giovedì 25 aprile 2019

32° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (156-160)

Cinquina con predominanza francese, 2 film molto singolari, oserei dire unici, prodotti a 50 anni di distanza, ai quali hanno fatto seguito tre pellicole che hanno un elemento comune, le protagoniste sono giovani ventenni (+ o -) che si trovano ad affrontare difficili situazioni non solo sentimentali ma anche sociali. 
Si va dal dramma vissuto in una famiglia pakistana radicata in Europa, ai fermenti giovanili in Tunisia appena prima della rivoluzione del 2010, al più romantico ma non meno complesso dramma ambientato in Giappone. Essendo troppo "diversi" i primi 2 ed equivalenti gli altri 3 li metto in ordine di visione.


   

156  Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (Jean-Luc Godard, Fra, 1965) tit. or. “Alphaville” * con Eddie Constantine, Anna Karina, Akim Tamiroff * IMDb  7,2  RT 91% * Orso d’Oro a Berlino
Film sui generis, molto Nouvelle Vague, molto godardiano. Si tratta del nono lungometraggio di Godard, dopo il suo esordio con A bout de souffle (1960), quasi contemporaneo a Bande à part (1964) e Pierrot le fou (1965), altri caposaldi dei suoi primi frenetici anni da regista (negli anni ’60 diresse 17 lungometraggio, 6 episodi di film e 12 corti). A mio modesto parere, dopo quel periodo (comunque fra alti e bassi) perse verve e genialità e degli anni successivi non ricordo molto di memorabile o veramente innovativo.
Si tratta di una quasi irrispettosa ma certamente ben miscelata parodia di vari generi: sci-fi, spy story, thriller, poliziesco, western. Non richiese nessuna scenografia particolare, Godard scelse semplicemente i set fra gli edifici di Parigi più all'avanguardia, e tanto bastò per la sua messa in scena minimalista.
Da sottolineare la partecipazione di Eddie Constantine (attore americano di B movie) nei panni del protagonista, agente CIA Lemmy Caution. Il personaggio era noto per essere stato già rappresentato in una mezza dozzina di film diretti da Bernard Borderie, sempre interpretato da Constantine.
Alterna versi surrealisti tratti da Capitale de la douleur (la copertina del libro viene mostrata in più occasioni) e battute da degne dei peggiori B-movie, azioni palesemente caricaturali e personaggi ridicoli, tutto assemblato con intento chiaramente dissacrante. 
Da guardare e riguardare attentamente, senza scervellarsi troppo.

157  Francofonía  (Aleksándr Sokúrov, Fra, 2015) * con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath, Vincent Nemeth  * IMDb  6,6  RT 86%
A metà strada fra documentario e fiction, questo ottimo lavoro di Sokúrov ci mette al corrente di come furono salvate tante opere d’arte del Louvre durante la II Guerra Mondiale, della simile sorte che ebbero altri lavori e monumenti, degli artefici di tale salvataggio. Lo fa con accuratezza e allo stesso tempo con ironia, facendo apparire più volte nelle sale del museo parigino Napoleone, il quale si vanta di aver portando innumerevoli statue, dipinti e reperti di ogni genere in Francia grazie alle sue guerre di conquista. Si alternano filmati d'epoca, documenti, riprese del museo ai giorni nostri, scene con attori che interpretano il direttore del museo (Jacques Jaujard) e l'ufficiale tedesco responsabile del settore artistico, il Conte Franz Wolff-Metternich.
Sokúrov coglie anche l'occasione per fare un discorso generale sulla preservazione delle opere d’arte e sulle conseguenze delle guerre e dei trasporti.
Certo non per tutti, ma chi ha un seppur minimo senso artistico non potrà fare a meno di apprezzarlo ... io l'ho trovato eccellente.

      

158  Noces  (Stephan Streker, Bel/Pak, 2016) tit. int. “A Wedding” * con Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi * IMDb  7,2  RT 100%
Se anche per questo film un eventuale distributore italiano cambierà il titolo, ne suggerirei almeno uno attinente, che potrebbe essere: "Chi è causa del suo mal, pianga se stesso", adatto a vari dei protagonisti. La ragione? Seguire ciecamente gli obblighi dettati dalle tradizioni, a dispetto del buonsenso, dei tempi che cambiano e, in questo caso, del trovarsi in una società sostanzialmente diversa. La protagonista è una giovane pakistana, musulmana, colta, di bell'aspetto, di famiglia relativamente benestante, che si trova a dover prendere molte decisioni importanti. Purtroppo per lei, si renderà conto che fare delle scelte (giuste o sbagliate che siano) e poco dopo tornare sui propri passi non porta nessun vantaggio. Noces è ben realizzato, sulla scorta di una buona sceneggiatura che mette in risalto molti dei controsenso derivanti da da tradizioni e religioni. Da come lo interpreto è un film “femminista” che tuttavia mette in risalto il peggio del comportamento di madri e sorelle maggiori, le quali, pur essendo passate per gli stessi problemi, non si schierano dalla parte delle più giovani, quasi a dire: ho sofferto io, adesso tocca a te. Ciò non per dire che padri e fratelli siano migliori, ma penso che le donne dovrebbero aspettarsi almeno un po' di solidarietà femminile. 
In conclusione, un film più che buono che mostra il peggio di un certo tipo di società.

159  À peine j'ouvre les yeux  (Leyla Bouzid, Tun, 2015) tit. it. “Appena apro gli occhi - Canto per la libertà” * con Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi  * IMDb  6,8  RT 100% * Premio Label Europa Cinemas e Nomination a Venezia per Leyla Bouzid
Film tunisino, premiato a Venezia, 100% su RottenTomatoes come il per certi versi omologo Noces. L’azione si sviluppa nell’estate precedente la Rivoluzione dei Gelsomini (2010/11) quando era già evidente un certo fermento, soprattutto giovanile. In questo caso la storia d’amore è quasi secondaria, essendo più importante il vivace confronto fra la protagonista (aspirante cantante, che vorrebbe studiare musica) e i genitori che la vorrebbero medico. Alcune canzoni del gruppo del quale fa parte hanno contenuti chiaramente politici e da ciò derivano problemi con la polizia. La giovane Farah con la sua voglia di liberà ed indipendenza, dovrà fare quindi i conti con i genitori (soprattutto la madre), il suo ragazzo (componente della band e autore dei testi) e la polizia politica.
La tunisina Leyla Bouzid, figlia del regista e sceneggiatore Nouri Bouzid, è al suo primo lungometraggio dopo vari corti, un documentario e collaborazioni in varie vesti anche per produzioni importanti come La Vie d'Adèle (2012, Abdellatif Kéchiche).
Lungi dall’essere perfetto, è senz’altro ben realizzato e molto interessante. Come i recentemente visti Noces e Félicité, si può senz’altro credere a molto di come sono descritti gli ambienti sociali considerato che sono visti “dall’interno” e non sono le solite produzioni commerciali di altri paesi.

160  Netemo sametemo (Ryûsuke Hamaguchi, Jap, 2018) tit. int. “Asako I & II” * con Baya Medhaffer, Ghalia Benali, Montassar Ayari  * IMDb  6,6  RT 68% * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Film "giapponese" dal passo tranquillo, fra giovani garbati, cerimoniosi, anche se alcuni sono un po' stravaganti. Dei tre film giovanili di questo gruppo è senz’altro il più romantico e il meno drammatico, ma senz’altro è originale e ben strutturano. Si tratta della singolare storia di Asako, una ragazza che con un colpo di fulmine pensa di aver trovato l’amore della sua vita. Ben presto, però, il ragazzo sparisce misteriosamente; due anni dopo, la ragazza fortuitamente lo incontra ... ma è lui o è un sosia? Come andrà a finire? Senza svelare troppo dico solo che Asako dovrà prendere decisioni, alcune delle quali contrastanti, qualcuna giusta e qualche altra sbagliata.
Ryûsuke Hamaguchi è un regista che già si era fatto notare e si spera che adesso, a seguito della candidatura alla Palma d’Oro, gli sia dato maggior credito in quanto sembra sapere il fatto suo. 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 24 aprile 2019

31° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (151-155)

Anche questa volta, oltre al film d'epoca (francese, ben lontano dalla qualità di Citizen Kane), ci sono 4 produzioni di nazionalità diverse (Corea, Ungheria, Brasile e Francia / Senegal) e 3 di essi hanno ricevuto riconoscimenti in Festival importanti quali Cannes, Berlino e Venezia.

   


152  Burning  (Chang-dong Lee, Kor, 2018) tit. or. “Beoning” * con Ah-in Yoo, Steven Yeun, Jong-seo Jun * IMDb  7,6  RT 94% * 2 Premi a Cannes e Nomination Palma d’Oro
Acclamato, ma non convincente, estremamente lento (è stata la prima volta in questa settimana che ho visto spettatori uscire prima del tempo), forse troppo lungo (2h30’) ma è evidente che sia una “tattica” precisa del regista (non condivisa da tutti) per creare dubbi e tensioni.
Insignito del gran Premio della Giuria a Cannes pochi mesi fa, mi lasciava molto ben sperare ... sono rimasto un po' deluso e spiego perché. La sceneggiatura è un adattamento di una short story di Haruki Murakami che non ho dubbi sia affascinante per l'intreccio di storie, ricordi e "bugie", fra fantasia e mitomania. Ci sono un protagonista e due co-protagonisti e la trama si sviluppa fornendo pochissime certezze; dopo un poco e fino alla fine lo spettatore viene spinto a dubitare di tutto, in quanto quasi niente di quanto detto in precedenza viene chiaramente confermato, ma neanche smentito.
Si deve aggiungere che solo il protagonista sembra avere una vita "normale", la ragazza sembra essere colei che fa più affermazioni non verificate, del terzo, oltre a sapere che è ricco, non si sa praticamente niente.
Dov'è il problema? Come dicevo, Chang-dong Lee (secondo me e molti altri) ha esposto tale situazione ad un ritmo ingiustificatamente lento e, non essendo certo un Tarkovski, diventa tedioso e soporifero. Non si distingue neanche per un particolare lavoro di macchina o inquadrature. Passare da un racconto breve ad un film di due ore e mezza mi sembra pretenzioso. 
In conclusione, il soggetto che mantiene lo spettatore in un'eterna condizione di dubbio e/o sospetto è ottimo e dà pregio al film, che merita di essere visto; resta il rammarico della quantomeno non perfetta realizzazione.

154  Félicité  (Alain Gomis, Fra/Sen, 2017) * con Véro Tshanda Beya Mputu, Gaetan Claudia, Papi Mpaka  * IMDb  6,4  RT 96%  *  Gran Premio della Giuria e Nomination Orso d’Oro a Berlino
Film sostanzialmente "africano" con il Senegal paese co-produttore, girato in un sobborgo di Kinshasa (capitale della Repubblica Democratica del Congo, già Zaire) con attori locali, diretti da Alain Gomis (anche co-sceneggiatore), nato a Parigi da padre senegalese. Interessante per essere quindi simile a un black movie americano, come quelli che si giravano a metà secolo scorso, con cast interamente di afroamericani in quel caso, di africani di colore in questo. Con questi presupposti è lecito credere che quanto mostrato sia in gran parte ciò che accade nella realtà e non totale finzione creata da sceneggiatori e/o registi che l'Africa non l'hanno vissuta. 
L'ambiente è quello quasi povero, vale a dire che ognuno di arrangia come può, ma ha un appartamento o almeno una stanza, con elettricità e qualche elettrodomestico, ed anche i soldi per andare a bere ....
Félicité si guadagna da vivere cantando in un locale notturno ma, per pagare l'operazione della quale ha bisogno il figlio ferito in un incidente stradale, si trova a dover racimolare quanto prima possibile una certa somma, in un modo o nell'altro. Seguendola in questa specie di questua, vengono mostrati i vari rapporti con colleghi, amici, parenti, chiesa, clienti del locale, ex-marito (padre del ragazzo), polizia, infermieri, dottori. Ne viene fuori un interessante spaccato della società congolese che sopravvive come può, dignitosamente per quanto possibile.

      


155  Arábia (João Dumans, Affonso Uchoa, Bra, 2017) * con Aristides de Sousa, Murilo Caliari, Gláucia Vandeveld * IMDb  7,4 RT 93%
Film singolare che trasforma in immagini un diario di un operaio industriale, appena deceduto sul lavoro. A trovarselo fra le mani è un ragazzo che lo conosceva e che è stato mandato a recuperare i suoi effetti personali. 
Vengono così descritte le sue varie occupazioni (quasi tutte in ambito di industria pesante) le sue disavventure, i suoi compagni di lavoro, le sue speranze, la sua temporanea compagna. Ritratto ben fatto di un lavoratore sostanzialmente onesto e sensibile. 
Per niente pretenzioso, semplicemente ben realizzato, sicuramente sopra la sufficienza.

151  Jenny (Marcel Carné, Fra, 1936) * con Françoise Rosay, Albert Préjean, Lisette Lanvin * IMDb  6,6 
Un quasi noir di Carné, con adattamento e dialoghi di Jacques Prévert, un intreccio di personaggi abbastanza equivoci (tranne una) che ruotano attorno a madame Jenny, tenutaria di un locale altrettanto equivoco, ma di lusso. Le bugie e omissioni regnano sovrane e solo grazie alle continue menzogne e riserve mentali il film regge può andare avanti per oltre un'ora e mezza.
Nel night-ristorante di lusso la clientela è di un certo livello ed elegante, non semplicemente danarosa, e ciò permette alla maitresse di nascondere per un po’ la sua vera attività alla figlia, tornata a casa dopo un'assenza di vari anni. La storia, dal soggetto più volte sfruttato, si complica a causa di vari personaggi (clienti e non) che gravitano nell’ambiente per differenti motivi, che tuttavia portano ad una certa rivalità fra vari di loro.
Nel cast c’è anche un volto ben noto anche in Italia, quello di Charles Vanel, divenuto poi famoso soprattutto per le sue partecipazioni a film polizieschi, sia come criminale che dalla parte della legge.
Molto datato, ma ben realizzato.


153  Sunset  (László Nemes, Hun, 2018) tit. or. “Napszállta”, tit. it. “Tramonto” * con Susanne Wuest, Juli Jakab, Evelin Dobos * IMDb  6,6  RT 57% * Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Per 80% del tempo la camera si muove a non oltre due metri dal soggetto, riprendendolo di fronte, di spalle o di lato e seguendolo dovunque, fra la folla, per le scale, nelle stanze, sempre con pochissima profondità di campo lasciando così tutto il resto della scena assolutamente fuori fuoco. A tratti dà addirittura l’idea che le riprese dei soggetti in primo piano siano state sovrapposte alle altre (a mo’ di fondali), come era pratica comune nei film di metà secolo scorso, in particolare nelle scene in auto (ricordate quante volte senza muovere il volante le auto sembravano affrontare curve o, al contrario, girandolo, l’immagine nel lunotto posteriore rimaneva sempre la stessa?). A ciò si aggiunge spesso il fastidioso respiro affannoso del soggetto di turno, come se veramente lo spettatore stesse a un metro di distanza. Se nel precedente lavoro di László Nemes (Son of Saul, Oscar 2016) in tanti, me compreso, avevano apprezzato questa tecnica, in particolare quando il protagonista si addentrava nella folla fra gride quasi disumane, come fosse un girone dantesco, stavolta appaiono senz'altro eccessive.
A prescindere dalla parte tecnica, anche la sceneggiatura è molto confusa e non conoscendo abbastanza della situazione politica dell'impero austro-ungarico alle soglie della Grande Guerra, tanti avvenimenti e personaggi sono poco chiari. Lascia perplessi anche l’estrema libertà con la quale la protagonista si muove da sola. Pretenzioso, stucchevole per la ripetitività delle riprese, restano alcune interessanti scenografie e bei costumi, specialmente i copricapo (una fabbrica di cappelli è il perno di tutto il film). 
Non ve lo consiglio.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

martedì 23 aprile 2019

Ricetta e fondamentali della cucina messicana

Estremamente ma piacevolmente impegnato nella visione di decine di film alla Cineteca Nacional Mexico, nelle ultime settimane ho trascurato altri argomenti e ora interrompo la serie di post di dedicati alle recensioni con uno di cucina etnica, altra mia nota passione.
Pollo en Salsa de Chile Guajillo con nopales


Comincio con questa recente "scoperta", in un certo senso simile a un mole per la densità ed il sapore deciso della salsa, tuttavia sostanzialmente diversa. Infatti, nel Pollo en salsa de Chile Guajillo con Nopales non ci sono le tantissime spezie classiche dei mole (di solito oltre 20), ma conta su pochissimi ingredienti.
Si ha solo bisogno di cosce di pollo, chile guajillo (peperoni relativamente poco piccanti, circa 10.000 scoville, foto a sx), nopales (pale di fico d'India), pomodori, cipolla, aglio, alloro e cumino.
Anche la preparazione è relativamente facile: sbollentare i peperoni e poi ridurli a pasta con cipolla, pomodoro, aglio, alloro e un pizzico di cumino,  amalgamando il tutto con il brodo del pollo. Soffriggere questa salsa in padella per un paio di minuti, aggiungere i nopales (precedentemente sbollentati e tagliati a striscette) e il pollo; lasciar amalgamare per qualche minuto.
Comunemente si chiama chile guajillo il chile mirasol secco e intero, che è il modo nel quale viene di solito venduto. Questo tipo di peperone è tipico dello stato di Zacatecas.
Combinazione estremamente interessante e saporita. Ovviamente, al lato si aggiunge qualche cucchiaiata di frijoles, con o senza crema y queso ... dei quali ora vado a parlare.
Inizio col ricordare alcuni ingredienti fondamentali della cucina messicana: chiles (peperoni), jitomates (pomodori) e cebollas (cipolle). Questi sono quelli che caratterizzano qualunque cibo a la mexicana, ma c'è un quarto classico prodotto (frijoles = fagioli) che vengono serviti a volte come contorno altre separatamente, con una quantità di piatti, dai desayunos (colazione) a quasi qualunque tipo di pietanza, con carni, verdure, banane fritte, totopos, tortillas, ... come potete vedere nelle foto in basso.  
   
   
   
Possono essere più o meno umidi, da quasi una zuppa a una crema molto liquida, a refritos (ripassati in padella, di solito già ridotti in purè) e spesso accompagnati da queso y crema (formaggio semifresco grattato quasi a scagliette e ... crema). Non ho tradotto il secondo termine in quanto a seconda della regione, del piatto e del locale, può presentarsi in modo molto diverso. In sostanza si tratta di panna di consistenza molto variabile in quanto a volte allungata con latte e/o addensata con farina di mais, in altri casi è un po' acidificata (crema agria) e diventa simile alla panna acida (int. sour cream) classica dei paesi dell'est. 
   
   
Chi parla spagnolo della penisola iberica dovrà ricordarsi di cambiare qualche vocabolo. I peperoni da pimientos diventano chiles, i fagioli da judias alubias passano frijoles, i pomodori da tomate jitomate, (dal náhuatl xitomatl, dal quale derivano i tanti vocaboli simili in tutto il mondo), la panna da nata passa crema, termine che tuttavia ha molti diversi significati.
Infine, penso sia giusto ricordare almeno una parte degli alimenti originari delle Americhe e importati in Europa a partire dal XVI secolo, alcuni continuano ad essere importati (in particolare frutta), altri oggi si coltivano normalmente e in tante varietà anche nel vecchio continente. Oltre ai già citati pomodori, peperoni e fagioli, ci sono patate, zucche, mais, cacao, peperoncini, avocado, arachidi, ananas, mango e papaya, giusto per citare i più importanti o noti.

lunedì 22 aprile 2019

30° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (146-150)

Altra cinquine di provenienza molto varia; a un intramontabile classico americano degli anni ’40 si affiancano 4 recentissimi film prodotti in Russia, Brasile, Messico e Danimarca. Come per il gruppo precedente, il peggiore è lo scandinavo ... eppure hanno una grande tradizione alle spalle! 
Visto che Quarto potere si può considerare fuori concorso, dispongo i film in modo diverso dal solito, anche perché non saprei decidere i posti d'onore, praticamente ex-aequo.

146  Citizen Kane (Orson Welles, USA, 1941) tit. it. “Quarto potere”  * con Orson Welles, Joseph Cotten, Dorothy Comingore * IMDb  8,3  RT 100% * Oscar per la sceneggiatura e 8 Nomination (miglior film, regia, Orson Welles protagonista, fotografia, scenografia, montaggio, sonoro, commento musicale) * al 73° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi

Non vale la pena diventare ripetitivo scrivendo ennesimi elogi in merito al film e, soprattutto, al genio che era Orson WellesTuttavia, mi preme dire che il breve biopic di Charles Foster Kane mostrato nei primi minuti continua a non piacermi mentre apprezzo sempre di più le composizioni delle inquadrature, le luci e le riprese da angoli impossibili, specialmente quelle dal pavimento. La scena in cui il protagonista si confronta con Joseph Cotten è memorabile ed unica.
Assumendo che tutti lo abbiate guardato almeno una volta, mi limito a sottolineare che guardare in sala la più recente versione di Citizen Kane (restaurata e corretta nel 2015) è tutt’altra cosa rispetto alle edizioni passate o a ciò che si poteva apprezzare in televisione. Nel caso vi capiti l’occasione, non ve la lasciate sfuggire ... guardatelo di nuovo anche se lo conoscete a memoria. 


   

147  Leto (Kirill Serebrennikov, Rus, 2018) tit. it. “Summer”  * con Teo Yoo, Irina Starshenbaum, Roman Bilyk * IMDb  7,5  RT 70% * Premio per colonna sonora e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Argomento molto particolare, penso sconosciuto ai più, perfino agli amanti del rock. Il film tratta infatti della musica giovani russa di oltrecortina negli anni ’80. Rockettari più o meno bravi tentavano di affermarsi con uno stile proprio ma sempre avendo come punto di riferimento i loro idoli inglesi e americani, più o meno gli stessi di tutti i coetanei europei. La sceneggiatura ricalca vagamente la storia di un paio fra i più noti di questi musicisti e cantautori: Mayk Naumenko e Victor Tsoy. Il primo, già affermato e punto di riferimento per tutti gli altri, fa da guida e quasi da impresario al secondo, accettando anche una non ben definita storia fra sua moglie e Victor, della quale è a conoscenza e non la ostacola.
Nel film sono inseriti in vari momenti originali effetti speciali consistenti in linee e disegni sovrapposti alle immagini, tipo quelli che in animazione rappresentano scariche elettriche. A volte l’inquadratura è divisa in tre parti regolari, nel centro seguono le immagini ai lati testi (scritti a mano).
Per la cronaca, si tratta del più recente dei 9 film di Serebrennikov, che si era già fatto conoscere a Cannes con (M)uchenik (2016, Parola di Dio).
Film interessante e originale che alterna bianco e nero e colore, ben costruito ed interpretato, con buona musica (se non si è allergici al rock).


149  Praça Paris  (Lúcia Murat, Fra, 2017) * con Grace Passô, Joana de Verona, Marco Antonio Caponi * IMDb  6,7 
Assolutamente niente male, al di sopra delle aspettative, molto vario e ben organizzato, con tante svolte. Tratta di un inusuale sviluppo del rapporto medico - paziente, fra una giovane psicologa portoghese e una dipendente dell'università di Rio de Janeiro. La regista Lúcia Murat, senza mai indugiare troppo nei vari avvenimenti ed evitando le scene a sensazione nelle quali altri avrebbero sguazzato, riesce a fornire un più che buon quadro di entrambe le personalità, con background molto diversi non solo per la provenienza (borghesia portoghese - favelas brasiliane) ma anche per i trascorsi che vengono fuori pian piano. Il rapporto è in continuo divenire, fra bugie, diverbi quasi aggressivi, rifiuti; quasi in ogni scena accade qualcosa di significativo e sempre credibile e la psicologa, suo malgrado, si renderà conto della vita pericolosa e violenta di Rio, e delle sue favelas in particolare, e diventerà sempre più agitata e insicura, quasi paranoica (a dispetto della sua professione).
Visto l’ambiente e l’argomento del film, pensavo fosse opera di una brava giovane regista e invece ho scoperto che Lúcia Murat (oggi 70enne) è regista e sceneggiatrice da 30 anni, seppur con solo una decina di lavori. Ciò spiega l’evidente sicurezza nella direzione e già dall'inizio è chiaro che sappia il fatto suo. Per esempio, ho trovato cinematograficamente ottimi i titoli di testa che scorrono accompagnati da uno struggente fado interpretato da Carminhomentre si vede la psicologa (Joana de Verona) che passeggia nei pressi di un faro in cima ad una tipica falesia della costa Atlantica, per poi farla riapparire nuotando davanti ad una spiaggia di Rio. Simili immagini concluderanno il film.
Le transizioni sono buone, i personaggi credibili oltre ad essere ben interpretati e descritti per quanto necessario. Brave entrambe le protagoniste, certamente più convincente Grace Passô (l’ascensorista).
Più che consigliato.

150  Las niñas bien (Alejandra Márquez Abella, Mex, 2018) * con Ilse Salas, Flavio Medina, Cassandra Ciangherotti * IMDb  7,2  RT 88% 

Film senza infamia e senza lode, con una trama che potrebbe essere adattata a qualunque società, in qualunque epoca. Descrive, a prescindere dalla intrinseca pochezza morale degli arricchiti, la loro rapida decadenza non appena, per un qualunque motivo, non hanno più potere economico e non possono (perché non sanno) rinunciare a tutto ciò che è stata la loro routine di apparenza, falsità, esibizionismo. A causa di una crisi economica varie "signore" si trovano in difficoltà e cominciano a comportarsi in modo più che anormale, mentre alcuni mariti hanno reazioni ancora peggiori. Praticamente niente di nuovo sotto il sole, film decentemente costruito ed interpretato sulla base di una sceneggiatura comunque debole. 
Non malvagio in quanto mostra molte verità, ma appena sopra la sufficienza.  

148  Il colpevole  (Gustav Möller, Sve, 2018) tit. int. “The Guilty”  tit. or. “Den skyldige”  * con Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi * IMDb  7,5  RT 99%

Ero scettico, ma non prevenuto, sapendo che si trattava di un film interamente girato nei locali di un commissariato della polizia di Copenaghen nei quali si gestiscono le emergenze. Pochi buoni twist non bastano a salvare questo film, praticamente giudicabile solo sulla base della sceneggiatura visto che non c’è azione e gli spazi sono limitati.
Mi sembra che nella storia ci siano troppe falle e forzature, che ovviamente non riporto per evitare spoiler. Una cosa è certa, sembra incredibile che un centralinista addetto alle emergenze, oltre ai suoi problemi (ben presto evidenti, vengono chiariti a poco a poco) abbia riflessi da bradipo (senza offesa per tali simpatici mammiferi) e non le idee assolutamente poco chiare su come gestire la complicata situazione, che si ostina a fronteggiare quasi da solo.
Il protagonista Jakob Cedergren (il poliziotto centralinista) non è male ma la parte che gli è stata affidata non regge e, nel complesso, cinematograficamente parlando non c’è molto di più.
Non capisco l'entusiasmo di numerosi "critici" nei confronti di questo regista (e co-sceneggiatore) al suo primo lungometraggio.
Non lo consiglio, suggeriscono di scegliere altro. 

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sabato 20 aprile 2019

29° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (141-145)

Ecco un'altra cinquina eterogenea, con film di tre continenti diversi, il più vecchio del 1938 e due recentissimi(2018), quello di Tarkovski si distingue senz’altro per la gran qualità, uno l’ho trovato pessimo (Utoya).

   

141  Nostalghia (Andrei Tarkovski, URSS/Ita, 1983) tit. it. “Nostalgia” * con Oleg Yankovskiy, Erland Josephson, Domiziana Giordano * IMDb  8,1  RT 85% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Meno avvincente di altri, con il solito passo lento ma sicuro e fotografia affascinante. L'acqua abbonda come non mai, il fuoco non manca, così come i riflessi; i lentissimi movimenti di macchina concedono tutto il tempo necessario per apprezzare i particolari e i dettagli.
Strana co-produzione questa del penultimo film di Tarkovski che avrebbe poi chiuso la sua limitatissima filmografia tre anni dopo con Offret (Sacrificio). Il regista dovette rimaneggiare la sceneggiatura in corso d’opera in quanto i produttori russi si tirarono indietro e ciò comportò quindi l'eliminazione di alcune scene previste in Russia, riadattate solo in parte in Italia (la parte italiana era della RAI). Le location sono affascinanti (meno quelle in città) e danno la possibilità a Tarkovski di comporre “quadri” pregevoli come quelli con persone immobili, in posizione che sembra disordinata ma non lo è assolutamente. Nei testi ritroviamo suoi scritti poetici e a questi si aggiungono i discorsi “sensati” del "pazzo", interpretato dallo svedese Erland Josephson, attore di fiducia di Ingmar Bergman.
Film da guardare con attenzione e non a tempo perso, altrimenti è inutile guardarlo.

143  J'accuse!  (Abel Gance, Fra, 1938) tit. it. “Io accuso” * con Victor Francen, Line Noro, Sylvie Gance * IMDb  7,1 
Film dichiaratamente antibellico, remake - ma sostanzialmente differente - dell’omonimo muto del 1919, diretto dallo stesso Abel Gance. Questi era un noto sperimentatore/innovatore e anche in questo caso si sbizzarrisce nel campo tecnico con tante doppie e triple esposizioni, inserimento di riprese originali del fronte e trincee della Grande Guerra, la ricomposizione dei corpi dei caduti e conseguente risuscitazione e uscita dalle tombe ... scene che non sfigurano neanche a confronto di quelle di Night of the Living Dead (1968, George A. Romero). Solo nella parte centrale il film perde un po’ di vigore, quando diventa un po’ romantico/drammatico. Memorabile l’interpretazione di Victor Francen, nei panni del protagonista Jean Diaz.
Alla Cineteca Nacional Mexico (nell’ambito della retrospettiva Gaumont) è stata proiettata la versione recentemente e perfettamente restaurata, che quindi ha permesso di apprezzare al meglio la fotografia e le particolarità tecniche.
Film “abbastanza per cinefili”, a chi lo voglia guardare suggerisco di cercare una buona copia, possibilmente della versione restaurata ... la differenza è notevole.

      

144  Gabbeh (Mohsen Makhmalbaf, Iran, 1996) * con Shaghayeh Djodat, Hossein Moharami, Rogheih Moharami * IMDb  7,0  RT 90%
Come annunciato, dopo aver guardato Two-legged Horse diretto dalla figlia Samira, ho voluto guardare un film di Mohsen Makhmalbaf e ho recuperato questo. Tratta delle vicende di una famiglia (abbastanza numerosa) di nomadi produttori di un particolare tipo di tappeti (gabbeh), che si sposta con il gregge di capre (che forniscono la lana) ed altri animali. Film “coloratissimo”, non solo nelle fasi della tintura della lana e della tessitura dei tappeti, ma anche e soprattutto per i variopinti vestiti delle donne e delle bambine; non a caso accanto al titolo è scritto “Life is color, Love is color”. Anche nei dialoghi i colori vengono tirati i ballo più volte e, insieme con vari versi e canzoni, fanno diventare Gabbeh un film senza dubbio poetico, nonostante non manchi qualche evento tragico. Gli splendidi paesaggi che variano da quelli semidesertici, a quelli di monti pietrosi e innevati, le oasi con palmeti e i prati con i fiori che forniscono i pigmenti per la tintura, sorgenti e i ruscelli dalle acque cristalline, contribuiscono a creare un piacevolissimo clima bucolico.
Visione consigliata.

145  Belmonte (Federico Veiroj, Uru, 2018) * con Gonzalo Delgado, Olivia Molinaro Eijo, Jeannette Sauksteliskis * IMDb  6,8  RT 92%   
Avevo visto che non era stato troppo ben accolto dal pubblico (6,8 su IMDb) ma i giudizi della critica, al contrario, erano positivi (92% su RT) e ciò mi aveva incuriosito. Inoltre contavo sulla buona scuola sudamericana che ultimamente ha ricominciato a produrre anche film “da festival”. Difficile definirlo ... non è una commedia, né una commedia drammatica, né un dramma ... lo potrei assimilare a quei tipici film francesi senza una vera trama, nei quali succede poco o niente di interessante, in sostanza descrittivi di un personaggio. In questo caso si tratta di un artista di discreto successo ma un po’ in crisi; nel sua irrequietezza si deve confrontare con la ex moglie che sta per avere un figlio dal suo nuovo compagno, con la figlia che sta un po’ con l’uno un po’ con l’altra, con i genitori, con il fratello intrigante, con qualche avventura, la musica in riva al mare, il catalogo dell’esposizione che sta preparando. Molti dei personaggi che incontra appaiono in non più di un paio di scene, lui invece è protagonista quasi onnipresente e la caratterizzazione è più che buona, nonostante qualche rallentamento.
Penso che i rating siano in linea di massima giusti, nel senso che è un film sottile, quasi raffinato, certamente non adatto al grande pubblico.     

142  Utøya July 22  (Erik Poppe, Nor, 2018) * con Andrea Berntzen, Aleksander Holmen, Solveig Koløen Birkeland * IMDb  7,4  RT 79% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Utoya: come tutti i film a soggetto basati su avvenimenti reali non mi attirava particolarmente, ma contando sulle buone recensioni e considerata l'occasione più o meno unica, ho deciso di andarlo a guardare ... e me ne sono pentito! Girato quasi in tempo reale (i 77 minuti di spari si ascoltano in 93’ di film, titoli compresi), praticamente consiste in sola camera a mano, passando rapidamente da un volto all'altro quando i ragazzi discutono animatamente sul da farsi o sobbalzando mentre riprende di spalle chi fugge da un nascondiglio all'altro. Senza dubbio la situazione non favoriva scelte sempre razionali ma, essendo i dialoghi del tutto fittizi (dichiarato nei titoli di coda), si poteva certamente fare di meglio. Non ve lo consiglio.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

giovedì 18 aprile 2019

28° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (136-140)

In questa cinquina, oltre a molta qualità, c’è tanta brutalità; considerato che i primi quattro film (2 e mezzo dei quali sono documentari) trattano di guerre e moti rivoluzionari, quale ultimo ho scelto una pellicola classica messicana di Tin Tan nella quale la poca violenza è da ridere.

     

137  Come and See (Elem Klimov, URSS, 1985) tit. or. “Idi i smotri”  tit. it. “Va' e vedi” * con Aleksey Kravchenko, Olga Mironova, Liubomiras Laucevicius * IMDb  8,2  RT 95% * Premio miglior restauro a Venezia 2017 * al 166° posto della classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Sembra quasi fare il paio con L’infanzia di Ivan (1962, Tarkovski) ri-visto pochi giorni fa. Siamo di nuovo in Russia nel corso della II Guerra Mondiale ed il protagonista è di nuovo un ragazzo, ma stavolta i fatti sono ben più drammatici in quanto si narra della pulizia etnica messa in atto dai tedeschi in Bielorussia (nei titoli di coda si afferma che furono completamente bruciati 628 villaggi e gli abitanti sterminati, spesso bruciati vivi).
Film di grande impatto, certamente di propaganda, girato in uno stile che ricorda molto quello classico russo, a volte veramente crudo per le azioni inumane e spietate dei nazisti nei confronti dei civili, quindi non poetico/artistico come l’omologo di TarkovskiLa prima parte è più dedicata ai primi passi del protagonista fra i partigiani, nella seconda viene messa in luce tutta la crudeltà dell’esercito regolare tedesco.
Non lo consiglio ai più sensibili, ma non ci sono dubbi in quanto alla qualità artistica.


138  Me llamaban King Tiger (Angel Estrada Soto, Mex, 2017) trad. lett. “Mi chiamavano King Tiger”  * documentario
Questo documentario narra, per quanto possibile, delle attività di un leader chicano (messicano che vive in USA, soprattutto negli stati di confine) che ha dedicato gran parte della sua vita a tentare di recuperare le terre “rubate” ai messicani nonostante quanto stabilito dal trattato Guadalupe Hidalgo (1848).
A molti, ance oltreoceano, il nome Reies López Tijerina (1926-2015) non dice niente, eppure dagli anni 60’ in poi fu una spina nel fianco delle Amministrazioni americane tanto da smuovere perfino J. Edgar Hoover (Direttore dell'FBI), anche perché era vicino a vari gruppi considerati di sinistra e rivoluzionari come Black Panther e ai movimenti per i diritti civili di nativi, afroamericani e islamici.
Iniziò come predicatore evangelista, sempre a difesa dei poveri e vessati, approfondì l’esame dei documenti che dimostravano i diritti sulle concessioni terriere, costituì la Alianza per reclamare tali diritti, occupò terre, assaltò un tribunale per liberare suo adepti arbitrariamente incarcerati, a causa di ciò rischiò la pena di morte, riuscì a farsi assolvere difendendosi da solo, fu riprocessato per gli stessi fatti (caso quasi unico in USA), condannato sulla base di false prove, sfuggì a vari attentati, la sua famiglia fu perseguitata in modo violento, fino alla finè predicò la fratellanza e per sua specifica volontà il suo funerale fu concelebrato da evangelisti e musulmani in quanto si autodefiniva un profeta.
Attraverso riprese originali, ritagli di giornale, interviste ai protagonisti (da un lato e dall'altro) vengono ben ricostruiti vari gli eventi salienti di quegli anni tirando in ballo Bob Kennedy, Malcom X, il già citato Hoover, e altri potenti, anche se meno conosciuti al di fuori degli USA.
La sua morte (nel 2015 a 88 anni,) fu riportata sui giornali di tutto il mondo, dal New York Times a Al Jazeera, ha una sua voce sulla Britannica, oltre all'immancabile pagina su Wikipedia che vi invito a leggere. In rete troverete molto di più, fra immagini, video, audio dei suoi discorsi e perfino il corrido che fu composto subito dopo il suo decesso,
Personaggio veramente straordinario questo Reies Lopez Tijerinas la cui storia merita certamente di essere conosciuta. Sembra che i messicani abbiano proprio la rivoluzione nel sangue, e combattono per i propri ideali anche quando si trovano in evidente inferiorità, come Davide contro Golia, ma purtroppo non sempre c'è il lieto fine.

         

136  Another Day of Life (Raúl de la Fuente, Damian Nenow, Pol, 2018) tit. it. “Ancora un giorno”  * con Miroslaw Haniszewski, Vergil J. Smith, Tomasz Zietek  * IMDb  7,3  RT 91% * Nomination a Cannes
Misto documentario e animazione basato su uno dei 20 libri del famoso fotoreporter di guerra polacco Ryszard Kapuscinski. Questi girava il mondo seguendo soprattutto rivoluzioni, guerre civili e aree di crisi.
Questa produzione a tecnica mista tratta nello specifico del novembre 1975, quando i portoghesi abbandonarono l’Angola (loro colonia per vari secoli) e subito si scatenò una guerra civile per il potere. Considerate le ricchezze del paese e la posizione strategica, le due fazioni principali (FNLA e MPLA) erano sostenute rispettivamente da USA e Russia.
Alcuni dei protagonisti appaiono nel film in interviste moderne e confermano a viva voce quanto mostrato nella parte animata.
Ne risulta una operazione singolare, graficamente accattivante, storicamente interessante.

139  A Place Called Chiapas (Nettie Wild, Can, 2017) trad. lett. “Un luogo chiamato Chiapas” * con Samuel Ruiz García, Rafael Sebastián Guillén Vicente * IMDb  7,6  RT 86%
Altro documentario, genere che non amo particolarmente, nel quale, però, spesso trovo lavori molto ben realizzati su soggetti interessanti e a volte affascinanti. Quest'altro documentario "rivoluzionario" tratta della costituzione nello stato di Chiapas (Messico, al confine con il Guatemala) dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional, del quale si interessò molto anche la stampa internazionale. Fra i tanti rappresentanti di partiti politici di tutto il mondo e addetti stampa invitati nella selva dagli zapatisti per far conoscere le proprie ragioni, c’era anche la troupe canadese che ha realizzato questo documentario.
A differenza dell’appena descritto Me llamaban King Tiger, questo ha struttura molto più convenzionale, tutte le riprese sono relative ai 4 mesi di permanenza di Nettie Wild e il suo gruppo in Chiapas e, cosa che non ho apprezzato molto, troppe volte si sofferma sui volti e le figure degli indigenas, certamente affascinanti e antropologicamente interessanti ma assolutamente non importanti per l’essenza dei fatti (la bellezza o meno e la diversità etnica non ha niente a che vedere con i diritti umani in sé).
A Place Called Chiapas è senz’altro è interessante per comprendere almeno in parte cosa mise in moto il famoso (tuttavia ignoto per apparire sempre con il volto coperto) subcomandante Marcos, certamente non indigena, probabilmente neanche messicano. Per fare un ulteriore parallelo con la storia di Tijerina (anni ’60-‘70), certamente la notorietà ottenuta da Marcos (fine anni ’90) a livello internazionale fu avvantaggiata dai mezzi di comunicazione ... pensate a cosa sarebbe successo se un Tijerina si fosse mosso oggi, negli anni di FB, Twitter e tv satellitari.

140  El Rey del Barrio (Gilberto Martínez Solares, Mex, 1950) trad. lett. “Il re del quartiere”  * con Germán Valdés, Silvia Pinal, Marcelo Chávez, Tongolele * IMDb  8,2  RT 80p%
Uno dei più famosi e amati dal grande pubblico degli oltre 100 film interpretati da Germán Valdés, in arte Tin Tan, l’unico ad insidiare l’egemonia di Cantinflas nel campo delle commedie popolari messicane. Nella nota classifica dei migliori 100 film messicani (del secolo scorso) si trova al 18° posto, vicino a tanti capolavori di Buñuel e di Emilio Indio Fernández tanto per citare un paio di registi, e alla Cineteca Nacional è stata presentata la versione recentemente restaurata. La sala era piena e giovani e meno giovani dimostravano di gradire lo spettacolo, benché girato quasi 70 anni fa. La trama narra della doppia vita del Rey (ferroviere / piccolo malavitoso con una banda di scalcagnati compari) e dà adito a equivoci, giochi di parole, musica e balli, travestimenti e gag di vario genere che si susseguono rapidamente.
Nel cast spicca la presenza di Silvia Pinal (che poi sarebbe stata protagonista di due ottimi film di Buñuel: Viridiana e L’angelo sterminatore) e della danzatrice esotica Tongolele, specializzata in balli caraibici, molto apprezzata all’epoca.
Film ottimo per distrarsi dopo i 4 precedenti, pieni di violenza, prevaricazioni e morti.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog.