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martedì 17 marzo 2020

Micro-recensioni 61-70 del 2020: "The Big Red One" di Fuller è migliore di "1917"

Strana decina questa … molti buoni film, ma nessuna eccellenza e solo uno a mio parere scadente (Cotton Club) ma ormai è noto a tutti che Coppola ha i suoi alti e bassi.

   

Ci sono 3 americani degli anni ’80 e di genere molto diverso fra loro, ma tutti diretti da registi che hanno fatto storia, due quali emblemi del Nuovo Cinema Americano (Coppola e Spielberg, ancora sulla breccia) e da un anarchico (per il cinema) quale Samuel Fuller.
The Big Red One (Samuel Fuller, USA, 1980-2004)
The Cotton Club (Francis Ford Coppola, USA, 1984)
Empire of the Sun (Steven Spielberg, USA, 1987)
In quanto al primo c’è da precisare che l’edizione del 1980 giunse in sala drasticamente tagliata dalla produzione (1h53’) ma nel 2004 le riprese furono riassemblate in 2h42’, in base al progetto originale di Fuller (morto nel 1997). Inizialmente il regista aveva presentato un film di circa 4 ore, poi ridotte alla metà, ma la produzione lo estromise completamente e fecero di testa loro. The Big Red One reconstruction fu curato da Richard Schickel, assistito dal montatore Bryan McKenzie e da Peter Bogdanovich. Da questa opera di restauro e ricostruzione è stato prodotto anche un documentario di 5h16’. Non da ultimo, si deve sottolineare che Fuller partecipò attivamente alle campagne europee della WWII tanto da essere anche pluridecorato, mentre Lee Marvin (protagonista) partecipò come marine alle azioni nel Pacifico; varie esperienze reali sono state riprodotte in questo eccellente B-movie bellico. Come sottolineò un critico, le grandi produzioni si basano sulla guerra e le grandi manovre, i B-movie sui combattenti, ma non per questo sono di qualità inferiore. Nel complesso, lo giudico migliore e certamente più credibile dell’acclamatissimo 1917, pur essendo costato solo 4,5 milioni (equivalenti a 14 attuali) contro i 100 milioni del film di Sam Mendes.
Gli altri due sono ben noti e quindi scrivo solo poche parole. Il primo è limitato non solo da sceneggiatura scadente ma anche da un cast mal assortito, guidato dall’incapace Richard Gere; l’altro mi è sembrato un po’ troppo fuori dalla realtà, a tratti quasi onirico/allegorico ma si può riconoscere il merito a Spielberg di aver scoperto e lanciato Christian Bale, all’epoca 13enne.

 
Gli altri due di Hollywood sono western degli anni ’50 con registi e attori di grido:
Vera Cruz (Robert Aldrich, USA, 1954) 
Warlock (Edward Dmytryk, USA, 1959)
Entrambi sono singolari anche se il secondo ricalca la trama classica del pistolero-sceriffo con spalla. La sua singolarità consiste nell’essere un adattamento del romanzo di Oakley Hall che fece storia nel 1958 per essere fra i finalisti del Premio Pulitzer pur essendo del solitamente disprezzato genere “western”. Henry Fonda è il pistolero, Anthony Quinn la sua spalla, Richard Widmark il terzo incomodo. Ovviamente ottimamente interpretato, ben orchestrato e con una trama dai vari risvolti non proprio scontati.
Anche l’altro conta su due ottimi attori quali Gary Cooper e Burt Lancaster, soci ma anche in costante antagonismo, diretti dall’affidabile Aldrich, ma la storia ambientata in Messico fra rivoluzionari, austriaci di Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Messico in fuga e avventurieri americani è ben poca cosa, di una banalità a volte sconcertante.
 
L’altra metà è composta da 2 giapponesi, 2 svedesi aventi in comune Hasse Ekman e un film d’animazione sulle conseguenze di un ipotetico attacco nucleare.
Children in the Wind (Hiroshi Shimizu, Jap, 1937)
Cash Calls Hell (Hideo Gosha, Jap, 1966)
Sete - Thirst (Ingmar Bergman, Swe, 1949)
Girl with Hyacinths (Hasse Ekman, Swe, 1950)
When the Wind Blows (Jimmy T. Murakami, UK, 1986)
Quello di Shimizu propone l’ennesimo spaccato della società giapponese degli anni ’30, girato con garbo e mano sicura pur senza contare su avvenimenti notevoli. L’altro giapponese è un buon noir, ben girato, ma con la pecca di avere varie lacune e banalità intercalate in una storia al contrario originale e con vari twist.
   
Interessanti e rigorosi i due svedesi, che sono in un certo senso collegati fra loro in quanto uno dei protagonisti del film di Bergman (allora ancora poco conosciuto) è il regista dell’altro.
L’ultimo è un film d’animazione inglese che si va ad aggiungere alla serie di produzioni che negli anni ’80 trattarono del rischio di guerra nucleare e delle ipotetiche conseguenze. Giustamente drammatico, certamente non per giovincelli, risulta un po’ limitato negli spazi e ripetitivo nei discorsi e azioni della coppia di anziani (un po’ svagati) che vivono in una casa isolata di campagna.

martedì 30 aprile 2019

34° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (166-170)

Altri 2 film della retrospettiva Gaumont, una perla di documentario sperimentale, un deludente film australiano recentemente premiato a Venezia e un classico americano che, pur contando sulla regia di Elia Kazan, sceneggiatura di John Steinbeck e con Marlon Brando e Anthony Quinn protagonisti (scusate se è poco) si è rivelato appena sufficiente.

   

166  The Man with the Movie Camera  (Dziga Vertov, URSS, 1929) tit. or. "Chelovek s kino-apparatom“  tit. it. "L'uomo con la macchina da presa“ * con Mikhail Kaufman  * IMDb 8,4  RT 97%
Film muto, senza cartelli e senza sceneggiatura (come si avvisa nei titoli di testa), 68 minuti di immagini che scorrono rapidamente accompagnate da musica pertinente, spesso incalzante.
Vertov mostra di tutto, talvolta per settori (come nel caso di una serie di attività sportive), altre volta alterna azioni visivamente simili ripetitive come filatura e centraliniste. La vita convulsa della città viene proposta più volte con riprese della folla che si sposta disordinatamente, mentre i tram continuano ad incrociarsi rapidamente. Nella seconda parte comincia ad apparire sempre più frequentemente l'uomo con la camera, in posizioni sempre più insolite, talvolta non prive di rischio: su teleferiche, moto, auto, cestelli pendenti da una gru, nello stretto spazio fra i tram che corrono in direzioni opposte. Infine cominciano le doppie esposizioni, spesso con effetti di cambio dimensioni (p.e. operatore che appare come un gigante su un edificio), trucchi cinematografici con riprese inverse, schermo diviso in due orizzontalmente e verticalmente, anche con immagini simmetriche che ruotano in senso opposto. C'è veramente di tutto, da famiglie al mare ad un parto, da veloci azioni ripetitive in fabbrica a gare di motociclette, palestre con incredibili macchinari antesignani di quelli odierni, dal lavoro in miniera a un prestigiatore asiatico che si esibisce davanti a un gruppo di bambini, animazione del cavalletto e della cinepresa (senza operatore), fanghi, ippica, tuffi, un cavallo meccanico, dattilografe, ballerine, un uomo-semaforo, e tanto altro. Le scene, a volte di neanche un secondo, si succedono a ritmo vertiginoso, raramente rallentano, comunque sempre di pari passo con la musica.
Lo trovate, completo, in più versioni su YouTube ed anche su Vimeo.
Interessante, sorprendente, divertente ... da non perdere.

167  Les maudits  (René Clément, Fra, 1947) tit. it. "I maledetti“ * con Marcel Dalio, Henri Vidal, Florence Marly  * IMDb 7,2  RT 100% * “Prix du meilleur film d'aventures et policier” a Cannes.
Chi direbbe mai che un film ambientato quasi esclusivamente in un sottomarino possa essere movimentato e avvincente? Eppure questo classico francese dell'immediato dopoguerra riesce nell'impresa facendo imbarcare ad Oslo personaggi (per lo più civili) di carattere, estrazione e professione totalmente diverse. Procedendo verso il Sudamerica, salirà a bordo un altro passeggero, totalmente estraneo al gruppo che uno degli stessi passeggeri acutamente definisce un'arca di Noè. Fra i vari personaggi c’è anche un italiano, interpretato da Fosco Giachetti.
Pur trovandosi a filmare in spazi molto limitati René Clément (co-sceneggiatore) evita riprese statiche o ripetitive e l’azione si svolge in un continuo tourbillon di intrecci, approcci, inganni e minacce fra i numerosi protagonisti, quasi un film corale.
Terzo film del regista bordolese, che ebbe gran successo fin dall’esordio, i suoi primi 4 film furono tutti premiati a Cannes. Gli altri 3 sono Bataille du rail (1946,) Le père tranquille (1946) e Le mura di Malapaga (1949)  
Uno dei tanti ottimi film francesi dell’epoca, consigliato.

      

169  Un carnet de bal  (Julien Duvivier, Fra, 1937) tit. it. "Carnet di ballo“ * con Marie Bell, Françoise Rosay, Louis Jouvet, Fernandel  * IMDb 7,5  RT 75%p
Carnet di ballo, originale commedia, solo a tratti drammatica, basata sulla strana idea di una ricca e piacente vedova di andare a cercare tutti quelli che ballarono con lei alla sua festa di debutto, a 16 anni. Messasi alla ricerca di quelli i cui nomi erano annottati sul suo carnet di ballo, scoprirà che uno è morto anche se la madre crede sia ancora vivo, e poi c'è chi è diventato monaco, chi medico molto poco affidabile, chi fuorilegge, chi sindaco e chi parrucchiere .
Ben filmato e interpretato trae vantaggio da una ingegnosa sceneggiatura che alterna scene drammatiche e altre di grande ilarità. Si apprezzano non solo il bel bianco e nero (anche grazie alla versione restaurata) e le tante originali riprese che non rispettano la verticalità, ma anche le buone interpretazioni.
Film ben diverso dagli altri precedentemente proposti nella retrospettiva Gaumont ma, come gli altri, senza dubbio piacevole e ben realizzato.

170  Viva Zapata! (Elia Kazan, USA, 1952) * con Marlon Brando, Jean Peters, Anthony Quinn * IMDb 7,5  RT 65% * Oscar a Anthony Quinn non protagonista e 4 Nomination (Marlon Brando protagonista, sceneggiatura, scenografia e commento musicale), Marlon Brando miglior attore a Cannes e Nomination Grand Prix per Elia Kazan
Film pretenzioso, per la cui realizzazione furono messi insieme ottimi e stimati professionisti, ma il vero scopo era chiaramente il botteghino.
Data la mia nota passione per il Messico (non solo cultura, musica e cibo, ma anche storia) mi era subito sembrata infelice la scelta di Marlon Brando come protagonista, Zapata era ben più mingherlino e più basso e vestiva in modo diverso, e il trucco non è dei migliori. Storicamente si va ancora peggio, oltre a saltare anni interi senza renderlo evidente, si trattano marginalmente eventi fondamentali, a cominciare dalla decena tragica, che portò all’assassinio di Madero, ma anche tutto il resto è estremamente confuso. Non è possibile pensare di concentrare quasi un decennio di storia pieno di avvenimenti, battaglie, esecuzioni e tradimenti in meno di 2 ore, dando oltretutto troppo spazio alla parte romantica (indispensabile per il prodotto Hollywoodiano).
Al di là di quanto mi era già apparso evidente, nel corso della charla successiva alla proiezione (proposta in occasione del centenario dell'assassinio di Emiliano Zapata) i relatori hanno messo anche in evidenza che, nonostante i grandi nomi e gli Oscar, il film non ebbe il successo sperato né in USA né in Messico. Ovviamente, in patria le tante evidenti imprecisioni vennero subito disapprovate e le scelte di presentare il loro eroe come analfabeta (cosa certamente non vera) e vestito con il classico calzón de manta (quello bianco indossato dai campesinos in tutti i film americani), altrettanto falsa, furono aspramente criticate. Inoltre il film era stato girato interamente negli Stati Uniti tranne i pochi interni nel palazzo presidenziale messicano (Castillo de Chapultepec) e fra gli attori l’unico nativo era Anthony Quinn.
Nell’immaginario collettivo messicano, Zapata oltre ad essere un eroe della rivoluzione messicana quando fu a capo dell’esercito Libertador del Sur, è un simbolo, quasi un santo, che non tenne niente per sé e combatteva più che altro da guerrillero (a differenza del suo omologo  Pancho Villa guidava la Division del Norte, quasi un esercito regolare). Per questo motivo, dopo l’insuccesso iniziale, il film ritornò in auge verso la fine degli anni ’60, promosso dai vari movimenti giovanili più o meno di sinistra e contro il potere non solo negli Stati Uniti e in Messico, ma anche in Francia. Non da ultimo, si può sottolineare che perfino il più recente moto “rivoluzionario” messicano è stato quello del subcomandante Marcos, a capo dell’ Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Insomma, risulta evidente che Kazan e Steinbeck si erano proposti una missione impossibile, quella di rappresentare un idolo, un simbolo, un personaggio troppo amato da buona parte dei messicani per essere proposto in modo credibile da stranieri.
Certamente sufficiente, ma niente di più.

168  Sweet Country (Warwick Thornton, Aus, 2017) * con Bryan Brown, Luka Magdeline Cole, Shanika Cole, Sam Neill * IMDb 6,9  RT 96% * Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Non malvagio, ma deludente; il Premio Speciale della Giuria a Venezia e il 96% di RT, lasciavano sperare in qualcosa di meglio. L’australiano Warwick Thornton ha un background da direttore della fotografia ed ha ricoperto tale ruolo anche per tutti i suoi film. Questa specie di western ambientato in aree semi-desertiche forniva quindi un’ottima opportunità per sfruttare al meglio luci e paesaggi naturali, luoghi che  regista ben conosce per essere originario di Alice Springs, praticamente al centro dell’Australia, o oltre 1000km da qualunque costa e da qualunque grande città. Purtroppo, al di là della scenografia e di qualche decente interpretazione (i settantenni Bryan Brown e Sam Neill a malapena si difendono), il film non conta su una sceneggiatura decente, sia per i contenuti in sé, sia per dialoghi e sviluppo della trama. Siamo ancora a “buoni e cattivi”, il prepotente braccio della legge che si ricrede, l razzista malvagio, il buono dalla fede incrollabile, i nativi vessati ma violenti quasi alla pari dei “bianchi”, anche fra di loro; soggetti triti e ritriti ed in questo caso non rappresentati nel migliore dei modi. Logica, plausibilità e continuità sono similmente carenti. Restano le immagini ...
Guardatelo, ma senza aspettarvi alcuna sorpresa.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 24 marzo 2019

20° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (96-100)

Cinquina di qualità che completa le mie prime 100 visioni 2019, estremamente eterogenea per stili, anni e paesi di produzione ... difficile scegliere i preferiti.
Un capolavoro di Buñuel, un misconosciuto eppure ottimo film di Minelli su Van Gogh, un Renoir incompiuto, il più recente Almodóvar (in sala da appena 2 giorni) e l’esordio di Del Toro!
   

97  L'âge d'or (Luis Buñuel, Fra, 1930) tit. it. “L’età dell’oro“ * con Gaston Modot, Lya Lys, Caridad de Laberdesque * IMDb  7,7  RT 92%
Definito osceno, scandaloso e blasfemo, per circa 50 anni fu bandito in quasi tutto il mondo. All’uscita a Parigi lo Studio 28, dove si proiettava, fu devastato e furono distrutte varie opere surrealiste lì esposte; dopo una settimana il visto di censura fu revocato e il film immediatamente ritirato dalla circolazione. Si dovrà attendere fino al 1979 per la première ufficiale oltreoceano al Roxie di San Francisco e solo due anni più tardi la Gaumont ottenne il permesso per mostrarlo di nuovo in Francia. Sembra di capire che, almeno ufficialmente, in Spagna resti tutt’oggi “censurato”.
Non so quanti abbiano familiarità con le prime due pellicole di Buñuel (l'altra è Un chien andalou, 1929, 16 min), veri manifesti del surrealismo, ed è quindi opportuno ricordare che entrambe le sceneggiature furono frutto della collaborazione con Salvador Dalí e che, da buoni surrealisti, il loro obiettivo era quello di provocare, sovvertire la “normalità”, scandalizzare. Da ciò si deduce che non si può riassumere né analizzare in breve un'opera come questa, che oltretutto include innumerevoli elementi freudiani oltre a quelli surrealisti. Essendo quindi inutile, in quanto impossibile, entrare nel merito dei contenuti, fornisco solo poche informazioni di carattere molto generale. Il film dura 62 minuti ed è sostanzialmente diviso in 6 parti, la prima delle quali (la più breve) è tratta da un documentario sugli scorpioni di vari anni prima. Nelle successive compare più volte una coppia di amanti che si ritrovano in situazioni ed ambienti molto diversi. La parte conclusiva (anche questa breve) fa chiaro riferimento a Le 120 giornate di Sodoma del marchese de Sade (tenuto in gran considerazione dai surrealisti) e il primo ad uscire dal castello appare essere Gesù (almeno per come è comunemente raffigurato).
Io sono fra quelli che sostiene che non si debba trovare una spiegazione a tutto in quanto, per loro stessa ammissione, gli autori proponevano cose senza senso. I riferimenti all’ordine, alla Chiesa, i politici e i militari sono tanti e chiari, altri simboli sono liberamente interpretabili (in modo relativamente facile ma senza riscontro), alcune immagini e vari eventi bisogna accettarli per quello che sono, come per esempio la giraffa buttata dalla finestra! (non ho trovato nessuna spiegazione convincente).
Raccomando assolutamente la visione di L'âge d'or ma, al contrario di quanto avviene normalmente, può essere opportuno documentarsi in precedenza. Comunque, a chi è interessato a comprendere e non fermarsi ad una prima superficiale percezione, saranno necessarie ulteriori letture e certamente gioverà qualche altra visione.

99  Lust for Life (Vincent Minelli, USA, 1956) tit. it. “Brama di vivere“ * con Kirk Douglas, Anthony Quinn, James Donald * IMDb  7,4  RT 100% * Oscar ad Anthony Quinn non protagonista e 3 Nomination (Kirk Douglas protagonista, sceneggiatura e scenografia)
Titolo mai sentito nominare, eppure un ottimo film, a prescindere dall’Oscar a Anthony Quinn (non protagontista) nei panni di Paul Gaugin e delle 3 Nomination, una delle quali fu l’ultima delle sole 3 per Kirk Douglas, tutte come protagonista, forse un po’ poche (l’Oscar fu assegnato a Yul Brinner per The King and I, ma fra i candidati c’erano anche James Dean e Rock Hudson per Giant). 
Tratta di un lungo periodo della vita dell’indiscusso genio della pittura Vincent Van Gogh che penso sia quello al quale sono stati dedicati il maggior numero di film (quasi una ventina), i più recenti dei quali sono stati l’originalissimo film d’animazione Loving Vincent (2017) e At Eternity's Gate uscito pochi mesi fa. Ne ho visti almeno la metà, ma questo è il primo che vedo affrontare anche il suo paio di anni da “predicatore” evangelista in un’area mineraria belga. Molto di quanto proposto non si trova negli altri lavori che si concentrano per lo più sull’ultimo periodo della sua vita, passato fra Arles e Parigi. La scelta di Kirk Douglas come interprete mi è sembrata ottima in quanto, oltre ad calarsi perfettamente nel personaggio nelle sue varie fasi, ha una straordinaria somiglianza con l’artista.
Il numero dei dipinti mostrati nel film rasenta l’incredibile, pur essendo assolutamente lontano dal taglio documentaristico. Fra i pregi di Lust for Life è quello di ricreare situazioni e non solo riprodurre ambienti o inserire personaggi divenuti soggetti dei dipinti più famosi. Per seguire al meglio i dialoghi di Vincent con suo fratello Theo (mercante d’arte) e con gli altri artisti, aiuta conoscere nomi e stili dei vari pittori dell’epoca amici/rivali, in particolare degli impressionisti.
In conclusione, non solo un pregevole film dal punto di vista strettamente cinematografico, ma anche un interessantissimo biopic. Più che consigliato.
      

96  Partie de campagne (Jean Renoir, Fra, 1936) tit. it. “Una gita in campagna“ * con Sylvia Bataille, Jane Marken, Georges D'Arnoux * IMDb  7,7  RT 100%
Aveva attirato la mia attenzione la regia di Jean Renoir, ma non trovavo il film in IMDb. Il motivo è che si tratta di un mediometraggio che, oltretutto, ha avuto circolazione limitata essendo stato montato solo dopo 10 anni, da altri. Lo stesso dvd non includeva la pellicola di 40' bensì il progetto portato avanti da Alain Fleischer per la Cinémathèque française nel 1994, utilizzando il materiale disponibile nei suoi archivi, consiste in una raccolta di riprese originali del 1936. Queste sono state ordinate, lasciando però varie riprese di una stessa scena, alcune ripetizioni da angolazioni diverse, sovrapposizioni di dialoghi e frequenti commenti dello stesso Renoir, per una durata complessiva di quasi un’ora e mezza. Proposto così, tale materiale può forse considerarsi addirittura più interessante del film in sé e per sé, fornendo una precisa idea della gestione di attori e riprese da parte del regista. Molti definiscono questo film quasi un omaggio al padre (il famoso pittore impressionista Auguste Renoir) come se volesse dare vita ad un suo dipinto.
Più che notevole il gruppo di collaboratori di Renoir che ebbe come assistenti alla regia Luchino Visconti e Jacques Becker (poi regista di Le trou, 1960, Il buco, 8,5 IMDb) e come secondo assistente il famoso fotografo Henri Cartier-Bresson, allora 28enne. Il figlio di Jean Renoir  interpreta il ragazzo che pesca, all’inizio del film. La sceneggiatura fu adattata dallo stesso Jean Renoir da un racconto di Guy De Maupassant del 1881.
Se avete la fortuna di recuperarlo, non ve lo perdete. Pur non essendo un film vero e proprio, né un documentario, è estremamente interessante ... tutto in presa diretta.

98  Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, Spa, 2019) * con Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Cecilia Roth, Julieta Serrano, Raúl Arévalo, Rosalia, Asier Flores
Niente male questo recentissimo lavoro del regista manchego, abbastanza diverso dai precedenti, ma con il solito (ottimo) stile in quanto a colori, dettagli e inquadrature. Particolarmente apprezzabile la sceneggiatura (dello stesso Almodóvar) che, seppur con un inizio un po’ lento e titubante con tanti salti temporali, prende rapidamente corpo e riesce ad incastrare alla perfezione ricordi, re-incontri e coincidenze fino alla (in)quadratura finale con la quale conclude questo film che molti pensano sia pieno di riferimenti autobiografici, a partire dal fatto che il protagonista Salvador è un regista cinematografico già di successo, ma oggi in crisi esistenziale. Il tutto è organizzato in modo creativo con vari flashback, fra l’infanzia in campagna e trasloco in una (affascinante) cueva e i tempi attuali, mentre molto di ciò che è nel mezzo viene solo narrato.
Oltre ai più che noti Antonio Banderas e Penélope Cruz (Salvador attuale e sua madre da giovane, quindi mai insieme) Almodóvar ha messo insieme un cast estremamente eterogeneo, con attori che interpretano personaggi che in distinti momenti avevano avuto un ruolo significativo nella vita del protagonista, alcuni compaiono in brevi cameo (p. e. Cecilia Roth e Rosalía), altri hanno più spazio, alcuni sono contemporanei, altri fanno parte dei ricordi. Purtroppo, non tutti sono convincenti, a cominciare da Penélope Cruz.
Fra i volti che molti potrebbero conoscere ci sono senz’altro la sempre affidabile Julieta Serrano (la madre anziana, una mezza dozzina di film con Pedro), Raúl Arévalo (protagonista de La isla minima e regista di Tarde para la ira), l’argentino Leonardo Sbaraglia (attivo per lo più in America Latina, quello che in Relatos salvajes guida l’auto nel memorabile episodio, vaga citazione di Duel di Spielberg), Cecilia Roth (vari film con Almodóvar, ma divenuta star in Argentina, oggi sembra pagare le conseguenze di una chirurgia mal riuscita ...), e infine la giovane cantante Rosalía, fenomeno musicale del momento, catalana che interpreta flamenco pop con stile unico e include nei video bandiere spagnole e toreo, 2 Grammy Award Latino. Interpreta, con Penélope Cruz, la famosa copla A tu vera, cavallo di battaglia della Lola Flores, nota come La Faraona. Da segnalare il buon esordio del giovanissimo Asier Flores (Salvador bambino) per il quale molti prevedono un roseo futuro nel cinema.
Concludo reiterando il mio apprezzamento per il gusto di Almodóvar nel proporre colori netti (ovviamente, i più frequenti sono quelli della gamma dei rossi), spesso contrastanti, abbinamenti inimmaginabili per altri, a partire dagli affascinanti sfondi dei titoli di testa, all’abbigliamento, all’arredamento, per non parlare anche della scelta di dipinti che coprono le pareti della casa di Salvador.
Un film dal sapore agrodolce, drammatico e “tenero”, fra droghe e passioni, certamente un po’ più godibile per i cinefili che sapranno apprezzare le tante citazioni (sia nei dialoghi che con poster e immagini) e per chi sa abbastanza di cultura spagnola e latina (vari i riferimenti a Chavela Vargas, l’icona del flamenco pop che canta una copla classica, ...).
Penso che, nel suo complesso, possa piacere anche all’estero e in paesi non di lingua ispanica, ma temo che nelle traduzioni (sottotitoli o doppiaggi che siano) si possa perdere parecchio.
Al momento sembra non essere annunciato in Italia.

100  Cronos (Guillermo Del Toro, Mex, 1993) * con Federico Luppi, Ron Perlman, Claudio Brooks * IMDb  6,7  RT 89%
Anche i più appassionati fan di Guillermo converranno che Cronos non è il suo miglior prodotto, ma ciò è più che giustificabile per essere il suo esordio alla regia di un vero film. Fin da piccolo si era divertito a produrre un'infinità di corti e cortissimi in Super8 fatti in casa e poi (professionalmente) era passato alla produzione di effetti speciali.
Cronos resta comunque un cult per essere il primo, anche se la sua gestazione fu quasi contemporanea a quella del suo terzo (El espinazo del diablo, uscito ben 8 anni più tardi) per essere le due sceneggiature il suo lavoro di tesi.
Tralasciando di approfondire l’originale rivisitazione e combinazione dei temi immortalità/vampirismo e di altri aspetti del film (fra i quali l’eterogeneo trio di interpreti) mi sembra interessante sottolineare un paio dei argomenti trattati nella lunga intervista (poco più di un’ora, riportata integralmente) inserita fra gli extra dell’edizione speciale (2dvd) in mio possesso. Nel raccontare dei suoi inizi, rende omaggio al genere horror - del quali si dichiara appassionato fin dall'infanzia - ed in particolare ai film italiani (citando più volte Mario Bava) e giapponesi. L'altra questione è quella della lingua. Una volta che un produttore americano interessato ad un remake di Cronos gli sottopose la traduzione della sceneggiatura, Del Toro (perfettamente bilingue) la rifiutò dicendo che l’avrebbe riscritta lui in inglese ... non è possibile tradurre bene i dialoghi pensati per una lingua in un’altra! Comunque, l’affare non andò in porto.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.