sabato 14 maggio 2022

Microrecensioni 131-135: 10 Asian-American movies (6-10)

Seconda cinquina dei 10 film scelti dalla classifica Rotten Tomatoes The 81 Best Asian-American Movies (vedi post del 7 maggio).

Searching (Aneesh Chaganty, 2018, USA)

Film veramente sui generis, con storia narrata quasi esclusivamente attraverso schermate di cellulari e laptop. Ero abbastanza perplesso prima di affrontarne la visione ma i più che buoni rating (7,6 su IMDb e 91% RT) mi hanno convinto e non me ne sono assolutamente pentito. Ottimo thriller, con tanti twist, eventi, deduzioni e sospetti derivanti dalla spasmodica ricerca di indizi e tracce per ritrovare una 16enne misteriosamente scomparsa. Il padre riesce ad accedere alle pagine, chat e account della ragazza attraverso il computer lasciato a casa e, da un certo punto in poi, è affiancato da una detective della polizia, specializzata nella ricerca di persone scomparse. Attraverso messaggi testuali e vocali, registrazioni di dirette, video YouTube, telefonate, email e rubriche, agli spettatori vengono fornite le stesse informazioni a disposizione del padre, in contemporanea. Fino alla fine ognuno potrà fare le sue illazioni, spaziando fra rapimento, allontanamento volontario, incidente e altre ipotesi. Un minimo di conoscenza in merito all’uso di smartphone, laptop, app e social facilita la visione e la rende ancor più interessante, dando quasi l’idea di partecipare alle ricerche. Questo è il film di esordio di Aneesh Chaganty (classe 1991, di origini indiane ma nato in USA), geniale giovane che a 23 anni realizzò uno spot per Google Glass, subito virale con un milione di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Subito ingaggiato dal Google Creative Lab di New York, per un paio di anni si è dedicato ai corti prima di scrivere e dirigere Searching. Per varie versioni straniere (inclusa quella italiana) sono state replicate nei relativi idiomi tutti le chat e schermate ma chi ne volesse usufruire dovrà sorbirsi il solito pessimo doppiaggio …

 
Columbus (Kogonada, 2017, USA)

Molto lento ma interessante e girato con gran gusto e tecnica. Kogonada è in effetti più saggista e critico cinematografico che regista, regolare collaboratore della rivista Sight & Sound di The Criterion Collection, che in questo suo primo lungometraggio (del quale è anche sceneggiatore e responsabile del montaggio) si diletta a dividere nettamente le inquadrature con tante linee ben definite, spesso nascondendo i protagonisti che stanno parlando o duplicandoli con sapienti giochi di specchi. Fa anche scoprire agli spettatori molti dei peculiari edifici modernisti per i quali la città di Columbus (Ohio, USA) è nota nel mondo dell’architettura e per questo detta “la Mecca del Midwest per l’architettura”. Indiscutibilmente un art house film vale a dire di quelli, di solito indipendenti, diretti a un pubblico di nicchia; “lavori seri, artistici e spesso sperimentali non destinati alle masse”, “prodotti soprattutto per fini estetici e non commerciali”.

Driveways (Andrew Ahn, 2019, USA)

Film quasi rohmeriano, basato sui rapporti interpersonali fra persone che poco si conoscono, di differenti culture ed età. Una giovane madre single di origini indocinesi con suo figlio di 9 anni si trova a dover svuotare e ripulire la casa di sua sorella, appena deceduta e con la quale aveva pochi rapporti. La cosa non è semplice in quanto si rende subito conto che era una hoarder (accumulatrice seriale, compulsiva) che aveva riempito ogni stanza di oggetti accatastati. Nei pochi giorni di permanenza i due avranno a che fare con vicini socievoli e non, fra i quali spicca il veterano Del (Brian Dennehy, deceduto prima dell’uscita del film) che un rapporto particolare con il ragazzino. Ben realizzato e interpretato, ma sappiate che non c’è quasi azione … come nei film di Rohmer.

 
Crazy Rich Asians (Jon M. Chu, 2018, USA)

Commedia divertente solo a tratti, che pone in ridicolo le manie di grandezze di una famiglia di Singapore e del loro entourage. Un’americana (seppur di origini cinesi) si trova in mezzo a quella banda di giovani orientali straricchi e scatenati e meno giovani fuori di testa e viene bullizzata quasi da tutti per non essere considerata del loro stesso livello (ricchezza).

Gook (Justin Chon, 2017, USA)

Ben filmato con tanta camera a spalla e in bianco e nero, purtroppo con una sceneggiatura scadente e scadenti dialoghi (si possono definire cosi brevi scambi di battute per lo più pieni di f**k e f**king?). Oltretutto i due fratelli coreani protagonisti appaiono come degli assoluti imbecilli e ci si chiede come abbiano potuto mantenere la loro attività di commercio di scarpe, considerato anche il fatto che siano continuamente bullizzati da un gruppetto di balordi afroamericani. A ciò si aggiunge che il contrasto non è solo fra i rappresentanti delle due comunità ma anche fra di loro, seppur parenti stretti. Per bocca di un anziano commerciante coreano e della sorella undicenne di uno dei delinquenti (la vera protagonista, ben interpretata da Simone Baker) vengono fuori considerazioni sul razzismo fra i non-bianchi, che pure esiste anche se raramente se ne parla.

lunedì 9 maggio 2022

Microrecensioni 126-130: 10 Asian-American movies (1-5)

Le famiglie asiatiche protagoniste (con le loro culture) di questo gruppo sono cinesi (per i due film di Wayne Wang), indiane (2 di Mira Nair) e afghane (in questo caso regista americano ma sceneggiatura “afghana”). I migliori della cinquina, che su IMDb ha rating medi 7,3 e 91% su RT, sono senz'altro The Joy Luck Club The Big Sick, sotto ogni punto di vista, e per questo ne consiglio la visione.

 
Chan is Missing (Wayne Wang, 1982, USA)

Si tratta di film indipendente, con minimo budget e per questo girato a 16mm, solo successivamente ingrandito a 35mm per le sale. Si tratta del primo lungometraggio diretto dal solo Wang e tratta di due amici tassisti che vorrebbero recuperare una certa somma dal Chan del titolo. Le discussioni fra i due sono a volte esilaranti, specialmente quando tentano di giustificare e spiegare i modi di pensare e di agire dei loro compaesani che popolano la Chinatown di San Francisco. Col passare degli anni, è diventato un cult.

The Joy Luck Club (Wayne Wang, 1993, USA)

Molto articolato e ben più lungo di Chan is Missing, vanta un ricco cast di ottimo livello, narrando le storie di quattro amiche cinesi (nate e cresciute in Asia) e delle loro figlie nate in America. Le prime conservano molto della mentalità cinese e sono ancora condizionate dagli eventi sofferti prima di emigrare, che comprendono anche infanticidi, suicidi, abbandoni, divorzi e matrimoni combinati. Questi loro trascorsi vissuti in Cina, per lo più tragici anche se spesso in famiglie più che abbienti, sono narrati in flashback con belle scenografie e costumi. Le loro esperienze in un modo o nell’altro condizionano i rapporti talvolta quasi morbosi con le figlie che, essendo quasi del tutto americanizzate, vivono situazioni di amore/odio con le proprie madri. Nel corso di tutto il film si apprezzano (oltre alle solite appetitosissime tavole imbandite con una gran varietà di pietanze) le nette differenze di accento fra gli adulti (immigrati) e i giovani che si sentono americani a tutti gli effetti.

  
The Big Sick (Michael Showalter, 2017, USA)

Curiosa la storia di questo film, quasi autobiografico per Kumail Nanjiani, sceneggiatore che ricopre anche il ruolo di protagonista (praticamente sé stesso): un comedian afghano, ma nato in USA. Figlio di uno psichiatra, è quasi oppresso dalla madre che vorrebbe che sposasse una brava afghana di famiglia tradizionale e di comprovata fede e per questo invita regolarmente a cena possibili spose. Ovviamente le cose non vanno come i genitori vorrebbero e il flirt con una ragazza americana avrà sviluppi del tutto imprevisti (sostanzialmente veri). Questa commedia ha i suoi momenti migliori nei rapporti del protagonista sia con i suoi familiari che con i genitori della ragazza, che da soli valgono la visione, mentre le parti strettamente romantiche e gli stralci degli spettacoli (comici?) sono di media banalità ma non proprio malvagie. Proprio per le argute e credibili (anche se apparentemente incredibili) scene familiari, ottenne la Nomination Oscar per la sceneggiatura originale.

The Namesake (Mira Nair, 2006, USA)

Non lo inserirei fra i migliori della regista indiana che si fece conoscere con il drammatico Salaam Bombay! (1988, Nomination Oscar, premiato a Cannes) e poi ottenne grande successo di pubblico con la dramedy Monsoon Wedding (2001, premiato a Venezia). Tuttavia, il film ha i suoi meriti nonostante una storia che si sviluppa nell’arco di vari decenni fra India e Stati Uniti. Come quasi sempre accade, le nuove generazioni nate in USA non la pensano come i genitori e i contrasti sorgono per modi di vita, aspirazioni e compagnie.

Mississippi Masala (Mira Nair, 1991, USA)

Secondo film di Mira Nair, il primo girato in USA. Si differenzia dal resto perché aggiunge ai soliti problemi di integrazione degli immigrati asiatici, quelli dei rapporti con gli afroamericani discendenti degli schiavi portati a forza dall’Africa. Per complicare le cose, i membri della famiglia di etnia indiana (ma nati in Uganda) giungono in Mississippi dopo essere stati costretti a lasciare il paese dal dittatore Amin (1972, espulsione di tutti gli asiatici). Quindi, i contrasti familiari si sviluppano fra gli afroamericani (che certo non hanno avuto vita facile negli stati del sud) e asiatici cacciati dall’Africa secondo la teoria di Amin che quel continente dovesse essere solo per i Black Africans. A nulla valgono le idee di fratellanza portate avanti da qualche protagonista che sostiene che loro sono tutti in contrasto con i bianchi mentre loro, così come i gialli, sono tutti colored e quindi nella stessa barca. Argomenti interessanti, ma trattati troppo superficialmente in questa dramedy.

sabato 7 maggio 2022

I migliori film asiatico-americani, secondo RT

Rotten Tomatoes ha da poco pubblicato una di quelle famose liste che, pur lasciando il tempo che trovano, sono utili per indirizzare i cinefili in settori specifici, in questo caso The 81 Best Asian-American Movies


Saranno anche i migliori ma una buona metà sono sotto l'80%, con rating su IMDb similmente non troppo promettenti. Fra quelli nella parte alta della classifica, tolti alcuni già visti come Minari (Oscar + 5 Nomination), The Wedding Banquet (Nomination Oscar), The Farewell, Lucky Grandma, sono comunque riuscito a trovarne 10 che mi hanno convinto e sono disponibili in rete e quindi costituiscono questa e la prossima cinquina.

Alla base ci sono tradizioni familiari, banchetti, religioni, matrimoni combinati, anche se nella maggior parte dei casi certamente non forzati ma “proposti” dai genitori (vedi The Big Sick). Per quanto riguarda le famiglie provenienti dal subcontinente indiano si apprezza anche il valore dell’orgoglio degli abiti tradizionali, specialmente per gli spesso coloratissimi sari delle donne, indossati in casa così come in ogni occasione sociale. Le sfarzose feste di matrimonio, quando influenzate dalla cultura occidentale, raggiungono picchi talvolta eccessivi ma sempre rispettosi degli elementi essenziali specialmente negli abbigliamenti degli sposi, nel nascondere il volto fino al culmine della cerimonia, per non parlare degli indispensabili sette giri camminando insieme vicino al fuoco sacro.

La maggior parte dei film multietnici evidenziano le differenze culturali e spesso queste sono alla base della trama e in particolare se si tratta di film romantici, comedy o dramedy che siano. Si deve riconoscere che spesso ci sono delle esagerazioni nei cliché, ma è altrettanto vero che i registi e sceneggiatori asiatici sanno anche ridere di sé stessi, delle proprie etnie e delle difficoltà che si incontrano nei rapporti con gli americani (in questa serie di film) non solo per preconcetti e razzismo ma anche per semplici motivi pratici. Oltre a quelli relativi a tradizioni, stili di vita e alimentazione, ce ne sono anche di derivanti dal modo di pensare e ragionare e alcuni di essi sono spiegati con scene e dialoghi espliciti, come per esempio fa Wayne Wang in Chan is MissingRisalta anche l’importanza del cibo nelle cene conviviali, sia per i cinesi che indiani, e la sola visione di quelle tavole coperte da un mare di piatti con una gran varietà di pietanze non può che ingolosire e l’acquolina si spreca.

 
Altra caratteristica onnipresente è quella dell’evidente contrasto fra l’accento degli immigrati e quello dei loro figli nati e cresciuti in USA, ma per apprezzarlo è indispensabile l’audio originale (accontentatevi dei sottotitoli, altrimenti vi perdereste molto). Dove i protagonisti sono indiani o pakistani i più attenti (e chi ha già avuto contatti con tali etnie) non potrà fare a meno di notare il frequente e caratteristico movimento ondulatorio della testa, in inglese detto Indian head shake, bobbling o wobbling. Nel breve video che segue si apprezzano non solo vari modi di scuotere la testa (praticamente adatti a qualunque situazione) ma anche alcune peculiarità della pronuncia indiana come le w che diventano molto simili alle v e le t alle d, mentre le r a inizio di parola vengono rollate e accentuate, se non quasi raddoppiate, come in castigliano.

In sostanza nelle sceneggiature, alcune delle quali effettivamente tanto buone da ottenere candidature Oscar, i culture clash (scontri o contrasti di culture) rivestono sempre un ruolo importante se non fondamentale. Ciò fa di questi film un ottimo metodo per imparare alcuni principi alla base dei modi di vita di popoli di tutto il mondo (in questo caso asiatici) e quindi facilitare i soggiorni all'estero e prevenire atteggiamenti che, anche se derivanti dalle migliori intenzioni, possono seriamente offendere gli interlocutori. Per esempio quando Clint Eastwood innocentemente tocca la testa della bambina Hmong in Gran Torino (2008) ... guardate le espressioni degli astanti alla fine del clip.

martedì 3 maggio 2022

Microrecensioni 121-125: altri 3 To (HK) e 2 Huezo (Mex)

Ai quattro film di Johnnie To (icona del cinema di Hong Kong) inseriti nel precedente gruppo, ho aggiunto questi tre presentati a Cannes, uno candidato alla Palma d’Oro, gli altri due fuori concorso. Negli anni successivi altri 3 suoi film arrivarono al Festival e nel 2011 il regista fece parte della giuria. Tatiana Huezo è invece nativa di El Salvador, ma residente in Messico, molto impegnata sul fronte della giustizia sociale e diritti delle donne, fra narcos e corruzione della polizia. Nel complesso si tratta di una buona cinquina, anche se per quasi ogni film ci sono luci e ombre.

 
Tempestad (Tatiana Huezo, 2016, Mex)

Documentario che riporta tragiche storie parallele di donne, attraverso la narrazione con voce fuori campo e immagini non sempre connesse all’esposizione dei fatti. Una è arrestata ingiustamente come capro espiatorio e mandata dallo Yucatan all’estremo nord del paese, a 2.000km di distanza, in una specie di carcere gestito dalla malavita. Un’altra, di famiglia circense composta per lo più da donne, racconta della sua vita, dell’istruzione delle figlie e del rapimento di una di queste. In pratica storie estremamente serie, quasi raccapriccianti, ascoltate dalla viva voce delle protagoniste, ma troppo lentamente, con lunghe pause. Contemporaneamente le immagini descrivono altri ambienti, persone in viaggio, campi, strade … Ai Festival ha ottenuto una quindicina di riconoscimenti internazionali e altrettante Nomination; vanta un buon 7,8 su IMDb e 95% su RT.

Noche de fuego (Tatiana Huezo, 2021, Mex)

Primo lungometraggio fiction della Huezo, dopo i due apprezzati documentari El lugar más pequeño (2011, sulla guerra civile in El Salvador) e il succitato Tempestad. Si sviluppa in due momenti diversi in un piccolo villaggio di montagna i cui abitanti sono vessati dagli uomini dei cartelli. Le protagoniste sono tre amiche, bambine nella prima parte, adolescenti nella seconda. Le donne che non sono rapite dai narcos sono al loro servizio come raccoglitrici di oppio e per questo godono di una relativa protezione. Il film resta sospeso fra il dramma della vita nella terra dei narcos e il coming of age, ovviamente molto difficile in quelle aree. Anche questo è stato molto apprezzato ai Festival ottenendo 17 Premi (fra i quali Un Certain Regard Award a Cannes) e oltre 20 Nomination; ha 7,3 su IMDb e 96% su RT.

  
Breaking News (Johnnie To, 2004, HK)

L’idea di base è molto originale e più che valida ma, purtroppo, non sviluppata nel migliore dei modi. Dopo un violento scontro a fuoco fra polizia e malviventi (per caso ripreso dalle tv) i secondi si rifugiano in un grande condominio, che viene ben presto circondato. Le prime immagini mostrano un poliziotto che alza le mani implorando pietà, causando un mare di critiche in merito all’inefficienza della polizia. Per riparare a questo danno mediatico si decide di mostrare tutte e fasi successive organizzando un contro-show. I problemi (per il film) sorgono da questo punto in poi per situazioni poco plausibili, blocchi mancati, tante scale affrontate di corsa andando su e giù e, infine, centinaia di colpi che, pur da breve distanza, non vanno a segno. Cast convincente ma sceneggiatura scadente e lacunosa …

  • Election (Johnnie To, 2005, HK)
  • Triad Election (Johnnie To, 2006, HK) aka Election 2

Questi due noir/crime di To sono di tema identico essendo entrambi incentrati sull’elezione di una stessa triade a due anni di distanza e quindi propongono una certa continuità di trama e molti personaggi in comune. Rispetto agli altri crime menzionati nel gruppo precedente, presentano stile molto diverso ma, secondo me, non migliore. Se prima si procedeva con molta tensione e poca azione, riservando questa quasi esclusivamente alle scene finali, in questi c’è tanta violenza (direi un eccesso) e una continua serie di tradimenti e cambi di casacca che rendono la storia abbastanza confusa. Specialmente nel sequel in alcuni momenti sembra di star guardando più uno splatter che un normale crime nell’ambiente delle triadi cantonesi.

giovedì 28 aprile 2022

Microrecensioni 116-120: il cinema di Johnnie To (HK)

Con oltre una cinquantina di film diretti e ancor più prodotti, Johnnie To è da decenni rispettato e apprezzato non solo nella natia Hong Kong ma anche in tutto l’Oriente, avendo oltretutto avuto successo in vari generi. Cominciò con la TV, nel 1980 passò al cinema con film wuxia e commedie, verso la fine del secolo fondò con Wai Ka-Fai la Milkyway Image con un nuovo stile di noir e crime, nei primi anni del 2000 tornò alle commedie per poi arrivare ad un successo mondiale partecipando a grandi Festival internazionali come Cannes, Venezia e Berlino. I suoi film che hanno avuto maggior diffusione in occidente sono comunque quelli del genere noir/crime e fra questi ci sono Breaking News, Election e Triad Election (visioni previste nella prossima cinquina). Completa la cinquina una commedia grottesca diretta e interpretata da Robert Carlyle (Begbie in Trainspotting). 

 

PTU
(Johnnie To, 2003, HK) 

Storia concentrata in poche ore notturne, alla ricerca della pistola di ordinanza persa da un ispettore di polizia. I membri della squadra speciale PTU (Police Tactical Unit) si danno un termine per cercare di recuperare l’arma e far passare l’incidente sotto silenzio, levando cosi dai guai il collega. Ben girato, con una ottima fotografia notturna delle strade, palazzi e vicoli semi-illuminati, con il gruppo di agenti che si muove lentamente in assoluto silenzio. Nel poco tempo della ricerca c’è comunque spazio per vari eventi, incontri inaspettati, twist, elementi di disturbo e sorprese (fino all’ultima scena). La pecca mi è sembrata quella dello scontro a fuoco conclusivo, molto ben costruito in stile shootout da western, ma in effetti mal realizzato.

The Mission (Johnnie To, 1999, HK)

Similmente a PTU, Johnnie To costruisce lentamente la storia, presentando i protagonisti e mostrando le loro relazioni e rivalità, per poi arrivare al sorprendente confronto finale. Anche se è molto apprezzato da Quentin Tarantino, sappiate che è ben lontano dalla violenza fine a sé stessa e certamente non ha niente di splatter. Gli spettatori, specialmente quelli occidentali, si rendono ben presto conto conto che, seppur con molte somiglianze, i poteri sono diversi così come, il rispetto per i capi e le punizioni inflitte a chi non rispetta le regole. I metodi dei cinque guardaspalle del boss e il loro confronto finale sono senz'altro ben messi in scena.

  

My Left Eye Sees Ghosts
 (Johnnie To, 2002, HK)

Si tratta di una delle commedie più note di To, con una trama che riesce ad essere originale e piena di sorprese, pur sfruttando il tema del fantasma/angelo custode, visto e rivisto in innumerevoli commedie classiche americane ed europee del secolo scorso. Simpatica l’ambientazione nella vita della ricchissima classe dirigenziale (di un’azienda diretta da solo donne, tutte parenti o quasi) nella quale piomba la giovanissima vedova, dichiaratamente interessata esclusivamente al denaro. Singolari anche le caratterizzazioni dei vari fantasmi che interagiscono con i viventi, nonché quelle degli esorcisti e esperti dell’aldilà. Descritto così può sembrare uno stupido guazzabuglio, ma in effetti è molto ben congegnato e, pur non essendo certo un capolavoro, si può tranquillamente definire una buona commedia romantica fantasy.

Throw Down (Johnnie To, 2004, HK)

Questo film, proposto su MUBI, mi ha fatto scoprire Johnnie To del quale, sinceramente, non avevo mai sentito parlare (questo è il bello del cinema, non si finisce mai di scoprire …). Si tratta di un dichiarato omaggio ad Akira Kurosawa ed in particolare al suo film di esordio Sanshiro Sugata (1943) che aveva temi simili e, a differenza di tanti altri film del regista giapponese pieni di combattimenti con varie arti marziali, qui si pratica solo judo. Inoltre il simpatico e socievole figlio ritardato di un boss si presenta sempre agli altri dicendo “Io sarò Sanshiro Sugata e tu Higaki”, i due protagonisti del film di Kurosawa. Un po’ noir, un po’ commedia, scorre con molti combattimenti, ma tutti di brevissima durata. Nel complesso si evidenzia il grande rispetto per quell’arte e il costante rispetto delle regole. Buono, ma non fra i migliori, con un passo lento ci fa conoscere un certo ambiente notturno, popolato da piccoli malviventi agli ordini di improbabili boss, avventori occasionali, bevitori e giocatori d’azzardo. Stranamente, le strade nelle quali si svolge parte dell’azione, sono quasi sempre semideserte e silenziose, illuminate ma non troppo, e, complice un originale commento musicale, forniscono una suggestiva atmosfera di Hong Kong. La premiere mondiale coincise con la proiezione fuori concorso a Venezia nel 2004.

Barney Thomson (Robert Carlyle, 2015, UK)

Prima e unica regia di Robert Carlyle che, certamente, sarà ricordato più come attore essendo stato protagonista di film che hanno fatto storia come Trainspotting (1996) e The Full Monty (1997). Si fa notare Emma Thompson (molto invecchiata grazie al trucco) nei panni della stravagante madre del protagonista interpretato dallo stesso regista. I personaggi sono ben caratterizzati in modo molto ironico, ma la storia è proposta in troppo esagerata, anche se in essa sono ben inseriti alcuni originali twist. Nel complesso risulta appena sufficiente, può andare bene per una visione a tempo perso …

martedì 26 aprile 2022

Progetto Tolomeo: forse se ne intravede la conclusione …


Nei primi giorni di aprile, finalmente, mi giunse voce dell’approvazione del TOLOMEO 2021, rete di itinerari pedonali, aggiornamento del progetto originale del 1990/91, già rivisto sostanzialmente nel 2002/03. Non avendo ancora letto il contenuto della delibera, ero quindi ansioso di sapere quali fossero state le decisioni in merito ai quesiti inseriti nello stesso, già sollecitate più volte nei mesi scorsi. 
Dopo una decina di giorni la D.G. 42 fu pubblicata sull’Albo Pretorio ma, con molta delusione, mi resi conto che dei problemi di transitabilità non c’era menzione alcuna. Pertanto, il 16 aprile u.s. mi preoccupai di chiarire per l’ennesima volta quanto fossero indispensabili indicazioni precise in merito alle soluzioni delle problematiche rappresentate.

Dopo aver citato le numerose note di sollecito protocollate e rimaste lettera morta, ribadii i motivi pratici e oggettivi che ancora impediscono la segnatura completa degli itinerari e richiamai le strade interessate da dissesti e/o ostruzioni che (al momento) sono le seguenti, evidenziate nella mappa in alto:

  • itin. 37 - via S. Aniello vecchio
  • itin. 38 - via Fontana di Nerano
  • itin. 45 – via Calella
  • itinn. 47 e 57 - comunale Termini – S. Maria della Neve
  • itin. 57 - vic. Pozzillo
  • itin. 77a – via Mitigliano

Infine, diedi la mia disponibilità “per un incontro e/o sopralluoghi necessari” nel caso alcuni dei destinatari della nota non conoscessero lo stato attuale di detti luoghi e per tal motivo non fossero in grado prendere le debite decisioni.

Ho ritenuto opportuno pubblicare queste precisazioni per rendere edotti i tanti gestori di strutture ricettive, guide, operatori turistici e semplici escursionisti che nel corso degli ultimi mesi mi hanno frequentemente chiesto dei progressi in merito alla realizzazione del TOLOMEO 2021 anche per la parte lubrense (gli itinerari extraurbani sorrentini furono completati oltre un anno fa). 

Essendo ottimista di natura - ora che, dopo 10 mesi, è stato superato lo scoglio dell’approvazione formale del TOLOMEO 2021 - spero si proceda celermente con l'incontro con politici e tecnici (impegno anticipatomi verbalmente) per prendere le indispensabili decisioni e mettere la parola fine a questa lunga storia, iniziata nel lontano dicembre 2020, quasi un anno e mezzo fa!

domenica 24 aprile 2022

Microrecensioni 111-115: mix di film semisconosciuti, solo 3 più che buoni

Sembra strano che i tre che hanno il 100% di recensioni positive, non sono quelli che mi siano piaciuti. Secondo me l’argentino è sotto ogni aspetto di gran lunga inferiore al coreano che ha solo 83% … meglio non parlare del quinto, guardato solo per curiosità cinefila.

The Net (Geumul) (Kim Ki-Duk, 2016, Kor) tit. it. Il prigioniero coreano

Interessante dramma incentrato su una situazione kafkiana eppure assolutamente credibile e basato su una logica a dir poco perversa. Storicamente i sospetti o accuse infondate e i modi per “appurare la verità” hanno solo portato a violenze fisiche e psicologiche e finanche a torture … ma tali metodi non garantiscono certo la veridicità dei risultati, così come le confessioni forzate. Sullo sfondo degli arcinoti e ancora attuali attriti fra le due Coree si seguono le vicende di uno sfortunato pescatore che con la sua barchetta, a seguito di un problema al motore, viene trascinato dalla corrente oltreconfine. Passando dal nord al sud viene immediatamente sospettato di diserzione dai primi e di spionaggio mascherato con finta diserzione dagli altri. Pur tentando di convincere i servizi del sud della sua buona fede e della volontà di ritornare con la sua famiglia, il pescatore si rende conto che nel caso ci riuscisse dovrà subire simili interrogatori dall’altro lato del confine … comunque vada le prospettive non sono allettanti. Ben realizzato ed interpretato, affrontato più dal punto di vista psicologico che della inevitabile violenza, mostrata senza esagerazioni, merita la visione.

  

  • A Bread Factory: Part One (Patrick Wang, 2018, USA)
  • A Bread Factory: Part Two (Patrick Wang, 2018, USA)

Corposo film diviso in due parti di circa 2 ore ciascuna, di struttura doppiamente teatrale nel senso che oltre alla rappresentazione complessiva con tante inquadrature fisse, all’interno della trama sono inglobate prove e messa in scena della tragedia greca Ecuba, di Euripide, e in questo ricorda il recente vincitore di Oscar Drive My Car (di Hamaguchi) nel quale si preparava Zio Vania di Cechov. Ottimo cast e interessante sceneggiatura che segue parallelamente due argomenti: la gestione del centro culturale (prevalente in Part One) e la produzione teatrale (prevalente in Part Two). Per il primo tema si assiste allo scontro fra la cultura classica (con fondamentali artistici) e l’astratto teatro moderno con proposte spesso prive di contenuti ma con pretese artistiche e con grande interesse al lato economico. Molto interessanti i rapporti sociali e familiari non solo nell’ottica delle votazioni per l’affidamento della gestione del centro culturale, ma anche nella gestione del giornale locale e nella composizione del cast amatoriale per la tragedia greca. Strutturato quasi come una sitcom, con scene a sé stanti di argomenti spesso di diverso interesse: teatro, vita familiare, redazione del giornale, relazioni personali.

 

El perro que no calla
(Ana Katz, 2021, Arg)

Veramente deludente, privo di continuità, consiste in poco più di un’ora di brevi scene nelle quali il protagonista appare sempre in situazioni nuove, in ambienti diversi, in compagnie diverse. Un personaggio remissivo, senza aspirazioni, eppure di buona volontà, che si accontenta di tirare avanti onestamente cambiando mestiere e sostandosi da un lato all’altro dell’Argentina.

Flesh for Frankenstein (Paul Morrissey, 1973, USA/Ita)

Leggendo della mostra attualmente in scena a Napoli su Andy Wharol, mi sono ricordato dei suoi trascorsi cinematografici sia come regista (per lo più di lavori sperimentali), sia come produttore. Uno dei suoi accoliti più fedeli e produttivi della sua The Factory fu Paul Morrissey, che divenne famoso (con il suo attore feticcio Joe Dallesandro) per la sua trilogia Flesh (1968), Trash (1970) e Heat (1972) - che vidi all’epoca e ho reputato assolutamente inutile guardarli di nuovo – ma per curiosità ho voluto guardare questo suo film successivo. Se nei suddetti tre si poteva intravedere una logica e uno stile minimalista, provocatorio e di rottura (tutti film censurati e banditi), questo è semplicemente un pessimo horror, mal pensato e peggio prodotto. Cast pietoso, sceneggiatura e dialoghi assurdi e con effetti di scadentissimo livello ne fanno un film pessimo eppure (come ed insieme agli altri) chissà perché diventai cult (in verità per pochi), con titolo alternativo Andy Warhol's Frankenstein, proposto in Italia come Il mostro è in tavola... barone Frankenstein.

lunedì 18 aprile 2022

Microrecensioni 106-110: altri buoni recuperi della Epoca de Oro Mexicana

Nomi ricorrenti in questa cinquina sono i Soler e gli Alcoriza. La nota dinastia Soler discende da una coppia di attori spagnoli (lei valenciana, lui gallego) emigrata in Messico a fine ‘800 e poi negli USA. Non contando i due figli morti in tenera età, gli altri otto (4 sorelle e 4 fratelli) gravitarono in ambiente cinematografico. I quattro maggiori (Fernando, Andrés, Irene e Domingo) formavano il Cuarteto Infantil Soler, che cantava e recitava brevi drammi e sketch comici; negli USA apparirono in vari film muti, ma in Messico ebbero vero successo come protagonisti film diretti dai migliori registi dell'epoca quali Buñuel, Indio Fernández, Gavaldón, Bustillo Oro, Boytler, e vari di loro furono anche apprezzati registi (in questo gruppo ci sono Julián e Fernando).

Lo spagnolo naturalizzato messicano Luis Alcoriza iniziò come attore (solo 16 film, negli anni ’40), ma poi si distinse soprattutto come sceneggiatore (88) e come regista (23). Sui set messicani incontrò l’attrice e sceneggiatrice austriaca Janet Riesenfeld la quale, dopo il matrimonio, prese il cognome del marito e insieme firmarono decine di sceneggiature. Luis fu l’autore preferito di Luis Buñuel, per il quale scrisse circa la metà dei film del periodo messicano, fra i quali alcuni fra i più apprezzati come Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953).

 
La visita que no tocó el timbre (Julián Soler, 1954, Mex)

Primo (forse) di una lunga serie di film con variazione sul tema: poppante lasciato da mani ignote davanti alla porta di una casa abitata solo da uno o più uomini. Di questo, tratto da una farsa del 1949 di Joaquín Calvo Sotelo, fu prodotto un remake spagnolo nel 1965; seppur non esplicitamente citato, fu poi spunto per il francese Tre scapoli e una culla (1985) e la sua successiva versione americana Tre scapoli e un bebè (1987) e sequel. Inoltre, anche se si tratta del vero padre single, molto simile sono il messicano No se aceptan devoluciones (2013, campione di incassi) ed il suo remake francese Famiglia all'improvviso (2016). Evidentemente un tema che piace, visto che offre innumerevoli spunti per commedie familiari, fra il grottesco e il ridicolo, spesso con risvolti strappalacrime. In questo caso i destinatari del bebè sono due fratelli timidi e pasticcioni, ovviamente scapoli, impiegati di banca. Per quanto i protagonisti siano proposti in modo esagerato, tutto il resto, dai comprimari alla trama con twist non sempre scontati, funziona più che bene. Gli sceneggiatori sono Janet e Alcoriza.

Los jovenes (Luis Alcoriza, 1961, Mex)

Fu l’esordio alla regia di Luis Alcoriza che si lanciò subito in temi più o meno scottanti. Questo ha vari punti in comune con Los olvidados (1950) del quale scrisse la sceneggiatura per Luis Buñuel; i protagonisti sono infatti un gruppo di giovani ma, al contrario di quelli poverissimi della periferia, in questo caso si tratta soprattutto di studenti universitari e appartenenti a famiglie della media e alta borghesia. Le aspirazioni di giovani e dei loro genitori non sempre coincidono, in quanto i primi vorrebbero vivere “all’americana” (grandi macchine, rock, alcool, vita quasi sregolata), mentre i secondi cercano di tenerli sotto controllo. Ovviamente ci sono differenze anche nell’eterogeneo gruppo di giovani fra i quali anche dei balordi che comunque non risultano indifferenti alle ragazze “per bene”. Fece molto discutere all’epoca per questi temi reali e di rottura, con tanti contrasti sociali e familiari, con uno stile a tratti da Nouvelle Vague; sparatorie, tradimenti e ogni tipo di violenza dei noir e dei film della rivoluzione erano la norma, ma mettere a nudo i problemi reali dei giovani borghesi della capitale, in un periodo di grandi cambiamenti mondiali, fu una novità. Qualcosa di simile lo si ritrova nel cult Los caifanes (1967, Juan Ibáñez) nel quale si seguono le vicende di una ricca giovane coppia di fidanzati che, lasciata una festa, passeranno un’inaspettata notte con un piccolo banda di balordi che li farà riflettere sulle enormi differenze sociali e culturali messicane. Nomination Orso d'Oro a Berlino.

  
El barbero prodigioso (Fernando Soler, 1942, Mex)

Piacevole commedia poco conosciuta, ma con trama buona e tutt’altro che scontata, ma piena di buoni sentimenti. Fernando Soler è regista e protagonista (il barbiere), suo fratello Domingo ricopre il ruolo dell’alcalde. Un tranquillo barbiere di un piccolo paese, vessato da moglie e suocera e preso in giro (oggi si direbbe bullizzato) da tutti diventa un caso dopo che un cieco riacquista improvvisamente la vista mentre gli sta lavando i capelli. I rapporti fra il barbiere e i tanti che gli stanno attorno cambieranno quindi radicalmente tranne che con il suo vero amico Tomás. Appariranno grandi oculisti, un’avventuriera americana e tanti che vorrebbero essere miracolati e la vita del barbiere avrà sviluppi assolutamente inattesi.

El medallón del crimen (Juan Bustillo Oro, 1955, Mex)

Discreto noir, che conta su ottimi tempi in merito a quasi incroci, oggetti bene in vista ma non visti, incontri casuali con la polizia che non si accorge di cosa succede, scambi di gioielli che saranno la chiave delle indagini. Sul versante negativo c’è invece la pochezza di Manolo Fábregas nei panni del protagonista; se la sua insipienza poteva andar bene nel summenzionato La visita que no tocó el timbre nel quale interpretava uno dei fratelli, qui non regge. Neanche la voce fuori campo (quasi i suoi pensieri) che gli suggerisce cosa fare per occultare potenziali prove mi è sembrata superflua e fuori luogo … peccato.

Historia de un abrigo de mink (Emilio Gómez Muriel, 1955, Mex)

Mediocre commedia quasi ad episodi (4) che segue la storia di un cappotto di visone che passa, per vari motivi, di mano in mano, ma torna sempre dallo stesso pellicciaio.

giovedì 14 aprile 2022

Microrecensioni 101-105: Epoca de Oro messicana, anni ‘50

Cinquina monografica, messa insieme recuperando film di seconda fascia della Epoca de Oro che non avevo ancora visto. Come più volte scritto, negli anni ’40 e ’50 la cinematografia messicana visse i suoi anni migliori grazie ad un nutrito gruppo di cineasti locali ai quali si affiancarono alcuni giunti dall’Europa, a cominciare dai russi Eisenstein e Arcady Boytler, per non parlare dello spagnolo Luis Buñuel che già nel 1949 ottenne la nazionalità messicana. A parte la piacevolezza e l’originalità della maggior parte delle trame sia per i film della rivoluzione che di quelli musicali di cabareteras e rumberas, come dei melodrammi ambientati nella capitale (con case ricchissime con scaloni, colonne e ricchi arredi) o in aree rurali in enormi ranchos, dai noir ai crime classici, in tutti risalta sempre con la marcata connotazione nazionalista della quale i messicani sono sempre andati molto fieri. Inoltre, si apprezza la loro peculiare e gradevole cadenza (in particolare per le classi più povere e gli indigeni) e anche il loro vocabolario che spesso si discosta, e non poco, dal castigliano peninsulare (della Spagna). Trovo che la visione di questi film sia un ottimo modo per imparare o rinfrescare il proprio spagnolo visto che sono parlati per lo più molto chiaramente, fermo restando le differenze fra spagnolo peninsulare, latino (dagli USA agli stati settentrionali del sudamerica) e rioplatense (Argentina e Uruguay). Nel complesso non memorabili, ma per lo più piacevoli e interessanti

 
La ausente (Julio Bracho, 1952, Mex)

Arturo de Córdova, uno dei più apprezzati attori dell’epoca, estremamente versatile, qui interpreta un vedovo che nasconde qualcosa in merito alla moglie e alla sua morte in un incidente stradale. Rimasto solo con la figlia di 5 anni, per la quale stravede) dovrà affrontare tre donne che ambiscono a prendere il comando della enorme residenza e della famiglia. Come se non bastassero sorella e cognata, apertamente in contrasto ancor prima dell’evento, si aggiunge infatti la giovane istitutrice della bambina della quale il vedovo si innamora. Tanti i segreti che vengono svelati a poco a poco, fino al colpo di scena finale.

La escondida (Roberto Gavaldón, 1956, Mex)

Classico della rivoluzione, uno dei pochi girati a colori, con due star di assoluto valore nei panni dei protagonisti: María Félix e Pedro Armendáriz. Sono gli anni della fine del porfiriato e l’ascesa di Madero, segnati da repentini cambi di bandiera come quelli che caratterizzarono anche gli anni successivi. A partire da una storia d’amore fra i due in una grande hacienda dedicata alla coltivazione del maguey (agave per la produzione di tequila, mezcal e pulque) la storia si sviluppa fra rivoluzionari e federali, con vari cambi di casacca. Melodramma a sfondo storico con esaltazione dei contrasti fra la misera vita dei magueyeros (i peones) e quella ricchissima di latifondisti, politici e ufficiali di rango.

  
Cuatro contra el mundo (Alejandro Galindo, 1950, Mex)

Buon noir dalla struttura classica, del genere rapinatori mal assortiti che mettono a segno un ricco colpo quasi senza lasciare indizi, tranne qualche vittima. I quattro pensano di restare nascosti insieme per qualche tempo, aspettando che le acque si calmino, contando anche sul fatto che la polizia ha grandi difficoltà a risalire alla loro identità. I caratteri molto diversi e la presenza di una donna metteranno ben presto in contrasto il gruppo.

Los dineros del diablo (Alejandro Galindo, 1953, Mex)

Altro noir di medio livello, come la maggior parte dei lavori di Galindo, molto prolifico nei più svariati generi, ma raramente memorabili. Originale la sceneggiatura che mette insieme alcolismo, famiglia, tradimento, furti, ricettazione e l’inevitabile storia d’amore. Senza infamia e senza lode.

Aquí está Heraclio Bernal (Roberto Gavaldón, 1958, Mex)

Certamente è uno dei meno apprezzati film di Gavaldón, già regista di ottimi lavori come La diosa arrodillada (1947), Rosauro Castro (1950), En la palma de tu mano (1951) e La noche avanza (1952). L’ambiente è quello di un piccolo villaggio nel quale risiedono i minatori dipendenti di imprenditori stranieri che li sfruttano e li imbrogliano con il beneplacito e la partecipazione del potere locale. A metà strada fra western drammatico e film con temi sociali e sindacali.