martedì 19 marzo 2019

VAGRANT TRAIL 18-19 maggio - percorso inedito e logistica (I parte)

L’itinerario mostrato sulla mappa in basso è, al momento, la nostra prima scelta fra Pogerola e Capo Muro, ma il percorso effettivo sarà deciso in base alle condizioni climatiche e alle situazione ambientali. Ho pensato di pubblicare solo questa parte (nel complesso inedita) visto che tutto il resto dovrebbe essere noto ai più, almeno a quelli che camminano. Comunque, come norma generale, avendo la possibilità di abbreviare o allungare il cammino di varie centinaia di metri in più occasioni, confidiamo nel fatto di poter comunque raggiungere Santa Maria del Castello percorrendo una ventina di chilometri che (a una media “comoda” di 3,5km/h) equivalgono a poco meno di 6 ore. Di conseguenza possiamo ipotizzare una partenza fra de 14.00 e le 14.30, ma ciò dipenderà anche dalla organizzazione della “cena”.
arrivo a Capo Murosullo sfondo Monte Calabrice e Monte Tre Calli
L’itinerario (in parte molto poco frequentato anche dagli escursionisti) è stato già percorso da Matteo, ma per sicurezza a inizio maggio sarà effettuato un secondo sopralluogo dei tratti Acquolella-Imbarrata e Crocella-Capo Muro per accertarci che niente sia cambiato nel frattempo (è ancora epoca di tagli).
Per gli altri sentieri (ultrabattuti e storici) a meno di sorprese non dovrebbero esserci ostacoli. Infatti, si proseguirà per frana e Forestale lungo il percorso classico e poi, da Santa Maria del Castello, lungo l’Alta via dei Monti Lattari fino a TorcaL’ultima parte in area lubrense offre infinite alternative e considerato che lì siamo di casa dovremmo essere a conoscenza di eventuali problemi.
Come avevo precedentemente annunciato (e nel frattempo ho anche ricevuto varie specifiche richieste in merito), ecco i punti nei quali sarà più semplice aggregarsi o lasciare il gruppo potendo contare su trasporto pubblico visto che si tratta di escursione lineare a non di un circuito.
Sabato chi non parte da Pogerola (bus SITA da Amalfi) può aggregarsi a:
* Palommelle (linea SITA da Amalfi - Agerola - Castellammare, fermata uscita sud traforo e poi 1,2km su sentiero CAI 367)
* Santa Maria del Castello (bus EAV poco frequente, in alternativa fermata * Anaro su via Bosco e poi per Gradoni, parte del sentiero CAI 338). Chi arrivasse nel tardo pomeriggio e volesse fare due passi, può andare incontro agli altri verso la Forestale (CAI 300).
Domenica chi non ha dormito a Monte Comune può aggregarsi a:
* Sella di Arola (Cancello) (circolare EAV fino ad Arola e poi 1,6km lungo via Veterina - parte del sentiero CAI 342)
* Colli San Pietro (linea SITA Sorrento-Amalfi)
* Colli di Fontanelle (linea SITA Sorrento-Amalfi via Sant’Agata)
* Sant'Agata (fermata Farmacia - linee SITA Sorrento - Sant'Agata e poi 400m a piedi)
Di lì in avanti sarà possibile aggregarsi in una infinità di punti visto che saremo spesso in vicinanza di centri abitati o strade principali. Anche per la parte precedente ci sono altri punti dai quali, specialmente chi ha la possibilità di essere accompagnato, dai quali facendo un certo cammino a piedi sarà possibile  raggiungere il gruppo.  


mappa generale agiornata al 19 marzo

Post precedenti relativi alla VAGRANT TRAIL 

AVVERTENZA GENERALE: in tale tipo di percorso è normale che si debbano affrontare tratti ripidi, anche molto ripidi, sia in salita che in discesa, terreno impervio, tratti esposti (non adatti a chi soffre di vertigini), passaggi attraverso vegetazione più o meno fitta, e altri intoppi tipici dell’escursionismo. 
Inoltre, è opportuno sottolineare che non è previsto alcun tipo di assistenza, ognuno dovrà essere autosufficiente e tener presente che in più tratti saremo ben lontani da centri abitati e/o rotabili e quindi per lunghi tratti non sarà neanche possibile rifornirsi di acqua.

domenica 17 marzo 2019

18° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (86-90)

Cinquina molto varia per generi, anni e paesi di produzione. C’è un film tedesco candidato Oscar, il primo islandese che vedo in tanti anni da cinefilo, uno dei primi film della spagnola Bollaín e due film “minori” dei fratelli Marx.
   

90  La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler  (Oliver Hirschbiegel, Ger, 2004) tit. int. “Downfall“  tit. or. “Der Untergang “ * con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Ulrich Matthes * IMDb  8,2  RT 91% * Nomination Oscar
Ottimo film, fondato su solide basi storiche, che tratta degli ultimi giorni del III Reich. La sceneggiatura è infatti tratta da vari saggi redatti da storici rispettati e stimati, nonché su un paio di autobiografie, l'autrice di una delle quali appare all'inizio e alla fine del film. Si tratta di Traudl Junge, una delle segretarie personali del Fhurer durante la seconda metà della guerra che visse gli ultimi giorni di questa nello stesso bunker dove alloggiavano e/o si riunivano i politici più vicini a Hitler e i massimi responsabili delle forze armate. Leggendo vari qualificati commenti (dal punto di vista storico) sembra che il regista, oltre agli eventi in sé, sia veramente riuscito a descrivere in modo plausibile l'ambiente e lo spirito con il quale si vissero quei giorni.
Downfall conta su una delle migliori interpretazioni di Bruno Ganz (Hitler), recentemente scomparso  dopo aver aggiunto un’altra perla alla sua brillante (seppur sottovalutata) carriera nel film di The House that Jack Buit (2018, Lars von Trier).
Assolutamente poco commerciale e non destinato al grande pubblico, Downfall non solo è il più interessante di questa cinquina, ma anche un ottimo film in assoluto. Per quanto possa valere, fu candidato Oscar fra i film non il lingua inglese (quell'anno vinse Mar adentro, di Alejandro Amenábar) e si trova al 119° posto nella classifica IMDb dei migliori film di ogni tempo.

86  La donna elettrica (Benedikt Erlingsson, Isl, 2018) tit. or. “Kona fer í stríð“  tit. int. “Woman at War“ * con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Juan Camillo Roman Estrada * IMDb  7,6  RT 95%
Film originale, ben girato, con buoni momenti di cinema che rimediano a qualche carenza della sceneggiatura. Pur essendo senza pretese, tira in ballo argomenti seri e attualissimi a cominciare da quello dell’influenza dell’industria sul cambio climatico.
Seguendo la lotta quasi solitaria della protagonista contro il potere politico ed economico (energetico), Erlingsson riesce ad alternare dramma, thriller e azione, con le divertenti “interferenze”, certamente involontarie ma ben situate, di uno sfortunato cicloturista e il surrealismo delle onnipresenti 3 cantanti in abiti tradizionali ucraini che, nel fornire a colonna sonora dal vivo, si alternano alle apparizioni nei luoghi più improbabili dei tre suonatori che non possono non far venire in mente i film di Kusturica.
Gli esterni sono ovviamente affascinanti pur non essendo assolutamente di quelli fasulli, da spot turistico o da cartolina, e questo per me è un merito; infatti non sarebbe stato necessario un grande sforzo per trovare location spettacolari in Islanda.
Non poteva mancare il pessimo titolo italiano, unico nel suo genere; la maggior parte degli altri, incluso quello internazionale è fedele all’originale.
Film leggero, piacevole, con varie buone sorprese e pochi avvenimenti scontati, che comunque riesce a fornire tanti spunti di riflessione a chi è disposto a “pensare”. Suggerito.
      
87  Flores de otro mundo (Icíar Bollaín, Spa, 1966) * con José Sancho, Luis Tosar, Lissete Mejía * IMDb  7,1  RT 76%p * Premiato a Cannes
La madrilena Icíar Bollaín, oltre 20 apparizioni come attrice, esordì a 15 anni nell’ottimo film di El sur (1983, Victor Erice); nel 1995 firmò la prima delle sue 9 regie (questa è la sua seconda), si è fatta conoscere a livello internazionale con Te doy mis hojos (2003) e poi El olivo (2016).
Ha un’attenzione particolare nel descrivere personaggi femminili, sia donne indipendenti, che vittime di machismo o, al contrario, matriarche. L’occasione, in questo caso, viene fornita dall’organizzazione di una festa organizzata in un piccolo centro rurale per facilitare l’incontro di songe, con dichiarato scopo matrimoniale. Gli uomini, di età molto varia, sono residenti, le donne, molte delle quali immigranti in cerca di marito per regolarizzare la loro posizione,   arrivano in pullman.
Qualcuna coppia si forma, anche se non sempre va tutto liscio, e qualche relazione procede con soddisfazione reciproca.
Dato l’ambiente, è normale che ci siano anziani affezionati clienti del bar, giovinastri razzisti, il machista, il timido, il professionista, le donne prevenute e sospettose di queste straniere che vengono precedute da cattiva fama.
Non è certo perfetto, ma merita una visione.

89  A Day at the Races * (Sam Wood, USA, 1937) tit. it. “Un giorno alle corse“ * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  7,7  RT 100%
90  Go West (Edward Buzzell, USA, 1940) tit. it. “I cowboys del deserto” (sic!) * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  6,9  RT 89%
Prima di trattare molto brevemente di questi due film, penso sia opportuno richiamare, seppur molto concisamente, i precedenti dei fratelli Marx. Nati e cresciuti in una famiglia di artisti, quasi tutti abili in più campi essendo non solo attori ma anche provetti musicisti, cantanti e ballerini, esordirono ancora adolescenti nei primo decennio del secolo scorso.
Iniziarono in teatro con spettacoli vaudeville e a seguito del loro grande successo approdarono al cinema già nel 1921 con Humor Risk (aka Humorisk, ovviamente muto) che tuttavia non fu mai distribuito ed è andato perso. Si affermarono definitivamente con il sonoro che permetteva loro di sfruttare al meglio non solo la mimica, ma anche gli arguti giochi di parole di solito a carico di Groucho e Chico, visto che Harpo ha sempre interpretato un muto, pur non essendolo. Quindi il loro vero esordio sul grande schermo fu Cocoanuts (1929). Pur essendo conosciuti, non hanno mai avuto i giusti riconoscimenti in paesi non anglofoni a causa della oggettiva impossibilità di tradurre i tanti giochi di parole che spesso sono collegati a oggetti e azioni, e senza di essi indubitabilmente si perde molto. Ciò mi porta a citare il simile caso di Cantinflas, uno dei più amati attori messicani di sempre, scilinguato per eccellenza, che riusciva a fare rapidi discorsi logici eppure privi di senso così come a passare da un argomento ad un altro per analogie, assonanze e doppi significati, confondendo totalmente il suo interlocutore. Anche i suoi testi, è ovvio, sono praticamente intraducibili in qualsiasi altra lingua.
Groucho (che pur facendo dei doppi sensi il proprio cavallo di battaglia si vantava  di non essere mai scaduto in volgarità) fu il vero simbolo e il più emblematico del trio che formava con i suo fratelli Harpo e Chico, non volendo contare gli altri due più giovani Gummo (nessun film) e l'ultimo nato Zeppo (interprete di soli 5 film), di una quindicina d'anni più giovane del primogenito Chico.
Per chi ha poca dimestichezza con i Marx, e casomai li confonde, ricordo che Groucho è quello che cammina a gambe raccorciate, con gli occhiali, il sigaro e i non-baffi ... (quelli che si vedono non sono neanche posticci, sono semplicemente "dipinti" fra naso e labbro superiore, ma molti non ci hanno mai fatto caso), Harpo è il muto, con borse o tasche come quelle del disneyano Eega Beeva (aka Eta Beta, quello che mangia naftalina) dalle quali estrae di tutto e di più, Chico è quello che parla con accento italoamericano, eccellente pianista, il “cervello” del trio.
Il loro periodo d’oro  - Animal Crackers (1930), Monkey Business (1931), Horse Feathers (1932),  Duck Soup (1933) e A Night at the Opera (1935) - volgeva al termine e se A Day at the Races riesce a malapena a reggere il confronto con i precedenti, Go West è nettamente inferiore e le scene degne dei fratelli Marx si contano sulla punta delle dita.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

venerdì 15 marzo 2019

17° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (80-85)

Ho concluso la serie di classici americani con due film degli anni 60, a me del tutto sconosciuti e a ho completato la cinquina con due film italiani (un Rossellini e un Pasolini) e la più recente regia di Clint Eastwood. Pur essendo, forse, condizionato dal fatto che mi piace il realismo, neo- o meno che sia, Paisà è senza dubbio il miglior film di questo gruppo che, nel complesso si è rivelato al di sotto delle aspettative. Quello di Eastwood, i due pluri-candidati Oscar diretti da registi famosi e con tanti attori di grido e quello di PPP non mi hanno per niente entusiasmato, pur riconoscendo qualche merito a ciascuno di essi.
   

84  Paisà (Roberto Rossellini, Ita, 1946) * con Carmela Sazio, Joseph Garland Moore Jr., William Tubbs * IMDb  7,7  RT 100% * Nomination per la sceneggiatura, condiviso fra Sergio Amidei, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Marcello Pagliero e Alfred Hayes
Elemento centrale dei 3 film bellici che diedero a Rossellini fama internazionale, pur non affrontando direttamente il tema guerra, ma occupandosi più dei “danni collaterali”. L’anno prima aveva diretto Roma città aperta e 2 anni dopo avrebbe diretto Germania anno 0. Di tutti e tre i film fu anche co-sceneggiatore contando sempre su Sergio Amidei e ottenendo 2 Nomination Oscar proprio per la sceneggiatura. Molte volte si sottovaluta il valore degli sceneggiatori e per questo mi sembra giusto sottolineare che Amidei, oltre alle suddette, ottenne altre due candidature Oscar per Sciuscià (Vittorio De Sica, 1946) e Il generale Della Rovere (Roberto Rossellini, 1959). Cinema italiano d’altri tempi ... quando era apprezzato in tutto il mondo.
Pur essendo “apparentemente” diviso in 6 episodi ben distinti fra loro sotto molti punti di vista, Paisà ha una sua continuità temporale e geografica, ripercorrendo da sud a nord varie tappe e momenti significativi degli ultimi due anni della II Guerra Mondiale. Si distingue dagli altri la quinta parte, che si svolge interamente in un convento francescano, nella quale si tratta più di religione che di guerra, con interessanti e stimolanti osservazioni sulla fede.
Le varie storie sono collegate tramite immagini di repertorio con voce narrante fuori campo a mo’ di cinegiornale. Ovviamente nel cast non ci sono nomi famosi e neanche facce conosciute.
Film da guardare così come gli altri citati in questo breve commento.

83  The Mule (Clint Eastwood, USA, 2018) * con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Manny Montana * IMDb  7,2  RT 70%
Mi sembra che abbia troppi punti in comune con Gran Torino (protagonista veterano di guerra, la sua palese misantropia, i suoi contatti fortuiti con criminali - piccoli o grandi che siano, poco importa -, il tentativo di sanare ingiustizie a modo suo) e per questo quasi ripetitivo, ma risulta di livello certamente inferiore. La descrizioni dei personaggi è poco incisiva e la sceneggiatura, in particolare nel finale, è confusa e poco credibile. Tanto per dirne una, com'è che in un territorio enorme come il mid-west, dopo giorni senza contatti, si trovano tutti in una stessa limitata area allo stesso tempo? Il narcotrafficante (interpretato da Andy Garcia) appare quasi come una macchietta, i pur bravi Dianne Wiest e Laurence Fishburne sono relegati in parti poco significative. Bradley Cooper potrà anche piacere alle signore, ma come attore lo trovo veramente improponibile.
Tuttavia, penso che Eastwood sia assolutamente giustificabile considerata la sua veneranda età e soprattutto per il fatto che, per sua stessa ammissione, continua a dirigere e interpretare film per puro gusto, senza troppi patemi d'animo. A 89 anni è già un successo essere ancora sulla breccia e si ha tutti il diritto di fare di testa propria. 
Film certamente più che sufficiente, la maggior parte delle osservazioni derivano dal fatto che siamo abituati ad un altro Eastwood, quello che ha diretto e/o interpretato tanti altri film, di gran lunga migliori.
      

82  The Professionals (Richard Brooks, USA, 1966) tit. it. “I professionisti” * con Burt Lancaster, Lee Marvin, Robert Ryan, Jack Palance, Claudia Cardinale * IMDb  7,4  RT 93% * 3 Nomination (regia, sceneggiatura, fotografia)
Il cast di grande richiamo non riesce a sollevare questo film dalla mediocrità. La trama, pur essendo relativamente originale, non dice molto di nuovo. Non è un western di struttura classica, né un film sulla rivoluzione messicana o sui contrasti USA-Messico, anche se tutti questi elementi sono tirati in ballo. Sul versante positivo ci sono le ottime interpretazioni dei 3 protagonisti (Lancaster, Marvin, Ryan) e la fotografia che sfrutta a dovere la bellezza dei paesaggi.
Fra pro e contro, senza infamia e senza lode.

81  Days of Wine and Roses  (Blake Edwards, USA, 1962) tit. it. “I giorni del vino e delle rose” * con Jack Lemmon, Lee Remick, Charles Bickford * IMDb  7,9  RT 100% * Oscar per la musica e 4 Nomination (Jack Lemmon protagonista, Lee Remick non protagonista, scenografia, costumi)
Se l’accoppiata Blake Edwards / Jack Lemmon funziona bene nelle commedie, rende molto meno in questo film drammatico. Lemmon non è convincente come ubriaco e neanche quando il suo personaggio è sobrio riesce ad essere credibile. Chi ha visto The Lost Weekend (Billy Wilder, 1946, con Ray Milland, 4 Oscar) non potrà esimersi dal fare un impietoso paragone fra registi, attori e sceneggiatori, ed in ciascuno dei casi è evidente da grande differenza di qualità a favore del film di Wilder. Nel caso voleste guardare un film su un alcolizzato terminale, senza dubbio scegliete The Lost Weekend.

85  Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1966) * con Totò, Ninetto Davoli, Femi Benussi * IMDb  7,4  RT 82%
A mia memoria, è film di Pasolini che meno mi è piaciuto. Visto tanti anni fa, ho concesso una seconda opportunità, ma la valutazione è rimasta più o meno la stessa. A una trama debole, si aggiungono vari inserti di pura propaganda e l'insopportabile presenza dell'incapace Ninetto Davoli; trovo che anche Totò sia fuori posto e che sia stato mal diretto.
Fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi); penso ora di recuperare Teorema (1968), visto solo una volta quasi 50 anni fa, ovviamente con occhi da novellino.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

mercoledì 13 marzo 2019

Cozinha Portuguesa: cibi preferiti, varianti e novità

Anche in questa ennesima (purtroppo breve) visita lusitana, il sempre ottimo il cibo tradizionale ha avuto un ruolo sostanziale e mi sono imbattuto in qualche novità (per me).

Ovviamente, trovandoci a Figueira da Foz, al limite meridionale della zona tradizionale per il Leitão da Bairrada, siamo andati subito alla ricerca di una buona casa de leitao, e l’abbiamo individuata a Buarcos: Zé dos Leitões. Questo, come tanti simili, è un ristorante tanto specializzato da avere nel limitatissimo menù praticamente solo piatti a base di maialino, fra i quali spiccava perfino una lasanha di leitão, tutto anche da asporto. Tuttavia, la maggioranza dei clienti richiedono il classico piatto in cui la carne viene accompagnata da patate fritte (tagliate tonde), insalata e fette di arancia. Ottima scelta, peccato che quando siamo tornati la domenica (dopo la gara) avevano già terminato la loro produzione quotidiana e abbiamo ripiegato sul vicino O Forninho, buono ma non di pari livello. A chi volesse provare il leitão, consiglio di andare in un locale specializzato, dove si grigliano le carni giorno per giorno con attrezzature adatte (non tutte le cucine sono attrezzate per poter cuocere a dovere maialini interi).

Passo ora ad una categoria molto vasta, quella degli arroz de ..., molto comuni in Portogallo in quanto si adattano  facilmente agli ingredienti locali, quindi scegliete bene. Penso sia bene chiarire che non hanno niente a che vedere con i risotti e tantomeno con la paella, essendo in sostanza simili ai vari arroz caldoso (lett. “brodoso”) spagnoli.
La prima sera ho gustato un arroz de bacalhau com amêijoas, aromatizado com coentros, riso “in umido” - non in brodo - con baccalà, vongole e coriandolo, cilantro. Considerate che si tratta sempre di un piatto unico nel quale pesce, carne o altro ingrediente che gli dà il nome, viene usato in abbondanza, non giusto per dare un po’ di sapore. Ricordo che a Portimao tale tipo di pietanza a base di riso era una delle mie prime scelta al ristorante Oasis che ne proponeva almeno uno al giorno fra polvo (polpo), mariscos (frutti di mare), bacalhau (baccalà), tamboril (rana pescatrice o coda di rospo), amêijoas (bivalvi molto simili alle vongole), lingueirão (cannolicchi, il mio preferito, foto sopra), giusto per restare in ambiente marino.
Anche fra gli snack ci sono cibi molto appetitosi e, guarda caso, un paio dei più classici sono a base di baccalà. Oltre ai noti pasteis de bacalhau consiglio di assaggiare le pataniscas de bacalhau (foto sopra) che, a dispetto dell’assonanza, non contengono patate come i pasteis, ma sono un impasto di baccalà sfilacciato e cipolla, amalgamato farina e uova, e poi fritto. Preferisco la loro quasi croccantezza ai più morbidi pasteis che sono molto simili ai nostri (napoletani) crocchè. 
Similmente, infatti, baccalà e patate vengono mischiati più o meno in pari quantità, ma a seconda dei gusti ciascuno dei due ingredienti può essere fino a una volta e mezza l’altro. Ovviamente si aggiungono uova, un trito di aglio e cipolla e, per aromatizzare, prezzemolo o coriandolo. Infine si friggono. (foto sopra).
Non essendo il caso di di addentrarmi nelle descrizioni dei tanti altri piatti tradizionali che abbiamo ri-assaporato, come carne de porco alentejana (spezzatino di maiale con patate e vongole), feijoada à transmontana (zuppa di fagioli con vari tipi di carni), cozido à portuguesa (zuppa di verdure e carni miste, molto varie), bacalhau in vari modi, ensopado de borrego (minestra di agnello), concludo questo post menzionando le due novità.
Ho provato gli ossinhos (pezzi di colonna vertebrale del maiale, con una buona quantità di carne attorno - foto a sx) e il cação (generico per varie specie di pescecane, equivale al tollo canario) che in Portogallo viene per lo più utilizzato nei succitati piatti di arroz.
Chi non ha limitazioni dovute ad allergie, intolleranze, regimi alimentari, pregiudizi, religioni o filosofie di vita, può scegliere a caso in qualunque menù portoghese e non resterà mai deluso. Ricordarsi di annaffiare con vinho tinto (vino rosso), anche quello della casa va bene poiché in genere vale almeno un vino imbottigliato di qualità media e costa molto meno.

domenica 10 marzo 2019

L’età non è un metro di valutazione! ... in particolare per quanto riguarda l’escursionismo!

Sono stato spinto a scrivere questo post a seguito di un SMS, che si è andato ad aggiungere agli argomenti di interesse escursionistico trattati in due post dei miei colleghi FREE Ruth e Matteo e in un messaggio via email, tutti della settimana scorsa.
... oggi volevo partecipare all’escursione  ... con me ci sono  due bimbi di 7 e 8 anni abituati a camminare, il sentiero è fattibile per loro?
A parte l’insensatezza di tale quesito posto via SMS (visto che la risposta doveva essere articolata) dall'avviso era chiaro che non si conoscesse l'itinerario in quanto l'escursione era così presentata:
... si parte da Termini, giro a sorpresa un paio d'ore. 
Seguiva la solita chiosa:
Prima di aggregarsi ai Camminanti, è importante sapere a cosa si va incontro … pertanto, leggete l’EPTALOGO (che chiarisce vari punti)
Il “camminare” è estremamente soggettivo, ho visto ragazzini di 5 anni tenere il passo degli adulti ed escursionisti navigati di una settantina di anni che hanno partecipato alle mie MaraTrail (42km su sentieri ... a passo allegro) e ai TREK Amalfi-Sorrento, di oltre 100km e tanta salita in 5 giorni, e anche camminato con ultraottantenni in ottima forma. Di un tour che guidai anni fa, faceva parte una famiglia americana, una coppia nella trentina con 2 figli. Il ragazzino tredicenne (sulla carta atletico) si è lamentato per tutta la settimana (12-15 km al giorno) mentre la ragazzina di 7 anni era sempre avanti e attenta a tutto ... eppure erano figli degli stessi genitori. Statisticamente, per mia esperienza, posso dire che i principianti fra i 25 e i 40 sono quelli che creano più problemi. Tante volte in passato persone che non conosco mi hanno chiesto sia se i "loro" figli di X anni fossero in grado di affrontare un certo percorso, ma anche di proporre un percorso adatto ai "loro" genitori di una sessantina di anni (cosa dovrei fare, ritirarmi in un ospizio?). Con criterio, non ci sono limiti di età! 
Simile discorso vale per l’aspetto fisico. Potrei presentarvi decine di escursionisti che in base all’indice di massa corporea (IMC o BMI in inglese) sono definiti sovrappeso (25-30) o leggermente obesi (30-35) e sfidarvi a reggere il loro passo in montagna, anche nelle salite più ripide e accidentate. Andare in palestra e casomai imbottirsi di integratori non rende una persona un buon camminatore. Per di più, sembra che nessuno tenga conto di equilibrio, occhio e coordinazione nei movimenti, per non parlare di almeno minime attrezzature specifiche a cominciare dalle suole delle scarpe.
Purtroppo approssimazione e superficialità regnano anche fra quelli che dovrebbero essere professionisti del settore. Come sottolinea Ruth nel suo post del 6 marzo (in inglese), tante agenzie e perfino “guide”, pur di vendere un’escursione, non menzionano difficoltà, possibili rischi, né ricordano ai clienti che non si tratta di una passeggiata sul corso. Perché poi meravigliarsi quando su sentieri più o meno impervi, o quantomeno sconnessi, si vedono (e poi si devono recuperare) “escursionisti” con mocassini, ballerine, sandali con suola liscia e perfino infradito? (foto in basso)
Purtroppo, come spesso accade con fenomeni di massa (l’escursionismo è ormai una moda) il livello medio dei praticanti continua a calare e molti all’inesperienza e/o incapacità (comprensibili) sommano arroganza e irresponsabilità che mettono a rischio la loro incolumità e spesso creano problemi agli altri.
Prima ho parlato di agenzie e “guide” e proprio una di queste ultime qualche giorno fa mi ha scritto una email chiedendomi (dopo aver elogiato la quantità di informazioni fornite sul mio sito):
Accompagnerò un gruppo a Pasqua da Salerno fino a punta Campanella. Non sono riuscito a trovare però delle tracce gpx dei percorsi. Ormai sono abituato ad utilizzare il cellulare quando vado a camminare. Non ci sono sul suo sito o sono io che non le ho viste?
Ho gentilmente risposto, senza entrare nel merito deontologico:
le tracce non ci sono … io sono pro mappe! Utilizzo il gps solo per ricerche e come contachilometri, ma non “seguo” tracce. Comunque, puoi trovarne parecchie su Wikiloc e sul sito del CAI (ma solo per i sentieri CAI). Buona fortuna.
Oltre ad essere un irresponsabile è anche uno scostumato (qualità che vanno spesso a braccetto) in quanto non ha neanche avuto il buongusto di ringraziare per le informazioni (voleva le tracce o no?). Incrociando date, destinazione e nome, risulta essere "l'accompagnatore di una inedita traversata" (???) venduta da Trekking Italia (teoricamente professionisti del settore) ... chissà se i capoccia (ed i partecipanti) sanno a chi affidano ...!
Ormai i gps non più uno strumento tecnico fra le mani di chi ha un'idea di come e quando utilizzarlo, ma un gadget che viene aggiunto a qualunque apparecchiatura elettronica (auto, cellulari, fotocamere, collari per cani, ecc.). La loro diffusione fa presagire qualcosa di simile a quanto accadde una cinquantina di anni fa con le calcolatrici tipo Texas Instruments ... dopo qualche anno pochi erano in grado di eseguire operazioni basilari con carta e penna o di saper consultare tavole trigonometriche e gli asini non esitavano accettare un coseno di valore -3 (per chi non lo sapesse può solo variare fra -1 e +1, limiti compresi) solo perché tale cifra era apparsa sul display, così come qualcuno oggi non batte ciglio accettando coordinate con latitudini di oltre 90° (la massima, al polo). 
Quanti "esperti del gps" portano sempre con sé una cartina dei luoghi e la sanno interpretare? In presenza di un ostacolo insormontabile e non previsto, e avendo solo la traccia dell'itinerario, quanti saranno in grado di trovare un percorso alternativo o una via di fuga per raggiungere una strada principale? Non sarebbe meglio contare su una mappa visto che è più improbabile perdere la stessa che rimanere senza batteria, cancellare inavvertitamente la traccia o rompere il gps/smartphone?
Con un discorso più generale, è arrivato il post di Matteo (FREE Amalfi) che tocca varie delle problematiche precedentemente esposte:
SALVE A TUTTI ... questa settimana ho ricevuto varie richieste, tante da "fuori porta", di persone che vogliono venire a camminare con noi. Ci chiedono talmente tante cose, partendo dalle caratteristiche del sentiero, quanta salita, quanta discesa, se ripida, quale tempo ci sarà quel giorno (questo lo vogliono sapere anche 5 gg prima) che scarpe usare, se servono o meno i bastoncini, ecc ecc... Mi sorge spontanea una domanda: MA SAPETE COSA VUOL DIRE ANDARE IN MONTAGNA" ???, ci siete mai stati???
Una semplice iscrizione ad un gruppo trekking non vi qualifica "trekkisti esperti", essere soci di una qualche associazione riconosciuta anche in ambito nazionale, non vuol dire che siete esperti "automaticamente" con l'iscrizione. Personalmente vado in montagna anche una "settantina" di volte all'anno e non mi ritengo "esperto di niente" ... .e voi ??? Quante volte ci andate ???
(post completo su FB FREE Amalfi, leggete anche i qualificati commenti).


Infine, a sostegno di quanto sostiene in chiusura Matteo, ricordo che per diventare soci dell'HTMC (Hawaiian Trail & Mountain Club, associazione seria della quale feci parte nel 2008) si doveva partecipare ad almeno tre escursioni di livello 2 (su 3, caratteristiche vagamente simili a T, E ed EE del CAI) e poi si poteva presentare domanda di iscrizione. Questa doveva essere sottoscritta da due soci che garantivano per lui, avendolo osservato in azione nel corso delle suddette escursioni. Solo ad accettazione avvenuta si diventava member e si poteva partecipare anche ad escursioni di livello 3, members only hike (uscita per soli soci).
Nella foto al lato, la terza e ultima vetta del famoso percorso di Olomana, classica escursione prenatalizia dell'HTMC. Anche in quel caso, come quasi sempre accadeva,  l'età media era prossima alla sessantina. Il puntino chiaro prossimo alla vetta è un escursionista. 
In basso Olomana2 e Olamana3, viste da Olomana1.   
A quanto si vede in giro, ed al contrario dell'HTMC, perfino associazioni specificamente escursionistiche accettano chiunque (basta che paghi la sua quota) e non si preoccupano minimamente di attrezzature o di sicurezza.
Così va il mondo ...!

venerdì 8 marzo 2019

Soddisfacente rentrée orientistica, ottima rimpatriata lusitana

Nei seguenti succinti commenti parlo per me, ma penso di interpretare anche i pensieri di Enzo con il quale svernai in Algarve nel 2009, 2010 e 2012 e di lì quasi ogni fine settimana andavamo a correre in Spagna (frontiera a un centinaio di km) o nelle regioni centrali portoghesi. Per essere sempre presenti e spesso gli unici italiani ci conoscevano più o meno tutti e, visto che la chiacchiera non ci è mai mancata, stringemmo parecchie amicizie. 
Per vari anni, risiedendo a un migliaio di km di distanza, ci siamo visti poco  e - per motivi diversi - non abbiamo corso. Quest'anno, approfittando del fatto che il POM (Portugal Orienteering Meeting) si svolgeva in un'area tecnicamente molto interessante e che entrambi avevamo la possibilità di volare direttamente a Lisbona, abbiamo deciso di andare a trovare gli amici portoghesi.
Siamo rimasti soddisfatti per aver completato gare tecnicamente impegnative (come previsto) e inoltre molto fisiche ... non saremmo certo andati fin lì per semplici cartine di un parco giochi come quella del logo della mia prima società (ORME - ORientisti MEridionali). 
Ma la parte migliore era quella dei dopogara, con mangiate esagerate, vino in abbondanza, e tanti divertenti aneddoti che ci ritornavano in mente.
Siamo rientrati:
tutti interi (con un po' di fortuna e di attenzione) anche se con qualche "ricordino" (qualche contusione, graffi e scorticature assortite);
molto soddisfatti per aver completato i percorsi tutt'altro che semplici, con un numero limitato di errori ( per quanto mi riguarda solo uno grave e ancora non ho capito perché ho pascolato per oltre 20 minuti);
felici delle rimpatriate con i tanti conoscenti (non solo portoghesi, ma anche spagnoli, svizzeri e inglesi) che ci hanno visto riapparire dopo un lustro di assenza dai campi di gara. Ne abbiamo incontrati a decine, non solo nella zona arrivo o andando in partenza, ma anche in vari ristoranti ... c'era sempre qualcuno che gridava: "Giovanni!". Fra quasi 2.500 partecipanti, abbiamo anche incontrato gli unici altri 6 italiani, che ovviamente mi conoscevano.
contenti del vero colpo di fortuna che a Figueira da Foz ci ha portato in un alojamento local (Chez Odete, casa antica rimessa a posto e perfettamente funzionale, nel centro storico della città) gestito da una signora simpaticissima e chiacchierona che ci riempiva di attenzioni e preparava colazioni fantastiche tutte naturali (omelette fatte al momento con le uova delle sue galline, sue marmellate biologiche, premute di arance fresche, dolci appena sfornati, ...);
senz'altro ben nutriti ... anzi, direi che più di una volta abbiamo ecceduto con l'ottimo cibo portoghese e non siamo mai restati con la gola secca pur non vedendo mai acqua in tavola;
compiaciuti di aver scelto i posti giusti per mangiare bene e, nella maggior parte dei casi, a prezzi ridicoli. Un paio di volte siamo andati in locali specializzati in leitao (Zé dos Leitões e O Forninho), per ben 3 volte alla Tasca da Lúcia (a due passi da Chez Odete), da Manuel do Evaristo (sulla statale 109 fra Quiaios e Tocha), a Casa Mota, locale di Buarcos molto popolare con simpatici clienti/cantanti.

A Lisbona già sapevamo dove andare, per questioni logistiche abbiamo optato per Cantinho de São José a discapito del Tunel de Alfama, e i nostri amici per il convivio conclusivo ci hanno proposto la fantastica sala della Casa do Alentejo. (nelle foto sopra, a sinistra la sala ristorante, a destra salone delle feste).
   
Questo pranzo, pur essendo - a ragione - più caro della media, è risultato estremamente piacevole non solo per il locale storico ma anche per la eterogenea compagnia, prossima ad essere una babele. 
Infatti, pur essendo solo in sei, non c’era una lingua con la quale tutti si trovassero a proprio agio e quindi a seconda degli interlocutori abbiamo usato portoghese, francese, inglese, spagnolo e raramente l’italiano.
Ci siamo comunque capiti e abbiamo fatto progetti per l'anno prossimo: noi dovremo andare al POM 2020 (a Sines e Santiago do Cacém, Alentejo, 22-25 febbraio) e in cambio Antonio e Dionisio (con me nella foto sopra) si sono impegnati a partecipare ad un nuovo Trek Amalfi-Sorrento a patto che le tappe siano di una ventina di chilometri o poco più. Sarà una buona occasione per celebrare il decennale della piacevolissima edizione 2010 (10-14 maggio), anche quella molto "internazionale".


in questa pagina trovate centinaia di foto del TREK 2010
e ricordatevi di non prendere impegni per l'inizio di giugno 2020

16° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (76-80)

Continuo con la serie di classici americani degli anni 50-60, tutti vincitori di Oscar e/o con varie Nomination al loro attivo. Nel complesso, spiccano le qualità delle sceneggiature (per me mediamente molto superiori a quelle attuali) e le interpretazioni degli attori, famosi o meno che fossero. Stranamente ma non troppo, in 4 dei 5 film la parte drammatica è condizionata dall'ingerenza dei genitori (benestanti) nella vita dei figli, condizionando non solo i loro rapporti ma anche la vita sentimentale dei figli. Famiglie tenute insieme in regime quasi dispotico, le aspirazioni delle nuove generazioni che si scontrano con le aspettative egoistiche e spesso eccessive dei genitori, il sogno americano, furono temi ricorrenti nel cinema dei decenni del dopoguerra.

     

79  Cat on a Hot Tin Roof  (Richard Brooks, USA, 1958) tit. it. “La gatta sul tetto che scotta” * con Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives * IMDb  8,1  RT 100% * 6 Nomination (miglior film, regia, Elizabeth Taylor e Paul Newman protagonisti, sceneggiatura, fotografia)
Risulta evidente la sua origine teatrale (stiamo parlando di un lavoro di Tennessee Williams) che cala gli spettatori nel bel mezzo di un dramma familiare, che si sviluppa nell’arco di poche ore, quasi in tempo reale. Gli accesi scontri fra i protagonisti (3 coppie con caratteri molto contrastanti) vengono esaltati dalle eccellenti interpretazioni non solo dei 2 candidati Oscar, ma anche degli altri quattro. Non è un film da raccontare, ma assolutamente da guardare e ascoltare con attenzione. Due ore scarse nelle quali tutti hanno un ruolo importante e significativo, perfino i personaggi marginali.
Ottimo, consiglio a chi non l’avesse ancora visto a provvedere al più presto.

76  The Caine Mutiny (Edward Dmytryk, USA, 1954) tit. it. “L’ammunitanemtno del Caine” * con Humphrey Bogart, José Ferrer, Van Johnson, Tom Tully * IMDb  7,8  RT 92% * 7 Nomination (miglior film, Humphrey Bogart protagonista, Tom Tully non protagonista, sceneggiatura, montaggio, sonoro, commento musicale)
Ottimo film bellico, con molta poca guerra nel senso classico del termine, ma tanta nelle relazioni gerarchiche degli ufficiali a bordo del dragamine Caine, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Strano vedere Bogart in ruolo non proprio comune per lui che tuttavia riuscì ad interpretare tanto bene da guadagnarsi la Nomination Oscar.
Qualche pecca risulta evidente nella rappresentazione della navigazione, ma ciò è cosa purtroppo comune. Sono rarissimi i film con scene in mare effettivamente credibili agli occhi di chi ha navigato (come me), non sacrificando il realismo ad una spessa inutile spettacolarizzazione.
Film di genere, ma diverso dai tanti che giunsero sugli schermi pochi anni dopo la fine della guerra, quando erano ancora più che vivi i ricordi dei reduci e dei familiari dei caduti.

    

77  East of Eden (Elia Kazan, USA, 1955) tit. it. “La valle dell'Eden” * con James Dean, Raymond Massey, Julie Harris, Jo Van Fleet * IMDb  8,0  RT 86% * Oscar per Jo Van Fleet non protagonista e 3 Nomination (regia, James Dean protagonista, sceneggiatura)
Primo dei tre soli film di James Dean da protagonista, dopo un lustro di lavoro in serie televisive. Si schiantò con la sua auto poco più di un anno dopo l’uscita di questo film, mentre il suo ultimo (The Giant) era ancora in fase di post produzione.
Kazan è Kazan e non si discute, ma questa versione cinematografica del romanzo di Steinbeck ha ricevuto non poche critiche per differire in troppi punti e personaggi dalla storia originale e, manco a dirlo, tutti concordano nel preferire il libro. Il reparto giovanile del cast non mi è sembrato convincente a differenza degli adulti che si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Resto con la sensazione che il film non sia ben bilanciato, che pur avendo tanti punti a favore, le varie parti non siano ben amalgamate.
Ciononostante, merita senz'altro un'attenta visione.

78  Around the World in 80 Days (Michael Anderson, USA, 1956) tit. it. “Il giro del mondo in 80 giorni” * con David Niven, Cantinflas, Shirley MacLaine * IMDb  6,8  RT 72% * 5 Oscar (miglior film, sceneggiatura, fotografia, montaggio, commento musicale) e 3 Nomination (regia, scenografia, costumi)
Fra i tanti drammi di questo blocco, gli eventi narrati nel famoso libro di Verne portano una ventata di aria fresca, una piacevole diversione sostenuta dalle convincenti interpretazioni di due mostri sacri del cinema dell’epoca, dei due lati dell’oceano: l’inglese Niven e il messicano Cantinflas. Film leggero e avvincente, nonostante la storia sia ovviamente riassunta (pur durando quasi 3 ore) e il finale è più che noto.
Vero film adatto a tutte le età che mantiene molti dei suoi meriti anche guardato oltre 60 anni dopo la produzione.

80  Splendor in the Grass (Elia Kazan, USA, 1961) tit. it. “Splendore nell’erba” * con Natalie Wood, Warren Beatty, Pat Hingle * IMDb  7,8  RT 84% * Oscar per la sceneggiatura e Nomination a Natalie Wood protagonista
Secondo film di Kazan in questo gruppo, per alcuni contenuti molto simile a Cat on a Hot Tin Roof, vale a dire per i difficili rapporti fra genitori di successo e figli, anche se le motivazioni sono diverse. In questo film i due giovani protagonisti soffrono, e molto, dell’invadenza e dell’oppressiva "guida" (non richiesta) dei rispettivi genitori, che pur essendo effettivamente convinti di essere nel giusto e far del loro meglio per il futuro dei figli riescono a rovinare la vita ad entrambi; una normale, semplicissima e onesta relazione viene distrutta.
Tuttavia, a mio modesto parere, lo sceneggiatore William Inge non è certo Brooks che adatto l’ottimo testo di Tennessee Williams, per non parlare dell’esordiente Warren Beatty (all’epoca 24enne) neanche lontanamente paragonabile a Paul Newman. Natalie Wood è certamente più convincente nell’interpretare il suo difficile ruolo, ma la performance migliore è certamente quella Pat Hingle nei panni del padre di Beatty.
Come è facile immaginare, non sono del tutto d’accordo con l’Oscar per la sceneggiatura, ma forse il motivo fu che tre dei suoi concorrenti erano film stranieri (La dolce vita, Il generale della Rovere e il sovietico Ballata di un soldato) e la commedia Lover Come Back (Amore, ritorna!) certo non all’altezza. 

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

giovedì 28 febbraio 2019

15° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (71-75)

Per questo gruppo non ho avuto dubbi nell’ordinare il film per preferenza, anche se avrei potuto concedere un pari merito ai primi due. In fondo al gruppo ci sono 2 classici americani degli anni '30 che, oltre a essere molto datati, si sono trovati in una "cinquina terribile"!

     


72  Lo specchio (Andrei Tarkovsky, URSS, 1975) tit. or. “Zerkalo” * con Margarita Terekhova, Filipp Yankovskiy, Ignat Daniltsev  * IMDb  8,10  RT 93% 
Film di Tarkovski che mi mancava, affascinante anche se certamente di difficile, difficilissima lettura, ma ha un suo proprio valore comunicativo diretto come una qualunque altra opera d’arte. Le scene si susseguono in modo volutamente disordinato in quanto rappresentano pensieri e ricordi di un uomo malato, che rivive mentalmente vari momenti della sua vita. Si alternano quindi luoghi, visioni e sogni, talvolta in bianco e nero, altre a colori, in interni e in esterni, con improvvisi colpi di vento, pioggia e fuoco (che mi sembra un tema ricorrente nei film di Tarkovski). Pregevoli i lentissimi movimenti di macchina, le riprese d’infilata e la gestione delle immagini riflesse. Più che buone le interpretazioni.
Lo stesso regista declama alcune sue poesie, non tutte di semplice interpretazione e/o da porre in relazione alle immagini proposte. Oltretutto, penso che ciò sia aggravato dal fatto - noto - che se la traduzione di testi “normali” è difficile, quella di versi è praticamente impossibile senza perdere qualcosa dello spirito originale. Magra consolazione può essere il fatto che non essendo del tutto connesse con le immagini, si può restare concentrati solo su queste ultime e apprezzarle nel migliore dei modi.
Un film imperdibile per chi ha il gusto dell’immagine e del cinema canonico seppur quasi sperimentale, incomprensibile e noioso per chi vuole solo azione, chiacchiere ed effetti speciali.
Ho letto un interessante aneddoto nel quale si riporta di una interminabile discussione fra critici che si scontravano sull’interpretazione del film volendo vedere simboli in ogni oggetto, animale e ripresa, alla fine interrotti da una donna addetta alle pulizia (che li sollecitava a terminare per poter procedere con il suo lavoro), avendo visto il film, più o meno disse: “Io l’ho capito, sono semplicemente i ricordi di un uomo morente va con la mente a vari momenti della sua vita, in modo disordinato come è normale”. I critici tacquero e se ne andarono.

73  Pájaros de verano (Cristina Gallego, Ciro Guerra, Col, 2018) tit. int. “Birds of Passage” * con Carmiña Martínez, José Acosta, Natalia Reyes  * IMDb  8,0  RT 93% * presentato al Festival Cannes (Quinzaine des Réalisateurs)
La coppia di cineasti colombiani (sia in campo professionale che di fatto) propone un'altra storia profondamente radicata nell'ambiente rurale colombiano dei nativi e mestizos. Dopo “La sombra del caminante” (2004), “Los viajes del viento” (2009) e il più famoso “El abrazo de la serpiente” (2015, candidato Oscar), diretti e scritti solo da Ciro Guerra e prodotti da Cristina Gallego, per questo quarto film hanno collaborato alla sceneggiatura e condiviso la regia.
La trama, basata su fatti reali e divisa in 5 Cantos, narra degli inizi del business della droga, proponendo gli sviluppi del commercio internazionale della marijuana e gli scontri (spesso cruenti) fra clan in cinque fasi, dal 1968 al 1980, poco prima dell’irruzione sulla scena internazionale del narcotraffico di Pablo Escobar, ormai famoso grazie a serie tv e film.
L’arrivo improvviso di fiumi di denaro in una comunità rurale sostanzialmente povera, legata ad antiche tradizioni, divisa in famiglie e clan, ebbe l’immediato effetto di mettere a nudo avidità prepotenza e sete di potere e aumentarle a dismisura, stravolgendo i rapporti fra i vari gruppi, facendo perdere il rispetto, l'onore, i valori sociali, e anche il buonsenso.
Non c’è modo di frenare questa escalation, chi ci prova viene ovviamente schiacciato, dai capi difendono i membri della loro famiglia anche quando si trovano dalla parte del torto.
Molti hanno voluto vedere nell’essenza di questa storia varie similitudini con la saga della famiglia Corleone narrata da Coppola nei vari Godfather (qui c’è un capofamiglia donna), ma a ben guardare si può dire che si tratta di una storia vecchia quanto il mondo ... gruppi che si alleano per reciproca convenienza, ma poi c’è sempre chi vuole acquisire il potere assoluto, eliminando senza scrupolo alcuno la parte avversaria.
La cosa che può sbalordire, ed è ben narrata, è il come possano adattarsi rapidamente credenze, riti e premonizioni alle necessità del business. Nel susseguirsi dei Cantos, si vedono traballanti e sconnesse capanne di legno tramutarsi in ricche ville simili a cattedrali nel deserto, gli uomini all’inizio armati di carabina e machete saranno ben presto forniti di Kalashnikov e anche bazooka, gli animali da soma sono prontamente sostituiti da fuoristrada 4x4 e  poi avionetas, insomma una evoluzione rapidissima che, oltre a costare molte vite umane, fa perdere agli indigeni la lor identità e la loro cultura. Significativi i titoli dei tre Cantos centrali: "Las tumbas - 1971", "La prosperidad - 1979", "La guerra - 1980".
La bellezza delle riprese di Ciro Guerra in ambiente naturale e spesso selvaggio sono cosa ormai nota così come il saggio utilizzo di attori indigeni non professionisti e dei tanti elementi tipici dell’antica cultura locale, dai vestiti, ai simboli, agli ornamenti, ai riti, alle feste, ai canti.
Sul versante opposto, viene anche ribadita la nota equivocità dei Peace Corps, ufficialmente “Agenzia pubblica che dipende dal Governo degli Stati Uniti d'America” nata durante la presidenza Kennedy che fra i suoi membri contava non solo veri volontari, ma hippy “figli dei fiori”, piccoli trafficanti, agit-prop e (più o meno ufficialmente) agenti CIA in incognito.
Un bel film che tuttavia lascia tanto amaro in bocca e anche una certa tristezza, nel vedere i danni irreparabili causati in pochi anni “dall’occidentalizzazione” a etnie, ambienti e culture secolari.

     

71  Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, Ita, 1960) * con Alain Delon, Renato Salvatori, Annie Girardot * IMDb  8,3  RT 92% * Premi Speciale della Giuria e FIPRESCI, Nomination Leone d’Oro a Venezia
Film del quale avevo sempre rimandato la visione, non essendo Visconti un regista che mi attiri in particolar modo. Non voglio certo negare le sue qualità, ma non apprezzo il suo stile.
In questo caso particolare, ci sono un paio di scelte che mi hanno lasciato perplesso e che lo allontanano molto dal neorealismo italiano, comunque giunto alla fine del suo percorso. In primis, il cast internazionale, con due personaggi principali interpretati da francesi (Annie Girardot e Alain Delon) e, subito dopo in ordine di importanza, una greca (Katina Paxinou) veste i panni del personaggio chiave della madre dei 5 fratelli (tutti lucani) lasciando il solo Renato Salvatori come rappresentante italiano. Non c'erano attrici/attori all'altezza o fu una questione imposta dalla produzione? In aggiunta a ciò, e parzialmente logica conseguenza, si ricorse a un doppiaggio “di massa”, quindi anche le voci di vari italiani che interpretavano personaggi provenienti dalle povere campagne lucane furono sostituite da quelle dei doppiatori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, oltre all'ovvia mancata sincronia con il labiale si nota che la parlata tutt'è fuorché lucana, con frequenti "sc" che l’assimilano molto più un dialetto di centro Italia, comunque ridicolmente italianizzato.
In un film come questo, nel quale si sottolineano i contrasti nord/sud, progresso/arretratezza, ricchezza/povertà, sarebbe stato opportuno curare in modo migliore questo aspetto.
Fra gli interpreti principali spiccano Annie Girardot e Renato Salvatori (Alain Delon sembra sempre imbambolato, anche se in parte ciò è dovuto al suo personaggio), e fra i non protagonisti si contraddistingue Paolo Stoppa.
Sceneggiatura e dialoghi non si discutono, essendo frutto della collaborazione di tante “ottime penne” (Suso Cecchi D'Amico, Vasco Pratolini, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Luchino Visconti, Enrico Medioli e Giovanni Testori), ma la messa in scena non mi è sembrata all’altezza.


75  It Happened One Night  (Frank Capra, USA, 1934) tit. it. “Accadde una notte” * con Clark Gable, Claudette Colbert, Walter Connolly * IMDb  8,1  RT 98% * 5 Oscar (miglior film, regia, Clark Gable e Claudette Colbert protagonisti, sceneggiatura) * 191° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Con questo e prima con Grand Hotel ho messo mano a una serie di classici del cinema americano di molti decenni fa che non avevo mai visto, approfittando di una serie di dvd appena giunta in biblioteca.
C’è poco da dire, è una commedia quasi perfetta (per me la perfezione in questo campo non esiste) come tante altre di Capra (p.e. Arsenico e vecchi merletti, 1944). La ben congegnata storia, con tempi eccellenti e personaggi stravaganti, viene ben interpretata da tutto il reparto, sia i caratteristi che i 2 protagonisti che in questa occasione vinsero il loro unico Oscar della carriera (successivamente ottennero 2 Nomination a testa).
Commedia estremamente datata, tuttavia ancora più che piacevole per una visione spensierata.

74  Grand Hotel (Edmund Goulding, USA, 1932) * con Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford * IMDb  7,5  RT 86% * Oscar come miglior film
Film di difficile definizione, quasi corale, con spunti da commedia, a tratti romantico, un po' thriller con un omicidio di mezzo, in effetti abbastanza triste per la varietà di personaggi che, pur alloggiando al Grand Hotel ed essendo invidiati per questo, hanno tanti problemi e la piacevolezza della loro vita è solo di facciata.
Non mi ha convinto molto e non ho inteso la necessità dell’ambientazione nella Berlino fra le 2 guerre visto che la trama propone storie (quasi tragedie umane) che potevano essere ambientate in un qualunque altro posto nel mondo, come viene sottolineato fra le righe alla fine del film. Certamente le ragioni ci saranno state e la miglior lettura penso sia quella della critica di costume, focalizzata su tutte le miserie che si scoprono dietro una facciata di opulenza.
Vale certamente una visione, ma non aspettatevi troppo. 

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.