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domenica 21 agosto 2022

Microrecensione 246 * Lascia stare i santi (2016)

Microrecensione 246 
Lascia stare i santi 
(Gianfranco Pannone, Ita, 2016)

Interessantissimo documentario, collage di spezzoni estrapolati da decine e decine di altri documentari e da filmati dell’Istituto Luce, alcuni di oltre un secolo fa. Il tema principale, ovviamente, è la religiosità popolare, con un misto di processioni, feste patronali, riti propiziatori di derivazione pagana, balli e canti di accompagnamento, attività tradizionali relative all’agricoltura e alla pesca. Ma i punti di interesse non finiscono qui … sono affascinanti le riprese effettuate nelle case, con una marea di bambini che dividono un misero pasto con i genitori, un matrimonio, una mattanza della tonnara di Favignana, la tammurriata alla Madonna dell’Avvocata, i balli e la musica. La colonna sonora comprende non solo molte registrazioni originali ma anche altri pezzi scelti e/o composti da Ambrogio Sparagna. La fotografia è apprezzabile nel suo complesso (lavoro di tanti differenti cineasti) in quanto riesce a mettere in risalto i volti di bambini paffuti e sorridenti, così come quelli rugosissimi di anziane e anziani, giovani madri e lavoratori; ogni primo piano racconta una storia, o almeno ce la fa immaginare. Il documentario è arricchito dalla lettura di testi di PasoliniSiloneSoldatiGramsciDe Seta e altri autori da parte di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni.

Poche sono le riprese a colori, spesso alternate a quelle di decenni prima in bianco e nero, come nel caso della processione dei serpari a Cocullo (AQ), in occasione della festa di San Domenico, classico esempio di antico rito pagano adattato alle ragioni della Chiesa. Qui come in molte altre manifestazioni pseudoreligiose, è evidente la sottilissima linea divisoria fra fede e superstizione e la frequente prevalenza della devozione verso i Santi, più che a Madonne, Gesù e Dio stesso.


I lunghi titoli di coda comprendono l'elenco di tutti i video dai quali sono stati tratti gli spezzoni (indispensabile per chi volesse tentare di recuperarne qualcuno al quale è particolarmente interessato) e ciò dà l’idea dell’enorme quantità di materiale che è stato visionato e selezionato. Allo stesso tempo mette in evidenza quella che si potrebbe considerare una pecca di Pannone, l’essere stato forse frettoloso (o mancarono tempo e/o soldi?) nel chiudere il suo lavoro ad appena un’ora e un quarto; alcune scene durano veramente pochissimi secondi. Gran parte dei filmati visionati dal regista (anche quelli che non ha ritenuto opportuno prendere in considerazione) meriterebbero probabilmente un'accurata visione integrale. Per ora accontentiamoci di questo bel montaggio, considerandolo un trailer delle ore e ore di pellicola esistenti.

Documentario imperdibile per quelli interessati alla materia, con i più giovani che potranno anche rendersi conto di quanto molti eventi ai quali si assiste ancora oggi siano stati manipolati a fini turistici, perdendo quasi tutta la loro spontaneità originale.

giovedì 26 maggio 2022

Microrecensioni 146-150: 2 documentari di gran qualità, 2 buoni film e …

Comincio dai documentari, quello firmato da Wim Wenders insieme con il figlio del fotografo sul quale è incentrata la narrazione è a dir poco eccezionale; l’altro ha grandi meriti, ma solo per i cultori della storia del cinema. I due film dei quali non conoscevo l’esistenza sono risultati più che soddisfacenti, il quinto del gruppo è stato assolutamente deludente.

 
The Salt of the Earth (Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, 2014, Fra/Bra/Ita)

Ottimo documentario, al di là di ogni più rosea aspettativa non solo per la qualità delle immagini ma anche, e forse soprattutto, per la personalità del fotografo (per lo più sociale) brasiliano Sebastião Salgado. Girato quasi interamente in bianco e nero, unisce riprese curate da suo figlio Juliano Ribeiro Salgado e fotografie scattate per lo più in Africa e America Latina, ma non mancano incursioni nella ex Jugoslavia e in Kuwait. Salgado si è sempre interessato molto più alle persone che ai paesaggi, con un occhio particolare alle conseguenze delle guerre, carestie, siccità, migrazioni, povertà, malattie. Come se non fosse bastata la sua collaborazione con Medici Senza Frontiere e missioni ONU, insieme con la moglie si è reso protagonista di un’impresa ecologica a dir poco incredibile. Tornato in Brasile dopo molti anni, il fotografo trovò la grande tenuta di famiglia quasi completamente inaridita e con pochissimi alberi delle foreste che coprivano i 600 ettari di colline ancora in vita. Creò quindi la Fondazione Terra, fece piantare oltre 2 milioni di alberi e ora si è già tornati alle condizioni originali della macchia atlantica. Dopo tanti anni passati portando a termine grandi progetti fotografici sociali della durata di vari anni ciascuno (The Other Americas, Sahel, Workers, Migrations, Exodus, Africa, Genesis, …), questa esperienza ambientale lo portò ad interessarsi anche della fotografia naturalistica e così ha continuato ad andare in giro per il mondo riprendendo trichechi sulle rive dell’Artico, gorilla in Africa, iguana e tanto altro alla Galapagos. 

 
Fra le foto che lo resero famoso nei primi anni della sua carriera fotografica (dopo aver lasciato l’economia) sono quelle della Serra Pelada (in alto un paio di esempi), la famosa miniera d’oro a cielo aperto, una voragine paragonata all’inferno dantesco nella quale operavano fra le 50mila e le 100mila persone, alla quale si interessò anche Godfrey Reggio con il suo documentario Powaqqatsi (1988). Ovviamente, ne consiglio la visione ma … ATTENZIONE! … non è adatto a persone molto sensibili poiché nelle parti dedicate all’Africa si vedono quantità di cadaveri, persone malnutrite al punto di sembrare scheletri viventi. Nomination Oscar e 3 Premi a Cannes.

Perdida (Lost in Time) (Viviana García-Besné, 2009, Mex/Spa)

Interessantissimo documentario per cinefili (in particolare per i conoscitori del cine mexicano), intrigante per gli altri grazie alle tante sfaccettature dei rapporti fra i peculiari membri della famiglia Calderón, dai primi anni del secolo scorso produttori, registi, proprietari di cinema in Messico e Stati Uniti, imprenditori, alcuni in settori al limite della legalità. La regista è discendente dei protagonisti del documentario ma, in apertura, dichiara che le era sempre stata nascosta buona parte della storia della famiglia. Il documentario segue quindi la sua ricerca e scoperta di vecchi filmati familiari, cinema ormai distrutti (ce n’era anche uno da 3.000 posti), locandine, interviste a parenti e altri cineasti.

  
Diva (Jean-Jacques Beineix, 1981, Fra)

Crime molto intricato, con tanti protagonisti che a Parigi si seguono e inseguono, per interessi propri per eliminare prove a proprio carico, o commerciali per una registrazione unica. Chi dovrebbe avere i nastri è un giovane postino che dovrà scappare da poliziotti (corrotti e non), taiwanesi e killer. Affascinanti sono gli spettacolari loft arredati con incredibile creatività, molto singolare l’inseguimento di un motorino Malaguti fra i corridoi della metro, scale, scale mobili e anche nei vagoni. Qui e là, fra inseguimenti, omicidi, esplosioni e minacce, Beineix inserisce alcune inquadrature di ottima fattura, fotografie oserei dire eccezionali. Film d’azione piacevole e d originale, merita una visione.

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011, Can)

Ottimo film canadese (Nomination Oscar) che riesce a combinare tanti elementi socialmente interessanti ed attuali con molto garbo e attenzione. Si inizia con un suicidio in una scuola, evento che naturalmente lascia i giovani studenti abbastanza scossi, e si continua con l’arrivo di un maestro algerino richiedente asilo politico. Si parla quindi di scuola, metodi di insegnamento, culture diverse, ingerenza delle famiglie nelle attività scolastiche, giudizio per l’accettazione del rifugiato, una certa rivalità fra insegnanti e psicologa, rapporti fra i ragazzini, alcuni dei quali immigrati. Consigliato.

6 donne per l'assassino Blood and Black Lace (Mario Bava, 1964, Ita/Fra/Ger)

Guardato per pura curiosità, sapendo della grande fama che Mario Bava si è guadagnato anche oltreoceano per i suoi horror a budget ridotto. Apprezzatissimo dal famoso regista/ produttore Roger Corman del quale, per certi versi, può essere considerato il suo omologo italiano. Come anticipato, questo film mi ha molto deluso sia per la prevedibilità degli eventi che per le interpretazioni, veramente di scadente livello.

martedì 3 maggio 2022

Microrecensioni 121-125: altri 3 To (HK) e 2 Huezo (Mex)

Ai quattro film di Johnnie To (icona del cinema di Hong Kong) inseriti nel precedente gruppo, ho aggiunto questi tre presentati a Cannes, uno candidato alla Palma d’Oro, gli altri due fuori concorso. Negli anni successivi altri 3 suoi film arrivarono al Festival e nel 2011 il regista fece parte della giuria. Tatiana Huezo è invece nativa di El Salvador, ma residente in Messico, molto impegnata sul fronte della giustizia sociale e diritti delle donne, fra narcos e corruzione della polizia. Nel complesso si tratta di una buona cinquina, anche se per quasi ogni film ci sono luci e ombre.

 
Tempestad (Tatiana Huezo, 2016, Mex)

Documentario che riporta tragiche storie parallele di donne, attraverso la narrazione con voce fuori campo e immagini non sempre connesse all’esposizione dei fatti. Una è arrestata ingiustamente come capro espiatorio e mandata dallo Yucatan all’estremo nord del paese, a 2.000km di distanza, in una specie di carcere gestito dalla malavita. Un’altra, di famiglia circense composta per lo più da donne, racconta della sua vita, dell’istruzione delle figlie e del rapimento di una di queste. In pratica storie estremamente serie, quasi raccapriccianti, ascoltate dalla viva voce delle protagoniste, ma troppo lentamente, con lunghe pause. Contemporaneamente le immagini descrivono altri ambienti, persone in viaggio, campi, strade … Ai Festival ha ottenuto una quindicina di riconoscimenti internazionali e altrettante Nomination; vanta un buon 7,8 su IMDb e 95% su RT.

Noche de fuego (Tatiana Huezo, 2021, Mex)

Primo lungometraggio fiction della Huezo, dopo i due apprezzati documentari El lugar más pequeño (2011, sulla guerra civile in El Salvador) e il succitato Tempestad. Si sviluppa in due momenti diversi in un piccolo villaggio di montagna i cui abitanti sono vessati dagli uomini dei cartelli. Le protagoniste sono tre amiche, bambine nella prima parte, adolescenti nella seconda. Le donne che non sono rapite dai narcos sono al loro servizio come raccoglitrici di oppio e per questo godono di una relativa protezione. Il film resta sospeso fra il dramma della vita nella terra dei narcos e il coming of age, ovviamente molto difficile in quelle aree. Anche questo è stato molto apprezzato ai Festival ottenendo 17 Premi (fra i quali Un Certain Regard Award a Cannes) e oltre 20 Nomination; ha 7,3 su IMDb e 96% su RT.

  
Breaking News (Johnnie To, 2004, HK)

L’idea di base è molto originale e più che valida ma, purtroppo, non sviluppata nel migliore dei modi. Dopo un violento scontro a fuoco fra polizia e malviventi (per caso ripreso dalle tv) i secondi si rifugiano in un grande condominio, che viene ben presto circondato. Le prime immagini mostrano un poliziotto che alza le mani implorando pietà, causando un mare di critiche in merito all’inefficienza della polizia. Per riparare a questo danno mediatico si decide di mostrare tutte e fasi successive organizzando un contro-show. I problemi (per il film) sorgono da questo punto in poi per situazioni poco plausibili, blocchi mancati, tante scale affrontate di corsa andando su e giù e, infine, centinaia di colpi che, pur da breve distanza, non vanno a segno. Cast convincente ma sceneggiatura scadente e lacunosa …

  • Election (Johnnie To, 2005, HK)
  • Triad Election (Johnnie To, 2006, HK) aka Election 2

Questi due noir/crime di To sono di tema identico essendo entrambi incentrati sull’elezione di una stessa triade a due anni di distanza e quindi propongono una certa continuità di trama e molti personaggi in comune. Rispetto agli altri crime menzionati nel gruppo precedente, presentano stile molto diverso ma, secondo me, non migliore. Se prima si procedeva con molta tensione e poca azione, riservando questa quasi esclusivamente alle scene finali, in questi c’è tanta violenza (direi un eccesso) e una continua serie di tradimenti e cambi di casacca che rendono la storia abbastanza confusa. Specialmente nel sequel in alcuni momenti sembra di star guardando più uno splatter che un normale crime nell’ambiente delle triadi cantonesi.

sabato 25 dicembre 2021

Micro-recensioni 371-375: buona cinquina con 3 film e due doc

Mix molto vario per generi e periodi, i film sono accomunati solo la loro pregevole qualità. Si passa dalla pura arte visiva al crime/dramma psicologico e alla violenza dell’ambiente carcerario; dei documentari, uno è oltremodo realistico di argomento sociale e l’altro assolutamente scientifico.

 
Chungking Express (Kar-Wai Wong, 1995, HK)

Uno dei numerosi capolavori del regista simbolo di Hong Kong, che dimostra ancora una volta che si possono realizzare ottimi film senza bisogno di grandi avvenimenti, effetti speciali e masse di attori e comparse. Il suo modo di filmare, giocando con sfocature e tempi di ripresa, utilizzando al meglio colori e commento musicale, e lasciando molto alle intuizioni o all’immaginazione dello spettatore affascina senz’altro chi comprende il suo linguaggio, mentre delude quelli che pretendono fatti certi e visibili. Se non conoscete questo film ma avete avuto modo di apprezzare qualcun altro dei film di Kar-Wai Wong, non ve lo perdete.

Gone Girl (David Fincher, 2014, USA)

Intrigante sceneggiatura di Gillian Flynn, anche se con qualche lacuna, specialmente nella parte finale. Trame simili se ne erano già viste, ma questa è veramente piena di twist e molto articolata … forse troppo. I personaggi principali sono psicologicamente estremi, ma abbastanza credibili, e sono ben interpretati. Non si può dire molto di più per evitare spoiler. Buona anche la regia molto bilanciata che, pur seguendo con attenzione la coppia con tanti brevi flashback e rappresentazioni di bugie dette e scritte, non trascura assolutamente il contorno della vicenda che vede implicati parenti, investigatori, vicinato e giornalisti. Nomination Oscar per la protagonista Rosamund Pike, oltre a 64 premi e 188 nomination, attualmente al 202° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi (direi sopravvalutato).

  
Brute Force (Jules Dassin, 1947, USA)

Di Jules Dassin scrissi brevemente nel precedente post a proposito di Night and the City, e ora ho recuperato e guardato quest’altro suo film, di genere ben diverso da quelli immediatamente successivi. L’intera storia si sviluppa all’interno di un carcere, ma con interazioni fra detenuti e fra essi e le guardie non proprio uguali alle stereotipate solite e anche le motivazioni e anche gli sviluppi del tentativo di fuga sono distinti.  Ben diretto da Dassin e ben interpretato da Burt Lancaster e da uno stuolo di buoni comprimari. Accettato il genere, merita una visione.

Voyage of Time: The IMAX Experience (Terrence Malick, 2016, USA)

Con titolo simile sono stati prodotti due diversi documentari sull’evoluzione, intendo quella omnicomprensiva dalla nascita di stelle e pianeti alle prime forma di vita, fino all’universo che conosciamo oggi. Entrambi furono diretti da Terrence Malick ma la struttura è diversa così come la voce narrante: Brad Pitt per questa versione breve di 45 minuti e Cate Blanchett per il lungometraggio di durata doppia (Life's Journey). La scelta delle immagini riprese dal vivo è eccellente (vulcani in eruzione, oceani, vita naturale, deserti e ogni altro tipo di ambiente) e senz’altro hanno il sopravvento su quelle elaborate in studio. I testi (redatti dallo stesso Malick) alternano concetti profondamente filosofici al alcuni quasi poetici, ma poco convincenti. Vale la pena guardarlo soprattutto per le immagini prettamente documentaristiche.   

Narco Cultura (Shaul Schwarz, 2013, USA/Mex)

Documentario coprodotto da USA e Messico, di argomento (come evidenziato dall’esplicito titolo) relativo alle attività illecite e violente legate al traffico di droga fra i due paesi. Attraverso la narrazione di un perito (reale) della polizia messicana si viene a conoscenza delle modalità di esecuzione di buona parte degli omicidi susseguenti alla guerra fra bande rivali. Un’escalation che una dozzina di anni fa vide quasi raddoppiare il numero di morti ogni anno … 3.600 nel 2010, vale a dire 10 omicidi al giorno nelle faide fra narcos che, però, spesso coinvolgevano anche cittadini completamente innocenti. Si parla soprattutto della precarietà della vita a Ciudad Juarez (Mex) in confronto a quella della città gemella oltreconfine (El Paso, città più sicura degli USA, appena 4 omicidi per anno) dalla quale è divisa solo da un muro. Attenzione!: si vedono tanti corpi sfigurati e morti veri, tanto sangue altrettanto vero; immagini non consigliate per i più sensibili, ma sia chiaro, assolutamente reali.

mercoledì 10 novembre 2021

Micro-recensioni 326-330: cinquina tutta dedicata al BLUES

Ai quattro dei 7 documentari che compongono la serie The Blues (prodotta da Martin Scorsese, ma ognuno affidato ad un regista diverso) ho aggiunto un originale documentario indipendente che riguarda il più famoso e misterioso blues singer degli anni ’30. Oltre a questi diretti dallo stesso Scorsese, Wim Wenders, Clint Eastwood e Charles Burnett, gli altri 3 furono realizzati da Richard Pearce, Marc Levin e Mike Figgis. Comincio con l’enigmatica storia di Robert Johnson


Crossroads Blues
(John Doe, 1945, USA)

Un tale Robert Johnson va alla ricerca di elementi relativi alla brevissima vita artistica del suo omonimo che fra il 1936 e 1937 (pur essendo un perfetto sconosciuto) divenne un caso per registrare 29 ottimi pezzi blues in due diverse sessioni in Texas e poi sparire; poco tempo dopo fu trovato morto ma la causa non fu mai chiarita. La leggenda nata attorno alla sua storia vuole che la sua improvvisa bravura fosse conseguenza di un patto con il diavolo. Molti sono andati alla ricerca dell’incrocio presso il quale il musicista vendette la sua anima ma nessuno è giunto a conclusioni certe. L’autore di questo documentario (disponibile su archive.orgcerca anche di scoprire se effettivamente esistesse anche un 30imo pezzo, del quale molti favoleggiano. Per concludere, ciò che effettivamente resta di Robert Johnson sono i vinili originali, appena un paio di foto e 3 tombe! 

Ho aggiungo questo breve video nel quale viene riassunta la parte nota e quella leggendaria della breve vita del King of the Delta Blues Singers, che negli altri documentari di questa cinquina tutta dedicata al Blues viene citato più volte.

 

The Soul of a man
(Wim Wenders, 2003, USA)

Secondo me il migliore e più interessante dei quattro, sostanzialmente segue le carriere di tre artisti: Blind Willie Johnson (1897-1945), Skip James (1902 – 1969) e J. B. Lenoir (1929 –1967). Chiaramente si parla anche di tanti altri soulman e gruppi moderni che si sono esibiti in cover dei tre suddetti, ma sono numerosi i riferimenti alla storia americana con filmati relativi al Vietnam e alle proteste per i diritti civili. Wenders confessa che loro sono quelli che più ammira. Questo documentario contiene molti filmati di repertorio e parte di un sorprendente doc amatoriale girato da una coppia (lui americano, lei svedese) con lo scopo di far conoscere J. B. Lenoir in Svezia. In effetti si apprende che i video di quest’artista sono rarissime e quindi queste, seppur non professionali, sono quasi uniche.

Warming by the Devil's Fire (Charles Burnett, 2003, USA)

Ha conquistato la sua fama come direttore della fotografia più che come regista, tanto da meritarsi un premio onorario agli Oscar 2018. A differenza degli altri, ha scelto la strada di un docufilm, includendo alcune esperienze personali. L'ambiente del Blues viene descritto attraverso gli occhi di un ragazzino nato e cresciuto in California che viene mandato a trovare gli zii in Mississippi, ma viene praticamente "rapito" dallo zio bighellone, bevitore, donnaiolo e ovviamente appassionato di musica nera e non sarà raggiunto dall'altro zio predicatore, dal quale sarebbe dovuto andare, se non alla fine dell'esperienza della sua vita. Per fortuna, la sceneggiatura debole e le interpretazioni mediocri sono ben compensate dalla qualità di interessanti filmati di repertorio (musicali, di cronaca e di vita dell'apartheid) e dalla qualità dei blues d'epoca. 

 

Feel Like Going Home
(Martin Scorsese, 2003, USA)

L’idea di una stretta connessione fra il Blues e la musica africana (titolo italiano è esplicitamente Dal Mali al Mississippi) mi è sembrata alquanto forzata. Le scene girate oltreoceano (buona parte del finale) sono senz’altro interessanti, ma quasi fuori contesto. Anche in questo film, oltre al misterioso Robert Johnson, vengono citati in continuazione le pietre miliari del Blues classico e fra questi viene dedicato uno spazio particolare a Muddy Waters, Son House, John Lee Hooker e Otha Turner proponendo filmati d'epoca con le loro esibizioni.

Blues: Piano Blues (Clint Eastwood, 2003, USA)

Mi è piaciuto meno degli altri, per vari motivi: tutto incentrato su pianisti, poco blues e molti generi derivati (forse), eccessiva presenza del regista. La colonna sonora composta da spezzoni di tanti brani interpretati da grandi artisti è al di sopra di ogni critica, ma il loro montaggio non gli rende merito. C’è tanto ragtime, boogie, jazz, bebop, con pianoforte solo o accompagnato da orchestre, e rispetto agli altri tratta di periodi più moderni. Anche le immagini di repertorio sono sempre professionali e a colori e fanno rimpiangere quelle in bianco e nero, in locali molto più piccoli o addirittura per strada, con un solo artista e la sua chitarra. In quanto alle interviste con vari anziani pianisti famosi (a cominciare da Ray Charles al quale viene dedicato molto spazio), trovo che occupano troppo spazio, iniziano sempre con la stessa domanda (“Come hai iniziato?") e diventano noiose le monotone inquadrature delle mani che scorrono sui tasti, osservate dal buon Clint perennemente seduto spalla a spalla con chi suona. 

Trailer francese della serie di 7 film, che mi sembra più significativo e certamente più conciso di altri disponibili in rete.

venerdì 24 settembre 2021

Micro-recensioni 261-265 - World Cinema: Francia, Australia, Giappone, Romania e Argentina

Assortimento molto vario di epoche, provenienza e generi per questa cinquina abbastanza interessante. Fra tutti spicca un documentario sperimentale (giudicato fra i migliori di sempre) seguito da un quasi-documentario australiano.

 

Sans Soleil
(Chris Marker, 1983, Fra)

Si tratta di un originale montaggio di immagini di repertorio, accompagnato da un testo letto da voce fuori campo sotto forma di lettere di un viaggiatore. Le immagini si riferiscono soprattutto al Giappone in un arco temporale che va dalla II Guerra Mondiale all’epoca contemporanea, ma c’è anche molto della Guinea Bissau (ex colonia portoghese in Africa) e pochi clip di Francia e Islanda. A partire da eventi specifici si discutono idee generali applicabili quasi in qualunque era e luogo, dai suicidi giapponesi durante la guerra alla lotta di Liberazione congiunta di Guinea e Capo Verde. 

Non si risparmiano critiche a singolari attività ricreative giapponesi tipiche degli anni ’80 come i balli takenokozoku e il Whack-a-Mole (video sopra) che consiste nel colpire in testa, con un martello di gomma, le talpe che sbucano dai buchi del tavolo; la variante proposta indicava specifiche cariche, dal direttore generale ai suoi vice, funzionari e capi del personale. La voce fuori campo sottolinea che si era spesso obbligati a sostituire il pupazzo che rappresentava il direttore generale a causa della veemenza con la quale veniva colpito. Documentario premiato a Berlino.

Charlie's Country (Rolf de Heer, 2013, Aus)

David Gulpilil, aborigeno protagonista e co-sceneggiatore insieme con il regista Rolf de Heer, è la star del film e, con la sua flemma e stretta logica, mette in evidenza tutti i controsensi della politica di derivazione colonialista nei confronti dei nativi. Per quanto diversa, la situazione è molto simile a quella degli americani, ufficialmente protetti e appoggiati ma in effetti relegati in determinate aree e destinatari di continui tentativi di occidentalizzazione per rendendoli schiavi del sistema economico vigente. Il film non manca di ironia e spesso i dialoghi fra Charlie e i poliziotti o altri “bianchi” tendono al paradosso e all’assurdo, quasi surreali. Non c’è nessun set e la maggior parte delle scene sono girate fra piste polverose e ambiente naturale. David Gulpilil, miglior attore a Cannes e Nomination Un Certain Regard per Rolf de Heer.

  
Bacalaureat (Cristian Mungiu, 2016, Rom)

Dramma familiare molto ben proposto, ma il vero tema (che porta lo scompiglio fra i protagonisti) è l’onestà, che viene continuamente messa in discussione da situazioni contingenti. Intendiamoci, nessuno è un criminale o lucra fra mazzette e ricatti ma si discute appunto del limite dell’innocuo e sincero favore che chi lo riceve vuole poi ricambiare. Ciò, paragonato alla corruzione dilagante che pare regni in Romania, è cosa da poco ma comunque fa riflettere. Considerazioni pertinenti e facilmente applicabili in quasi qualsiasi società che non sia perfetta. Ben diretto e interpretato, piacevole sorpresa. Miglior regia a Cannes e Nomination Palma d’Oro.

Tokio Sonata (Kiyoshi Kurosawa, 2008, Jap)

Il regista e co-sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa, non imparentato in alcun modo con il ben più famoso Akira, include nella trama una serie pressoché irripetibile di eventi già di per sé insoliti affrontati dai vari soggetti in modo più o meno insulso. Chiunque potrebbe teoricamente trovarsi nelle varie situazioni proposte, ma è assolutamente impensabile che queste capitino tutte ai vari componenti della stessa famiglia nell'arco di poche ore, come succede verso la fine del film. Premio della Giuria a Cannes. Sostanzialmente deludente. Premio Un Certain Regard a Cannes.

Los guantes mágicos (Martín Rejtman, 2003, Arg)

Qualcuno parla bene di questa commedia, ma non è brillante, né grottesca; una serie di personaggi strani e depressi si incontrano, si associano, si danno consigli, ma sempre rimanendo nel campo dell’insulsaggine e ancor più spesso della depressione. La maggior parte di loro si scambiano notizie sui vari medicinali che assumono, talvolta uniti ad alcool, e a fantasiose terapie. Film sostanzialmente inutile, ancor più deludente in quanto il precedente lavoro del regista/sceneggiatore (Silvia Prieto, 1999) lasciava ben sperare, in quanto molto più arguto trattando di uno “scambio di vite” fra due giovani donne omonime, Silvia Prieto per l’appunto.

venerdì 10 settembre 2021

Micro-recensioni 241-245: World Movies … Kazakistan, Colombia, Cina e India

Un interessantissimo documentario colombiano è accompagnato da un film sulla gioventù di Gengis Khan, una detective story cinese con intrighi di palazzo e altri 2 film dell’Indian Parallel Cinema.

 

Ciro y yo 
(Miguel Salazar, 2018, Col)

Il protagonista è Ciro Galindo (classe 1952), che interpreta sé stesso. Narra la incredibile e sventurata storia costellata di morti, arruolamenti forzati di bambini soldato, FARC, truppe paramilitari, servizi segreti poco affidabili; una vita passata a tentare di sfuggire alla violenza, non a caso diventa emblematica la frase: “dovunque andasse, la guerra lo trovava”. Il regista e direttore della fotografia Miguel Salazar, decise di realizzare questo documentario dopo 20 anni di amicizia con Ciro e con la sua famiglia i cui unici sopravvissuti sono lui e suo figlio Esneider. Attualmente vanta un ottimo e giustificato 8,3 su IMDb.

Detective Dee: the Phantom Flame (Hark Tsui, 2011, Cina)

Film spettacolare che ho recuperato dopo averlo visto al cinema una decina di anni fa. Ambientato alla fine del VII secolo, all’epoca dell’incoronazione dell’unica Imperatrice cinese della storia: Wu Zetian. I preparativi per la cerimonia sono turbati da inspiegabili incidenti … persone che vanno a fuoco ed in pochi minuti si inceneriscono. Agli intrighi mirati a sabotare la celebrazione, nei quali tanti sono i sospetti per i più svariati motivi, si alternano i classici combattimenti e movimenti di masse di soldati. Toccherà al Detective Dee (Andy Lau) risalire alla causa delle misteriose fiammate e smascherare chi trama contro l’Imperatrice. L’ottima fotografia, la ricca scenografia e i colorati e sfarzosi costumi sono predominanti sulla trama che comunque è intricata e piena di sorprese fino all’ultimo. Molto piacevole e, quindi, consigliato.

  

Mongol (Sergey Bodrov, 2007, Kaz)

Candidato Oscar come miglior film non in lingua inglese è uno dei pochi prodotti dal Kazakistan. Scorrendo velocemente l’ascesa al potere del giovane Temudjin (il futuro Gengis Khan), il regista russo approfitta spudoratamente (ma bene) degli spettacolari paesaggi dell’Asia più interna, fra Kazkistan, Mongolia e Cina. Abbastanza fedele ai fatti storici riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore anche se, chiaramente, alcuni eventi sono molto romanzati. Senz’altro vale la pena guardarlo, almeno per godere della vista di deserti e steppe infinite, nonché per conoscere qualcosa della vita da nomadi dei mongoli, con le yurta (le loro caratteristiche tende), gli originali abiti e gli animali al seguito.

  • Bazaar (Sagar Sarhadi, 1982, Ind)
  • Gaman (Muzaffar Ali, 1978, Ind)

Questi sono gli unici altri due film dell’Indian Parallel Cinema che sono riuscito a recuperare con sottotitoli inglesi, dopo aver visto Ankur (1974, Shyam Benegal) la settimana scorsa. Se Bazaar si è rivelato molto interessante per approfondire l’argomento dei matrimoni combinati (fra adulti, non spose bambine) Gaman è risultato molto deludente. Nel primo la protagonista è Smita Patil, reputata una delle migliori attrici indiane di sempre, impegnata politicamente, quasi icona del Parallel Cinema, con ben 80 film all’attivo nonostante il debutto a 20 anni e la prematura morte a 31. In poche parole, se ne avrete l’occasione, guardate Bazaar ed evitate Gaman.

lunedì 7 giugno 2021

I primi 4 muti di Alfred Hitchcock

Come da programma, ecco poche righe in merito agli inizi di Hitchcock nelle vesti di regista. Sì, perché era già entrato nel mondo del cinema nel 1919 proponendo suoi bozzetti di titoli alla casa di produzione americana Paramount (che aveva appena aperto una succursale a Londra). 
Fu assunto praticamente come tirocinante il che gli consentì di affiancare i vari specialisti d'oltreoceano facendo così esperienza in quasi tutti i campi. Nel 1922 gli americani se ne andarono e gli stessi studi furono occupati dalla Gainsborough Pictures lui non perse il posto anzi cominciò ad avere maggiori responsabilità tanto che l'anno seguente gli furono affidati i compiti di scenografo, sceneggiatore e produttore di Woman to Woman e in tale occasione conobbe Alma Reville che sarebbe poi stata sua consigliera e collaboratrice, nonché moglie, fino alla fine dei suoi giorni. 
I primi tentativi di realizzare un film fallirono ma, finalmente, nel 1926, Hitchcock portò a termine The Pleasure Garden nel quale già si nota l'attenzione del regista alle scenografie, alle inquadrature e, soprattutto, al montaggio. Ad un occhio attento non sfuggono altresì le influenze dell'espressionismo tedesco (era stato per un certo tempo in Germania ed aveva assistito alla produzione di L'ultima risata (Der Letzte Mann, 1924, di F.W. Murnau), nonché dei cineasti russi che crearono le basi del cinema, tutt'oggi valide, vale a dire Eisenstiein, Vertov e Pudovkin. In quanto al montaggio, al quale Hitchcock ha sempre dedicato particolare importanza e cura, vale la pena guardare questo breve filmato nel quale il regista illustra vari modi di utilizzarlo.

Penso abbiate già intuito che non entrerò nei dettagli dei 4 film di questo gruppo, né dirò altro del documentario / intervista Hitchcock / Truffaut (2015, Kent Jones, Fra/USA) in quanto reputo sufficiente l'introduzione scritta nel post precedente ... si deve solo guardare e ascoltare, non si può raccontare. I film visti sono:

  • 1925 The Pleasure Garden (Il labirinto della passione)
  • 1927 The Lodger - A Story of London Fog (L'inquilino)
  • 1927 Downhill - When a Boy Leave Home (Il declino)
  • 1927 Easy Virtue (Fragile virtù)

  

The Pleasure Garden è una dramedy molto movimentata e articolata, che portò il regista a girare in Germania, Francia ed in Italia (Riviera ligure e Lago di Como). Pur essendo il primo per data di produzione, fu distribuito solo dopo l'ottima accoglienza avuta dal successivo The Lodger. Furono apprezzati in particolare lo stile moderno ed il rapido e significativo montaggio. 

The Lodger è il primo film del quale Hitchcock fu regista e sceneggiatore (anche se uncredited nella seconda veste) ed è anche individuato da tutti come il primo thriller/suspense, il genere che lo renderà famoso. 

Downhill non è al livello del primo in quanto a tecnica né di interesse simile al secondo; tuttavia è certamente sopra la sufficienza.

Easy Virtue è uno dei meno quotati nella produzione complessiva del regista (purtroppo si troverà di peggio), ma molti vedono questo film come un dispetto fatto alla Gainsborough (passerà alla BIP - British Int. Pictures) e ridicolizzare il lavoro teatrale di Coward da cui è tratto (veramente banale) che comporta, come spesso accade, tante scene statiche, poca azione e più cartelli (specialmente se comparati ai pochissimi di The Lodger).  

Nel complesso, tutti tranne l'ultimo sono interessanti e meritano di essere guardati, specialmente nell'ottica dello sviluppo dello stile del regista durante i suoi oltre 50 anni di attività cinematografica. Singolare sono le inclusioni di alcuni personaggi di contorno caricaturali e situazioni divertenti (come quella dei bambini nel negozio di dolci in Downhill) che poco o niente hanno a che vedere con la trama. 

Infine, in The Lodger si registra la prima apparizione / cameo di Hitchcock (in effetti sono due) e la ragione di ciò, che poi divenne un vezzo, fu la necessità di sostituire una comparsa nella sala stampa ...

venerdì 4 giugno 2021

Tutto Hitchcock … visione dei suoi 53 lungometraggi esistenti

Come anticipato nel precedente post, ricomincio a guardare film con la solita frequenza (mediamente almeno uno al giorno) e mi sono riproposto di affrontare l’intera filmografia di Alfred Hitchcock, già vista alla rinfusa negli anni passati, stavolta in rigoroso ordine cronologico. 

La farò però precedere dalla visione del documentario basato sullo “storico” confronto (non furono certo interviste nel vero senso della parola) fra il maestro della suspense e Truffaut; una settimana di scambi di idee sulla regia che furono la base del famoso libro del regista francese. Nel 2015 Kent Jones ha montato parte delle suddette discussioni, intercalandole con spezzoni di interviste a tanti altri famosi cineasti, da Paul Schrader a Martin Scorsese, da Wes Anderson a Peter Bogdanovich, da Kiyoshi Kurosawa a Richard Linklater, ed in immagini d’archivio appaiono anche Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Vera Miles (Psycho e The Wrong Man) e Anny Ondra (The Manxman and Blackmail, ultimo muto e primo sonoro). Ci sono vari interessantissimi stralci nei quali mostrano spezzoni di loro film e ne valutano l'approccio e la realizzazione. Il documentario originale (in inglese e francese, questo sottotitolato in inglese) è disponibile online su diversi siti, questo è un esempio di streaming.

Un altro sostanziale supporto a questa piacevole ed interessante impresa cinefila sarà fornita dal libro Alfred Hitchcock (2018, 450 pagg., Cineteca Nacional Mexico), compilato dal regista messicano Guillermo del Toro, altro suo grande ammiratore.
Scrivo “compilato” in quanto è una precisa raccolta di schede che, in ordine cronologico, trattano di tutti i film del maestro, complete di credits, dati tecnici, trama e commenti di lunghezza molto variabile a seconda della qualità e notorietà, curiosità e perfino indicazione della scena nella quale compare il regista (i cameo erano il suo noto marchio di fabbrica). Oltre a questi, divisi nelle tre classiche sezioni (UK silent, UK sound, USA), ce n'è anche una quarta che raccoglie i telefilm.
Le schede possono portare all'attenzione del lettore particolari facilmente che altrimenti non sarebbero notati e specifiche dichiarazioni dello stesso regista in merito alla sua valutazione dei risultati. A conclusione di numerose schede si trovano anche citazioni di rispettatissimi cineasti come André Bazin, Marlene Dietrich, Truffaut, Del Toro e dello stesso Hitchcock come, per esempio:
  • Forbici che non luccicano sono come asparagi senza condimento (Dial M for Murder, 1953)
  • Diciamo che la prima versione (1934, n.d.r.) è il lavoro di un talentuoso dilettante e la seconda è realizzata da un professionista (The Man Who Knew Too Much, 1955)

Nel prossimo post scriverò quindi della prima metà del gruppo dei muti - da The Pleasure Garden a Easy Virtue e del documentario di Kent Jones. Questi è l’elenco dei silent movies di Hitchcock, nel quale ho incluso anche il primo (incompiuto) e quello disperso.

  • 1922 Number 13 (incompiuto)
  • 1925 The Pleasure Garden (Il labirinto della passione)
  • 1926 The Mountain Eagle (Aquila della Montagna) (scomparso)
  • 1926 The Lodger - A Story of London Fog (L'inquilino)
  • 1927 Downhill - When a Boy Leave Home (Il declino)
  • 1927 Easy Virtue (Fragile virtù)
  • 1927 The Ring (Vinci per me!)
  • 1928 The Farmer's Wife (La moglie del fattore)
  • 1928 Champagne (Tabarin di lusso)
  • 1929 The Manxman (L'isola del peccato)

Se qualche altro cinefilo (oltre ai mio solito sparuto gruppo di sodali) volesse partecipare (via Skype) alle chiacchierate informali successive alle visioni mi può contattare via blog o via email.

PS - da notare che già negli anni '20 si praticava la traduzione selvaggia dei titoli!