domenica 11 novembre 2018

Scoppio del faro di Punta Campanella: data e dati ufficiali

La ricerca della data esatta dell'evento, iniziata in primavera dopo aver cercato inutilmente notizie certe in loco (Termini e marine di Massa Lubrense), aveva dato i primi frutti quando il Comando Zona dei Fari e dei Segnalamenti Marittimi di Napoli mi comunicò che L’incendio ed il successivo scoppio presso l’infrastruttura in argomento è avvenuto il mattino del 6 agosto 1969 e, considerato che avevo anche chiesto se ci fossero notizie dell’inizio attività del faro, avevano aggiunto: ... il faro è stato attivato a cura del Regno delle due Sicilie nel 1848 su un fabbricato a due piani già esistente.
Come si evince dai post del 9 maggio 2018 (Mercoledì 6 agosto1969: scoppio del faro di Punta Campanella) e dal successivo dell'11 maggio (Spesso accade che la memoria inganni ... scoppio faro Campanella), rimasi dubbioso, in particolare per il fatto di non aver trovato sui quotidiani dell'epoca alcuna notizia in merito. 
Convinto che un ricercatore debba affidarsi ad almeno due fonti (congruenti) per accertare un episodio, in calce al secondo dei suddetti post scrissi:
Non essendo giunto ad un punto fermo, e fino a prova contraria, continuo a prendere per buona la data fornita da Marifari, unica fonte scritta in mio possesso, ma continuerò a cercare un riscontro, possibilmente inconfutabile.
Così cominciai a seguire altre piste contattando vari settori della Marina Militare, dai quali ho sempre ricevuto pronte risposte anche se, il più delle volte, mi rimandavano ad altro ufficio. 
Finalmente, a fine luglio, entrai in contatto con il personale della Direzione fari e segnalamenti del Comando Logistico della Marina Militare che mi assicurò che avrebbero eseguito le dovute ricerche (abbastanza complesse) della documentazione richiesta e mi avrebbero fornito i dati richiesti. 
A fine ottobre (mentre ero all’estero, il che spiega il ritardo nella pubblicazione di quanto segue) ho avuto la gradita sorpresa di ricevere un lungo messaggio con una serie di informazioni, sia storiche che strettamente tecniche, "estratte dal notiziario cartaceo in uso fino ai primi anni 2000 da dove si evincono tutte le modifiche occorse al segnalamento fin dalla sua attivazione da parte del Regno delle due Sicilie nel 1848”, che qui riassumo:
  • 1915: trasformato dalla Marina Militare da luce a petrolio a luce intermittente con APD (Acetilene a Produzione Diretta da carburo di calcio);
  • luglio 1965: trasformato da APD ad IE/AD (Impianto Elettrico/Acetilene Disciolto) con il cambio dell’ottica da OF-375 (Ottica Fissa da 375 mm. di diametro) a TD-500 (Tamburo Diottrico da 500 mm. di diametro) e conseguente potenziamento in portata luminosa;
  • dicembre 1967: variata la caratteristica luminosa;
  • 27 marzo 1969: a seguito del crollo di due solai, il fabbricato del faro viene dichiarato pericolante, portando al ritiro del personale ed al divieto di accesso;
  • 14 aprile 1969: a seguito dei lavori di puntellamento, viene concesso l’accesso al faro limitatamente alla zona puntellata e viene ripristinato il funzionamento con lampeggiatore semplice ad acetilene disciolto e valvola solare per l’economizzazione del gas;
  • 13 giugno 1969: viene installato il LEA (quadretto stagno con dispositivo di accensione e spegnimento automatico del fuoco) per garantire il funzionamento della sorgente IE, provvisoriamente su Torre Minerva; a seguire viene spento ed attivato il nuovo fuoco su traliccio in ferro;
  • mattino del 6 agosto 1969: esplosione del faro verificatasi a seguito di un incendio sviluppatosi all’interno della lanterna, poi propagatosi nei locali sottostanti provocando l’esplosione di 5 bombole cariche di acetilene disciolto;
  • gennaio 1974: il traliccio è stato pitturato a fasce bianche e nere;
  • dicembre 1977: il fuoco è trasformato ad alimentazione a propano;
  • 1988: rinnovato con impianto elettrico a pannelli fotovoltaici lampada bi-filamento e lampeggiatore automatico;
  • 2014: ammodernato con quadro automatico di telemonitoraggio e lampeggiatore a LED.
fonte: Direzione fari e segnalamenti del Comando Logistico della Marina Militare.

Considerato che queste ultime notizie corroborano quella precedentemente fornita da Marifari, si può affermare che non ci siano dubbi in merito alla data dell'evento. Tuttavia, a puro titolo di curiosità personale, continuerò a cercare in emeroteca notizie pubblicate in merito all'episodio in questione e fra i privati altre foto che, da qualche parte, sono convinto che esistano.
scansione da “Portolano del Mediterraneo” (volume 1b, Basso Tirreno, pag. 108)

sabato 10 novembre 2018

Gastronomia messicana, qualche novità e i tradizionali mole


Oltre a scegliere più volte piatti con contorno dei miei amati chilaquiles e mangiare un ottimo alambre (carne con peperoni, cipolla e formaggio) ho sperimentato vari nuovi piatti fra i quali rajas de chile poblano (peperoni, cipolla e formaggio, con mais opzionale - foto a sx), nopales fritti (palette di fico d'india, tecnicamente cladodi - non sono foglie), varie insalate con originali combinazioni come mirtillo palustre rosso, noci e formaggio, o chiles güeros  (peperoni oblunghi chiari -  talvolta piccanti), formaggio panela e verdura cruda, e, soprattutto, ho trovato un buon mole poblano (negro).
Penso valga la pena spendere qualche parola in più in merito ai mole in genere, varietà pressoché infinita di salse, dalle ricette tutt'altro che definite. 

I più famosi sono il mole verde, il poblano (di Puebla) e il negro, ognuno con le sue varianti che si distinguono per la predominanza o l’aggiunta di uno o più degli oltre 20 ingredienti di ciascuno di essi, alcuni sempre presenti. 
Quasi tutti includono almeno 4 tipi di peperoni (qualcuno piccante), aglio, cipolla, sesamo (ajonjolí), estratto di canna da zucchero (piloncillo), arachidi (cacahuates), cannella, chiodi di garofano, pepe nero, pomodori, anice, uva passa, mandorle, tortilla, banane (platano macho - tipo utilizzato in cucina e non come frutta - foto a sx), nocciole, brodo di pollo, semi di zucca, strutto o olio, coriandolo e cioccolato.
Ricordo che nel corso del mio viaggio dell'83, nei mercati di qualunque città o pueblo, specialmente a sud della capitale, c'erano una varietà di contenitori pieni dei diversi tipi di mole che emanavano effluvi inebrianti. Non c'era un solo punto di ristoro che non servisse almeno un mole. 
La settimana scorsa ho mangiato un ottimo pollo con mole poblano negro, con predominanza di cacao, ovviamente accompagnato da tortillas, fagioli e crema (panna acida). Nella maggior parte dei casi si presenta come una massa molto densa, pastosa, e talvolta come un semplice misto di spezie macinate. 

Se ben preparato la predominanza di turno è lieve e il sapore complessivo è chiaramente unico, derivando da tanti diversi ingredienti. Tutti i mole sono senz'altro da provare a meno che non siate allergici a uno dei tanti ingredienti o di quelli che anche nei posti più esotici mangiano pizza e pasta (carbonara e bolognese sono ormai in quasi qualunque menù per turisti) rifiutando qualsiasi nuova esperienza culinaria.
Le foto dei mole sono state scattate negli spazi esterni del Museo de las Cuturas Populares a Coyoacàn, che accoglievano tanti stand riservati ai cibi tradizionali in occasione dei giorni festivi del Dia de Muertos, il che spiega la presenza dei teschi (di zuuchero).

giovedì 18 ottobre 2018

Fra tanti film sconosciuti se ne trovano sempre di interessanti

Mi sono imbattuto nell'ennesima lista di 100 migliori film, in questo caso ibero-americani.
Nel lungo ed articolato, sommariamente analitico preambolo, l’autore mette in risalto i pro e i contro di questa classifica del 2009, comuni a tante altre liste. Attenendosi strettamente alla logica, per determinare “il miglior film” (assoluto, di un tale genere, paese, anno o regista che sia) uno dovrebbe averli visti tutti, cosa praticamente impossibile a meno di insiemi molto ridotti. Ed anche in casi come questi (p. e. per quanto mi riguarda ho visto tutti i 13 film diretti da Kubrick e anche i 30 e passa di Buñuel) comunque resterebbe la soggettività di giudizio e anche se un certo numero di persone potrebbero trovarsi d’accordo sui primi 3 o 4, ma quasi sicuramente l’ordine dei rimanenti sarebbe diverso.
Pertanto, come a tutte le altre migliaia di liste delle/dei migliori 10-100-1000 film, cibi, vini, spiagge, paesi, ristoranti, fondi d’investimento, cellulari, ... si potrebbe continuare all’infinito, anche questa va presa molto con le pinze ma ha l’indubbio vantaggio di far conoscere titoli mai sentiti neanche nominare e farne ricordare altri di cui si era persa la memoria. Sta al cinefilo “ricercatore” approfondire ed indagare “l’ignoto” e molto probabilmente ne otterrà spesso giuste ricompense, anche se inframezzate da qualche delusione.
Non meraviglia che la parte del leone la faccia la Spagna con 22, seguita dal Messico con 17 e Argentina con 13. Può sembrare strano che Brasile e Cuba (una dozzina a testa) siano così vicini all’Argentina (in linea di massima con una migliore storia cinematografica) ma si devono considerare il numero dei votanti ed il fatto che poco o niente sia giunto in Italia da tali paesi. I titoli inseriti per i 5 suddetti paesi rappresentano  i 3/4 del totale. 
In questo caso, il primo della lista è Memorias del subdesarrollo (Tomás Gutiérrez Alea, Cuba, 1968 - Memorie del sottosviluppo), seguito dai ben più noti El laberinto del fauno (Guillermo del Toro, 2006), Los olvidados (Luis Buñuel, 1950) e  Cidade de Deus (Fernando Meirelles, 2002).
      
Conoscendo già quasi tutti i film spagnoli e messicani (me ne mancano 2 su 39) e 9 dei 13 argentini, ho cominciato a colmare le mie lacune per quanto riguarda la cinematografia brasiliana e ho subito recuperato 3 film (rispettivamente all’8°, 34° e 76° posto della succitata classifica, clicca sui titoli per le micro-recensioni) giunti a loro tempo in Italia in quanto pluripremiati nei più titolati festival internazionali:
Central do Brasil (Walter Salles, Bra, 1998) tit. int. Central Station * 2 Nomination Oscar (miglior film non in lingua inglese, Fernanda Montenegro protagonista) * a Berlino Orso d’Oro e Premio ecumenico per Walter Salles, Orso d’Argento a Fernanda Montenegro * Golden Globe miglior film non in lingua inglese, Nomination per Fernanda Montenegro
Bye Bye Brasil (Carlos Diegues, Bra, 1979) * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Tropa de elite (José Padilha, Bra, 2007) tit. it. Gli squadroni della morte * Orso d’Oro a Berlino per José Padilha
      
Mentre mi accingo a guardare un'altra decina di quelli che sono riuscito a recuperare fra i "mi mancano", vi invito a dare almeno un'occhiata ai titoli inclusi nel post Las 100 mejores películas iberoamericanas de la historia.

venerdì 12 ottobre 2018

Salvador Dalì nel Museo Reina Sofia di Madrid

Avendo già parlato sommariamente del Prado, eccomi al (Museo Nacional Centro de Arte) Reina Sofia di Madrid nel quale la star, per i miei gusti, è fuor di dubbio Salvador Dalì (1904-1989). Artista prolifico ed eclettico, personaggio emblematico del surrealismo, è stato non solo pittore, ma anche scenografo, bozzettista, scultore (autore di pregevoli fusioni in bronzo), fotografo e sceneggiatore (coautore dei famosissimi primi due film di Luis Buñuel: Un chien andalou e L’age d’or). Credo di non aver visto ancora un suo dipinto, scultura, disegno, fusione che non mi abbia conquistato, indipendentemente dal pensare di aver compresa o meno l'opera, anzi, meno la capisco e più mi affascina.
Le immagini che propongo in questo blog sono automaticamente ridotte, quindi, se volete apprezzare al meglio questi dipinti (tutti esposti al Reina Sofia), dovrete cliccare sul titolo per ottenerle in alta definizione.

Visage du Grand Masturbateur (Face of the Great Masturbator)  1929 
Un ottimo esempio di ciò e questo Il grande masturbatore, dipinto che suggerisco di osservare con attenzione in ogni sua parte.
Il non esperto ma attento e curioso osservatore (come lo sono io) si potrà chiedere com'è effettivamente composto il volto, qual è il significato della cavalletta e delle formiche, della testa di cane (?) che spunta quasi sotto l'ascella della donna (?) con un fiore (?)  sotto al  collo, delle varie conchiglie una delle quali è parte integrante di una colonna di pietre in bilico, dei due che si abbracciano ma chi è di spalle sembra di roccia, e dell'altra figura che si allontana?
Effettuando una ricerca si troveranno certo molte risposte e interpretazioni spesso contrastanti ... forse, dico forse, una di queste rispecchia le vere intenzioni dell'artista, ma potrebbero anche essere tutte fantasie di critici.
Sono oltre 100 le opere di Dalì esposte al Reina Sofia, di generi molto diversi e di epoche che vanno dagli anni '20 come il ritratto fatto all'amico Luis Buñuel  (1924, sotto a sx) agli '80. 
   
 a destra: Los esfuerzos estériles (Sterile Efforts) 1927-28 
    
La mémoire de la femme-enfant (The Memory of the Woman-Child) 1929, a sx
L'homme invisible (The Invisible Man) 1929, a dx
   
The Enigma of Hitler (1939, a sx) e Cama y dos mesitas de noche atacando violentamente a un violonchelo (Bed and Two Bedside Tables Violently Attacking a Violoncello) 1983, a dx

Nella maggior parte dei suoi lavori, quando penso di essere riuscito a rendermi conto del tutto, scopro sempre altri particolari minimi eppure senz’altro significativi (è impensabile che le abbia inserite per caso), figure orientate diversamente dalle altre e quindi non immediatamente leggibili, disegni dentro altri disegni come scatole cinesi.

Le foto scaricate dal sito ufficiale del museo, nel quale potrete trovare l’intera collezione permanente.

giovedì 11 ottobre 2018

Al Prado di Madrid, come in tanti altri musei, è inutile scattare foto

Come mio solito, nel corso dei miei viaggi, oltre a girovagare (talvolta senza una meta precisa) ed ad andare al cinema, visito musei di ogni tipo, in particolare quelli d'arte, storia naturale, antropologia, archeologia, tecnologia e quelli di nicchia se il tema è di mio interesse. 

Per fortuna di tutti gli amanti dell’arte (anche se sembra che molti non se ne rendano conto) la maggior parte dei migliori musei mettono a disposizione degli utenti perfette foto a buona/alta definizione di quasi tutte le collezioni. L’idea è quella di far visitare tali musei in modo virtuale stando comodamente a casa, di poter notare dettagli che perfino dal vivo non si riescono ad apprezzare, limitare il numero di “fotografi d’arte dilettanti” che si piazzano davanti al dipinto con smartphone e macchine fotografiche, indipendentemente dal fatto se sia ufficialmente consentito o meno.
Ieri è stato il turno del ben noto Prado di Madrid dove ho potuto ammirare ulteriori opere di pittori che apprezzo in modo particolare, come Hieronymus Bosch (1453-1516, in Spagna noto col nome El Bosco), Pieter Bruegel il Vecchio, El Greco, insieme con altri dipinti che hanno attirato la mia attenzione.
Ho potuto così apprezzare El jardin de las delicias (foto di apertura), uno dei dipinti più noti di Bosch, ma c'erano anche il Carro di fieno, uno dei vari Tentazioni di Sant'Antonio, il tavolino dei Peccati capitali (foto a sinistra).
Di El Greco (1541-1614), si trovano molte opere fra le sue migliori o più note. Piaccia o non piaccia, il suo stile si distingue nettamente da quello dei suoi contemporanei per i colori vivi e contrastanti (gialli, verdi, arancio, blu, rossi) e i volti affilati delle persone come si può vedere nei seguenti dipinti: Adoracion pastores e Trinidad.
     
Fra i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio si fa notare il Trionfo della morte.

Al Prado mi sono anche imbattuto in dipinti singolari, di autori a me assolutamente  sconosciuti. Fra essi hanno attirato la mia attenzione il molto insolito Las ciencias y las artes, dipinto nel quale Adriaen van Stalbent mette a confronto chi verso la fine del XVI secolo si dedicava alla distruzione di opere d'arte (iconoclastia della Riforma protestante) e chi alla ricerca scientifica (vedi le due foto di dettaglio più in basso).

   
Sono anche venuto a conoscenza dell'esistenza dello stile ispano-fiammingo, incuriosito da questo originale San Michele arcangelo (Maestro de Zafra, fine XV sec.), rappresentato mentre si appresta ad uccidere il dragone, contornato da un nugolo di altri piccoli e molto fantasiosi draghetti e angeli. Divertente nella sua creatività e semplicità (oserei dire ingenuità), ma niente a che vedere con i maestri fiamminghi.

Ricordo a tutti che a partire da questa pagina del sito ufficiale del Prado, si possono trovare quasi tutte le opere esposte. Sono immediatamente proposti gli artisti più importanti, tutti gli altri si trovano elencati in ordine alfabetico e, cliccando sul loro nome, si accede alla pagina con i link alle foto.
Con questo sistema non solo si potrà esaminare accuratamente ogni singola opera guardandola nella sua interezza e ingrandendone i particolari, ma si potranno anche scaricare gratuitamente i file in alta definizione. 

Tante volte neanche stando davanti ad un dipinto si riescono ad apprezzare i piccoli dettagli che invece si possono scoprire osservandone l'immagine digitale.

domenica 30 settembre 2018

Ingegnoso adattamento di un gioco delle feste di piazza

Da buon cinefilo, ho sempre guardato i film anche per quanto mostravano della vita quotidiana di tempi e luoghi distanti, includendo cibi e loro preparazione, feste, riti, tradizioni e giochi popolari. In particolare questi mi hanno sempre appassionato e attirano la mia attenzione per mantenersi simili nei secoli e a migliaia di chilometri di distanza. Proprio pochi mesi fa scrissi del gioco Cavallo cavallo mantieneme ‘ntuosto, già rappresentato in un dipinto di Bruegel nel lontano 1560 e al quale in Corea sono stati addirittura dedicati monumenti.
Questo post nasce invece dall’essermi imbattuto in una geniale variante di un gioco popolare, per lo più estivo, praticato nelle feste di piazza dalle mie parti: ‘a mazza ‘int ‘o purtuso (lett. la mazza nel buco, italianizzato come "gioco del bugliolo"). 
Nel film Peppermint frappé (Carlos Saura, Spa, 1967) due amici d’infanzia si ritrovano dopo vari decenni e tornano nella residenza estiva di uno dei due, circondata da un ampio parco. Mentre ricordano i tempi andati, viene inquadrata l'insolita struttura della foto in basso, penso misteriosa per chiunque. 

Poche scene più in là l’arcano è svelato quando Pablo (Alfredo Mayo) decide di utilizzare di nuovo il marchingegno per dimostrare la sua bravura, dopodiché toccherà a Julián (José Luis López Vázquez), sempre sotto lo sguardo fra il divertito e l’eccitato di Geraldine ChaplinGuardate il video per capire come funzionava e come va a finire ... nonché le allusioni, esplicite nel nome popolare del gioco.

A maggior chiarimento, riassumo il funzionamento del "diabolico marchingegno": una sedia è fissata su binari che, dal punto di partenza, prevedono una discesa per farle prendere velocità e una breve risalita per frenare dolcemente la "corsa". Al termine c'è una sagoma rigida basculante con un piccolo foro nella parte bassa, nel quale deve essere infilata una qualunque asta, diretta da chi sta sulla sedia. Sulla testa del fantoccio è sistemato contenitore d'acqua che quindi si rovescia sulla testa di chi non centra il bersaglio e invece colpisce la sagoma.
In questo modo non c'è bisogno di essere portati sulle spalle da qualcuno (come nel gioco popolare) e oltretutto si può anche evitare di riempire di acqua il contenitore, eliminando a priori la possibilità di bagnarsi ... ma ovviamente ciò significa barare e per di più si perde il thrill del rischio!
Per saperne di più in merito alla mazza ‘int ‘o purtuso , ecco invece il testo estratto dal mio libro sui giochi di strada proposto in formato pdf.  

lunedì 17 settembre 2018

Peliculas “cabareteras” (o “rumberas”) da non perdere

284 Salón México (Emilio Fernández, Mex, 1949) * con Marga López, Miguel Inclán, Rodolfo Acosta * IMDb  7,6 * sceneggiatura: Emilio Fernández e Mauricio Magdaleno * direttore fotografia: Gabriel Figueroa

285 Víctimas del pecado (Emilio Fernández, Mex, 1950) * con Ninón Sevilla, Tito Junco, Rodolfo Acosta * IMDb  7,7 RT  86% * sceneggiatura: Emilio Fernández e Mauricio Magdaleno * direttore fotografia: Gabriel Figueroa

286 Aventurera (Alberto Gout, Mex, 1950) * con Ninón Sevilla, Tito Junco, Andrea Palma, Miguel Inclán * IMDb  7,6  RT  81% * sceneggiatura: Álvaro Custodio, Alberto Gout e Carlos Sampelayo * fotografia: Alex Phillips
      
Post triplo per trattare, più che dei film in questione, del genere cabaretera e rumbera, che si può considerare un settore specifico del noir. Musica e danza sono sempre state attività molto amate dai messicani ed in particolare negli 30-50 il numero dei locali da ballo era veramente notevole variando dai cabaret e night di lusso con tanto di orchestra in costume e palco con ricche scenografie, alle cantine "equivoche" con pochi musicisti, talvolta una/un cantante e tante taxi girl. In ogni caso in queste sale giravano quindi soldi, spesso tenti e molte volte di provenienza illecita, persone che spendevano i loro pochi soldi per bere e ballare con una ragazza, veri criminali e delinquenti di bassa lega, protettori e chi più ne ha più ne metta. Su queste basi gli sceneggiatori potevano quindi costruire tante trame diverse, raramente ripetitive e l’azione veniva intervallata con vari pezzi musicali, danze spesso caraibiche e, budget permettendo, canzoni interpretate da guest star che quindi interpretavano sé stessi; contano molte apparizioni Pedro Vargas e Agustin Lara (talvolta anche in qualità di attori).
Per dare un’idea del successo e della qualità di questo genere prettamente messicano, si deve ricordare che nella classifica dei migliori film messicani stilata nel 1994 da 25 esperti, Aventurera (una sua famosa scena nella foto a sx) compare al 4° posto, Víctimas del pecado al 20° e Salón México al 28°. Non c’è da meravigliarsi quindi del fatto che anche registi apprezzati come Emilio Fernández si cimentassero in tale settore, avvalendosi oltretutto di buoni attori e ottima fotografia. Nella fattispecie, gli ultimi due sono diretti proprio da Fernández con fotografia di Gabriel Figueroa, il più famoso direttore della fotografia messicano, oltre 200 film diretti dai migliori registi dell’epoca, apprezzato anche a Hollywood, Nomination Oscar per The Night of the Iguana (John Huston,1964).
Questi tre film hanno molti elementi in comune; oltre che per regia e fotografia, anche per quanto riguarda il cast proponendo per due volte la ballerina cubana Ninón Sevilla come protagonista e per due volte (in diverse combinazioni) i violenti e cattivissimi Tito Junco e Rodolfo Acosta, l’ottimo caratterista mestizo Miguel InclánPedro Vargas che in Aventurera canta anche due volte alcune strofe della canzone omonima, mentre in Víctimas del pecado si esibisce con Pecadora, entrambe composte dal mitico Agustin Lara. 
Dei tre Salón México (che si svolge per lo più in locali di basso livello) è il primo ottimo approccio di Fernández con il genere mentre trovo il suo secondo (nel quale un bambino gioca un ruolo fondamentale) un po’ troppo melodrammatico-strappalacrime; al contrario, penso che Aventurera sia effettivamente di livello molto superiore e meriti di essere in cima alla classifica sia per l'ottima sceneggiatura, che per la fotografia di Alex Phillips (canadese trapiantato in Messico, circa 200 film al suo attivo) probabilmente secondo solo al già citato Figueroa, i pezzi musicali, le interpretazioni e per la regia di Alberto Gout.
Come detto, la storia originale di Álvaro Custodio è particolarmente buona (adattata poi da lui stesso insieme con Alberto Gout e Carlos Sampelayo) ed è un capolavoro di intrecci, sorprese, twist, incontri casuali e ritorni, conditi con ricatti, vendette, tratta di ragazze, sparatorie e accoltellamenti, rapine, incarcerazioni, in un vero vortice di avvenimenti che nella seconda parte includono anche molta “vendetta psicologica”.
A dimostrazione di quanto sia apprezzato questo genere (erroneamente e superficialmente giudicato secondario da alcuni) la Cineteca Nacional Mexico tre anni fa gli dedicò un intero corso approfondito (non una semplice retrospettiva, ecco il programmadedicando particolare attenzione proprio ai tre film citati in questo post.
Víctimas del pecado è stato proposto nella rassegna Cinema Ritrovato 2016 (vai al post di Lapo Gresleri), gli altri due sembra non siano mai giunti ufficialmente in Italia.
   
screenshot da  Salón México

   
screenshot da Víctimas del pecado
   
screenshot da Aventurera

sabato 1 settembre 2018

“Mean Streets“, Martin Scorsese e Robert De Niro insieme per la prima volta

Mean Streets segna l’inizio della collaborazione fra questi due mostri sacri della nuova Hollywood che fino ad allora avevano prodotto poco e non sempre di buona qualità. Nello stesso anno De Niro, dopo una decina di B-movies sotto la sufficienza,  si era appena fatto apprezzare nel suo primo film di un certo livello Bang the Drum Slowly (di John Hancock). Scorsese era invece alla sua terza regia dopo Who's That Knocking at My Door (1967, aka I Call First) e Boxcar Bertha (1972), discreto il primo insufficiente il secondo. 
   
Robert De Niro e David Proval *** Harvey Keitel e Richard Romanus
262 “Mean Streets“ (Martin Scorsese, USA, 1973) tit. it. Domenica in chiesa, lunedì all'inferno” * con Robert De Niro, Harvey Keitel, David Proval, Cesare Danova, Richard Romanus, George Memmoli
IMDb  7,4  RT 96% * presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 1974 e riproposto nel 2018

Insieme con Taxi Driver (1976), questo esordio dell’eccezionale duo resta uno dei miei preferiti, pur essendo molto meno conosciuto. Lo trovo molto più originale, autobiografico, spontaneo, con un casting perfetto, così come la scelta delle location. I set quasi non esistono, l’edificio nel quale sono state girate tante scene (per le scale, ingresso, retro, tetto) era quello dove abitava la madre di Scorsese, che oltretutto compare in una scena e parla (sgrida i due che litigano) in italo-siciliano. Quasi tutti i protagonisti parlano con un forte accento, in particolare quando discutono fra di loro, oltre ad utilizzare tanto slang; ci sono anche vari dialoghi in italiano e tante parole dialettali napoletane o siciliane inserite in frasi in inglese. Questo più degli altri è un film da guardare in versione originale, meglio se con l’aiuto dei sottotitoli americani per i tanti termini desueti o propri di quell’ambiente. Facendolo, si noterà anche che la voce che nei primi secondi del film - a schermo ancora nero - declama i pensieri di Harvey Keitel in chiesa non è la sua bensì quella di Martin Scorsese.
   
Harvey Keitel in chiesa ***  Harvey Keitel e Cesare Danova
Una ricca (sia per quantità di pezzi, che qualità ed eterogeneità) colonna sonora accompagna i protagonisti ricreando alla perfezione l’ambiente delle comunità italoamericane, come ben noto composte soprattutto da meridionali, ed in particolare quella di Little Italy in periodi festivi. Infatti gli eventi narrati si svolgono proprio lì nei giorni della festa di San Gennaro e i suonatori della banda sono quelli veri, dai volti ed espressioni incredibili, direi affascinanti. Quindi, a cominciare da uno dei caratteristici e tradizionali canti a figliola (clicca qui per ascoltarlo) che i pellegrini che si recavano al Santuario della Madonna di Montevergine (AV), una delle tante Madonne nere, in Campania soprannominata Mamma Schiavona, intonavano lungo il cammino, si ascoltano tante arie napoletane conosciutissime anche all’estero quali Scapricciatiello, Malafemmena, Maruzzella, Munastero ‘e Santa Chiara. Questo argomento della festa e della religiosità in particolare (che mal si lega allo stile di vita dei protagonisti) è parte essenziale del film e dà un senso al titolo italiano. A questa parte etnica si sommano famosi brani pop di vario genere, fra i quali Be My Baby eseguito dalle Ronettes (l'unica girl band invitata ad esibirsi con i Beatles), Jumpin' Jack Flash dei Rolling Stones, il ritmo latino di Ray Barretto con Ritmo sabroso.
Oltre alle riprese nel corso della festa, soprattutto astanti e banda di ottoni, nel cast compaiono tanti caratteristi, vari dei quali in questo film hanno dato il meglio di sé forse proprio per sentirsi a proprio agio interpretando tipologie personaggi che avevano conosciuto o almeno visto chissà quante volte. Molti erano amici di Scorsese ed erano cresciuti in quell’ambiente o in simili comunità come quelle degli italoamericani di Brooklyn o Queens.
   
Su tutti spicca Richard Romanus (alla guida nella foto a dx) che senz’altro molti conoscono solo per questa sua ottima interpretazione di Michael, il piccolo ras-usuraio che tenta disperatamente di esigere quanto De Niro gli deve in un crescendo di minacce da parte sua, di bugie da parte di Johnny Boy, di rassicurazioni pacificatorie da parte di Charlie (Harvey Keitel). Ma c’è anche Cesare Danova, italiano che dopo una lunga e per niente disprezzabile carriera in gro per il mondo sarà comunque probabilmente ricordato per la sua interpretazione del “padrino” Don Giovanni Cappa (zio di Charlie/Keitel) e, forse, per la sua ultima apparizione in un altro film cult, seppur di tutt’altro genere, nei panni del sindaco corrotto Carmine DePasto in Animal House (John Landis, 1978).
La già radicata passione di Scorsese per il cinema risulta evidente per i tanti poster inquadrati qua e là, le classiche insegne luminose sull’ingresso dei cinema con titoli e interpreti dei film, una serata al cinema a guardare The Searchers (aka “Sentieri selvaggi”, di John Ford, 1956, per caso visto un paio di giorni fa), una scena di The Tomb of Ligeia (1964, di Roger Corman, con Vincent Price) e una di The Big Heat (1953, famoso noir di Fritz Lang) in parte simile al finale del film.
 
Nota personale: sbarcai per la prima volta a New York il 13 settembre 1985, in pieno periodo della festa di San Gennaro (19 settembre) e queste sono due immagini dal film (a colori) e due miei scatti in b/n. Noterete che altarino e luminarie dopo una dozzina di anni erano sono uguali.
   
Tempo fa pubblicai un post in merito alla mia seconda visita a New York, nel corso della quale non mancai di tornare in quei stessi luoghi trovando però ben poche tracce della "vecchia Little Italy" ... anche lì ormai imperversano cinesi e russi.