sabato 12 giugno 2021

Fra pochi giorni procuratevi le noci per il nocillo

Breve discettazione in merito ad un particolare aspetto della ricetta campana di questo ottimo liquore (quindi nocillo e non nocino) senza assolutamente pretendere di dirimere la questione in quanto, come tutte le “vere ricette tradizionali e originali”, non esiste certezza poiché ogni famiglia tramanda la propria (vedi ragù, pastiera, casatiello, lasagna, …).

Ieri sera, attorno a un tavolo al quale sedevano note mastrechef (purtroppo mancava il mastrochef per antonomasia), si è accesa una diatriba in merito a dove debba conservarsi l’infusione nei giorni successivi alla preparazione: al sole o al buio? Ecco il risultato (meramente statistico, riportando quanto scritto nelle prime dieci ricette affidabili trovate su Google) che vede una netta prevalenza di “al sole”, seguito da “zona soleggiata” e solo uno sostiene che debba restare “al buio”:

  • … infusione per 40 giorni, possibilmente in luogo assolato.
  • … infusione e affinamento vanno effettuati al buio.
  • … infusione per 40 giorni al sole agitando la bottiglia settimanalmente.
  • … tenetelo in zona soleggiata per 2 giorni, poi esposto al sole almeno per metà giornata.
  • … in infusione per 40 giorni in un luogo in cui ci sia il sole.
  • … per circa un mese il barattolo deve essere esposto alla luce del sole.
  • … per due mesi posizionare il vaso al sole.
  • … barattolo alla luce parziale del sole per 60 giorni.
  • … recipiente ed esponetelo al sole per 40 giorni.
  • … la bottiglia all’aria aperta ed al sole per 40 giorni.

A chi gradisce la propria ricetta consiglio di non modificarla, ma se siete intraprendenti avrete infinite possibilità di provare nuove combinazioni fra durata di infusione, ingredienti aromatici, numero di noci, periodo d’infusione, quantità di zucchero e di acqua. Da tempo quest’ultima (ml di acqua per litro di alcool) ha dato luogo ad accesi dibattiti nel nostro ristretto gruppo di mastre e mastrichef. Molti si sorprendevano del solo bicchiere d’acqua utilizzato da Maria, ma la maggior parte degli assaggiatori ammettevano che il suo nocillo era ottimo e non eccessivamente forte. Approfittando di questa rapida ricerca sole/buio, ho dato uno sguardo anche alle quantità d’acqua scoprendo che in più ricette si suggeriscono 150ml (+ o – un bicchiere …), quindi congruenti con quanto affermato da Maria (e messo in dubbio da alcuni).

Restando in argomento liquidi che vanno a comporre il nocillo, aggiungo che nelle introduzioni delle ricette ho trovato citata più volte anche la interessante tradizione che vorrebbe che le noci si cogliessero la sera del 23 giugno e fossero lasciate tutta la notte di San Giovanni (quando passano le janare e ‘o trave ‘e fuoco care a mareall’aperto, per trovarsi bagnate di rugiada all’alba del 24. Quindi oltre al bicchiere d’acqua e gli umori contenuti nelle noci fresche anche la rugiada della magica notte dovrebbe contribuire a diluire l’alcool e quindi abbassare la gradazione finale.

Probabilmente avrò creato solo ulteriori dubbi fra quelli che lo producono autonomamente, ma spero di aver anche pungolato qualcuno a sperimentare varianti della ricetta di casa o altri a iniziare a cimentarsi nella produzione di nocillo!

venerdì 11 giugno 2021

micro-recensioni 106-110: gli altri 4 muti di Hitchcock e il suo primo sonoro

Comincio con un breve commento in merito a quelli che (in questo gruppo) ho più apprezzato, sia alla prima visione molti anni fa, sia in questa serie cronologia: The Manxman (1929, il suo ultimo muto) e Blackmail (1929, il primo sonoro inglese in assoluto). Il primo è molto ben diretto e mostra come Hitchcock si trovi a suo agio anche girando in esterni naturali; veramente avvincenti le immagini delle coste e del villaggio dell’isola di Man (manxman = abitante dell’isola di Man). Blackmail è in effetti il secondo crime/thriller dopo The Lodger e lo si potrebbe etichettare quasi come un noir ante litteram; solo successivamente, in particolare nel periodo americano, si dedicò quasi esclusivamente a crimini di vario genere e suspense. In questo caso si tratta di un omicidio (casuale) e di un ricatto altrettanto occasionale. Viene citato come uno dei pochi film nel quale già si conosce l’assassino e la suspense resta nel se, come e quando verrà smascherato. Entrambi sono da non perdere, e non solo per i cinefili più incalliti.

 
Anche gli altri 3 silent di questo gruppo sono di genere molto diverso, spaziando da un dramma con al centro una donna contesa fra due pugili e che dovrà scegliere fra l’innamorato sincero e il campione di successo - The Ring (1927, mediamente il più quotato di questo gruppo, ma io dissento) - alla commedia romantica ambientata nella campagna inglese del secolo precedente - The Farmer's Wife (1928), datato ma molto ben congegnato, a tratti ricorda il teatro di Eduardo de Filippo – e ad un’altra commedia, di livello ben inferiore, che vede protagonisti ricchissimi contemporanei che viaggiano in areo (privato) - Champagne (1928).

Aggiungo che ho notato che in questi primi 9 film (gli 8 muti ed il primo sonoro) solo in The Farmer’s Wife non si trova un tradimento o quasi-tradimento, non solo in quanto a relazioni di coppia ma anche nel campo dell’amicizia. Inoltre, il passaggio dal muto al sonoro è legato anche alla presenza di Anny Ondra, famosa attrice e poi produttrice mitteleuropea, protagonista sia in The Manxman che il Blackmail, uniche sue due collaborazioni con Hitchcock.

  
Cosa risulta comunque ben chiaro dopo la visione dei muti di Hitchcock a nostra disposizione? Fin dagli inizi la sua tecnica è sopraffina nel raccontare storie e descrivere personaggi anche se banali o se inseriti nel film semplicemente per distrarre gli spettatori (è noto che fosse un grande osservatore di umanità). Per di più, oltre alle sue esperienze precedenti nel campo cinematografico, contava su approfonditi studi di quelli che erano i maestri del cinema di allora (e molti lo sono ancora oggi), in particolare quelli delle scuole russa e tedesca. Con immagini di oggetti, primi piani, una parte per il tutto, messaggi scritti o vere e proprie lettere, manifesti e insegne che scorrono velocemente Hitchcock riesce a narrare in modo chiaro anche senza l’ausilio dei cartelli (ai quali ricorre solo quando sia indispensabile) o della parola nel caso del primo parlato. Ciò dimostra che il regista era assolutamente sincero e credeva fermamente in ciò che faceva, tanto che fra le sue più famose citazioni in merito al suo stile troviamo:

  • I film muti erano la forma di cinema più pura
  • Quando filmiamo una storia dovremmo ricorrere al dialogo solo quando è impossibile fare altrimenti.
  • Se un film è buono, anche senza audio il pubblico avrebbe un’idea perfettamente chiara di ciò che succede.

lunedì 7 giugno 2021

I primi 4 muti di Alfred Hitchcock

Come da programma, ecco poche righe in merito agli inizi di Hitchcock nelle vesti di regista. Sì, perché era già entrato nel mondo del cinema nel 1919 proponendo suoi bozzetti di titoli alla casa di produzione americana Paramount (che aveva appena aperto una succursale a Londra). 
Fu assunto praticamente come tirocinante il che gli consentì di affiancare i vari specialisti d'oltreoceano facendo così esperienza in quasi tutti i campi. Nel 1922 gli americani se ne andarono e gli stessi studi furono occupati dalla Gainsborough Pictures lui non perse il posto anzi cominciò ad avere maggiori responsabilità tanto che l'anno seguente gli furono affidati i compiti di scenografo, sceneggiatore e produttore di Woman to Woman e in tale occasione conobbe Alma Reville che sarebbe poi stata sua consigliera e collaboratrice, nonché moglie, fino alla fine dei suoi giorni. 
I primi tentativi di realizzare un film fallirono ma, finalmente, nel 1926, Hitchcock portò a termine The Pleasure Garden nel quale già si nota l'attenzione del regista alle scenografie, alle inquadrature e, soprattutto, al montaggio. Ad un occhio attento non sfuggono altresì le influenze dell'espressionismo tedesco (era stato per un certo tempo in Germania ed aveva assistito alla produzione di L'ultima risata (Der Letzte Mann, 1924, di F.W. Murnau), nonché dei cineasti russi che crearono le basi del cinema, tutt'oggi valide, vale a dire Eisenstiein, Vertov e Pudovkin. In quanto al montaggio, al quale Hitchcock ha sempre dedicato particolare importanza e cura, vale la pena guardare questo breve filmato nel quale il regista illustra vari modi di utilizzarlo.

Penso abbiate già intuito che non entrerò nei dettagli dei 4 film di questo gruppo, né dirò altro del documentario / intervista Hitchcock / Truffaut (2015, Kent Jones, Fra/USA) in quanto reputo sufficiente l'introduzione scritta nel post precedente ... si deve solo guardare e ascoltare, non si può raccontare. I film visti sono:

  • 1925 The Pleasure Garden (Il labirinto della passione)
  • 1927 The Lodger - A Story of London Fog (L'inquilino)
  • 1927 Downhill - When a Boy Leave Home (Il declino)
  • 1927 Easy Virtue (Fragile virtù)

  

The Pleasure Garden è una dramedy molto movimentata e articolata, che portò il regista a girare in Germania, Francia ed in Italia (Riviera ligure e Lago di Como). Pur essendo il primo per data di produzione, fu distribuito solo dopo l'ottima accoglienza avuta dal successivo The Lodger. Furono apprezzati in particolare lo stile moderno ed il rapido e significativo montaggio. 

The Lodger è il primo film del quale Hitchcock fu regista e sceneggiatore (anche se uncredited nella seconda veste) ed è anche individuato da tutti come il primo thriller/suspense, il genere che lo renderà famoso. 

Downhill non è al livello del primo in quanto a tecnica né di interesse simile al secondo; tuttavia è certamente sopra la sufficienza.

Easy Virtue è uno dei meno quotati nella produzione complessiva del regista (purtroppo si troverà di peggio), ma molti vedono questo film come un dispetto fatto alla Gainsborough (passerà alla BIP - British Int. Pictures) e ridicolizzare il lavoro teatrale di Coward da cui è tratto (veramente banale) che comporta, come spesso accade, tante scene statiche, poca azione e più cartelli (specialmente se comparati ai pochissimi di The Lodger).  

Nel complesso, tutti tranne l'ultimo sono interessanti e meritano di essere guardati, specialmente nell'ottica dello sviluppo dello stile del regista durante i suoi oltre 50 anni di attività cinematografica. Singolare sono le inclusioni di alcuni personaggi di contorno caricaturali e situazioni divertenti (come quella dei bambini nel negozio di dolci in Downhill) che poco o niente hanno a che vedere con la trama. 

Infine, in The Lodger si registra la prima apparizione / cameo di Hitchcock (in effetti sono due) e la ragione di ciò, che poi divenne un vezzo, fu la necessità di sostituire una comparsa nella sala stampa ...

venerdì 4 giugno 2021

Tutto Hitchcock … visione dei suoi 53 lungometraggi esistenti

Come anticipato nel precedente post, ricomincio a guardare film con la solita frequenza (mediamente almeno uno al giorno) e mi sono riproposto di affrontare l’intera filmografia di Alfred Hitchcock, già vista alla rinfusa negli anni passati, stavolta in rigoroso ordine cronologico. 

La farò però precedere dalla visione del documentario basato sullo “storico” confronto (non furono certo interviste nel vero senso della parola) fra il maestro della suspense e Truffaut; una settimana di scambi di idee sulla regia che furono la base del famoso libro del regista francese. Nel 2015 Kent Jones ha montato parte delle suddette discussioni, intercalandole con spezzoni di interviste a tanti altri famosi cineasti, da Paul Schrader a Martin Scorsese, da Wes Anderson a Peter Bogdanovich, da Kiyoshi Kurosawa a Richard Linklater, ed in immagini d’archivio appaiono anche Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Vera Miles (Psycho e The Wrong Man) e Anny Ondra (The Manxman and Blackmail, ultimo muto e primo sonoro). Ci sono vari interessantissimi stralci nei quali mostrano spezzoni di loro film e ne valutano l'approccio e la realizzazione. Il documentario originale (in inglese e francese, questo sottotitolato in inglese) è disponibile online su diversi siti, questo è un esempio di streaming.

Un altro sostanziale supporto a questa piacevole ed interessante impresa cinefila sarà fornita dal libro Alfred Hitchcock (2018, 450 pagg., Cineteca Nacional Mexico), compilato dal regista messicano Guillermo del Toro, altro suo grande ammiratore.
Scrivo “compilato” in quanto è una precisa raccolta di schede che, in ordine cronologico, trattano di tutti i film del maestro, complete di credits, dati tecnici, trama e commenti di lunghezza molto variabile a seconda della qualità e notorietà, curiosità e perfino indicazione della scena nella quale compare il regista (i cameo erano il suo noto marchio di fabbrica). Oltre a questi, divisi nelle tre classiche sezioni (UK silent, UK sound, USA), ce n'è anche una quarta che raccoglie i telefilm.
Le schede possono portare all'attenzione del lettore particolari facilmente che altrimenti non sarebbero notati e specifiche dichiarazioni dello stesso regista in merito alla sua valutazione dei risultati. A conclusione di numerose schede si trovano anche citazioni di rispettatissimi cineasti come André Bazin, Marlene Dietrich, Truffaut, Del Toro e dello stesso Hitchcock come, per esempio:
  • Forbici che non luccicano sono come asparagi senza condimento (Dial M for Murder, 1953)
  • Diciamo che la prima versione (1934, n.d.r.) è il lavoro di un talentuoso dilettante e la seconda è realizzata da un professionista (The Man Who Knew Too Much, 1955)

Nel prossimo post scriverò quindi della prima metà del gruppo dei muti - da The Pleasure Garden a Easy Virtue e del documentario di Kent Jones. Questi è l’elenco dei silent movies di Hitchcock, nel quale ho incluso anche il primo (incompiuto) e quello disperso.

  • 1922 Number 13 (incompiuto)
  • 1925 The Pleasure Garden (Il labirinto della passione)
  • 1926 The Mountain Eagle (Aquila della Montagna) (scomparso)
  • 1926 The Lodger - A Story of London Fog (L'inquilino)
  • 1927 Downhill - When a Boy Leave Home (Il declino)
  • 1927 Easy Virtue (Fragile virtù)
  • 1927 The Ring (Vinci per me!)
  • 1928 The Farmer's Wife (La moglie del fattore)
  • 1928 Champagne (Tabarin di lusso)
  • 1929 The Manxman (L'isola del peccato)

Se qualche altro cinefilo (oltre ai mio solito sparuto gruppo di sodali) volesse partecipare (via Skype) alle chiacchierate informali successive alle visioni mi può contattare via blog o via email.

PS - da notare che già negli anni '20 si praticava la traduzione selvaggia dei titoli!

mercoledì 2 giugno 2021

TOLOMEO 2021 e Cinema, il punto dopo la lunga pausa

Penso di non essermi mai concesso una pausa di 3 settimane senza aggiornare né sito né blog, quindi ricomincio trattando i temi che, ultimamente, mi stanno più a cuore: il progetto TOLOMEO 2021 e l’altro cinema (quello meno commerciale, spesso misconosciuto).

L’argomento più caldo è senz’altro il primo, considerato che siamo partiti di slancio a Sorrento, realizzando gran parte del lavoro nei primi tre mesi dell’anno, mentre al di qua dello Spartimiento (leggi Massa Lubrense) si è ancora titubanti fra approvazioni già ottenute, richieste di nuove approvazioni e tentate deleghe di responsabilità.

Per rendere edotti i tanti camminatori, escursionisti e operatori turistici che – di persona, via filo o email – continuano a chiedermi “A che punto state a Massa?” chiarisco che l’attuale situazione di stallo è conseguenza della lentezza nelle risoluzioni in merito ad alcuni tratti non transitabili. Ciò nonostante già nella sintesi allegata al preventivo, protocollato il 14 gennaio, avessi anticipato l’importanza della “prontezza con la quale i Comuni interessati confermeranno itinerari, sistema di segnatura e tipologia della segnaletica (tutto già verbalmente concordato)". Nella determinazione di conferimento incarico del 26 febbraio, oltre a qualche errore, riscontrai l’inserimento di una data di conclusione dei lavori non presente nella mia proposta. Pur avendolo fatto notare e ricordando che ancora non erano stati approvati i percorsi, non ricevetti alcun riscontro scritto, ma mi fu garantita (verbalmente) flessibilità in merito. Il 21 aprile tornai sul tema richiedendo di effettuare scelte in merito ad alcuni percorsi problematici e, non avendo ricevuto risposta, il 19 maggio inviai un sollecito. In precedenza, con D.G. del 9 aprile (ma pubblicata solo il 12 maggio ed in pari data inoltratami) veniva affidata a Penisolaverde S.p.A. “la pulizia e la segnatura dei sentieri su indicazioni del progettista incaricato” e, con mia sorpresa, dalla “RELAZIONE ILLUSTRATIVA” appresi anche che “solo successivamente alla consegna del progetto si potrà provvedere alla sua approvazione” … fino a quel punto, ingenuamente ed evidentemente sbagliando, avevo inteso che fosse già stato approvato. Di conseguenza, ho provveduto ad aggiornare la versione già in possesso dell'Amministrazione, integrandola con quanto già realizzato dal lato sorrentino e quanto concordato con l’Ass. alla Sentieristica e al Direttore Generale di Penisolaverde (verbalmente, in videoconferenza Skype) e a protocollarlo lunedì 31 maggio. A questo punto, logicamente, attenderò l’approvazione ufficiale del Progetto e solo dopo che me l’avranno comunicata potrò ricominciare ad effettuare sopralluoghi e programmare la segnatura e la posa di nuove mattonelle, se e dove ne sarà approvato l’uso.

Prevedo, e temo, che prima di poter procedere dovrò attendere un bel po’. …

Di tutt’altro tono il tema cinefilo … con la speranza di poter trattare e raccontare di tanti titoli sconosciuti ai più fra un paio di mesi!

Pur avendo sospeso del tutto le visioni nelle ultime tre settimane (il che spiega la mancata pubblicazione di micro-recensioni) ho continuato a ricercare film e a informarmi in merito a recuperi e restauri segnalati da Cineteca Nacional de Mexico, Filmoteca UNAM, Cinemateca Portuguesa, Filmoteca Española, Cineteca Madrid, Criterion, Janus Film, BFI, MUBI, ma la buona notizia è di diversa provenienza. Temevo di non poter andare neanche quest’anno al Festival di Bologna Il Cinema Ritrovato (20-27 luglio) in attesa della seconda dose di vaccino il 28 …, ma come tutti sanno un recente decreto stabilisce che già 15gg dopo la prima si ottiene la certificazione verde (aka green pass) e quindi non ci sarà necessità di tamponi ogni 48 ore o altro! Chi non conoscesse questo Festival sappia che è ben differente dalla maggior parte degli altri che presentano nuove pellicole, non sempre di gran qualità (trattandosi di manifestazione più o meno commerciali). Questo guarda più al passato, non include la pagliacciata del red carpet e ogni anno propone nuovi restauri (il laboratorio di Bologna è uno dei più apprezzati del mondo intero) oltre a varie sezioni dedicate a specifici registi, attori o sceneggiatori, alcune ai film di 100 anni prima e via discorrendo. In totale si proiettano varie centinaia di film, quasi tutti prodotti nel secolo scorso. 

Nel programma di quest’anno nella sezione Il Paradiso dei Cinefili ci sono:

  • Ritrovati e restaurati: 8 film recentemente restaurati, dalla rara commedia muta Erotikon (1920) a Watermelon Man (1970), passando per Vampyr (1932, C. Th. Dreyer) e Nightmare Alley (1947, di Edmund Goulding con Tyrone Power - foto sopra -, del quale è annunciato un remake diretto da Guillermo del Toro);
  • Romy, vita e romanzo (dedicato alla Schneider)
  • Qualcosa per cui vivere: il cinema di George Stevens
  • Omaggio ad Aldo Fabrizi
  • Herman Mankiewicz: un talento disperso
  • Super8 & 16mm – piccolo grande passo

Nella sezione La macchina dello spazio sono compresi 

  • I documentari della Iwanami
  • Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte (“il solo regista del dopoguerra il cui lavoro è stato importante per le culture cinematografiche di entrambe le repubbliche tedesche”), 
  • Poeti ribelli e spiriti rivoluzionari: il parallel cinema indiano (“con titoli rarissimi, quasi mai visti fuori dall’India”), 
  • Cinemalibero: femminile, plurale (10 film di esordio di registe di Angola, Cuba, Senegal, Venezuela, Ungheria, Bulgaria, Algeria, Portogallo, Polonia).

Nella sezione La macchina del tempo si trovano tanti muti del 1901, del 1921 (100 anni fa), film rari in prestito da una preziosa collezione privata giapponese, una selezione di film di Buster Keaton, documenti e documentari.

Capirete bene che un cinefilo incallito come me avrà solo il problema di dover scegliere fra tanto ottimo materiale, da guardare su schermo grande in buone sale (per fortuna non troppo distanti fra loro); senza dimenticare le proiezioni serali all’aperto in Piazza Maggiore! (foto sotto)

Per saperne di più: festival.ilcinemaritrovato.it

domenica 9 maggio 2021

Due aggiustamenti del sentiero CAI 300 fra Torca e Recommone

Si tratta di piccole variazioni fra Torca e Crapolla e fra l'Alta Via dei Monti Lattari e via Spina (CAI 355), accompagnate dal relativo aggiornamento dei segnavia, tese a semplificare il percorso ed evitare agli escursionisti deviazioni non volute ... verso l'ignoto.

 

Ieri con C. P.(icasso) siamo andati a sistemare la segnaletica orizzontale all’attacco del sentiero 355 (variante Spina) poco ad est della pineta del Monte di Monticchio. In anni recenti, a causa di segnature successive, i segnavia bianco/rosso del 300 apparivano su due tracce parallele, ma solo lungo la superiore gli escursionisti avrebbero trovato la “bandierina” di inizio 355 lì disegnata (foto sotto), prima del raddoppio del sentiero. 

Senza cambiare assolutamente niente dei sentieri, e con il beneplacito del CAI, adesso si trovano 3 bandierine 355 (foto sopra), un solo percorso bianco/rosso, il resto è solo rosso (e a breve, si spera, dovrebbe essere identificato anche come 57a del TOLOMEO 2021). I pallini rossi nello schizzo in basso indicano la posizione delle nuove bandierine (G ed I) lungo il 300, quella già esistente (K) si trova nel punto in cui le due tracce inferiori si uniscono e inizia la salita verso via Spina. Come si comprende guardando la scala, si tratta di poche decine di metri. ma specialmente in zone come quella è quanto mai opportuno sapere su quale percorso ci si trovi.

Per conoscere in dettaglio la situazione precedente è indispensabile andare a leggere il post di lunedì 7 ottobre 2019 Sentieri fra il CAI 300 e via Spinache definii “post lungo, da leggere con attenzione (se interessati); di quasi nessun interesse per i non escursionisti e non locali”. Qui riporto solo la mappa, la cui legenda si trova però nel testo di quel post.

Due settimane fa, invece, andammo ad aggiornare i segnavia del CAI 300 fra Torca e Iarito, come da accordi presi durante l’inverno con Presidente e vicepresidente della sezione di Stabia, responsabile di tutta la parte occidentale dell’Alta Via dei Monti Lattari. Anche in questo caso è importante ricordare qual era la situazione in precedenza. Dallo slargo antistante la chiesa di Torca si scendeva lungo una stretta stradina carrabile per poco più di 100m e all’incrocio (a T) si girava a destra verso Nula e dopo circa 250m di saliscendi, passando sotto un antico arco, si imboccava una stradina a sinistra che dopo pochi metri diventava un sentiero mal tenuto, stretto e quasi sempre ricoperto dalla vegetazione invasiva che creava non pochi problemi. 

 

Adesso, invece, dal suddetto incrocio a T, basterà seguire i 3 segnavia testuali in foto che indirizzano gli escursionisti lungo un percorso più comodo, più breve (350m contro i 500 dell’altro, fra i due cerchi rossi in mappa), congruente con la segnaletica testuale in foto e, soprattutto, sempre di facile percorrenza sviluppandosi tutto su fondo duro. Il nuovo tracciato torna a calcare il precedente subito dopo aver oltrepassato il rivoletto dove già da anni è presente anche una mattonella "artistica" che indica, a chi sale, la direzione per Torca, a ulteriore dimostrazione che quel percorso è stato sempre il più frequentato; fatto comprensibile avendo origine dal entro dell'abitato.

 

Nella mappa in basso il vecchio itinerario è indicato con puntini rossi. 

Approfitto di questo post per sottolineare che il sentiero CAI 344 è stato inglobato nel TOLOMEO 2021 con i seguenti codici:

  • da Sorrento a Sant’Agata è il 25 (verde)
  • da Sant’Agata a Crapolla sarà il 50 (blu), coincidente con il 300 fra Torca e Guardia (come già il 344)

mercoledì 5 maggio 2021

micro-recensioni 96-100: 5 film, 9 Oscar, 21 Nomination

Candidature Oscar sempre più deludenti; pur volendo considerare le limitazioni della pandemia che hanno condizionato le produzioni e hanno rinviato qualche uscita in attesa della riapertura delle sale, si conferma la tendenza al ribasso della qualità media degli ultimi anni. Fra questi 5 (che dovrebbero essere i migliori) non c’è un solo vero film di gran livello. Proprio così, poiché l’ottimo The Father con un eccezionale Anthony Hopkins è un gran pezzo di teatro (ben riportato sullo schermo, ma sempre teatro è), Nomadland è un quasi-documentario con una sola (ottima) attrice, Druk avrebbe meritato qualcosa di più ma i plot secondari non sono al livello del principale, Mank (sul quale contavo per il soggetto cinematografico e il b/n) è in sostanza piatto e ripetitivo e non capisco come abbia potuto vincere l’Oscar per la (ridicola) fotografia e, infine, il tanto decantato Minari è assolutamente noioso, privo di una vera struttura o di alcun senso. Ecco le singole micro-recensioni.

The Father (Florian Zeller, 2020, UK) Oscar Anthony Hopkins protagonista e sceneggiatura e 4 Nomination (miglior film, Olivia Colman non protagonista, montaggio e fotografia)

Senza dubbio il miglior film del lotto e forse meritava anche l'Oscar come miglior film in assoluto. Ci sarebbe da riflettere anche sul fatto che abbia vinto la statuetta per la migliore “sceneggiatura non originale” … senza tener conto che l’autore del lavoro teatrale dal quale è tratto sia co-sceneggiatore nonché regista (Florian Zeller, alla sua prima e per ora unica regia, tanto di cappello). Veramente non si sa come dividere i meriti fra sceneggiatura originale adattamento, regia e interpretazioni (al plurale perché anche quella di Olivia Colman – candidata non protagonista – è più che apprezzabile). La costruzione del plot che vaga perennemente fra realtà, immaginazione, ansie e ricordi è a dir poco perfetta. La trama che, se raccontata, può sembrare banale è avvincente e coinvolgente. Distorsione dei tempi e dei personaggi, intervallata da lampi di lucidità del protagonista, basati sulla pura logica. Come anticipato, l’unico appunto che si possa fare è quella di essere più teatro che cinema, ma va bene così!

 

Druk (Another Round) (Thomas Vinterberg, 2020, USA) Oscar miglior film non in lingua inglese e 1 Nomination (regia)

Quando non (s)cadono nell’inutilmente deprimente, trovo i lavori dei registi del Dogma 95 più che apprezzabili e questo, con la sua vena di dark comedy, ne è un perfetto esempio. L’alternanza degli ambienti scuola, famiglia e gruppo ristretto di amici di bicchiere è perfettamente bilanciata, purtroppo quella familiare è meno incisiva e tende all’avvilente e banale visto e rivisto. Inoltre, ho trovato interessante la teoria portante del film che è perfettamente compatibile con gli stili di vita di tante culture o comunità che consumano costantemente alcol o simili con moderazione, senza mai scadere nelle esagerazioni di alcuni popoli nordici. Buona la solita tanta camera a mano (ben utilizzata) e l’inserimento di un paio di scene/situazioni fuori contesto ma perfettamente piazzate come il bambino occhialuto e il ballo finale.

Nomadland (Chloé Zhao, 2020, USA) Oscar miglior film, regia e Frances McDormand protagonista e 3 Nomination (sceneggiatura, montaggio e fotografia)

Dopo il tanto parlarne, mi aspettavo di più. Come forse alcuni ricordano, già conoscevo i precedenti due film di Chloé Zhao, anch’essi un po’ documentaristici è ambientati nel west, fra praterie, cavalli, nativi e gruppi sociali al limite della “società americana”. Pertanto, l’ho trovato un po’ ripetitivo, simile agli altri per struttura e per la intrinseca solitudine dei protagonisti (quasi sempre tutti “buoni”). La regista evidentemente si trova a suo agio con queste comunità isolate (non le definirei emarginate) e appare fruttuosa la sua collaborazione con Joshua James Richards, direttore della fotografia di tutti e 3 i suoi film, che certamente sa approfittare degli immensi spazi (apparentemente) vuoti.

  

Mank (David Fincher, 2020, USA) Oscar sceneggiatura e fotografia (sic!) e 8 Nomination (miglior film, Gary Oldman protagonista, regia, Amanda Seyfried non protagonista,sonoro, musica, trucco e costumi)

Deludente per la sceneggiatura, per la controfigura di Orson Welles, per la sceneggiatura e, soprattutto, per le luci assolutamente irreali che ho trovato addirittura fastidiose. Luci assolutamente bianche e nette, da quelle emanate dai lampioni a quelle che entrano da porte e finestre quasi come un sole di mezzogiorno che però sta all’orizzonte (ma neanche in tali casi si sarebbero creati quegli effetti). I dialoghi non sono un granché e il di solito più che apprezzabile Gary Oldman qui appare svogliato e sottotono. I personaggi di contorno sono, a dir poco, per niente credibili. Se credessi a tali cose, penso che sia Welles che Mankiewicz si stiano rivoltando nella tomba.

Minari (Lee Isaac Chung, 2020, USA) Oscar non protagonista a Yuh-Jung Youn e 5 Nomination (miglior film, Steven Yeun protagonista, regia, sceneggiatura e musica)

Delusione totale, nemmeno la “nonna” vincitrice del premio Oscar come non protagonista mi è sembrata veramente meritevole del premio. La storia non è su una comunità di immigrati asiatici né sul loro inserimento nella società americana, né su intraprendenti agricoltori nel mid-west, né sulle dinamiche di una giovane famiglia coreana, né sull’ambiente. Il regista (anche sceneggiatore unico) ha inserito un po’ di tutto senza concludere niente; senz’altro fra i suoi colleghi in patria ce ne sono di molto più meritevoli.

lunedì 26 aprile 2021

La logica dei codici itinerari del TOLOMEO 2021

Proposto nel 2002 e completato nel 2003, il Nuovo Progetto Tolomeo (NPT), dopo tanti anni di vita era diventato obsoleto per vari motivi e quindi, dopo un tentativo fallito tre anni fa, a fine 2020 ho riproposto un aggiornamento sostanziale della struttura della rete pedonale ed un cambiamento radicale dei codici degli itinerari, adesso 23 più varie bretelle. Fra essi ce ne sono alcuni nuovi, altri restano identici a quelli in essere (non essendoci alternative), vari sono invece il risultato del sezionamento di quelli lunghi oltre una decina di km. Infatti, in questa riorganizzazione ho voluto ridurre la lunghezza media dei percorsi individuando dei nodi principali da ciascuno dei quali i camminatori potranno scegliere la successiva destinazione o anche tornare al punto di partenza seguendo un altro itinerario. 

Pertanto, a ciascun nodo ho attribuito una cifra, due nel caso di Sant’Agata e Sorrento che sono collegate da 4 percorsi, in modo che ogni itinerario sia identificato da un codice numerico a due cifre (la minore riportata per prima) che ne identificano le estremità. I quattro circuiti, avendo partenza e arrivo coincidenti, hanno dunque codice con due cifre uguali. Unica eccezione a tale numerazione è il tratto dell’Alta Via dei Monti Lattari (parte del Sentiero Italia - SI) da Colli di Fontanelle a Termini che manterrà il codice CAI 300, nonché i suoi classici segnavia bianco/rossi, mentre gli altri sentieri indicati dal CAI (Club Alpino Italiano) sulle loro mappe saranno invece identificati con codici TOLOMEO 2021.

La struttura “multi-radiale” (con più centri) del TOLOMEO 2021 risulta evidente nel quadro sinottico in alto nel quale sono riportati tutti gli itinerari e in particolare risalta l’importanza logistica del nodo di Sant’Agata (terminale di 10 itinerari) per la sua posizione centrale e praticamente equidistante dai capoluoghi di Sorrento (10) e Massa Lubrense (5), nonché di Termini (7), porta naturale di accesso alle aree meno antropizzate. 

Chi ricordasse i percorsi del NPT noterà anche non c’è più alcun itinerario che da Sorrento raggiunga direttamente il fondamentale nodo di Termini (Massa Lubrense), ma non è una carenza in quanto da ciascuno degli altri nodi intermedi (Massa centro, Monticchio e Sant’Agata) si possono intraprendere itinerari per tale destinazione. In questa struttura pressoché romboidale (con asse maggiore Sorrento – Termini e minore Massa – Sant’Agata) non vengono comunque trascurati i percorsi verso il mare anche se, necessariamente, la maggior parte di essi sono di andata e ritorno.

NB - Gli itinerari che ricadono in territorio sorrentino, compresi quelli di collegamento con il limitrofo comune di Massa Lubrense sono tutti definiti e già dotati di segnavia; quelli di esclusiva competenza lubrense non sono ancora dettagliati, ferme restando le mete.

micro-recensioni 91-95: un precursore di C.S.I. e Guerra dei Cristeros

Altra cinquina assortita, con un crime diretto da un maestro dei western, un medio e un lungometraggio messicani riproposti dalla UNAM, un noiosissimo acclamato (sopravvalutato, 4 Nomination Oscar) film in costume e un pietoso remake di un classico italiano.

 

Mystery Street (John Sturges, 1950, USA)

A chi ha poca memoria o attenzione per i nomi ricordo che l’ottimo Sturges fu il regista non solo di tanti western (fra i quali I magnifici 7 e Sfida all’OK Corral), ma anche di altri pregevoli film come La grande fuga, Il vecchio e il mare e Bad Day at Black Rock (semisconosciuto in Italia con nome Giorno maledetto). A questo Mystery Street mi riferivo nel titolo del post citandolo come antesignano dei film nei quali un crimine misterioso viene risolto grazie all’aiuto della scienza. Storia ben congegnata e ben descritta che vede la fattiva collaborazione di un giovane investigatore tradizionale e un ricercatore di Harvard. Gli interessanti indizi “scientifici” vengono ben miscelati con quelli inevitabilmente lasciati qui e là da vittima, ingiustamente accusato e assassino. Alcuni sono sapientemente fatti passare sotto al naso dell’investigatore, altri saranno invece notati e porteranno a conclusione le indagini. I buoni tempi e i twist, insieme al giusto uso delle casualità (per fortuna plausibili) lo rendono un solido e piacevole crime/noir. Consigliato.

Tras el horizonte (Mitl Valdez, 1984, Mex)

Mediometraggio sperimentale, 45 minuti di immagini in un’area rurale semidesertica, con un assassino in fuga e un inseguitore, entrambe a piedi. Si tratta di un adattamento di un racconto di Juan Rulfo, uno dei più importanti scrittori messicani del secolo scorso,; anche sceneggiatore e fotografo in campo cinematografico collaborò più volte con Gabriel García Márquez dal quale era molto stimato. In pratica non c’è dialogo, ma solo una voce narrante che rende noti i pensieri dei due nel corso del lungo inseguimento. Interessante realizzazione e buona trama, ma certamente è adatto solo a cinefili che si interessino di produzioni non convenzionali.

  

De todos modos Juan te llamas (Marcela Fernández Violante, 1976, Mex)

Il pregio principale di questo film (specialmente per i non messicani) e quello di parlare di un quasi-guerra-civile che ebbe luogo fra il 1926 e il 1929: la Guerra de los Cristeros (o Guerra cristera). A seguito di una legge anticlericale emanata dal presidente Plutarco Elías Calles, gran parte della popolazione rurale si ribellò armandosi e affrontando i soldati del regime al grido di ¡Viva Cristo Rey!. Pur non essendoci un esercito cristero, né grandi battaglie né una vera e propria guerra, gli eventi causati dalla legge Calles, furono di gran rilievo politico, coinvolgendo al di fuori del Messico sia il Vaticano che gli Stati Uniti. Un pezzo di storia che tuttavia rimane abbastanza nascosta e poche volte viene trattata e quindi è d’obbligo notare che fra gli autori Graham Greene ambientò in tale periodo il suo romanzo The Power and the Glory (giudicato fra i suoi migliori scritti), che poi fu adattato per lo schermo per The Fugitive (1947, it. La croce di fuoco), diretto da John Ford, con la consulenza di Emilio Indio Fernández, e con un cast di rilievo che contava su Henry Fonda, Dolores del Rio e Pedro Armendáriz. Questo film diretto da una delle poche donne regista messicane dell’epoca (tit. int. The General's Daughter, mai giunto in Italia) non ha grandi meriti ma in sostanza è ben realizzato ed interessante dal pinto di vista storico.

Pride & Prejudice (Joe Wright, 2005, UK/Fra)

Delle 4 Nomination Oscar che ottenne tre furono in categorie “minori” quali scenografia, costumi e commento sonoro originale, la quarta la ottenne Keira Knightley come protagonista e su questa mi permetto di dissentire in quanto durante tutto il film alterna sempre le stesse poche espressioni. Penso si sappia che non sono un fanatico dei film romantici e/o sentimentali, ma questo l’ho trovato veramente noiosissimo. Attribuendo ciò al testo originale di Jane Austen, devo sottolineare che si tratta del film di esordio di Joe Wright, del quale ho poi apprezzato il successivo Atonement (2007, simile genere, ciò dimostra che non sono prevenuto) ed il relativamente recente Darkest Hour (2017).

Welcome to Collinwood (Anthony Russo, Joe Russo, 2002, USA)

Ennesimo pessimo adattamento di un classico non americano in un remake, patetico e squallido. Nella fattispecie l’originale è I soliti ignoti (1958, Mario Monicelli) che viene distorto, volgarizzato, e neanche la presenza di George Clooney (anche produttore), Sam Rockwell, Patricia Clarkson, William H. Macy e altri decenti caratteristi possono risollevare Welcome to Collinwood in quanto il grandissimo problema sta nella sceneggiatura. Specialmente per noi italiani (ma oggettivamente per chiunque) non è pensabile replicare i vari Vittorio Gassman, Totò, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Renato Salvatori, Tiberio Murgia e l’ineffabile Carlo Pisacane (Capannelle).

mercoledì 21 aprile 2021

micro-recensioni 86-90: ottimo mix con Oscar (sconosciuto ai più)

Cinquina veramente varia, se non per un protagonista in comune fra i due film americani e l'ambientazione in un vagone ferroviario per altri due. Qualità media  più che buona nonostante ci sia un solo titolo conosciuto. 

 

Badlands (Terrence Malick, 1973, USA)

Opera prima di Malick, seconda apparizione sul grande schermo per Sissy Spaceck, primo ruolo importante come protagonista per Martin Sheen. Uno dei tanti film di quel decennio dedicato ai ribelli, ai giovani non convenzionali, agli ambienti del Midwest, ma certamente fra i migliori del genere. Non solo conta su una buona sceneggiatura, ma anche su un’ottima fotografia che sfrutta al meglio le scenografie naturali delle grandi pianure che si stendono a perdita d’occhio. Anche i due giovani attori protagonisti si dimostrano già apprezzabili lasciando prevedere la successiva più che soddisfacente carriera. La storia narra di un 25enne (che si atteggia a sosia di James Dean) che fugge con una 15enne lasciando dietro di sé una scia di morti. Il rapporto fra i due, con il padre di lei (Warren Oates) e con le persone in cui si imbattono nel corso del loro viaggio è sempre diverso, quasi sempre Kit (Sheen) è educato e cortese ma non si sa mai come andranno a finire questi incontri più o meno casuali; anche il finale è tutto una sorpresa in quanto all’atteggiamento del protagonista. Ottimo adattamento di un reale fatto di cronaca degli anni ’50; in Italia fu distribuito con titolo La rabbia giovane.

The Incident (Larry Peerce, 1967, USA)

Dopo aver ri-guardato dopo tanti anni Badlands, mi è venuta la curiosità di recuperare il film d’esordio di Martin Sheen nel quale interpreta uno dei due balordi (l’altro è Tony Musante) che terrorizzano i passeggeri di una carrozza della metropolitana di New York in piena notte. Film praticamente corale, con tanti buoni caratteristi. Interessante anche la costruzione che presenta brevemente single e coppie che si accingono a prendere la metropolitana, a differenti stazioni, dopo la serata passata in modo molto diverso … ma tutti finiscono nella stessa ultima carrozza del convoglio, che ha la porta di comunicazione bloccata. Da quel punto in poi, praticamente metà film, diventa quasi una pièce teatrale, una dozzina di personaggi chiusi in uno spazio ristretto con i due giovinastri che a turno attaccano briga e insultano tutti i passeggeri fino al (non troppo inaspettato) finale.

  

Six Shooter (Martin McDonagh, 2004, UK/Irl)

Opera prima di McDonagh, unico suo corto con il quale vinse l’Oscar, prima di affermarsi definitivamente presso il grande pubblico con i suoi soli 3 lungometraggi (il quarto è in lavorazione, ma non se ne conosce ancora il titolo). Questo regista/sceneggiatore irlandese è certamente fuori del comune, sia per la sua bravura in entrambi i campi, sia per essere praticamente specializzato in dark comedy e in questo suo esordio già evidenzia tale tendenza. La mezz’ora di questo quasi mediometraggio scorre per lo più nel vagone di un treno locale poco affollato; ognuno dei pochi passeggeri ha i suoi problemi avendo da poco subìto la perdita di un congiunto ma li affrontano e metabolizzano in modi molto diversi. Il protagonista è il sempre bravo Brendan Gleeson, che sarà poi anche in In Bruges e nel prossimo – al momento anonimo - film.

King of Devil's Island (Marius Holst, 2010, Nor)

Uno dei pochi film prodotti in Norvegia ad avere distribuzione internazionale, ma ovviamente non in Italia. Si tratta di un buon film girato in un “quasi bianco e nero” che si svolge su una piccola isola norvegese sulla quale si trova una specie di riformatorio. Pur riproponendo le inevitabili classiche situazioni che si ritrovano in film che trattano di prigioni, collegi, campi di lavoro e simili, lo sviluppo è abbastanza originale e i personaggi sono ben delineati e ben interpretati, senza le frequenti esagerazioni; inoltre, conta anche su un buon finale, certamente insolito. Fra i protagonisti, nei panni del direttore, c’è Stellan Skarsgård, di recente divenuto famoso per la serie Chernobyl, ma gli spettatori più attenti lo ricorderanno in tanti film girati non solo in Scandinavia (Millenium, Melancholia, Nymphomaniac, …), ma anche in Europa continentale (Ronin, Goya's Ghosts, …) e oltreoceano (Good Will Hunting, Angels & Demons, …).  

The Wife of Seishu Hanaoka (Yasuzô Masumura, 1967, Jap)

Ho parlato molte volte di questo prolifico e versatile regista giapponese che ha studiato anche a Roma, avendo come insegnanti Antonioni, Fellini e Visconti. Ha affrontato con disinvoltura e successo quasi tutti i generi ed in questo caso (novità fra le varie decine che ho visto) si cimenta in un interessante biopic. Seishu Hanaoka fu un medico/ricercatore vissuto a cavallo fra il ‘700 e l’800 e fu il primo al mondo ad operare un paziente in anestesia totale. Avendo studiato sia la medicina europea (conosciuta come olandese) che cinese ed esperto di erboristeria creò il primo anestetico con una mix di estratti di piante e fra le sue “cavie” ci fu anche sua moglie (da cui il titolo). Anche in questo caso Masumura non delude, anche perché conta su due delle migliori attrici dell’epoca (Ayako Wakao e Hideko Takamine) nelle vesti della moglie e della madre del medico, relativamente rivali.