domenica 9 maggio 2021

Due aggiustamenti del sentiero CAI 300 fra Torca e Recommone

Si tratta di piccole variazioni fra Torca e Crapolla e fra l'Alta Via dei Monti Lattari e via Spina (CAI 355), accompagnate dal relativo aggiornamento dei segnavia, tese a semplificare il percorso ed evitare agli escursionisti deviazioni non volute ... verso l'ignoto.

 

Ieri con C. P.(icasso) siamo andati a sistemare la segnaletica orizzontale all’attacco del sentiero 355 (variante Spina) poco ad est della pineta del Monte di Monticchio. In anni recenti, a causa di segnature successive, i segnavia bianco/rosso del 300 apparivano su due tracce parallele, ma solo lungo la superiore gli escursionisti avrebbero trovato la “bandierina” di inizio 355 lì disegnata (foto sotto), prima del raddoppio del sentiero. 

Senza cambiare assolutamente niente dei sentieri, e con il beneplacito del CAI, adesso si trovano 3 bandierine 355 (foto sopra), un solo percorso bianco/rosso, il resto è solo rosso (e a breve, si spera, dovrebbe essere identificato anche come 57a del TOLOMEO 2021). I pallini rossi nello schizzo in basso indicano la posizione delle nuove bandierine (G ed I) lungo il 300, quella già esistente (K) si trova nel punto in cui le due tracce inferiori si uniscono e inizia la salita verso via Spina. Come si comprende guardando la scala, si tratta di poche decine di metri. ma specialmente in zone come quella è quanto mai opportuno sapere su quale percorso ci si trovi.

Per conoscere in dettaglio la situazione precedente è indispensabile andare a leggere il post di lunedì 7 ottobre 2019 Sentieri fra il CAI 300 e via Spinache definii “post lungo, da leggere con attenzione (se interessati); di quasi nessun interesse per i non escursionisti e non locali”. Qui riporto solo la mappa, la cui legenda si trova però nel testo di quel post.

Due settimane fa, invece, andammo ad aggiornare i segnavia del CAI 300 fra Torca e Iarito, come da accordi presi durante l’inverno con Presidente e vicepresidente della sezione di Stabia, responsabile di tutta la parte occidentale dell’Alta Via dei Monti Lattari. Anche in questo caso è importante ricordare qual era la situazione in precedenza. Dallo slargo antistante la chiesa di Torca si scendeva lungo una stretta stradina carrabile per poco più di 100m e all’incrocio (a T) si girava a destra verso Nula e dopo circa 250m di saliscendi, passando sotto un antico arco, si imboccava una stradina a sinistra che dopo pochi metri diventava un sentiero mal tenuto, stretto e quasi sempre ricoperto dalla vegetazione invasiva che creava non pochi problemi. 

 

Adesso, invece, dal suddetto incrocio a T, basterà seguire i 3 segnavia testuali in foto che indirizzano gli escursionisti lungo un percorso più comodo, più breve (350m contro i 500 dell’altro, fra i due cerchi rossi in mappa), congruente con la segnaletica testuale in foto e, soprattutto, sempre di facile percorrenza sviluppandosi tutto su fondo duro. Il nuovo tracciato torna a calcare il precedente subito dopo aver oltrepassato il rivoletto dove già da anni è presente anche una mattonella "artistica" che indica, a chi sale, la direzione per Torca, a ulteriore dimostrazione che quel percorso è stato sempre il più frequentato; fatto comprensibile avendo origine dal entro dell'abitato.

 

Nella mappa in basso il vecchio itinerario è indicato con puntini rossi. 

Approfitto di questo post per sottolineare che il sentiero CAI 344 è stato inglobato nel TOLOMEO 2021 con i seguenti codici:

  • da Sorrento a Sant’Agata è il 25 (verde)
  • da Sant’Agata a Crapolla sarà il 50 (blu), coincidente con il 300 fra Torca e Guardia (come già il 344)

mercoledì 5 maggio 2021

micro-recensioni 96-100: 5 film, 9 Oscar, 21 Nomination

Candidature Oscar sempre più deludenti; pur volendo considerare le limitazioni della pandemia che hanno condizionato le produzioni e hanno rinviato qualche uscita in attesa della riapertura delle sale, si conferma la tendenza al ribasso della qualità media degli ultimi anni. Fra questi 5 (che dovrebbero essere i migliori) non c’è un solo vero film di gran livello. Proprio così, poiché l’ottimo The Father con un eccezionale Anthony Hopkins è un gran pezzo di teatro (ben riportato sullo schermo, ma sempre teatro è), Nomadland è un quasi-documentario con una sola (ottima) attrice, Druk avrebbe meritato qualcosa di più ma i plot secondari non sono al livello del principale, Mank (sul quale contavo per il soggetto cinematografico e il b/n) è in sostanza piatto e ripetitivo e non capisco come abbia potuto vincere l’Oscar per la (ridicola) fotografia e, infine, il tanto decantato Minari è assolutamente noioso, privo di una vera struttura o di alcun senso. Ecco le singole micro-recensioni.

The Father (Florian Zeller, 2020, UK) Oscar Anthony Hopkins protagonista e sceneggiatura e 4 Nomination (miglior film, Olivia Colman non protagonista, montaggio e fotografia)

Senza dubbio il miglior film del lotto e forse meritava anche l'Oscar come miglior film in assoluto. Ci sarebbe da riflettere anche sul fatto che abbia vinto la statuetta per la migliore “sceneggiatura non originale” … senza tener conto che l’autore del lavoro teatrale dal quale è tratto sia co-sceneggiatore nonché regista (Florian Zeller, alla sua prima e per ora unica regia, tanto di cappello). Veramente non si sa come dividere i meriti fra sceneggiatura originale adattamento, regia e interpretazioni (al plurale perché anche quella di Olivia Colman – candidata non protagonista – è più che apprezzabile). La costruzione del plot che vaga perennemente fra realtà, immaginazione, ansie e ricordi è a dir poco perfetta. La trama che, se raccontata, può sembrare banale è avvincente e coinvolgente. Distorsione dei tempi e dei personaggi, intervallata da lampi di lucidità del protagonista, basati sulla pura logica. Come anticipato, l’unico appunto che si possa fare è quella di essere più teatro che cinema, ma va bene così!

 

Druk (Another Round) (Thomas Vinterberg, 2020, USA) Oscar miglior film non in lingua inglese e 1 Nomination (regia)

Quando non (s)cadono nell’inutilmente deprimente, trovo i lavori dei registi del Dogma 95 più che apprezzabili e questo, con la sua vena di dark comedy, ne è un perfetto esempio. L’alternanza degli ambienti scuola, famiglia e gruppo ristretto di amici di bicchiere è perfettamente bilanciata, purtroppo quella familiare è meno incisiva e tende all’avvilente e banale visto e rivisto. Inoltre, ho trovato interessante la teoria portante del film che è perfettamente compatibile con gli stili di vita di tante culture o comunità che consumano costantemente alcol o simili con moderazione, senza mai scadere nelle esagerazioni di alcuni popoli nordici. Buona la solita tanta camera a mano (ben utilizzata) e l’inserimento di un paio di scene/situazioni fuori contesto ma perfettamente piazzate come il bambino occhialuto e il ballo finale.

Nomadland (Chloé Zhao, 2020, USA) Oscar miglior film, regia e Frances McDormand protagonista e 3 Nomination (sceneggiatura, montaggio e fotografia)

Dopo il tanto parlarne, mi aspettavo di più. Come forse alcuni ricordano, già conoscevo i precedenti due film di Chloé Zhao, anch’essi un po’ documentaristici è ambientati nel west, fra praterie, cavalli, nativi e gruppi sociali al limite della “società americana”. Pertanto, l’ho trovato un po’ ripetitivo, simile agli altri per struttura e per la intrinseca solitudine dei protagonisti (quasi sempre tutti “buoni”). La regista evidentemente si trova a suo agio con queste comunità isolate (non le definirei emarginate) e appare fruttuosa la sua collaborazione con Joshua James Richards, direttore della fotografia di tutti e 3 i suoi film, che certamente sa approfittare degli immensi spazi (apparentemente) vuoti.

  

Mank (David Fincher, 2020, USA) Oscar sceneggiatura e fotografia (sic!) e 8 Nomination (miglior film, Gary Oldman protagonista, regia, Amanda Seyfried non protagonista,sonoro, musica, trucco e costumi)

Deludente per la sceneggiatura, per la controfigura di Orson Welles, per la sceneggiatura e, soprattutto, per le luci assolutamente irreali che ho trovato addirittura fastidiose. Luci assolutamente bianche e nette, da quelle emanate dai lampioni a quelle che entrano da porte e finestre quasi come un sole di mezzogiorno che però sta all’orizzonte (ma neanche in tali casi si sarebbero creati quegli effetti). I dialoghi non sono un granché e il di solito più che apprezzabile Gary Oldman qui appare svogliato e sottotono. I personaggi di contorno sono, a dir poco, per niente credibili. Se credessi a tali cose, penso che sia Welles che Mankiewicz si stiano rivoltando nella tomba.

Minari (Lee Isaac Chung, 2020, USA) Oscar non protagonista a Yuh-Jung Youn e 5 Nomination (miglior film, Steven Yeun protagonista, regia, sceneggiatura e musica)

Delusione totale, nemmeno la “nonna” vincitrice del premio Oscar come non protagonista mi è sembrata veramente meritevole del premio. La storia non è su una comunità di immigrati asiatici né sul loro inserimento nella società americana, né su intraprendenti agricoltori nel mid-west, né sulle dinamiche di una giovane famiglia coreana, né sull’ambiente. Il regista (anche sceneggiatore unico) ha inserito un po’ di tutto senza concludere niente; senz’altro fra i suoi colleghi in patria ce ne sono di molto più meritevoli.

lunedì 26 aprile 2021

La logica dei codici itinerari del TOLOMEO 2021

Proposto nel 2002 e completato nel 2003, il Nuovo Progetto Tolomeo (NPT), dopo tanti anni di vita era diventato obsoleto per vari motivi e quindi, dopo un tentativo fallito tre anni fa, a fine 2020 ho riproposto un aggiornamento sostanziale della struttura della rete pedonale ed un cambiamento radicale dei codici degli itinerari, adesso 23 più varie bretelle. Fra essi ce ne sono alcuni nuovi, altri restano identici a quelli in essere (non essendoci alternative), vari sono invece il risultato del sezionamento di quelli lunghi oltre una decina di km. Infatti, in questa riorganizzazione ho voluto ridurre la lunghezza media dei percorsi individuando dei nodi principali da ciascuno dei quali i camminatori potranno scegliere la successiva destinazione o anche tornare al punto di partenza seguendo un altro itinerario. 

Pertanto, a ciascun nodo ho attribuito una cifra, due nel caso di Sant’Agata e Sorrento che sono collegate da 4 percorsi, in modo che ogni itinerario sia identificato da un codice numerico a due cifre (la minore riportata per prima) che ne identificano le estremità. I quattro circuiti, avendo partenza e arrivo coincidenti, hanno dunque codice con due cifre uguali. Unica eccezione a tale numerazione è il tratto dell’Alta Via dei Monti Lattari (parte del Sentiero Italia - SI) da Colli di Fontanelle a Termini che manterrà il codice CAI 300, nonché i suoi classici segnavia bianco/rossi, mentre gli altri sentieri indicati dal CAI (Club Alpino Italiano) sulle loro mappe saranno invece identificati con codici TOLOMEO 2021.

La struttura “multi-radiale” (con più centri) del TOLOMEO 2021 risulta evidente nel quadro sinottico in alto nel quale sono riportati tutti gli itinerari e in particolare risalta l’importanza logistica del nodo di Sant’Agata (terminale di 10 itinerari) per la sua posizione centrale e praticamente equidistante dai capoluoghi di Sorrento (10) e Massa Lubrense (5), nonché di Termini (7), porta naturale di accesso alle aree meno antropizzate. 

Chi ricordasse i percorsi del NPT noterà anche non c’è più alcun itinerario che da Sorrento raggiunga direttamente il fondamentale nodo di Termini (Massa Lubrense), ma non è una carenza in quanto da ciascuno degli altri nodi intermedi (Massa centro, Monticchio e Sant’Agata) si possono intraprendere itinerari per tale destinazione. In questa struttura pressoché romboidale (con asse maggiore Sorrento – Termini e minore Massa – Sant’Agata) non vengono comunque trascurati i percorsi verso il mare anche se, necessariamente, la maggior parte di essi sono di andata e ritorno.

NB - Gli itinerari che ricadono in territorio sorrentino, compresi quelli di collegamento con il limitrofo comune di Massa Lubrense sono tutti definiti e già dotati di segnavia; quelli di esclusiva competenza lubrense non sono ancora dettagliati, ferme restando le mete.

micro-recensioni 91-95: un precursore di C.S.I. e Guerra dei Cristeros

Altra cinquina assortita, con un crime diretto da un maestro dei western, un medio e un lungometraggio messicani riproposti dalla UNAM, un noiosissimo acclamato (sopravvalutato, 4 Nomination Oscar) film in costume e un pietoso remake di un classico italiano.

 

Mystery Street (John Sturges, 1950, USA)

A chi ha poca memoria o attenzione per i nomi ricordo che l’ottimo Sturges fu il regista non solo di tanti western (fra i quali I magnifici 7 e Sfida all’OK Corral), ma anche di altri pregevoli film come La grande fuga, Il vecchio e il mare e Bad Day at Black Rock (semisconosciuto in Italia con nome Giorno maledetto). A questo Mystery Street mi riferivo nel titolo del post citandolo come antesignano dei film nei quali un crimine misterioso viene risolto grazie all’aiuto della scienza. Storia ben congegnata e ben descritta che vede la fattiva collaborazione di un giovane investigatore tradizionale e un ricercatore di Harvard. Gli interessanti indizi “scientifici” vengono ben miscelati con quelli inevitabilmente lasciati qui e là da vittima, ingiustamente accusato e assassino. Alcuni sono sapientemente fatti passare sotto al naso dell’investigatore, altri saranno invece notati e porteranno a conclusione le indagini. I buoni tempi e i twist, insieme al giusto uso delle casualità (per fortuna plausibili) lo rendono un solido e piacevole crime/noir. Consigliato.

Tras el horizonte (Mitl Valdez, 1984, Mex)

Mediometraggio sperimentale, 45 minuti di immagini in un’area rurale semidesertica, con un assassino in fuga e un inseguitore, entrambe a piedi. Si tratta di un adattamento di un racconto di Juan Rulfo, uno dei più importanti scrittori messicani del secolo scorso,; anche sceneggiatore e fotografo in campo cinematografico collaborò più volte con Gabriel García Márquez dal quale era molto stimato. In pratica non c’è dialogo, ma solo una voce narrante che rende noti i pensieri dei due nel corso del lungo inseguimento. Interessante realizzazione e buona trama, ma certamente è adatto solo a cinefili che si interessino di produzioni non convenzionali.

  

De todos modos Juan te llamas (Marcela Fernández Violante, 1976, Mex)

Il pregio principale di questo film (specialmente per i non messicani) e quello di parlare di un quasi-guerra-civile che ebbe luogo fra il 1926 e il 1929: la Guerra de los Cristeros (o Guerra cristera). A seguito di una legge anticlericale emanata dal presidente Plutarco Elías Calles, gran parte della popolazione rurale si ribellò armandosi e affrontando i soldati del regime al grido di ¡Viva Cristo Rey!. Pur non essendoci un esercito cristero, né grandi battaglie né una vera e propria guerra, gli eventi causati dalla legge Calles, furono di gran rilievo politico, coinvolgendo al di fuori del Messico sia il Vaticano che gli Stati Uniti. Un pezzo di storia che tuttavia rimane abbastanza nascosta e poche volte viene trattata e quindi è d’obbligo notare che fra gli autori Graham Greene ambientò in tale periodo il suo romanzo The Power and the Glory (giudicato fra i suoi migliori scritti), che poi fu adattato per lo schermo per The Fugitive (1947, it. La croce di fuoco), diretto da John Ford, con la consulenza di Emilio Indio Fernández, e con un cast di rilievo che contava su Henry Fonda, Dolores del Rio e Pedro Armendáriz. Questo film diretto da una delle poche donne regista messicane dell’epoca (tit. int. The General's Daughter, mai giunto in Italia) non ha grandi meriti ma in sostanza è ben realizzato ed interessante dal pinto di vista storico.

Pride & Prejudice (Joe Wright, 2005, UK/Fra)

Delle 4 Nomination Oscar che ottenne tre furono in categorie “minori” quali scenografia, costumi e commento sonoro originale, la quarta la ottenne Keira Knightley come protagonista e su questa mi permetto di dissentire in quanto durante tutto il film alterna sempre le stesse poche espressioni. Penso si sappia che non sono un fanatico dei film romantici e/o sentimentali, ma questo l’ho trovato veramente noiosissimo. Attribuendo ciò al testo originale di Jane Austen, devo sottolineare che si tratta del film di esordio di Joe Wright, del quale ho poi apprezzato il successivo Atonement (2007, simile genere, ciò dimostra che non sono prevenuto) ed il relativamente recente Darkest Hour (2017).

Welcome to Collinwood (Anthony Russo, Joe Russo, 2002, USA)

Ennesimo pessimo adattamento di un classico non americano in un remake, patetico e squallido. Nella fattispecie l’originale è I soliti ignoti (1958, Mario Monicelli) che viene distorto, volgarizzato, e neanche la presenza di George Clooney (anche produttore), Sam Rockwell, Patricia Clarkson, William H. Macy e altri decenti caratteristi possono risollevare Welcome to Collinwood in quanto il grandissimo problema sta nella sceneggiatura. Specialmente per noi italiani (ma oggettivamente per chiunque) non è pensabile replicare i vari Vittorio Gassman, Totò, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Renato Salvatori, Tiberio Murgia e l’ineffabile Carlo Pisacane (Capannelle).

mercoledì 21 aprile 2021

micro-recensioni 86-90: ottimo mix con Oscar (sconosciuto ai più)

Cinquina veramente varia, se non per un protagonista in comune fra i due film americani e l'ambientazione in un vagone ferroviario per altri due. Qualità media  più che buona nonostante ci sia un solo titolo conosciuto. 

 

Badlands (Terrence Malick, 1973, USA)

Opera prima di Malick, seconda apparizione sul grande schermo per Sissy Spaceck, primo ruolo importante come protagonista per Martin Sheen. Uno dei tanti film di quel decennio dedicato ai ribelli, ai giovani non convenzionali, agli ambienti del Midwest, ma certamente fra i migliori del genere. Non solo conta su una buona sceneggiatura, ma anche su un’ottima fotografia che sfrutta al meglio le scenografie naturali delle grandi pianure che si stendono a perdita d’occhio. Anche i due giovani attori protagonisti si dimostrano già apprezzabili lasciando prevedere la successiva più che soddisfacente carriera. La storia narra di un 25enne (che si atteggia a sosia di James Dean) che fugge con una 15enne lasciando dietro di sé una scia di morti. Il rapporto fra i due, con il padre di lei (Warren Oates) e con le persone in cui si imbattono nel corso del loro viaggio è sempre diverso, quasi sempre Kit (Sheen) è educato e cortese ma non si sa mai come andranno a finire questi incontri più o meno casuali; anche il finale è tutto una sorpresa in quanto all’atteggiamento del protagonista. Ottimo adattamento di un reale fatto di cronaca degli anni ’50; in Italia fu distribuito con titolo La rabbia giovane.

The Incident (Larry Peerce, 1967, USA)

Dopo aver ri-guardato dopo tanti anni Badlands, mi è venuta la curiosità di recuperare il film d’esordio di Martin Sheen nel quale interpreta uno dei due balordi (l’altro è Tony Musante) che terrorizzano i passeggeri di una carrozza della metropolitana di New York in piena notte. Film praticamente corale, con tanti buoni caratteristi. Interessante anche la costruzione che presenta brevemente single e coppie che si accingono a prendere la metropolitana, a differenti stazioni, dopo la serata passata in modo molto diverso … ma tutti finiscono nella stessa ultima carrozza del convoglio, che ha la porta di comunicazione bloccata. Da quel punto in poi, praticamente metà film, diventa quasi una pièce teatrale, una dozzina di personaggi chiusi in uno spazio ristretto con i due giovinastri che a turno attaccano briga e insultano tutti i passeggeri fino al (non troppo inaspettato) finale.

  

Six Shooter (Martin McDonagh, 2004, UK/Irl)

Opera prima di McDonagh, unico suo corto con il quale vinse l’Oscar, prima di affermarsi definitivamente presso il grande pubblico con i suoi soli 3 lungometraggi (il quarto è in lavorazione, ma non se ne conosce ancora il titolo). Questo regista/sceneggiatore irlandese è certamente fuori del comune, sia per la sua bravura in entrambi i campi, sia per essere praticamente specializzato in dark comedy e in questo suo esordio già evidenzia tale tendenza. La mezz’ora di questo quasi mediometraggio scorre per lo più nel vagone di un treno locale poco affollato; ognuno dei pochi passeggeri ha i suoi problemi avendo da poco subìto la perdita di un congiunto ma li affrontano e metabolizzano in modi molto diversi. Il protagonista è il sempre bravo Brendan Gleeson, che sarà poi anche in In Bruges e nel prossimo – al momento anonimo - film.

King of Devil's Island (Marius Holst, 2010, Nor)

Uno dei pochi film prodotti in Norvegia ad avere distribuzione internazionale, ma ovviamente non in Italia. Si tratta di un buon film girato in un “quasi bianco e nero” che si svolge su una piccola isola norvegese sulla quale si trova una specie di riformatorio. Pur riproponendo le inevitabili classiche situazioni che si ritrovano in film che trattano di prigioni, collegi, campi di lavoro e simili, lo sviluppo è abbastanza originale e i personaggi sono ben delineati e ben interpretati, senza le frequenti esagerazioni; inoltre, conta anche su un buon finale, certamente insolito. Fra i protagonisti, nei panni del direttore, c’è Stellan Skarsgård, di recente divenuto famoso per la serie Chernobyl, ma gli spettatori più attenti lo ricorderanno in tanti film girati non solo in Scandinavia (Millenium, Melancholia, Nymphomaniac, …), ma anche in Europa continentale (Ronin, Goya's Ghosts, …) e oltreoceano (Good Will Hunting, Angels & Demons, …).  

The Wife of Seishu Hanaoka (Yasuzô Masumura, 1967, Jap)

Ho parlato molte volte di questo prolifico e versatile regista giapponese che ha studiato anche a Roma, avendo come insegnanti Antonioni, Fellini e Visconti. Ha affrontato con disinvoltura e successo quasi tutti i generi ed in questo caso (novità fra le varie decine che ho visto) si cimenta in un interessante biopic. Seishu Hanaoka fu un medico/ricercatore vissuto a cavallo fra il ‘700 e l’800 e fu il primo al mondo ad operare un paziente in anestesia totale. Avendo studiato sia la medicina europea (conosciuta come olandese) che cinese ed esperto di erboristeria creò il primo anestetico con una mix di estratti di piante e fra le sue “cavie” ci fu anche sua moglie (da cui il titolo). Anche in questo caso Masumura non delude, anche perché conta su due delle migliori attrici dell’epoca (Ayako Wakao e Hideko Takamine) nelle vesti della moglie e della madre del medico, relativamente rivali.

giovedì 15 aprile 2021

micro-recensioni 81-85: nettamente la migliore delle 3 cinquine di dark comedy

Terzo e ultimo gruppo di commedie infarcite di humor nero, sono tutte di diverso taglio ed ognuna di esse o batte su un tema sociale reale o è parodia di un genere … o unisce i due stili. Tanti ottimi attori, ma poche ultrapagate star, diretti da 3 noti e affidabili registi e un paio di pressoché sconosciuti (per Shane Black si trattò della sua prima regia, dopo varie sceneggiature).

Seven Psychopats (Martin McDonagh, 2012, USA/UK)

Secondo dei soli 3 lungometraggi di questo regista/sceneggiatore irlandese fuori del comune, fra In Bruges (2008) e Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (2017), tutti chiaramente del genere dark comedy, di quelle più acide e senza sconti per nessuno. Soggetti e sceneggiature sono di ottimo livello ed evidentemente si tratta di una sua mania, già fattasi notare con la sua prima regia, il suo unico corto (Six Shooters, 2004) con il quale vinse l’Oscar di categoria. Per concludere il discorso sulla sua carriera, sappiate che è in produzione il suo nuovo film (al momento senza titolo) che vede di nuovo protagonisti Colin Farrell e Brendan Gleeson (già insieme in In Bruges). Fra i protagonisti di questo film si ritrovano vari attori del suo entourage, oltre a Farrell ci sono Sam Rockwell e Woody Harrelson (rispettivamente Oscar e Nomination non protagonisti in Three Billboards …) ed anche Zeljko Ivanek e Abbie Cornish che nello stesso film compaiono in ruoli minori; il cast è inoltre arricchito da attori e caratteristi di tutto rilievo quali Christopher Walken, Harry Dean Stanton e Tom Waits.  Venendo al soggetto, siamo di fronte ad un ennesimo film che tratta di una sceneggiatura di un altro film e le due trame si intrecciano avendo vari punti in comune. Il pacifico sceneggiatore, alla ricerca dei personaggi (psicopatici) per il suo lavoro, si trova coinvolto in un giro di rapimenti di cani a scopo estorsivo, ma uno di questi è l’idolatrato pet di un malavitoso dal grilletto facile e a partire da ciò i morti non si contano e si vanno a sommare alle vittime degli altri psicopatici. Da quanto anticipato mi sembra chiaro che, dal mio punto di vista, è un film da non perdere per la regia, i dialoghi, la sceneggiatura, le interpretazioni e (nel finale) anche i paesaggi desertici del SW americano. 

 

In the Loop (Armando Iannucci, 2009, UK)

Ottima commedia satirico politica che si sviluppa in un breve arco di tempo fra UK e USA che, per una serie di fraintendimenti e incaute esternazioni di politici, si trovano ad essere responsabili di un imminente conflitto. Pochi gli attori conosciuti ma per lo più protagonisti di solide interpretazioni. Primo lungometraggio diretto da Iannucci che di solito si limita ad essere sceneggiatore. In questo caso ripropone alcuni personaggi della serie televisiva da lui stesso creata The Thick of It, utilizzandone anche tre attori principali, interpreti degli stessi personaggi. Il turpiloquio, in particolare da parte dell’addetto stampa (un bravissimo Peter Capaldi), regna sovrano e ciò ha addirittura spinto qualcuno a contare quante volte si dica fuck … 135 volte! Certo il trattamento riservato ai politici, portaborse e assistenti vari, da entrambi i lati dell’oceano, non è tenero e tutti ne escono molto male. Nomination Oscar per la sceneggiatura alla quale ha collaborato lo stesso Iannucci.

Matchstick Men (Ridley Scott, 2003, USA)

Una volta tanto Nicholas Cage entra bene nel ruolo e convince (sarà perché interpreta un truffatore quasi psicopatico pieno di tic?), ma non è certo allo stesso livello di Sam Rockwell nel film è il suo compare. Bravi anche i tre co-protagonisti Alison Lohman, Bruce McGill e Bruce Altman. Anche in questo per lui insolito genere molto leggero Ridley Scott (The Duellists, Blade Runner, Thelma & Louise, Gladiator, American Gangster, …) gestisce la sceneggiatura, peraltro ottima, alla perfezione. Trama snella e divertente visto che si tratta di piccoli truffatori indipendenti. Le due ore scarse del film passano piacevolmente per chi non si aspetta un film “impegnato”, visto il regista.

 

God Bless America (Bobcat Goldthwait, 2011, USA)

Altro film indipendente con regista e cast misconosciuti che approfitta della libertà per criticare apertamente e senza remore tanti stili di vita americani, alcuni dei quali diffusi però in tante altre realtà. Le opinioni sono quasi sempre più che condivisibili anche se le conseguenti reazioni dei protagonisti non lo sono di certo … ma almeno non si nasconde nel qualunquismo. La pecca è quella di voler dire troppo (ripeto, critiche per lo più giuste) e quindi si fanno fare al protagonista sproloqui che risultano talvolta troppo lunghi … sembra di ascoltare le chiacchiere da bar di qualche criticone, ma anche in quei casi si ripetono concetti assolutamente veri. L’andamento del film diventa spesso un po’ surreale, tante situazioni sono poco plausibili, ma in effetti penso che qualunque spettatore di sani principi in fondo in fondo goda della “caccia ai cattivi” con ovvie conseguenze letali … si tratta di una commedia!

Kiss Kiss Bang Bang (Shane Black, 2005, USA)

Qui la parodia è diretta ai film crime-noir, con tanto di detective privato e uno sprovveduto civile coinvolti in un turbine di assassini e affari per niente chiari. Di ritmo rapidissimo con decine e decine di twist propone cadaveri che compaiono, scompaiono e si duplicano …, procedendo nella complicata storia aumentano anche i morti, ma ammazzati in diretta, e poi ci sono persone scomparse che ritornano, dubbi legami familiari, un’eredità milionaria. Il soggetto è divertente e la costruzione interessante, peccato che abbiano reso troppo stupido e insensato il personaggio interpretato da Robert Downey Jr.; la storia avrebbe funzionato egualmente anche con un protagonista un po’ più sveglio.

martedì 13 aprile 2021

micro-recensioni 76-80: commedie nettamente migliori delle precedenti 5

Secondo gruppo delle commedie dark i cui titoli li ho recuperati dalla lista: 70 Hilarious Dark Comedy. Questi si sono rivelati mediamente molto migliori dei primi 5, dei quali sono uno mi era piaciuto; qui solo uno non mi è piaciuto … il più noto e quotato.

 

Office Space (Mike Judge, 1999, USA)

Arguta e originale commedia sarcastica, ambientata in un tipico ufficio americano, di quelli enormi e sovraffollati, con i dipendenti chiusi nei classici separé (nel film “cubicoli”) dai quali ogni tanto si vede sporgere una testa. Perfettamente azzeccati i dialoghi (più che altro monologhi) fra il capufficio e la vittima di turno, così come le interviste dei due esperti che devono scegliere quelli di cui l’azienda può fare a meno. Anche le scene al fast food sono indovinate e senza alcuna esagerazione. Film indipendente senza grandi nomi e, a maggior merito, l’unica star (Jennifer Aniston) ricopre ruolo secondario e non da vamp. Senz’altro il migliore e più divertente di questa cinquina, con personaggi ben delineati e molte sorprese non banali. Da vedere, non si può raccontare … consigliato.

American Psycho (Mary Harron, 2000, USA)

Originale thriller che vede nei panni del protagonista il sempre convincente Christian Bale. Un executive newyorkese di successo vive una doppia vita, una di tipo maniacale, l’altra tendente al disturbato. Ben descritto il personaggio e quelli che gli ruotano attorno. Completa il quadro una buona sceneggiatura condita con qualche inaspettato twist. In vari punti rischia di cadere troppo nello splatter, ma in sostanza riesce a non esagerare. Merita una visione da parte degli appassionati del genere.

  

Adaptation (Spike Jonze, 2002, USA)

L’idea di fondo mi è parsa geniale, la combinazione di un libro (saggio/romanzo) reale difficile da sceneggiare, in un film con sceneggiatura altrettanto difficile da mettere insieme visto che fra i protagonisti ci sono l’autrice Susan Orlean (interpretata da Meryl Streep) e il soggetto della sua inchiesta John Laroche (Chris Cooper). Inoltre, il vero protagonista è Charlie Kaufman uno dei due gemelli sceneggiatori (Nicholas Cage) che è anche il vero sceneggiatore di questo film. Come se non bastasse, c’è una scena sul set di Being John Malkovich, film diretto da Spike Jonze tre anni prima. The Orchid Thief (Il ladro di orchidee) fu scritto dalla scrittrice e giornalista americana Susan Orlean che nel 1995 si era interessata di questa strana storia vedeva coinvolti un fanatico ricercatore di orchidee e vari Seminole (nativi americani) trattandone poi ampiamente su The New Yorker. Detto dell’intreccio, mi è sembrata troppo caricato il modo in cui viene presentato il protagonista, mentre ho trovato ottima l’interpretazione di Chris Cooper (Oscar non protagonista); da notare che ci furono anche 3 Nomination per Nicholas Cage protagonista, Meryl Streep non protagonista e Charlie Kaufman (nel film interpretato da Cage) per la sceneggiatura.

Election (Alexander Payne, 1999, USA)

C’è un po’ di tutto in questa commedia, soprattutto manie tipicamente americane che trovano terreno fertile in ambiente scolastico, ma non la solita trama trita e ritrita. L’ambizione e l’arrivismo la fanno da padrone, lasciando in secondo piano l’immancabile riferimento al bullismo e alle diversità. Buone le interpretazioni dei giovani, meno quella degli attori più navigati, a cominciare da Matthew Broderick. Nomination Oscar ad Alexander Payne come co-sceneggiatore, nella stessa categoria ne ha poi vinti 2 (Sideways e The Descendants); da sottolineare che per i suddetti film ottenne anche le Nomination come regista, così come per il successivo ottimo Nebraska (2013). Un regista che produce poco (9 film in quasi 30 anni) ma da tenere d’occhio per la buona qualità media.

Fight Club (David Fincher, 1999, USA)

Troppa voce narrante, inutile violenza, sceneggiatura assolutamente poco plausibile; non capisco proprio come possa essere all’11° posto fra i migliori film di sempre su IMDb, con un incredibile 8,8; i più saggi critici di RT lo fermano solo al 79% di recensioni sufficienti e addirittura nell’ancor più bilanciato Metascore scende a 66 (ancora troppo secondo me). Supponendo che lo conoscano quasi tutti, mi limito ad esporre il mio deciso dissenso con “la critica”. Il più deludente del gruppo, anche per essere tanto lodato (dagli altri).

martedì 6 aprile 2021

Tolomeo 2021 (5) – circuito storico-urbanistico, nonché logistico

Itinerario 11 Le mura e le porte di Sorrento

Percorso inedito di circa 2.800 m, ai quali se ne aggiungono 500 in caso di deviazione a/r per la Marina Grande. Certo che non ci sia bisogno di sottolineare il valore culturale di questo itinerario urbano, mi limito a evidenziarne l’utilità logistica che vi si affianca. Il nome dato al circuito già anticipa che l’itinerario segue per quanto possibile i limiti della città di Sorrento, in più punti ancora ben evidenti per i tratti di mura sopravvissuti ai secoli e per i quasi insormontabili margini geomorfologici quali falesie e forre incise nel tufo. Procedendo lungo tali evidenze, i camminatori giungeranno inevitabilmente anche in tutti i luoghi dove sorgono (o esistevano) le 5 porte di Sorrento, risalenti a varie epoche. Tre di esse sono tuttora in piedi e vengono attraversate da chi percorra l’intero circuito, delle altre due (ahimè) non c’è più traccia. Ho anticipato il tema dell’utilità logistica in quanto ho proposto questo itinerario (non di mia competenza in quanto esula dall’escursionismo vero e proprio) con l’intenzione di collegare i punti di partenza degli itinerari extraurbani, che si sono voluti situare proprio in corrispondenza delle porte in quanto, come in qualunque parte del mondo, da esse originavano le strade oltre le mura.  

Un percorso inizia dalla Porta di Parsano, 4 (idealmente) dalla Porta di Massa (in realtà, per vicinanza e spazi disponibili, da piazza Veniero) e gli altri da piazza Tasso dove sorgevano Castello e Porta del Piano con relativo ponte sul vallone (vedi immagini d'epoca in basso, scaricate dal sito  www.ilmegliodisorrento.com). Le due porte verso le marine si attraversano, ma non sono punti di partenza di alcun itinerario se non questo che, essendo un circuito, può essere intrapreso da qualunque punto.

 

Concludo con l’elenco di strade e punti di interesse che si incontrerebbero se il percorso non sarà variato e lo si percorra da piazza Tasso in senso orario:

11 Piazza Tasso, vico S. Aniello, via Pietà (campanile della Cattedrale e ingresso della stessa a pochi metri), via Padre Reginaldo Giuliani (Sedil Dominova), via San Cesareo, via Tasso, via Sersale (Chiesa dei Servi di Maria, Porta e Bastione di Parsano), piazza Antiche Mura, via degli Aranci (vista mura), largo Parsano Vecchio, corso Italia, piazza Veniero, via Sopra le Mura, via Marina Grande (Porta di Marina Grande), piazza della Vittoria (belvedere di Prospietto), via Vittorio Veneto (Villa Comunale, chiesa e chiostro di San Francesco), via San Francesco, via Di Maio (AAST e belvedere), Porta di Marina Piccola, piazza Sant’Antonino (Basilica di Sant’Antonino), via Sant’Antonino, piazza Tasso.

11a via Marina Grande, fino alla chiesa di Sant’Anna, attraversando Porta di Marina Grande (foto in basso, dal sito www.aboutsorrento.com)

NB - Ribadisco che detta proposta non ricadeva fra gli incarichi assegnatimi, includendo tanti argomenti non di mia competenza; quindi, ho individuato il percorso solo sulla base dei limiti della città, dei più noti punti di interesse e della necessità di collegare tramite itinerario segnato i punti di partenza degli itinerari del TOLOMEO 2021. La scelta delle emergenze storiche, culturali, turistiche, architettoniche da porre in evidenza dovrà essere curata dagli esperti dei vari settori che saranno individuati dal Comune di Sorrento e da Penisolaverde come coordinatrice del progetto.

TOLOMEO 2021 è un progetto elaborato da Giovanni Visetti, su incarico di Penisolaverde S.p.A. per conto del Comune di Sorrento. 

lunedì 5 aprile 2021

micro-recensioni 71-75: cinquina per lo più deludente

Questi 5 titoli e i prossimi 10 li ho recuperati da una delle tante liste in rete: 70 Hilarious Dark Comedy (in effetti solo 53, 17 si riferiscono a produzioni televisive). Fra i tanti, che non ho scelto per averli ri-visti negli ultimi anni, c’erano commedie grottesche che apprezzo molto (In Bruges, Fargo, Dr. Strangelove, Pulp Fiction, ...) e quindi pensavo che questi sconosciuti fossero di livello almeno prossimo. Anche i rating dei selezionati hanno media 7,5 su IMDb e sopra l’80% su RT, eppure …

Falling Down (Joel Schumacher, 1993, USA)

L’unico del gruppo che avevo già visto e secondo me nettamente il migliore, conosciuto in Italia come Un giorno di ordinaria follia. Una buona coppia di protagonisti (Michael Douglas e Robert Duvall) regge bene il ritmo degli eventi e del rapido declino di un professionista verso la paranoia e la violenza. Anche i coprotagonisti fanno bene la loro parte e interessanti sono anche i vari personaggi che si trovano ad avere a che fare con il “buon” Michael … piccoli gangster, un filonazista, un commerciante coreano poco socievole. Stranamente, è l’unico del gruppo ad avere rating RT al di sotto dell’80% (73%, per l’esattezza) … misteri dei critici. Per me, ripeto, merita una visione.

E vengo al peggio … sperando che i prossimi 5 siano mediamente migliori.

 

Grosse Pointe Blank (George Armitage, 1997, USA)

Questo almeno è una vera commedia nera, con la giusta violenza e molti inevitabili morti in quanto fra i protagonisti ci sono vari killer professionisti. Il soggetto consentiva uno sviluppo ben diverso dalla sceneggiatura poi portata sullo schermo e il cast lascia molto a desiderare … non stimo John Cusack (che qui dà un’altra prova della sua insipienza) e sono convinto che Dan Aykroyd avrebbe dovuto limitarsi alle commedie demenziali ma buone come The Blues Brothers (1980) e Ghost Busters (1984). La parte romantica è floscia, le sparatorie ridicole, la recitazione scadente. Deludente.

Rushmore (Wes Anderson, 1998, USA)

Regista poco prolifico (9 film in oltre 20 anni) secondo me sopravvalutato; varie delle sue commedie sono discrete, conta solo sull’eccellenza di The Grand Budapest Hotel (4 Oscar e 5 Nomination) che aveva anche il vantaggio di avere un cast d’eccezione. Trovo la sceneggiatura di Rushmore campata in aria e, a dire il vero, neanche divertente, né satirica, né avvincente.

 

Heathers (Michael Lehmann, 1989, USA)

In effetti tende più alla classica commedia studentesca americana con i soliti sportivi bulli, le bellocce stupide, le malvagie, la brava ragazza che si fa coinvolgere, la bullizzata (film quasi tutto al femminile). Ma arriva il (solito) nuovo studente che non va d’accordo con i bulli, si fa rispettare ma ben presto si scopre che è uno psicopatico. Cast scadente, solo alcuni buoni spunti lo rendono appena guardabile.

Happiness (Todd Solondz, 1998, USA)

Questo vanta un incredibile 7,7 su IMDb e 89% su RT e scorrendo le prime righe delle recensioni appare chiaro che “o si ama o si odia” … opto per la seconda scelta. Il titolo è ovviamente ironico visto che i protagonisti (tutti legati in un modo o nell’altro ad una stessa famiglia) sono infelici, frustrati, sessualmente repressi (con stupri, autoerotismo, pedofilia, ecc.) e la scusa avanzata da molti che lo lodano sta proprio nel fatto che sono tutti tipi che effettivamente esistono nella nostra società; ma io penso che ciò non giustifichi la realizzazione di un film con pretese di dark comedy.

venerdì 2 aprile 2021

Tolomeo 2021 (4) – gli altri 3 itinerari per Sant’Agata

Itinerario 16 – da Sorrento a Sant’Agata via Fregonito e Li Schisani

Itinerario 25 – da Sorrento a Sant’Agata via Circumpiso (Casarufolo)

Itinerario 26 – da Sorrento a Sant’Agata via Cala (22) e Zatri

Dopo aver sommariamente descritto l’itinerario 15 via Priora e Acquacarbone, ecco gli altri 3 che collegano Sorrento e Sant’Agata. Come scritto nel precedente post, questi sono un po’ più ripidi del 15 (7,7% di pendenza media) ma non per questo meno interessanti, non solo per la panoramicità, ma anche per altri motivi diversi fra loro. Ognuno di essi presenta un tratto molto ripido mentre il resto della salita (continua) è mediamente più dolce. Le pendenze medie complessive sono 8,4% per Li Schisani, 10,1% per Zatri e 12,3% per Circumpiso.

Procedendo per ordine di codice e da ovest verso est, il primo itinerario è quello che inizia appena fuori dalla zona urbanizzata, ai piedi della imponente falesia che chiude la valle a sudovest, brillantemente superata dalla storica serpentina selciata e perfettamente mantenuta via Monte Sant’Antonio, che infine si addolcisce giungendo al limite dell’abitato di Priora, nei pressi di S. Maria del Toro. Di lì in poi il percorso (via Li Schisani) corre quasi parallelo a quello di Acquacarbone, ma a valle del Nastro Verde. Le viste di Sorrento dalle decine di tornanti di Monte Sant’Antonio sono senza dubbio il fiore all’occhiello di questo itinerario.

Al contrario, la parte più ripida (ed egualmente selciata e zigzagante) del 25 si trova nella parte alta del percorso, localmente conosciuta con il soprannome di Circumpiso, il vero nome è via Casarufolo, stesso nome del vallone e rivolo che in città passa sotto piazza Tasso e sfocia alla Marina Piccola. Questo è l'indiscusso percorso storico fra Sorrento e Sant’Agata, una volta il più frequentato, tutt’oggi il più diretto.

Infine eccoci all’itinerario 26 che è l’unico dei 4 per Sant'Agata ad essere a oriente del vallone e presenta il suo tratto ripido a metà del percorso, dovendo superare (saggiamente in diagonale) la ripidissima falesia fra la valle dei borghi rurali e Monte Tore. In effetti si stacca dal 22 a Cala ed il percorso più logico e breve dal centro di Sorrento è quello che passa per Cesarano. Lungo via Zatri si nota un’antica e caratteristica calcara (foto al lato), ancora in buono stato di conservazione. Anche questa ascesa offre spettacolari viste su tutta la piana di Sorrento, ma con angolo opposto e da maggior altitudine di quelle di Monte Sant’Antonio (16).

Seppur succintamente descritti in salita, ovviamente i tre itinerari possono essere percorsi anche in direzione opposta, casomai salendo in bus e tornando a Sorrento a piedi, ma è bene ricordare che non sempre la discesa è meno faticosa della salita e che certamente, in caso di fondo umido, aumenta il rischio di qualche scivolata.

16 Sorrento – Sant’Agata via Li Schisani (ca. 3,4 km)

Porta di Parsano, piazza Antiche Mura, via degli Aranci, via Parsano, via S. Antonio, via Monte Sant’Antonio, via Fregonito, S. Maria del Toro, via Crocevia, via Li Schisani, via Moscarella, via Pagliaio di Santolo, via Termine, corso Sant’Agata, largo Padre Ludovico da Casoria (Sant’Agata)

25 Sorrento – Sant’Agata via Circumpiso (ca. 2,8 km)

Porta del Piano (piazza Tasso), viale Caruso, via Fuorimura, via Santa Lucia, via Talagnano, via Casarufolo (Circumpiso), via Pagliaio di Santolo (inizia tratto comune con 16), via Termine, corso Sant’Agata, largo Padre Ludovico da Casoria (Sant’Agata)

26 Sorrento – Sant’Agata via Zatri (ca. 2,1 km da incrocio Cala/Atigliana sul 22)

dal circuito 22 - Borghi della valle di Sorrento (da Sorrento si aggiungono 2.000m via Cesarano o 3.300 via Baranica), incrocio via Palomba / via Cala per via Atigliana, via Zatri, Nastro Azzurro, via Termine, corso Sant’Agata, largo Padre Ludovico da Casoria (Sant’Agata)

 

TOLOMEO 2021 è un progetto elaborato da Giovanni Visetti, su incarico di Penisolaverde S.p.A. per conto del Comune di Sorrento