domenica 1 agosto 2021

Micro-recensioni 181-185: selezione di film di Jean-Pierre Melville

Cinque film di Jean-Pierre Melville, semisconosciuto fra i non addetti ai lavori ma molto apprezzato non solo dai cinefili ma anche dai cineasti, in particolare fu autore di riferimento per quelli della Nouvelle Vague. Dei suoi migliori, fra i solo 13 diretti, mancano gli ottimi Le silence de la mer (1949, suo primo lungometraggio) e Le doulos (1963), entrambi guardati di recente.

 

Bob le Flambeur
(Jean-Pierre Melville, 1956, Fra)

Primo film a soggetto criminalità francese, con stile inspirato ai simili prodotti americani che il regista dichiaratamente apprezzava. Anche in questo caso risulta evidente quanto Melville desse molto più importanza alle riprese che ai dialoghi, spesso quasi del tutto assenti per svariati minuti. Nel cast non ci sono ancora nomi noti come Delon, Belmondo, Ventura, …, ma sono già presenti un buon numero di fidati caratteristi (a cominciare da Paul Meurisse) che saranno presenti in molti dei suoi film successivi. Al contrario dei suoi altri lavori del genere (dei quali fu sempre anche sceneggiatore) in questo caso spicca il finale molto differente da tutti gli altri, con una evidente vena ironica invece che tragica. Altro elemento che risulterà ricorrente e che qui viene anticipato è il relativamente buon rapporto fra chi dirige le indagini e il criminale protagonista della storia. Il film si è meritato un remake con altro titolo (The Good Thief, 2002, di Neil Jordan, con Nick Nolte) e, come al solito non all’altezza dell’originale … guardate questo del ’56, tutt’altra atmosfera e qualità.

Le deuxième souffle (Jean-Pierre Melville, 1966, Fra)

Dietro al ridicolo titolo Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide con il quale fu distribuito in Italia si cela questo interessantissimo noir francese (IMDb 8,1 RT 100%), per il quale Melville si avvalse di un’ottima sceneggiatura nella quale riuscì a collegare le due storie ben distinte incluse del romanzo originale (Un reglement de comptes) di José Giovanni. Questi fu autore di romanzi e dialoghi per i film, regista e sceneggiatore, personaggio molto singolare e senz'altro discutibile ma fondamentale per i polizieschi francesi per avere una perfetta conoscenza degli ambienti malavitosi essendo stato gangster, collaborazionista dei nazisti, estorsore, assassino, ricattatore e una decina di anni di galera sulle spalle ... non vi sembra abbastanza? A lui la Cinemateca Portuguesa dedicò quasi un’intera pagina delle 4 della dettagliata ed interessantissima scheda del film, insieme ai dati tecnici e commenti di critici e storici del Cinema. Corso, all’anagrafe Joseph Damiani, visse nell’ambiente criminale fino a quando alla fine della guerra, non avendo più protezione, fu arrestato e gli furono comminati 20 anni di lavori forzati; poi, aggiungendo altre condanne, addirittura la pena di morte che però fu successivamente commutata in lavori forzati a vita, poi ridotta e infine fu liberato nel 1956 dopo solo 11 anni di galera. Appena un anno dopo pubblicò il suo primo romanzo (Le trou) con lo pseudonimo José Giovanni edito dalla più prestigiosa casa editrice dell'epoca (Gallimard) ... ma rimaneva l'ex gangster Damiani. Nel '60 fu prodotto l'omonimo adattamento cinematografico (Il buco) e subito dopo un altro suo romanzo-film: Classe tous risques (Asfalto che scotta). Fra sceneggiature, stesure dialoghi e soggetti ha collaborato a oltre 30 film ed è anche stato egli stesso regista 13 volte. Fra i suoi lavori ci sono molti dei migliori film polizieschi francesi degli anni ’60 e ‘70 film di successo in fra i quali, oltre ai già citati, anche Il clan dei siciliani (1969), I 3 avventurieri (1967), Ultimo domicilio conosciuto (1970), Lo zingaro (1975), ... quasi tutti film di primo livello con gli attori più famosi in questo genere come Lino Ventura, Alain Delon, Jean-Paul Belmondo. I suoi precedenti rimasero ben nascosti fino al 1993 quando 2 giornalisti svizzeri rivelarono che dietro lo pseudonimo Giovanni si nascondeva il criminale Joseph Damiani nonché i dettagli del suo passato, ma avendo scontato la pena e chiuso i conti con la giustizia rimasero solo le chiacchiere e minacce di cause e querele non portate a termine.

Tornando al film, l’ho trovato ottimo, avvincente (le 2 ore e mezza non pesano assolutamente), molto ben interpretato. Interessante anche la varietà di personaggi proposti dai due commissari rivali che procedono con metodi completamente opposti, i due fratelli criminali che procedono su binari diversi, il misterioso e ambiguo Orloff, Manuche (proprietaria di un locale apparentemente signorile, rispettata da tutti) e ovviamente l’evaso Gu (Ventura) che si trova preso in una rete di ricatti, tranelli e bugie. Senz’altro un film da non perdere, altro che megaproduzioni moderne con attori iperpagati (e per lo più incapaci) ed effetti speciali a più non posso. Ah, dimenticavo ... ovviamente è girato con un opportunissimo bianco e nero. Di Le deuxième souffle è stato prodotto un (pessimo) remake nel 2007 con un cast improponibile ... Daniel Auteuil nel ruolo di Gu (con tutto il rispetto per Auteil, lo si può paragonare a Lino Ventura e specialmente in nelle vesti di un gangster?) e l’unico fondamentale personaggio femminile fu affidato a Monica Bellucci, che certo grande attrice non è.

  
Le Cercle Rouge (Jean-Pierre Melville, 1970, Fra)

Molto interessante la struttura della trama che scaturisce da una serie di incontri casuali e contatti intrecciati, mentre risulta eccessiva la struttura del minuzioso piano del grande furto … quasi un’americanata. Notevole il cast con il metodico e pacato commissario Mattei (Bourvil) che persegue i criminali interpretati da Alain Delon, Gian Maria Volontè e Yves Montand. Spicca l’abilità di Melville nel delineare i caratteri molto differenti dei personaggi, in questo caso particolarmente attento ai tre che non si conoscevano precedentemente.

L'armée des ombres (Jean-Pierre Melville, 1969, Fra)

In questo film i protagonisti sono i partigiani francesi durante l’occupazione nazista dei primi anni ’40 e, come nel caso di Le silence de la mer (1949), il regista descrive situazioni vissute o quasi. Infatti, nel 1940, entrò a far parte della resistenza e proprio in tale occasione scelse per sé lo pseudonimo Melville, essendo grande estimatore di Herman Melville, l’autore di Moby Dick; il suo vero cognome era Grumbach. Le star di questo film sono Lino Ventura e Simone Signoret, ben coadiuvati da Serge Reggiani, dal solito Paul Meurisse e Jean-Pierre Cassel (padre di Vincent). Certamente più politico e più cruento degli altri, specialmente se confrontato con il suo succitato film d’esordio nel quale l’ufficiale tedesco venne presentato come una persona colta e rispettosa degli altri, certo non lo stereotipo nazista di tanti altri film.

Un Flic (Jean-Pierre Melville, 1972, Fra)

Ultimo film di Melville, di nuovo con Alain Delon come protagonista, ma stavolta dall’altra parte, vale a dire che interpreta il commissario invece che il malvivente come in Le Samurai (1967) e Le Cercle Rouge (1970). Se ho espresso il mio disappunto per il furto alla gioielleria in Le Cercle Rouge, qui esagera ulteriormente con due diversi ed elaborati colpi, il secondo dei quali addirittura con l’utilizzo di un elicottero. Come altre volte, risultano fondamentali i rapporti fra i protagonisti, siano essi di omertà, rispetto o amicizia che quindi costituiscono il vero nucleo del film, lasciando ai crimini parti secondarie. Restano quindi intatte la gran qualità della narrazione per immagini e le buone interpretazioni.

 
A chi si destreggia con l’inglese consiglio la lettura di Jean-Pierre Melville’s Cinema of Resistance, articolo apparso sulla rivista The New Yorker.

giovedì 29 luglio 2021

Micro-recensioni 176-180: commedie di vario genere, di 5 paesi diversi

Gruppo molto eterogeneo (5 nazionalità diverse) ma parzialmente accomunati dal genere commedia, con varie sfaccettature: surreale per l’ultimo film di Buñuel, grottesca con Catch-22, dark l’inglese, crime l’argentina e popolare-musicale quella messicana.

 
Catch-22 (Mike Nichols, 1970, USA) tit. it. Comma 22

Cult anti-bellico che deve la maggior parte dei suoi meriti al soggetto tratto dall’omonimo famoso romanzo di Joseph Heller dal quale nel 2019 è stata tratta una miniserie di 6 ep. diretta, interpretata e prodotta da George Clooney. Tratta di un reparto di aviazione di stanza in Italia nella seconda metà della II Guerra Mondiale. Consiglio a tutti di leggere il libro che si compone di una serie di assurdità, paradossi e nonsense sostenuti, tuttavia, da una parvenza di ferrea logica. Senz’altro bravo Nichols a farne un film mettendone insieme alcune delle tante e variegate vicende, con i personaggi più significativi. Dà l’idea di un film fatto fra amici (anche se con un buon budget) vista la presenza di tanti attori noti, molti dei quali in parti secondarie: Orson Welles, Martin Balsam, Anthony Perkins, Martin Sheen, Jon Voight, Richard Benjamin, Art Garfunkel (proprio quello del duo Simon & Garfunkel), Paula Prentiss e infine l’ineffabile Alan Arkin, perfetto nei panni del protagonista Yossarian, assolutamente fuori di testa ma l’unico ancora umano. Commedia grottesca sì, ma anche dark e molto critica non solo nei confronti della guerra in genere e dei vertici della gerarchia militare, ma anche dei sottufficiali e soldati che si lasciavano andare ad azioni a dir poco biasimevoli. Consigliato.

Cet obscur objet du désir (Luis Buñuel, 1977, Fra)

Ultimo film del grande regista ispano-messicano, prodotto in Francia. Secondo me non è all’altezza degli altri di questo suo ultimo periodo, anche se è molto interessante l’utilizzo alternato di due attrici ben diverse fra loro (Ángela Molina e Carole Bouquet) per lo stesso personaggio, anche in scene in continuità; il protagonista maschile è ancora una volta Fernando Rey, dopo Viridiana, Tristana, Il fascino discreto della borghesia. Resta comunque un ottimo film, ben valutato anche dalla critica (IMDb 7,9 e RT 97%), ma lo vedo troppo lineare e privo di quei colpi di genio (spesso incomprensibili) che caratterizzano il regista. Nomination Oscar miglior film straniero e sceneggiatura.

  
El robo del siglo
(Ariel Winograd, 2020, Arg)

Furto al caveau di una banca di Buenos Aires realmente avvenuto, romanzato per trarne una piacevole sceneggiatura. Interessante l’organizzazione, ottima caratterizzazione dei componenti della banda, ben gestiti i tempi per dare la giusta suspense. La cinematografia argentina non è molto conosciuta al di fuori del Sudamerica, ma vanta ottime radici e quindi di tanto in tanto riesce ad esportare qualche film oltreoceano e talvolta è presente agli Oscar. Dopo le Nomination di La tregua (1974) e Camila (1984) arrivarono:

  1. 1985 La historia oficial (di Luis Puenzo) Oscar miglior film straniero (primo argentino) e Nomination sceneggiatura
  2. 1998 Tango, no me dejes nunca (Carlos Saura)
  3. 2001 El hijo de la novia (Juan José Campanella)
  4. 2009 El Secreto de sus Ojos (Juan José Campanella), secondo Oscar argentino per il miglior film straniero
  5. 2014 Relatos Salvajes (Damián Szifrón)

Ovviamente, tutti poco e mal distribuiti in Italia. Non è certo un capolavoro, ma nel suo genere è molto ben realizzato e non ha nulla da invidiare a tanti film più conosciuti americani ed europei.

O Lucky Man! (Lindsay Anderson, 1973, UK)

Come anticipato nel post precedente dedicato a Lindsay Anderson, si tratta dell’elemento centrale della cosiddetta Trilogia di Mike Travis, ma si rivela essere troppo lungo (quasi 3 ore) e poco interessante. Il soggetto dello stesso Malcolm McDowell (Mike Travis) appare essere troppo pretestuoso ed esagerato, mentre è interessante l’utilizzo degli stessi attori in ruoli differenti nel corso del film. Come spesso accade, il migliore della Trilogia è il primo, vale a dire If ….

El lunar de la familia (Fernando Mendez, 1953, Mex)

Commedia musicale-ranchera con il terzo cantante più famoso dell’epoca (Antonio Aguilar), da sempre sovrastato dagli idoli delle folle Pedro Infante e Jorge Negrete. Struttura standard fra amori ufficialmente non corrisposti, serenate, l’anziana despota (la solita ineffabile Sara Garcia), ubriacature, cantine e risse.

domenica 25 luglio 2021

Micro-recensioni 171-175: il periodo francese di Buñuel

Gli ultimi 7 film del regista aragonese furono produzioni o co-produzioni francesi, tutte con sceneggiatura dello stesso Buñuel e, tranne Tristana, in collaborazione con Jean-Claude Carrière eccellente autore con oltre 100 film al suo attivo, fra i quali La piscina (1969, Jacques Deray) e Tamburo di latta (1979, Volker Schlöndorff). Il cambio di ambientazioni e soggetti è evidente e, forte dei successi degli anni precedenti con i tanti riconoscimenti ottenuti a Cannes e Venezia, anche nelle sceneggiature ebbe molta più libertà, il che gli consentì di tornare in vari casi al surrealismo, anche se diverso da quello dei suoi primi film con Salvador Dalì (Un chien andalou, 1929, e L'âge d'or, 1930). Li ho guardati in ordine cronologico, saltando però La voie lactée (1969) avendolo visto meno di un anno fa (micro-recensione con altri film a soggettofilosofico-religioso). Ecco i primi 5, elencati però in ordine di mio gradimento e potrete notare che i primi sono quelli privi di importanti riconoscimenti internazionali.



 
Le fantôme de la liberté (Luis Buñuel, 1974, Fra)

Film geniale ed esilarante, senza né capo né coda, senza un protagonista né alcun filo conduttore se non quello degli incontri casuali fra vari personaggi. Ad ogni incontro si lascia in sospeso la breve storia precedente e si segue il personaggio incontrato per ultimo; considerato che nessuno ricompare in scene successive non si può neanche parlare di film corale. Come Buñuel ha sempre sostenuto parlando del significato dei suoi primi film surrealisti, lo spettatore non deve trovare una spiegazione o dare una interpretazione ad ogni immagine, oggetto o animale che appare sullo schermo. Specialmente in questo film procede seguendo eventi casuali, propone vicende a dir poco assurde come quella geniale della bambina data per scomparsa pur essendo presente (clip in basso, versione italiana). Questa assurda situazione ricorda quella del Doc Daneeka in Catch 22 (film del 1970 diretto da Mike Nichols, dal romanzo di Joseph Heller) che veniva assolutamente ignorato da tutta la truppa essendo stato (erroneamente) dato per morto in incidente aereo. 

Ma c’è molto di più e tutto è sempre sorprendente; Buñuel e Carrière si divertono a sviare gli spettatori, suggerendo qualcosa e poi mostrando tutt’altro. Appaiono forse-pedofili, sadomaso, frati che giocano a poker con medagliette e santini come fiches, militari in carrarmato che vanno a caccia di volpi, galli, struzzi, un postino in bici che consegna lettere in camera da letto, una ballerina di flamenco, un cecchino, sdoppiamento di persone, insomma di tutto e di più. Film da non perdere, ma non sprecante tempo ad analizzarlo e cercare di comprendere i dettagli, bisogna apprezzarlo così com’è, nel suo complesso.

Le Journal d'une femme de chambre (Luis Buñuel, 1964, Fra)

Lo definirei un film di transizione fra i suoi migliori film girati in Messico e la più recente coproduzione Viridiana (1961, Spa/Mex, Palma d’Oro a Cannes) e il nuovo corso con la maggior parte di attori francesi molti dei quali presenti in più film e tutti parlati in francese. Si tratta di un crime, fra storie torbide e personaggi inquietanti, con tanta sessualità che diventa ancora più esplicita ma sempre lasciando intendere molto e mostrando poco. La censura francese era certamente molto più permissiva di quella messicana e soprattutto della spagnola e quindi anche satira e critiche riferite ad ambienti del clero e militari divennero più frequenti e palesi. Fra i protagonisti si distinguono Jeanne Moreau e Michel Piccoli (che ritroveremo in altri 3 film di questo periodo) mentre fra gli ottimi co-protagonisti e caratteristi si notano numerosi attori che saranno presenti in quasi tutti i film successivi. Si contano almeno 4 adattamenti dell’omonimo romanzo di Octave Mirbeau, uno dei quali diretto da Jean Renoir nel 1946. Questo fu l’ultimo film che Buñuel girò in bianco e nero; da non perdere.

  
Belle de jour (Luis Buñuel, 1967, Fra)

Nota storia di una agiata borghese, felicemente sposata eppure con problemi psichici che sfociano in difficili rapporti con il paziente marito, sogni/incubi spesso a sfondo sessuale e infine alla scelta di prostituirsi in una casa d’appuntamento di una certa classe. Per ottenere una sceneggiatura credibile Buñuel e Carrière visitarono molti di questi mini-bordelli intervistando tenutarie e ragazze, informandosi sui gusti, stranezze e manie dei clienti più particolari, facendosi raccontare aneddoti curiosi e infine andarono anche ad indagare fra le prostitute di strada. Riuscirono così a mettere in scena un quadro di quell’ambiente più che realistico e a ben caratterizzare i vari personaggi, tanto che lo stesso Joseph Kessel (autore del romanzo dal quale era tratto il soggetto) si complimentò con loro per quanto fossero riusciti a sviluppare i personaggi e come li avevano presentati per immagini. Estremamente inquietanti i due malavtosi interpretati da Francisco (Paco) Rabal e specialmente Pierre Clémenti. Ovviamente, Buñuel approfitta delle tante occasioni fornite dal tema per inserire riferimenti libidinosi, raptus passionali e relazioni morbose continuando anche ad esplicitare per l’ennesima volta la sua mania (direi feticismo) per le immagini di piedi, scarpe e gambe femminili. Leone d’Oro e Premio Pasinetti a Venezia, 2° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma.

Le Charme discret de la burgeoisie (Luis Buñuel, 1972, Fra)

Sostanzialmente una commedia, seppur con tanti tipici elementi buñueliani, che sembra anticipare la non-struttura del successivo Le fantôme de la liberté (1974). Infatti, anche se in questo caso i sei personaggi principali sono sempre gli stessi e presenti dall’inizio alla fine, la serie di avvenimenti fra l’incredibile e l’improbabile (a volte quasi surreali) che impediscono loro di completare una cena (spesso non riescono ad andare oltre l’aperitivo) sono praticamente slegati fra loro pur essendo un pasto conviviale il filo conduttore della trama. Le situazioni irreali consentono a Buñuel e Carrière di inserire con nonchalance un vescovo-giardiniere, militari alle grandi manovre, confessioni di omicidi e omicidi veri e propri, sogni e aneddoti raccontati da personaggi occasionali che quindi contribuiscono al bailamme generale. Oscar miglior film straniero e Nomination sceneggiatura.

Tristana (Luis Buñuel, 1970, Fra)

Secondo film con Catherine Deneuve come protagonista, stavolta al fianco di Fernando Rey e Franco Nero. Del periodo francese è quello meno convincente, quello che mi piace di meno e anche quello con il rating IMDb più basso, comunque un più che buon 7,5 … sarà perché non ci fu la collaborazione di Carrière? Nomination Oscar miglior film straniero.

mercoledì 21 luglio 2021

Micro-recensioni 166-170: quasi tutto Lindsay Anderson

Avrei voluto dedicare la cinquina esclusivamente a questo regista inglese (sebbene nato in India, quando questa era ancora colonia britannica) ma per ora ho recuperato solo 4 dei soli 7 suoi lungometraggi; sto cercando una buona versione originale di O Lucky Man! (1973). Completa il gruppo un noir poco conosciuto, con Victor Mature protagonista.

 
The Whales of August (Lindsay Anderson, 1987, USA)

Piccolo gran bel film, con solo 5 personaggi (+ 1 in una fugace apparizione), tutto girato su un piccolo promontorio del Maine, dove sorge una casa solitaria, con vista sull’Atlantico. L’ottima sceneggiatura viene valorizzata da un cast di giovincelli (età media 82 annni), grandi attori di altri tempi, ma ancora in grande forma, a cominciare da Lillian Gish, 94enne all’epoca del film. L’affiancano Bette Davis (79), Vincent Price (76) e Ann Sothern (78), Nomination Oscar non protagonista. Questo fu l’ultimo film d Lillian Gish, star del muto, musa di D. W. Griffith (famosa per Birth of a Nation,1915, e Intolerance, 1916), una carriera lunga 75 anni. Ascoltare le discussioni fra le due sorelle (Gish e Davis), le intromissioni dell’amica (Sothern) e le visite dell’esule russo, galantuomo d’altri tempi (Price), interrotte solo dal rumorosissimo operaio tuttofare (Harry Carey Jr.), è un piacere per le orecchie. Buona anche la fotografia e la scenografia, sia per gli esterni che per gli interni con tanti interessanti dettagli. Indispensabile guardare la versione originale (si trova anche su YouTube a 720p).

This Sporting Life (Lindsay Anderson, 1963, UK)

Dopo aver lodato l’ultimo, eccoci al primo lungometraggio di Anderson, che giunse dopo 16 apprezzati corti girati fra il 1948 ed il 1959. Dramma intenso con i problematici personaggi principali in continuo contrasto molto ben interpretati da Richard Harris e Rachel Roberts (Nomination Oscar per entrambi). Lui è un operaio che riesce a sfondare nel mondo del rugby professionistico e che, pur avendo ottenuto un ricco ingaggio, si ostina a continuare a vivere nella stanza d’affitto della vedova della quale è invaghito, quasi un’ossessione per lui visto che altre opportunità non gli mancano. Forse Anderson indulge un po’ più del dovuto in alcune scene di gioco, ma talvolta sono importanti per poi descrivere l’ambiente del dopopartita. Consigliato.

  
I Wake Up Scresming (H. Bruce Humberstone, 1941, USA)

Pur non essendo fra i gli attori più noti di metà secolo scorso, Victor Mature fu protagonista di un buon numero di noir (questo è uno dei suoi primi), western e infine kolossal storici come Samson and Delilah (1949, di Cecil B. DeMille) nel quale interpretò Sansone al fianco di Hedy Lamarr (Dalila). In questo noir dalla trama classica, interpreta un talent scout ingiustamente accusato dell’omicidio di una sua star. Altro elemento ricorrente è la presenza della sorella della donna assassinata con l’inevitabile sorgere di una love story mentre tentano di smascherare il vero colpevole. Questo, o meglio questi, forniscono originalità alla trama, personaggi ben delineati, interpretati da più che buoni caratteristi (inquietante Laird Cregar nei panni dell’ispettore Cornell). Titolo italiano Situazione pericolosa IMDb 7,2, RT 86%, consigliato.

If … (Lindsay Anderson, 1967, UK)

Primo elemento della Trilogia di Mick Travis (personaggio interpretato da Malcolm McDowell), qui ribelle nel college, poi sarà un rampante rappresentante di caffè in O Lucky Man! (1973) e infine reporter d’assalto in Britannia Hospital (1982). Diviso in 8 capitoli, anche se a tratti surreale, è in effetti una satira/critica dell’establishment britannico, non solo in quanto all’istruzione, ma anche a tutti quelli che ruotano attorno, compresi clero e militari. Il film diviso in 8 capitoli e in ben 4 casi di sente parte del Sanctus della Missa Luba, della quale ho parlato nel post precedente e che mi ha spinto a recuperare questo film e poi gli altri di Anderson. Classico film di protesta degli anni ’60, vinse la Palma d’Oro a Cannes.

Britannia Hospital (Lindsay Anderson, 1982, UK)

Terzo e ultimo film della Trilogia di Mick Travis, è veramente surreale-fantastico, e l’accostamento a M.A.S.H. (1970, Robert Altman) mi sembra abbastanza forzato visto che, oltretutto, non si svolge in territorio di guerra; il legame è limitato alla follia dei medici e dei loro accoliti. In più punti esagerato, ma non mancano situazioni grottesche quasi geniali, soprattutto quelle relative alla visita della Regina Madre (madre di Elisabetta II, attualmente regnante). Divertente solo a tratti, guardabile a tempo perso.

lunedì 19 luglio 2021

Messe cantate molto particolari … e film

Per puro caso, a partire da un flash di memoria, ho elaborato una delle mie tanto amate associazioni mentali e di idee che da un’esperienza teatrale di quasi mezzo secolo fa, mi ha portato alla world music (in questo caso religiosa) e, manco a dirlo, al cinema. Comincio, come è giusto che sia, dal ricordo di un pezzo musicale (tratto dalla Missa Luba, congolese) utilizzato in uno spettacolo teatrale (se la memoria non mi inganna si trattava di un adattamento di Le serve di Jean Genet, messo in scena da Gerardo D’Andrea, proposto almeno fino al 2017) che si provava al Teatro Instabile di Napoli. Questo assolutamente anomalo spazio d’avanguardia (il nome è significativo) era gestito dal regista Michele Del Grosso che, oltre a produrre i propri spettacoli (in quel periodo provava un suo adattamento di L’opera da tre soldi di Brecht), concedeva la sala a terzi, come accadeva con me che proiettavo lì i film della Rassegna del Nuovo Cinema Americano dal titolo America, America dove vai? (preso a prestito dalla versione italiana di Medium Cool, 1971, di Haskell Wexler).

Dopo questa introduzione mirata a mettere in evidenza la prolificità di idee e attività artistiche di quegli anni, vengo al sodo: la Missa Luba. Questa versione cantata della messa in latino fu adattata dal francescano belga Guido Haazen (1921-2004) agli stili tradizionali congolesi e registrata nel 1958 dai Les Troubadours du Roi Baudouin, un coro di adulti e bambini di Kamina, Katanga, e conta 6 parti: Kyrie (clip sopra), Gloria, Credo, Sanctus (clip sotto), Benedictus e Agnus Dei.

Già esistevano altri adattamenti che utilizzavano ritmi locali in diverse parti del mondo, ma la Missa Luba diede la stura a nuove versioni, la più famosa delle quali è senz’altro la Misa Criolla, composta nel 1964 dall’argentino Ariel Ramírez (1921 –2010). Questi si rifece alla musica sudamericana ed in particolare quella andina, dopo aver incontrato l’impareggiabile cantante folk Atahualpa Yupanqui. Restando fedele alla messa latina, la sua misa inevitabilmente comprendeva gli stessi pezzi della Missa Luba, manca solo il Benedictus. Ogni pezzo fu adattato con ritmi e stili tradizionali differenti: Kyrie (baguala-vidala), Gloria (carnavalito-yaraví), Credo (chacarera trunca), Sanctus (carnaval cochabambino), Agnus Dei (estilo pampeano). 

E, delle tante versioni del Gloria pubblicate su YouTube, ve ne propongo due; questa sopra è relativa a una performance del 1999 a Buenos Aires, Argentina, mentre questa in basso è ancor più recente, del 12 dicembre 2014, in San Pietro, Città del Vaticano, durante una funzione officiata dallo stesso Papa Francesco.

La particolarità di questi pezzi non passò certo inosservata ed alcuni di essi furono inseriti in colonne sonore di 8 film latini. In precedenza stessa sorte era toccata alla Missa Luba con sue parti utilizzate in film messicani e statunitensi, ma i casi più famosi sono quelli del Gloria inserito in Il vangelo secondo Matteo (1964, Pier Paolo Pasolini) e il Sanctus in If ... (1968, Lindsay Anderson, film d’esordio di Malcolm McDowell). Quest’ultimo mi ha indotto a recuperare i film di questo regista inglese (1923-1994), apprezzato anche per i suoi corti, documentari e lavori teatrali, anche se il suo nome è legato soprattutto alla Mick Travis trilogy (If..., 1968, O Lucky Man!, 1973, e Britannia Hospital, 1982), tutti con protagonista Malcolm McDowellI suoi dichiarati punti di riferimento furono Jean Vigo e John Ford, e di quest’ultimo tratta About John Ford (1983), definito "One of the best books published by a film-maker on a film-maker". 

In rete si trovano tante versioni dei vari pezzi di queste due messe, nonché altre meno famose come la Misa Flamenca di Paco Peña.

sabato 17 luglio 2021

Micro-recensioni 161-165: seconda cinquina di classici coreani

Altra metà della rassegna dei 10 film coreani riproposti al Festival di San Sebastian. pubblicati su YouTube dal Korean Film Archive (vedi post del 2 luglio, classici sudcoreani degli anni '60). Nel complesso si tratta di una interessante selezione, non solo per offrirci una panoramica su un paese che usciva dal lungo periodo di occupazione giapponese e poi dalla guerra che portò alla definitiva divisione lungo il confine del 38° parallelo, ma anche per la qualità dei film che mostrano chiaramente la benefica influenza degli stili giapponesi, sia per il film di genere classico che per quelli dell’avanguardia degli anni ’60. In particolare colpiscono la cura delle inquadrature, la fotografia in bianco e nero e i commenti musicali, tutti di gran qualità. Ricordo ai lettori che nella playlist YouTube Korean Classic Film oltre a questi ce ne sono almeno un altro centinaio … sono convinto che, effettuando un po’ di ricerche, certamente si troveranno titoli interessanti di proprio gusto.

 

Homebound / Gwilo (Lee Man-hee, 1967, Kor)

Dramma e melodramma, sceneggiatura interessante, ottimo commento musicale, buone la fotografia e l’interpretazione della protagonista Moon Jeong-suk. Lei è sposata con un ufficiale, eroe di guerra invalido, che accudisce da ormai 14 anni. Lui scrive per un giornale qualcosa di simile ad un romanzo a puntate nel quale la protagonista vive per più versi le emozioni e le vicissitudini di sua moglie. Vengono così rappresentate due storie parallele (una reale e una fittizia) nelle quali è centrale il rispetto e l’altruismo fra i due, ma l’equilibrio rischia di essere rotto dalla presenza di un giovane giornalista che la protagonista incontra in occasione delle consuete consegne dei manoscritti alla redazione del giornale. Noto anche come The Way Home e, in quanto al titolo originale, Gwiro. Consigliato.

Mist / Angae (Soo-yong Kim, 1967, Kor)

Altro melodramma il cui protagonista è un dirigente di industria farmaceutica che torna per pochi giorni nel suo piccolo paesino natale lontano da Seul. Qui incontra una giovane maestra di musica, indipendente e di mentalità moderna, con la quasi unica ambizione di trasferirsi nella capitale. Fra i due nasce una profonda e sincera attrazione, nonostante non venga nascosto il fatto che lui sia già sposato. La narrazione è intercalata da tanti pensieri e ricordi del protagonista ben resi (anche se talvolta in modo un po’ confuso) con brevi o brevissimi flashback. Questo è un ottimo esempio di quanto scritto nel cappello in quanto a musica e fotografia, specialmente quella degli esterni, caratterizzati dalla bruma che fornisce lo spunto per il titolo.

  
The Devil's Stairway / Ma-ui gyedan (Man-hui Lee, 1964, Kor) 

Prima parte più che buona, in tutti i sensi (regia, sceneggiatura, fotografia, interpretazioni), poi si perde in una confusione generale e un eccesso di cigolii e scricchiolii che lo fanno diventare il film quasi un horror, abbandonando il genere noir/crime/thriller, fino a quel punto interessante. Si salva il finale abbastanza inatteso, anche se poco credibile e plausibile. Apprezzabili, anche in questo caso, inquadrature, fotografia e commento musicale.

The Barefooted Young / Maenbal-ui cheongchun (Ki-duk Kim, 1964, Kor)

Un dramma giovanile nel quale si trovano a confronto ambienti diversi e, come spesso accade in tali casi, ne consegue un finale tragico. Un fortuito incontro fra un piccolo malvivente (ma di buon cuore) al servizio di una banda di contrabbandieri e una giovane ragazza dell’alta società si rivela un colpo di fulmine. Il loro amore viene però osteggiato sia dalla famiglia di lei che dalla gang di lui. Un po’ troppo melodrammatici i dialoghi e gli incontri fra i due, mentre è molto migliore il contorno, ben descritto sia nei personaggi che negli ambienti.

A Day Off / Hyu-il (Man-hui Lee, 1968, Kor)

Dramma di una giovane coppia che si incontra solo ogni domenica; due giovani squattrinati, senza troppe ambizioni, pessimisti e disillusi. Film deprimente, lento e con un finale tragico, privo di una qualunque positività, tanto che i censori sudcoreani chiesero a regista e sceneggiatore di cambiare almeno il finale. Il loro rifiuto causò il blocco dell’opera che fu poi riscoperta e proiettata per la prima volta in Corea solo nel 2005, in occasione di una retrospettiva dell’apprezzato regista Lee Man-Hee. Certamente ben diretto, altrettanto certamente poco piacevole da guardare.

venerdì 16 luglio 2021

Much Ado About Nothing (1599, William Shakespeare)

La versione italiana di questa commedia è intitolata Molto rumore per nulla, che mi sembra commento adatto a quanto involontariamente innescato dalle mie poche righe scritte per Camminate, accompagnate dalla foto in basso. Infatti ciò che volevo sottolineare era semplicemente la pessima comunicazione di tanti giornalisti (potendo usare il corsivo non ho bisogno delle in-colpevoli virgolette del post originale) sia televisivi che della carta stampata che, per scopi commerciali e/o pubblicitari, propongono al grande pubblico una serie di attività non sempre adatte veramente a tutti o che comunque necessitino di un minimo di preparazione e/o attrezzatura adatta.

Le due guide (non citate visto che evidenziavo una situazione di carattere generale) che accompagnavano la giornalista hanno scatenato un putiferio interpretando erroneamente il mio scritto, considerandolo come un attacco personale e avviando con altri anche una diatriba in merito alle qualifiche di guida (alpina, vulcanologica, escursionistica, di media montagna, ...) sfociata quasi in rissa. A farli desistere non sono bastati vari pacati e attenti commenti attinenti alla giusta interpretazione del post, che, ripeto, era critico soprattutto dei media in generale. 

Beh, se uno è capace lo può fare anche in trampoli, ma ciò non toglie che i rischi aumentino (scioccamente) e che la TV pubblica dovrebbe presentare quel tipo di sentiero camminando con equipaggiamento adeguato. (Giulio Terminiello in risposta a Vincenzo Somma)

Penso che non si sia capito cosa Visetti volesse puntualizzare nel post. Il sentiero degli Dei oramai è super conosciuto, nel momento in cui la Rai o comunque una rete pubblica decide di fare un servizio, non è una passerella di moda di Milano, c’è un abbigliamento che va scrupolosamente consigliato dalle guide, non deve passare un messaggio di leggerezza, soprattutto su un canale nazionale. La montagna va vissuta con consapevolezza. Non si discute né su chi o quale associazione, solo di SICUREZZA. (Maria Buonocore)

Virgolettare i nomi comuni, non significa sminuirli (ve lo siete creato da soli questo preconcetto) come in questo caso "giornalista" e "guida", che al di là del fraintendimento sta a sottolinearne il ruolo che queste due figure professionali hanno senza citare i nomi dei diretti interessati. Perché appunto di professionisti si tratta. Se il messaggio che passa è quello di un sentiero su cui si può andare vestiti così, bisogna comprendere da dove nasce l'errore, che va avanti da anni, di far passare l'escursione al sentiero CAI 327 come facile. (Gaia Gargiulo)

Oltretutto, sarebbe bastato sottolineare che i componenti della troupe, nonostante fossero stati debitamente istruiti, come notoriamente spesso accade avevano voluto fare di testa loro, fatto in parte confermato dallo stesso Giovanni Caci, subito dopo avermi accusato di "usare le virgolette in maniera dispregiativa" (sua illazione):

Che poi come il servizio è presentato non dipende da noi, non facciamo noi il montaggio e non inseriamo la voce fuori campo, io sono responsabile solo di ciò che ho detto!

Comunque una parte di responsabilità in merito alla sottovalutazione delle difficoltà e rischi legati all’escursionismo in genere (non solo Sentiero degli Dei, ma anche Molare, Campanella, San Costanzo, Solaro via Cocuzzo, ecc.) deve essere attribuita anche a chi, per intascare una provvigione (operatori del settore turistico, accoglienza, trasporti, …) manda turisti allo sbaraglio raccomandando come facile e tutto in discesa il Sentiero degli Dei o consigliando un bagno a Crapolla con risalita subito dopo pranzo, nella canicola e senza un filo d’ombra. 

Infine, tornando all’inizio, sarebbe raccomandabile un più attento screening della clientela da parte delle agenzie e delle guide stesse, anche al momento della partenza. Per fare un esempio, non si può avere idea di certi personaggi che mi affidavano alcune compagnie americane, quando ancora lavoravo; nonostante, su mia raccomandazione, richiedessero esplicitamente una discreta preparazione fisica, visto che per una settimana avrebbero dovuto percorrere almeno una decina di km al giorno con un discreto dislivello e tante scale, dalle schede personali poi apprendevo che la loro attività fisica settimanale si limitava a tre sedute di yoga o un’ora al giorno di … giardinaggio! Preparazione perfetta!

In sostanza, si tratta del solito discorso della prevenzione (che si dovrebbe ripetere all'infinito) per cercare di evitare, per quanto possibile, almeno una parte dei soccorsi a incidentati o ricerche di dispersi. 

Discorso che le guide dovrebbero approvare e condividere, non contestare.

martedì 13 luglio 2021

Micro-recensioni 156-160: prima cinquina di classici coreani

Come anticipato nel post di un paio di settimane fa classici sudcoreani degli anni '60, in questa cinquina e la prossima parlerò dei 10 film coreani proiettati al Festival di San Sebastian e pubblicati su YouTube dal Korean Film Archive nella sua playlist Korean Classic Film.

 

Black Hair
/ Geom-eun meori (Man-hui Lee, 1964, Kor)

Yakuza-noir coreano nel quale, stranamente, non appaiono pistole ma solo coltelli e bottiglie rotte, per lo più utilizzate per sfregiare chi non rispetta le ferree regole imposte dal boss, costretto anche lui a subirne le conseguenze. Storia torbida e intricata che ha origine da uno stupro e che si sviluppa quasi esclusivamente all'interno della banda senza mostrarne le effettive attività criminali. Film tenebroso sia per i contenuti che per svolgersi quasi interamente di notte, conta su una eccellente fotografia, con il sottofondo di commento e colonna sonora molto interessanti, già influenzate dal retaggio americano, così come l'abbigliamento e l'ambiente dei bar e locali notturni frequentati da prostitute vestite all'occidentale. Anche se con alcuni limiti di sceneggiatura e dialoghi risulta essere visione piacevole e interessante che ci introduce alla conoscenza del mondo della malavita coreana con i suoi riti, gerarchie e leggi non scritte.

Aimless Bullet / Obaltan (Hyun-mok Yoo, 1961, Kor)

Film del neorealismo coreano che, per dipingere in modo troppo crudo e pessimista un certo tipo di società sudcoreana negli anni del dopoguerra, fu censurato e solo dopo 3 anni e mezzo fu recuperato da un consulente americano del Korean National Film Production Center e quindi presentato al Festival internazionale di San Francisco dove venne molto apprezzato per la tecnica al di là dei contenuti: "a remarkable film, … brilliantly detailed camera work is matched by probing sympathy and rich characterizations" (Variety). Si narra della famiglia di un onesto contabile che si deve prendere cura della madre rimasta scioccata dalla guerra, un fratello invalido di guerra, una sorella che si rassegna a prostituirsi con i soldati americani e due ragazzini; a ciò si devono aggiungere suicidi, rapine e … un fastidiosissimo mal di denti.

  

The Housemaid / Hanyeo (Kim Ki-young, 1960, Kor)

L’unico di questa serie che avevo già visto. Si tratta di un dramma che si è meritato un remake nel 2010 (Kor, IMDb 6,4 e RT 70% contro il 7,3 e 100% dell’originale), diretto da Sang-soo Im. Girato in modo egregio in bianco e nero e quasi tutto in interni, purtroppo si basa su una sceneggiatura (dello stesso Ki-young Kim) molto poco convincente ed un finale ridicolo. In particolare le riprese nella casa a due piani (che ha il suo elemento centrale nelle scale inquadrate da angolazioni sempre diverse) con alternanza di primi piani e riprese attraverso finestre e spiragli di porte, rendono molto bene un’atmosfera da dramma-thriller. Peccato però che i comportamenti dei protagonisti sono insulsi e poco credibili e le interpretazioni a dir poco scadenti, a cominciare dal primo attore veramente pessimo. Andando a cercare i motivi che giustificassero le buone critiche, ho visto che molti commenti concordano in linea massima con la mia opinione e ho anche scoperto due trivia interessanti: il ridicolo e completamente fuori tono finale fu aggiunto in postproduzione in quanto la vera conclusione fu reputata troppo scioccante e all’esordiente attrice che interpretò la squilibrata cameriera non furono più proposti altri ruoli (in effetti comparve in altri due film minori) si dice a causa del ruolo ricoperto in The Housemaid, ma penso anche perché non valeva un granché. Il film (restaurato grazie alla World Cinema Foundation di Martin Scorsese) si trova su YouTube a 720p e vale la pena guardalo per regia, fotografia e riprese, ma sappiate che molto probabilmente sarete delusi da sceneggiatura e interpretazioni.

The Flower in Hell / Ji-okhwa (Sang-ok Shin, 1958, Kor)

Assimilabile nel neorealismo, fu uno dei primi film a mostrare la situazione del dopoguerra (civile, 1950-53, con l’intervento delle truppe americane) fra povertà, mancanza di lavoro, mercato nero e prostituzione. Ulteriore elemento di scalpore fu che la notissima attrice protagonista (Choi Eun-hee, 1926-2018, che di solito interpretava figure positive di donne oneste e dedite alla famiglia) appariva nel ruolo di una prostituta con pochi scrupoli. Anche se non inerente al film, vale la pena menzionare che nel 1978, mentre si trovava a Hong Kong, fu rapita dal regime della Corea del nord e poco dopo anche suo marito, regista di questo film, subì la stessa sorte e insieme furono costretti a recitare lì. Riuscirono a scappare nel 1986 durante una tournee a Vienna rifugiandosi presso l’Ambasciata USA e quindi si trasferirono a Hollywood dove lavorarono per una dozzina di anni; solo nel 1999 tornarono in Corea del sud.

Farewell Duman River / Dumangang-a jal itgeora (Kwon-taek Im, 1962, Kor)

Nell’articolo di presentazione veniva definito western manchù, ma in effetti si tratta di film bellico relativo alle azioni dei partigiani e degli studenti contro l’esercito di occupazione giapponese lungo il fiume Duman, oggi confine fra Corea del nord e la Manciuria cinese. Direi poco interessante, mal realizzato e, come se non bastasse, la copia restaurata non è di gran qualità e mancano molti fotogrammi. Da evitare.

domenica 11 luglio 2021

Poche note conclusive (e due clip) sulla filmografia di Hitchcock

Più volte mi è sorto il dubbio che Hitchcock fosse un po’ misogino … o, almeno, reputasse che per lo più le donne fossero stupide o prive di senso pratico. In tanti suoi film, anche quando presenta personaggi femminili intraprendenti, (apparentemente) geniali, con volontà di risolvere problemi e/o aiutare il loro compagno, nella maggior parte dei casi i problemi e i pericoli che creano sono maggiori dei vantaggi. Per non parlare delle donne intriganti e insopportabili, sia per pertinacia o insulsaggine, di solito appartenenti all’alta borghesia, classe che evidentemente non teneva in gran considerazione. Infatti, nobili, ricchi o arricchiti che fossero, uomini o donne, vengono messi quasi sempre in cattiva luce e quindi diventano facile bersaglio di satira e critica, peraltro non troppo velata. Altra situazione presente nella maggior parte dei sui film è il precario rapporto di coppia (coniugi, fidanzati e innamorati), pur essendo lui felicemente spostato e grande estimatore di sua moglie che lo affiancò fino alla morte, non solo come sposa ma anche come fidata consigliera e collaboratrice (soprattutto per le sceneggiature).

Come già sottolineato, Hitchcock amava molto l’ironia e ciò traspare chiaramente dall’arguzia di tanti dialoghi inseriti qui e là nei suoi film, spesso riferentesi ad argomenti non strettamente attinenti alla trama, sembrano piuttosto vere e proprie critiche sociali o del modo di vivere di alcune persone. Inoltre, in quasi tutti i film a sfondo politico (includo quelli bellici, su terrorismo e intrighi internazionali) inserisce invece brevi discorsi in merito alla democrazia, alla libertà e alla legalità, approfittando anche per mettere in pessima luce prima i tedeschi e successivamente i russi.

Venendo alla parte più tecnica, è assolutamente indubbia la sua abilità nel gestire i tempi, indirizzando prima gli spettatori a concentrarsi su determinati elementi per poi tenerli con il fiato sospeso finché non si saprà se il personaggio in scena scamperà il pericolo o si salverà. A tal fine, nei momenti topici, utilizza di solito un montaggio rapido, contando soprattutto su dettagli, primi piani e semplici trucchi per attirare l’attenzione, come quello di far brillare qualunque lama o quello, più ingegnoso e originale, di illuminare il bicchiere di latte dall’interno (Suspicion, 1941, video in basso).

In quest'altro ben montato video (prodotto da IMDb) potrete invece apprezzare vari elementi ricorrenti, ben noti agli appassionati, dalle notizie che si diffondono con i giornali alle note scritte, dalle scale alle ombre, dagli incontri in treno al voyeurismo, dagli innocenti accusati ingiustamente agli assassinii premeditati, dai luoghi famosi ai suoi cameo

Nell’arco della sua lunga carriera ha avuto modo di mettere in mostra la sua grande versatilità, con vari prodotti per lui unici nel genere, poche commedie pure (fra le quali The Farmer’s WifeThe Trouble with Harry, ma sono pochi i film che non includano almeno qualche scena satirica) e tante variazioni di film crime, spy, thriller nei quali ha indubbiamente dato il meglio di sé. Ufficialmente si sa che ha collaborato alla sceneggiatura di una dozzina dei suoi film (ma nella metà dei casi uncredited) e sua moglie, Alma Reville, ad un’altra dozzina; per concludere con le collaborazioni famigliari, c’è da segnalare che per tre volte Pat(ricia) Hitchcock, la figlia, ebbe un ruolo nei suoi film.

Infine, una considerazione che vale tutt’oggi per molti talentuosi registi: una volta che giungono ad una certa fama diventano spesso “schiavi” delle case di produzione, specialmente se il cast comprende grandi star. Per questo motivo preferisco tanti film del periodo inglese (qualcuno anche muto) a molti del periodo americano. Per esempio sia Pshyco che The Birds non contano su grandi nomi, il successo fu dovuto solo ed esclusivamente alla qualità del film. Fra gli attori famosi, sembra che James Stewart sia stato quello con il quale si trovò più in sintonia e quindi fra i migliori film del regista troviamo Rear WindowRope e Vertigo. Come già scritto, Cary Grant riuscì meglio nei ruoli drammatici (p.e. Notorius) che nelle commedie e degli altri attori famosi scritturati occasionalmente solo Henry Fonda finì in un buon film (The Wrong Man), mentre le apparizioni uniche di Gregory Peck (The Paradine Case, 1947), Sean Connery (Marnie, 1964) e Paul Newman (Torn Curtain, 1966) non si rivelano fruttuose.

Comunque sia, fra i 53 film oggi disponibili c’è tanto da guardare … con attenzione!

sabato 10 luglio 2021

Micro-recensioni 151-155: conclusione del ciclo Hitchcock

Con questi ultimi 4 ho completato la filmografia di Hitchcock tutta di un fiato, vale a dire i suoi 53 film esistenti (fra muti, in b/n e a colori, girati in UK e USA) guardati in ordine cronologico. Alcune liste ne contano 56 ma, come forse i più sanno, Number 13 (1922) non fu mai completato, di The Mountain Eagle (1926) non esistono copie, ma pare che non si sia perso molto in quanto lo stesso Hitchcock (intervistato da Truffaut) lo definì awful (= pessimo, terribile, bruttissimo) e di Elstree Calling (1930) girò solo poche scene. Questi quattro, girati far il 1966 ed il 1976 sono di poco interesse e non ebbero neanche un gran successo all’uscita tranne, forse, Torn Curtain ma più che altro per le star protagoniste. Per completare la cinquina ho scelto un thriller-horror poco conosciuto, realizzato sotto forma di commedia leggero, un genere insolito per Polanski.

 
Frenzy (1972)

Film tutto inglese, ambientato e girato in UK, con cast completamente autoctono, attori pressoché sconosciuti. Rientra nel genere dell’uomo comune accusato di un crimine non commesso da lui e quindi si segue la solita routine della fuga, arresto e tentativo di incastrare il vero colpevole. Il personaggio più interessante (divertente ed ironico) è quello della moglie dell’ispettore, che continua a proporre al marito e agli occasionali ospiti quelle che secondo lei sono delle prelibatezze di alta cucina francese. Senza l’oppressione dei produttori e senza superstar fra i piedi, questo film è il più interessante di questo gruppo e Hitchcock sembra tornare al suo stile originale.

Family Plot (1976)

Ultimo film diretto da Hitchcock (all’epoca 77enne, sarebbe morto 4 anni più tardi), stavolta di nuovo in USA, una dark comedy senza star ma con vari giovani attori della American New Wave. Fra i protagonisti ritroviamo Bruce Dern (quasi esordiente in Marnie), Karen Black, presente in tanti film cult di quel periodo come Easy Rider (1970, Dennis Hopper), Five Easy Pieces (1970, Nomination Oscar, Bob Rafelson), Nashville (1975, Robert Altman) e Barbara Harris (Golden Globe per questo film e per il precedente Nashville). Per una serie di casi a dir poco fortuiti, due coppie di malviventi (una di truffatori quasi dilettanti e una più professionale dedita a rapimenti a fini di riscatto) entrano in contatto/contrasto con conseguenze inaspettate per tutti. Nettamente diverso da tutti precedenti, veramente in stile New Hollywood … si lascia guardare.

 
Torn Curtain (1966)

Inizio con il sottolineare l’ennesimo fuorviante titolo italiano … Il sipario strappato; infatti, non c’è nessun sipario notevole ai fini della trama. Pur essendo vero che curtain significhi anche sipario, in questo caso ci si riferisce alla iron curtain, vale a dire la cosiddetta cortina di ferro degli anni della guerra fredda, periodo nel quale si svolge il film, parzialmente ambientato a Berlino est. Noioso e per niente plausibile, l’interesse si riduce alla incredibile serie di intoppi che si presentano sulla strada dei due protagonisti (interpretati da Paul Newman e Julie Andrews) nel corso del loro tentativo di fuga.

Topaz (1969)

Ennesimo film a soggetto spionistico che si sviluppa fra Cuba e Parigi, presentando una serie di doppiogiochisti cubani, americani e francesi. Per la parte finale (ambientata in Francia) furono ingaggiati gli allora relativamente giovani Michel Piccoli e Philippe Noiret. Per lo più prevedibile, come del resto la maggior parte dei film di questo genere.

The Fearless Vampire Killers (Roman Polanski, 1967, UK/Pol)

Una delle tantissime parodie dei film di vampiri, nella quale lo stesso Polanski è protagonista, ma c’è anche da notare la presenza di Sharon Tate, sua futura moglie, trucidata dalla Famiglia Manson un paio di anni dopo. La storia è proposta in modo abbastanza originale, ma con tutti gli stereotipi possibili e immaginabili (aglio, mancati riflessi negli specchi, picchetti da conficcare nel cuore, croci, raggi di luce, il servitore deforme, la cripta con le bare, ecc.).

Questo l’ho messo in ultimo solo perché non fu diretto da Hitchcock ma, in quanto al mio gradimento, meriterebbe senz'altro il secondo o terzo posto in questa cinquina. Commedia leggera, piacevole da guardare, un buon modo per passare quasi un paio d’ore di svago.