domenica 31 ottobre 2021

Micro-recensioni 311-315: gruppo indie a prevalenza asiatica

I tre film indiani sono ricordati soprattutto per i loro contenuti, non usuali nella cinematografia del loro paese, e anche per il modo in cui furono realizzati. Si inizia con una storia di introspezione di un integerrimo dirigente delle ferrovie, si passa al tema del maschilismo che si dovrà confrontare con una parziale ribellione dell’altro sesso e si finisce mettendo in luce il lato oscuro di Bollywood con i film illegali di exploitation softcore di serie C. Completano la cinquina un buon esordio coreano (quasi tutto al femminile) e un singolare film americano di tagliente critica sociale.

 

Lucky Chan-sil
(Cho-hee Kim, 2019, Kor)

Esordio alla regia e anche alla sceneggiatura della 44enne coreana Cho-hee Kim, dopo una decina di anni di attività come produttrice. C’è (probabilmente) tanto di autobiografico visto che la maggior parte dei personaggi principali lavorano o hanno lavorato nell’ambiente cinematografico. La protagonista Chan-sil (interpretata dall’esordiente Mal-Geum Kang, numerosi riconoscimenti per lei) è una produttrice 40enne che si trova improvvisamente senza lavoro, sua sorella è attrice, l’insegnante di francese di quest’ultima è un regista di corti e c’è anche il fantasma di un attore, già idolo di Chan-sil. L’ultimo personaggio importante del film (che non ha niente a che vedere con il cinema) è l’anziana padrona di casa, semianalfabeta e un po’ scorbutica, ma saggia. La passione per il cinema internazionale di qualità della regista (certamente una vera cinefila) traspare anche in vari dialoghi con citazioni di film del maestro giapponese Ozu (1953, Viaggio a Tokio), del tedesco Wenders (1987, Il cielo sopra Berlino) e del serbo Kusturica (1988, Il tempo dei gitani) … ma, per bocca della protagonista, si chiede come possano piacere i film di Christopher Nolan in confronto ai suddetti! Non meraviglia quindi che questo film tratti di tormenti personali, relazione con gli altri, solitudine, ricerca di stimoli per un futuro personale migliore. Senz’altro da consigliare, ma solo a chi piace Ozu.

Metropolitan (Whit Stillman, 1990, USA)

Commedia satirica molto apertamente critica di un certo ambiente newyorkese. I protagonisti sono un gruppo di studenti benestanti che si ritrovano nel periodo delle feste natalizie, passando da una casa all’altra, sbevazzando, (s)parlando di conoscenze comuni, facendo giochi sociali (quello della verità avrà immediate conseguenze), tentando raramente di elevare il livello degli argomenti. Il film inizia con l’incontro casuale della comitiva con tale Tom, certamente non del loro ambiente ma colto e dalle idee non banali, che si lascia convincere a partecipare alle loro serate/nottate. Chiaramente un indie (secondo IMDb budget di 230.000$), con attori quasi tutti senza grande esperienza (ma non malvagi) e che non hanno continuato la carriera seriamente, regista/sceneggiatore all’esordio (anche lui solo 5 film in quasi 30 anni) che tuttavia ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura. Girato quasi tutto in interni (i vari salotti e qualche locale) si basa quindi sui dialoghi che mettono a confronto le varie personalità e idee, queste ultime spesso usate come provocazione e non per convinzione. Il quadro è abbastanza deprimente se si pensa che molti di quei giovani sarebbero diventati parte della classe dirigente, in posti di comando.

  

Mirch Masala
(Ketan Mehta, 1986, Ind)

Ambientato in un piccolo villaggio rurale nel quale l’unica occupazione sembra essere la produzione di peperoncino (colpiscono le riprese con rosse distese di spezie messe a seccare). Siamo nel periodo coloniale inglese e, come atteso, un giorno giunge un arrogante e prepotente esattore dei tributi, accompagnato da un manipolo di soldati. Subito si incapriccia di una donna che, dopo averlo platealmente respinto, si rifugia nel molino di spezie. Il militare pretende di averla e minaccia ritorsioni su tutto il paese in caso di rifiuto. Visto che il marito della donna ha appena abbandonato il villaggio la sua difesa resta a carico di pochi benpensanti mentre il resto vorrebbero che si consegnasse. Questo tema interessante viene ben esposto sullo schermo con dialoghi e piani ravvicinati ma, purtroppo, nelle scene in campo aperto il film cade nel sensazionalismo di basso livello fra slow motion, temi dilatati, punti di vista non congruenti, inseguimenti incredibili, chiaramente tutto per il gran pubblico. 

L’unica scena all’aperto interessante, molto ben girata e montata, la potete vedere in questo video nel quale, in occasione di una festa, si riuniscono un cantante e tante donne che ballano in circolo, mentre arrivano il capovillaggio e poi l’esattore, mentre due giovani organizzano la loro fuga d’amore. Anche senza dialoghi, tutto è ben chiaro! Interessante e originale, classico esempio del cinema indipendente indiano degli anni ’80, il cosiddetto Parallel Cinema, transizione fra i classici e i moderni Bollywood.

Bhuvan Shome (Mrinal Sen, 1969, Ind)

Un funzionario delle ferrovie di mezz’età va a caccia in un’area rurale e si confronta con una giovane donna (moglie di un ferroviere) che con la sua franchezza e ingenuità gli farà riconsiderare molte delle sue idee e gli aprirà la mente ad un diverso approccio con la vita. Ironica favoletta morale con personaggi un po’ caricaturali ma piacevolmente proposti.

Miss Lovely (Ashim Ahluwalia, 2012, Ind)

Come anticipato in apertura, ecco un altro film in ambiente cinematografico, ma in questo caso quello più deteriore, dove di arte se ne vede ben poca e il tutto è gestito da criminali con pochi scrupoli, fra sfruttamento delle ragazze, prodotti censurabili, distribuzione illegale e via discorrendo. Tuttavia, la trama si sviluppa seguendo le storie di 2 fratelli produttori/distributori che si intrecciano quella di un’attricetta bugiarda. Nomination a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Ci sono dei buoni momenti, ma certamente non è un granché.

martedì 26 ottobre 2021

Micro-recensioni 306-310: un musical-non-musical e una comedia negra su tutti

Si tratta del famosissimo Gli ombrelli di Cherbourg che portò all’attenzione mondiale Jacques Demy e di una commedia grottesca del 1962 che tutti gli spagnoli conoscono; trattandosi di rapinatori assolutamente non professionisti e oltretutto incapaci, potrebbe equivalere al nostrano I soliti ignoti (1958, di Monicelli) nel quale però i protagonisti si atteggiavano a professionisti.


Les parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964, Fra)

Stavolta comincio con Nomination e Premi; questo musical molto sui generis (non poteva essere diversamente considerato che il regista/sceneggiatore condivideva le idee di rottura della Nouvelle Vague pur non essendo fra i fondatori né fra i più rigorosi) ottenne 5 Nomination Oscar, stranamente quella come miglior film straniero nel 1965 e solo l’anno successivo le altre 4 (sceneggiatura, canzone, musiche e commento musicale). Mi sembra che le ultime 3 elencate siano troppo simili e direi che ne mancano un paio in categorie più importanti quali scenografia e costumi. L’intero film è un’esplosione di colori sgargianti, contrastanti, pieno di abbinamenti oserei dire kitsch, dall’incrocio dei tanti ombrelli visti dall’alto durante i titoli di testa agli abiti dei protagonisti, dai parati alle suppellettili. Trama certamente originale e non sempre scontata. La palla al piede del film (secondo molti) è che i dialoghi sono interamente cant(icchi)ati e, di contro non si vede un singolo passo di danza, certamente un’anomalia per un musical classico, ma qui non se ne sente la mancanza. Palma d’Oro e altri due premi a Cannes per Jacques Demy.

 

Atraco a las tres
(José María Forqué, 1962, Spa)

Nei decenni ’50-’60 in Spagna si produssero con gran successo numerose commedie fra il satirico e il grottesco, con critiche sociali e politiche relativamente velate, abbastanza da essere comprensibili ma non tanto da essere censurate dal franchismo. Maestri nell’eludere gli ottusi ma inflessibili censori furono Berlanga e Azcona, ma a quel periodo appartengono anche altri film come questo che rimangono nella storia del cinema spagnolo insieme con Bienvenido Mister Marshall!, El Verdugo, Placido, quest’ultimo addirittura ottenne anche la Nomination Oscar come miglior film in lingua non inglese. Il cast, raccogliendo numerosi attori e caratteristi fra i più noti e bravi dell’epoca, già è indice di garanzia, ma la trama con tante sorprese, i personaggi molto realistici e le scene con i piccoli problemi di vita quotidiana nei quali tutti si riconoscono aggiungono ulteriore sapore a questa commedia. Da non perdere!

Lust, Caution (Ang Lee, 2007, Tai)

Penso che nessuno metta in dubbio l’abilità di Ang Lee nella regia e nella messa in scena, ma talvolta si imbatte (o sceglie di cimentarsi) in sceneggiature poco solide, per non dire abbastanza sconclusionate, come in questo caso. E sembra non essere solo mia opinione visto che fra le 85 nomination solo 2 sono per la sceneggiatura, mentre – ovviamente – la maggior parte sono relative a miglior film, regia, fotografia, scenografia, costumi. Fra i tanti premi, Lussuria - Seduzione e tradimento (titolo italiano) ottenne anche il Leone d’Oro per Ang Lee e il Premio Osella per il direttore della fotografia Rodrigo Prieto (3 Nomination Oscar per The Irishman, Silence, Brokeback Mountain). Bravi gli attori a cominciare da Tony Leung (apprezzato in tanti film diretti da Wong Kar-wai, ben 7) ma ciò che più colpisce sono gli ambienti, arredamenti e costumi, ben messi in evidenza da una fotografia di alta qualità.  

 

documentari sociali e politici
di Cecilia Mangini (1959-1964, Italia)

documentari etnografici di Cecilia Mangini (1965-1969, Italia)

Molto pubblicizzati dalla Cinemateca Portuguesa, questi corti (per lo più documentari) di Cecilia Mangini (prima donna documentarista italiana) e dei suoi colleghi Lino Del Fra e Gian Franco Mingozzi mi sono sembrati troppo artefatti e un po’ superficiali, pur rimanendo interessanti. In un primo gruppo sono stati presentati da collaboratori della regista (scomparsa a gennaio di quest'anno) filmati erano del primo periodo della cineasta, datati fra 1959 e 1964, tutti relativi alla cultura rurale meridionale essendo lei pugliese di nascita. I documentari affrontano (sulla carta) temi interessanti, ma non riescono a coinvolgere veramente e spesso risultano ripetitivi. Ecco i titoli:

  • Maria e i giorni di Cecilia Mangini, 1959 10’
  • L’inceppata di Lino del Fra, 1960, 10’
  • La taranta di Gian Franco Mingozzi, 1961, 19’
  • La passione del grano di Lino del Fra e Cecilia Mangini, 1963 10’
  • Divino amore de Cecilia Mangini, 1964, 11’
  • Stendalì di Cecilia Mangini, 1965, 11’

Per quanto riguarda quelli sociali, quasi in ogni momento risulta evidente lo spirito propagandistico e certamente la sua fede politica. Infatti sono tutti vicini agli ideali della sinistra, dal PSI a Rifondazione; alcuni le furono specificamente commissionati dai partiti. 

  • Essere donne di Cecilia Mangini, 1965, 31’
  • Tommaso di Cecilia Mangini, 1965, 11’
  • La scelta di Cecilia Mangini, 1967, 13’
  • Brindisi’65 di Cecilia Mangini, 1967, 16’
  • V&V di Lino del Fra, 1969, 15’

domenica 24 ottobre 2021

Lisbona (7): i famosi azulejos e l'ancor più famoso bacalhau!

Chiusura in bellezza con un ritorno all'ottimo Museu Nacional do Azulejo (MNAz), ospitato nell'ex convento Madre de Deus, e con uno squisito baccalà per l'ultimo pranzo (non poteva mancare). Dopo una decina di anni, e con molto piacere, ho visitato di nuovo questa interessantissima collezione di ceramiche, alcune nelle posizioni originali (come quelli nella grande cappella) altre datate dal 1500 circa fino al secolo scorso sono organizzate cronologicamente. Ci sono piastrelle singole o montate in pannelli anche di enormi dimensioni, mattonelle d’argilla policrome e monocolori, ben esposte fra gli arredi e affreschi dell’antico convento.

 
Dalle poche foto inserite qui e da quelle che proporrò in un album a parte, capirete che la mia preferenza va ai soggetti laici e di vita quotidiana, specialmente nei campi, scene di caccia, rappresentazione di animali. Fra questi, il mio preferito resta O casamento da galinha (1660-1667, attribuito a tale Manuel Francisco, 149 x 335 cm), una delle opere più particolari dal significato burlesco non del tutto chiaro. La sposa (una gallina) viene portata all’altare in una carrozza condotta da una scimmia, preceduta da due elefanti; in direzione opposta procede una banda di scimmie che suonano strumenti diversi.

 
Distratto da altre pietanze non sempre facili da trovare, avevo rimandato a questo ultimo giorno il bacalhau essendo certo di trovarlo preparato in uno dei miei tanti modi preferiti visto che in Portogallo si vantano di cucinarlo in 365 versioni diverse, una per ogni giorno dell'anno.


Anche se speravo in un Bacalhau acebolado com batatas douradas (foto sopra, mitico quello di Erminia a Nazaré) o à transmontana ma non mi sono fatto sfuggire un bacalhau a lagareiro, una delle ricette più richieste, ma non banale. Letteralmente significa alla frantoiana (frantoiani sono i conduttori dei frantoi oleari) ed è un tipo di preparazione che si utilizza anche per altri pesci, nonché per polpi, seppie, calamari ecc. e conta innumerevoli varianti. I punti in comune sono la cottura in forno con abbondante olio (visto che si tratta di un frantoio); viene servito con patate (intere non sbucciate) e cipolle (cotte insieme al baccalà) e verdura cotta (nel mio caso verza e fagioli), il tutto cosparso di aglio crudo grossolanamente tritato.

Mi preme tuttavia sottolineare che, al contrario di quanto si pensi, il baccalà non è più diffuso come una volta poiché anche qui, come in Spagna, quello che una volta era cibo povero, oggi è diventato un lusso; lamentela comune sia ai frequentatori di trattorie che alle massaie. Infatti, in qualunque trattoria o ristorante non si trova più fra i piatti di pesce più economici, ma fra quelli di prezzo medio-alto. Comunque, considerate che tutto è relativo e qui resta un affare poiché per questa bella porzione di b. a lagareiro ben cucinato ho pagato appena 6,60. Avevo già notato il conto appena arrivato alla coppia del tavolo alla mia destra ... 13,40 per una porzione di baccalà e una di orata (entrambe ben guarnite) e 1/2 litro di vino! Lisbona è diventata relativamente cara per gli alloggi, ma per il cibo resta l'eden dei buongustai!

sabato 23 ottobre 2021

Micro-recensioni 301-305: geniale Ulrike Ottinger, pessimo Clint Eastwood

Altri 3 titoli della rassegna Filmare la catastrofe, una sorprendente rarità di Ulrike Ottinger girata in Mongolia e il pessimo ultimo film di Clint Eastwood.

 

Johanna D'Arc of Mongolia (Ulrike Ottinger, 1989, USA)

Il film che non ti aspetti … ero stato attratto in particolare dalla location in Mongolia e dalle poche anticipazioni della trama, ma si è rivelato migliore di ogni mia più rosea aspettativa. In breve: si inizia nei vagoni della Transiberiana con un nutrito gruppo di personaggi a dir poco fuori del comune e si continua a seguire un gruppo di donne che trasbordano sulla Transmongolica finché il treno non viene assalito da “bandite” che le prendono in ostaggio. A questo punto il film cambia registro e comincia ad essere più documentaristico, ma senza rinunciare a situazioni da commedia derivanti dall’evidente cultural clash. Lo humor non viene meno, senza mai essere grossolano, i costumi mongoli dai colori sgargianti e gli infiniti spazi aperti (che includono deserti, steppe e pietraie) sono a di poco spettacolari. La prima parte, grazie ad una geniale scelta di personaggi, già difficile da incontrare separatamente immaginateli tutti insieme su un treno, risulta ironica e graffiante! L’incontro fra l'antropologa, la backpacker, l’insegnate di liceo, il trio di cantanti (le Kalinka Sisters), il superdecorato generale sovietico con attendete, l’artista, la star americana è esplosivo, e al gruppo si aggiungono i membri del personale delle carrozze vip del treno, che non sono meno eccentrici. Come metro di paragone pensate che l'ora è mezza di Cry Macho, mi è sembrata quasi più lunga delle 2h45' di questo film di Ulrike Ottinger, una delle poche rappresentanti del nuovo cinema tedesco insieme con Margarethe von Trotta, al fianco dei tanti bravi registi molti dei quali, però, si sono convertiti al cinema più commerciale come Wim Wenders e, saltuariamente, Herzog. La regista,e sceneggiatrice del film, era in sala e ha introdotto la visione del film, evidenziando il particolare coinvolgimento del cast mongolo.

Deluge (Felix E. Feist, 1933, USA)

Dopo che scadenti copie sono state le uniche disponibili per molti anni, nel 2016 è stato infine ritrovato un ottimo negativo completo, poi anche restaurato e digitalizzato. Non è certo un capolavoro, ma trova un suo spazio nella storia del cinema per gli innovativi effetti speciali, e più specificatamente per le catastrofi naturali, mostrati nella prima parte. Una decina di minuti fra terremoti e tsunami con una estesa miniatura di New York che pian piano viene distrutta dagli eventi catastrofici. Pur essendo un prodotto low budget ebbe subito grande successo arrivando nelle sale pochi mesi dopo il famoso primo King Kong che tanto aveva impressionato il pubblico per simili motivi. In verità gli effetti si fermano lì e poi il film continua accostandosi a vari generi, prima avventura, poi western dei pionieri e infine sentimentale.



  
Dead Man's Letters
(Konstantin Lopushanskiy, 1986, URSS)

Il caso volle che questo film, che narra di una società che vive praticamente segregata in una città distrutta da esplosioni nucleari, uscisse nello stesso anno del vero incidente di Chernobyl. Il regista era stato in precedenza assistente di Tarkovskij e, guardando il film, sembra ne sia stato influenzato in quanto a stile. Forse è più filosofico-morale che fantascientifico (specialmente con il senno di poi), le lettere lette dal protagonista sono indirizzate a suo figlio che, tuttavia, non compare mai.

Soylent Green (Richard Fleischer, 1973, USA)

Ultimo film interpretato, in un ruolo secondario, da Edward G. Robinson che morì prima dell’uscita del film che fu anche l’ultimo prodotto negli studios della MGM. Il protagonista di questa storia è un poliziotto onesto e cocciuto (Charlton Heston) che, a partire da un misterioso omicidio che si vuole far passare come conseguenza di rapina, risale ai gestori di un diabolico progetto di nutrizione (il cibo convenzionale è sparito da anni e si trova solo a mercato nero).

Cry Macho (Clint Eastwood, 2021, USA)

Avevo già notato le stroncature di critica (appena 60% su RT e 59 su Metascore) e di pubblico (5,5 su IMDb) ma avendo rispetto per i trascorsi di Clint Eastwood ho voluto guardare comunque questo film prima di rifiutarne la visione alla cieca. Essendo poi andato a scorrere i commenti su IMDb, penso che molti siano stati troppo buoni nei loro giudizi … storia senza senso, dialoghi pessimi, attori scadenti (anche Clint, anche se a 91 anni può avere le sue ragioni, non è per questo giustificato) a cominciare da quello che dovrebbe essere un tredicenne messicano ribelle. Di tramonti nel deserto ne abbiamo visti tanti, superfluo riproporne altri inutilmente. Le scene migliori sono forse quelle quando il film diventa sdolcinato nel corso della prolungata sosta in un paesino messicano. Un film di circa un’ora e mezza che mi è sembrato lunghissimo; un nonsense assoluto ma bertamente non del tipo geniale di commedie come quelle dei Monty Python. Scegliete voi se andare a guardarlo o meno … ma ricordate che siete stati avvertiti!

venerdì 22 ottobre 2021

Lisbona (6): Petinga ottima, Clint Eastwood molto deludente!

Quando stavo per perdere ogni speranza di trovare un piatto di pesce appetitoso e inusuale, in una delle mie deviazioni dalle strade principali, sono capitato in un vicolo con varie trattorie e una di queste proponeva petinga frita proprio in cima ai pratos do día di peixeNon facile da trovare, ero rimasto a quando o senhor Virgilio (A Nossa Casa, Portimao), spesso su specifica richiesta, procurava queste piccole sardine che poi sua moglie Idalia friggeva alla perfezione!

 

Insieme con questi pesci, a Lisbona, invece dei più comuni arroz de tomate o de grelos (broccoletti) mi hanno servito un'enorme porzione di arroz de feijão (aka riso e fagioli). Se fate come me, che sono abituato a mangiare tutto di questi pesci piccoli, vi ricordo che oltre una certa misura, la lisca delle sardine è durissima, molto più di quella delle alici e saurielli; di questi ultimi si può mangiare senza problemi anche testa intera (piacevolmente dolciastra) fino a una 15ina di cm! Ieri si poteva mangiare tutto! 

Questi sono fra i pesci che si trovano solo nelle trattorie e non frequentemente, come per esempio i jaquizinhos, che trovai un paio di volte a Coimbra e una sola volta a Lisbona. I jaquizinhos sono in effetti i più piccoli carapaus che si trovano, quindi solitamente un po' più piccoli dei carapauzinhos; ovviamente è tutto molto vago, ma sono tutti pesci buoni e freschi che, fritti bene, per me non trovano rivali nel settore pesce. Preferisco jaquizinhos, carapauzinhos e petinga (e le nostre alici e fragaglie) a qualunque pesce “pregiato”.

 
Nel pomeriggio sono andato a guardare Cry Macho, l’ultimo film di Clint Eastwood, annunciato per il 2 dicembre in Italia; spero, per lui, che sia veramente l’ultimo poiché continuando così, rischia di rovinarsi la reputazione. Micro-recensione nel prossimo post.

 
Ritorno al centro via Jardim Amália Rodrigues e Parque Eduardo VII, fra statue di Fernando Botero (Maternitade, 1999), monumento al 25 aprile (giorno della Rivoluzione dei Garofani, nel 1974), siepi labirintiche e vista sul Tejo (Tago).

 

giovedì 21 ottobre 2021

Micro-recensioni 296-300: Losey misconosciuto, Renè Clair e altri 2 Audry

Due film semisconosciuti ma molto interessanti, uno più che discreto che ha segnato un punto di svolta nel cinema francese e due abbastanza scadenti.

 

King & Country
(Joseph Losey, 1964, UK) aka Per il Re e per la Patria

Altro film anti-bellico, che in un certo senso ricorda Paths of Glory (1957) di Stanley Kubrick, con Kirk Douglas. Un saggio ufficiale inglese (Dirk Bogarde) ha il compito di difendere davanti alla corte marziale un soldato che si era allontanato dal fronte, ma non propriamente disertato. Parte del film mostra le condizioni nelle quali sopravvivano i soldati, nel fango e sotto una pioggia battente che non dà tregua; l’altra parte sostanziale è dedicata invece al processo vero e proprio, che si svolge in simili condizioni. Il film ottenne 4 Nomination BAFTA, Premio Volpi per Tom Courtenay (il “disertore”) e Nomination Leone d’Oro per Losey a Venezia.

Paris qui dort (Renè Clair, 1925, Fra)

Esordio alla regia (e sceneggiatura) per Renè Clair in questo film quasi fantascientifico arricchito di molta ironia. La storia è molto semplice: uno scienziato un po’ fuori di testa (ma senza alcun fine malvagio) ferma qualsiasi attività con un raggio invisibile (The Invisible Ray è anche uno dei titoli inglesi) e tutte le attività vengono congelate e le persone cadono in una specie di catalessi. Gli unici immuni sono il guardiano della Torre Eiffel e un gruppo (mal) assortito di persone che alle fatidiche 3:25 (altro titolo utilizzato) si trovavano in volo da Marsiglia verso Parigi. Dopo essersi resi conto di essere praticamente gli unici sopravvissuti (con una sola donna e 5 uomini fra i quali un poliziotto che conduceva in prigione un ladro di livello internazionale) si danno per un po’ alla pazza gioia per poi cadere quasi in depressione e infine scoprire che non sono veramente soli. Originale, specialmente per l’epoca, e portato avanti con molto sarcasmo. La visione alla Cinemateca è stata impreziosita da buona musica dal vivo, solo pianoforte.

  
Olivia (Jacqueline Audry, 1951, Fra)

Uno dei più noti film della Audry, attirò l’attenzione della critica e della censura (per visioni opposte, ovviamente) per trattare (quasi) esplicitamente di passioni fra alcune insegnanti e allieve di un collegio femminile per ragazze di alta società. Pur essendo tratto dall’omonimo romanzo di Dorothy Bussy (pubblicato con successo nel 1949) la versione cinematografica fece scalpore e il film fu addirittura vietato ai minori in Francia e UK, pur non mostrando niente di esplicito. Viene considerato il primo film commerciale francese nel quale si fa comunque riferimento ad una relazione omosessuale femminile. A Edwige Feuillère, che interpreta la direttrice Mademoiselle Julie, fu attribuito il BAFTA come migliore attrice straniera. Ben realizzato e interpretato, interessante per rendersi conto della (falsa) morale di quei tempi.

Les petits matins (Jacqueline Audry, 1962, Fra)

A detta dei critici non sarebbe il meno convincente dei film della Aubry, ma io l’ho trovato veramente di scarso livello. Si riduce ad una serie di sketch fra la giovane autostoppista belga che, insofferente alle piogge del nord, decide di raggiungere con qualunque mezzo la Costa Azzura. Incontri scontati con giovani pappagalli, maturi uomini benestanti che ci provano (ma qualcuno invece no), pugili dilettanti, rappresentanti e anche un ricco folle con la mania dell’omicidio. Tranquillamente evitabile senza rimpianti … da segnalare solo l’ennesimo personaggio femminile della Aubry che cerca l’indipendenza andando oltre le convenzioni e la morale comune.

Os Inconfidentes (Joaquim Pedro de Andrade, 1972, Bra)

Presentato come uno degli ultimi buoni film del Cinema Novo Brasileiro, delude per essere troppo teatrale, sia nella recitazione che nella scenografia, e troppo teso a rimarcare il concetto che con le sole parole e buone intenzioni non si possono fare rivoluzioni. Il film (co-prodotto dalla RAI) è stato proposto dalla Cinemateca come segno di supporto alla Cinemateca Brasileira di São Paulo che si trova in una difficile situazione finanziaria e, come se non bastasse, il 29 luglio scorso ha visto buona parte dei suoi archivi distrutti da un incendio.

Lisbona (5 - gastronomia): Buchechas de porco e Maranhos

E ieri è finalmente venuto il turno del Cantinho de São José, quasi casualmente poiché, come spesso faccio, sono partito dalla ricerca delle proposte gastronomiche più interessanti. 

Quando non ho programmi precisi, comincio la mattinata andando in giro a leggere i menù del giorno (scritti a mano su tovaglia di carta ed esposti all’ingresso) e quello del Cantinho (a destra nella foto) iniziava con due pietanze che raramente si trovano: buchechas de porco e maranhos.


Tuttavia mi si presentava un grave problema ... essendo a me entrambe sconosciute, non sapevo quale scegliere. Ho quindi chiesto al proprietario se fossero compatibile e potessi avere un misto e ovviamente (essendo cliente da una decina d'anni, seppur purtroppo molto sporadicamente) mi ha accontentato. Anticipo il verdetto: interessante e originale il maranho, eccezionale la buchecha (si pronuncia buscescia).

 
Ma di cosa si tratta? Le seconde sono le guance, in questo caso del maiale (de porco), ma non vi fate fuorviare da alcune traduzioni fantasiose che le assimilano al guanciale! Queste che si cucinano al forno sono la parte assolutamente magra (come potete giudicare dalla foto) e non il seppur ottimo "lardo" nostrano, che molti non distinguono dalla pancetta. Guancia tenerissima e di ottimo sapore ... approvata a pieni voti!

Ed ecco come è andata a finire ... come al solito!

Se le buchechas sono state facili da spiegare, per il maranho il discorso è un po' più lungo. Si tratta di un insaccato tipico per il quale tradizionalmente si usa lo stomaco di capra. Pertanto non ha forma di salsiccia ma è ben più capiente e viene riempito con carne di capra, riso e pezzetti di prosciutto, il tutto molto aromatizzato con vino bianco, coriandolo, prezzemolo, menta e altre spezie che possono variare da una località ad un'altra. Una volta riempito, lo stomaco viene cucito e quindi bollito, infine tagliato a fette come nella foto. Tipici dell'area occidentale della Beira Baixa, quella del Pinhal, sono conosciuti anche come molhinhos, borlhões o burunhões. Tradizionalmente venivano serviti durante le feste, matrimoni o occasioni speciali. Varianti moderne prevedono anche l'uso di carni suine. Molto interessante, ma non può competere con le buchechas.

 
Nell’attesa dell’ora di pranzo, e approfittando del sole ed una piacevole brezza, ho fatto una bella passeggiata dal Parque Eduardo VII fino a Cais do Sodré, con deviazioni varie.

mercoledì 20 ottobre 2021

Micro-recensioni 291-295: gruppo abbastanza eterogeneo con un paio di eccellenze

Cinquina molto varia con un controverso film appena giunto nelle sale, due francesi degli anni ’50 e due ottimi documentari “catastrofici”.

 

Les diaboliques
(Henri-Georges Clouzot, 1955, Fra)

Apprezzatissimo film di Clouzot, un maestro del noir-thriller francese di metà secolo scorso. Con un ottimo cast (Simone Signoret, Véra Clouzot, Paul Meurisse e Charles Vanel) mette in scena un film degno di Hitchcock, visto che si assiste alla pianificazione e alla successiva attuazione di un omicidio … ma non finisce lì. Bella anche l’ambientazione nel collegio per ragazzini adolescenti (talvolta troppo curiosi) e l’utilizzo di personaggi di contorno sapientemente e ironicamente descritti. Per vostra informazione, sappiate che Véra Clouzot fu apprezzata attrice teatrale brasiliana arrivata in Francia al seguito del suo primo marito ma sul set di Quai des Orfèvres (altro ottimo film di Clouzot) ci fu il classico colpo di fulmine con il regista che poi sposò, prendendone il cognome; i suoi unici tre film sono diretti lui. Da non perdere.

The War Game (Peter Duffel, 1966, UK)

Documentario abbastanza angoscioso che mostra in modo quasi scientifico i possibili sviluppi di una guerra nucleare, ipotesi molto discussa in quell’epoca di guerra fredda. I dati, come si apprende dai titoli di coda, sono ricavati da studi effettuati sulle conseguenze dei bombardamenti in Germania alla fine della II Guerra Mondiale e anche sugli effetti che si sono protratti nel temo a seguito del lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Le scene mostrate sono ambientate in varie cittadine del Kent (UK) e furono realizzate con la partecipazione attiva della popolazione facendone un prodotto al limite fra documentario e fiction. E nella categoria documentari The War Game vinse l’Oscar, nonché 2 BAFTA e il Premio Speciale a Venezia.

  

La Soufrière
(Werner Herzog, 1977, Ger)

Altro documentario mediometraggio ma in questo caso la minaccia di catastrofe (il tema comune di una mezza dozzina di film presentati alla Cinemateca Portuguesa) viene dalle forze della natura. In quell’anno il vulcano di tal nome situato sull'isola di Saint Vincent, nei Caraibi, iniziò una intensissima attività che fu unanimemente interpretata come premonitrice di una imminente eruzione esplosiva e distruttiva, tanto da far decidere di evacuare preventivamente varie decine di migliaia di persone lasciando i villaggi completamente deserti. Quando si sparse la voce che un solo abitante aveva deciso di rimanere, Herzog partì dalla Germania con i suoi operatori per riprendere delle scene quasi surreali di un paese vivo eppure deserto; il resoconto lo paragona a Pompei dove egualmente la vita si fermò all’improvviso.

L'ècole des cocottes (Jacqueline Audry, 1957, Fra)

Alla Cinemateca è anche in corso una retrospettiva di Jacqueline Audry, una delle pochissime registe dell’epoca, insieme con la più nota Agnès Varda. I suoi film erano abbastanza apprezzati dalla critica e avevano un gran successo di pubblico visto che si distinguevano dalla maggioranza per avere donne come protagoniste, talvolta un po’ sprovvedute, altre audaci e intraprendenti, altre ancora al limite della morale comune (come si vedrà in Olivia). La sua carriera fu praticamente stroncata dall’avvento della Nouvelle Vague. Questo è ben tratto da una farsa (del genere vaudeville o pochade che dir si voglia) e segue l’ascesa sociale di una avvenente ragazza guidata e istruita da un nobile decaduto, improvvisatosi maestro di buone maniere. Senza pretese, tuttavia piacevole e divertente, con una buona dose si ironia in merito ai comportamenti dei ricchi snob.

Respect (Herman Shumlin, 2019, USA)

Certamente saprete che si tratta di un biopic di Aretha Franklin, qui per lo più interpretata da Jennifer Hudson, già Oscar non protagonista al suo esordio cinematografico in Dreamgirls (2006). In effetti vengono trattati due periodi ben precisi della sua vita, il primo verso i 10 anni (quindi, interpretata da un’attrice ben più giovane, la brava esordiente Skye Dakota Turner) e poi dai 17 ai 30 seguendo le sue avventure e disavventure, nella vita privata e nella sfera dei rapporti personali. I critici non l’hanno accolto troppo bene lasciandolo al limite della sufficienza (6,6 su IMDb e 68% su RT) e quasi tutti concordano sul fatto che il film sia tenuto in piedi esclusivamente dalla parte musicale e dalle performance di Jennifer Hudson la quale, per inciso, fu scelta proprio da Aretha Franklin per interpretarla sullo schermo. In effetti risulta nel complesso un po’ noioso e certamente troppo lungo (quasi 2 ore e mezza) e il cast di contorno non si distingue particolarmente … resta solo le canzoni dell’artista che poi appare in immagini di repertorio al fianco dei titoli di coda.

Lisbona (4): Hieronymus Bosch e un ottimo borrego

Oggi post soprattutto a soggetto culturale, con la visita al Museu Nacional de Arte Antiga (MNAA) di Lisbona, motivata principalmente dal volermi andare a guardare di nuovo un capolavoro del pittore fiammingo Hieronymus Bosch: Le tentazioni di Sant'Antonio (1501 ca.). Premettendo che non sono assolutamente un esperto d'arte, piuttosto semplicemente uno che ama visitare non solo le pinacoteche ma quasi qualunque tipo di museo (archeologici, di scienze naturali, militari, tecnologici, antropologici, e chi più ne ha più ne metta), sostengo che il suddetto visionario dipinto non può che affascinare anche coloro che meno vicini sono alla pittura.

L’opera carpisce l’attenzione nel suo complesso non solo per il tratto preciso e i colori nitidi, ma anche e soprattutto per le composizioni dei vari gruppi e la creatività evidenziata nell'immaginare i vari personaggi, sia umani che bestiali (oltre agli ibridi), il cui significato simbolico rimane in molti casi sconosciuto, sempre ammettendo che ciascuno abbia il proprio. Più lo si osserva da vicino e più si notano elementi e particolari in scala ridotta, e, dopo questi, altri ancora più piccoli o poco definiti. 

 

Qui ho aggiunto poche foto scattate con cellulare economico giusto per dare un’idea, altre (ma della stessa qualità) sono in questo album, immagini migliori le trovate in rete in siti specializzati ma dovrete cercare elemento per elemento … nel web non è possibile fornire in un solo file HD di un trittico di tali dimensioni (131x238cm) e tanto dettagliato. Per saperne un po’ di più seppur superficialmente potete leggere l’immancabile pagina Wikipedia, ma in rete potete trovare tante altre notizie più approfondite ed esplicative su siti che si occupano di arte.

Dopo il museo, ricordando una vecchia segnalazione del mio ex collega pompelvetico, sono andato a verificare la bontà delle carni servite dal Restaurante Os Barões (c'è anche il sito web) e devo dire che ne valeva assolutamente la pena. Ho optato per un borrego assado com batatasa assadas (agnello con patate al forno) e penso di essere stato fortunato (oltre che oculato) poiché sentivo che almeno la metà degli avventori di questo spazioso locale (quasi 100 coperti, quasi tutti occupati) ordinava borrego. Da ciò si deduce che è una pietanza apprezzata dalla maggioranza e che non la si trova sempre fra i pratos do dia


Come potete vedere, ottimo e abbondante il piatto (c’era anche il riso) e incredibile il conto: 8 euro + 0,80 per ¼ di vino e 0,70 per il caffè = 9,50 euro!


A poche centinaia di metri l'eccezionale, elegante, moderno e funzionale food court TIME OUT, ma lì non troverete mai il borrego e guardate i prezzi di CocaCola e acqua ... certamente ci sono anche specialità lusitane e cominciare dai pasteis dei quali ho parlato ieri, oltre a prosciutti pregiati, vini DOC, cucina internazionale, ecc., ma siete andati in Portogallo per fare i turisti moderni o vivere la vera esperienza portoghese???