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domenica 26 giugno 2022

Microrecensioni 181-185: un documentario da Oscar e film inusuali

Il documentario non solo meritò l’Oscar, ma fu anche acclamato per l’affascinante personaggio che fece conoscere al pubblico, perfino a quello degli USA, sua terra natale. C’è poi l’ultimo film di Balabanov, al di fuori degli schemi ma affascinante come altri suoi lavori, due film completamente diversi ma indissolubilmente legati dal personaggio di Cagliostro, e infine un banale, per quanto buono, candidato Oscar di Truffaut.

 
Searching for Sugar Man (Malik Bendjelloul, 2012, Swe/UK/Fin)

Ottimo documentario apparentemente musicale ma in effetti investigativo, che conta su una storia tanto straordinaria quanto incredibile, eppure assolutamente vera. Cantautore senza successo a Detroit sparisce dalla circolazione e viene dato per morto, con voci di suicidio sul palco. Lo stesso artista ha grande successo in Sud Africa, paese nel quale non si è mai recato, e grazie ai testi le sue canzoni (in parte censurate) diventano emblematiche per il movimento anti-apartheid. Un musicista / giornalista di quel paese decide di scoprire qualcosa di più sul background di Rodriguez (il chitarrista cantante scomparso) e in maniera a dir poco rocambolesca riesce a mettersi in contatto con la sua famiglia … per il resto consiglio di guardare il documentario! Intrigante il modo in cui è stata organizzata la sceneggiatura di questo film nel quale non ci sono attori, ognuno interpreta sé stesso, ma si utilizzano anche foto e immagini di repertorio. Vinse l’Oscar come miglior documentario (ma forse si sarebbe dovuta prendere in considerazione anche la sceneggiatura) e decine di altri premi, cosa non comune per questo genere.

Mee Too (Aleksey Balabanov, 2012, Rus)

Ultimo film di Balabanov (morto nel 2013 a soli 54 anni) del quale fu unico sceneggiatore e interprete, seppur nella breve parte di un disperato regista cinematografico. Come contenuti ricorda Stalker (1979) di Tarkovsky, come ritmo e commento musicale il suo stesso Stoker (2010), pur cambiando l’autore da Valeriy Didyulya a Leonid Fyodorov. Film fra il surreale e il fantascientifico, ambientato prima nella moderna San Pietroburgo e poi, con condizioni meteo che cambiano improvvisamente, in lande desolate e gelate. Cinque personaggi mal assortiti viaggiano in un suv nero alla ricerca della felicità che sperano di raggiungere entrando in una torre diruta in mezzo al niente. Situazioni surreali e commedia nera si mischiano a considerazioni filosofiche e religiose, con dialoghi ridotti veramente al minimo, mentre si apprezza la solita ottima fotografia dei film di Balabanov.  

  
Il ritorno di Cagliostro (Daniele Ciprì, Franco Maresco, 2003, Ita)

Mockumentary assolutamente (e volutamente) sconclusionato nel quale si miscelano scene in stile Cinico TV (la famosa serie di RAI3, in onda fra il 1992 ed il 1996), riferimenti filmici come quello che giustifica la produzione del film della disastrata Trinacria Cinematografica, citazioni vere e proprie come un protagonista che appare vestito come il conte Orlok nel Nosferatu di Murnau (1922). La trama vede tre parti ben distinte: 1) presentazione dei fratelli La Marca (gli incapaci produttori a capo della Trinacria Cinematografica), 2) grazie a un generoso finanziamento si inizia a girare Il ritorno di Cagliostro scritturando un regista di grido e un attore americano di fama internazionale, 3) si spiegano i retroscena dell’intera operazione e le collusioni con la mafia. In più punti si ricorre ai sottotitoli in quanto molti protagonisti a volte parlano in siciliano stretto. Come dovrebbe essere adesso chiaro, i registi/autori (quelli veri, Ciprì e Maresco) si barcamenano fra citazioni colte e cinematografiche, satira, assurdità e volgarità, contando su uno stuolo di personaggi caricaturali al limite della realtà, ma non troppo.

Black Magic (Gregory Ratoff, Orson Welles, 1959, Ita/USA) Gli spadaccini della Serenissima

Dopo essermi casualmente imbattuto in Il ritorno di Cagliostro, ho voluto guardare questo film al quale i registi siciliani dichiaravano di essersi ispirati. La sceneggiatura è liberamente adattata dai primi due romanzi del ciclo di Maria Antonietta e della Rivoluzione di Alessandro Dumas: Joseph Balsamo (1848) e La collana della Regina (1850). Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro (1753-1795), fu un avventuriero, alchimista, esoterista e truffatore che effettivamente frequentò le corti di mezza Europa con sorti alterne, per poi finire condannato dal Sant’Uffizio. In gran parte può essere assimilato ai film di cappa e spada e la parte sostanziale si sviluppa nell’ambito della corte parigina, poco prima della Rivoluzione Francese. Orson Welles ha più volte affermato che la realizzazione di questo film, del quale è protagonista e uncredited co-regista, è stato il più puro divertimento della sua carriera. Cagliostro fu il titolo con il quale Black Magic (lett. Magia nera) fu distribuito in vari paesi ma in Italia pensarono bene di inventarsi l’alternativo Gli spadaccini della Serenissima (sic!).

Le dernier métro (François Truffaut, 1980, Fra)

Anche questo film di Truffaut (mai visto in precedenza) mi ha sostanzialmente deluso. Non che sia mal realizzato, ma si trascina per oltre due ore senza riuscire a coinvolgere. Certamente ottime le interpretazioni, seppur con qualche riserva su quella di Depardieu, ma il tutto si riduce a teatro nel teatro. Infatti la maggior parte delle scene si svolgono nel Teatro Montmartre, nel periodo dell’occupazione tedesca. Il proprietario ebreo vive nascosto nel sotterraneo e sua moglie (attrice, un’eccellente Catherine Deneuve) è colei che ufficialmente dirige la compagnia. Si assiste quindi a piccole beghe e corteggiamenti fra protagonisti, alle prove del nuovo spettacolo e infine la prima. Sostanzialmente noioso; pur essendo Truffaut il più famoso dei registi della Nouvelle Vague (forse alla pari con Godard), altri co-fondatori del movimento come Rivette e Rohmer sono riusciti quasi sempre a produrre film interessanti (e anche più lunghi) con molto meno.

giovedì 25 novembre 2021

Interessanti e ottime proposte di film NOIR su Criterion

Sempre alla ricerca di buoni titoli, seguo vari siti e social di cineteche, piattaforme di streaming e distributori di film arthouse (anche se non disponibili in Italia) e, pur avendone guardati migliaia, trovo sempre qualcosa di nuovo e interessante o mi riportano alla mente film guardati vari decenni fa. Una raccolta di una settantina di titoli di qualità è apparsa di recente sul sito Criterion. Suggerisco di dare una scorsa ai titoli di questa pagina dedicata specificamente ai noir (per me specialmente interessante essendo appassionato del genere), non solo i classici americani in b/n degli anni ‘40 e ’50, ma anche più recenti fino agli anni ’90, oltre ad una buona collezione di giapponesi degli anni ‘60/70 e qualche europeo (dispiace non vedere titoli messicani … ce ne sono numerosi della Epoca de Oro che non hanno nulla da invidiare ai suddetti). I noir rappresentano uno stile più che un genere che ha avuto successo durante quali l’intera storia del cinema, tanto da meritarsi saggi, studi e perfino enciclopedie! 

 

Vi propongo anche questo video che esalta non solo i noir ma anche le potenzialità della fotografia in bianco e nero. Per chi non conoscesse Criterion, sappia che dal 1984 si dedica al recupero e distribuzione di film internazionali di qualità e da vari anni li rende disponibili anche in streaming, purtroppo ancora limitato a USA e Canada. In attesa di potere usufruire anche in Italia è comunque utile seguirlo per nuovi spunti, così come si seguono le programmazioni delle cineteche e di vari Festival, sia che si tratti di nuove uscite che di retrospettive. A Criterion è legato anche il distributore Janus Films (attivo dal 1956) che conta oltre 1.000 titoli internazionali (per lo più del secolo scorso) fra i quali tanti classici di Antonioni, Eisenstein, Bergman, Fellini, Kiarostami, Kurosawa, Sembène, Tarkovsky, Truffaut e Ozu.

Per trovare tanti altri buoni film si può visitare il sito MUBI che, ormai già da qualche anno, consente lo streaming anche in Italia a prezzi accessibilissimi. Oltre ad una regolare programmazione giornaliera di film che restano online per 30 giorni, propone tanti altri titoli divisi in varie categorie come La top 1000 di MUBI, film dei Festival di Cannes e Locarno, Palme, Leoni e Orsi d’Oro, retrospettive dedicate a singoli registi (ora online ci sono Ozu, Bergman, Tarkovsky, Varda, Kieslowsky).

Altro sito da seguire (ma solo per prendere spunto dal catalogo visto che le visioni sono purtroppo limitate al territorio UK) è quello del British Film Institute (BFI). Tante altre idee si possono avere seguendo le programmazioni di cineteche come quelle di Parigi, Madrid, Lisbona, Bologna, Ginevra, Ciudad de Mexico e infinite altre, di solito con un occhio di riguardo alla cinematografia del proprio paese.

sabato 4 luglio 2020

Micro-recensioni 231-235: film sovietici d’autore

Sull’entusiasmo derivante dalla visione di Sayat Nova - Il colore del melograno, ho guardato gli altri 3 film imprescindibili di Parajanov, girati nell’arco di una 20ina di anni. Ho completano questo gruppo con due film di lunghezza ridotta degli inizi di Tarkovsky (considerandoli un’unica visione) e uno dei tanti adattamenti dello shakespeariano Re Lear, ma di indiscusso pregio.
Shadows of Forgotten Ancestors (Sergei Parajanov, URSS, 1965)
The Legend of Suran Fortress (Sergei Parajanov, URSS, 1985)
Ashik Kerib (Sergei Parajanov, URSS, 1988)

Con questi 3 ho guardato quanto c’era da guardare di Parajanov. Di solito gli sono accreditati 10 film, ma il regista rinnegò quanto prodotto prima del ’65 (5 film in stile più o meno tradizionale) definendolo “spazzatura” e l’ultimo non si dovrebbe prendere in considerazione in quanto riuscì a girare solo parte di esso prima della morte. Ne restano così 4, in parte simili per stile ambientazione, basati su leggende e miti, fra il surreale e tableaux vivant, scenografie e location naturali, coloratissimi costumi tradizionali, tanti animali, uso della luce in modo molto espressivo colori forti e contrastanti, musica etnica. Per ognuno di essi si potrebbe scrivere tanto e comunque resterebbero parti non sufficientemente analizzate e molte altre misteriose o incomprensibili per i non esperti di tali culture.
Aggiungo solo che il suo ultimo film portato a termine Ashik Kerib (1988) mi è sembrato meno avvincente dei precedenti forse perché con trama più comprensibile e lineare. Inoltre, rispetto agli altri c’è una maggior continuità nella colonna sonora composta da brani musicali musica e canti tradizionali visto che il protagonista che dà il titolo al film è un menestrello, girovago per forza. Parajanov lo dedicò al suo amico Andrei Tarkovsky, deceduto due anni prima a soli 54 anni.
Comunque ribadisco che sono tutti film da guardare con attenzione, un piacere per gli occhi anche se non si riescono a carpire tutti i significati e i simbolismi.
Re Lear (Grigoriy Kozintsev, URSS, 1971)
Dramma shakespeariano molto ben messo in scena, in affascinanti location. Girato in b/n e in formato 2.35:1, conta su ottime interpretazioni di tanti attori di chiara origine teatrale. Al di là dell’ottima tecnica, come è immaginabile risulta un po’ “pesante” non tanto per la lunga e articolata storia quanto per l’eloquio aulico. Seppur adattato in modo totalmente diverso, regge più che bene il confronto con la versione nipponica di Kurosawa: Ran (1985).
Korol Lir, questo il titolo originale, fu l’ultimo dei soli 15 film diretti da Kozintsev in oltre 40 anni; il precedente era stato Gamlet (Amleto, 1964) ancor più elogiato di questo ed evidentemente basato su un’altra tragedia del famoso autore inglese. Mi dovrò mettere alla sua ricerca.

The Killers (Andrei Tarkovsky, Aleksandr Gordon, URSS, 1956)
Tarkovsky diresse due delle tre parti di questo corto di poco più di un quarto d’ora ed interpreta il secondo cliente, suo cognato, il coregista Aleksandr Gordon, diresse l’altro ed interpreta il barista, non è chiaro quale parte abbia avuto la terza co-autrice Marika Beiku. Il filmato fu prodotto mentre erano studenti Film Institute di Mosca e fu uno dei primi casi dell’epoca in cui fu concesso di utilizzare un soggetto americano; è infatti tratto da un racconto di Hemingway.

Violin and Roller (Andrei Tarkovsky, URSS, 1961)
Mediometraggio di circa un quarto d’ora nel quale già appaiono dei temi cari al regista: tanta acqua, riflessi e specchio. Tuttavia, manca la pacata lentezza che sarà un marchio di fabbrica per i successivi capolavori.

domenica 28 giugno 2020

Micro-recensioni 226-230: sorprese di generi molto diversi

Non mi stancherò mai di ripetere che, a ben cercare, si troveranno sempre tanti film assolutamente sorprendenti.

The Color of Pomegranates - Sayat Nova
(Sergei Parajanov, URSS, 1969)
Per questo gruppo, mi riferisco in particolare a Sergei Parajanov, regista sovietico (di origine armena, nato in Georgia, lavorò in Ucraina) di gran livello artistico, ma ostacolato, boicottato e anche imprigionato dal regime. Fu grande amico di Tarkovsky con il quale condivideva molte idee in contrasto con lo stile realistico, all’epoca quasi imposto dai censori. Sayat Nova fu un famoso poeta-musicista-trovatore georgiano del XVIII secolo ed il film segue vagamente gli eventi principali della sua vita. Non essendo stato approvato dalla censura per non essere una biografia fedele, il titolo fu cambiato in The Color of Pomegranates (Il colore del melograno).
In effetti si tratta di un’opera nella quale si miscelano il surrealismo e lo sperimentale, in quanto è costituita da una serie di inquadrature fisse nelle quali appaiono attori (fra i quali Sofiko Chiaureli, la sua musa, che interpreta 6 personaggi diversi, di entrambe i sessi), numerosi animali e tanti simboli, per lo più religiosi. Girato in vari siti storici armeni, fra i quali molti edifici religiosi quasi in rovina, non include dialoghi, ma solo pochi versi recitati. Pur essendo affascinante anche a prima vista, si può essere certi che la conoscenza della liturgia e delle tradizioni armene faciliterebbe la comprensione delle immagini. 
Per dare un’idea del film, ecco un breve trailer:

Per Cahiers du Cinéma fu il quinto miglior film dell'anno. Restaurato nel 2014 da The Film Foundation (World Cinema Project) di Martin Scorsese.
Dalle Repubbliche Caucasiche ex-sovietiche all’Iran il passo è breve e ci sono arrivato con altri due film di Abbas Kiarostami che, anche stavolta, propone storie molto “umane” in ambienti sociali relativamente poveri, in piccole comunità rurali che si raggiungono percorrendo interminabili, tortuose e polverose strade sterrate. In entrambe i film (dai soggetti molto originali) si sottolinea il contrasto fra l’uomo di città e la cultura locale, con i differenti ritmi di vita e soprattutto diverse valutazioni.

Taste of Cherry (Abbas Kiarostami, Iran, 1997)
The Wind Will Carry Us (Abbas Kiarostami, Iran, 1999)
In Taste of Cherry il protagonista, a bordo del suo fuoristrada, si aggira alla ricerca di una persona che lo seppellisca visto che è sua intenzione suicidarsi in aperta campagna. Incontrerà varie persone di origini, età e professioni diverse ed ognuno gli offrirà la propria visione della vita … a seconda dei casi poetica, religiosa, di buon senso.
Palma d’Oro a Cannes, per Cahiers du Cinéma fu il sesto miglior film dell’anno.

The Wind Will Carry Us è molto più vario e movimentato ed è incentrato su un’altra storia al limite del surreale, con un giornalista che, spacciandosi per un ingegnere accompagnato da alcuni colleghi (che non si vedranno mai), con la scusa di un fantomatico lavoro va in un piccolo villaggio del Kurdistan a documentare la morte di un’anziana. Tuttavia, questa tarda a morire e il giornalista ha occasione di incontrare tanti personaggi peculiari, giovani e anziani, donne, uomini e bambini e con ognuno ha modo di discutere. In particolare, stringerà amicizia con il ragazzino che al suo arrivo lo attendeva all’ingresso del villaggio e che successivamente gli fa da guida.  
Per Cahiers du Cinéma fu il secondo miglior film dell’anno, a Venezia ottenne 3 Premi e Nomination Leone d’Oro.
Completano la cinquina due film anglofoni di metà secolo scorso, entrambi di più che buona qualità.
A Hatful of Rain (Fred Zinneman, USA, 1957)
Tratto da un lavoro teatrale di successo che nel 1955 debuttò a Broadway interpretato da Shelley Winters e Ben Gazzara, poi sostituito da Anthony Franciosa che, per la sua interpretazione in questo film ottenne la Nomination come miglior protagonista. Pur soffrendo un po’ della sua sceneggiatura palesemente teatrale, è senz’altro un ottimo film sia per la qualità delle prestazioni degli attori (tutti …) sia per il soggetto che oltretutto all’epoca era quasi tabù: la dipendenza dalla droga.

They Made Me a Fugitive (Alberto Cavalcanti, UK, 1947)
Uno dei tanti onesti noir inglesi che senz’altro avrebbero avuto maggior successo e notorietà se fossero stati prodotti dall’altro lato dell’oceano. La storia non è del tutto banale, le interpretazioni sono buone, trovo però che gli eventi finali siano mal proposti, con scontri molto mal rappresentati. Comunque una piacevole visione.

#cinegiovis #cinema #film 

lunedì 6 gennaio 2020

Consuntivo dei 409 film guardati nel 2019

Nella pagina con i link alle ultime micro-recensioni 2019 ci sono anche quelli alle pagine con i link a oltre 1.500 film visti dal 2016.

Come tutte le liste simili (non classifiche che sono impossibili da stilare) la scelta è sempre molto soggettiva e hanno gran peso le particolarità di determinati film, l’ambientazione (in particolare quelle in realtà più o meno sconosciute per motivi geografici o temporali). Nei vari gruppi che ho composto tengo anche conta dell’aspettativa, vale a dire rating per i film d’epoca, recensioni per i film attuali. In quest’ultimo settore comincio con quelli che si potrebbero definire deludenti, ma per niente scadenti, dopo averne sentito parlare tanto ed in termini entusiastici. Su tutti spiccano The Irishman (di Scorsese), Parasite (di Joon-ho Bong) e, a inizio anno Roma (Cuaron), Joker (di Todd Pkllips). E il disappunto è ancor maggiore se si considerano i budget per la produzione e quelli per la promozione (per Roma si spese di più per il lancio che per la realizzazione effettiva!)
A questi si possono aggiungere Shoplifters (di Hirokazu Koreeda), The Ballad of Buster Scruggs (dei Coen), BlacKkKlansman (Spike Lee), Burning (di Chang-dong Lee), ciascuno con qualche merito, fino al pessimo Knives Out (di Rian Johnson).
Al contrario, fra gli altri, alcuni dei quali molto discussi, quelli che mi hanno positivamente sorpreso (ma non per questo sempre migliori dei precedenti) ci sono Once Upon a Time in Hollywood (di Quentin Tarantino), Rocketman (di Dexter Fletcher), Dolor y Gloria (di Pedro Almodóvar), The Lighthouse (di Robert Eggers), The House That Jack Built (di Lars von Trier), Portrait de la jeune fille en feu (di Céline Sciamma).
 

Fra i recuperi di film del passato, per lo più a me sconosciuti, mi sono molto piaciuti I was born, but …  (di Yasujirô Ozu, 1932) un muto di gran qualità, Black River (1957) l’unico noir di Masaki Kobayashi, Elmer Gantry (di Richard Brooks, 1960) con un eccellente Burt Lancaster, nonostante sia una Ghost Story (titolo internazionale) in Kwaidan (1964) Kobayashi raggiunge vette altissime in quanto a immagini e colori, il coreano Chunhyang (di Kwon-taek Im, 2000) mi ha fatto conoscere una storia tradizionale, portata sullo schermo oltre 20 volte, nonché lo stile teatrale del pansori, infine Nebraska (di Alexander Payne, 2013) che cercavo da tempo.
Ciò per quanto riguarda le mie novità, ma anche quest’anno non ho trascurato le “indagini” andando a recuperare tutti i film di Andrei Tarkovsky che mi mancavano (e per fortuna in sala) quali Lo specchio (1975) e Stalker (1979) (altri due suoi capolavori). Restando oltrecortina, dopo la visione di Ray (Paradise, 2016) sono andato a recuperare altri film di Andrey Konchalovskiy come Siberiade (1979), The Postman's White Nights (2014) e un paio di acclamati classici degli anni ’60, tempi di guerra fredda: Il padre del soldato (1965, di Rezo Chkheidze) e La Commissaria (1967, di Aleksandr Askoldov). E, andando a ritroso, non ho trascurato i capolavori di Sergei Eisenstein dei decenni precedenti quali Alexander Nevsky (1938) e i 2 Ivan Groznyi (1944 e 1958), per finire a guardare il film eccezionale/sperimentale di Dziga Vertov (che non ero ancora riuscito a guardare per bene) L'uomo con la macchina da presa (1929).

 

Da questo a parlare di un paio di film che si potrebbero definire documentari ma non lo sono il passo è breve. Uno è Lumiere! (2016, di Thierry Frémaux), un’antologia commentata di oltre 100 film di 50” ciascuno dei famosi fratelli e Me llamaban King Tiger (2017, di Angel Estrada Soto) che illustra la storia di uno straordinario personaggio che, più o meno da solo, sfidò l’establishment USA, la giustizia, il Congresso, la CIA. 
E ciò mi dà lo spunto per passare a citare un buon gruppo di film “etnici” che, pur contando su pochi mezzi e budget limitati, mostrano aspetti di culture sconosciute e/o problemi politici e sociali e/o periodi storici dei quali si sa molto poco.
Non mi sono fatto mancare una approfondita ricerca con qualche nuova visione fra i muti espressionisti e quelli immediatamente successivi dei tanti registi mitteleuropei che poi si trasferirono oltreoceano facendo la fortuna di Hollywood; classici che non deludono mai, anzi sembrano migliorare con il passar del tempo anche per la pochezza di gran parte delle produzioni moderne, tutte effetti e poca sostanza cinematografica pura:
* Fritz Lang - i Nibelunghi (1924), Metropolis (1927, restauro del 2010 – ma si dovrebbe dire ricostruzione), M - il mostro di Dusseldorf (1931)
* Robert Wiene – nei cui film si apprezzano le migliori scenografie espressioniste in assoluto Il gabinetto del Dr. Caligari (1924, restaurato), Genuine: The Tragedy of a Vampire (1920) e Orlac's hands (1924)
* Josef von Sternberg – dagli ultimi muti europei quali The Last Command (1928) all’inizio della sua carriera americana con The Docks of New York (1928), Dishonored (1931), The Shangai Gesture (1941)
Rimanendo in tema muti Europei, G.W. Pabst con Joyless Street (1925, nel quale lanciò Greta Garbo), Diario di una donna perduta e Lulù (entrambi del 1929 e con la star americana dell’epoca Luise Brooks), L’opera da tre soldi (1931). 


 

Poi è venuto il turno dell’eccezionale film d’animazione in stile teatro delle ombre cinesi Le avventure del principe Achmed (1926, di Lotte Reiniger) e il kolossal Napoleon (1927, di Abel Gance), due assolute novità per me, ma tutti i film di questo gruppo d'epoca sono da visionare con attenzione.
Tralasciando di citare molti classici moderni ri-guardati con molto piacere e varie argute e divertenti commedie semi-demenziali (genere che mi diverte se di un certo livello e non volgare), chiudo segnalando 3 ottimi western che non avevo mai sentito nominare, dalla struttura molto anomala e originale: The Ox-Bow Incident (aka Alba fatale, 1943 di William A. Wellman) e due film di John Sturges, un maestro in questo campo: Bad Day at Black Rock (1955) e Last Train from Gun Hill (1959). 
   
Qualunque siano i vostri gusti e per quanti film possiate aver visto nel corso della vostra vita da cinefili, a ben cercare troverete sempre molti altri titoli sorprendenti.

giovedì 28 febbraio 2019

15° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (71-75)

Per questo gruppo non ho avuto dubbi nell’ordinare il film per preferenza, anche se avrei potuto concedere un pari merito ai primi due. In fondo al gruppo ci sono 2 classici americani degli anni '30 che, oltre a essere molto datati, si sono trovati in una "cinquina terribile"!

     


72  Lo specchio (Andrei Tarkovsky, URSS, 1975) tit. or. “Zerkalo” * con Margarita Terekhova, Filipp Yankovskiy, Ignat Daniltsev  * IMDb  8,10  RT 93% 
Film di Tarkovski che mi mancava, affascinante anche se certamente di difficile, difficilissima lettura, ma ha un suo proprio valore comunicativo diretto come una qualunque altra opera d’arte. Le scene si susseguono in modo volutamente disordinato in quanto rappresentano pensieri e ricordi di un uomo malato, che rivive mentalmente vari momenti della sua vita. Si alternano quindi luoghi, visioni e sogni, talvolta in bianco e nero, altre a colori, in interni e in esterni, con improvvisi colpi di vento, pioggia e fuoco (che mi sembra un tema ricorrente nei film di Tarkovski). Pregevoli i lentissimi movimenti di macchina, le riprese d’infilata e la gestione delle immagini riflesse. Più che buone le interpretazioni.
Lo stesso regista declama alcune sue poesie, non tutte di semplice interpretazione e/o da porre in relazione alle immagini proposte. Oltretutto, penso che ciò sia aggravato dal fatto - noto - che se la traduzione di testi “normali” è difficile, quella di versi è praticamente impossibile senza perdere qualcosa dello spirito originale. Magra consolazione può essere il fatto che non essendo del tutto connesse con le immagini, si può restare concentrati solo su queste ultime e apprezzarle nel migliore dei modi.
Un film imperdibile per chi ha il gusto dell’immagine e del cinema canonico seppur quasi sperimentale, incomprensibile e noioso per chi vuole solo azione, chiacchiere ed effetti speciali.
Ho letto un interessante aneddoto nel quale si riporta di una interminabile discussione fra critici che si scontravano sull’interpretazione del film volendo vedere simboli in ogni oggetto, animale e ripresa, alla fine interrotti da una donna addetta alle pulizia (che li sollecitava a terminare per poter procedere con il suo lavoro), avendo visto il film, più o meno disse: “Io l’ho capito, sono semplicemente i ricordi di un uomo morente va con la mente a vari momenti della sua vita, in modo disordinato come è normale”. I critici tacquero e se ne andarono.

73  Pájaros de verano (Cristina Gallego, Ciro Guerra, Col, 2018) tit. int. “Birds of Passage” * con Carmiña Martínez, José Acosta, Natalia Reyes  * IMDb  8,0  RT 93% * presentato al Festival Cannes (Quinzaine des Réalisateurs)
La coppia di cineasti colombiani (sia in campo professionale che di fatto) propone un'altra storia profondamente radicata nell'ambiente rurale colombiano dei nativi e mestizos. Dopo “La sombra del caminante” (2004), “Los viajes del viento” (2009) e il più famoso “El abrazo de la serpiente” (2015, candidato Oscar), diretti e scritti solo da Ciro Guerra e prodotti da Cristina Gallego, per questo quarto film hanno collaborato alla sceneggiatura e condiviso la regia.
La trama, basata su fatti reali e divisa in 5 Cantos, narra degli inizi del business della droga, proponendo gli sviluppi del commercio internazionale della marijuana e gli scontri (spesso cruenti) fra clan in cinque fasi, dal 1968 al 1980, poco prima dell’irruzione sulla scena internazionale del narcotraffico di Pablo Escobar, ormai famoso grazie a serie tv e film.
L’arrivo improvviso di fiumi di denaro in una comunità rurale sostanzialmente povera, legata ad antiche tradizioni, divisa in famiglie e clan, ebbe l’immediato effetto di mettere a nudo avidità prepotenza e sete di potere e aumentarle a dismisura, stravolgendo i rapporti fra i vari gruppi, facendo perdere il rispetto, l'onore, i valori sociali, e anche il buonsenso.
Non c’è modo di frenare questa escalation, chi ci prova viene ovviamente schiacciato, dai capi difendono i membri della loro famiglia anche quando si trovano dalla parte del torto.
Molti hanno voluto vedere nell’essenza di questa storia varie similitudini con la saga della famiglia Corleone narrata da Coppola nei vari Godfather (qui c’è un capofamiglia donna), ma a ben guardare si può dire che si tratta di una storia vecchia quanto il mondo ... gruppi che si alleano per reciproca convenienza, ma poi c’è sempre chi vuole acquisire il potere assoluto, eliminando senza scrupolo alcuno la parte avversaria.
La cosa che può sbalordire, ed è ben narrata, è il come possano adattarsi rapidamente credenze, riti e premonizioni alle necessità del business. Nel susseguirsi dei Cantos, si vedono traballanti e sconnesse capanne di legno tramutarsi in ricche ville simili a cattedrali nel deserto, gli uomini all’inizio armati di carabina e machete saranno ben presto forniti di Kalashnikov e anche bazooka, gli animali da soma sono prontamente sostituiti da fuoristrada 4x4 e  poi avionetas, insomma una evoluzione rapidissima che, oltre a costare molte vite umane, fa perdere agli indigeni la lor identità e la loro cultura. Significativi i titoli dei tre Cantos centrali: "Las tumbas - 1971", "La prosperidad - 1979", "La guerra - 1980".
La bellezza delle riprese di Ciro Guerra in ambiente naturale e spesso selvaggio sono cosa ormai nota così come il saggio utilizzo di attori indigeni non professionisti e dei tanti elementi tipici dell’antica cultura locale, dai vestiti, ai simboli, agli ornamenti, ai riti, alle feste, ai canti.
Sul versante opposto, viene anche ribadita la nota equivocità dei Peace Corps, ufficialmente “Agenzia pubblica che dipende dal Governo degli Stati Uniti d'America” nata durante la presidenza Kennedy che fra i suoi membri contava non solo veri volontari, ma hippy “figli dei fiori”, piccoli trafficanti, agit-prop e (più o meno ufficialmente) agenti CIA in incognito.
Un bel film che tuttavia lascia tanto amaro in bocca e anche una certa tristezza, nel vedere i danni irreparabili causati in pochi anni “dall’occidentalizzazione” a etnie, ambienti e culture secolari.

     

71  Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, Ita, 1960) * con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot * IMDb  8,3  RT 92% * Premi Speciale della Giuria e FIPRESCI, Nomination Leone d’Oro a Venezia
Film del quale avevo sempre rimandato la visione, non essendo Visconti un regista che mi attiri in particolar modo. Non voglio certo negare le sue qualità, ma non apprezzo il suo stile.
In questo caso particolare, ci sono un paio di scelte che mi hanno lasciato perplesso e che lo allontanano molto dal neorealismo italiano, comunque giunto alla fine del suo percorso. In primis, il cast internazionale, con due personaggi principali interpretati da francesi (Annie Girardot e Alain Delon) e, subito dopo in ordine di importanza, una greca (Katina Paxinou) veste i panni del personaggio chiave della madre dei 5 fratelli (tutti lucani) lasciando il solo Renato Salvatori come rappresentante italiano. Non c'erano attrici/attori all'altezza o fu una questione imposta dalla produzione? In aggiunta a ciò, e parzialmente logica conseguenza, si ricorse a un doppiaggio “di massa”, quindi anche le voci di vari italiani che interpretavano personaggi provenienti dalle povere campagne lucane furono sostituite da quelle dei doppiatori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, oltre all'ovvia mancata sincronia con il labiale si nota che la parlata tutt'è fuorché lucana, con frequenti "sc" che l’assimilano molto più un dialetto di centro Italia, comunque ridicolmente italianizzato.
In un film come questo, nel quale si sottolineano i contrasti nord/sud, progresso/arretratezza, ricchezza/povertà, sarebbe stato opportuno curare in modo migliore questo aspetto.
Fra gli interpreti principali spiccano Annie Girardot e Renato Salvatori (Alain Delon sembra sempre imbambolato, anche se in parte ciò è dovuto al suo personaggio), e fra i non protagonisti si contraddistingue Paolo Stoppa.
Sceneggiatura e dialoghi non si discutono, essendo frutto della collaborazione di tante “ottime penne” (Suso Cecchi D'Amico, Vasco Pratolini, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Luchino Visconti, Enrico Medioli e Giovanni Testori), ma la messa in scena non mi è sembrata all’altezza.


75  It Happened One Night  (Frank Capra, USA, 1934) tit. it. “Accadde una notte” * con Clark Gable, Claudette Colbert, Walter Connolly * IMDb  8,1  RT 98% * 5 Oscar (miglior film, regia, Clark Gable e Claudette Colbert protagonisti, sceneggiatura) * 191° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Con questo e prima con Grand Hotel ho messo mano a una serie di classici del cinema americano di molti decenni fa che non avevo mai visto, approfittando di una serie di dvd appena giunta in biblioteca.
C’è poco da dire, è una commedia quasi perfetta (per me la perfezione in questo campo non esiste) come tante altre di Capra (p.e. Arsenico e vecchi merletti, 1944). La ben congegnata storia, con tempi eccellenti e personaggi stravaganti, viene ben interpretata da tutto il reparto, sia i caratteristi che i 2 protagonisti che in questa occasione vinsero il loro unico Oscar della carriera (successivamente ottennero 2 Nomination a testa).
Commedia estremamente datata, tuttavia ancora più che piacevole per una visione spensierata.

74  Grand Hotel (Edmund Goulding, USA, 1932) * con Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford * IMDb  7,5  RT 86% * Oscar come miglior film
Film di difficile definizione, quasi corale, con spunti da commedia, a tratti romantico, un po' thriller con un omicidio di mezzo, in effetti abbastanza triste per la varietà di personaggi che, pur alloggiando al Grand Hotel ed essendo invidiati per questo, hanno tanti problemi e la piacevolezza della loro vita è solo di facciata.
Non mi ha convinto molto e non ho inteso la necessità dell’ambientazione nella Berlino fra le 2 guerre visto che la trama propone storie (quasi tragedie umane) che potevano essere ambientate in un qualunque altro posto nel mondo, come viene sottolineato fra le righe alla fine del film. Certamente le ragioni ci saranno state e la miglior lettura penso sia quella della critica di costume, focalizzata su tutte le miserie che si scoprono dietro una facciata di opulenza.
Vale certamente una visione, ma non aspettatevi troppo. 

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