venerdì 10 luglio 2020

Micro-recensioni 236-240: Fernando de Fuentes e Gabriel García Moreno

Cinquina dedicata a soli 2 registi messicani, costituita dalla celebre Trilogia della rivoluzione del primo, il più famoso dei due, reputato uno dei migliori registi non solo dell’epoca, e un paio di film muti ritrovati dopo un lungo oblio e restaurati negli anni scorsi.
  
Ho approfittato della recente disponibilità online dei tre film di Fernando de Fuentes (anch’essi restaurati ed in 1080p) per ri-guardare gli ultimi due e apprezzare anche il primo, il meno noto dei tre ed una assoluta novità per me.

El prisionero 13 (Fernando de Fuentes, Mex, 1933)
Meno conosciuto degli altri due, si basa su una storia con un numero limitato di personaggi, alcuni dei quali completamente al di fuori delle vicende rivoluzionarie. Visto l’antefatto, risulta chiaro che il bambino separato dal padre ritornerà in scena da grande, ma per giungere a quel momento bisogna aspettare l’ultimo quarto d’ora, che include vari colpi di scena. Trama singolare, della rivoluzione (intesa come scontri a fuoco) non c’è assolutamente niente, ma se ne vedono solo gli effetti su alcuni cittadini della capitale, dove si svolge l’intera storia.

El compadre Mendoza (Fernando de Fuentes, Mex, 1933)
Senza dubbio il più famoso della Trilogia, apprezzato dai critici ed amatissimo dal grande pubblico tanto che fu scelto per l’inaugurazione della Cineteca Nacional México (17 gennaio 1974). Al centro della singolare trama c’è Rosalio Mendoza, ricco proprietario della tenuta Santa Rosa, commerciante e traffichino, che con varie “acrobazie” riesce a restare in buoni rapporti sia con i rivoluzionari di Zapata che con le forze di governo. Anche in questo caso di sparatorie e battaglie non c’è quasi nulla.

Vamonos con Pancho Villa (Fernando de Fuentes, Mex, 1935)
Terzo e conclusivo film della Trilogia della rivoluzione, di nuovo focalizzato sui partecipanti, con un non troppo entusiasmante presentazione di Pancho Villa. De Fuentes ancora una volta narra di uomini, sia giovani che maturi, che abbracciano gli ideali della rivoluzione con passione, coraggio ed entusiasmo … e per più di uno di loro finisce male. Non cono sono i classici eroi ma gente semplice, con le loro paure, le loro fanfaronate e ideali di solidarietà e onore. Questo è l’unico dei tre nei quali si vedono scontri a fuoco, feriti e morti … praticamente girato sui campi di battaglia. I protagonisti sono sei amici che, quasi per gioco, si arruolano nelle fila rivoluzionarie.
 
Come anticipato, i film di Gabriel García Moreno sono tornati alla luce in tempi e modi diversi e sono stati restaurati, ri-montati e musicati, uno addirittura in Polonia. Non sono completi ma le ultime ricostruzioni sono decisamente più lunghe di quelle precedentemente disponibili. Dei pochi altri noti, si sa qualcosa di El Buitre (1925) e pare che varie scene di esso siano state riutilizzate in El puño de hierro (1927). Il regista ebbe una certa fama e seguito durante gli ultimi anni dell’epoca del muto, tant'è che i cartelli dei suoi film erano anche in inglese.

El tren fantasma (Gabriel García Moreno, Mex, 1927)
In poco più di un’ora è concentrata una trama molto articolata, fra furti, rapimenti, inseguimenti, travestimenti e storie d’amore. Si percepisce la mancanza di varie scene, il montaggio manca di continuità, spesso ignorando distanze e tempi, ma senza dubbio era un prodotto destinato ad un grande pubblico che non andava tanto per il sottile e certamente rimaneva incantato da tanta rapida azione e rovesciamento di situazioni.

El puño de hierro (Gabriel García Moreno, Mex, 1927)
Di quest’altro film 7 pizze riapparvero negli anni ’60 e da quelle furono montate 2 edizioni. Ne ho guardato terza ricostruita nel 2001 (e restaurata nel 2016) grazie a integrazioni di altri negativi e positivi e, soprattutto, sulla base del soggetto dettagliato e delle indicazioni di Hortensia Valencia, fra le protagoniste del film e moglie del regista.
Approfittando del restauro, entrambi i film sono stati opportunamente musicati e sono stati aggiunti cartelli. Certamente più articolato e complesso del precedente, combina varie storie diverse che tuttavia hanno qualche personaggio comune e gran parte è legato all'uso e commercio di droga.

sabato 4 luglio 2020

Micro-recensioni 231-235: film sovietici d’autore

Sull’entusiasmo derivante dalla visione di Sayat Nova - Il colore del melograno, ho guardato gli altri 3 film imprescindibili di Parajanov, girati nell’arco di una 20ina di anni. Ho completano questo gruppo con due film di lunghezza ridotta degli inizi di Tarkovsky (considerandoli un’unica visione) e uno dei tanti adattamenti dello shakespeariano Re Lear, ma di indiscusso pregio.
Shadows of Forgotten Ancestors (Sergei Parajanov, URSS, 1965)
The Legend of Suran Fortress (Sergei Parajanov, URSS, 1985)
Ashik Kerib (Sergei Parajanov, URSS, 1988)

Con questi 3 ho guardato quanto c’era da guardare di Parajanov. Di solito gli sono accreditati 10 film, ma il regista rinnegò quanto prodotto prima del ’65 (5 film in stile più o meno tradizionale) definendolo “spazzatura” e l’ultimo non si dovrebbe prendere in considerazione in quanto riuscì a girare solo parte di esso prima della morte. Ne restano così 4, in parte simili per stile ambientazione, basati su leggende e miti, fra il surreale e tableaux vivant, scenografie e location naturali, coloratissimi costumi tradizionali, tanti animali, uso della luce in modo molto espressivo colori forti e contrastanti, musica etnica. Per ognuno di essi si potrebbe scrivere tanto e comunque resterebbero parti non sufficientemente analizzate e molte altre misteriose o incomprensibili per i non esperti di tali culture.
Aggiungo solo che il suo ultimo film portato a termine Ashik Kerib (1988) mi è sembrato meno avvincente dei precedenti forse perché con trama più comprensibile e lineare. Inoltre, rispetto agli altri c’è una maggior continuità nella colonna sonora composta da brani musicali musica e canti tradizionali visto che il protagonista che dà il titolo al film è un menestrello, girovago per forza. Parajanov lo dedicò al suo amico Andrei Tarkovsky, deceduto due anni prima a soli 54 anni.
Comunque ribadisco che sono tutti film da guardare con attenzione, un piacere per gli occhi anche se non si riescono a carpire tutti i significati e i simbolismi.
Re Lear (Grigoriy Kozintsev, URSS, 1971)
Dramma shakespeariano molto ben messo in scena, in affascinanti location. Girato in b/n e in formato 2.35:1, conta su ottime interpretazioni di tanti attori di chiara origine teatrale. Al di là dell’ottima tecnica, come è immaginabile risulta un po’ “pesante” non tanto per la lunga e articolata storia quanto per l’eloquio aulico. Seppur adattato in modo totalmente diverso, regge più che bene il confronto con la versione nipponica di Kurosawa: Ran (1985).
Korol Lir, questo il titolo originale, fu l’ultimo dei soli 15 film diretti da Kozintsev in oltre 40 anni; il precedente era stato Gamlet (Amleto, 1964) ancor più elogiato di questo ed evidentemente basato su un’altra tragedia del famoso autore inglese. Mi dovrò mettere alla sua ricerca.

The Killers (Andrei Tarkovsky, Aleksandr Gordon, URSS, 1956)
Tarkovsky diresse due delle tre parti di questo corto di poco più di un quarto d’ora ed interpreta il secondo cliente, suo cognato, il coregista Aleksandr Gordon, diresse l’altro ed interpreta il barista, non è chiaro quale parte abbia avuto la terza co-autrice Marika Beiku. Il filmato fu prodotto mentre erano studenti Film Institute di Mosca e fu uno dei primi casi dell’epoca in cui fu concesso di utilizzare un soggetto americano; è infatti tratto da un racconto di Hemingway.

Violin and Roller (Andrei Tarkovsky, URSS, 1961)
Mediometraggio di circa un quarto d’ora nel quale già appaiono dei temi cari al regista: tanta acqua, riflessi e specchio. Tuttavia, manca la pacata lentezza che sarà un marchio di fabbrica per i successivi capolavori.

mercoledì 1 luglio 2020

Tajinaste rojo ... soddisfatto a metà

Grazie al Covid, in questo caso veramente e non ironicamente, mi sono trovato ancora a Tenerife nel momento della fioritura del tajinaste rojo.

Quando questa era nel suo pieno le escursioni non erano ancora possibili, poi ho aspettato la ripresa delle corse della guagua per il Teide (l’unica ancora sospesa in quanto prettamente turistica), ho sperato lo scorso weekend, alla fine quando sarà riattivata? Venerdì 3 luglio, il giorno previsto per il mio rientro, con 2 mesi e 20 giorni di ritardo …  'a ciorta d'o pover'omm'.
La differenza fra raggiungere il Parque Nacional del Teide con mezzi propri o in bus consiste nel fatto che nella prima ipotesi si è costretti a tornare al punto di partenza, mentre nella seconda si può contare su 5 fermate distribuite lungo i 14 km della strada che attraversa la caldera, fra i 2.000 e i 2.300m di quota, e quindi iniziare in un punto e terminare in un altro, escursione lineare e non circolare.
Non volendo perdere l’occasione unica, mi sono comunque rassegnato e ho noleggiato un’auto e alle 9.30 ero già all’inizio del sentiero 18 (Chavao), detto anche la ruta del tajinaste rojo, che mi era stato consigliato da una guida locale eppure non ne ho visto neanche uno in fiore. Una coppia di escursionisti francesi (ma residenti sull’isola da 16 anni) mi hanno detto che lì c’erano un mese fa, ma ora era meglio andarli a cercare fra Portillo e Fortaleza. I 4km del percorso (x2 = 8km) si sono rivelati comunque interessanti per le belle viste e un vasto campo di lava cordata (pahoehoe) con vari tratti di lava a cuscino (pillow lava).
Tornato alla macchina ho preso quindi la via del ritorno lungo la quale mi sono fermato più volte per scattare foto panoramiche (Roques de Garcia, Minas de San José, …) o di tajinaste, anche se il più delle volte verdi con un solo minimo accenno di fiori.
L’Echium wildpretii (questo il suo nome scientifico) è endemico delle Canarie, esattamente dell’isola di Tenerife dove si incontra perlopiù nella Caldera del Parco Nazionale del Teide, fra i 2000 e 2500 metri di altitudine. Infatti, lì trova ambiente ideale visto che ha la particolarità di aver bisogno di molto sole e di resistere a temperature basse, quindi si trova perfettamente a suo agio nella caldera dove raramente nevica, le temperature scendono al di sotto dello zero solo di notte e i giorni di sole pieno sono oltre 300 all'anno.
Il genere degli Echium (Erba viperina, famiglia Boraginaceae) conta una 70ina di specie, 27 delle quali sono endemiche della Macaronesia (le isole dell’Atlantico centrorientale: Azzorre, Madeira, Canarie, Capo Verde) e sono fra le più imponenti.
Dalle parti nostre si trova l’Echium fastuosum che qualcuno chiama blu di Capri, ma è nativo di Madeira (in inglese è pride of Madeira). Altri Echium sp. sono comuni sui Lattari, ma il più alto e simile (E. italicum) solo in pochi casi supera il metro, ben poca cosa nei confronti del tajinaste che raggiunge i 3 metri.
Come in varie altre piante i fiori crescono in una specie di spiga in tempi diversi, dal basso verso l’alto; il colore può variare dal rosa pallido al rosso profondo. La combinazione di questi colori sui fusti verticali con lo sfondo con la dominante giallo marrone delle sabbie vulcaniche della caldera del Teide è certamente qualcosa di unico, ma bisogna trovarsi al posto giusto al momento giusto.
Ho approfittato del ritorno a valle per fermarmi a scattare una foto alla Margarita Piedra (anche Rosa de Piedra), come potete vedere si tratta di una singolarissima formazione rocciosa che ricorda un fiore. 

martedì 30 giugno 2020

MaraTrail Lubrense ... pare si possa fare ...

Facendo seguito al già abbastanza dettagliato post di presentazione di questa Camminata, pubblicato la settimana scorsa, ecco ulteriori dettagli oltre a mappe e profili altimetrici da scaricare e salvare sui vostri dispositivi o stampare se preferite il formato cartaceo, orario SITA in vigore (dal sito ... ma è sempre meglio controllare). 

Per quanto riguarda le previsioni meteo (soprattutto le temperature), al momento sembra cosa fattibile … in caso cambiassero in modo radicale e fossero annunciati 30° o oltre, certamente  cambieremo programma.
Inoltre, i 28° di massima previsti per domenica 5 luglio si dovrebbero raggiungere solo dopo le 13:00, quando saremo certamente in fase di discesa da San Costanzo verso Massa. 

Infine, è atteso un piacevole vento dai quadranti settentrionali. 
Speriamo sia così!


Pensiamo di partire da Sant'Agata (ingresso parcheggio fra Pro Loco e farmacia) alle 7.30 … puntuali come al solito; dopo un quarto d'ora saremo già a Torca.

Completato il circuito delle Sirenuse, ripartiremo da Sant'Agata alle 10.00 (forse dopo, certamente non prima). I successivi passaggi saranno sempre più elastici a seconda delle temperature che potrebbero condizionare il nostro passo e forse anche l'itinerario.

Brevi soste potranno essere effettuate a Termini, all'inizio e al completamento del Giro di Santa Croce, oltre alla pausaperitivo sul Monte, fra Vetavole e cappella di San Costanzo.

Chi avrà interesse a sapere per dove passiamo e a che ora, potrà chiamare Maria 338 881 9737 o Giovanni ‪339 694 2911 (no messaggi).

Le uniche partenze affidabili sono 7:30 e 10:00 da Sant'Agata e non prima delle 11:00 da Termini. Tutto il resto sarà deciso in corso d'opera anche se prevediamo di attenerci al programma descritto in mappa.

Alcune delle immagini che vedete in questo post sono anteprime, per i file a miglior definizione utilizzate i seguenti link:
  • intera mappa Progetto Tolomeo  .gif  (1,3 MB)  o  .jpg  (3,2 MB)
  • itinerario della MaraTrail Lubrense  .gif  o  .pdf  (x A4)
  • profili essenziali della MaraTrail, inclusi extra .gif o .pdf (x A4)
  • mappa solo Giro di Santa Croce  .jpg  
  • orario della linee SITA fra Massa, Sant'Agata, Termini e Sorrento


Eventuali aggiornamenti saranno pubblicati su FB Camminate

Solo per camminatori indipendenti e autosufficienti, leggi il seguente

domenica 28 giugno 2020

Micro-recensioni 226-230: sorprese di generi molto diversi

Non mi stancherò mai di ripetere che, a ben cercare, si troveranno sempre tanti film assolutamente sorprendenti.

The Color of Pomegranates - Sayat Nova
(Sergei Parajanov, URSS, 1969)
Per questo gruppo, mi riferisco in particolare a Sergei Parajanov, regista sovietico (di origine armena, nato in Georgia, lavorò in Ucraina) di gran livello artistico, ma ostacolato, boicottato e anche imprigionato dal regime. Fu grande amico di Tarkovsky con il quale condivideva molte idee in contrasto con lo stile realistico, all’epoca quasi imposto dai censori. Sayat Nova fu un famoso poeta-musicista-trovatore georgiano del XVIII secolo ed il film segue vagamente gli eventi principali della sua vita. Non essendo stato approvato dalla censura per non essere una biografia fedele, il titolo fu cambiato in The Color of Pomegranates (Il colore del melograno).
In effetti si tratta di un’opera nella quale si miscelano il surrealismo e lo sperimentale, in quanto è costituita da una serie di inquadrature fisse nelle quali appaiono attori (fra i quali Sofiko Chiaureli, la sua musa, che interpreta 6 personaggi diversi, di entrambe i sessi), numerosi animali e tanti simboli, per lo più religiosi. Girato in vari siti storici armeni, fra i quali molti edifici religiosi quasi in rovina, non include dialoghi, ma solo pochi versi recitati. Pur essendo affascinante anche a prima vista, si può essere certi che la conoscenza della liturgia e delle tradizioni armene faciliterebbe la comprensione delle immagini. 
Per dare un’idea del film, ecco un breve trailer:

Per Cahiers du Cinéma fu il quinto miglior film dell'anno. Restaurato nel 2014 da The Film Foundation (World Cinema Project) di Martin Scorsese.
Dalle Repubbliche Caucasiche ex-sovietiche all’Iran il passo è breve e ci sono arrivato con altri due film di Abbas Kiarostami che, anche stavolta, propone storie molto “umane” in ambienti sociali relativamente poveri, in piccole comunità rurali che si raggiungono percorrendo interminabili, tortuose e polverose strade sterrate. In entrambe i film (dai soggetti molto originali) si sottolinea il contrasto fra l’uomo di città e la cultura locale, con i differenti ritmi di vita e soprattutto diverse valutazioni.

Taste of Cherry (Abbas Kiarostami, Iran, 1997)
The Wind Will Carry Us (Abbas Kiarostami, Iran, 1999)
In Taste of Cherry il protagonista, a bordo del suo fuoristrada, si aggira alla ricerca di una persona che lo seppellisca visto che è sua intenzione suicidarsi in aperta campagna. Incontrerà varie persone di origini, età e professioni diverse ed ognuno gli offrirà la propria visione della vita … a seconda dei casi poetica, religiosa, di buon senso.
Palma d’Oro a Cannes, per Cahiers du Cinéma fu il sesto miglior film dell’anno.

The Wind Will Carry Us è molto più vario e movimentato ed è incentrato su un’altra storia al limite del surreale, con un giornalista che, spacciandosi per un ingegnere accompagnato da alcuni colleghi (che non si vedranno mai), con la scusa di un fantomatico lavoro va in un piccolo villaggio del Kurdistan a documentare la morte di un’anziana. Tuttavia, questa tarda a morire e il giornalista ha occasione di incontrare tanti personaggi peculiari, giovani e anziani, donne, uomini e bambini e con ognuno ha modo di discutere. In particolare, stringerà amicizia con il ragazzino che al suo arrivo lo attendeva all’ingresso del villaggio e che successivamente gli fa da guida.  
Per Cahiers du Cinéma fu il secondo miglior film dell’anno, a Venezia ottenne 3 Premi e Nomination Leone d’Oro.
Completano la cinquina due film anglofoni di metà secolo scorso, entrambi di più che buona qualità.
A Hatful of Rain (Fred Zinneman, USA, 1957)
Tratto da un lavoro teatrale di successo che nel 1955 debuttò a Broadway interpretato da Shelley Winters e Ben Gazzara, poi sostituito da Anthony Franciosa che, per la sua interpretazione in questo film ottenne la Nomination come miglior protagonista. Pur soffrendo un po’ della sua sceneggiatura palesemente teatrale, è senz’altro un ottimo film sia per la qualità delle prestazioni degli attori (tutti …) sia per il soggetto che oltretutto all’epoca era quasi tabù: la dipendenza dalla droga.

They Made Me a Fugitive (Alberto Cavalcanti, UK, 1947)
Uno dei tanti onesti noir inglesi che senz’altro avrebbero avuto maggior successo e notorietà se fossero stati prodotti dall’altro lato dell’oceano. La storia non è del tutto banale, le interpretazioni sono buone, trovo però che gli eventi finali siano mal proposti, con scontri molto mal rappresentati. Comunque una piacevole visione.

#cinegiovis #cinema #film 

giovedì 25 giugno 2020

Breve analisi cartografica delle Tese di Pimonte

Continuando le mie indagini in merito al tracciato delle Tese di Pimonte, ho messo a confronto varie mappe abbastanza “affidabili” (considerate rispettive  scale e epoche di compilazione) e tutte coincidono nel riportarle come strada pubblica, storica, principale e unica fra Piazza e il Faito, attraversando i castagneti del demanio comunale.
Ovviamente, come riferimento storico, sono partito dalla imprescindibile CARTA TOPOGRAFICA ED IDROGRAFICA DEI CONTORNI DI NA­POLI - Corpo dello Stato Maggiore ed Ingegneri Geografi (1817-1819, scala 1:25.000), della quale riporto uno stralcio che, seppur di scarsa qualità, è sufficiente per evidenziare quanto mi (ci) interessa.
Già parlai dell’assunto nel post Cartografia antica: le Tese di Pimonte nel 1819 (del 4 agosto 2014) del quale riporto un paio di paragrafi.
"Ho analizzato un nuovo stralcio della carta borbonica a partire dalle Tese di Pimonte che a quell'epoca erano una mulattiera principale, tant'è che venne riportata (molto fedelmente) con il simbolo utilizzato per i percorsi più importanti: linea continua con linea punteggiata parallela.
Possiamo anche leggere vari toponimi interessanti a partire da quello al lato del tratto iniziale rettilineo: Via nova del Demanio che ne attesta l'uso pubblico. La forra che tuttora si attraversa percorrendo l’antico Ponte del Piano per accedere alle Tese vere e proprie viene similmente detto Vallone del Demanio, chiuso fra Pantanelli a ovest e la Ceppa a est."

Logicamente nello stralcio in apertura non compare l’attuale 366 di Agerola, ma sono ben evidenti sia il tracciato delle Tese che quello dell’antico sentiero che da Tralia si dirige a sudest salendo in costa, a monte della suddetta rotabile, percorsi che si incrociano quasi perpendicolarmente.
Confrontando altre mappe successive risulta evidente che, nel loro complesso, coincidono e quindi si può ragionevolmente dedurre che il tracciato è antico, pubblico e unico. Nella parte bassa corre rettilineo, prima all’interno e poi sulla sponda del cosiddetto canale, da non confondere con il convergente e ben più pronunciato vallone un centinaio di metri più a ONO.


Come si vede da questo raffronto fra CTR e foto satellitare, la strada pubblica corre quasi esattamente lungo l'asse (poco più di 700m) fra il suo imbocco dalla 366 e il ponte, questo senza dubbio di epoca borbonica (o addirittura precedente) essendo specificamente riportato in carta con nome Ponte del Piano. Come riferimento si può utilizzare il limite delle terrazze coltivate.

Il tracciato è sempre stato riportato come principale nel corso degli anni come si può vedere in questi stralci di cartografia IGM, a sinistra da una tavoletta di varie decine di anni fa, a destra da una più moderna 50.000.


Al mio rientro potrò integrare questo studio con immagini di miglior qualità e con altre mappe del mio archivio cartografico nonché con una buona riproduzione della catastale … per ora accontentatevi di questa in basso. Si nota che le strade catastali (quelle con linee rosse al lato) seguono lo stesso andamento delle vie indicate sulla carta del 1819, con la sola differenza di quell'angolo iniziale. Questo deriva certamente da frazionamenti e quindi possiamo presumere che la strada delle Tese originale tagliasse direttamente lungo i puntini rossi. Nella parte sinistra dell'immagine in alto la strada catastale da Tralia è tracciata in verde. 

C'è da precisare che il tracciato a monte del ponte è chiaro ed inequivocabile e tutte le tese coincidono perfettamente, qualunque sia la scala della mappa e l'epoca del suo rilievo.
Finora non sono riuscito ad ottenere niente di ufficiale dal Comune di Pimonte per l’insensato ostruzionismo del dirigente del settore, che non mi ha neanche detto se la strada sia classificata comunale (come sono certo che sia) o vicinale, questione comunque del tutto secondaria in quanto in entrambe i casi esiste diritto di passaggio.
Fra una decina di giorni spero di avere l’opportunità di recarmi di persona a Pimonte, recuperare dati e notizie e quindi effettuare un accurato sopralluogo, almeno fino al ponte, spero in compagnia di qualcuno di quelli che si sono dimostrati interessati al tema.

mercoledì 24 giugno 2020

Micro-recensioni 221-225: film di 5 generi diversi

Un noir, un drammatico, un horror, una commedia e un western, dal 1949 al 2001, registi classici e moderni (due dei tres amigos messicani a inizio carriera) con in mezzo uno scadente che dirige un attore sulla cresta dell’onda, poi diventato ottimo regista. La qualità dei due classici si stacca nettamente dalla mediocrità degli altri.
House of Strangers (Joseph L. Mankiewicz, USA, 1949)
Noir poco conosciuto e non del tutto allineato con i classici schemi di criminali o ingiustamente accusati in fuga, si tratta di un ottimo dramma all’interno di una famiglia di italoamericani a New York. Il capofamiglia (mirabilmente interpretato da Edward G. Robinson) ha creato una propria banca dal nulla, ma al limite dell’usura. I suoi 4 figli sono alle sue dipendenze, ma in posizioni molto diverse e il prediletto finirà in prigione. Gli scontri fra padre e figli, così come fra fratelli sono il tema conduttore di questo film nel quale anche le donne hanno la loro influenza sugli sviluppi del dramma. Chi guarderà la versione originale potrà apprezzare anche la rappresentazione realistica dell’ambiente, sottolineata da vari dialoghi in italiano e dall’accento italoamericano (vedi trailer). Consigliato.

Il grido (Michelangelo Antonioni, Ita, 1957)
Antonioni (anche soggettista e co-sceneggiatore) presenta una sequela di personaggi delusi, disillusi, pessimisti e disperati che si incontrano, si lasciano e si ritrovano nei paesini popolati da braccianti e operai nelle campagne fra Veneto e Romagna, mostrate quasi sempre sotto cieli grigi e con tanto fango.
Diretto con maestria, e non c’era da aspettarsi altro, descrive molto bene anche quei personaggi che hanno parti più brevi nella storia, ma non per questo meno significativi nel suo contesto.
Si sa bene che Antonioni non è per tutti ed anche in questo caso posso suggerirlo solo a chi lo sa comprendere e apprezzare.
Cronos (Guillermo del Toro, Mex, 1993)
Film d’esordio di Guillermo del Toro che tuttavia aveva già buona esperienza in campo cinematografico nel settore degli effetti speciali e trucco. Ben nota è la sua passione per i temi fantastici, horror e simili, coltivata fin da bambino … a 8 anni già produceva i suoi corti con la Super8 del padre. Non è certo al livello dei film che hanno reso famoso il regista, ma penso che Cronos sia sottovalutato (IMDb 6,7 RT 89%), specialmente se comparato con il suo amigo Cuarón che trovo assolutamente sopravvalutato, a partire dai suoi primi film … secondo me neanche Roma è la meraviglia che molti si ostinano ad osannare. Singolare il cast internazionale e i nomi attribuiti ai 3 protagonisti: l’argentino Federico Luppi è Jesus (Gesù), Claudio Brook (messicano, l’asceta di Simón del desierto di Buñuel, 1965) è il “cattivo” assistito dal nipote Angel De la Guardia (angel de la guarda = angelo custode) interpretato dall’americano Ron Perlman che dopo essersi fatto notare come Salvatore in Il nome della rosa (1986) era apparso in soli altri 2 film). La trama è abbastanza articolata e originale e conta su varie buone sorprese, nonché su una certa dose di humor nero; la direzione e più che buona così come gli effetti e il marchingegno creati dallo stesso Del Toro.  
Interessante, certamente da guardare per gli amanti del genere.

Y tu mamá también (Alfonso Cuarón, Mex, 2001)
Come anticipato, non ho gran stima per Alfonso Cuarón, la settimana scorsa ho guardato il suo deludente film d’esordio (Sólo con tu pareja, 1991), ho voluto dare una seconda chance a questo suo quarto film, già guardato una decina di anni fa, prima che vincesse i suoi Oscar con Gravity e Roma. La mia opinione non è cambiata, l’ho trovato di nuovo un insulso soft-porn (forse neanche tanto soft), per gran parte del film i protagonisti (due viziati idioti figli di papà) se non fanno sesso ne parlano, a loro si aggiunge la più esperta e di 10 anni più grande Luisa (Maribel Verdú) e ben presto si trovano in sintonia. Cambia un po' verso la fine e la rivelazione conclusiva salva solo parzialmente la storia. Noiosa anche la voce fuori campo che commenta alcuni eventi e informa su ciò che è avvenuto in passato o avverrà a vari personaggi. 
Trovo assolutamente esagerato il 7,6 di IMDb, il 92% di RT e ancor di più la Nomination Oscar per la sceneggiatura … sono sempre più convinto che il regista abbia “santi in paradiso”.

Hang 'em High (Ted Post, USA, 1968)
Poche parole per questo pretenzioso western, probabilmente prodotto pensando che bastasse la presenza di Clint Eastwood in quel momento sulla cresta dell’onda per aver appena concluso la trilogia di Sergio Leone. Senza molto senso, abbastanza mal girato, a metà strada fra western classico e spaghetti western. Molti lo ricorderanno con il titolo italiano Impiccalo più in alto. Da evitare.

martedì 23 giugno 2020

Rientro e metto subito mano ... anzi piede

Ansioso di ricominciare a camminare in Penisola con i miei sodali Camminanti, ho pianificato una passeggiata realizzabile con quasi qualunque condizione meteo (in particolare si devono temere le temperature) per evitare cambiamenti sostanziali nell'ultimo minuto. Abbiamo rinunciato ad altre ipotesi di percorsi lineari di una trentina di km fra l'area di Amalfi o del Faito e quella a monte di Sorrento (che avevo ipotizzato e proposto pensando di poter rientrare ad metà aprile come d programma) in quanto sono meno adattabili in corso d'opera e abbiamo ripiegato sulla una semplice MaraTrail Lubrense di lunghezza ridotta (24,5 km) ed estremamente variabile, pur senza modificare il percorso. Sì, è proprio così! Avendo il vantaggio di avere tre centri principali raggiungibili anche con mezzi pubblici (Sant’Agata, Termini e Massa centro), ognuno può chiudere il circuito che preferisce in bus, anche senza percorrere un anello vero e proprio.
Ed ecco la descrizione dell’itinerario da Sant'Agata a Massa centro (vedi mappa essenziale in alto) accompagnata da alcuni suggerimenti. Per limitare il più possibile il rischio caldo, ci incammineremo sul circuito delle Sirenuse relativamente presto (alle 7:30) da Sant'Agata in modo da affrontare quanto prima possibile l'unico vero strappo della giornata, vale a dire l’ascesa relativamente breve ma ripida al Pizzetiello (nelle 2 foto sotto), che prevediamo di raggiungere entro le 8:30.
Sulla via del ritorno c’è un’altra salita ripida, ma più breve, regolare e in linea di massima al fresco del castagneto di San Martino. L’anello si chiude percorrendo oltre un km nella pineta delle Tore prima di iniziare la discesa a Sant’Agata dove si dovrebbe giungere poco prima delle 10:00. Qui chi si accontenta dei 9 km potrà proseguire per il mare (o in altra direzione) lasciando il gruppo al quale si aggregheranno invece ritardatari e pigri che non si sono voluti svegliare presto.
Si ripartirà alle 10 alla volta di Termini da dove affronteremo il Giro di Santa Croce insieme con chi vorrà risparmiarsi questi 5km partendo da Termini, ma qualche “furbo” potrà anche prendere in considerazione la possibilità di farli su ruota con l’idea di percorrere esclusivamente i giri Sirenuse e Santa Croce e a conclusione del secondo avere l’auto o moto a Termini. In dipendenza di temperatura, sole e vento, sceglieremo il luogo più adatto per una breve sostaperitivo tra Vetavole e cappella di San Costanzo.

Chi non si è perso niente, tornato a Termini avrà percorso 18,9km e con i restanti 5,6km del percorso Li Padri, S. Maria, l’Annunziata, San Liberatore, Massa completerà i 24,5 km dell’itinerario “ufficiale” verso le 14.30. Questo è un altro vantaggio della partenza mattiniera, vale a dire poter pranzare in famiglia o con amici ed avere tutto il pomeriggio a disposizione.

Da Massa si può tornare a Sant’Agata (o andare a Sorrento) in bus, ma i più volenterosi, dopo aver messo qualcosa nello stomaco, potranno anche decidere di risalire al punto di partenza lungo l’itinerario della cosiddetta Passeggiata Rurale, meno di 6 km quasi tutti in salita ma senza grandi pendenze e per lo più al fresco. Nella foto in basso uno degli scorci più suggestivi.
Nello schema qui in basso sono evidenziate varie possibilità che dovrebbero poter soddisfare tutte le gambe ma, chiaramente, ci sono tante altre possibilità.
Gli highlight della passeggiata, tecnicamente alla portata di tutti, sono certamente i "sentieri selvaggi" (consentitemi la citazione cinefila, film di John Ford del 1959) della parte bassa delle Sirenuse (fra Monticello e la statale) e dell'intero tratto del Vuallariello e crinale di San Costanzo da Vetavole alla cappella ma, sotto un aspetto più rurale, saranno molto piacevoli e spesso panoramici i percorsi fra Canale e le Tore di Termini e l’intero Termini - Massa.
Chi pensa di partecipare e percorrere il Giro di Santa Croce non dimentichi (oltre a tutte le altre cose indispensabili) il proprio snack/aperitivo.

lunedì 22 giugno 2020

Meraviglie di Massa Lubrense spacciate come "proprietà del Parco dei Lattari"

Visto che i responsabili della pagina Facebook del Parco Regionale dei Monti Lattari continuano imperterriti nel pubblicare foto di luoghi esterni ai limiti del parco, ritorno sull’argomento.
Invito chi non conoscesse i precedenti a leggere il precedenti post sul tema:
Volendo precisare, il Parco “conferma l’abuso” (17 giugno) 
Tutti approfittano delle bellezze delterritorio Lubrense (2 giugno)


Scorrendo le foto pubblicate (senza dubbio di qualità) sorge un legittimo sospetto, sembra che ce l’abbiano specificamente con Massa Lubrense in quanto nelle didascalie delle foto di altre località (oltretutto urbane) “fuori Parco” sono citati i rispettivi Comuni di appartenenza: Il Chiostro di San Francesco a Sorrento, “Paesaggio urbano da Sorrento” e la terrazza panoramica de La Marinella a Sant'Agnello”.

Sorprende l’assoluta indifferenza degli amministratori massesi (quelli competenti per le loro deleghe certamente a conoscenza di tale situazione), in particolare in questi difficili momenti nei quali sarebbe necessario fare la maggior pubblicità possibile al territorio, assicurandosi che il nome di Massa Lubrense compaia a margine di ogni foto relativa al suo territorio.

Non è chiaro neanche quale siano i benefici che il Parco pensa di ottenere ostinandosi a non citare Massa Lubrense visto che, oltretutto, varie persone amanti del territorio (molti non massesi) sottolineano nei commenti che Ieranto, Crapolla, Punta Campanella, ecc. ricadono nei confini comunali lubrensi. Pertanto, il fatto viene evidenziato egualmente, ma con la differenza che i webmaster fanno una figura meschina.

E come se non bastasse, e come potete vedere nello screenshot, sbagliano anche le descrizioni nelle didascalie … sullo sfondo della foto si vedono 2 dei “Tre Pizzi” e sono Mortella (promontorio e punta) e Mont’Alto (solo pizzo centrale, né promontorio né punta); Punta Penna non si vede assolutamente … 

sabato 20 giugno 2020

Micro-recensioni 216-220: b/n, con macchie di colore

Giorni fa mi capitò sottocchio un articolo sui migliori film in bianco e nero di questo secolo. Per fortuna, dico io, dopo il quasi totale abbandono durante la fine del secolo scorso, questa tecnica è stata rivalutata, i mezzi moderni riescono ad esaltarne le qualità e tutti ricorderanno che vari sono finiti agli Oscar, conseguendo anche molte statuette. Giusto per ricordarne qualcuno, cominciò Schindler’s List (1993, Steven Spielberg, 7 Oscar) che fu il primo fra in b/n moderni ad aggiudicarsi il premio come miglior film, ci riuscì’ anche The Artist (2011, Michel Hazanavicius, 5 Oscar), mentre l’anno scorso andarono deluse le speranze di Alfonso Cuarón per Roma (3 Oscar, ma non miglior film, nonostante l’enorme battage pubblicitario). Oltre ai due succitati, nell’ultimo decennio hanno ottenuto Nomination per la fotografia The Man Who Wasn't There, The White Ribbon, Nebraska, Ida, Cold War, The Lighthouse (ve lo segnalo ancora una volta), e molti altri sono stati premiati nei più importanti Festival internazionali.
Fra quelli segnalati dall’articolo, ne ho recuperati 4 (tutti più che notevoli per la fotografia) e vi ho aggiunto un film del 1963 ad episodi, diretti da 4 noti registi, motivato specialmente da quello diretto da Pasolini.

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, Ita/Fra, 1963)
Ai primi due episodi poco significativi, direi quasi banali, segue il geniale (così lo definì Moravia) ed esplosivo La ricotta (di Pasolini), con contenuto che fu censurato e il regista condannato per vilipendio della religione; conclude Gregoretti con una divertente analisi critica del consumismo all’epoca del boom economico, ma molto di ciò che dice resta assolutamente valido oggi, oltre mezzo secolo dopo. Esordio di Ricky Tognazzi (a 8 anni), nel suo ruolo naturale, figlio del protagonista interpretato da suo padre Ugo.
Aggiungo solo poche parole su La ricotta, in bianco e nero come gli altri episodi ma con alcune inquadrature molto colorate. Si tratta di (tentati) tableaux vivants riproducenti due celebri dipinti: la Deposizione dalla Croce di Rosso Fiorentino (1521) e il Trasporto di Cristo di Jacopo da Pontormo (1526-1528). Nelle campagne romane si sta girando un film sulla Passione diretto da un annoiato regista (interpretato da Orson Welles) che ha a disposizione un’attrice e un gruppo di comparse indisciplinate e affamate. Fra croci che vengono erette e riposte e attori crocifissi, nelle pause si balla il twist e la Maddalena esegue uno striptease mentre il ladrone buono cerca disperatamente di riempire lo stomaco.


Vi propongo La ricotta in HD 720p, peccato per i sottotitoli francesi sovraimpressi, ma forse l’episodio di trova anche libero da essi e di pari qualità.


Heimat - Cronaca di un sogno (Edgar Reitz, Ger, 2013)
Heimat - Home from Home (Edgar Reitz, Ger, 2013)
Questi (o questo) sono gli ultimi della serie Heimat, strettamente collegati ed in continuità fra loro talvolta proposti come unico film di quasi 4 ore. In effetti si tratta del prequel degli episodi precedentemente proposti (soprattutto per la tv) per un totale di quasi 60 ore, tutti scritti e diretti da Edgar Reitz a partire dal 1979. Heimat significa terra natia, riferita di solita all’ambiente rurale. Gli avvenimenti narrati si svolgono nei primi anni ’40 dell’800 e sono in relazione all’emigrazione verso il Sudamerica, in particolare il Brasile. La saga precedentemente prodotta continua fino a tutto il secolo scorso.
Girato in ottimo b/n di tanto in tanto impreziosito da elementi colorati, nella maggior parte dei casi non i soliti rossi, conta anche su buone interpretazioni e ottime scenografie.

November (Rainer Sarnet, Est, 2017)
Molto ben fotografato, atmosfere magiche, ma trama troppo confusa, basata sul nulla o tradizioni e leggende molto poco credibili. Pregevole e interessante l’ambientazione nel piccolo villaggio estone circondato da foreste, durante un freddo inverno. Anche il cast merita una citazione non solo per le capacità degli attori ma soprattutto per la scelta dei volti “felliniani”. Molto originale anche l’animazione dei kratt, demoni ladruncoli e dispettosi, che hanno un ruolo fondamentale nella storia.

A Girl Walks Home Alone at Night (Ana Lily Amirpour, USA, 2014)
Buone idee originali e ben girato, con fotografia più che apprezzabile e soggetto molto originale. Allo stravolgimento dei canoni vampireschi, con twist sorprendenti e idee originali, non corrisponde però una continuità nella narrazione, gravata da troppe pause. Nata in UK, residente in USA, Ana Lily Amirpour ha girato in California questo suo primo lungometraggio in farsi (persiano) da lei stessa definito “il primo spaghetti western di vampiri iraniano”.