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domenica 6 febbraio 2022

Microrec. 41-45 del 2022: 2 molto probabili Oscar e altro

In campo Oscar c’è il film dato per unico vero contendente di Encanto nel gruppo animazione, nonché uno indicato come pluripremiato che potrebbe ottenere risultati simili a quelli di Parasite 2 anni fa. Li affiancano un classico Rohmer e due produzioni molto originali di paesi freddi: Norvegia e Islanda.

 
Drive My Car (Ryûsuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Della ventina scarsa di film potenzialmente candidati agli Oscar fin qui guardati, questo è senza alcun dubbio il migliore, con un’ottima sceneggiatura ancorché molti la troverann0 un po’ criptica. Dramma psicologico che, essendo oltretutto lungo (3 ore) e colto (senza grande azione, che comunque non manca), molti troveranno noioso, ma i contenuti, intervallati da originali twist nelle relazioni personali fra i protagonisti, lo rendono particolarmente interessante. A chi volesse guardarlo consiglio di leggere prima un seppur breve riassunta della trama di Zio Vanja di Cechov. Oltre alla qualità generale, è da apprezzare la scena conclusiva che lascia agli spettatori la scelta per la sua interpretazione. Finora 3 Premi e Nomination Palma d’Oro a Cannes, 3 Nomination BAFTA (si assegneranno il 13 marzo) e altri 54 premi (per ora). Consigliato agli amanti del buon cinema.

Conte d'hiver (Éric Rohmer, 1992, Fra)

Classica commedia drammatica, secondo dei 4 Racconti delle quattro stagioni; di gran qualità come al solito. La protagonista è una ragazza madre irrequieta e molto indecisa, che passa da un compagno all’altro continuando a sognare di ritrovare il suo unico e grande amore, padre di sua figlia. Interessanti e ben caratterizzati i protagonisti, dalla nonna alla nipotina. La narrazione, pur priva di grandi eventi, è fluida e piacevole, come di consueto. Premio FIPRESCI a Berlino, miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Consigliato.

  
Echo (Rúnar Rúnarsson, 2019, Isl)

Film molto particolare, un collage di una cinquantina di scene riprese (con camera fissa) durante le feste natalizia, fra la Vigilia e il Capodanno. Molte sono ironiche, alcune caustiche, altre drammatiche o triste. Le situazioni sono molto varie, dal funerale di un bambino ad un parto, da feste familiari a problemi di coppia, da scuse per bullismo passato a volontà di disintossicazione. Buone le riprese che riescono ad includere tutta l’attività dei protagonisti, cosi come i brevi dialoghi ridotti a volte solo a un paio di battute. Con tutto l’apparente ordine e perfezione dei paesi nordici, appare che i problemi sociali siano uguali in tutto il mondo occidentale e non sembra che la vita lì sia tanto migliore di quella dei paesi mediterranei (se non altro per il clima). Originale e in fondo divertente.

Flee (Jonas Poher Rasmussen, 2021, Den+)

Ha la particolarità (rara per i film d’animazione) di poter concorrere anche in altre categorie che non siano le solite musiche e canzoni; infatti, sembra avere buone chance di Nomination sia come miglior film straniero che documentario, ma potrebbe essere presa in considerazione la sceneggiatura. Produzione molto variegata Den/Swe/Nor/Fra/USA/ Spa/Ita/UK. La storia vera spunto alla sua base è la fuga dall’Afghanistan di una intera famiglia, dopo che il padre viene arrestato. Saranno rifugiati in vari paesi e tenteranno di passare frontiere clandestinamente pagando fior di quattrini. La storia è narrata dal più piccolo della famiglia 8ormai adulto) che si trova separato dal resto della famiglia. Animazione poco fluida, disegni essenziali ma buoni (scenografia migliore dai disegni dei protagonisti), bisognerà vedere che peso daranno i giurati ai drammatici contenuti.

Kraftidioten (Hans Petter Moland, 2021, Nor) tit. it. In ordine di sparizione

Dark comedy con tante morti violente; data l’ambientazione nei paesaggi innevati, molti lo hanno definito il Fargo (1996, f.lli Coen) norvegese, ma forse è più vicino ai film di Guy Ritchie. Per una serie di casualità viene ucciso un innocente e ciò dà la stura ad una serie di vendette e di freddi e spietati omicidi. Rimanendo all’inizio misteriosi, causano l’inizio di una sanguinosa guerra fra le due bande criminali che si dividono gli affari dell’area: i locali e una famiglia di serbi. Stellan Skarsgård veste i panni del protagonista (un operatore di spalaneve) mentre i due boss sono interpretati da Pål Sverre Hagen (il Conte) e dal solito ottimo Bruno Ganz (Papa, il capofamiglia serbo). Originale, nel suo genere non è niente male.

lunedì 27 dicembre 2021

Micro-recensioni 376-380: noir, crime e dark comedy di qualità

Tre sono diretti dai fratelli Joel e Ethan Coen (maestri del genere) terzo, quarto e sesto della loro ventina di film, anche se il nome di Ethan (il più giovane dei due) spesso non appare e quindi, come regista, viene solo citato uncredited ma è ufficialmente sceneggiatore e produttore. Completano la cinquina un ottimo crime spagnolo di pochi anni fa, che solo per essere tale non ha ottenuto il successo internazionale che avrebbe meritato, e il singolare terzo lungometraggio di Polanski.

 
La Isla Mínima (Alberto Rodríguez, 2014, USA)

Comincio con la presentazione della location, che fornisce anche il titolo. In effetti è solo una piccola parte emersa delle Marismas del Guadalquivir, che comprendono una vastissima area naturale di paludi ai lati del fiume, a sud di Siviglia e fino alla costa, estendendosi anche nelle province di Cadice e Huelva (nel Parque Nacional de Doñana). Viste aeree di esse sono state utilizzate come affascinante sfondo per i titoli di testa (vedi sotto). 

La Isla Mínima è relativamente giovane in quanto un canale (Corta de los Jeronimos, costruito circa 150 anni fa per facilitare la navigazione) la divise dall’isola alla quale apparteneva: Isla Menor (ovviamente, nei dintorni esiste anche la Isla Mayor). A parte questa particolare ambientazione naturale nella quale appaiono spesso tanti uccelli acquatici, risultano interessanti anche il tessuto sociale e le varie attività peculiari dell’area. Venendo alla trama, si tratta di una investigazione su un duplice feroce omicidio, resa particolarmente difficile non solo dall’omertà generale ma anche dal tentativo di nascondere altre attività illecite. Aggiungo anche che i due investigatori, mandati appositamente dalla capitale, non sono proprio degli stinchi di santo. Partecipò a pochi Festival al di fuori di quelli di lingua ispanica, ma dovunque fu presentato fece incetta di riconoscimenti: 60 premi e 43 nomination. Consigliato.

Cul-de-sac (Roman Polanski, 1966, UK) 

Singolare commedia grottesca, con pochi attori e completamente ambientata sulla Holy Island di Lindisfarne, collina collegata alla terraferma con la bassa marea, con l’alta diventa isola. Tre sono i personaggi principali: un rapinatore ferito (Lionel Stander), il proprietario dell’antico castello (Donald Pleasance) e la sua giovane moglie (Françoise Dorléac, sorella maggiore di Catherine Deneuve). Fra l’instabilità dei 3, la particolare location isolata dal resto del mondo, la quantità di volatili sempre presente e le varie visite inaspettate di personaggi altrettanto singolari, le situazioni sono spesso pressoché surreali. Polanski (anche co-sceneggiatore) riesce a rendere scorrevole e pieno di sorprese questo originale film, certamente di non facile gestione. Orso d’Oro a Berlino.

  
Fargo (J. Coen & E. Coen, 1996, USA)

Dopo lo straordinario successo della dark comedy di esordio (Blood Simple, 1984) i fratelli Coen tornano all’eccellenza con questa storia quasi pulp, trasposizione caricaturale di eventi tragici e violenti, in realtà non veri al contrario di quanto affermato nei titoli di testa. In effetti nel film pare ci sia solo una eliminazione di cadavere avvenne realmente in modo simile, ma evito lo spoiler. Abbondano i morti (con varie vittime assolutamente casuali) e non si lesina neanche il sangue, ma chiaramente finto, come quello di Tarantino. Personaggi caricaturali abbastanza fuori di testa, in particolare i due criminali da strapazzo (Steve Buscemi - ripetutamente descritto da testimoni come funny looking guy … e come dar loro torto? - e lo svedese Peter Stormare) assoldati da un inetto rivenditore di auto (William H. Macy) che troveranno però sulla loro strada la serafica l’incittissima poliziotta Frances McDormand che così ottenne primo dei suoi 4 Oscar. Il film ottenne l’Oscar per la sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, fotografia, William H. Macy non protagonista e montaggio); attualmente si trova al i176° nella classifica IMDb dei migliori di sempre.

Barton Fink (Joel Coen, 1991, USA)

Più interessante e più satirico del precedente Miller's Crossing con un minor numero di personaggi e quindi con più possibilità di caratterizzarli. Qui John Turturro, dopo la striminzita parte nel film precedente, ha ruolo di vero protagonista, ma è il co-protagonista John Goodman a prendersi la scena. C’è molta satira in merito all’ambiente hollywoodiano, con produttori, registi, manager e soprattutto sceneggiatori assolutamente ridicolizzati.

Miller's Crossing (J. Coen & E. Coen, 1990, USA)

Troppo parlato e troppo confuso … tutti tradiscono tutti, sindaco e capo della polizia ridicolizzati come inetti yes-man nei confronti di chi è più potente in quel momento, doppiogiochisti, bugiardi e traditori hanno vita facile fin quando qualcuno non li uccide. Non fra i migliori prodotti dei fratelli.

giovedì 15 aprile 2021

micro-recensioni 81-85: nettamente la migliore delle 3 cinquine di dark comedy

Terzo e ultimo gruppo di commedie infarcite di humor nero, sono tutte di diverso taglio ed ognuna di esse o batte su un tema sociale reale o è parodia di un genere … o unisce i due stili. Tanti ottimi attori, ma poche ultrapagate star, diretti da 3 noti e affidabili registi e un paio di pressoché sconosciuti (per Shane Black si trattò della sua prima regia, dopo varie sceneggiature).

Seven Psychopats (Martin McDonagh, 2012, USA/UK)

Secondo dei soli 3 lungometraggi di questo regista/sceneggiatore irlandese fuori del comune, fra In Bruges (2008) e Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (2017), tutti chiaramente del genere dark comedy, di quelle più acide e senza sconti per nessuno. Soggetti e sceneggiature sono di ottimo livello ed evidentemente si tratta di una sua mania, già fattasi notare con la sua prima regia, il suo unico corto (Six Shooters, 2004) con il quale vinse l’Oscar di categoria. Per concludere il discorso sulla sua carriera, sappiate che è in produzione il suo nuovo film (al momento senza titolo) che vede di nuovo protagonisti Colin Farrell e Brendan Gleeson (già insieme in In Bruges). Fra i protagonisti di questo film si ritrovano vari attori del suo entourage, oltre a Farrell ci sono Sam Rockwell e Woody Harrelson (rispettivamente Oscar e Nomination non protagonisti in Three Billboards …) ed anche Zeljko Ivanek e Abbie Cornish che nello stesso film compaiono in ruoli minori; il cast è inoltre arricchito da attori e caratteristi di tutto rilievo quali Christopher Walken, Harry Dean Stanton e Tom Waits.  Venendo al soggetto, siamo di fronte ad un ennesimo film che tratta di una sceneggiatura di un altro film e le due trame si intrecciano avendo vari punti in comune. Il pacifico sceneggiatore, alla ricerca dei personaggi (psicopatici) per il suo lavoro, si trova coinvolto in un giro di rapimenti di cani a scopo estorsivo, ma uno di questi è l’idolatrato pet di un malavitoso dal grilletto facile e a partire da ciò i morti non si contano e si vanno a sommare alle vittime degli altri psicopatici. Da quanto anticipato mi sembra chiaro che, dal mio punto di vista, è un film da non perdere per la regia, i dialoghi, la sceneggiatura, le interpretazioni e (nel finale) anche i paesaggi desertici del SW americano. 

 

In the Loop (Armando Iannucci, 2009, UK)

Ottima commedia satirico politica che si sviluppa in un breve arco di tempo fra UK e USA che, per una serie di fraintendimenti e incaute esternazioni di politici, si trovano ad essere responsabili di un imminente conflitto. Pochi gli attori conosciuti ma per lo più protagonisti di solide interpretazioni. Primo lungometraggio diretto da Iannucci che di solito si limita ad essere sceneggiatore. In questo caso ripropone alcuni personaggi della serie televisiva da lui stesso creata The Thick of It, utilizzandone anche tre attori principali, interpreti degli stessi personaggi. Il turpiloquio, in particolare da parte dell’addetto stampa (un bravissimo Peter Capaldi), regna sovrano e ciò ha addirittura spinto qualcuno a contare quante volte si dica fuck … 135 volte! Certo il trattamento riservato ai politici, portaborse e assistenti vari, da entrambi i lati dell’oceano, non è tenero e tutti ne escono molto male. Nomination Oscar per la sceneggiatura alla quale ha collaborato lo stesso Iannucci.

Matchstick Men (Ridley Scott, 2003, USA)

Una volta tanto Nicholas Cage entra bene nel ruolo e convince (sarà perché interpreta un truffatore quasi psicopatico pieno di tic?), ma non è certo allo stesso livello di Sam Rockwell nel film è il suo compare. Bravi anche i tre co-protagonisti Alison Lohman, Bruce McGill e Bruce Altman. Anche in questo per lui insolito genere molto leggero Ridley Scott (The Duellists, Blade Runner, Thelma & Louise, Gladiator, American Gangster, …) gestisce la sceneggiatura, peraltro ottima, alla perfezione. Trama snella e divertente visto che si tratta di piccoli truffatori indipendenti. Le due ore scarse del film passano piacevolmente per chi non si aspetta un film “impegnato”, visto il regista.

 

God Bless America (Bobcat Goldthwait, 2011, USA)

Altro film indipendente con regista e cast misconosciuti che approfitta della libertà per criticare apertamente e senza remore tanti stili di vita americani, alcuni dei quali diffusi però in tante altre realtà. Le opinioni sono quasi sempre più che condivisibili anche se le conseguenti reazioni dei protagonisti non lo sono di certo … ma almeno non si nasconde nel qualunquismo. La pecca è quella di voler dire troppo (ripeto, critiche per lo più giuste) e quindi si fanno fare al protagonista sproloqui che risultano talvolta troppo lunghi … sembra di ascoltare le chiacchiere da bar di qualche criticone, ma anche in quei casi si ripetono concetti assolutamente veri. L’andamento del film diventa spesso un po’ surreale, tante situazioni sono poco plausibili, ma in effetti penso che qualunque spettatore di sani principi in fondo in fondo goda della “caccia ai cattivi” con ovvie conseguenze letali … si tratta di una commedia!

Kiss Kiss Bang Bang (Shane Black, 2005, USA)

Qui la parodia è diretta ai film crime-noir, con tanto di detective privato e uno sprovveduto civile coinvolti in un turbine di assassini e affari per niente chiari. Di ritmo rapidissimo con decine e decine di twist propone cadaveri che compaiono, scompaiono e si duplicano …, procedendo nella complicata storia aumentano anche i morti, ma ammazzati in diretta, e poi ci sono persone scomparse che ritornano, dubbi legami familiari, un’eredità milionaria. Il soggetto è divertente e la costruzione interessante, peccato che abbiano reso troppo stupido e insensato il personaggio interpretato da Robert Downey Jr.; la storia avrebbe funzionato egualmente anche con un protagonista un po’ più sveglio.

martedì 13 aprile 2021

micro-recensioni 76-80: commedie nettamente migliori delle precedenti 5

Secondo gruppo delle commedie dark i cui titoli li ho recuperati dalla lista: 70 Hilarious Dark Comedy. Questi si sono rivelati mediamente molto migliori dei primi 5, dei quali sono uno mi era piaciuto; qui solo uno non mi è piaciuto … il più noto e quotato.

 

Office Space (Mike Judge, 1999, USA)

Arguta e originale commedia sarcastica, ambientata in un tipico ufficio americano, di quelli enormi e sovraffollati, con i dipendenti chiusi nei classici separé (nel film “cubicoli”) dai quali ogni tanto si vede sporgere una testa. Perfettamente azzeccati i dialoghi (più che altro monologhi) fra il capufficio e la vittima di turno, così come le interviste dei due esperti che devono scegliere quelli di cui l’azienda può fare a meno. Anche le scene al fast food sono indovinate e senza alcuna esagerazione. Film indipendente senza grandi nomi e, a maggior merito, l’unica star (Jennifer Aniston) ricopre ruolo secondario e non da vamp. Senz’altro il migliore e più divertente di questa cinquina, con personaggi ben delineati e molte sorprese non banali. Da vedere, non si può raccontare … consigliato.

American Psycho (Mary Harron, 2000, USA)

Originale thriller che vede nei panni del protagonista il sempre convincente Christian Bale. Un executive newyorkese di successo vive una doppia vita, una di tipo maniacale, l’altra tendente al disturbato. Ben descritto il personaggio e quelli che gli ruotano attorno. Completa il quadro una buona sceneggiatura condita con qualche inaspettato twist. In vari punti rischia di cadere troppo nello splatter, ma in sostanza riesce a non esagerare. Merita una visione da parte degli appassionati del genere.

  

Adaptation (Spike Jonze, 2002, USA)

L’idea di fondo mi è parsa geniale, la combinazione di un libro (saggio/romanzo) reale difficile da sceneggiare, in un film con sceneggiatura altrettanto difficile da mettere insieme visto che fra i protagonisti ci sono l’autrice Susan Orlean (interpretata da Meryl Streep) e il soggetto della sua inchiesta John Laroche (Chris Cooper). Inoltre, il vero protagonista è Charlie Kaufman uno dei due gemelli sceneggiatori (Nicholas Cage) che è anche il vero sceneggiatore di questo film. Come se non bastasse, c’è una scena sul set di Being John Malkovich, film diretto da Spike Jonze tre anni prima. The Orchid Thief (Il ladro di orchidee) fu scritto dalla scrittrice e giornalista americana Susan Orlean che nel 1995 si era interessata di questa strana storia vedeva coinvolti un fanatico ricercatore di orchidee e vari Seminole (nativi americani) trattandone poi ampiamente su The New Yorker. Detto dell’intreccio, mi è sembrata troppo caricato il modo in cui viene presentato il protagonista, mentre ho trovato ottima l’interpretazione di Chris Cooper (Oscar non protagonista); da notare che ci furono anche 3 Nomination per Nicholas Cage protagonista, Meryl Streep non protagonista e Charlie Kaufman (nel film interpretato da Cage) per la sceneggiatura.

Election (Alexander Payne, 1999, USA)

C’è un po’ di tutto in questa commedia, soprattutto manie tipicamente americane che trovano terreno fertile in ambiente scolastico, ma non la solita trama trita e ritrita. L’ambizione e l’arrivismo la fanno da padrone, lasciando in secondo piano l’immancabile riferimento al bullismo e alle diversità. Buone le interpretazioni dei giovani, meno quella degli attori più navigati, a cominciare da Matthew Broderick. Nomination Oscar ad Alexander Payne come co-sceneggiatore, nella stessa categoria ne ha poi vinti 2 (Sideways e The Descendants); da sottolineare che per i suddetti film ottenne anche le Nomination come regista, così come per il successivo ottimo Nebraska (2013). Un regista che produce poco (9 film in quasi 30 anni) ma da tenere d’occhio per la buona qualità media.

Fight Club (David Fincher, 1999, USA)

Troppa voce narrante, inutile violenza, sceneggiatura assolutamente poco plausibile; non capisco proprio come possa essere all’11° posto fra i migliori film di sempre su IMDb, con un incredibile 8,8; i più saggi critici di RT lo fermano solo al 79% di recensioni sufficienti e addirittura nell’ancor più bilanciato Metascore scende a 66 (ancora troppo secondo me). Supponendo che lo conoscano quasi tutti, mi limito ad esporre il mio deciso dissenso con “la critica”. Il più deludente del gruppo, anche per essere tanto lodato (dagli altri).