lunedì 30 novembre 2020

Neofiti, siete invitati a percorrere i sentieri battuti

Non ho potuto fare a meno di notare decine di nuove tracce lungo il sentiero, varianti improvvisate al di fuori del percorso indicato dai segnavia CAI. Queste varianti non solo confondono gli escursionisti ma danneggiano principalmente la flora …

Così scriveva Luigi Esposito (Guida Escursionistica professionista) un paio di mesi fa e la situazione, già assolutamente reale all’epoca, è poi ulteriormente peggiorata ed è quindi certamente da prendere in seria considerazione.

Pare che i lockdown abbiano spinto tante persone che non hanno mai “camminato” in vita loro a cominciare a passeggiare anche per varie ore. Ciò, se da un lato è notizia più che positiva, da un altro punto di vista sta cominciando a creare problemi lungo alcuni sentieri. Infatti, molti neo-camminatori si avventurano lungo percorsi escursionistici a loro sconosciuti non tanto attratti dalle bellezze naturali, ma per sfuggire a possibili (in effetti improbabili) controlli da parte delle forze dell’ordine.

 

Non conoscendo il territorio, non avendo alcuna esperienza e non sapendo neanche cosa sono i segnavia (foto sopra), molti di loro abbandonano i sentieri battuti ed in buona parte segnati e vagano a casaccio lungo i pendii, dovunque la vegetazione e le rocce lo consentano. Di conseguenza passa oggi e passa domani, casomai in gruppo, pur involontariamente si creano nuove tracce che - come scriveva Luigi riferendosi al crinale della Campanella - svieranno i prossimi “vagabondi” e, oltre a confonderli, potrebbero anche condurli in luoghi non adatti alle loro capacità o alle loro attrezzature (in particolare le calzature).

Non da ultimo, e specialmente fino alla primavera, molti considerano tutto “semplice erba”, per loro calpestabile (“ma danneggiano principalmente la flora …”), senza tener conto che fra quella distesa più o meno verde ci sono anche tanti germogli delle piante portatrici dei fiori che poi tutti vogliono ammirare in primavera ed estate.

domenica 29 novembre 2020

micro-recensioni 401-405: trilogia di Estrada e doppio Gondry

Nonostante il suo successo di critica e di pubblico, trovo che Se mi lasci ti cancello (titolo più idiota e fuorviante non si poteva trovare) sia il peggiore di questo gruppo, superato anche dall’altro film dello stesso regista, un assoluto nonsense, ma con alcune trovate veramente originali e prese in giro dell’industria del cinema e derivati. Chiaramente, le mie preferenze vanno alle tre comedias negras di Luis Estrada che con grande sarcasmo e ironia affronta tre “problemi sociali”, solo in parte tipicamente messicani: politica, narcos e potere della televisione. Comincio quindi con queste, tutte interpretate da Damián Alcázar e più che raccomandate, parlandone in ordine cronologico non avendo preferenze.

  

La ley de Herodes (Luis Estrada, Mex, 1999)

Per comprendere il valore politico di questo film è indispensabile sottolineare che in Messico da oltre mezzo secolo governava sempre ed esclusivamente il PRI (Partido Revolucionario Institucional) e La ley de Herodes è una chiara e feroce satira contro tale partito, anche se si presentano eventi ambientati a metà secolo. Le elezioni erano previste per l’anno successivo e il potere aveva allentato un poco la censura, applicata in vari modi, e così le riprese andarono avanti. Quando i burocrati si resero conto dei contenuti, tentarono di bloccarlo ma era già troppo tardi in quanto gli stessi erano già di dominio pubblico. Non pochi sostengono che l’uscita di questo film contribuì in modo sostanziale alla sconfitta elettorale del PRI nel 2000. Venendo alla storia, questa segue l’ascesa politica di un funzionario di quarta categoria che inizialmente viene inviato in un desolato villaggio sperduto nel deserto, per sostituire l’ennesimo alcalde appena fatto fuori dalla folla inferocita. Da quel momento in avanti Vargas (il protagonista, interpretato da Damián Alcázar) dovrà vedere come gestire i difficili rapporti con il parroco, l’opposizione, la tenutaria del bordello, un americano nonché con gli abitanti, per lo più poveri. Nelle due ore del film Vargas cambierà molto, fra pistolettate, omicidi a sangue freddo, ricatti, adulteri e vari divertenti colpi di scena.

El infierno (Luis Estrada, Mex, 2010)

Anche in questo caso il personaggio intrepretato da Damián Alcázar cambierà molto dall’inizio alla fine, passando dall’essere un emigrato di ritorno da USA con un pugno di mosche al far parte di un gruppo di narcos. C’è molta più violenza rispetto al film precedente, ma la satira sta nel modo in cui vengono presentati i vari personaggi, un’esagerazione di tutti gli stereotipi più comuni che, come tutti gli stereotipi, hanno solide basi nella realtà. Si vedono armi in quantità e di tutti i tipi, torture, tradimenti, agguati, vendette, lodi e droga a palate, cimiteri con cappelle monumentali e chi più ne ha più ne metta. I più sensibili potrebbero essere infastiditi da tanta violenza (comunque sfacciatamente finta) ma il titolo mi sembra un più che chiaro avvertimento. Anche la scelta del cast è ottimale e fra tutti si distingue il simpaticissimo e bravo Joaquín Cosio.

La dictatura perfecta (Luis Estrada, Mex, 2014)

Qui quasi tutte le critiche sono rivolte al modo in cui le reti televisive gestiscono le notizie, focalizzandosi su alcune e facendo praticamente scomparire altre socialmente ben più importanti. C’entra anche la politica, con ricche mazzette e cruente rese dei conti, ma tale gruppo sembra quasi meno colpevole dei produttori tv, forse perché nell’immaginario collettivo i politici sono tutti degli imbroglioni e le verità sono quelle trasmesse nei telegiornali. Trovo eccellente il modo in cui vengono mostrati i metodi di presentare le notizie o addirittura falsificarle. Anche in questo caso chi veniva criticato (una emittente che inizialmente supportò la produzione) tentò poi di boicottare l’uscita del film. Singolari e geniali anche le incredibili dichiarazioni politicamente scorrette del Presidente della Repubblica che all’ambasciatore USA dice: “Se aprirete la frontiera a tutti i miei compatrioti, potremo fare qualunque tipo di lavoro, inclusi quelli che neanche i negri vogliono fare”. Ho notato un singolare punto di contatto fra questo film e La ley de Herodes ma non sono riuscito a trovare alcuna spiegazione o commento in merito. In entrambe i film il protagonista si chiama Vargas e il suo oppositore politico Morales; mi sembrerebbe strano interpretare il fatto come una pura coincidenza …  continuerò ad indagare.


 

Be Kind, Rewind (Michel Gondry, USA, 2008)

Film demenziale che vede protagonisti Jack Black e Yasiin Bey, ma c’è anche Mia Farrow in una piccola parte, tuttavia sostanziale. Senza fare spoiler posso solo dire che i due compari che devono temporaneamente gestire un noleggio di videocassette in un quartiere popolare, dovranno replicare alcuni film famosi. Alcuni modi in cui realizzano scene ed effetti speciali sono geniali e veramente esilarati, ma purtroppo il resto è abbastanza scadente e Black è quasi sempre troppo sopra le righe.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Michel Gondry, USA, 2004)

Veramente non capisco le esagerate lodi a questo film che, anche se oggettivamente parte da un buon soggetto, resta poco avvincente e, secondo me, confuso e ripetitivo. Come se non bastasse, trovo Jim Carrey poco adatto al personaggio oltre che non essere un gran attore; almeno Kate Winslet è molto meglio calata nel personaggio. Concludo sottolineando che è assolutamente ridicola la posizione nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi: 94° posto!!! Spero che sia un errore o un imbroglio!

 

#cinema #cinegiovis

sabato 28 novembre 2020

Se c'è 'o Guarracino siate pur certi che finirà in rissa (post musicale)


Tante sono le varianti di questo famoso testo / canzone / filastrocca che cambiano non solo nei testi, ma talvolta anche nella trama. Non si conosce il vero autore, si sa solo che già era nota nel ‘700 e d’allora in poi circolarono vari foglietti con le parole, poi raccolti da vari ricercatori, anche stranieri. Uno dei primi (se non il primo) a pubblicarne il testo fu
Guglielmo Cottrau e successivamente altri illustri personaggi del mondo letterario se ne occuparono: De Bourcard, Fausto Nicolini, Benedetto Croce, Gino Doria, tanto per citarne alcuni, e in tempi più recenti anche Roberto De Simone che ne creò questo fantasioso seguito ...

 'O spusalizio d' 'o guarracino

La mia versione preferita, seppur molto distante dall’originale e molto meno conosciuta, è appunto la rielaborazione di Roberto De Simone, resa famosa da Concetta Barra, madre del più famoso Peppe. Suggerisco di ascoltarla con attenzione e cogliere i tanti arguti e spiritosi spunti, perfettamente in linea con la rissa descritta nella più nota versione. In effetti i personaggi (pesci e molluschi) sono gli stessi, ma i fatti (e conseguenti violenti tafferugli) sono un seguito della precedente ricerca di una moglie da parte della castagnola (nome comune italiano) in quanto si narra del movimentato Spusalizio d''o Guarracino.

Qui in alto riporto il breve testo pubblicato Müller (il più antico conosciuto), mentre il testo rielaborato da Cottrau potete ascoltarlo dalla voce di Roberto Murolo e leggerlo, anche tradotto in italiano, in questo videoclip prodotto da Domenico Pepe durante il lockdown primaverile, arricchito dai suoi disegni.

martedì 24 novembre 2020

RARIATONE: fu realizzato dopo l'unità d’Italia

Non vedo altra spiegazione logica ma certamente non è legato all'evento storico. lo l'ho sempre sostenuto e per tale motivo già oltre 20 anni fa lo esclusi dalla mia mappa Promontorium Minervae nel 1799Nella ricerca per tale lavoro (e breve testo) usai infatti come base la carta in scala 1:25000 realizzata degli ufficiali ingegneri borbonici nel secondo decennio dell'Ottocento, di disegno accurato e piacevole alla vista oltre che precisissima specialmente per i principali percorsi in zone antropizzate, sulla quale non compariva. Qualunque altra considerazione logica, in particolare per chi conosca l’area, porta sempre alla stessa conclusione.

Ma andiamo per ordine. Notoriamente all'epoca c'erano due strade principali di collegamento tra Massa e Sorrento. Quella più a monte (più breve ma con maggior dislivello) era quella di Montecorbo con tracciato praticamente identico a quello dei nostri giorni. Quella di valle (detta ‘a via ‘e miezo) seguiva invece l’andamento dei pendii aggirando i promontori ed entrando nelle valli e quindi, nel complesso, presentava minimi saliscendi e per lunghi tratti era quasi in piano; ovviamente era più lunga, ma meno faticosa. Alcuni settori di questo secondo itinerario sono cambiati per aver subito ammodernamenti, ma il tratto dell’attraversamento del Rivo di Marcigliano non è più percorribile e a sud del rivolo non compare più neanche sulla mappa catastale.

Per ipotizzare cosa sia accaduto (con buone possibilità di andare vicini alla verità) è bene partire dal fatto che nel 1863 fu realizzato il tracciato della strada Sorrento – Massa, rimasto poi praticamente invariato fino ai giorni nostri. 

Avendo a disposizione una via più comoda dal ponte a Massa (di poco più lunga della vecchia, ma che evitava la salita fin quasi alla Rurella) fu quindi realizzato il Rariatone e quindi anche il collegamento fra la carrabile ed il piccolo originale agglomerato di San Montano (non quello omonimo moderno molto più vasto e vicino al mare). Il tratto dell’antico attraversamento del rivolo (c’era un ponte? sarà ancora in piedi e visibile?) fu con il tempo abbandonato e sulle mappe catastali viene oggi riportato solo il tratto cieco di una settantina di metri, dall’inizio del Rariatone fino all’alveo; dall’altro lato … niente, con tutta probabilità il sentiero fu sdemanializzato già un secolo fa. Nella mappa in alto ho sovrapposto la viabilità catastale alla carta borbonica e ho evidenziato il tratto oggi mancante fra due linee verdi; in quella a sinistra ho chiarito usando solo la base catastale.

e questo è il "famoso"  Rariatone
PS - questo percorso tra Sorrento e Massa è stato inserito nel Progetto Tolomeo fin dal 1990 ed è uno dei più frequentati per essere comodo, panoramico e con dislivello minimo. L'unico suo handicap è appunto il breve tratto su strada principale senza marciapiede (al momento senza alternative).

Varrebbe la pena di ripristinare il vecchio percorso in modo da non costringere i camminatori (turisti o locali che siano) a scendere sulla strada e affrontare quel paio di curve (una delle quali è cieca) a rischio di essere arrotati?

lunedì 23 novembre 2020

micro-recensioni 396-400: eccomi a 400 i film guardati nel 2020

Cinquina quasi tutta dedicata a Luis Buñuel, con 4 suoi film messicani spesso sottovalutati. Il quinto è il secondo sonoro di Jean Renoir, ripescato per essere l’originale di Scarlet Street (1955, Fritz Lang) suo remake americano, menzionato pochi giorni fa. Dei 4 di Buñuel, due sono di genere vagamente “passionale", gli altri due certamente di genere religioso. Comincio da questi ultimi.

 

Nazarin (Luis Buñuel, Mex, 1959)

Se gli altri 3 sono fra i meno conosciuti del regista di Calanda, Nazarin pur non essendo famosissimo ha certamente recensioni e valutazioni molto superiori (IMDb 7,9 * RT 86%, Premio Internazionale e Nomination Palma d’Oro a Cannes). Un sacerdote "rivoluzionario" (Francisco “Paco” Rabal) osteggiato dai più diventa un vagabondo ma senza rinunciare ad assistere il prossimo a sopportare qualunque offesa interpretando nel migliore dei modi il messaggio della bibbia. Illuminate dalla sua apparente santità, lo seguono 2 prostitute. I tanti incontri ed avvenimenti forniranno lo spunto per trattare argomenti sociali e religiosi. Come per Simón del desierto e The Young One il direttore della fotografia fu Gabriel Figueroa, ulteriore ragione per guardare questo film.

Simón del desierto (Luis Buñuel, Mex, 1965)

La storia è al limite del surreale e presenta l'anacoreta Simón (Claudio Brook) che vive da anni in cima ad una colonna, nel deserto. Tanti sono quelli che lo venerano come santo, che chiedono consigli, che lo sfidano su temi teologici e c'è anche il diavolo (Silvia Pinal) che appare sotto diverse spoglie e lo tenta nei modi più svariati. Ci sono anche varie citazioni come la bara che si muove velocemente fra le dune (che fa pensare a Nosferatu, 1922) e le formiche che escono a frotte dalla tana (dalla mano mozzata in Un chien andalou). (IMDb 8,0 * RT 86%, Premio FIPRESCI, Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia).

Aggiungo alcune notizie in merito alla produzione. Si trovano due motivazioni molto diverse fra loro come giustificazione della durata anomala del film. Quella più comune (vaga e non documentata) è la riduzione della durata per mancanza di fondi ma Silvia Pinal (protagonista e moglie del produttore Gustavo Alatriste) in un’intervista raccontò tutt’altra storia che tirava in ballo grandi nomi del mondo del cinema. Il progetto originale prevedeva tre storie e questa diretta da Buñuel era una di esse. Gli altri due registi avrebbero dovuto essere Federico Fellini, entusiasta ma pretendeva di avere sua moglie Giulietta Masina come protagonista, e Jules Dassin che avanzò simile richiesta proponendo sua moglie Melina Mercouri. A questo punto Alatriste dichiarò di voler dirigere anche lui sua moglie (che nell’idea iniziale doveva essere protagonista di tutti e tre gli episodi) ma Silvia Pinal si oppose volendo essere diretta di nuovo da Buñuel come negli pochi anni prima negli apprezzatissimi Viridiana (1961) e El ángel exterminador (1962). La stessa attrice propose due registi di primissimo livello quali Vittorio de Sica e Orson Welles per i restanti segmenti ma non se ne fece niente. C’è ancora un punto di contatto fra i mancati protagonisti di questa intricata vicenda in quanto in alcuni circuiti Simón del desierto fu distribuito in programma unico insieme con The Immortal Story (1968, 58’) diretto da Orson Welles.

  

Abismos de pasiòn (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Non conosco il libro, ma la maggior parte di quelli che lo hanno letto sostengono che si tratti dell'adattamento che meglio rappresenta l'essenza di Cime tempestose (Wuthering Heights, 1847, di Emily Brontë), con i suoi personaggi tormentati e le sue passioni violente, perfettamente rese dal regista (artefice principale della sceneggiatura), come suo solito quando si tratta di temi forti e viscerali. Ottime le interpretazioni anche se gli attori non sono famosissimi; avvincenti anche le scenografie, così come la trasposizione in ambiente messicano. 

The Young One (La joven) (Luis Buñuel, Mex, 1960)

Storia torbida, violenta e scabrosa, con componenti di religione e razzismo, tutta messa in scena su un’isola con due case di legno e 5 attori in tutto. L’unica presenza femminile è quella della modella Key Meersman (la giovane) che poi, curiosamente, è apparsa solo in un altro film, anch'esso ambientato su un'isola (L'isola di Arturo, 1962, di Damiano Damiani, dal romanzo di Elsa Morante). Si tratta di uno dei soli due film con cast internazionale girati in inglese, l'altro è Robinson Crusoe (1954).

La chienne (Jean Renoir, Fra, 1931)

I fatti salienti sono praticamente molto simili ma i caratteri dei personaggi principali molto diversi. Qui il travet-pittore (Michel Simon) vessato dalla moglie è meno docile e condiscendente di E. G. Robinson in Scarlet Street, ed è più intraprendente con Lulù (Janie Marèse) che è invece molto più remissiva nei confronti del suo amato Dédé. La questione dei quadri è quasi del tutto tralasciata e anche il finale è abbastanza diverso. In conclusione, vale la pena guardarli entrambi per essere film più che buoni, con ottimi protagonisti (Simon e Robinson); sono godibilissimi anche se (più o meno) si sa come andrà a finire la storia. La cagna (1972, di Marco Ferreri) è omonimo film italiano ma con tutt'altra trama … è infatti adattamento del romanzo di Ennio Flaiano.

 

#cinema #cinegiovis

domenica 22 novembre 2020

7 ponti sul Rio Grande dell'Annunziata

La viabilità di tutta la penisola sorrentina ha sempre dovuto fare i conti con i profondi valloni che ancora oggi hanno relativamente pochi ponti. Per esempio, a valle della ss 145 Sorrentina, il Vallone Casarufolo, che inizia a meno di un chilometro da Sant’Agata e scende verso Sorrento parallelamente al Circumpiso per poi terminare a Marina Piccola, è attraversabile solo a Santa Lucia, a poche centinaia di metri dal centro cittadino.

Per quanto riguarda il territorio esclusivamente lubrense, il vallone più lungo è quello del Rio Santa Maria (alias Rio Grande dell’Annunziata), che divide in due il territorio di Massa secondo l’asse est - ovest. Alla fine del XVIII secolo si contavano sette passaggi. Da allora poco è cambiato anche se le strade sono state allargate, alcuni sono scomparsi dopo essere stati sostituiti a poca distanza e pochi sono sopravvissuti così come erano.

Procedendo verso valle dalla sorgente di Canale (con lavatoio pubblico), alle falde meridionali della collina del Deserto, si incontravano:

  1. Ponte di Canale (o di Pastena) – al lato della cappella di San Sebastiano, fra Pastena e Canale; passaggio semplice in quanto lì il rivolo, ancora all’inizio del suo corso, è stretto e di poco al di sotto del livello stradale.
  2. Ponte della Saponera (o della Chiusa) - fra Monticchio e Titigliano, lungo la direttrice Termini – Monticchio – Acquara; attualmente è coperto, così come l’attiguo mulino, dal ponte della rotabile;
  3. Ponte di Monticchio - fra Monticchio e Turro lungo la strada che, una volta passato il rivolo, prosegue parallela ad esso al di sopra delle cave di tufo verso Santa MariaSan Francesco e Massa;
  4. Ponte di Schiazzano – lungo la stradina fra Santa Maria e Schiazzano;
  5. Ponte di Li Padri – provenendo da Santa Maria, prima del ponte di Schiazzano la stradina si biforcava ed il ramo di destra tornava indietro lungo il corso d’acqua per un centinaio di metri, a quota più bassa, fino a questo ponte che menava a Erca e Li Padri;
     
  6. Ponte di Sant’Anna - fra l’omonima cappella e Santa Maria, sulla strada che univa questo casale con Spitale e Marciano; è tutt’oggi percorribile (foto sopra) ma non si può raggiungere Sant’Anna (causa frana); nella viabilità moderna è stato sostituito dal Ponte dell’Annunziata (1968), varie decine di metri più in alto e più a valle lungo l’asta fluviale;
  7. Ponte di Marciano - lungo il percorso fra Massa e Marciano. Il passaggio è rimasto praticabile solo fino ai primi anni ‘60 e si trovava qualche decina di metri più a monte dell’attuale ponte della rotabile (1962), ma molto più in basso (si doveva scendere fin vicino all’acqua).

(post adattato dal testo a corredo della carta corografica)

downloadCarta corografica del Promontorium Minervae nel 1799  (2292x3224 px)

giovedì 19 novembre 2020

micro-recensioni 391-395: un capolavoro e due uncredited di Buñuel

Il capolavoro è L’angelo sterminatore, i due unanimemente attribuitigli sono gli ultimi da lui prodotti in Spagna prima di spostarsi oltreoceano. Completano la cinquina un folle film messicano (da prendere così com’è, senza mezze misure) e uno dei primi di Saura.

El Angel Exterminador (Luis Buñuel, Mex, 1962)

Uno dei più famosi e enigmatici film del periodo messicano di Buñuel, durante il quale scrisse e diresse due terzi della sua intera produzione. Caustica descrizione delle miserie e ipocrisie della società borghese. Ripropongo quanto scritto un paio di anni fa.

"Un film che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, in merito al quale sono stati scritti fiumi di parole pur senza giungere ad alcuna conclusione. Buñuel, oltre 30 anni dopo il suo corto Un chien andalou, quasi un manifesto del surrealismo cinematografico, torna a spiazzare critica e pubblico con un film pieno di oggetti, animali, frasi, situazioni e atteggiamenti senza dubbio allusivi e simbolici, ma ciascuno si presta a molteplici interpretazioni ed è impossibile dare un sicuro senso complessivo a tale combinazione. A chi gli chiedeva lumi, Buñuel soleva ripetere che se il film sembra enigmatico anche la vita lo è, e come essa è ripetitivo e soggetto a molte interpretazioni. “La migliore spiegazione per L'angelo sterminatore è che, ragionevolmente, non ne ha alcuna”.

Fra i più frequenti argomenti di (accesissime) discussioni, oltre alla inspiegabile impossibilità delle persone di valicare soglie (invitati intrappolati nel salone, polizia, servitù e curiosi che non possono entrare nel parco, devoti in chiesa), ci sono le singolari ripetizioni di scene e dialoghi (che qualche operatore talvolta tagliava pensando si trattasse di un errore di montaggio), varie apparizioni di agnelli e di un orso, zampe di gallina, una mano mozzata che ricorda senz’altro quella con la quale “giocava” per strada l’androgino di Un chien andalou, la perdita della decenza borghese e del senso del tempo, e i mille riferimenti alla sensualità e alla religione, quest’ultima già tirata in ballo non solo nel titolo definitivo (l’angelo sterminatore è descritto nell’Apocalisse) ma anche in quello previsto inizialmente Los náufragos de la calle Providencia.

Dopo la breve e travagliata parentesi europea con Viridiana e prima di iniziare il suo lungo e conclusivo periodo francese, Buñuel tornò a girare in Messico, dove già c’era una certa crisi economica e si dovette “arrangiare” con mezzi e budget molto limitati. Più volte asserì che il film l’aveva pensato per una produzione europea, possibilmente in Francia. Anche per il soggetto di questo film contò sulla collaborazione del fedele Luis Alcoriza, ma solo lui si occupò della sceneggiatura ... e si vede che si tratta di un’opera tutta sua. Pur essendo stato presentato a Cannes nel 1962 (Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro), solo nel ’66 poté circolare in Messico mentre sia in Spagna che in Italia giunse solo nel 1968. Per Cahiers du Cinéma fu il 3° miglior film dell’anno, dopo Le mépris di Godard e The Birds di Hitchcock. Film assolutamente imperdibile! A prescindere dal gradimento, poi non si potrà fare a meno di discuterne."

Salvando al Soldado Pérez (Beto Gómez, Mex, 2011)

Film inaspettato che non è esattamente quanto lasci intuire il titolo che palesemente fa il verso a Salvate il soldato Ryan (1998) di Spielberg. Solo il recupero del soldato è in effetti in comune, ma questi è prigioniero in Iraq e quelli che lo vanno a salvare non sono suoi commilitoni ma uno sparuto gruppo di messicani, guidati da suo fratello maggiore, temuto capo di un cartel di narcos. Avrete capito che si tratta quindi di una commedia, ma non è esagerata quanto si potesse temere e l’elemento principale è la famiglia, l’amicizia e lo spirito di gruppo. Chi guarda il film non conoscendo i messicani e la loro cultura (sia tradizionale che moderna) si perde molto, la parodia è soprattutto sui personaggi (una collezione di stereotipi) spesso esagerazioni della realtà. Ma le caricature continuano anche all’estero (Turchia e Iraq) con turchi, russi e americani e relativi scontri a fuoco con ogni tipo di armi. Splendida la scenografia della “reggia” del protagonista, con zoo privato, oro a bizzeffe, ecc, così come il medaglione di Jesus Malverde, il santo (ovviamente non riconosciuto dalla chiesa) protettore dei narcos e la preghiera nella cappella con la sua tomba, promesse di funerali con mariachi e la conclusione con un narcocorrido scritto appositamente da Los Tucanos de Tijuana, con il perfetto riassunto della trama (è associato ai titoli di coda), quindi non ascoltate il pezzo se volete evitare spoiler.

Si comprende facilmente il 5,9 su IMDb, semplicemente media fra i tanti 10 e i vari 1 e 3 (quelli che probabilmente non lo hanno capito). Se si va a vedere una parodia di generi, personaggi e culture non ci si può aspettare altro. Senza voler assolutamente proporre paragoni, sappiate che anche Monty Python and the Holy Grail (1975, 8,2 e 126° miglior film di sempre su IMDb) ha ricevuto oltre 30 recensioni da 1! Gente che sbaglia film!

Stress-es tres-tres (Carlos Saura, Spa, 1968)

E continuando nei recuperi di film semisconosciuti di registi affermatisi in seguito, ho trovato questo, quinto film di Saura che 2 anni prima, con uno striminzitissimo budget, aveva diretto uno dei suoi migliori film in assoluto: La caza (Orso d’argento per la regia a Berlino). In Lo stress è tre, Tre (tit. it.) praticamente ci sono solo tre personaggi, una coppia e un amico/socio di lui. Lei è Geraldine Chaplin (al suo secondo dei 9 film con Saura, suo compagno per oltre un decennio) che, a mio parere, ha lavorato nel cinema solo per essere figlia di tale padre e non certo per meriti propri. Il marito è convinto che la moglie abbia una tresca con l’amico e nel corso di un viaggio in auto verso il mare diventa sempre più paranoico. Una tensione crescente ben descritta, che in un certo senso ricorda quella fra i tre amici in La caza, ma è assolutamente di livello e intensità inferiore. Per i migliori film di Saura si dovrà aspettare la metà degli anni ’70 con Ana y los lobos (1973), Cria cuervos (1974), La prima Angelica (1976) e Elisa vida mia (1977), prima che si dedicasse quasi esclusivamente a film/doc di vari generi musicali (flamenco, fado, tango).

 

¿Quién me quiere a mí? (J. L. Sáenz de Heredia, Luis Buñuel, Spa, 1936)

¡Centinela, alerta! (Jean Grémillon, Luis Buñuel, Spa, 1937)

Ne scrivo insieme in quanto si tratta di due film spesso inclusi nella filmografia di Luis Buñuel, ma il regista fu ufficialmente solo sceneggiatore e produttore (per la Filmófono compagnia co-fondata con Urgoiti nel 1935) anche se è ampiamente documentato che collaborò alla regia o, in particolare per il primo, disponeva scena per scena cosa dovesse fare il regista. Ricardo María de Urgoiti aveva brevettato un suo sistema di sincronizzazione del sonoro (Filmófono) e oltre alla produzione di film commerciali furono anche distributori; in quanto agli attori contarono su star dell’epoca quali il cantante Angelillo e la famosissima bailaora de flamenco Carmen Amaya. Dopo aver prodotto appena 4 film lasciarono la Spagna a causa della guerra civile.

Questi due film non sono gran cosa eppure sono girati in modo più che decente. ¿Quién me quiere a mí? tratta di una profonda crisi familiare con tanto dii minacce e sottrazione di minore, in ¡Centinela, alerta! ha gran peso la musica avendo nel ruolo principale Angelillo, all’epoca acclamato interprete di flamenco con un suo proprio stile, di coplas aflamencadasfandangos.

Entrambi si lasciano guardare ma più che altro per curiosità cinefila.

#cinema #cinegiovis

mercoledì 18 novembre 2020

Girovagando fra Cazzano e i Cuonti (aneddoto)

I Conti, odierni Colli, ma che in dialetto continuano a essere detti Cuonti, erano i luoghi dove venivano installate le parate, cioè gli impianti con reti a scorrimento verticale (schiappari) per la cattura delle quaglie al passo. Pa­re che il termine derivi dal greco kontòs (pertica) riferendosi ai pali ai quali venivano fissate le suddette reti.

Tanti anni fa, quando qualche bastimento con passeggeri arrivava alla Marina di Cazzano (oggi Cassano), i pescatori gareggiavano in abilità per trovarsi con le loro lance al punto esatto dove la nave si sarebbe fermata e avrebbe calato lo scalandrone (scala imperiale) e quindi avere un trasbordo assicurato. Altri rimanevano sulla spiaggia per svolgere mansioni di facchini accompagnando i viaggiatori a destinazione per arrotondare le loro misere entrate; ovviamente speravano sempre di trovare un cliente con molti bagagli o diretto in qualche località non proprio vicina alla marina.

Carta Topografica ed Idrografica dei Contorni di Napoli  (1817/1819, scala 1:25.000)

Ad uno di questi pescatori-facchini capitò un giorno di ricevere un viaggiatore, caricarsene i bagagli e poi avere l'amara sorpre­sa di sentirsi dire che doveva andare dal Principe di Fondi, la cui villa si affacciavano a picco sulla spiaggia … viaggio breve e quindi poco guadagno. Ma il pescatore non si per­se d'animo e si avviò su per la ripida salita fino al piano e quindi continuò verso i cuonti camminando per oltre quattro ore su e giù per mulattiere e sentieri prima di ritornare a valle, all'ingresso di Villa Fondi, quando era ormai notte. A quel punto il viaggiatore, stremato dalla fatica, gli chiese quanto gli dovesse e il pescatore fece notare che il tragitto era stato lungo e faticoso e l'altro, convenendone, gli diede due li­re, cifra quasi astronomica per quei tempi.

La mattina seguente il Principe di Fondi invitò il suo ospite ad andare al mare, ma questi rispose: "Quattro ore di cammino per andare e quattro per tornare mi sembrano troppe per un bagno, preferisco restare a casa!". A questo punto il Principe condusse il suo ospite sul balcone e gli dimostrò che il mare era lì a due passi e non a quattro ore di cammino e ovviamente si fece spiega­re la ragione di quella strana convinzione. Appena saputo il fat­to, partirono alla volta della Marina di Cassano per cercare il pescatore e chiedergli ragione del suo comportamento.

Il Principe, come era abitudine, fece portare del vino alla marina per offrirlo ai pescatori e quando si avvicinarono l'ospite ebbe modo di riconoscere la sua guida e facchino che fu quindi richiamato dal Principe che gli chiese ragio­ne dell'imbroglio perpetrato .

"Eccellenza, se avessi portato direttamente alla Villa il vostro ospite, avrei ricevuto, forse, due soldi, e con due soldi non si accende neanche il fuoco. Io devo dare a mangiare a sette figli e così ho camminato per quattro ore pensando - per adesso porto i soldi a casa, poi domani si vedrà quello che succede -".

Avuta questa spiegazione il generoso Principe di Fondi pensò bene di chiudere l'incidente regalando all'intraprendente pescatore altre due lire e andandosi a fare una tranquilla passeggiata in barca con il suo ospite.

martedì 17 novembre 2020

Alzati e cammina (ossia: Escursionismo e Serendipity)

"Alzati e cammina" non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.

Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:

* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;

* rallentando, o addirittura sostando in silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.

Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.

In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.

L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo. 

La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa salvarono la vita e divennero ricchi. 

Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. 

Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi (vedi copertina a sx) ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.

Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.

La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. © Giovanni Visetti

Articolo pubblicato nel catalogo della prima edizione dalla manifestazione L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007), ideata e organizzata da Francesca Mauro e Luciano Stella.

lunedì 16 novembre 2020

micro-recensioni 386-390: il peggiore di questi noir ha 96% su RT …

Gruppo di noir classici dell’immediato dopoguerra, 4 USA ed un UK, tutti con ottimi rating su IMDb (media 7,6) e 100% su RT (tranne l’inglese, comunque uno dei miei preferiti). Torno ad elencare i film in ordine di mio gradimento e, al contrario di IMDb, gli “ultimi” sono i “primi”!

 

The Stranger (Orson Welles, USA, 1946)

Un ottimo film, costruito alla perfezione, magistralmente diretto e interpretato da Orson Welles, con scene cult come quella del campanile per non parlare del finale. In quanto alla regia, la sola brevissima scena dell'attizzatoio è di per sé un capolavoro. Tanti i colpi di scena e le coincidenze che causano svolte decisive nello sviluppo della storia. Chiaro anche il messaggio storico/politico con riferimenti al nazismo rafforzati da filmati di repertorio. Tutto il cast funziona alla perfezione, dai protagonisti E. G. Robinson a Loretta Young ai personaggi di contorno come Billy House nei panni dell’ineffabile Mr. Potter, in particolare quando indossava la visiera per giocare a dama. Da non perdere.

Brighton Rock (John Boulting, UK, 1948)

L’unico inglese del gruppo ma non certo il solo buon noir britannico dell’epoca. Anche questo (come il recentemente citato The Fallen Idol) è tratto da un romanzo di Graham Greene, che collaborò anche alla sceneggiatura. Chi conosce l’autore può facilmente prevedere la buona descrizione di personaggi molto realistici, ben distanti dagli indistruttibili americani, nonché i tanti eventi assolutamente imprevisti che punteggiano il film, fino alla geniale conclusione in stile short story. Ambientato nei bassifondi di Brighton, fornisce uno sguardo inusuale sulla nota località costiera inglese, fra gente comune in cerca di svago, allibratori e piccoli malviventi. Volti poco conosciuti a grande pubblico, eppure ottimi attori e caratteristi. Anche questo è da non perdere.

  

Out of the Past (Jacques Tourneur, USA, 1947)

Con il suo 8,0 su IMDb e 100% su RT dovrebbe essere il migliore di questo gruppo ma, come anticipato, sono in disaccordo. Certamente è di più che buon livello ma il personaggio interpretato da Robert Mitchum (sempre con il suo trench ben stretto in vita, in qualunque occasione) è troppo poco credibile e tutta la storia è a dir poco traballante. Kirk Douglas è relegato in un ruolo secondario, ma non si deve dimenticare che era appena al suo terzo film dopo l’ottimo esordio in The Strange Love of Martha Ivers. Ci sono anche ben due femmes fatale (Jane Greer e Rhonda Fleming) ma anche in questo caso le situazioni in cui abbindolano uomini di potere con un solo sguardo sollevano non pochi dubbi. Buona regia e fotografia, la sceneggiatura è la palla al piede.

Scarlet Street (Fritz Lang, USA, 1945)

Al limite della commedia per avere come protagonista un uomo di mezza età (neanche un Adone) che si illude di poter conquistare una avvenente giovane donna. Aggiungete il fatto che non ha grandi disponibilità economiche e che è sposato con un’arpia. Anche questo gode di ottime critiche, ma secondo me non vale i primi due del gruppo. Come in The Stranger, anche in questo caso (e in tanti altri film) spicca la bravura e la versatilità di E. G. Robinson, infatti riesce bene anche interpretando un personaggio ridicolo.  

Detour (Edgar G. Ulmer, USA, 1945)

Film apprezzato dai fanatici dei noir soprattutto per la struttura insolita basata soprattutto su due eventi unici e incredibili, quelli di una possibilità su un miliardo, ancorché assolutamente possibili. Ciò che non mi piace del film è l’eccessiva narrazione con voce fuori campo, caratteristica di molti film del genere, ma in questo caso esagerata. Tuttavia è bene sapere che, a detta di Peter Bogdanovich, “Nessuno ha mai fatto buoni film in meno tempo e con meno denaro di Edgar G.Ulmer” e che Detour è "uno degli esempi più leggendari di B-movie". Immigrò in USA come assistente di Murnau e successivamente fu secondo di altri apprezzati registi centroeuropei come Siodmak, Zinneman e Wilder, dal che si può dedurre il rimanere indipendente fu una sua precisa scelta.

#cinema #cinegiovis