High Water per me sono nettamente i migliori del lotto, drammatici al punto giusto, senza esagerare, buone storie ben trattate nella sceneggiatura e tanto spazio agli attori per dimostrare il loro valore, insomma buon cinema. Hell ha anche vari momenti da black comedy, Manchester è più serio e drammatico, il primo è quasi indipendente, il secondo ha avuto un buon lancio ed ha raccolto innumerevoli premi, in questo campo penso sia secondo solo a La La Land. Fra i due Manchester ha più possibilità.
    
Immediatamente dopo vedo Fences (un ottimo lavoro ma “troppo” teatrale, interpretato nel migliore dei modi) e Arrival (intelligente e coinvolgente, ben fatto, limitate possibilità per gli attori, poco spettacolare). Entrambi mi sono piaciuti molto, il primo di più, ma penso che in ottica Oscar le suddette caratteristiche sono un pesante handicap, quasi irrecuperabile.
La mia terza fascia comprende  Moonlight (sul quale sto ancora riflettendo), Hacksaw Ridge (spettacolare ma esagerato e in troppe scene irreale per rendere credibile una storia tuttavia vera) e quello che sembra essere il superfavorito La la Land il quale, secondo me, è solo un buon prodotto commerciale con tante piccole pecche. Non intravedo spiragli per Lion (condannato dalla seconda parte) o Hidden Figures (troppo commedia-favoletta edulcorata).
  
MIGLIOR REGIA
Come quasi sempre accade, il discorso è molto simile a quello appena fatto visto che il lotto è composto da 5 film presenti anche nella categoria precedente. Tuttavia direi che Manchester (che resta il mio preferito) ha due concorrenti più che temibili in Hacksaw ridge e La La Land, certamente più spettacolari e movimentati. Non penso ci siano speranze per Moonlight e Arrival che si dovranno accontentare della Nomination.
Miglior sceneggiatura originale 
Se si dovesse giudicare in base all’originalità (nel vero senso della parola) dovrebbe essere uno scontro fra Hell e The Lobster, ma visto che ovviamente non è questo il senso, la lotta è apertissima e La La Land, Manchester by the Sea e 20th Century Women hanno praticamente quasi le stesse possibilità.
Comunque, le mie preferenze vanno di nuovo a Hell e Manchester.
  
Miglior sceneggiatura non originale 
Questo Oscar non dovrebbe sfuggire (e non penso che sfuggirà) ad August Wilson autore sia del lavoro teatrale originale (Premio Pulitzer 1985) che dell'adattamento di Fences. Oltre al suo indubbio valore, credo che peserà anche il fatto che è un Oscar postumo visto che lo scrittore in questione, considerato il più importante drammaturgo afro-americano, è deceduto nel 2005.
In seconda battuta vedo Arrival, non avendo apprezzato gli altri contendenti (Hidden Figures, Lion e Moonlight) per come hanno trattato dei pur buoni soggetti originali.
Miglior montaggio
Se Hacksaw Ridge spera di portare a casa almeno una statuetta (che probabilmente merita), questa è senz’altro la categoria nella quale ha maggiori possibilità. Se non vincesse, vedo alla pari Hell or High Water e La La Land, poche speranze per Arrival e Moonlight.
Miglior fotografia
Tutti i candidati nei gruppi precedenti facevano parte del lotto di 9 che si contendono l’Oscar per il miglior film (con l’eccezione di 20th Century Women e The Lobster) e ciò dimostra il loro valore, ma per la fotografia c’è un nuovo contendente che molto probabilmente risulterà vincitore in questa categoria: Rodrigo Prieto con Silence. Prieto è uno dei tanti talenti messicani delle nuove generazioni giunti a Hollywood, ad ennesima dimostrazione della grande tradizione cinematografica messicana (dato uno sguardo al suo curriculum).
A seguire vedo Arrival (per la gestione degli eptapodi e della loro forma di scrittura) e l’onnipresente La La LandDistanziati Lion, meritevole solo per la prima parte, ma per sua sfortuna i film si giudicano per la loro intera durata, e Moonlight che ha più o meno lo stesso limite, vale a dire che merita per le scene nella città quasi deserta con campi lunghi e colori inconsueti, ma non per il resto del film.
  
Queste le prime 6 categorie, a metà settimana prossima commenterò le 4 categorie attori (anche se mi mancherà qualche interpretazione), quella dei film stranieri (dovrei arrivare a 3 su 5: A Man Called Ove, The Salesman e Toni Erdmann) e gli short di animazione e live action (che avrò occasione di guardare martedì e mercoledì prossimi). 
In linea di massima, a meno di idiosincrasie insormontabili, dovreste andare a guardare tutti i candidati, sempre che ne abbiate l'occasione. Buone visioni.

lunedì 7 novembre 2016

The key to Reserva: short di Hitchcock, Scorsese o solo geniale spot?

La mia indole curiosa (da “indagatore” e non certo da “pettegolo”) mi porta a spesso a fare scoperte interessanti, partendo da minimi particolari seguo labili piste che talvolta terminano nel nulla, ma in tanti altri casi giungo a piacevoli sorprese come in questo caso. Sabato, alla ricerca di film fra i banchetti del mercadillo, mi è caduto lo sguardo su un bel pacchetto di dvd in custodia quadrata di cartoncino - fra i quali trovo spesso rarità - li ho “sfogliati” (non hanno dorso ..) uno ad uno, rapidamente ma con attenzione e mi sono bloccato notando un titolo bilingue: The key to ReservaFra parentesi c'era quello spagnolo (La clave Reserva), l'immagine di copertina altrettanto inusuale, senza nomi di attori, ma al centro, pur non essendo molto evidente, si leggeva “DIRIGIDA POR MARTIN SCORSESE”. 
L’ho girato sperando di trovare credits, mini-trama o altro di significativo, ma niente ... solo una scritta dorata su fondo nero “Freixenet 2007”.
L’ho comprato senza esitare, anche perché per 50 centesimi valeva la pena di rischiare un bidone, ma il nome del regista era quasi una garanzia. E di un bidone ho avuto la sensazione quando, giunto a casa e fatta la dovuta ricerca su IMDb, ho scoperto che si trattava di uno short di neanche 10 minuti, ma allo stesso tempo mi ha consolato il fatto che avesse l’ottimo rating di 8,0. L’ho quindi subito guardato e sono rimasto estremamente soddisfatto del mio “investimento” da mezzo euro, soprattutto per i pochi minuti di vero cinema. Il resto è proposto come un’intervista nella quale Scorsese mostra al cronista un cimelio da cinefilo: tre pagine e mezza di una sceneggiatura di Hitchcock. I fogli sono gelosamente protetti in buste di plastica che Scorsese non vuole neanche che si tocchino ed egli stesso le maneggia con i guanti. Potrebbe essere un grande film, ma c’è un gran problema ... mancano delle pagine. 
   
Il regista a questo punto solleva un argomento originale e molto stuzzicante: se è facile preservare un film girato, come se ne preserva uno non girato, non esistente? Lui vorrebbe girare le scene descritte come lo avrebbe fatto Hitchcock all'epoca (o come lo farebbe oggi?) e non come lo immagina egli stesso, ma ci riuscirà? Quale sarebbe il risultato? E infine ... quali sono gli avvenimenti descritti nelle pagine mancanti?
Sono passati già 3 minuti dei 9’24” totali quando Martin Scorsese si siede sulla sua sedia da regista e pronuncia la fatidica parola: Action!

Seguono circa 4 appassionanti minuti veramente hitchcockiani nei quali non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo per non perdere alcun minimo particolare e assolutamente non si sente la totale assenza di dialoghi (ci sono solo un paio di esclamazioni). Le immagini dicono tutto, o quantomeno ciò che si vuol far sapere allo spettatore.

   
Improvvisamente ricompare Scorsese che ci comunica che la sceneggiatura si interrompe lì e quindi si passa al finale descritto nella mezza pagina conclusiva, solo 40 secondi prima degli ultimi commenti di Scorsese visto attraverso i vetri di una finestra mentre la camera zooma indietro con evidentissimo omaggio a The birds (1963, Gli uccelli).
Anche nei minuti precedenti si notano citazioni più o meno evidenti come il poster di Spellbound (1945, Io ti salverò) mostrato in apertura e quello francese di Blackmail (tit. fr. Chantage, 1939, L’ultimo ricatto), la vista attraverso i vetri della stanza nella quale si conclude l’intervista, ossequio a Rear window (1954, La finestra sul cortile), la musica di North by Northwest (1959, Intrigo internazionale) e chissà quanti altri dettagli.
   
In quanto a Freixenet, ho scoperto che si tratta di uno dei più rinomati produttori di cava, (spumante DOC, caratteristico della Catalogna) che ogni anno produce un filmato natalizio, sempre molto atteso, aventi per protagonisti grandi star internazionali, di recente Shakira, Antonio Banderas, Sharon Stone, Demi Moore, Kim Basinger e nel 2007 toccò a Scorsese
Il filmato, in inglese e spagnolo, si trova su YouTube e altri siti, in HD su Vimeo.  Anche se non conoscete una sola parola di queste lingue, vi invito a guardarlo egualmente: ciò che dice Scorsese l’ho riassunto e la parte propriamente hitchcockiana è praticamente muta, solo immagini e musica.

Sarà vero ciò che racconta Scorsese o è solo un pretesto per un interessante esercizio cinematografico? 
E' solo un semplice omaggio a Hitchcock o pura finzione a uso e consumo di uno spot? 
Sia come sia, è imperdibile per i cinefili ... e non costa niente, se non 9 minuti della vostra attenzione.