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venerdì 15 ottobre 2021

Micro-recensioni 286-290: World Cinema, di ieri e di oggi

Si spazia da uno dei più famosi film egiziani di metà secolo scorso (noto sia per qualità che per lo scalpore che suscitò) a un paio di recenti film dell'estremo oriente, passando per la Nouvelle Vague francese e un documentario su un discusso ma apprezzato regista-sceneggiatore hollywoodiano.

 
Cairo Station (Youssef Chahine, 1958, Egy)

Subito prima di Jamila, nello stesso anno, Youssef Chahine diresse e interpretò questo che a tutt’oggi è il suo film più famoso: Bab el hadid (trad. lett. Il cancello di ferro). Drammatico, un po’ di commedia, abbastanza osé per l’epoca, noir e infine thriller (molti vedono nel finale un’anticipazione delle scene conclusive di Psycho (Hitchcock, 1960). Fra i tre protagonisti certamente quelli che colpiscono per ruolo e per interpretazione sono Hend Rostom (famosissima attrice, all’epoca sogno proibito di tutti gli egiziani) nelle vesti (che in più momenti lasciano ben poco all’immaginazione) di Hanuma, una venditrice abusiva di bibite, e lo stesso Youssef Chahine, sorprendentemente bravo a impersonare Qinawi un venditore di giornali claudicante ossessionato dalle donne. Apprezzabile sotto ogni punto di vista, fu a un passo dall'ottenere l’Orso d’Oro a Berlino, ma per sua sfortuna si trovò la strada sbarrata da Il posto delle fragole (1957, Ingmar Bergman). Interessante anche lo spaccato che ci fornisce della società egiziana a fine anni ’50 approfittando dell’ambiente della stazione nella quale confluiscono le classi sociali più varie e dove si confrontano quelli che lì cercano di guadagnarsi da vivere. I forti contrasti fra passato e modernità si notano nel modo di vestire, di agire, nella musica e a livello lavorativo visto che il terzo protagonista lotta per costituire un sindacato fra i lavoratori della stazione. All’uscita in Egitto fu molto apprezzato dalla critica, ma condannato dal pubblico e dai benpensanti tanto da farlo ritirare dalla circolazione. Le molte scene con “troppa carne scoperta” (che mi hanno ricordato tanto Buñuel), sempre accompagnate dagli sguardi esplicitamente libidinosi di Qinawi, hanno di fatto tenuto al bando il film per ben 20 anni. Forse anche per questo, quando si ricominciò a proporlo, dal 1978 fu acclamato da tutti e consacrò Youssef Chahine come il genio del cinema egiziano.

Lola (Jacques Demy, 1961, Fra)

Film di esordio di uno dei registi dello sparuto gruppo di iniziatori del movimento della Nouvelle Vague francese. Tuttavia, Demy si distinse ben presto dai suoi sodali come Truffaut e Godard per dedicarsi (con gran successo) ai musical che lo resero famoso pochi anni dopo: Les parapluies de Cherbourg (1964, 5 Nomination Oscar e Palma d’Oro a Cannes) e Les demoiselles de Rochefort (1967, Nomination Oscar). Questo suo primo film invece è molto più fedele ai principi della Nouvelle Vague con tanta camera a mano e piani sequenza, una storia semplice con tanti personaggi e storie secondarie ben distribuite. La prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma lo giudicò miglior film dell’anno; la protagonista Lola è interpretata da Anouk Aimée. Piacevole visione, non demerita certo nei confronti di tanti altri film della stessa epoca e con gli stessi intenti.

  
Sam Peckinpah: Man of Iron (Paul Joyce, 1993, USA)

Ottimo e ironico documentario descrittivo del personaggio Peckinpah … anche se non è strutturato come un documentario classico con voce narrante e un certo ordine nei temi. In effetti si tratta di una serie di interviste e commenti di suoi stretti collaboratori e attori che da lui sono stati diretti, in primis James Coburn, Kris Kristofferson, Jason Robards, Ali MacGraw e qualche suo fedelissimo come L.Q. Jones. Si alternano commenti sulla personalità e vita privata del regista e sui suoi metodi di gestire il set, il montaggio e i sempre difficili rapporti con i produttori. Un relativo limite per godersi il documentario è quello della conoscenza dei film di Peckinpah e quindi degli interpreti e dei ruoli ricoperti.

Moving On (Dan-bi Yoon, 2019, Kor)

Esordio (e per ora unico film) di una giovane promettente regista-sceneggiatrice coreana. Delicato ritratto di parte di una famiglia che si ritrova a vivere nella casa dell’anziano e malandato nonno. I primi ad arrivare sono il figlio con i suoi due figli, abbandonati dalla madre. Si aggiunge la figlia che si trova prossima al divorzio. I ragazzi (lei 14enne e lui una decina di anni) vivono tutti i problemi della loro età e, pur andando sostanzialmente d’accordo, hanno anche i loro scontri. Gli adulti (a questo punto tutti single. il nonno è vedovo) cercano di organizzarsi quanto meglio possibile anche se economicamente non se la passano benissimo. Ciò che risulta e risalta è lo spirito di famiglia e l’affetto di ognuno dei confronti di tutti gli altri. Un buon ritmo e le buone interpretazioni rendono questo film quasi corale, anche se il padre e i due ragazzi sono i veri protagonisti.    

Fuku-chan of FukuFuku Flats (Yosuke Fujita, 2014, Jap)

Commedia ricca di personaggi tipicamente giapponesi, tutti con le loro manie, i loro problemi di relazione, con tanti tipici ossequi, formalità e salamelecchi, salvo poi esplodere in episodi di violenza più o meno gratuita e in effetti ingiustificata. I protagonisti molto particolari e in sostanza diversi fra loro vengono messi a confronto in situazioni e ambienti disparati, a volte con sarcasmo, a volte con humor nero, altre volte con aspetti buonisti e romantici. Ne risulta un film discontinuo con trovate quasi geniali contrapposte a varie banalità e cadute di stile a cominciare dalla pressoché inutile scena iniziale. Sufficiente come curiosità antropologica, si gusta un po’ di più se si consceo almeno qualcosa della cultura nipponica.

sabato 18 settembre 2021

Micro-recensioni 256-260: 10 noir USA classici (2: 1949-58)

Secondo gruppo di noir (qui le micro-recensioni dei primi 5) che ho voluto concludere con due eccezionali film di fine anni ’50, non fra i più visti e non proprio aderenti al classico cliché dei noir tendendo al genere crime e thriller, noti in Italia con i titoli La morte corre sul fiume e L'infernale Quinlan, come al solito non traduzioni letterali di quelli originali. I primi tre sono stati invece una (piacevole) novità per me. In sostanza, ottima cinquina.

 
Touch of Evil (Orson Welles, 1958, USA) aka L'infernale Quinlan

Stranamente questo film di e con Orson Welles ha goduto di circolazione ridotta, ma c’è da segnalare che la versione commerciale più comune fu ampiamente rimaneggiata dai produttori che addirittura aggiunsero nuove scene. Ciò indusse il regista a scrivere loro una famosa lettera di oltre una cinquantina di pagine nella quale contestava decisamente e punto per punto le loro scelte e chiedeva il ripristino del progetto originale. Come accadeva quasi sempre all’epoca, non solo a lui ma anche ad altri registi, non fu preso in considerazione e solo dopo anni fu eseguito un tentativo di ricostruire il film secondo la sceneggiatura originale; tale versione di trova su dvd ed è quella che ho guardato. L’infame e diabolico Quinlan è interpretato da un fantastico Orson Welles, qui con aspetto quasi terrificante, esaltato da un pesante trucco. Lo affiancano tanti caratteristi (p.e. il maltese Joseph Calleia) di valore che evidenziano la pochezza di uno dei tanti noti attori hollywoodiani sopravvalutati: Charlton Heston. Ci sono anche un paio di personaggi femminili relativamente minori, uno a carico della poco incisiva Vivien Leigh (la donna accoltellata in Psycho) e l’altra interpretata da Marlene Dietrich con il suo inossidabile sguardo magnetico. L'azione si sviluppa a cavallo del confine fra Messico e USA, fra tutori della legge corrotti, criminali dichiarati, di alto e basso rango, e chi investiga sul traffico internazionale di narcotici. Miglior film del 1958 per Cahiers du Cinema, Metascore 99 come Night of the Hunter.

The Night of the Hunter (Charles Laughton, 1955, USA) aka La morte corre sul fiume

Ottima sceneggiatura e grande interpretazione di Robert Mitchum in un ruolo per lui insolito. Discorso a parte merita la fotografia, pressoché perfetta ma troppo evidentemente da studio, esteticamente incisiva ma nonostante il gran lavoro sulle luci queste risultano oggettivamente irreali. Secondo me, altra pecca (senz’altro minore) è l’eccessivo uso di fauna selvatica locale in primo piano (assolutamente ininfluente nella storia) mentre sullo sfondo prosegue il viaggio dei piccoli protagonisti. Al contrario, a suo merito, devo sottolineare l’ottima caratterizzazione del predicatore, figura che nei film americani dell’epoca (ma anche in There Will Be Blood, 2007, 2 Oscar) è di solito un ciarlatano o ha una mente veramente perversa, che riesce ad irretire i bravi cittadini inducendoli a comportamenti irresponsabili e a soggiogare le vittime dei loro schemi. Unico film diretto da Charles Laughton, certamente molto più noto come attore (un Oscar e 2 Nomination) che come regista.

  

The Big Heat (Fritz Lang, 1953, USA) aka Io, la legge o Il grande caldo

Trama molto articolata che ha un punto in comune con quella di Touch of Evil per quanto riguarda i poliziotti corrotti, anche di rango, collusi con i malavitosi e senza scrupoli perfino nei confronti di colleghi onesti. E quando ci sono troppi soldi in gioco o scontri di potere si sa che tradimenti e delazioni sono all’ordine del giorno. Chi ricorda Fritz Lang solo per il suo periodo d’oro tedesco con capolavori come I NibelunghiIl dr. MabuseMetropolis e M, il mostro di Dusseldorf è bene che sappia che in USA diresse molti noir di più che buon livello fra i quali, prima di questo, ci sono infatti Fury con Spencer Tracy e Scarlet Street con Edward G. Robinson. I buoni registi di una volta raramente deludono, anche quando sono sottoposti a condizionamenti da parte dei produttori.

The Asphalt Jungle (John Huston, 1949, USA) aka Giungla di asfalto

Storia di un audace furto notturno in una gioielleria, ideato da un genio del crimine appena uscito di galera il quale, però, si deve affidare a vari sconosciuti per portare a termine il colpo. Come spesso accade in questi casi, non tutti manterranno gli impegni presi e tenteranno di ottenere una fetta maggiore del bottino. Il film conta su un buon cast senza grandi nomi (anche se, in una parte molto secondaria, appare anche Marylin Monroe), ma con assortimento di ottimi caratteristi, fra i quali si distingue Sam Jaffe che per questa prova ottenne la candidatura all’Oscar come non protagonista e fu anche premiato come miglior attore al Festival di Venezia nel quale Huston ebbe la nomination al Leone d’Oro. Il film ottenne anche altre 3 Nomination Oscar (miglior regia, sceneggiatura e fotografia).

Ace in the Hole (Billy Wilder, 1951, USA) aka Asso nella manica

Buon dramma sulla manipolazione delle notizie per farle diventare scoop e sul tentativo di mantenere vivo l’interesse quanto più a lungo possibile a qualunque costo. Altro aspetto evidenziato è quello del condizionamento delle masse presenzialiste, migliaia di persone in attesa che si risolva la situazione restano in un’area deserta, di fronte ad una parete rocciosa, per giorni, in sostanza a bighellonare. Oltre all’evento in sé che mobilita giornalisti e operatori, la presenza di tale folla richiama sul posto venditori ambulanti, ciarlatani, un luna park / circo mentre ciò che prima era gratuito diventa a pagamento, e sempre più caro. Kirk Douglas interpreta il giornalista in disgrazia che fortuitamente si imbatte nel caso e ad arte lo fa diventare un evento di interesse nazionale. Nomination Oscar sceneggiatura e miglior regia e commento musicale al Festival di Venezia, dove Billy Wilder fu candidato al Leone d’Oro.

domenica 11 luglio 2021

Poche note conclusive (e due clip) sulla filmografia di Hitchcock

Più volte mi è sorto il dubbio che Hitchcock fosse un po’ misogino … o, almeno, reputasse che per lo più le donne fossero stupide o prive di senso pratico. In tanti suoi film, anche quando presenta personaggi femminili intraprendenti, (apparentemente) geniali, con volontà di risolvere problemi e/o aiutare il loro compagno, nella maggior parte dei casi i problemi e i pericoli che creano sono maggiori dei vantaggi. Per non parlare delle donne intriganti e insopportabili, sia per pertinacia o insulsaggine, di solito appartenenti all’alta borghesia, classe che evidentemente non teneva in gran considerazione. Infatti, nobili, ricchi o arricchiti che fossero, uomini o donne, vengono messi quasi sempre in cattiva luce e quindi diventano facile bersaglio di satira e critica, peraltro non troppo velata. Altra situazione presente nella maggior parte dei sui film è il precario rapporto di coppia (coniugi, fidanzati e innamorati), pur essendo lui felicemente spostato e grande estimatore di sua moglie che lo affiancò fino alla morte, non solo come sposa ma anche come fidata consigliera e collaboratrice (soprattutto per le sceneggiature).

Come già sottolineato, Hitchcock amava molto l’ironia e ciò traspare chiaramente dall’arguzia di tanti dialoghi inseriti qui e là nei suoi film, spesso riferentesi ad argomenti non strettamente attinenti alla trama, sembrano piuttosto vere e proprie critiche sociali o del modo di vivere di alcune persone. Inoltre, in quasi tutti i film a sfondo politico (includo quelli bellici, su terrorismo e intrighi internazionali) inserisce invece brevi discorsi in merito alla democrazia, alla libertà e alla legalità, approfittando anche per mettere in pessima luce prima i tedeschi e successivamente i russi.

Venendo alla parte più tecnica, è assolutamente indubbia la sua abilità nel gestire i tempi, indirizzando prima gli spettatori a concentrarsi su determinati elementi per poi tenerli con il fiato sospeso finché non si saprà se il personaggio in scena scamperà il pericolo o si salverà. A tal fine, nei momenti topici, utilizza di solito un montaggio rapido, contando soprattutto su dettagli, primi piani e semplici trucchi per attirare l’attenzione, come quello di far brillare qualunque lama o quello, più ingegnoso e originale, di illuminare il bicchiere di latte dall’interno (Suspicion, 1941, video in basso).

In quest'altro ben montato video (prodotto da IMDb) potrete invece apprezzare vari elementi ricorrenti, ben noti agli appassionati, dalle notizie che si diffondono con i giornali alle note scritte, dalle scale alle ombre, dagli incontri in treno al voyeurismo, dagli innocenti accusati ingiustamente agli assassinii premeditati, dai luoghi famosi ai suoi cameo

Nell’arco della sua lunga carriera ha avuto modo di mettere in mostra la sua grande versatilità, con vari prodotti per lui unici nel genere, poche commedie pure (fra le quali The Farmer’s WifeThe Trouble with Harry, ma sono pochi i film che non includano almeno qualche scena satirica) e tante variazioni di film crime, spy, thriller nei quali ha indubbiamente dato il meglio di sé. Ufficialmente si sa che ha collaborato alla sceneggiatura di una dozzina dei suoi film (ma nella metà dei casi uncredited) e sua moglie, Alma Reville, ad un’altra dozzina; per concludere con le collaborazioni famigliari, c’è da segnalare che per tre volte Pat(ricia) Hitchcock, la figlia, ebbe un ruolo nei suoi film.

Infine, una considerazione che vale tutt’oggi per molti talentuosi registi: una volta che giungono ad una certa fama diventano spesso “schiavi” delle case di produzione, specialmente se il cast comprende grandi star. Per questo motivo preferisco tanti film del periodo inglese (qualcuno anche muto) a molti del periodo americano. Per esempio sia Pshyco che The Birds non contano su grandi nomi, il successo fu dovuto solo ed esclusivamente alla qualità del film. Fra gli attori famosi, sembra che James Stewart sia stato quello con il quale si trovò più in sintonia e quindi fra i migliori film del regista troviamo Rear WindowRope e Vertigo. Come già scritto, Cary Grant riuscì meglio nei ruoli drammatici (p.e. Notorius) che nelle commedie e degli altri attori famosi scritturati occasionalmente solo Henry Fonda finì in un buon film (The Wrong Man), mentre le apparizioni uniche di Gregory Peck (The Paradine Case, 1947), Sean Connery (Marnie, 1964) e Paul Newman (Torn Curtain, 1966) non si rivelano fruttuose.

Comunque sia, fra i 53 film oggi disponibili c’è tanto da guardare … con attenzione!

venerdì 9 luglio 2021

Micro-recensioni 146-150: uno dei migliori periodi di Hitchcock

Se non fosse per la presenza del poco convincente Marnie, questo gruppo sarebbe eccezionale. Gli altri quattro sono, giustamente, fra i più conosciuti e apprezzati anche dalla critica pur essendo, ancora una volta, di generi molto diversi: thriller psicologico, catastrofico, noir, spy story.

 
Psycho (1960)

Perfetto nel suo ruolo Anthony Perkins, ben supportato da Janet Leigh (Nomination non protagonista) e Vera Miles, già protagonista in The Wrong Man (1956) al fianco di Henry Fonda. Ottimo il montaggio in stile hitchcockiano, brevissime riprese di dettagli e primi piani che anticipano agli spettatori quello che presto (forse) accadrà e che poi in realtà non viene mostrato (p.e. la famosa scena dell’accoltellamento nella doccia). Appropriata la scelta di Hitchcock di utilizzare ancora il bianco e nero in pieno boom del colore e ciò in pratica gli fu riconosciuto con le altre 3 Nomination: regia, fotografia e scenografia. Essendo sicuro che tutti conosciate il film, penso sia inutile aggiungere altro se non suggerire di guardarlo di nuovo o visionarlo al più presto per la prima volta. Attualmente si trova al 38° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre. 

The Birds (1963)

Unico nel suo genere nella filmografia di Hitchcock, è un film che ha fatto storia non solo per la sua qualità, ma anche per tante soluzioni tecniche ideate dal regista per far “recitare” le centinaia e centinaia di volatili, per i loro primi piani sia in volo che fermi (anche se spesso i trucchi sono evidenti), per le oltre 400 scene montate alla perfezione, per le sovraimpressioni, per le riprese aeree con elicottero anche se alcune scene dal cielo furono realizzate con lo sfondo di disegni di Bodega Bay vista dall’alto. In rete si trovano tanti articoli interessanti in merito agli artifici usati dal regista per la realizzazione di questo film e anche vari video esplicativi. Pur non essendo certo dello stesso livello, vale quanto scritto a proposito di Psycho, è un altro film che dovreste ri-guardare con attenzione, anche se già lo conoscete.

  
Vertigo (1958)

Seppur non si tratta di un vero e proprio noir, ha tutti gli elementi di tale genere: un detective ex poliziotto, un omicidio, un grande raggiro … e non posso dire altro. Quarta e ultima collaborazione di James Stewart con Hitchcock; in effetti era prevista anche una quinta in North by Northwest, ma gli fu preferito Cary Grant per il suo aspetto più giovanile, nonostante avesse 4 anni di più (in effetti c’era una grande differenza). Il discutibile titolo italiano è La donna che visse due volte. Attualmente si trova al 93° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre; Nomination Oscar per scenografia e sonoro.

North by Northwest (1959)

Spy story / intrigo internazionale (questo il titolo italiano) ma di quelli nei quali cittadini comuni si trovano invischiati, loro malgrado, in situazioni estremamente pericolose avendo a che fare con criminali senza scrupoli. Pur avendo avuto in genere più successo con le commedie, in questo film Cary Grant offre una buona prova come nel precedente Notorius (1946); al contrario delle due altre collaborazioni con Hitchcock nelle quali è poco convincente, ma solo per colpa sua, piuttosto delle deboli sceneggiature a metà strada fra thriller e commedia.

Marnie (1964)

Come anticipato, questo thriller psicologico è veramente poco convincente e poco avvincente. Anche se Hitchcock riesce a inserire le sue solite buone scene di suspense, soprattutto basate sui tempi e l’imminente rischio del(la) protagonista di essere scoperto/a. In una brevissima scena verso la fine, nelle vesti del marinaio appare il quasi esordiente Bruce Dern, che sarà poi protagonista dell’ultimo film del regista Family Plot.

martedì 29 giugno 2021

Micro-recensioni 136-140: altri 5 Hitchcock, 4 da guardare, 1 evitabile

Anche questo gruppo (anni 1949-54) comprende un flop, ma due sono più che buoni, anche se poco noti al grande pubblico italiano, e gli ultimi due sono ottimi e relativamente famosi. Dividendoli per genere, due vedono innocenti accusati di omicidio volontario da menti perverse e anche se si conosce dall’inizio il vero colpevole non sarà facile arrivare a smascherarlo, un film in costume certamente trascurabile. Si deve anche notare che, anche se Hitchcock lavorava ormai da anni per Hollywood, era ancora molto legato alla madre patria e quindi non c’è da meravigliarsi se solo uno della cinquina è ambientato in USA, mentre gli altri 4 nel Commonwealth (2 in UK, uno in Canada e uno in Australia) il che comporta anche l’utilizzo di molti attori inglesi. Comincio, ovviamente, con gli ottimi.

 
Dial M for Murder (1954) (Il delitto perfetto)

Una chiave, come quella co-protagonista in Notorius, in questo film è protagonista assoluta, dall'inizio alla fine, muovendosi fra tasche (non sempre quelle giuste), borse, borsellini e sotto gli zerbini. Un delitto ben pianificato, seppur dopo aver valutato e curato tanti particolari, va a monte per un dettaglio assolutamente imprevedibile. In questo caso, l’ingegnoso autore del piano riesce a modificarlo in corso d’opera con grande abilità e creatività, ma l’imponderabile è sempre in agguato. Questa la sostanza di un vero thriller, basato su particolari e tempistica. Ottimi i tempi e i dialoghi che si svolgono a turno fra i tre uomini: il marito dell’accusata, il suo amico e l’ispettore. Fu il primo dei tre film che Grace Kelly interpretò diretta da Hitchcock, immediatamente seguito da Rear Window lo stesso anno (1954) e da To Catch a Thief (1955). Assolutamente da non perdere.

Strangers on a Train (1951) (L'altro uomo o Delitto per delitto)

La situazione proposta potrebbe apparire un po’ surreale, ma ha una sua logica ed è certamente affascinante e singolare comportando, di conseguenza, l’indispensabile presenza di un protagonista un può fuori di testa. I suoi singolari comportamenti, che includono l’abbigliamento, sono molto ben descritti da Hitchcock fin dalle prime scene attraverso tanti dettagli. C’è quindi anche spazio per inserire situazioni e personaggi fra l’ironico e il comico, come le ricchissime anziane ingioiellate che flirtano con il protagonista, il bambino sulla giostra e l’operaio che tenta di fermarla. Fra i tanti colpi piccoli ostacoli e colpi di scena distribuiti ad arte nel corso dell’intero film, ce n’è però uno secondo me troppo forzato e tirato per le lunghe, oltre che poco credibile; ciò non pregiudica assolutamente la qualità del film nel suo complesso, ciò grazie anche a quanti collaborarono alla sua realizzazione.  Infatti, il soggetto è tratto da un romanzo di Patricia Highsmith (successivamente diventata una apprezzatissima autrice di polizieschi) e alla sceneggiatura collaborò Raymond Chandler (il creatore del personaggio di Philip Marlowe); direttore della fotografia fu Robert Burks che, a partire da questa sua prima collaborazione, praticamente ebbe l’esclusiva con Hitchcock con 12 film su 13 (fino a Marnie, 1964, saltando solo Psycho, 1960), ottenendo l’Oscar per To Catch a Thief (1954) e Nomination per questo Strangers on a Train (1951) e Rear Window (1954).

   
I confess (1953) (Io confesso)

Questo è fra i film meno conosciuti del periodo americano di Hitchcock, e non ne comprendo il motivo ... l’ho trovato ottimo e certamente migliore di altri ben più famosi. Sembra un misto di vari generi, tuttavia perfettamente miscelati: court movie, dramma romantico, thriller, noir e anche altro. Buon cast anche se pare che Hitchcock non gradì molto le scelte della produzione, avendo diverse richiesto altri interpreti. La trama si dipana in modo abbastanza lineare, ma il pregio sta nel non lasciar prevedere se, come, quando e da chi sarà smascherato l’assassino, non per bravura di chi investiga (l’ispettore cocciuto e prevenuto interpretato da Karl Malden), ma per la rottura del muro di silenzio che - per motivi molto diversi - si è creato intorno all’omicidio con il quale si apre il film. Montgomery Clift interpreta il sacerdote ingiustamente accusato, ma Hitchcock non calca assolutamente la mano sull’argomento religioso (in particolare sul segreto della confessione) puntando esclusivamente sul dilemma: parlerà o non parlerà? In più momenti ricorda lo stile di Orson Welles … se non lo avete visto, vi suggerisco di recuperarlo ... ne vale la pena!

Stage Fright (1950) (Paura in palcoscenico)

Trama abbastanza intricata, piena di sorprese, protagonisti e colpii di scena per permettere a Hitchcock di esibirsi nel creare tante situazioni di suspense, senza neanche risparmiarsi sulle scene e personaggi più che umoristici (l’uomo del pub, la donna alla fiera, ...). Il padre della protagonista (Jane Wyman), interpretato dall’ineffabile Alastair Simm, appena venuto a conoscenza dei problemi e preoccupazioni della figlia, pronuncia una frase emblematica (purtroppo vera sempre ed in assoluto) che spiega come è arrivata a quel punto (e altro deve ancora accadere): “la stupidità è contagiosa!”.
Pur non essendo un’opera maestra, è un film molto ben congegnato, diretto e interpretato, dallo sviluppo molto rapido, senza pause di sorta. Più si procede e più intrecciati divengono i rapporti fra i protagonisti, vari dei quali si spacciano per quelli che non sono, per le tante bugie che ovviamente tentano di coprire con ulteriori menzogne. Perfetta Marlene Dietrich (con la Wyman le sole presenze non inglesi del cast) nel ruolo della perfida e cinica femme fatale, ma anche tutto il resto del cast è scelto opportunamente e offre egregie interpretazioni. Senz’altro lo si può classificare come un piacevole thriller “leggero”, fra il divertente e l’avvincente, e quindi meritevole di una visione.

Under Capricorn (1949) (Il peccato di Lady Considine o Sotto il Capricorno)

Una specie di melodramma ambientato in Australia nell’800, non molto riuscito. Terza e ultima apparizione di Ingrid Bergman nei film di Hitchcock, affiancata dal ben più solido Joseph Cotten, secondo me generalmente sottovalutato nonostante le ottime interpretazioni in Shadow of a Doubt (unico altro film con Hitchcock), The Third Man (1949, Carol Reed) e Citizen Kane (1941, Orson Welles). Visione non strettamente necessaria.

martedì 13 aprile 2021

micro-recensioni 76-80: commedie nettamente migliori delle precedenti 5

Secondo gruppo delle commedie dark i cui titoli li ho recuperati dalla lista: 70 Hilarious Dark Comedy. Questi si sono rivelati mediamente molto migliori dei primi 5, dei quali sono uno mi era piaciuto; qui solo uno non mi è piaciuto … il più noto e quotato.

 

Office Space (Mike Judge, 1999, USA)

Arguta e originale commedia sarcastica, ambientata in un tipico ufficio americano, di quelli enormi e sovraffollati, con i dipendenti chiusi nei classici separé (nel film “cubicoli”) dai quali ogni tanto si vede sporgere una testa. Perfettamente azzeccati i dialoghi (più che altro monologhi) fra il capufficio e la vittima di turno, così come le interviste dei due esperti che devono scegliere quelli di cui l’azienda può fare a meno. Anche le scene al fast food sono indovinate e senza alcuna esagerazione. Film indipendente senza grandi nomi e, a maggior merito, l’unica star (Jennifer Aniston) ricopre ruolo secondario e non da vamp. Senz’altro il migliore e più divertente di questa cinquina, con personaggi ben delineati e molte sorprese non banali. Da vedere, non si può raccontare … consigliato.

American Psycho (Mary Harron, 2000, USA)

Originale thriller che vede nei panni del protagonista il sempre convincente Christian Bale. Un executive newyorkese di successo vive una doppia vita, una di tipo maniacale, l’altra tendente al disturbato. Ben descritto il personaggio e quelli che gli ruotano attorno. Completa il quadro una buona sceneggiatura condita con qualche inaspettato twist. In vari punti rischia di cadere troppo nello splatter, ma in sostanza riesce a non esagerare. Merita una visione da parte degli appassionati del genere.

  

Adaptation (Spike Jonze, 2002, USA)

L’idea di fondo mi è parsa geniale, la combinazione di un libro (saggio/romanzo) reale difficile da sceneggiare, in un film con sceneggiatura altrettanto difficile da mettere insieme visto che fra i protagonisti ci sono l’autrice Susan Orlean (interpretata da Meryl Streep) e il soggetto della sua inchiesta John Laroche (Chris Cooper). Inoltre, il vero protagonista è Charlie Kaufman uno dei due gemelli sceneggiatori (Nicholas Cage) che è anche il vero sceneggiatore di questo film. Come se non bastasse, c’è una scena sul set di Being John Malkovich, film diretto da Spike Jonze tre anni prima. The Orchid Thief (Il ladro di orchidee) fu scritto dalla scrittrice e giornalista americana Susan Orlean che nel 1995 si era interessata di questa strana storia vedeva coinvolti un fanatico ricercatore di orchidee e vari Seminole (nativi americani) trattandone poi ampiamente su The New Yorker. Detto dell’intreccio, mi è sembrata troppo caricato il modo in cui viene presentato il protagonista, mentre ho trovato ottima l’interpretazione di Chris Cooper (Oscar non protagonista); da notare che ci furono anche 3 Nomination per Nicholas Cage protagonista, Meryl Streep non protagonista e Charlie Kaufman (nel film interpretato da Cage) per la sceneggiatura.

Election (Alexander Payne, 1999, USA)

C’è un po’ di tutto in questa commedia, soprattutto manie tipicamente americane che trovano terreno fertile in ambiente scolastico, ma non la solita trama trita e ritrita. L’ambizione e l’arrivismo la fanno da padrone, lasciando in secondo piano l’immancabile riferimento al bullismo e alle diversità. Buone le interpretazioni dei giovani, meno quella degli attori più navigati, a cominciare da Matthew Broderick. Nomination Oscar ad Alexander Payne come co-sceneggiatore, nella stessa categoria ne ha poi vinti 2 (Sideways e The Descendants); da sottolineare che per i suddetti film ottenne anche le Nomination come regista, così come per il successivo ottimo Nebraska (2013). Un regista che produce poco (9 film in quasi 30 anni) ma da tenere d’occhio per la buona qualità media.

Fight Club (David Fincher, 1999, USA)

Troppa voce narrante, inutile violenza, sceneggiatura assolutamente poco plausibile; non capisco proprio come possa essere all’11° posto fra i migliori film di sempre su IMDb, con un incredibile 8,8; i più saggi critici di RT lo fermano solo al 79% di recensioni sufficienti e addirittura nell’ancor più bilanciato Metascore scende a 66 (ancora troppo secondo me). Supponendo che lo conoscano quasi tutti, mi limito ad esporre il mio deciso dissenso con “la critica”. Il più deludente del gruppo, anche per essere tanto lodato (dagli altri).