sabato 20 aprile 2019

29° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (141-145)

Ecco un'altra cinquina eterogenea, con film di tre continenti diversi, il più vecchio del 1938 e due recentissimi(2018), quello di Tarkovski si distingue senz’altro per la gran qualità, uno l’ho trovato pessimo (Utoya).

   

141  Nostalghia (Andrei Tarkovski, URSS/Ita, 1983) tit. it. “Nostalgia” * con Oleg Yankovskiy, Erland Josephson, Domiziana Giordano * IMDb  8,1  RT 85% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Meno avvincente di altri, con il solito passo lento ma sicuro e fotografia affascinante. L'acqua abbonda come non mai, il fuoco non manca, così come i riflessi; i lentissimi movimenti di macchina concedono tutto il tempo necessario per apprezzare i particolari e i dettagli.
Strana co-produzione questa del penultimo film di Tarkovski che avrebbe poi chiuso la sua limitatissima filmografia tre anni dopo con Offret (Sacrificio). Il regista dovette rimaneggiare la sceneggiatura in corso d’opera in quanto i produttori russi si tirarono indietro e ciò comportò quindi l'eliminazione di alcune scene previste in Russia, riadattate solo in parte in Italia (la parte italiana era della RAI). Le location sono affascinanti (meno quelle in città) e danno la possibilità a Tarkovski di comporre “quadri” pregevoli come quelli con persone immobili, in posizione che sembra disordinata ma non lo è assolutamente. Nei testi ritroviamo suoi scritti poetici e a questi si aggiungono i discorsi “sensati” del "pazzo", interpretato dallo svedese Erland Josephson, attore di fiducia di Ingmar Bergman.
Film da guardare con attenzione e non a tempo perso, altrimenti è inutile guardarlo.

143  J'accuse!  (Abel Gance, Fra, 1938) tit. it. “Io accuso” * con Victor Francen, Line Noro, Sylvie Gance * IMDb  7,1 
Film dichiaratamente antibellico, remake - ma sostanzialmente differente - dell’omonimo muto del 1919, diretto dallo stesso Abel Gance. Questi era un noto sperimentatore/innovatore e anche in questo caso si sbizzarrisce nel campo tecnico con tante doppie e triple esposizioni, inserimento di riprese originali del fronte e trincee della Grande Guerra, la ricomposizione dei corpi dei caduti e conseguente risuscitazione e uscita dalle tombe ... scene che non sfigurano neanche a confronto di quelle di Night of the Living Dead (1968, George A. Romero). Solo nella parte centrale il film perde un po’ di vigore, quando diventa un po’ romantico/drammatico. Memorabile l’interpretazione di Victor Francen, nei panni del protagonista Jean Diaz.
Alla Cineteca Nacional Mexico (nell’ambito della retrospettiva Gaumont) è stata proiettata la versione recentemente e perfettamente restaurata, che quindi ha permesso di apprezzare al meglio la fotografia e le particolarità tecniche.
Film “abbastanza per cinefili”, a chi lo voglia guardare suggerisco di cercare una buona copia, possibilmente della versione restaurata ... la differenza è notevole.

      

144  Gabbeh (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1996) * con Shaghayeh Djodat, Hossein Moharami, Rogheih Moharami * IMDb  7,0  RT 90%
Come annunciato, dopo aver guardato Two-legged Horse diretto dalla figlia Samira, ho voluto guardare un film di Mohsen Makhmalbaf e ho recuperato questo. Tratta delle vicende di una famiglia (abbastanza numerosa) di nomadi produttori di un particolare tipo di tappeti (gabbeh), che si sposta con il gregge di capre (che forniscono la lana) ed altri animali. Film “coloratissimo”, non solo nelle fasi della tintura della lana e della tessitura dei tappeti, ma anche e soprattutto per i variopinti vestiti delle donne e delle bambine; non a caso accanto al titolo è scritto “Life is color, Love is color”. Anche nei dialoghi i colori vengono tirati i ballo più volte e, insieme con vari versi e canzoni, fanno diventare Gabbeh un film senza dubbio poetico, nonostante non manchi qualche evento tragico. Gli splendidi paesaggi che variano da quelli semidesertici, a quelli di monti pietrosi e innevati, le oasi con palmeti e i prati con i fiori che forniscono i pigmenti per la tintura, sorgenti e i ruscelli dalle acque cristalline, contribuiscono a creare un piacevolissimo clima bucolico.
Visione consigliata.

145  Belmonte (Federico Veiroj, Uru, 2018) * con Gonzalo Delgado, Olivia Molinaro Eijo, Jeannette Sauksteliskis * IMDb  6,8  RT 92%   
Avevo visto che non era stato troppo ben accolto dal pubblico (6,8 su IMDb) ma i giudizi della critica, al contrario, erano positivi (92% su RT) e ciò mi aveva incuriosito. Inoltre contavo sulla buona scuola sudamericana che ultimamente ha ricominciato a produrre anche film “da festival”. Difficile definirlo ... non è una commedia, né una commedia drammatica, né un dramma ... lo potrei assimilare a quei tipici film francesi senza una vera trama, nei quali succede poco o niente di interessante, in sostanza descrittivi di un personaggio. In questo caso si tratta di un artista di discreto successo ma un po’ in crisi; nel sua irrequietezza si deve confrontare con la ex moglie che sta per avere un figlio dal suo nuovo compagno, con la figlia che sta un po’ con l’uno un po’ con l’altra, con i genitori, con il fratello intrigante, con qualche avventura, la musica in riva al mare, il catalogo dell’esposizione che sta preparando. Molti dei personaggi che incontra appaiono in non più di un paio di scene, lui invece è protagonista quasi onnipresente e la caratterizzazione è più che buona, nonostante qualche rallentamento.
Penso che i rating siano in linea di massima giusti, nel senso che è un film sottile, quasi raffinato, certamente non adatto al grande pubblico.     

142  Utøya July 22  (Erik Poppe, Nor, 2018) * con Andrea Berntzen, Aleksander Holmen, Solveig Koløen Birkeland * IMDb  7,4  RT 79% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Utoya: come tutti i film a soggetto basati su avvenimenti reali non mi attirava particolarmente, ma contando sulle buone recensioni e considerata l'occasione più o meno unica, ho deciso di andarlo a guardare ... e me ne sono pentito! Girato quasi in tempo reale (i 77 minuti di spari si ascoltano in 93’ di film, titoli compresi), praticamente consiste in sola camera a mano, passando rapidamente da un volto all'altro quando i ragazzi discutono animatamente sul da farsi o sobbalzando mentre riprende di spalle chi fugge da un nascondiglio all'altro. Senza dubbio la situazione non favoriva scelte sempre razionali ma, essendo i dialoghi del tutto fittizi (dichiarato nei titoli di coda), si poteva certamente fare di meglio. Non ve lo consiglio.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

giovedì 18 aprile 2019

28° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (136-140)

In questa cinquina, oltre a molta qualità, c’è tanta brutalità; considerato che i primi quattro film (2 e mezzo dei quali sono documentari) trattano di guerre e moti rivoluzionari, quale ultimo ho scelto una pellicola classica messicana di Tin Tan nella quale la poca violenza è da ridere.

     

137  Come and See (Elem Klimov, URSS, 1985) tit. or. “Idi i smotri”  tit. it. “Va' e vedi” * con Aleksey Kravchenko, Olga Mironova, Liubomiras Laucevicius * IMDb  8,2  RT 95% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Sembra quasi fare il paio con L’infanzia di Ivan (1962, Tarkovski) ri-visto pochi giorni fa. Siamo di nuovo in Russia nel corso della II Guerra Mondiale ed il protagonista è di nuovo un ragazzo, ma stavolta i fatti sono ben più drammatici in quanto si narra della pulizia etnica messa in atto dai tedeschi in Bielorussia (nei titoli di coda si afferma che furono completamente bruciati 628 villaggi e gli abitanti sterminati, spesso bruciati vivi).
Film di grande impatto, certamente di propaganda, girato in uno stile che ricorda molto quello classico russo, a volte veramente crudo per le azioni inumane e spietate dei nazisti nei confronti dei civili, quindi non poetico/artistico come l’omologo di TarkovskiLa prima parte è più dedicata ai primi passi del protagonista fra i partigiani, nella seconda viene messa in luce tutta la crudeltà dell’esercito regolare tedesco.
Non lo consiglio ai più sensibili, ma non ci sono dubbi in quanto alla qualità artistica.


138  Me llamaban King Tiger (Angel Estrada Soto, Mex, 2017) trad. lett. “Mi chiamavano King Tiger”  * documentario
Questo documentario narra, per quanto possibile, delle attività di un leader chicano (messicano che vive in USA, soprattutto negli stati di confine) che ha dedicato gran parte della sua vita a tentare di recuperare le terre “rubate” ai messicani nonostante quanto stabilito dal trattato Guadalupe Hidalgo (1848).
A molti, ance oltreoceano, il nome Reies López Tijerina (1926-2015) non dice niente, eppure dagli anni 60’ in poi fu una spina nel fianco delle Amministrazioni americane tanto da smuovere perfino J. Edgar Hoover (Direttore dell'FBI), anche perché era vicino a vari gruppi considerati di sinistra e rivoluzionari come Black Panther e ai movimenti per i diritti civili di nativi, afroamericani e islamici.
Iniziò come predicatore evangelista, sempre a difesa dei poveri e vessati, approfondì l’esame dei documenti che dimostravano i diritti sulle concessioni terriere, costituì la Alianza per reclamare tali diritti, occupò terre, assaltò un tribunale per liberare suo adepti arbitrariamente incarcerati, a causa di ciò rischiò la pena di morte, riuscì a farsi assolvere difendendosi da solo, fu riprocessato per gli stessi fatti (caso quasi unico in USA), condannato sulla base di false prove, sfuggì a vari attentati, la sua famiglia fu perseguitata in modo violento, fino alla finè predicò la fratellanza e per sua specifica volontà il suo funerale fu concelebrato da evangelisti e musulmani in quanto si autodefiniva un profeta.
Attraverso riprese originali, ritagli di giornale, interviste ai protagonisti (da un lato e dall'altro) vengono ben ricostruiti vari gli eventi salienti di quegli anni tirando in ballo Bob Kennedy, Malcom X, il già citato Hoover, e altri potenti, anche se meno conosciuti al di fuori degli USA.
La sua morte (nel 2015 a 88 anni,) fu riportata sui giornali di tutto il mondo, dal New York Times a Al Jazeera, ha una sua voce sulla Britannica, oltre all'immancabile pagina su Wikipedia che vi invito a leggere. In rete troverete molto di più, fra immagini, video, audio dei suoi discorsi e perfino il corrido che fu composto subito dopo il suo decesso,
Personaggio veramente straordinario questo Reies Lopez Tijerinas la cui storia merita certamente di essere conosciuta. Sembra che i messicani abbiano proprio la rivoluzione nel sangue, e combattono per i propri ideali anche quando si trovano in evidente inferiorità, come Davide contro Golia, ma purtroppo non sempre c'è il lieto fine.

         

136  Another Day of Life (Raúl de la Fuente, Damian Nenow, Pol, 2018) tit. it. “Ancora un giorno”  * con Miroslaw Haniszewski, Vergil J. Smith, Tomasz Zietek  * IMDb  7,3  RT 91% * Nomination a Cannes
Misto documentario e animazione basato su uno dei 20 libri del famoso fotoreporter di guerra polacco Ryszard Kapuscinski. Questi girava il mondo seguendo soprattutto rivoluzioni, guerre civili e aree di crisi.
Questa produzione a tecnica mista tratta nello specifico del novembre 1975, quando i portoghesi abbandonarono l’Angola (loro colonia per vari secoli) e subito si scatenò una guerra civile per il potere. Considerate le ricchezze del paese e la posizione strategica, le due fazioni principali (FNLA e MPLA) erano sostenute rispettivamente da USA e Russia.
Alcuni dei protagonisti appaiono nel film in interviste moderne e confermano a viva voce quanto mostrato nella parte animata.
Ne risulta una operazione singolare, graficamente accattivante, storicamente interessante.

139  A Place Called Chiapas (Nettie Wild, Can, 2017) trad. lett. “Un luogo chiamato Chiapas” * con Samuel Ruiz García, Rafael Sebastián Guillén Vicente * IMDb  7,6  RT 86%
Altro documentario, genere che non amo particolarmente, nel quale, però, spesso trovo lavori molto ben realizzati su soggetti interessanti e a volte affascinanti. Quest'altro documentario "rivoluzionario" tratta della costituzione nello stato di Chiapas (Messico, al confine con il Guatemala) dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional, del quale si interessò molto anche la stampa internazionale. Fra i tanti rappresentanti di partiti politici di tutto il mondo e addetti stampa invitati nella selva dagli zapatisti per far conoscere le proprie ragioni, c’era anche la troupe canadese che ha realizzato questo documentario.
A differenza dell’appena descritto Me llamaban King Tiger, questo ha struttura molto più convenzionale, tutte le riprese sono relative ai 4 mesi di permanenza di Nettie Wild e il suo gruppo in Chiapas e, cosa che non ho apprezzato molto, troppe volte si sofferma sui volti e le figure degli indigenas, certamente affascinanti e antropologicamente interessanti ma assolutamente non importanti per l’essenza dei fatti (la bellezza o meno e la diversità etnica non ha niente a che vedere con i diritti umani in sé).
A Place Called Chiapas è senz’altro è interessante per comprendere almeno in parte cosa mise in moto il famoso (tuttavia ignoto per apparire sempre con il volto coperto) subcomandante Marcos, certamente non indigena, probabilmente neanche messicano. Per fare un ulteriore parallelo con la storia di Tijerina (anni ’60-‘70), certamente la notorietà ottenuta da Marcos (fine anni ’90) a livello internazionale fu avvantaggiata dai mezzi di comunicazione ... pensate a cosa sarebbe successo se un Tijerina si fosse mosso oggi, negli anni di FB, Twitter e tv satellitari.

140  El Rey del Barrio (Gilberto Martínez Solares, Mex, 1950) trad. lett. “Il re del quartiere”  * con Germán Valdés, Silvia Pinal, Marcelo Chávez, Tongolele * IMDb  8,2  RT 80p%
Uno dei più famosi e amati dal grande pubblico degli oltre 100 film interpretati da Germán Valdés, in arte Tin Tan, l’unico ad insidiare l’egemonia di Cantinflas nel campo delle commedie popolari messicane. Nella nota classifica dei migliori 100 film messicani (del secolo scorso) si trova al 18° posto, vicino a tanti capolavori di Buñuel e di Emilio Indio Fernández tanto per citare un paio di registi, e alla Cineteca Nacional è stata presentata la versione recentemente restaurata. La sala era piena e giovani e meno giovani dimostravano di gradire lo spettacolo, benché girato quasi 70 anni fa. La trama narra della doppia vita del Rey (ferroviere / piccolo malavitoso con una banda di scalcagnati compari) e dà adito a equivoci, giochi di parole, musica e balli, travestimenti e gag di vario genere che si susseguono rapidamente.
Nel cast spicca la presenza di Silvia Pinal (che poi sarebbe stata protagonista di due ottimi film di Buñuel: Viridiana e L’angelo sterminatore) e della danzatrice esotica Tongolele, specializzata in balli caraibici, molto apprezzata all’epoca.
Film ottimo per distrarsi dopo i 4 precedenti, pieni di violenza, prevaricazioni e morti.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

martedì 16 aprile 2019

27° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (131-135)

Una volta tanto, la cinquina è composta esclusivamente da film dell’anno scorso, due dei quali sono documentari di qualità. La star è indubbiamente Cold War.

   

133  Cold War (Pawel Pawlikowski, Pol, 2018) tit. or. “Zimna wojna”  * con Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc  * IMDb  7,7  RT 92% * 3 Nomination Oscar (miglior film non in lingua inglese, regia, fotografia)
Gran bel film questo Cold War, parte con tanta musica popolare (oggetto di ricerca del protagonista e della sua socia), prende corpo come storia d'amore al margine della neocostituita compagnia di canto e ballo tradizionali, poi questa viene minata dalla politica e infine termina in dramma. Le 3 nomination mi sembrano più che giustificate anche se nessuna si è trasformata in Oscar, ma è un chiaro segnale di una maggior attenzione alle produzioni non-americane, quest’anno evidenziato dal successo di Roma. Peccato non abbiano preso in considerazione anche la colonna sonora che include originali brani popolari cantati a cappella, cori, jazz, rock e altro ... una gran varietà di musica diegetica.
Ennesimo film di qualità in bianco e nero (candidato Oscar per la fotografia), ennesima dimostrazione che il colore non è “strettamente necessario” per produrre un buon film, così come non lo sono gli effetti speciali. 
Da non perdere ... se lo trovate.

132  They Shall Not Grow Old (Peter Jackson, NZ/UK, 2018) tit. it. “Ancora un giorno” * documentario  * IMDb  8,4  RT 100%
Documentario diretto e prodotto da Peter Jackson (regista delle saghe del Signore degli anelli e degli Hobbit) a partire da riprese originali dei cronisti di guerra e successivi audio della BBC, per commemorare il centenario della fine della I Guerra Mondiale. Utilizzando tecniche all’avanguardia ha combinato centinaia di commenti e ricordi dei reduci, buona parte delle immagini sono state “colorate” ed addirittura sono trasformate in 3D (la versione proiettata alla Cineteca Nacional Mexico è in 3D). Ne esce fuori un racconto a tratti agghiacciante, interrotto a volte da aneddoti e descrizioni in puro stile humor britannico; smitizzando vari luoghi comuni mette in risalto lo spirito con il quale si andava al fronte, la mancanza di vero risentimento fra i soldati inglesi e tedeschi (giovani mandati a morire) insomma l’inutilità della guerra. Oltretutto sottolinea il fatto che i reduci venivano in molti casi emarginati, come se fossero andati a combattere per i loro interessi.
Documentario amaro e certamente pesante per quelli che vogliono continuare ad ignorare l’esistenza delle guerre e le conseguenze di esse, preferendo rimanere nell’ignoranza.

      

134  Maria by Callas (Tom Volf, Fra, 2018) * documentario biografico * IMDb  7,2  RT 91%
Interessante e, direi, appassionato montaggio di interviste alla più famosa soprano del secolo scorso: Maria Callas. Ne viene fuori un ritratto di una persona semplice, schietta, timida, arguta nel rispondere alle domande, a volte insidiose, degli intervistatori. Il film si sviluppa alternando un po’ di narrazione fuori campo (voce di Joyce DiDonato), interviste per lo più in inglese e francese (con solo un poco di italiano e greco), lettere inviate alla sua maestra e mentore Elvira de Hidalgo (lette da Fanny Ardant), spezzoni di riprese di eventi ufficiali e, ovviamente, numerose arie con riprese effettuate nei teatri di tutti il mondo, fra concerti e opere. Appaiono tanti volti famosi, ma l’unico che parla (poco) è Pasolini, per il quale la Callas interpretò il personaggio di Medea nel film omonimo (1696).
Forse Tom Volf ha ecceduto nella parte lirico-operistica, pur non avendo assolutamente bisogno di “allungare il brodo” (il film dura circa 2 ore). Comprendo la necessità di proporre una certa varietà, ma forse alcune avrebbe potuto inserirle in modo parziale e non per intero. Ciò diventa un peso per i non melomani, mentre tutto il resto scorre piacevolmente.

131  El reino (Rodrigo Sorogoyen, Spa, 2018) tit. it. “Il regno”  * con Antonio de la Torre, Mónica López, Josep Maria Pou  * IMDb  7,4  RT 86% * 8 Goya (Cabezon) e 6 Nomination
Buon thriller politico spagnolo, con una trama sostanzialmente più che credibile in tanti altri paesi, con il bravo Antonio de la Torre nei panni del protagonista, scelto dal suo partito come capro espiatorio per i tanti affari illegali portati a termine insieme . Solo nell’ultima parte diventa più violento e a tratti improbabile, ma poi chiude con un ottimo finale ... una domanda a conclusione di una diretta TV, che rimane senza risposta mentre iniziano a scorrere i titoli di coda.
Almeno per questo genere di film, Rodrigo Sorogoyen è da tener d’occhio; 2 anni fa scrisse e diresse Que dios nos perdone (anche questo con de la Torre), ma si deve anche ricordare che è stato candidato ai recenti Oscar nella categoria Best Live Action con il suo Madre (16min).
In sostanza più che guardabile ... in attesa che Sorogoyen limi ulteriormente il suo stile.

135  La camarista (Lila Avilés, Mex, 2018) tit. int. “Chambermaid”  * con Gabriela Cartol, Teresa Sánchez * IMDb  7,0  RT 100%
Considerato il soggetto, non era per niente facile portare il film a conclusione in maniera decente. Eppure, sorvolando su qualche sbavatura, la già attrice e ora co-sceneggiatrice e regista all’esordio riesce a fare un lavoro più che soddisfacente. L’intero film si svolge all’interno di un hotel di lusso di oltre 42 piani a Città del Messico. La protagonista è una cameriera ai piani che dovrà affrontare clienti arroganti, insoddisfatti, problematici ... e qualche suo collega di lavoro non è da meno (ma ce ne sono anche di cooperativi). Essendomi trovato per anni fra l’incudine e il martello (= fra il personale di alberghi e ospiti che spesso si comportano male) posso assicurare che il quadro proposto da Lila Avilés è più che realistico e che anche le scene incluse per sdrammatizzare (quasi ridicolizzando alcuni clienti) sono altrettanto plausibili. Riesce anche ad inserire piccoli elementi che creano aspettative di eventi che non accadono, aggiungendo un po’ di suspense.

Questo era uno dei film che non ero sicuro di voler guardare, dopo averlo fatto devo dire che non mi sono pentito. 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

lunedì 15 aprile 2019

26° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (126-130)

Questa cinquina si include i film guardati durante il viaggio: un capolavoro di Tarkovski, due classici americani e due candidati (secondari) agli Oscar di un paio di mesi fa.
Anticipo che nelle prossime settimane le mie pubblicazioni saranno più frequenti con molti titoli poco noti, prime visioni e classici di qualità che vedrò alla Cineteca Nacional Mexico nell'ambito della 66 Muestra Internacional de Cine, di una ottima retrospettiva della Gaumont (la più longeva casa di produzione, attiva dal 1895, 124 anni di cinema), oltre a numerose prime visioni latine.
Aspettatevi molte novità e, spero, varie buone sorprese. Stay tuned.

   

128  L’infanzia di Ivan (Andrei Tarkovski, URSS, 1962) tit. or. “Ivanovo detstvo”  * con Nikolay Burlyaev, Valentin Zubkov, Evgeniy Zharikov * IMDb  8,1  RT 100%  *  Leone d’Oro a Venezia
Molti conoscitori di Tarkovski giudicano senza esitazione L’infanzia di Ivan il suo miglior film; io non saprei proprio stilare una classifica per avere, nella pur limitata produzione dell'ottimo regista/artista russo (appena 10 film), molti validissimi concorrenti. Inoltre, questi sono di genere, durata, stile troppo diversi per essere veramente comparati.
Tuttavia, alcuni elementi ricorrenti come le ambientazioni nella natura e le riprese di acqua e fuoco, nonché quelle dei riflessi sono ancora una volta di qualità oserei dire sublime, tanto che la pur interessante e ben interpretata trama passa quasi in secondo piano.
Bando alle chiacchiere, guardatelo ... anche nel caso lo abbiate  già fatto in passato.
127  Elmer Gantry (Richard Brooks, USA, 1960) tit. it. “Il figlio di Giuda”  * con Burt Lancaster, Jean Simmons, Arthur Kennedy, Shirley Jones * IMDb  7,8  RT 97% * 3 Oscar (Burt Lancaster protagonista, Shirley Jones non protagonista, sceneggiatura) e 2 Nomination (Miglior film e colonna sonora)
Ennesima piacevole scoperta questa di Elmer gantry con una superba interpretazione di Burt Lancaster.
Premetto che, al di là della qualità di questo film, sono sempre affascinato dai "predicatori", di qualunque genere, persone che sanno sempre scegliere le parole più adatte alla platea che li ascolta, inserire "frasi a pompa" nel momento opportuno, interpretare magnificamente il loro ruolo sia con sapienti variazioni del tono di voce che con la gestualità. Elmer Gantry è un rappresentate di commercio di scarso successo a dispetto delle sue innegabili doti oratorie, un parolaio, un venditore di fumo, uno sempre pronto a intrattenere i possibili acquirenti con storielle e con battute sempre pronte. In un momento particolarmente negativo coglie alvolo l'opportunità di mettere la sua parlantina al servizio di una carovana itinerante di "revivalisti", capeggiata da Sharon (Jean Simmons). Forse troppo apocalittica la conclusione, ma senza dubbio i dialoghi, gli eventi e i personaggi dai caratteri molto contrastanti delle prime due ore sono di gran qualità.
Suggerisco la visione, possibilmente in versione originale in quanto i toni di voce di Burt Lancaster predicatore non sono doppiabili così come la sonorità dell'americano in confronto all'italiano, non migliore o peggiore, semplicemente diversa. 
      

126  Giant (George Stevens, USA, 1956) tit. it. “Gigante”  * con Elizabeth Taylor, Rock Hudson, James Dean * IMDb  7,7  RT 95% * Oscar per la miglio regia e 9 Nomination (miglior film, Rock Hudson e James Dean protagonisti, Mercedes McCambridge non protagonista, sceneggiatura, scenografia, montaggio, costumi, musica)
Qualcuno certamente non sarà d'accordo, ma penso che questo kolossal di 3h20' con grandi nomi nel cast sia nel complesso sopravvalutato .. e non sono neanche d’accordo in quanto alla Nomination di James Dean che, secondo me e seppur con la giustificazione di essere giovane e senza grande esperienza, grande attore non fu. La fama successiva (come avviene in molti campi) è probabilmente attribuibile alla sua morte prematura, a 24 anni, con soli 3 veri film all'attivo (nei primi 4 fu uncredited); questo il suo ultimo dopo La valle dell’Eden e Gioventù bruciata, entrambi del 1955.
Un altro appunto che mi sento di muovere è una pecca comune a molti film che pretendono di raccontare vari momenti della vita dei protagonisti, spaziando in vari decenni, senza cambiare attori ... spesso il trucco non basta.
C’è tanta America in questo film, dal mantenimento delle tradizioni alla corsa al petrolio, dalla guerra al razzismo, dall'appartenenza alla famiglia al sogno americano e mettendo troppa carne a cuocere si sa che si finisce per essere banali.
Senz’altro è di buona qualità ma, ripeto, sopravvalutato.

130  Can You Ever Forgive Me? (Marielle Heller, USA, 2018) tit. it. “Copia originale”  * con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells * IMDb  7,2  RT 98% * 3 Nomination (Melissa McCarthy protagonista,  Richard E. Grant non protagonista, sceneggiatura)
Sembra che questo film sia passato quasi inosservato nonostante le 3 nomination Oscar, ma ciò, a parte le pochissime eccellenze della scadente edizione 2019, è successo anche ad altri come If Beale Street Could Talk e The Ballad of Buster Scruggs (questo per essere reperibile quasi esclusivamente online, come Roma) tanto per citarne un paio.
La trama (basata su una storia vera) è interessante ma un po’ ripetitiva, Copia originale (ennesimo titolo italiano estemporaneo) si regge praticamente solo sulle interpretazioni di Melissa McCarthy e Richard E. Grant, entrambe più che apprezzabili e ripagate con Nomination.
Guardabile, ma niente di particolarmente interessante.

129  At Eternity’s Gate (Julian Schnabel, Irl, 2018) tit. it. “Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità”  * con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac * IMDb  6,9  RT 80% * Nomination per Willem Dafoe protagonista
Mi ha molto deluso, pur avendo già ricevuto varie informazioni non proprio incoraggianti. Poca a zione e pochi dialoghi, lunghe scene caratterizzate solo da un ritmato sottofondo musicale seguendo Van Gogh che va in giro a piedi fra i campi della Provenza e Camargue o mostrando la sua mano che dipinge. Per di più, il pur bravo Willem Dafoe (attore che apprezzo molto) è assolutamente inadatto al ruolo essendo chiaramente troppo in là con gli anni (63enne) per interpretare l’artista che morì a 37 anni.on
Avendo guardato da poco Lust for Life (1956, Brama di vivere, Kirk Douglas e Anthony Quinn, Nomination al primo e Oscar al secondo) è stato inevitabile il confronto e questo film Schnabel ne esce perdente sotto tutti gli aspetti. Non mi è piaciuto né il modo in cui è girato (troppa camera a spalla e ripetute evidenti sfocature delle quali non sono riuscito a immaginare un motivo), né la scelta dei momenti della vita dell'artista, né quella delle sue opere, né la superficialità con la quale sono trattati il fratello Theo e Gaugin e, infine, l’ennesima interpretazione del “suicidio” (?).
Della ventina di film che si sono occupati di Van Gogh, questo certamente è fra i meno interessanti.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

sabato 13 aprile 2019

25° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (121-125)

Dopo le commedie leggere del gruppo precedente, propongo una cinquina estremamente varia e certamente di migliore qualità, con film di nazionalità ed epoche diverse (dal 1920 al 2008). In quanto alle mie preferenze (l’ordine nel quale li commento) non avuto dubbi in merito ai primi due, gli altri 3 li vedo a pari merito considerando nel complesso i pregi e le indubbie insufficienze. 
   

122  Das Cabinet des Dr. Caligari (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. “Il gabinetto del Dr. Caligari”  * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb  8,1  RT 100%
Uno dei film più significativi dell’epoca del muto, pietra miliare della storia del cinema, finalmente ammirato in sala in versione restaurata 4k. Pur avendolo guardato numerose volte, continuano ad affascinarmi le scene, le ombre e fondali nei quali è difficilissimo trovare elementi verticali o simmetrici, essendo tutto distorto ad arte, puro Espressionismo. 
   
Il programma degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento lo aveva inserito fra gli eventi speciali e lo annunciava con “sonorizzazione dal vivo”. Avevo immaginato di trovare un solo artista (al piano o al violino, per esempio) o al massimo un trio, un po’ in disparte, e non due membri dell’Edison Studio sul palco, dietro a due laptop. Ho trovato questa sonorizzazione troppo invadente per l’eccessivo utilizzo del sintetizzatore, l’aggiunta di “parlato” ad un film muto assolutamente fuori luogo, con la voce di Caligari tanto gracchiante (volutamente, altre erano quasi normali) da somigliante a quella di un robot di scadente qualità.
In conclusione, eccezionale la qualità del restauro con immagini ben definite e di tanti “colori” (virate al seppia, ocra, tonalità di grigio, verdine, ...) ma la combinazione con questa “sonorizzazione” l’ho trovata un assoluto disastro.

125  Fados (Carlos Saura, Por, 2007) * con Camané, Carlos do Carmo, Mariza, Carminho * IMDb  7,2  RT 96%
Buona scelta di pezzi di fado, messi insieme nel solito sapiente stile di Saura. Conoscendo abbastanza il genere musicale, ed essendo appassionato di quello tradizionale o quasi, non ho particolarmente gradito l’intrusione di stranieri che lo rivisitano in stile troppo estemporaneo. Al contrario, la combinazione di cantanti portoghesi di fado castizo (dal 70enne Carlos do Carmo alle nuove leve come Carminho (classe ‘84), alle immagini d’archivio di Amália Rodrigues (1920-1999) e dell’inconfondibile Alfredo Marceneiro (morto nell’82 a 91 anni), è più che buona anche se, ovviamente, lungi dall’essere esaustiva.
Non c’entra con lo stile con il quale è stato realizzato il film ma, da aficionado, avrei preferito che Saura avesse approfondito il lato amatoriale invece che le cover. Esiste un mondo estremamente variegato di fadisti che si esibiscono in piccoli locali, in piccoli paesi, spesso senza neanche essere pagati. Inoltre, ogni anno si svolgono innumerevoli concorsi di Fado amador (amatoriale) che coinvolgono un gran numero di interpreti ed attirano un folto pubblico estremamente competente. Ad Alfama (Lisbona), al lato dell’ingresso di una Casa de Fado fa bella mostra di sé la l’azulejo qui al lato nel quale si afferma che “è fadista sia chi lo canta che chi lo sa ascoltare”.  
Per gli appassionati Fados è imperdibile, per gli altri è un eccellente maniera per avvicinarsi a questo tipo di musica tradizionale.
  
      

121  A Lustful Man (Yasuzô Masumura, Jap, 1961) tit. or. “Koshoku ichidai otoko”  * con Raizô Ichikawa, Ayako Wakao, Tamao Nakamura, Michiko Ai * IMDb  6,7 
Ennesima originale messa in scena di Masumura, che in questo caso tratta di un donnaiolo impenitente, disposto a tutto per le donne, dal mettere a rischio la propria vita al dilapidare l’immensa fortuna di famiglia.
Solito piacevole ritmo estremamente rapido, con una serie di scene composte di riprese brevi e concise. Una “commedia erotica” molto soft, assolutamente non di cattivo gusto, niente a che vedere con le “commedie sexy” italiane che imperversavano qualche decennio fa o con i cinepanettoni.
Masumura, del quale parlai più volte a ottobre dell’anno scorso in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla Filmoteca Española, si è cimentato in film dei generi più diversi, tutti abbastanza buoni e congruenti con le sue idee, dirigendo ben 50 film in 15 anni.

123  Teorema (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1968) * con Silvana Mangano, Terence Stamp, Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Anne Wiazemsky, Laura Belli * IMDb  7,3  RT 90%
Vidi il film qualche anno dopo l’uscita e non lo capii più di tanto. Dopo quasi 50 anni ho voluto guardarlo di nuovo, ho colto (forse) qualche significato in più, ma resto con il dubbio di quale sia l’enunciato del “teorema” e non ne capisco la “dimostrazione”.  Non sono riuscito ad entrare in sintonia con i protagonisti e quindi non comprendo molte delle loro reazioni.
Tuttavia, rinunciando al voler trovare una logica, Teorema ha comunque degli aspetti positivi, soprattutto per la costruzione non lineare. In quanto a ciò, mi ha colpito il monologo di Pietro (il figlio) in merito alla sua analoga visione dell’arte astratta, casuale e irripetibile. La figlia Odetta è interpretata da Anne Wiazemsky che appena due anni prima aveva acquisito una buona notorietà al suo esordio, come protagonista di Au hasard Balthazar (1966, Robert Bresson). Anche in questo caso bisogna sorbirsi la presenza dell’incapace Ninetto Davoli, oltretutto in un ruolo insignificante, ovviamente per i suoi noti legami con il regista.
Come scrissi il mese scorso commentando Uccellacci e uccellini, fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi).
Vale la pena di guardare Teorema più che altro per avere una visione esaustiva dei lungometraggi di Pasolini, compito relativamente facile trattandosi di soli 13 film.

124  Two-legged Horse (Samira Makhmalbaf, Iran, 2008) tit. or. “Asbe du-pa”  * con Ziya Mirza Mohamad, Haron Ahad, Gol-Ghotai * IMDb  7,1 
Pur essendo interessante dal punto di vista sociale ed antropologico, come altri film simili ambientati nel pressoché sconosciuto Medioriente, Two-legged Horse non mi ha convinto. L’ho trovato ripetitivo, mal montato, eccessivo nel ricorrente indugiare sul puledro neonato, le gare fra i ragazzini in groppa alle loro “cavalcature” (tutti asini tranne il “cavallo a due zampe”) sono realizzate in modo molto approssimativo, la piccola mendicante è troppo poco credibile. C’è da dire che la sceneggiatura ed il montaggio sono opera del padre, il regista Mohsen Makhmalbaf (Gabbeh, Kandahar, Il silenzio, ...), produttore di film come Osama (Golden Globe, pluripremiato a Cannes), genitore anche di Hana (di 8 anni più giovane di Samira) che nel 2007 diresse il suo secondo e - al momento - ultimo film: Sotto le rovine del Buddha (2 premi a Berlino). L’interesse di questa famiglia di cineasti sembra essere indirizzato quasi esclusivamente alle aree rurali più povere dell’Afghanistan.
Samira aveva precedentemente ricevuto numerosi riconoscimenti a Cannes per i suoi primi 3 lungometraggi - Sib (1998, La mela), Takhté siah (2000, Lavagne) e Panj é asr (2003, Alle 5 della sera) - ma questo Two-legged Horse sembra che non sia stato egualmente apprezzato e, non so se è solo un caso, è stato l’ultimo dei suoi quattro. Tuttavia, si deve sottolineare che nel 2002 le fu affidata la realizzazione del primo degli 11 corti che compongono il film 11 settembre 2001, presentato e premiato a Venezia, e guardate in che ottima compagnia si trovava: Claude Lelouch, Youssef Chahine, Alejandro González Iñárritu, Ken Loach, Amos Gitai, Mira Nair, Shōhei Imamura, Sean Penn, Danis Tanović e Idrissa Ouédraogo.
Mi riprometto di cercare altri film diretti dai membri di questa famiglia (oltre a quelli già visti) e guardare quanto riuscirò a recuperare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

mercoledì 10 aprile 2019

24° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (116-120)

Cinquina di commedie molto leggere, visioni poco impegnative adatte ad un viaggio che comportava varie interruzioni e continui rumori di ambiente. 
Ad un classico dei Marx Bros. ed un film francese, fanno seguito 3 pellicole messicane con Cantinflas protagonista, brevemente trattate in blocco. 
   
   

116  A Night at the Opera (Sam Wood, USA, 1935) tit. it. “Una notte all’opera” * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  8,0  RT 97% 
Ultimo dei buoni classici dei fratelli Marx, almeno secondo me.
Traendo vantaggio dall'ambiente teatrale si inseriscono alla perfezione le acrobazie musicali al piano di Chico, a volte aiutato da Harpo che di esibisce anche in assolo  all'arpa.
Come spesso accade nei loro film, il meglio viene con la sarabanda finale, qualche giorno fa erano all'ippodromo ritardando in ogni modo, possibile e impossibile, la corsa di galoppo, stavolta si inventano di tutto per far cantare il loro protetto alla prima del Trovatore a New York ostacolando l'arrogante famoso tenore Lasparri. Compariranno all'improvviso in ogni angolo del teatro, dal palcoscenico ai camerini, dalle quinte alla platea e ai palchi, inseguendo ed essendo inseguiti da staff, tenore, impresario e sceriffo con i suoi scagnozzi.
Da guardare assolutamente in versione originale, non essendo possibile tradurre i loro giochi di parole ed equivoci letterali.
  
117  Le gentleman d'Epsom (Gilles Grangier, Fra, 1962) tit. it. “Il re delle corse” * con Jean Gabin, Luis de Funès, Madeleine Robinson, Frank Villard  * IMDb  6,3  RT 62%publ.
Jean Gabin è stato un ottimo attore, longevo e certamente poliedrico, passando con gran disinvoltura da un genere all’altro e impersonando i personaggi più vari. Nei polizieschi ha interpretato tante volte sia il commissario (p.e. Maigret) che i peggiori criminali, è stato latin lover e macho, comico in commedie e protagonista in lavori classici come Les misérables  (ovviamente nei panni di Jean Valjean).
Qui è protagonista assoluto in quanto Luis de Funès è relegato a parte breve e secondaria a differenza del famoso La traversée de Paris (1956, Claude Autant-Lara) nel quale alla coppia si aggiunse anche Bourvil.
In questo caso Jean Gabin interpreta un piccolo truffatore che si fa passare per un gran signore, già ufficiale di cavalleria e quindi grande esperto di cavalli e di corse.
La visione scorre fluida ma non particolarmente brillante anche se, fra i tanti personaggi raggirati dall’abile millantatore Le Commandant, ce ne sono numerosi ben caratterizzati ed interpretati.

      

118  Por mis pistolas (Miguel M. Delgado, Mex, 1968) * con Cantinflas, Isela Vega, Gloria Coral * IMDb  6,7  RT 75%publ.
119  El profe (Miguel M. Delgado, Mex, 1971) * con Cantinflas, Marga López, Víctor Alcocer * IMDb  6,8  RT 79%publ.
120  El ministro y yo (Miguel M. Delgado, Mex, 1976) * con Cantinflas, Chela Castro, Lucía Méndez * IMDb  6,5  RT 75%publ.

Per rifarmi l'orecchio al castellano mexicano ho deciso di guardare 3 film di Cantinflas, un ottimo esercizio visto il suo linguaggio classico, popolare e molto vario. Si tratta di commedie del suo ultimo periodo (El ministro y yo fu il terzultimo dei suoi 44 film) e gli oltre 60 anni pesano sulla sua gestualità, sui suoi classici balletti e il suo tipico saltellare (caratteristico quello a piedi uniti, tipo banderillero) nei quali risulta, giustamente, un po’ meno sciolto e dinoccolato.
Mario Moreno (vero nome dell’attore) fu uno dei più amati dal pubblico messicano, un cocktail di Totò e i fratelli Marx (per quanto riguarda i giochi di parole e le battute sempre pronte) adattato a parodie di vari generi e tanti diversi mestieri e professioni (dallo spazzino all’ambasciatore, dal sacerdote al fotografo, dal medico al mago, al pompiere ...).
La sua comicità era quindi immediata, semplice, diretta al grandissimo pubblico, costituito all’epoca anche da tanti analfabeti (fu protagonista anche di El analfabeto, 1961) e nella maggior parte dei casi i suoi personaggi (buoni ed altruisti) combattevano le ingiustizie e le prevaricazioni e i film terminavano con un classico lieto fine.
Chiaramente, è molto messicano, con tanto slang, giochi di parole, proverbi popolari, americano storpiato e modi di dire.
Le trame sono abbastanza articolate, spesso con una (poco) velata critica sociale e reggono bene anche le due ore, contando anche su vari colpi di scena.
Piacevoli visioni, buon intrattenimento leggero.

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venerdì 5 aprile 2019

23° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (111-115)

Cinquina con due film francesi e tre americani, due quali per caso interpretati da Spencer Tracy (ma di genere e qualità completamente) e un western relativamente più recente, a dir poco deludente. Tutti recuperati senza un criterio preciso in modi e tempi diversi, sono anche molto diversi per epoca, meriti e stile. L’unico già visto (ma oltre 40 anno fa) è quello di Truffaut.
   
114  La nuit américaine (François Truffaut, Fra, 1973) tit. it “La porta dell'universo”  * con Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Léaud, François Truffaut  * IMDb  8,0  RT 88%  * Oscar miglior film straniero e 3 Nomination (regia, sceneggiatura e Valentina Cortese non protagonista)
Questa commedia drammatica di Truffaut, oltre a narrare le vicende delle produzione di un film, trasuda cinefilia da tutti i pori ... dedicato alle dive del muto Lillian e Dorothy Gish, la prima protagonista fra l’altro di Intolerance (1916, Griffith) ) e The Night of the Hunter (1955, Charles Laughton, ... imperdibile), dal pacco che il regista riceve sbucano in rapida sequenza monografie su Buñuel, Dreyer, Lubitsch, Bergman, Godard, Hitchcock, Rossellini, Hawks, Bresson (era la sua classifica di preferenze?), si ascoltano quiz cinematografici radiofonici, un bambino si impossessa di una serie di foto di scena di Citizen Kane (1944, Orson Welles) e tanti altri riferimenti e registi di qualità.
Brillante il modo in cui Truffaut mette insieme storie, personaggi ed eventi (molti dei quali probabilmente aneddoti reali) in un film quasi corale, dagli attori (navigati ed emergenti) con i loro problemi esistenziali, ai tecnici e ad alcuni personaggi esterni. Inoltre si esibisce in una serie di movimentati e rapidi piani sequenza di ottima fattura.
Il film nel film mostra trucchi, scenografie posticce, intoppi giornalieri ai quali si deve far fronte, in un modo o nell’altro.
Un’arguta commedia particolarmente apprezzabile dai cinefili, molto ben strutturata e realizzata, da guardare senz’altro godendosi tutti i particolari.

112  Bad Day at Black Rock (John Sturges, USA, 1955) tit. it “Giorno maledetto”  * con Spencer Tracy, Robert Ryan, Anne Francis, Lee Marvin, Ernest Borgnine * IMDb  7,8  RT 97% * 3 Nomination Oscar per miglior regia, Spencer Tracy protagonista e sceneggiatura
Ennesimo film degli anni ’50 del quale non avevo mai sentito parlare; mette insieme un eccezionale regista come Sturges e un versatile attore quale fu Tracy in un ambiente quasi western, poche case in mezzo ad una delle tante aree desertiche dell’Arizona. Uno sconosciuto (monco) scende dal treno a Black Rock (fermata a richiesta, la prima dopo molti anni) e viene “accolto” con estrema diffidenza e preoccupazione dai locali. Un film “di attesa” ... non è chiaro cosa sia venuto a fare in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini, ne chi sia veramente. Oltre Spencer Tracy, il cast include altri attori di rango quali Robert Ryan, Lee Marvin, Ernest Borgnine. La tensione cala un poco solo nel finale, quando vengomo rivelati i motivi della visita dell’uomo e delle preoccupazioni degli abitanti di Black Rock.
Mi ha ricordato molto l’ottimo film ungherese 1945 (2017, Ferenc Török, consigliato), nel quale l’arrivo di due misteriosi personaggi in un piccolo paesino crea uno scompiglio totale e porta a tragiche conseguenze.
Senza dubbio ne suggerisco la visione.
      
115  Les choristes (Christophe Barratier, Fra, 2007) tit. it “I ragazzi del coro”  * con Gérard Jugnot, François Berléand, Jean-Baptiste Maunier * IMDb  7,9  RT 69%  *  2 Nomination (miglior film non in lingua inglese e musiche originali)
Da non confondere con l’omonimo (ma solo in italiano) I ragazzi del coro di Aldrich (tit. or. The Choirboys, 1977), di tutt’altro genere e qualità. Questo francese, esaltato dalla critica oltre i suoi meriti (almeno secondo me), è solo un film ben realizzato, con buone interpretazioni e un’ambientazione degna di nota. La storia, purtroppo, è abbastanza banale e il suo sviuppo è pressoché identico a quello di tanti altri film ... il direttore quasi aguzzino, i piccoli delinquenti  che vengono riportati sulla retta via da un buono, nonostante scetticismo e qualche ostacolo creato dai colleghi, la parte lacrimevole, e via discorrendo.
Certamente sopra la media per come è girato, ma il suo punto debole è la sceneggiatura più che scontata.

111  Adam's Rib (George Cukor, USA, 1946) tit. it “La costola di Adamo”  * con Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Judy Holliday * IMDb  7,6  RT 100%  * Nomination Oscar per la sceneggiatura
Ruolo ben differente (rispetto al precedentemente menzionato Bad Day ...) per Spencer Tracy in questa banale commedia abbastanza insulsa, pur partendo dal tema serio della parità di punti di vista e trattamento di uomini e donne di fronte alla legge. La sua antagonista è Katharine Hepburn (sua moglie nel film) ma gli scontri più animati fra i due non saranno familiari, bensì quelli in tribunale dove si affronteranno nei rispettivi ruoli di pubblica accusa e avvocato difensore.
Trama per gran parte scontata, i due attori protagonisti (che hanno fatto molto meglio in altre occasioni) non bastano a tenere in piedi i film. Si trascina stancamente fra improbabili scene in tribunale e banali ripicche fra coniugi.
Evitabile ... evidente prodotto popolare di cassetta, regista e interpreti principali hanno fatto molto di meglio.

113  Silverado (Lawrence Kasdan, USA, 1985) * con Kevin Kline, Scott Glenn, Kevin Costner * IMDb  7,2  RT 77%  * 2 Nomination Oscar per sonoro e musica originale
Uno dei peggiori western moderni di sempre, totale delusione ... ero diffidente ma alla fine ho ceduto visti i rating e qualche qualche nome non disprezzabile. Suggerisco di evitarlo.

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