venerdì 22 febbraio 2019

14° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (66-70)

Per questo gruppo non ho avuto dubbi nell’ordinare il film per preferenza, anche se avrei potuto concedere un pari merito ai primi due. Fra le tante strane coincidenze che non mi stanco di notare, c’è quella di situazioni ricorrenti di bambini più o meno abbandonati , 3 su 4 nelle visioni 65-68, tutti film più che buoni:
65 Tsotsi (lattante trovato in auto e temporaneamente “adottato” )
66 Cafarnao (bambino fuggito di casa che si prende cura di un poppante)
68 Record of a Tenement Gentleman (bambino abbandonato dal padre)
Ecco le 5 nuove recensioni:
        

68  Record of a Tenement Gentleman (Yasujirô Ozu, Jap, 1947) 
tit. or. “Nagaya shinshiroku”; tit. it. (tv) “Note di un inquilino galantuomo”  
con Chôko Iida, Hôhi Aoki, Eitarô Ozawa * IMDb  7,9  RT 100%
Film poco conosciuto di Ozu, il suo primo del dopoguerra dopo 5 anni di sosta forzata, l’ultimo era stato Chichi ariki (C’era un padre, 1942), con Chishû Ryû (1906-1993, 243 film in carriera) come protagonista. Anche in questo film, seppur in un ruolo secondario, compare questo eccellente attore che sarebbe poi stato protagonista di tanti altri film di Ozu degli anni ’50, fra i quali il famosissimo Tokio Monogatari, che si trova nella parte alta di quasi tutte le classifiche dei migliori film di tutti i tempi.
Seppur classificato come dramma, Record of a Tenement Gentleman è invece una commedia drammatica leggera con finale commovente, con una splendida descrizione per immagini dei due personaggi principali: una vedova un po’ scorbutica e un ragazzino abbandonato (forse) dal padre. L’arrivo del bambino nella piccola comunità crea scompiglio in quanto tutti lo vogliono aiutare, ma nessuno è disposto a prendersene cura personalmente. Le scene della donna che tenta di “liberarsi” del ragazzo che la segue a pochi passi di distanza come un randagio che ha scelto il suo padrone sono eccezionali grazie anche all’atteggiamento placido ma deciso del bambino paffuto che non parla quasi mai, con uno strano cappellino in testa e con le mani in tasca. Anche la scena della “riunione di condominio” che termina con una improvvisata esibizione canora al ritmo di chopstick è memorabile.
Ovviamente, non mancano i panni stesi (in questo caso significativi) e tanti tatami shots, le riprese dal basso in interni, un vero marchio di fabbrica di Ozu.
Un eccellente piccolo film (nel senso che è prodotto con molto poco e dura appena 71 minuti) che non a caso è stato restaurato e inserito dalla Criterion Collection.

66  Capharnaüm (Nadine Labaki, Libano, 2018) tit. it. “Cafarnao”  
con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw, Boluwatife Treasure Bankole  
Nomination Oscar miglior film in lingua non inglese  *  3 Premi (fra i quali quello della giuria) e Nomination Palma d’Oro a Cannes per Nadine Labaki * IMDb  7,3  RT 81%
Quarta regia di Nadine Labaki, che si fece conoscere una dozzina di anni fa con il suo film d’esordio Cararamel (2007), conta una decina di interpretazioni come attrice (in questo è l’avvocato). Film dichiaratamente social-politico nel quale ai temi femministi già trattati dalla regista (personalmente impegnata in politica) si aggiungono quelli dell’infanzia abbandonata e maltrattata, il traffico di esseri umani, spose bambine e migranti.
Non ci vuole molto a immaginare la drammaticità della trama e che ovviamente non può approfondire molto data la varietà e la complessità dei temi trattati, ma riesce comunque a mettere in relazione fra loro molti di essi.
Ottima l'interpretazione del protagonista Zain Al Rafeea e anche di Boluwatife Treasure Bankole (anche se, avendo pressappoco un anno, molto merito deve essere ascritto a chi ne aveva cura). Quest'ultima (una bambina anche se nel film interpreta Yonas, un bambino) è nata in Libano, ma poi espulsa e mandata in Kenya con la madre; Yordanos Shiferaw, che nel film interpreta sua madre, è eritrea e fu effettivamente arrestata nel bel mezzo delle riprese e ci vollero 2 settimane prima di ottenerne il rilascio; Zain è un rifugiato siriano. 
La sceneggiatura è senz'altro apprezzabile per il modo in cui riesce a combinare tanti argomenti scottanti e, pur proponendo storie e situazioni "esemplificative",  a non eccedere né in buonismo né in violenza ... direi è abbastanza bilanciato. La conclusione vagamente ottimista stona un po', ma sperare in un mondo migliore non costa niente e quindi vale la pena farlo.
Ho trovato talvolta eccessivo l’uso della steadicam associato a un montaggio troppo rapido, che dà sì una buona idea di agitazione e caos, ma non concede abbastanza tempo agli spettatori di apprezzare le reazioni dei tanti personaggi coinvolti. Le riprese a spalla sono comunque le più utilizzate nel film, intervallate da pochi sguardi sulla città mediante belle e significative riprese, alcune delle quali da drone (che ricordano molto quelle di Slumdog Millionaire).
Film senz'altro consigliato, ma i più sensibili si preparino ad uscire dalla sala o con fazzoletti inzuppati di lacrime e/o indignati e con un diavolo per capello.
In ogni caso, l'ho trovato senza dubbio migliore dell'altro suo concorrente finora visto: Shoplifters di Hirokazu Koreeda (gli fu preferito per la Palma d'Oro a Cannes e tratta argomento molto simile, la sopravvivenza degli invisibili).
Considerazione: nel caso in cui Roma dovesse vincere l'Oscar come miglior film, non mi meraviglierei se, dati i temi trattati e la comunque più che buona qualità del film, oltretutto diretto da una donna (una delle poche candidate di quest'anno), a Cafarnao fosse assegnato quello come miglior film non in lingua inglese ... pur essendo un evidente controsenso. 

     


67  Woman of the Lake (Yoshishige Yoshida, Jap, 1966) tit. it. “Onna no mizûmi” * con Mariko Okada, Shigeru Tsuyuguchi, Tamotsu Hayakawa * IMDb  7,4  RT 90%p
Ottima la prima ora, poi Yoshida si perde per qualche decina di minuti nelle lunghe scene su una spiaggia con dei relitti mentre si gira un film e infine si riprende per la conclusione.
I soliti apprezzatissimi sezionamenti dell’inquadratura, bianco e nero spesso molto contrasto, sempre brava Mariko Okada. Ottima la fotografia grazie anche alle sapienti scelte dei punti di ripresa, mai casuali o banali.
La bellezza delle immagini, tuttavia, non compensa totalmente la debolezza della trama che si sviluppa fra tradimenti, amanti e ricatti, con tutti i protagonisti che si comportano in maniere che appaiono un po’ insensate.
Yoshishige Yoshida (aka Kiju Yoshida) è senz’altro uno dei più rappresentativi registi della nouvelle vague giapponese, purtroppo poco conosciuti per mancanza di adeguata distribuzione. Fatto un rapido controllo, ho visto che pochissimi suoi film sono giunti in Europa, se non in Francia e uno o due altri paesi a turno. Finora ho guardato 7 suoi film e nessuno di essi mi ha deluso e certamente un paio mi hanno entusiasmato.
Visione consigliata, ma sappiate che il regista ha fatto di meglio.


70  Persepolis  (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, Fra, 2007) * animazione * IMDb  8,1  RT 96% * Nomination Oscar; 2 Premi e 2 Nomination a Cannes
Dopo molte titubanze, mi sono deciso a guardare Persepolis. L’ho trovato interessante dal punto di vista grafico per esprimersi con poche decise linee e disegni molto contrastati, quasi privi di grigi, anche se poco vario e spesso minimalista. Al contrario, la protagonista (la stessa regista trattandosi di storia autobiografica) mi è apparsa insopportabile, pur avendo più volte ragione non ispira nessuna simpatia per i suoi atteggiamenti arroganti, di sfida, esageratamente ribelli e chiaramente controproducenti se non addirittura pericolosi per lei e per gli altri.
Perfetto esempio di eterna insoddisfatta, esatto contrario della da lei adorata nonna che riesce ad adattarsi alle situazioni contingenti senza troppe rinunce e vive certamente in modo più sereno. Chissà se veramente nella vita reale è ancora così o, dopo il successo, si è data una calmata.
I doppiaggi nelle varie lingue sono stati affidati ad attrici e attori di primo livello come per esempio vari Catherine Deneuve, Gena Rowlands, Chiara Mastroianni, Sean Penn, ...
Secondo me sopravvalutato, sono convinto che i giudizi siano stati molto condizionati dall’argomento trattato.

69  Always Outnumbered  (Michael Apted, USA, 1998) tit. it. “Vite difficili” * con Laurence Fishburne, Daniel Williams, Bill Cobbs * IMDb  7,3  RT 81%
Film “inutile”, con tante buone intenzioni morali, ma inconcludente. Mette insieme storie diverse, che tuttavia non riesce né ad amalgamare, né ad analizzare a dovere, né a concludere effettivamente. Le scene che (nelle intenzioni) dovrebbero avere più presa sul pubblico sono troppo artefatte, poco credibili.
Pur contando su un discreto cast, Michael Apted non riesce ad andare al di là della contrapposizione fra quelli “in fondo buoni” e i violenti a tutti i costi. Ne potete fare senz’altro a meno.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

martedì 19 febbraio 2019

Capharnaüm (Nadine Labaki, Libano, 2018) tit. it. “Cafarnao”

66  Capharnaüm (Nadine Labaki, Libano, 2018) tit. it. “Cafarnao” 
con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw, Boluwatife Treasure Bankole  
Nomination Oscar miglior film in lingua non inglese  *  3 Premi (fra i quali quello della giuria) e Nomination Palma d’Oro a Cannes per Nadine Labaki * IMDb  7,3  RT 81%


Quarta regia di Nadine Labaki, che si fece conoscere una dozzina di anni fa con il suo film d’esordio Cararamel (2007), conta una decina di interpretazioni come attrice. Film dichiaratamente social-politico nel quale ai temi femministi già trattati dalla regista (personalmente impegnata in politica) si aggiungono quelli dell’infanzia abbandonata e maltrattata, il traffico di esseri umani, spose bambine e migranti.
Non ci vuole molto a immaginare la drammaticità della trama e che ovviamente non può approfondire molto data la varietà e la complessità dei temi trattati, ma riesce comunque a mettere in relazione fra loro molti di essi.
Ottima l'interpretazione del protagonista Zain Al Rafeea e anche di Boluwatife Treasure Bankole (anche se, avendo pressappoco un anno, molto merito deve essere ascritto a chi ne aveva cura). Quest'ultima (una bambina anche se nel film interpreta Yonas, un bambino) è nata in Libano, ma poi espulsa e mandata in Kenya con la madre; Yordanos Shiferawche nel film interpreta sua madre, è eritrea e fu effettivamente arrestata nel bel mezzo delle riprese e ci vollero 2 settimane prima di ottenerne il rilascio; Zain è un rifugiato siriano. 
Boluwatife Treasure Bankole Zain Al Rafeea
La sceneggiatura è senz'altro apprezzabile per il modo in cui riesce a combinare tanti argomenti scottanti e, pur proponendo storie e situazioni "esemplificative",  a non eccedere né in buonismo né in violenza ... direi è abbastanza bilanciato. La conclusione vagamente ottimista stona un po', ma sperare in un mondo migliore non costa niente e quindi vale la pena farlo.
Ho trovato talvolta eccessivo l’uso della steadicam associato a un montaggio troppo rapido, che dà sì una buona idea di agitazione e caos, ma non concede abbastanza tempo agli spettatori di apprezzare le reazioni dei tanti personaggi coinvolti. Le riprese a spalla sono comunque le più utilizzate nel film, intervallate da pochi sguardi sulla città mediante belle e significative riprese, alcune delle quali da drone (che ricordano molto quelle di Slumdog Millionaire).
Film senz'altro consigliato, ma i più sensibili si preparino ad uscire dalla sala o con fazzoletti inzuppati di lacrime e/o indignati e con un diavolo per capello. 

Considerazione: nel caso in cui Roma dovesse vincere l'Oscar come miglior film, non mi meraviglierei se, dati i temi trattati e la comunque più che buona qualità del film (oltretutto diretto da una donna, una delle poche candidate), a Cafarnao fosse assegnato quello come miglior film non in lingua inglese ... pur essendo un controsenso. 
In ogni caso, l'ho trovato senza dubbio migliore dell'altro suo concorrente finora visto: Shoplifters di Hirokazu Koreeda (gli fu preferito per la Palma d'Oro a Cannes). 

lunedì 18 febbraio 2019

13° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (61-65)

Senza dubbio il migliore in questo gruppo è il giapponese After the Rain, seguito (più per l’originalità che per qualità assoluta) dal sudafricano Tsotsi, vincitore dell’Oscar 2006 fra i film non in lingua inglese, e poi dagli ultimi 3 film della mia serie di Allen, due dei quali apprezzati un po’ più dei precedenti. 
   


64  After the Rain (Takashi Koizumi, Jap, 1999) tit. it. “Quando cessa la pioggia”, tit. or. “Ame Agaru” * con Akira Terao, Yoshiko Miyazaki, Shirô Mifune * IMDb  7,5  RT 100% * Premio a Venezia, proposto dal Giappone per l’Oscar miglior film in lingua non inglese
Film poco conosciuto, “quasi” di Kurosawa. Proprio così, il grande regista giapponese è l’autore della sceneggiatura (basata su un racconto di Shûgorô Yamamoto) ed aveva anche già pressoché completato il piano delle riprese quando morì. Ci volle un po’ di tempo prima di trovare nuovi produttori che sostituissero quelli che si erano tirati indietro essendo venuto a mancare Kurosawa, e infine fu deciso di affidare la regia Takashi Koizumi che era sì al suo esordio, ma vantava una collaborazione quasi trentennale con il maestro e quindi avrebbe potuto interpretare al meglio quelle che erano le sue idee. Koizumi è stato aiuto regista degli ultimi 5 film di Kurosawa: Kagemusha (1980), Ran (1985), Sogni (1990), Rapsodia in agosto (1991) e Maadadayo (1993). Ulteriore elemento di continuità è rappresentato dalla presenza nel cast di Shirô Mifune (figlio del ben più famoso Toshirô) in un ruolo principale quale quello del signorotto locale Shigeaki.
Venendo al film vero e proprio, mi è sembrato un gioiellino, con un ronin generoso, sereno e “pacifista”, che interpreta il vero spirito delle arti marziali: combattere solo in caso di estrema necessità e soprattutto per aiutare i più deboli e per sanare ingiustizie. In questo è moralmente sostenuto dalla moglie che lo accompagna nel viaggio che, loro malgrado, devono sospendere a causa delle forti piogge che hanno reso impossibile il guado di un fiume. Molto belle le scene esterne, ma la descrizione del molto variegato gruppo di viaggiatori e trasportatori che come loro hanno trovato riparo nella locanda che li ospita e riprese nel castello di Shigeaki non sono da meno. Per pura pignoleria, devo dire che ho trovato fuori luogo (in quanto inutile) l’eccessiva illuminazione degli interni della locanda.
Raccomandato ... se vi accontentate, lo trovate su YouTube in HD 720p in v.o. con sottotitoli in inglese. 

65  Tsotsi (Gavin Hood, ZAF, 2005) tit. it. “Il suo nome è Tsotsi” * con Presley Chweneyagae, Mothusi Magano, Israel Makoe, Zola * IMDb  7,3  RT 88% * Oscar miglior film in lingua non inglese (per il Sudafrica)
Il protagonista Tsotsi è a capo di una piccola gang di 4 giovani delinquenti abbastanza fuori di testa, che vivono in una baraccopoli di Soweto (periferia di Johannesburg, Sudafrica). Oltre ad avere “accese discussioni” fra loro, vanno a compiere quotidiane azioni criminose in città e una di queste avrà ripercussioni sostanziali sugli atteggiamenti di Tsotsi e conseguenze anche sui suoi accoliti.
Gavin Hood mostra un mondo sconosciuto ai più, con due realtà sociali completamente diverse (la moderna, produttiva e funzionale vs il ghetto di gente di colore) divise da campi incolti dove trovano rifugio e sopravvivono giovanissimi soli, probabilmente destinati ad una carriera criminale .. se sopravvivono. Allo stesso tempo, mette in risalto l’umanità di tanti personaggi che cercano di divere dignitosamente e onestamente nonostante l’ambiente violento, povero, senza acqua corrente e senza elettricità.
La colonna sonora in stile Indestructible Beat of Soweto è quasi tutta a carico di Zola (musicista, poeta e attore) che nel film interpreta Fela, che sfoggia vestiti costosi e un’auto di lusso e quindi sembra l’unico ad avere soldi e successo in quell’ambiente.
Tsotsi non mi ha convinto del tutto e senza dubbio tante scene sono evidentemente artificiose, ma la struttura della sceneggiatura è più che buona e le interpretazioni credibili. Ancora una volta, il cinema è veicolo di cultura, nel senso che consente di dare uno sguardo su realtà delle quali sappiamo poco o niente, anche se ciò che si vede non può essere certamente generalizzato, né preso per oro colato.
Interessante visione, anche per la buona e originale fotografia.
      

61  Zelig (Woody Allen, USA, 1983) * con Woody Allen, Mia Farrow, Patrick Horgan * IMDb  7,8  RT 100% * 2 Nomination Oscar (fotografia e costumi)
63  Shadows and Fog (Woody Allen, USA, 1991) tit. it. “Ombre e nebbia” * con Woody Allen, Mia Farrow, Michael Kirby * IMDb  6,7  RT 48%
62  Broadway Danny Rose (Woody Allen, USA, 1984) * con Woody Allen, Mia Farrow, Nick Apollo Forte * IMDb  7,5  RT 100% * 2 Nomination Oscar (regia e sceneggiatura)
Commento cumulativo. Della notevole (certamente per quantità, non sempre per qualità) produzione di Woody Allen mi mancavano numerosi film e di recente ho provveduto a recuperarne vari , approfittando di una serie monografica di dvd a lui dedicata.
Fra questi ultimi tre visti, la preferenza va senz’altro a Zelig per il modo nel quale presenta una fake story, altro che le fake news dei nostri giorni. Tutti i suoi meriti risiedono nell'originalità dell’idea e nel modo in cui è proposta, in stile documentaristico con tanti finti notiziari d'epoca e riprese e foto del periodo fra le due guerre alle quali furono poi aggiunti, inseriti o sovrapposti Allen e a volte anche Mia Farrow. Tali operazioni richiesero tanto che nel frattempo Allen completò le riprese di A Midsummer Night's Sex Comedy e Broadway Danny Rose.
Tutto il film è in bianco e nero, ma c'è (volutamente) una netta differenza fra le immagini "pubbliche" (stile newsreel) e quella "private", che includo quelle psichiatriche. Per dare maggior autenticità, per le riprese furono utilizzati attrezzature d’epoca.
Shadows and Fog ha il solo merito di alcune buone scene esterne (fra ombre e nebbia, come appunto recita il titolo) e alcuni aspetti quasi kafkiani del soggetto che lasciano interdetto il povero protagonista. Altri aspetti e l’inutile abbondanza di bravi attori (Malcovich, Pleasance, Foster, Tomlin e perfino Madonna che attrice non è) non giovano più di tanto alla qualità complessiva.
Infine la trama di Broadway Danny Rose mi è sembrata assolutamente pretestuosa, poco plausibile e piena di stereotipi senza neanche riuscire ad essere divertente.
Dal mio (noto) punto di vista, dico che troppo spesso ciò che c’è di meritevole nella sceneggiatura (alcune idee e battute sono più che buone) viene puntualmente buttato alle ortiche dallo stesso Allen che si ostina a voler essere protagonista e non riesce a cambiare minimamente (o almeno a ridurre) i suoi balbettii né il suo frenetico e insulso gesticolare, riproponendo sostanzialmente sempre lo stesso tipo di personaggio più o meno insicuro e paranoico.
Molti non saranno d’accordo, ma io la penso così.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

domenica 17 febbraio 2019

Ripropongo una delle grandi camminate per epicurei

Torna la Vagrant Trail (ridotta di un paio di km, saranno solo 58), con itinerario più basso in quanto non dormiremo sul Molare (1.444m), ma aggireremo il massiccio del Sant'Angelo a Tre Pizzi lungo il versante sud passando per Capo Muro (1.080m), senza mai giungere a 1.100 metri di quota e di conseguenza ci saranno anche 400m di dislivello in meno.
Non salendo al Faito, cambiano ovviamente le località per l’indispensabile cena conviviale (a S. Maria del Castello) e per il pernottamento all’addiaccio (Monte Comune, 880m, foto sotto). Da quest’ultimo punto (visibilità permettendo) la vista spazierà sui due Golfi, le isole e la Penisola Sorrentina, con le loro luci di notte e poi illuminati dai primi chiarori dell’alba.
Questa edizione primaverile tiene quindi conto della minore durata del giorno e delle (probabili) temperature notturne e, come per le precedenti, si effettuerà solo con buon tempo fondamentale soprattutto per la notte, ma anche per la visibilità indispensabile sia per poter camminare al chiar di luna sia per la piacevolezza della passeggiata.

Descrizione sommaria del percorso (previsto al momento)
per chi conoscesse poco la toponomastica locale, includo i numeri identificativi dei sentieri CAI
NB - vari tratti dell’itinerario non compaiono sulla carta CAI né sulla maggior parte delle altre
Tracciato ben conosciuto e scorrevole fra Pogerola Fic''a Noce lungo il CAI 359 fino a Tavernate e poi il 301. Dalle cascate, dopo aver saltato o guadato il Canneto, inizia la salita più impegnativa e probabilmente con vari ostacoli (alberi caduti e piccoli smottamenti). Questo tratto di 3,3km e 550m di dislivello, pendenza media 17,5%, è un sentiero non segnato, conosciuto come Lama dei Gatti, che raggiunge la sella di Monte Rotondo dove incrocia il 300 (Alta Via dei Monti Lattari). Questo primo tratto Pogerola - sella coincide con l'inizio della MaraTrail di Pogerola e si può apprezzare nei primi 4'30" del video in basso.


I successivi circa 5km sono ondulati (quote fra 900 e 1100m) e molto scorrevoli in quanto in gran parte si stratta di strada sterrata. Fra Crocella e Capo Muro dovremo poi affrontare un altro tratto un po' impiccioso ... il sentiero 329a sale per poi ridiscendere di 100m di dislivello, ma più volte in passato siamo riusciti a passare più a valle risparmiando 600m e circa 50 di dislivello (qualche settimana prima controlleremo). Comunque, in un modo o nell’altro arriveremo a Capo Muro e proseguiremo per Santa Maria del Castello su mulattiere storiche ben tracciate (tranne che per il breve tratto della frana, foto in basso), oggi 329 fino alla Forestale e poi di nuovo sul 300  che viene dalla Conocchia.
   
Dopo la meritata cena, ci si rimette in cammino sull’Alta Via dei Monti Lattari al chiar di luna (piena) per andarci ad “accampare” al margine occidentale del pianoro di Monte Comune (circa 2,5km, 250m di dislivello, foto in basso a destra, quella dell'alba è dell'ed. 2012, dal Molare) e dopo esserci goduti l’aurora continueremo lungo lo stesso sentiero fino a Torca, ma sostando per colazione a Colli di Fontanelle, dove molto probabilmente si aggregheranno vari camminatori giornalieri.
   
Per sentieri e stradine secondarie si raggiungerà Termini e quindi via Vuallariello si torna ancora una volta sul 300 in località Vetavole, per scendere verso Punta Campanella fino a Rezzale e quindi iniziare la risalita passando per Fossa Papa dove è prevista la sosta pranzo.
Nel corso degli ultimi 10 km fino a Sorrento si potranno effettuare tante scelte diverse, anche in considerazione di quelli che probabilmente (e giustamente) lasceranno il gruppo a seconda di come prevedano di tornare a casa (mezzi pubblici, qualcuno che li prelevi o deviazioni per chi abita in zona).

Per ora questo è quanto, prossimamente mappe più dettagliate, foto, suggerimenti, avvisi e aggiornamenti ... sempre su questo blog.

Punto, punto e virgola, punto e un punto e virgola...
Salutandovi indistintamente ... senza nulla a pretendere.
In data odierna.
(dalla famosa lettera di Totò e Peppino)

venerdì 15 febbraio 2019

12° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (56-60)

Gruppo di film stranamente assortito, con i due più conosciuti (per il regista/interprete, ma non per essere fra i suoi migliori) in fondo alle mie preferenze.
   

57  Mille miglia... lontano  (Yimou Zhang, Cina, 2005) tit. or. “Qian li zou dan qi” * con Ken Takakura, Kiichi Nakai, Shinobu Terajima * IMDb  7,4  RT 83%
Non il solito Zhang, poco colorato, per niente spettacolare, ma molto profondo e meditativo su un rapporto parallelo fra due padri e i rispettivi figli, mettendo oltretutto a confronto culture come la giapponese e la cinese che, a dispetto di quanti molti possano pensare, sono profondamente diverse.
Nel film, senza cadere in situazioni caricaturali o stereotipi, riesce a mettere i confronto le persone e i loro sentimenti più che le differenze culturali.
Merita senz’altro una visione dagli spettatori attenti.
Nota: come già osservai in precedenti occasioni, pare che Zhang (come molti registi) inserisca in molti film una scena ricorrente. Nel suo caso consiste in qualcuno che, senza speranza, corre dietro un veicolo che si allontana.

59  Campeones (Javier Fesser, Spa, 2018) tit. it. “Non ci resta che vincere” * con Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Juan Margallo * IMDb  7,3  RT 67%
Fesser ha saputo trattare con la giusta ironia situazioni non certo allegre, senza mai cadere nel pietismo o nella derisione, né scadere in battute triviali o di dubbio gusto, anche se non riesce a mantenersi sempre a ottimi livelli. In sostanza, e al contrario di quanto si possa pensare, il film verte più sulla "rieducazione" del protagonista (interpretato dal sempre bravo Javier Gutiérrez, qualcuno avrà avuto modo di apprezzarlo in La isla minima) che sui membri della squadra di basket che sono semplicemente la sua medicina cura.
Risulta interessante scoprire che (episodio citato nel film e forse spunto per la sua realizzazione), la nazionale spagnola di basket vinse la medaglia d'oro alle Paralimpiadi del 2000, ma in seguito il titolo fu revocato in quanto si scoprì che l'80% dei giocatori non soffriva di alcuna limitazione psichica. A causa di ciò le sovvenzioni per il settore sparirono, pian piano altre federazioni si sono rimesse sulla giusta rotta, ma quella di basket paralimpico pare che soffra ancora delle conseguenze di quello scandalo.
Ottimo e significativo il finale che dovrebbe far meditare molti pseudo sportivi che di sport e sportività sanno ben poco. Una commedia “diversa” che vale certo una visione, pur senza essere un capolavoro.
PS - Spesso Fesser si è occupato di questioni, personaggi e trame singolari, talvolta al limite dell'assurdo o surreale, contando anche su attori “particolari”. Ricordo il suo famoso, purtroppo solo in patria, El milagro de P. Tinto (1998) e il suo corto dall'originale titolo El secdleto de la tlompeta (1996, 17 min), il cui protagonista (vedi poster al lato) sono convinto sia citato in Non è un paese per vecchi nel personaggio di Javier Bardem.
Un altro suo corto Binta y la gran idea (2004), più serio e di impegno sociale, ambientato in un villaggio senegalese, fu candidato all’Oscar 2007.

      

56  Strange Days (Kathryn Bigelow, USA, 1995) * con Ralph Fiennes, Angela Bassett, Juliette Lewis * IMDb  7,2  RT 67% * Anteprima al Festival di Venezia
Dalla Bigelow (regista dei più recenti The Hurt Locker, 2008, e Detroit, 2017) mi aspettavo qualcosa di più. Premesso che non sono amante di sci-fi e distopia e potrei quindi non cogliere alcuni meriti della messa in scena, penso che la rappresentazione della città che vive le ultime ore del secolo passato fra festeggiamenti in locali alla moda e violenza nelle strade parzialmente controllate da militari (in assetto di guerra) con carrarmati sia troppo irreale ... senza senso, oltretutto non indispensabile al procedere della trama. La storia basata sulle possibilità fornite dalla realtà virtuale, può benissimo essere accettata così come gli intrighi connessi, visto che si tratta comunque di attività illegale, ma è un po’ troppo articolata e allungata (il film dura quasi due ore e mezza).
Seppur ancora a inizio carriera, si fa notare Ralph Fiennes; questo fu il suo 5° film, il meno apprezzato di quel periodo visto che i due precedenti erano stati Schindler's List (1993, Nomination come non protagonista) e Quiz Show (1994) e il successivo Il paziente inglese (1996, Nomination come protagonista).
Buono, ma probabilmente sarebbe stato migliore ridotto in durata e senza troppe scene di caos per le strade.

60  A Midsummer Night's Sex Comedy (Woody Allen, USA, 1982) tit. it. “Vite difficili” * con Woody Allen, Mia Farrow, José Ferrer * IMDb  6,7  RT 75% (ma solo 33% top critics)
Altra pretenziosa e assurda pseudo commedia di Allen. Ostinandosi a produrre, dirigere, scrivere e interpretare film senza pause e più o meno di fretta è comprensibile (ma ciò non lo giustifica) che non possa mantenere alti livelli. Oltre alla ripetitività di situazioni e allusioni (sesso, ebrei e psichiatria) continua a volersi imporre come attore nonostante sia ampiamente dimostrato che non sia una cima in tale campo. Può essere considerato un buon caratterista, ma alla lunga stanca ... pare che sia un rispettato suonatore di clarinetto (ma sarà vero o lo si sostiene solo perché si tratta di Woody Allen?).
Personalmente, non lo consiglio, ma se siete sostenitori di Allen vi potrebbe anche piacere.

58  Interiors (Woody Allen, USA, 1978) tit. it. “Vite difficili” * con Diane Keaton, Geraldine Page, Kristin Griffith * IMDb  7,5  RT 77% * 5 Nomination Oscar e 4 per i Golden Globes (senza alcun successo)
Questo non l'avevo mai visto e forse avrei fatto meglio a restare nella mia ignoranza. Poco interessante, personaggi  che non ispirano alcuna simpatia, il ruolo femminile balbettante è affidato a Mary Beth Hurt, ma anche Diane Keaton ha la sue brave esitazioni e inceppamenti alleniani; recitazione complessivamente mediocre. Quasi soporifero nonostante duri meno di un'ora e mezza.
Anche questo film penso sia adatto solo ai fan di Allen. 

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

martedì 12 febbraio 2019

Il “secreto” è poco conosciuto, ma non un vero “segreto”

In spagnolo, come in portoghese, secreto equivale all’italiano segreto, in tutte le sue accezioni e usi comuni. Tuttavia, in entrambi gli idiomi, il vocabolo indica anche un relativamente piccolo taglio di carne suina (più o meno mezzo chilo) che si trova fra la paleta (prosciutto di spalla, quindi zampa anteriore) e la pancetta e le costillas, e quindi se ne ricavano solo 2 per animale (vedi foto in basso). In Spagna troverete reclamizzato il secreto iberico (dal maiale nero iberico) e in Portogallo il secreto de porco preto (letteralmente maiale nero, praticamente la stessa razza).

Il pezzo ha una forma irregolare, vagamente triangolare, con una parte più larga e alta (fino a circa 2 cm) che va digradando in ampiezza e spessore verso la punta opposta. Ho letto che per ricavarli è necessario tagliare la carne in un modo particolare, altrimenti vanno persi, restando in parte attaccati alla paleta e/o alla pancetta o costillas.
Quando si cucina intero (di solito a la plancha = piastra) almeno nella parte più spessa lo si incide in modo da poterlo cuocere un modo relativamente uniforme.
Le sue venature di grasso lo rendono particolarmente succulento e tenero, sempre che un cuoco irresponsabile non lo faccia quasi bruciare.
Per fornire orientativamente le dimensioni, nella foto (artigianale, da tablet) del mio secreto a Casa Tata, ho infilzato la forchetta in un pezzo della parte più spessa. In quanto alla superfici, teniate presente che il piatto era ovale e quindi la porzione ben abbondante.
Non mi resta che consigliarvi un assaggio se vi trovate in penisola iberica, possibilmente un pezzo intero (comune in Spagna, più raro in Portogallo dove quasi sempre lo cuociono già tagliato in fette spesse/listarelle).

conejo en salmorejo Casa Tata, Punta Brava (Tenerife)
Data la brevità del post, dopo aver parlato della carne cabra, voglio citare un altro famoso tipico piatto canario a base di carne è il conejo (coniglio) en salmorejo (praticamente in salmì), quindi con grande uso di vino e spezie, molte delle quali, in questo caso, locali. Mi urge però precisare che questa sugo è concettualmente completamente diverso dai più conosciuti salmorejos andalusi, con in testa quello cordobés (di Cordoba) e famose e apprezzate varianti come la porra antequerana alla quale dedicai specifico post.
I salmorejos peninsulari, così come i gazpachos, sono infatti zuppe fredde sostanzialmente vegetali, con ingredienti molto simili fra loro, che si differenziano però per la densità, molto più corposi i primi (molti sostengono che un cucchiaio debba poter restare in piedi), liquidi i secondi tanto da potersi anche "bere". Ai salmorejos spesso si aggiungono "integrazioni proteiche", come pezzetti di carne (jamon) o pesci (tonno o pesciolini fritti) o uova (sode), ma talvolta si tratta di semplici guarnizioni si superficie per le quali si utilizzano anche olive e verdure crude.

domenica 10 febbraio 2019

11° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (51-55)

Nessuno dei 5 film di questo gruppo mi ha pienamente convinto, nonostante Oscar, Nomination e reputazione di registi e attori. In ognuno di essi ho visto sia pregi che aspetti deludenti, ma almeno sono tutti ben sopra la sufficienza. Essendo più difficile del solito proporli in ordine di preferenza, seguo quello di visione.
   

51  Rumble Fish  (Francis Ford Coppola, USA, 1983) tit. it. “Rusty il selvaggio” * con Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane * IMDb  7,2  RT 72 (complessivo, ma appena 33% dei top critics)
Questo  cast è molto vario e, con il senno di poi, interessante visto che riunisce tanti giovani più o meno esordienti che successivamente si sarebbero fatti strada, come Dillon (19 anni), Cage (19, nipote di Coppola), Chris Penn (18), Laurence Fishburne (22), Mickey Rourke (31 anni, ma ancora a inizio carriera) e i “veterani” (in confronto ai precedenti) Denis Hopper e Tom Waits che si potrebbero considerare eterni ottimi caratteristi.
La sceneggiatura (tratta da un romanzo di S.E. Hinton) non mi è piaciuta per niente e meno che mai la caratterizzazione del personaggio di Mickey Rourke, che già allora si presentava con quell’insopportabile sorrisetto serafico e sornione e parlava con voce calma e suadente.
Di contro, ho trovato piacevolmente originale la regia di Coppola, assolutamente padrone delle scene e delle riprese, che propone interessantissime immagini in bianco e nero nel quale rare volte spiccano il rosso e il blu dei “pesci combattenti” (rumble fish), mentre sembra anche  rendere omaggio all’espressionismo dei muti tedeschi.
Se si sopporta la pochezza della trama e varie interpretazioni a dir poco scadenti, merita certamente una visione.

52  Green Book (Peter Farrelly, USA, 2018) * con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini * IMDb  8,3  RT 82%  *  5 Nomination (miglior film, Viggo Mortensen protagonista, Mahershala Ali non protagonista, sceneggiatura, montaggio)
Non è che sia male, ma direi che le 5 Nomination siano proprio esagerate ... tuttavia, considerando alcuni degli altri candidati, forse giustificate. 
Essendo basato su una storia vera nella quale si intrecciano vari tipi di razzismo, mi sembra che i 3 sceneggiatori si siano fatti prendere troppa la mano trasformandola in una commedia mediocre. Del resto Peter Farrelly ha fatto carriera e soldi con commedie demenziali iniziando con Scemo & più scemo e i più recenti prima di Green Book sono stati il Scemo & più scemo 2I tre marmittoni; Nick Vallelonga (figlio del vero Tony Lip, protagonista del film), nato e cresciuto nel classico ambiente italoamericano del Bronx, si è troppo rifatto ai personaggi della serie TV The Sopranos nella quale il padre interpretava Carmine Lupertazzi; Brian Hayes Currie è appena alla sua seconda sceneggiatura dopo una commedia di poco successo di una dozzina di anni fa (Two Tickets to Paradise, 2006). I tre sono anche i produttori del film insieme con Jim Burke e Charles B. Wessler e con loro sono candidati all’Oscar per il miglior film.  
La storia raccontata in Green Book non può considerarsi un biopic in quanto narra, sommariamente, di appena un paio di mesi durante i quali Tony Lip fu autista e guardia del corpo del pianista afroamericano Dr. Don Shirley. Senza dubbio avrebbe meritato altra sorte ma la sceneggiatura è basata su appunti e lettere di Vallelonga padre e sui ricordi del figlio, che quindi aveva i diritti sul soggetto.
Sia Nick Vallelonga che Brian Hayes Currie (co-sceneggiatori e coproduttori) hanno voluto anche avere un piccolo ruolo nel film. Questo si regge sui due buoni attori protagonisti che tuttavia non offrono prove memorabili, ma molto probabilmente la colpa è dei ruoli caricaturali a loro imposti. Più che onorevole l’interpretazione di Linda Cardellini nel ruolo di Mercedes, la moglie di Tony Lip. Per il resto, risulta evidente che italoamericani immigrati di prima o seconda generazione si contano ormai sulla punta delle dita, sia guardando quelli proposti nel film sia per essersi dovuti affidare ad un attore di origini scandinave nel ruolo principale.
Intendiamoci, il film non è da bocciare, molte delle mie osservazioni mirano solo a ridimensionare le spropositate lodi, le 5 Nomination, i rating eccessivi che addirittura lo pongono  al 135° posto nella classifica dei migliori film di sempre! Almeno su quest'ultimo punto penso chiunque mi dia ragione ... è un’eresia bella e buona!


      

53  Mamá cumple 100 años (Carlos Saura, Spa, 1979) tit. it. “Mamà compie 100 anni” * con Geraldine Chaplin, Rafaela Aparicio, Amparo Muñoz, Fernando Fernán Gómez * IMDb  7,5  *  Nomination Oscar miglior film non in lingua inglese
In effetti è un sequel dell’ottimo Ana y los lobos (Carlos Saura, 1973), ma di gran lunga inferiore. Soliti riferimenti più o meno velati a clero e potere militare ma non c’è da meravigliarsi considerato che si tratta di Saura e che il dittatore Franco era morto appena 3 anni prima e si era in piena “transizione”. Buone le interpretazioni fra le quali spicca quella dell’impareggiabile Rafaela Aparicio, con la solita eccezione di Geraldine Chaplin che, come è noto, era la compagna di Saura ed è opinione comune che solo per tal motivo comparisse nei suoi film. Alcuni personaggi sono ben delineati e qualche gag è ben riuscita, ma poco di più.

54  Last Train from Gun Hill (John Sturges, USA, 1959) tit. it. “Il giorno della vendetta” * con Kirk Douglas, Anthony Quinn, Carolyn Jones * IMDb  7,4  RT 80%
Western dalla struttura molto strana, oserei dire quasi teatrale, trattandosi quasi di un “uno contro tutti”, per di più “fuori casa”.  Gli spari sono pochi e si fanno attendere in quanto  procede fra mille discussioni nell'attesa dell'inevitabile scontro a fuoco conclusivo.
Storia poco plausibile, che viene proposta quasi come una partita di poker fra chi ha buone carte e uno che (almeno in apparenza) bluffa. Non si discutono le capacità di Kirk Douglas e neanche quelle di Anthony Quinn, che fa la sua brava figura, ma è la descrizione della società di Gun Hill che lascia molto a desiderare. Ben girato in un Technicolor  molto luminoso, proposto come al solito con titolo italiano fantasioso, merita una visione se non altro per la sua originalità.

55  Little Miss Sunshine (Jonathan Dayton, Valerie Faris, USA, 2006) * con Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alan Arkin * IMDb  7,8  RT 91%  * 2 Oscar (Alan Arkin non protagonista e sceneggiatura) e 2 Nomination (miglior film e Abigail Breslin non protagonista)
Guardandola come una satira di costume ha qualche pregio ma sembra un’occasione mancata. Come spesso accade, mettendo troppa carne a cuocere, si perdono di vista gli obiettivi principali e quindi l’occasione per essere più incisivi. Limitando le esagerazioni e pur restando nel genere commedia, gli sceneggiatori avrebbero dovuto scegliere per il soggetto un numero limitato di manie o vizi americani: i concorsi, il migliore, il numero 2, il disprezzo per tutti quelli che hanno una vita normale ma, non ottenendo grandi successi, sono definiti losers (perdenti). Invece hanno aggiunto droga, sesso, burocrazia, psicologia e tanto altro e il minestrone è servito. 
Meritava i 2 Oscar? Della sceneggiatura ho già detto, Arkin (che apprezzo) ha fatto molto di meglio. 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

sabato 9 febbraio 2019

Kubrick e le porte di SHINING ... anche i più pignoli sbagliano!?

Un paio di evidenti incongruenze (POSSIBILI SPOILER ... ma chi non ha mai visto Shining?).
Sembra proprio che questo grande regista, che passa per essere stato estremamente preciso e pretendere la "perfezione" da attori e tecnici, in The Shining abbia avuto “problemi” con le porte.

Nella famosa scena “copiata” da Körkarlen (Victor Sjöström, Svezia, 1921, foto sopra, rec. 16/374) in cui Jack (Jack Nicholson) assedia la moglie asserragliata nel bagno e tenta di entrare sfondando la porta a colpi di ascia, si vede chiaramente che rompe solo il pannello dal lato della serratura facendolo cadere quasi completamente (1). Nel controcampo dall’interno, pp della mano, si nota già un lungo pezzo di legno modanato posto in diagonale che un istante prima non c’era (2).
   
Nell’inquadratura successiva (3) si intravedono schegge di legno dell’altro pannello (non colpito) e il pezzo in diagonale è diverso; infine, nel cc 4 mancano entrambe i pannelli, il pezzo di legno è disposto sulla diagonale opposta (di lunghezza “geometricamente” impossibile) e si nota che la parte centrale della porta (integra nella 1) è ampiamente scheggiata.
   
Ciò accade spesso quando di una scena nella quale si distruggono cose, o semplicemente si spostano, si producono infiniti ciack. Nel montaggio, e in particolare nei controcampo, questo tipo di “errori” sono quasi inevitabili.
   
Oltre a ciò, avevo notato anche che nelle scene quasi contemporanee a quella appena descritta, nelle quali si vede la porta che dà sull'esterno, Wendy (Shelley Duvall) esce aprendo (con difficoltà in quanto bloccata dalla neve) una sola anta (11-12). Chi entra poco dopo, apre la stessa appena un po’ di più (13), ma quando vi si avvicina Jack pochi secondi più tardi (14) entrambe le ante sono semiaperte, quasi spalancate.
    
Infine, quando Wendy finalmente esce dal bagno, perché sale per le scale (un paio di piani) chiamando il figlio, sapendo che sta all’esterno? Non avrebbe dovuto precipitarsi fuori sia per cercarlo che per andare incontro alla probabile salvezza? Questo potrebbe non essere un errore, ma per me non ha senso. 
L’unica spiegazione è che nella versione finale del dvd manchi qualche scena che potrebbe giustificare l’insensata ascesa che porta solo alla scoperta della coppia in una camera (in costume da orso). 
Sarò grato a chi mi fornirà qualche illuminazione in merito!

Tutto ciò ovviamente non sminuisce assolutamente la pregevolezza del film ... sono semplici sfizi da “vecchio cinefilo”.

PS - consiglio anche la visione di Körkarlen , uscito in Italia con due diversi titoli: Il carretto fantasma e Il carrettiere della morte