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domenica 24 novembre 2019

72° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (356-360)

Ennesimo gruppo interessante ed eterogeneo, comprende due classici noir di Robert Foster (il primo dei quali quasi di Orson Welles), il primo lungometraggio di Jean Cocteau (in effetti nel 1925 dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa poco) e due commedie, una giapponese di fine secolo e l’altra di quest’anno.

    

357  Woman on the run (Norman Foster, USA, 1950) tit. it. “Il mistero del marito scomparso” * con Ann Sheridan, Dennis O'Keefe, Robert Keith * IMDb 7,3 RT 83% 
Ottimo e singolare noir che non ha niente da invidiare a quelli più noti di quell’epoca. Dwight, il gestore del Movie Museum con il quale mi trattengo spesso a conversare prima o dopo una proiezione, mi aveva consigliato Journey Into Fear (guardato e commentato in questo stesso gruppo) e parlando di tanti altri noir di quell'epoca mi ha ricordato questo dello stesso regista. L'avevo già visto, vari anni fa, ma avendolo trovato su youtube a 1080p, l'ho guardato di nuovo con molto piacere e a chi legge consiglio di fare altrettanto. Potreste trovarlo anche in italiano (lo sconsiglio) con il ridicolo titolo “Il mistero del marito scomparso” (sic!).
Vero cult per gli amanti del genere con personaggi credibili e dialoghi taglienti, ben diretto e interpretato, con twist al momento giusto e tante sorprese ben distribuite. Tutta la sequenza finale nel parco di divertimenti con l'otto volante è da manuale per intreccio, tempi, interpretazioni e twist.
In questo film i criminali hanno un ruolo relativamente secondario (nella storia entra in gioco solo un sicario) che, fra l’altro, non si confronta direttamente con la polizia; fra le due parti c’è una coppia in crisi che niente ha a che vedere con l’uno o con l’altra.  Di passo rapido, con narrazione essenziale e ottima scelta di tempi, Woman on the run mantiene sempre alta la tensione e quindi il livello di attenzione dello spettatore.
Ripeto, non ve lo perdete!

358  Le sang d'un poète (Jean Cocteau, Fra, 1930) * con Enrique Rivero, Elizabeth Lee Miller, Pauline Carton * IMDb 7,4 RT 94% 
Primo lungometraggio oggi disponibile di Jean Cocteau; in effetti nel 1925 il poliedrico artista dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa molto poco. Anche se non è “ufficialmente” un film surrealista, guardandolo non si può fare a meno di fare un parallelo con le due famose opere coeve del binomio Luis Buñuel / Salvador Dalí, vale a dire Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). La storia, pur essendo per lo più incomprensibile, verte su lunghe scene senza cambiare ambientazione né protagonista … poi si passa a tutt’altro. I collegamenti sono pochi e si va da una bocca che si sposta a sguardi indiscreti da buchi della serratura in un ambiente con gravità ruotata, da bullismo giovanile e guerra con palle di neve ad una partita a carte fra un baro ed una elegante signora sotto gli occhi di un pubblico al teatro. Essendo dichiaratamente fra l’astratto, l’avanguardia e il surrealismo, ognuno è stato e sarà libero di fare le proprie supposizioni e avanzare personali interpretazioni di immagini e scene, anche perché Cocteau non ha mai voluto spiegare niente con chiarezza, ma resta il fatto che, come qualunque opera d’arte di un certo livello, spinge l’osservatore a elaborare e non ad essere spettatore passivo.
Sta a voi decidere se cimentarvi in questa per certi versi ardua visione o meno … pur non cogliendo alcun messaggio certo, devo dire che a me è piaciuto e non poco!

      

356  Journey Into Fear (Norman Foster, USA, 1943) tit. it. “Terrore sul Mar Nero” * con Orson Welles, Joseph Cotten, Dolores del Rio * IMDb 6,6 RT 75% 
Uno dei film meno conosciuti fra quelli in cui appare Orson Welles. Me lo menzionò Dwight qualche giorno fa parlando di buoni noir americani degli anni ’40-'50 e, essendo incuriosito dalla presenza del grande regista e attore (seppur qui non protagonista), ho iniziato la ricerca e fra i non entusiastici titoli di recensioni e la composizione del cast ho sentito odore di bruciato. Film fatto più o meno in famiglia, con Joseph Cotten (che con Welles aveva appena guadagnato grande fama apparendo in Citizen Kane, 1941, e The Magnificent Ambersons, 1942) non solo protagonista ma anche sceneggiatore (per fortuna l’unico tentativo), Dolores Del Rio assolutamente fuori contesto (ma all'epoca aveva una relazione con Orson Welles, troncata subito dopo questo film), Everett Sloane, che sarà sempre ricordato per essere Mr. Bernstein in Citizen Kane e l'avvocato zoppo, marito di Rita Hayworth in The Lady from Shanghai e non certo per questo film, e tanti altri attori del Mercury Theatre che interpretano i vari personaggi equivoci di contorno. Per finire, è certo che buona parte della regia è da attribuire a Orson Welles anche se non volle comparire ufficialmente come regista; lasciò onori e onere a Robert Foster che diresse le riprese mentre lui era impegnato in contemporanea a girare The Magnificent Ambersons.
La messa in scena non è delle migliori, seppur con pregevoli particolari, come quello del disco che si incanta. Si deve anche sottolineare che la voce fuori campo di Joseph Cotten non esisteva nella prima versione, fu aggiunta successivamente insieme con alcune riprese incluse nella parte finale, per scelta di Welles che si occupò anche del montaggio delle fasi conclusive. Con queste premesse, era difficile aspettarsi molto di più.
In quanto alla storia, si tratta di un adattamento dell’omonimo romanzo (1940) di Eric Ambler), è ambientato fra Istanbul e Batumi, e include un viaggio in nave sulla quale, fra i pochi passeggeri, si nascondono spie e sicari nazisti che minacciano il protagonista americano … ricordatevi che si era in piena guerra e la storia quindi plausibilmente anche di propaganda.
Sufficiente, ma purtroppo si nota che è stato realizzato in fretta e con troppe “menti” a dirigere.

359  Shall we dance (Masayuki Suo, Jap, 1996) tit. it. “L'ultimo ballo” * con Kôji Yakusho, Tamiyo Kusakari, Naoto Takenaka * IMDb 7,7 RT 91% 
Pluripremiata commedia giapponese di una ventina di anni fa, omonima di quella più nota, ma certo non migliore, con Richard Gere (2004) … quasi pedissequo tentativo di remake americano = solito fallimento.
Alterna momenti buoni a banalità al limite del ridicolo, ma i pochi allievi della scuola di ballo da sala (tipi estremamente vari e singolari) sono ben descritti in modo sagace anche se con qualche esagerazione. Anche se c’è un solo vero protagonista il film è quasi corale e, fra lezioni, competizioni e storie personali, scorre in modo fluido. In quanto alla storia in sé, si deve tener conto della stranezza del “ballo di coppia” in un Giappone che, anche in tempi moderni, ha poca familiarità con valzer, quickstep, pasodoble e simili. Pertanto un serio, compassato e stimato funzionario di mezz’età che inizia a frequentare una scuola di ballo si sente quasi costretto a farlo di nascosto. La situazione si deve quindi guardare con gli occhi nipponici e non da europei, americani o latini.
Nel complesso guardabile, intrattenimento piacevole se si ha almeno una minima idea dell’ambiente in cui si svolge, cinematograficamente appena sufficiente. 

360  The Peanut Butter Falcon (Tyler Nilson e Michael Schwartz, USA, 2019) * con Shia LaBeouf, Dakota Johnson, Zack Gottsagen * IMDb 7,8 RT 95% 
Commedia leggera e buonista con qualche spunto non male, basata sul socially correct, che procede in modo poco credibile (anche in una commedia è necessaria un po’ di plausibilità) e si conclude in modo confuso, assolutamente fuori da ogni logica. Buone le interpretazioni dei due protagonisti Shia LaBeouf e Zack Gottsagen (il giovane con sindrome di Down), insignificante la presenza di Dakota Johnson che passa dal genere erotico alla commedia ma tutto ciò che è capace di fare è mostrare le gambe (essendo una commedia non penso non le sia stato concesso di più), più incisiva la brevissima apparizione dell’ormai 83enne Bruce Dern.
Nonostante le buone intenzioni della coppia di sceneggiatori / registi, il film è appena sufficiente, e sono convinto che i buoni rating sono dovuti solo ed esclusivamente all’argomento trattato: i down non sono ritardati né stupidi (ma sembra che ancora oggi molti non se ne rendano conto). 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

domenica 8 settembre 2019

56° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (276-280)

Cinquina mista, ma con alcuni film che hanno dei punti in comune. Dopo aver apprezzato Louise Brooks in Diario di una donna perduta (1929, di G. W. Pabst) una decina di giorni fa, mi venne voglia di guardare di nuovo l'altro suo famoso film diretto dal regista austriaco e mi è capitato di recuperare anche un suo precedente film americano con il quale cominciò a farsi conoscere, diretta da un altro regista poi divenuto più che famoso e stimato: Howard Hawks
Un'altra ri-visione è stata quella della geniale commedia spagnola El mundo es nuestro, mentre i rimanenti due film (recupero di recenti candidati o vincitori Oscar) sono accomunati dal fatto di avere come protagonisti anziani più o meno svampiti, di ambienti assolutamente diversi e con “problemi” altrettanto diversi, ma uno è in b/n e l’altro a colori sgargianti e patinati, uno con attori per lo più poco noti ma che offrono ottime prove e l’altro con due (quasi) mostri sacri assolutamente sprecati e una nota attrice una delle sue interpretazioni più inconsistenti ... Nebraska surclassa Youth!

   

280  Nebraska (Alexander Payne, USA, 2013) * con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb * IMDb  7,7  RT 91% * 6 Nomination (miglior film, regia, Bruce Dern protagonista, June Squibb non protagonista, fotografia e sceneggiatura); Bruce Dern miglior attore a Cannes
Alexander Payne sembra essere specializzato in commedie amare, spesso in ambiente famigliare (Sideways, The Descendants, ...) ed in questo campo, pur non raggiungendo vette eccelse, realizza ottimi film, molto umani, senza grandi esagerazioni, ben narrati.
Bruce Dern con oltre un centinaio di film alle spalle (spesso diretto da ottimi registi fra i quali Pollack, Hitchcock, Corman, Aldrich e ultimamente Tarantino) nei quali quasi sempre ha ricoperto ruoli secondari, prossimo agli ottant’anni si guadagna la sua brava e meritata candidatura Oscar come protagonista. Ed è lui l’unica “star”, il resto del cast è composto da attori semisconosciuti, specialmente a livello internazionale, ma tutti si calano perfettamente nei propri ruoli (perfettamente descritti) trovandosi evidentemente a loro agio, scommetto che - se indagassi - scoprirei che la maggior parte di loro sono originari del midwest.
La testardaggine del protagonista che vuole andare a ritirare il suo premio di 1.000.000 di dollari viene comunque premiata con i ritrovati rapporti con (alcuni) famigliari e piccole rivincite con i vecchi amici della sua cittadina di origine. Quasi un road movie, con un viaggio di 1.300km da Billings (Montana) e Lincoln (Nebraska), passando per il Sud Dakota.
L’utilizzo del bianco e nero per narrare questa storia ambientata nel midwest più vero, con tutti i suoi personaggi e ambienti tipici, è più che appropriato.
Un ottimo film che merita senz’altro di essere guardato.

277  Il vaso di Pandora (G. W. Pabst, Ger, 1929) tit. or. “Die Buchse der Pandora” * con Louise Brooks, Fritz Kortner, Francis Lederer * IMDb  7,9  RT 90% 
Primo dei due film di Pabst con Louise Brooks, usciti nello stesso anno, questo ben più famoso dell’altro, Diario di una donna perduta. In questo caso l’attrice americana, quasi un sex symbol dell’epoca, con il suo inconfondibile taglio di capelli, interpreta una donna che attira le attenzioni degli uomini, porta scompiglio, rovina e anche morte. Basato su due tragedie scritte da Frank Wedekind nel 1904, questo adattamento rese famoso il personaggio di Lulù (titolo alternativo film) e Louise Brooks, femme fatale che senza dubbio ha ispirato (anche nell’aspetto) la Valentina di Guido Crepax.
Pabst mette in scena un lavoro ben bilanciato, con buona descrizione dei personaggi, utilizzando ancora una volta alla perfezione le limitate tecniche del muto, tendente molto più al realismo che all’espressionismo giunto ormai quasi al termine del suo periodo d’oro. 
Pietra miliare del cinema muto, da guardare ... senza ombra di dubbio. 

       

278  El mundo es nuestro (Alfonso Sánchez, Spa, 2012) trad. “Il mondo è nostro” * con Alfonso Sánchez, Alberto López, Alfonso Valenzuela * IMDb  6,6 
Ho voluto ri-guardare questa divertente commedia negra-crime spagnola, a tratti esilarante, per proporla ad amici che hanno apprezzato. Peccato che la maggior parte degli italiani non ne conoscano neanche il titolo e sembra che non esistano neanche i sottotitoli in italiano, chi ha poca dimestichezza con lo spagnolo (molto andaluso) si deve arrangiare con quelli in inglese. Lo vidi la prima volta quasi 3 anni fa in USA ... com'è che nella vicina Italia nessuno lo distribuisca pur trattando temi ben noti anche qui da noi e visto che circolano commedie ben più insulse e spesso volgari senza neanche essere divertenti?
Chiaramente si basa su tanti luoghi comuni, ma i personaggi sono estremamente ben assortiti ed in un modo o nell’altro ognuno ha un suo spazio nella storia di una rapina che, in modo imprevedibile, si complica sempre di più. Quasi tutto il film è incentrato su ciò che avviene all’interno della piccola filiale di una banca nel cuore di Siviglia con continue sorprese e colpi di scena. Oltre ai due inetti rapinatori arriva un terzo incomodo e poi un cinese che si vanno ad aggiungere ad una coppia alle prese con in “mutuo a tasso fisso ma variabile”, tre clienti, un trafficante, il direttore, la cassiera e l’addetta alle pulizie. Nelle poche frenetiche ore durante le quali si trovano assediati da polizia e reparti speciali, si assiste anche a ciò che avviene fuori fra i membri delle forze dell’ordine, vari (più o meno incapaci) reporter, i tanti intervenuti che rumoreggiano, interviste improvvisate e quasi surreali. Insomma, in meno di un’ora e mezza succede di tutto e di più, parlando di banche, disoccupazione, lavoro nero, spaccio, riciclaggio, rivalità fra corpi di polizia, processioni, confraternite, omosessualità, tv spazzatura, politici corrotti, differenze culturali ...
Originale anche l’importanza data al “fanatismo religioso”, ma non quello degli attentati bensì quello popolare, quasi pagano, dei riti estremamente sentiti nel sud della Spagna (Andalusia) così come in Italia meridionale; non a caso (ma pochi lo notano) la colonna sonora è interamente costituita da pezzi da processione, eseguiti da banda di ottoni e percussioni.
Alfonso Sánchez, attore protagonista e debuttante come regista e sceneggiatore, ci regala questo divertente film corale a tratti quasi sit-com, ma piacevole, rapido, con battute a raffica e in sostanza ben interpretato (ovviamente un po’ sopra le righe).
Non è facile recuperarlo, ma vale la pena di fare una ricerca ... consigliatissimo! ovviamente per il divertimento, non per la pura arte cinematografica.

276  A Girl in Every Port (Howard Hawks, USA, 1928) tit. it. “Un cuore in inverno” * con Victor McLaglen, Robert Armstrong, Louise Brooks * IMDb  6,7 
Commedia d’epoca in - ovvio - ambiente marinaresco, con tutto ciò che possa essere lecito aspettarsi: avventure e disavventure in porti di tutto il mondo, scazzottate, ubriacature, rivalità con colleghi, infatuazioni, tradimenti, prostitute, postriboli, bar e tutto il resto. Si deve però dire che il livello è certamente sopra la sufficienza, non solo grazie alla presenza di Victor McLaglen e Louise Brooks, ma soprattutto per la regia di Howard Hawks, allora agli inizi della sua brillante carriera di regista versatile, includendo commedie, noir e western di successo.
Tollerato il genere, si lascia guardare piacevolmente.

279  Youth  (Paolo Sorrentino, Ita, 2015) * con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz * IMDb  7,3  RT 72%  * Nomination Oscar per canzone originale
Pretenzioso e sostanzialmente noioso, personaggi fra il ridicolo e il patetico, due ottimi attori quali Michael Caine e Harvey Keitel sprecati, una delle più inconsistenti prove di Rachel Weisz, regia e sceneggiatura di Sorrentino ben lontane da quelle de La grande bellezza (2013) ... resta un esercizio di fotografia patinata da spot, rotocalco o videoclip.
Da evitare per non restare delusi o, almeno, guardatelo senza aspettarvi molto.
  
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.