Visualizzazione post con etichetta Colman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Colman. Mostra tutti i post

martedì 18 gennaio 2022

Microrec. 21-25 del 2022: altri probabili candidati Oscar, ma deludenti

Come già scritto in qualche post precedente, mi sembra che per questa edizione non ci siano superfavoriti, né film che avranno una decina di Nomination. Anche scorrendo i rating di quelli dati per probabili candidati, si trovano pochi nella novantina su RT e ancor meno con più di 8,0 su IMDb … e i Metascore sono spesso ancor più avvilenti. In questo gruppo volevo inserire i tre musical, ma non ho ancora recuperato il remake di West Side Story; ci sono invece gli altri due che hanno vari pinti in comune e si potrebbe aggiungere un film d’animazione. Infatti, Lin-Manuel Miranda, non conosciutissimo eppure famosissimo nell’ambiente musicale, specialmente come compositore, funge da trait d’union essendo regista di Tick, Tick … Boom!, autore della colonna sonora di Encanto ed è dal suo musical teatrale In the Heights (2007) che Jon M. Chu ha tratto l’adattamento cinematografico.

 

In the Heights
(Jon M. Chu, 2021, USA)

Film leggero, ambientato nella comunità latina di Washington Heights, quartiere all’estremo nord di Manhattan, NY. Essendoci soprattutto dominicani, cubani e portoricani non c’è da meravigliarsi se la musica caraibica la fa da padrona, con i suoi ritmi allegri che spaziano dal classico bolero a moderno hip-hop. Musica adatta per ballare e Chu non perde l’occasione per inserire coreografie abbastanza affollate per strada, nei cortili e perfino in piscina. Un buon passatempo, che negli anni passati non sarebbe stato notato ma, vista la concorrenza non è detto che rimanga fuori da tutto. Pur essendo inizialmente scettico l’ho trovato il più piacevole della cinquina.

The Last Duel (Ridley Scott, 2021, USA/UK)

Con questo Ridley Scott avrebbe potuto finire da dove ha iniziato, avendo esordito con il molto più essenziale eppure ottimo The Duellists nel 1977, ma a 84 anni suonati nella sua agenda ci sono già un film in pre-produzione e altri tre annunciati. La storia è vera ed è stata studiata e riportata da un letterato storico medievale e anche l'ambientazione si rifà a quanto descritto in altri suoi libri. In effetti quello del titolo non fu l'ultimo duello di Dio, sfida a morte nella quale la ragione veniva data al vincitore mentre il perdente veniva spogliato di titoli e proprietà e il suo cadavere veniva esposto (nudo) a testa in giù. I protagonisti e i fatti sono tuttavia veri e documentati, ciò non toglie che il film risulti lento e ripetitivo vista la scelta del regista e degli sceneggiatori (due dei quali anche interpreti: Ben Affleck e Matt Damon) di riproporre tre volte la stessa storia, narrata dai due contendenti e dalla donna contesa. Come la maggior parte dei cinefili sanno, questo schema narrativo è stato utilizzato più volte da oltre mezzo secolo, inaugurato alla perfezione da Akira Kurosawa nel suo Rashomon (1950, Oscar, 138° fra i migliori film sempre) nel quale, però si proponevano racconti molto più differenziati l'uno dall'altro e in solo un’ora e mezza. Inoltre il duello finale è tirato un po' troppo per le lunghe e contribuisce a far durare il film oltre due ore e mezzo, al contrario dell’abilità di sintetizzare i vari duelli del suo film d’esordio che avevo lodato poco tempo fa. In conclusione l'ho trovato poco avvincente, seppur con una buona messa in scena e nonostante le interpretazioni di Matt Damon e Adam Driver (meno convincente quella di Ben Affleck). Il film è stato più apprezzato dalla critica 86% RT che dal pubblico 7,4 su IMDb, rating comunque bassi per un Oscar.

  
King Richard (Reinaldo Marcus Green, 2021, USA)

Biopic tennistico presentato come relativo alle famose sorelle Williams, ma in effetti è incentrato sul loro megalomane padre Richard (qui definito King), mentre si parla poco di Venus (la maggiore) e ancora meno di Serena. Se si conosce un po' di storia del tennis moderno si riescono a seguire i riferimenti ai tanti atleti di spicco citati o inclusi nella sceneggiatura altrimenti restano nomi buttati lì senza alcun senso. Pare che il carattere del padre sia stato molto ammorbidito. Will Smith viene considerato favorito per l’Oscar come miglio attore protagonista. Fra sport e commedia … niente di particolarmente esaltante.

Tick, Tick … Boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021, USA)

Premesso che non conoscevo Lin-Manuel Miranda, non capisco come possa aver ceduto la regia di In the Heights a Jon M. Chu, per dirigere questo scialbo musical quasi senza coreografie e con un insopportabile protagonista. Si tratta di un ennesimo biopic, in particolare degli anni in cui Jonathan Larson (Andrew Garfield), poi autore di Rent, musical rock che fece storia, tentava di sfondare. Deludente e non solo per me, visti l’88% su RT e 7,6 su IMDb … non promettono bene per l’Oscar. 

The Lost Daughter (Maggie Gyllenhaal, 2021, Gre/UK)

Non ho mai apprezzato Maggie Gyllenhaal come attrice e questo suo esordio alla regia non migliora certo l’idea che ho di lei. Non ho neanche letto alcun romanzo di Elena Ferrante (il film è tratto da La figlia oscura, 2006) e non penso di farlo visto che capisco che le protagoniste dei suoi libri sono spesso donne impossibili, certamente in questo caso, che forniscono a chiunque buoni motivi per diventare misogini. Olivia Colman è certamente brava ad interpretare la protagonista falsa, umorale, introversa, intrigante. La situazione è peggiorata dai coprotagonisti di livello troppo inferiore, a cominciare da Dakota Johnson. Il film, nonostante le lodi dei critici (95% su RT) non è stato gradito dal pubblico tanto che, dei 546 commenti presenti oggi su IMDb, ben 124 gli hanno attribuito una stella e 77 appena 2 su 10, praticamente quasi 4 spettatori su 10 lo hanno stroncato senza pietà. È legittimo dedurre che qualcosa non vada, ma chissà se è attribuibile il film stesso o al romanzo dal quale è tratto in maniera abbastanza fedele. Personalmente non lo consiglio.

mercoledì 5 maggio 2021

micro-recensioni 96-100: 5 film, 9 Oscar, 21 Nomination

Candidature Oscar sempre più deludenti; pur volendo considerare le limitazioni della pandemia che hanno condizionato le produzioni e hanno rinviato qualche uscita in attesa della riapertura delle sale, si conferma la tendenza al ribasso della qualità media degli ultimi anni. Fra questi 5 (che dovrebbero essere i migliori) non c’è un solo vero film di gran livello. Proprio così, poiché l’ottimo The Father con un eccezionale Anthony Hopkins è un gran pezzo di teatro (ben riportato sullo schermo, ma sempre teatro è), Nomadland è un quasi-documentario con una sola (ottima) attrice, Druk avrebbe meritato qualcosa di più ma i plot secondari non sono al livello del principale, Mank (sul quale contavo per il soggetto cinematografico e il b/n) è in sostanza piatto e ripetitivo e non capisco come abbia potuto vincere l’Oscar per la (ridicola) fotografia e, infine, il tanto decantato Minari è assolutamente noioso, privo di una vera struttura o di alcun senso. Ecco le singole micro-recensioni.

The Father (Florian Zeller, 2020, UK) Oscar Anthony Hopkins protagonista e sceneggiatura e 4 Nomination (miglior film, Olivia Colman non protagonista, montaggio e fotografia)

Senza dubbio il miglior film del lotto e forse meritava anche l'Oscar come miglior film in assoluto. Ci sarebbe da riflettere anche sul fatto che abbia vinto la statuetta per la migliore “sceneggiatura non originale” … senza tener conto che l’autore del lavoro teatrale dal quale è tratto sia co-sceneggiatore nonché regista (Florian Zeller, alla sua prima e per ora unica regia, tanto di cappello). Veramente non si sa come dividere i meriti fra sceneggiatura originale adattamento, regia e interpretazioni (al plurale perché anche quella di Olivia Colman – candidata non protagonista – è più che apprezzabile). La costruzione del plot che vaga perennemente fra realtà, immaginazione, ansie e ricordi è a dir poco perfetta. La trama che, se raccontata, può sembrare banale è avvincente e coinvolgente. Distorsione dei tempi e dei personaggi, intervallata da lampi di lucidità del protagonista, basati sulla pura logica. Come anticipato, l’unico appunto che si possa fare è quella di essere più teatro che cinema, ma va bene così!

 

Druk (Another Round) (Thomas Vinterberg, 2020, USA) Oscar miglior film non in lingua inglese e 1 Nomination (regia)

Quando non (s)cadono nell’inutilmente deprimente, trovo i lavori dei registi del Dogma 95 più che apprezzabili e questo, con la sua vena di dark comedy, ne è un perfetto esempio. L’alternanza degli ambienti scuola, famiglia e gruppo ristretto di amici di bicchiere è perfettamente bilanciata, purtroppo quella familiare è meno incisiva e tende all’avvilente e banale visto e rivisto. Inoltre, ho trovato interessante la teoria portante del film che è perfettamente compatibile con gli stili di vita di tante culture o comunità che consumano costantemente alcol o simili con moderazione, senza mai scadere nelle esagerazioni di alcuni popoli nordici. Buona la solita tanta camera a mano (ben utilizzata) e l’inserimento di un paio di scene/situazioni fuori contesto ma perfettamente piazzate come il bambino occhialuto e il ballo finale.

Nomadland (Chloé Zhao, 2020, USA) Oscar miglior film, regia e Frances McDormand protagonista e 3 Nomination (sceneggiatura, montaggio e fotografia)

Dopo il tanto parlarne, mi aspettavo di più. Come forse alcuni ricordano, già conoscevo i precedenti due film di Chloé Zhao, anch’essi un po’ documentaristici è ambientati nel west, fra praterie, cavalli, nativi e gruppi sociali al limite della “società americana”. Pertanto, l’ho trovato un po’ ripetitivo, simile agli altri per struttura e per la intrinseca solitudine dei protagonisti (quasi sempre tutti “buoni”). La regista evidentemente si trova a suo agio con queste comunità isolate (non le definirei emarginate) e appare fruttuosa la sua collaborazione con Joshua James Richards, direttore della fotografia di tutti e 3 i suoi film, che certamente sa approfittare degli immensi spazi (apparentemente) vuoti.

  

Mank (David Fincher, 2020, USA) Oscar sceneggiatura e fotografia (sic!) e 8 Nomination (miglior film, Gary Oldman protagonista, regia, Amanda Seyfried non protagonista,sonoro, musica, trucco e costumi)

Deludente per la sceneggiatura, per la controfigura di Orson Welles, per la sceneggiatura e, soprattutto, per le luci assolutamente irreali che ho trovato addirittura fastidiose. Luci assolutamente bianche e nette, da quelle emanate dai lampioni a quelle che entrano da porte e finestre quasi come un sole di mezzogiorno che però sta all’orizzonte (ma neanche in tali casi si sarebbero creati quegli effetti). I dialoghi non sono un granché e il di solito più che apprezzabile Gary Oldman qui appare svogliato e sottotono. I personaggi di contorno sono, a dir poco, per niente credibili. Se credessi a tali cose, penso che sia Welles che Mankiewicz si stiano rivoltando nella tomba.

Minari (Lee Isaac Chung, 2020, USA) Oscar non protagonista a Yuh-Jung Youn e 5 Nomination (miglior film, Steven Yeun protagonista, regia, sceneggiatura e musica)

Delusione totale, nemmeno la “nonna” vincitrice del premio Oscar come non protagonista mi è sembrata veramente meritevole del premio. La storia non è su una comunità di immigrati asiatici né sul loro inserimento nella società americana, né su intraprendenti agricoltori nel mid-west, né sulle dinamiche di una giovane famiglia coreana, né sull’ambiente. Il regista (anche sceneggiatore unico) ha inserito un po’ di tutto senza concludere niente; senz’altro fra i suoi colleghi in patria ce ne sono di molto più meritevoli.