mercoledì 28 ottobre 2026

Sferisterio di Napoli, storie degli anni '70

riproposizione di un "divertente" post di 11 anni fa

Come anticipato nel precedente post parlando del Frontón Mexico e jai alai, a parte le tante similitudini in quanto a campo e regole di gioco, l'ambiente dello Sferisterio flegreo era completamente diverso. L’imponente edificio ebbe vita relativamente breve in quanto, inaugurato negli anni ’50, smise di ospitare manifestazioni sportive (jai alai prima e tamburello poi) a seguito dei gravi danni subiti in occasione del terremoto del 23 novembre 1980 (foto in basso) e di un incendio (doloso, pare di stampo camorristico) a fine dicembre 1986. 

Tornando a parlare delle persone che ne frequentavano la tribuna, dimenticate i ricchi, i borghesi e i nobili decaduti messicani. Le attività erano per lo più notturne, si iniziava in tardissima serata e si andava avanti fin verso le 4 del mattino. Al frontón Fuorigrotta più passavano le ore e più personaggi singolari arrivavano. Lenoni che si godevano una pausa dopo aver "parcheggiato le loro signorine", ladri, imbroglioni di ogni genere e, se fosse già arrivata l'era dello spaccio a tappeto, sarebbero giunti anche vari pusher.

Si aveva la netta sensazione che i soldi che circolavano fossero quasi tutti di dubbia o illecita provenienza, salvo salvo quelli dei pochi curiosi, nottambuli e studenti che di solito si limitavano ad assistere agli incontri, divertendosi ad osservare questo zoo umano più unico che raro, e talvolta a piazzare una scommessa, ovviamente con la puntata minima consentita.

La seguente è una delle foto inserite in un post di Diario Partenopeo che trattava diffusamente della fine dello Sferisterio; purtroppo, il sito non sembra essere più attivo, ma in rete si potrebbero trovare altre immagini d'epoca.

Le partite più importanti e seguite erano quelle a 30 punti, fra squadre di due, separate da vari mini tornei a 6 giocatori singoli; chi vinceva il punto restava in campo mentre il perdente si metteva in coda e così a rotazione fin quando uno raggiungeva il numero di punti stabilito. Ma il vero clou della serata era l'evento che si svolgeva verso le 2 (del mattino, ovviamente). L'affluenza per il resto non era significativa, ma già verso 1:30 cominciavano ad arrivare tanti spettatori -scommettitori che regolarmente parcheggiavano le loro auto proprio davanti all’ingresso dello Sferisterio, in seconda e terza fila, tanto erano tutti lì per lo stesso motivo.

All'epoca viaggiava ancora il tram notturno (linea 1, Bagnoli - Poggioreale) che restava puntualmente bloccato dalle auto in sosta selvaggia sui binari. I tramvieri navigati, conoscendo l'andazzo e il motivo di quell’ostacolo, non protestavano né si perdevano d'animo, ma semplicemente invitavano tutti i passeggeri a scendere, chiudevano il veicolo e tutti insieme entravano per assistere alla partita tanto sapevano che, finché non fosse finita, nessuno sarebbe uscito per spostare l'auto.

Ho trovato in rete un simpatico e arguto commento relativo agli scommettitori incalliti i quali dopo aver perso all’ippodromo prima e al cinodromo poi, tentavano la fortuna allo sferisterio come ultima spiaggia. Leggi tutto il post su il napoletano, La pelota casca.

Altra significativa differenza, strettamente connessa con la "qualità" del pubblico era l'esistenza di una rete metallica, dal suolo al soffitto, fra pubblico e campo di gara. Ufficialmente serviva per proteggere gli spettatori da eventuali pallinate completamente fuori bersaglio, ma in effetti per proteggere i giocatori dalle ire degli scommettitori. Quasi tutti erano convinti, o sapevano per certo, che molti incontri, se non tutti, erano combinati eppure nonostante l'enorme scritta che campeggiava sulla parete di fronte a loro "Chi non ha fiducia non scommetta" insieme con “La decisione dell’arbitro è inappellabile” continuavano imperterriti a scommettere, a perdere e a prendersela con i giocatori e, come in ogni altro sport, con l’arbitro. Gli atleti avevano dei nomi ufficiali (p.e. Lenci, Passetto, Vitale, Florio) che comparivano sul tabellone segnapunti, ma per il pubblico erano ‘o Cavallaro, Faccia Janca (faccia bianca), ‘o Prufessore, ...

Solo avendo buona dimestichezza con il vernacolo si potevano apprezzare appieno i commenti, le prese in giro, le offese tra le più variegate e inusuali possibili che mettevano in evidenza la ben nota creatività partenopea. Molte locuzioni, similitudini e abbinamenti includevano vegetali e/o animali del tipo, per esempio, del famoso modo di dire “Tiene cchiù corna tu ca nu panaro 'e maruzze” (hai più corna di un cesto di lumache) ... forse il più gentile ed educato di tutti

Impossibile descrivere la varietà di personaggi singolari che si incontravano nello Sferisterio flegreo e ogni sera si poteva essere testimoni di situazioni sempre diverse ed estreme che tuttavia, per fortuna, raramente andavano oltre i soliti coloritissimi insulti e qualche spintone. Eppure una volta ho visto uno che, dopo una lunga e accesa discussione a proposito di imbrogli e incontri combinati, si sfilò una scarpa e cominciò a batterla sulla testa di chi sedeva davanti a lui, con gran sollazzo dei presenti, a mo’ di novello Krusciov (12 ottobre 1960, all’ONU), quindi tenendola per la punta e colpendo con il tacco. Guarda il video di Repubblica La ''scarpa di Krusciov'' (8") o il seguente su YouTube. 

Pur essendoci molti malavitosi, almeno presunti tali, soprattutto di basso rango, lì si andava per passare il tempo, divertirsi, prendersi in giro, per il "brivido" della scommessa e, non da ultimo per insultare i giocatori che, a onor del vero, in genere restavano più o meno impassibili essendo abituati al “vivace e pittoresco pubblico”.

A proposito del rapporto quasi diretto, data la vicinanza, fra spettatori e giocatori ricordo un altro episodio che penso non dimenticherò mai. Al termine di un incontro combattutissimo (almeno apparentemente), come di consueto i giocatori si avviarono a passo lento verso gli spogliatoi. Al termine di ciascun incontro tutti rientravano negli spogliatoi e quindi, per raggiungerli, quelli che si trovavano a sinistra della tribuna (praticamente tutti) percorrevano la striscia fra il campo di gioco e gli spettatori, camminando lungo la rete di protezione. Uno scommettitore, che chiaramente non aveva gradito il risultato finale, cominciò a prendersela in particolare con Faccia Janca (non ne sono certo, ma mi sembra di ricordare fosse lui) e procedendo al suo lato, seppur diviso dalla rete, lo insultò in ogni modo possibile tirando in ballo parenti, ascendenti, madre, sorelle, il suo onore, insomma di tutto, senza che il giocatore reagisse minimamente o si voltasse verso di lui. Continuava a procedere lentamente, imperturbabile, come se non sentisse o pensasse che lo scommettitore ce l’avesse con lui. 

Giunti in prossimità della porta degli spogliatoi, Faccia Janca, mantenendo la stessa apparente flemma, si voltò e, con “gesto di grande eleganza”, sputò in faccia allo spettatore e uscì a passo lento dal campo. Nei minuti successivi un attento ricercatore avrebbe potuto raccogliere e catalogare quasi tutto lo scibile in merito al turpiloquio napoletano in quanto lo scommettitore, a ragion veduta ancor più imbestialito di pocanzi, sciorinò una sequela interminabile di improperi aggrappato alla rete (ora capite a che serviva veramente), arrampicandovisi e scuotendola furiosamente, meglio e con più impeto della più arrabbiata delle scimmie.


Con un minimo di buon senso e prudenza, si potevano quindi passare un paio di ore spendendo poco, o anche niente, divertendosi a guardare pubblico e giocatori, alcuni dei quali non proprio ragazzini e con qualche chilo di troppo, eppure dotati di una tecnica sopraffina che mettevano a profitto semplicemente caracollando da un punto all’altro del campo e facendosi trovare pronti all’appuntamento con la palla ... a meno che non volessero. 


lunedì 26 ottobre 2026

Jai Alai al Frontón México (1983) ... tempi andati, purtroppo!

riproposizione di un post relativo ad uno sport tradizionale altamente spettacolare

Ciudad de México, marzo 1983

Accingendomi a tornare per la terza volta a Città del Messico sto riscorrendo mentalmente le mie esperienze precedenti, per determinare quali voglio approfondire, quali ripetere (ove possibile e seppur con gli inevitabili cambiamenti derivanti dal tempo trascorso) e in quali luoghi voglio tornare.

Fra le esperienze assolutamente irripetibili, in quanto troppo legate alle persone e all’ambiente umano, sono le serate passate al Frontón Mexico nell’83. Ricordo che più che altro ci andai per assistere ad un incontro di Jai Alai (pelota vasca o cesta punta) uno sport del quale avevo spesso sentito parlare in termini più che positivi, in particolare per la sua spettacolarità. Infatti, ormai solo pochi se ne ricordano, la pelota si giocava anche nello Sferisterio di Napoli, a Fuorigrotta, ma quando fui abbastanza grande da andarci già era scomparsa e lì si giocava solo a tamburello (non quello da spiaggia, chiaramente). 

Terminata questa divagazione, passo a raccontare ciò che ricordo delle mie frequentazioni del Frontón Mexico nel 1983, un posto affascinante e interessantissimo dal punto di vista sociologico, ancor più che per quello sportivo, assolutamente da non sottovalutare. Al di là dell’intrattenimento fornito dagli spettatori c’è da dire che la pelota è un gioco altamente spettacolare, specialmente se giocato da professionisti. Su YouTube si trovano tanti video di incontri di Jai Alai, per ora accontentatevi di queste poche foto. I salti apparentemente incredibili dei giocatori sono veri e possibili in quanto sfruttano il muro per spingersi in alto. Potrete immaginare il tempismo e la coordinazione necessari per arrivare lassù nel momento esatto nel quale giungeva anche la velocissima pallina.


L’edificio, inaugurato nel 1929, aveva una capienza di circa 2.000 spettatori e un campo di 54m di lunghezza (il più lungo fra quelli regolamentari). In occasione delle Olimpiadi del 1968, in omaggio alla grande popolarità, la cesta punta, che nel frattempo aveva avuto successo anche negli U.S.A., fu addirittura inserita nel programma olimpico ed ovviamente il Frontón ospitò le partite più importanti. Per regolamenti, misure, tipi di incontri, e tutto quanto relativo al gioco vi rimando alle solite facili ricerche in rete, limitandomi ora a descrivervi quello che accadeva fuori della cancha (campo di gioco).

Come quasi tutti i luoghi nei quali si scommette (ippodromi, cinodromi) il Frontón attirava un pubblico molto eterogeneo, ma le categorie più numerose erano ricchi borghesi per lo più anziani nobili e malavitosi di un certo livello (almeno così apparivano). Infatti dovete sapere che non era possibile scommettere ufficialmente solo pochi spiccioli e che la puntata minima era di ben 500 pesos. Per avere un termine di paragone vi dico che il mio budget medio giornaliero con il quale coprivo le spese per un letto in un posto spartano ma decente, tre pasti al giorno, trasporti, ingressi, ecc. era di 750 pesos (all’epoca equivalenti a soli 5 dollari!). La suddetta puntata minima era quindi ben oltre le possibilità di molti messicani.

In uno sferisterio gli spettatori siedono tutti da un lato del campo in quanto gli altri tre presentano un alto muro che viene utilizzato per far rimbalzare la palla, come è ben evidente in questa splendida foto del Frontón de la Habana, Cuba, scattata nel 1904. 

Nella foto è possibile notare vari personaggi fra pubblico e campo, quelli seduti sono chiaramente arbitri, ma chi saranno mai quelli in piedi, in giacca bianca, con un basco sulla testa (tutti gli altri hanno cappelli con tesa), rivolti verso il pubblico? Sono gli allibratori il cui basco, almeno nel 1983, era di un rosso vivo e avevano un curiosissimo modo di riscuotere le puntate e consegnare le relative ricevute. Durante tutto un incontro gridavano continuamente le loro quote, fino a quando mancava un solo punto alla conclusione del match. Negli incontri ai 30 tantos (punti) si affrontavano due squadre di due giocatori ciascuna, contraddistinte dai colori azul (azzurro) e rojo (rosso). A seconda dell’andamento della partita si passava, per esempio, dalle grida “80 azul” a “90 azul” e dopo aver passato la parità, a “90 rojo” e via discorrendo, ma in caso di recupero si tornava a “xx azul”. 

Quindi gli interessati a scommettere, raramente in prima fila, alzavano la mano e l’allibratore gli lanciava una pallina da tennis con un taglio lungo circa mezza circonferenza, chiaramente fatto all’uopo. Premendo i poli al limite del taglio la pallina si apriva e lo scommettitore infilava la banconota di 500 o 1.000 pesos, o anche più banconote all’interno e quindi la rilanciava all'allibratore il quale contava i soldi, scriveva la ricevuta riportando l’importo e la quota di quel momento e con lo stesso metodo la restituiva allo scommettitore. 

Questo poster spagnolo del 1894 (sotto) pubblicizza due incontri fra Valenciani e Baschi, contraddistinti in questo caso dai colori bianco e azzurro, con squadre di 4 giocatori che si sarebbero affrontati sulla distanza di 60 e 50 tantos.

   

Chiaramente per consentire un buon numero di scommesse i giocatori facevano spesso delle pause e riprendevano solo quando il “traffico di palline” diminuiva. In questi intervalli chi come me non era interessato a scommettere aveva tutto il tempo per osservare gli spettatori ed in particolare gli scommettitori che, posso assicurare, erano uno spettacolo nello spettacolo. In particolare ricordo una signora, sulla settantina, che scommetteva con grande continuità e quindi consistenti somme di denaro. Ma la cosa che non dimenticherò mai era la sua prontezza di riflessi e l’abilità nell’afferrare la pallina al volo, con una sola mano e senza mai fallire un colpo!

Come dicevo non ero il solo ad osservare gli altri ed in un’occasione la mia attenzione cadde su un paio di scommettitori seduti poco distanti da me che osservavano con grande insistenza un persona di origine asiatica vestito in modo molto appariscente e con vario oro ben in mostra, con due accompagnatori ben piantati che davano tutta l’idea di essere guardaspalle. Ascoltare i loro commenti era “interessantissimo” e divertente. Uno dei due invitava costantemente l’altro a replicare le scommesse del chino, seppur puntando molto meno del probabile “boss”, in quanto presumeva, come del resto tanti altri, che le partite fossero per lo più combinate. Un commento che, ammiccando, ripeté più volte al suo amico e che ricordo con estrema precisione era: “El chino sabe ...” (il cinese sa ...).


Tutto ciò, tuttavia, era ben lontano dalle scene al limite del surreale alle quali era facile assistere nelle interminabili notti di tamburello allo Sferisterio di Napoli, e di questo scrissi in un altro post che riproporrò a breve, in quanto è argomento che necessita, e merita, un post a sé.

lunedì 12 ottobre 2026

La storia di Lí Ban, la Santa Sirena Muirgen (3)

Il famoso (in Irlanda) incontro di San Brandano con una sirena gigante si sovrappone e interseca con la leggenda di Lí Ban, giovane ragazza di un nobile e leggendario clan celtico, trasformata in una sirena/salmone, poi battezzata Muirgen da San Comgall e santificata (il suo onomastico si festeggia il 27 gennaio).

Pare che la storia abbia origini pre-cristiane e solo successivamente sia stata integrata con temi di santità a uso e consumo del cattolicesimo irlandese ed è quindi comprensibile che, fra trasmissioni orali e trascrizioni, ne esistano tante versioni. Questa che segue fu proposta da S.H. O’Grady in Silva Gadelica ed è quella reputata più attendibile.


Una volta, tanto tempo fa, Mairidh – buono e giusto re di Munster – aveva due figli, Eochaidh e Ríbh; il primo si innamorò della sua matrigna, Eibhliu, e insieme scapparono dal regno. Una notte, durante la fuga, i loro cavalli e la scorta furono uccisi da uno sconosciuto lungo la strada. Il potente Aonghus, che era stato adottato da Eibhliu da bambino, apparve e gli diede un meraviglioso cavallo per trasportare loro e i bagagli, ma li avvertì di non fermarsi o lasciare che il cavallo urinasse finché non avessero raggiunto la destinazione finale, altrimenti sarebbe stata la loro rovina. Loro acconsentirono, ma il cavallo urinò appena raggiunsero l’Ulster e la forza di un torrente causò l’apertura di una sorgente. Fu lì che costruirono la loro casa, coprirono lo zampillo con una pietra e incaricarono una donna di controllarlo in modo da non fare inondare le terre circostanti.

Un giorno la donna dimenticò di coprire bene la fonte, qualcuno dice perché aveva sentito il suo bambino piangere ed era corsa in soccorso. In ogni caso, l’acqua tracimò e allagò l’area, facendo affogare l’intera famiglia, tranne tre bambini: Conaing, Curnan e l'altra fu la figlia di Eochaidh conosciuta come Lí Ban. Lei era in una casetta con il suo cagnolino quando il livello dell’acqua salì, ma non entrò nella sua stanza. Dopo un anno chiusa lì dentro, desiderò essere trasformata in salmone per potersi liberare nuotando e fu parzialmente accontentata: lei fu trasformata in una sirena (busto di donna e parte inferiore salmone) e il cagnolino in una lontra. Per 300 anni vagò liberamente nelle acque e nuotò in molti fiumi che dal lago scorrono fino all’oceano, insieme con il fedele cagnolino, ora lontra, sempre al suo lato. Si narra che in una giornata chiara si potessero ancora vedere le torri del regno sul fondo del lago. 


Centinaia di anni passarono e l’evento sparì dalla memoria, fin quando un uomo di nome Beoán, che era partito in barca dal monastero di Beannchar per andare a Roma su indicazione di San Comgall, udì un miracoloso canto che emergeva dall’acqua e Lí Ban gli apparve fra le onde. Lei gli raccontò la storia della sua vita e dell’annegamento della famiglia e gli chiese di incontrarla un anno dopo al Larne Lough, un’insenatura nella contea di Antrim, presso la costa dove sfociava uno dei fiumi del lago. L’uomo acconsentì a condizione che fosse seppellita nel suo monastero alla sua morte e lei accettò. 

Un anno dopo, in molti si riunirono in quel posto per incontrare la sirena. Fu presa nella rete di un monaco di nome Fearghus e portata a riva dove vide molte persone mentre era tenuta in un carro pieno d’acqua. Quando arrivò fra la folla, vide un capo che indossava un mantello rosso che attirò il suo interesse perché le sembrò familiare. Notando la sua attenzione, l’uomo immediatamente le offrì quel manto dicendo: “Se è il mio mantello che ti piace, allora è tuo”. Rifiutando il regalo, lei rispose: “Non è il tuo mantello che voglio. Quando la mia famiglia annegò, mio padre indossava un mantello rosso simile, e perciò l’ho notato. Comunque, siccome me l’avete offerto, la buona fortuna scenderà su di voi e la vostra famiglia per generazioni”

L’uomo era infatti capo della famiglia Úi Chonaing e discendente di suo fratello Conaing. Subito dopo arrivò un ragazzo screanzato che ammazzò la sua lontra, che era stata costantemente e fedelmente al suo fianco durante i secoli. Amareggiata, scagliò un anatema sul ragazzo affinché lui e la sua famiglia non potessero mai prevalere sui loro nemici finché non avessero fatto penitenza alla sua cappella; dopo ciò il giovane s’inchinò davanti a lei, rendendosi conto del suo errore.

Alla fine sorse un diverbio fra San Comgall e Beoán nei confronti del monaco Fearghus in merito a dove Lì Ban dovesse essere sepolta, se a Beannchar dove le era stato promesso o nel monastero da dove veniva Fearghus. Mentre discutevano apparve un angelo che disse: “Dalla tomba di sua sorella Airu appariranno due cervi (in alcune versioni: tori), tu gli metterai il giogo e loro tireranno il carro nel quale si trova. In qualunque posto la porteranno, là sarà sepolta”. La mattina seguente gli animali arrivarono e trainarono il carro fino al monastero di Beoán e Comgall. Al suo arrivo le fu offerta una scelta finale, vagare da sola per le acque della terra per altri 300 anni o essere battezzata e ascendere immediatamente al cielo. Pensando alla sua vita, alle sue recenti sventure e al suo fedele amico a quattro zampe appena ucciso, scelse la seconda opzione.

San Comgall la battezzò Muirghein (nata dal mare) o forse Muirgheilt (prodigio del mare) e subito dopo la Santa Sirena morì.

venerdì 2 ottobre 2026

Genesi del mio "Viaggio di San Brandano" (2)

Il mio interesse per questa cronaca nacque nel 2015 a Puerto de la Cruz, Tenerife. Nei locali dell’Instituto de Estudios Hispánicos de Canarias fu allestita una mostra di disegni del giovane artista Jorge Perez Rodriguez incentrati su Borondón (spagnolo per Brandano), anche nome di una fantomatica ottava isola delle Canarie. Il santo navigatore nacque in Irlanda verso la fine del V secolo e visse fra i 93 e i 99 anni e ha sempre goduto di notevole popolarità, non solo nel mondo anglosassone, ma universalmente, soprattutto per il suo famoso viaggio alla ricerca dell'Eden durato ben sette anni, nel corso del quale toccò numerose isole sconosciute. Si è ampiamente speculato nel voler identificare queste o quelle terre e le tesi sostenute (perlopiù molto deboli) lo hanno fatto sbarcare quasi dovunque nel Nord Atlantico e perfino alle Antille. Nessuna ipotesi è da rigettare del tutto e ogni soluzione intermedia è altrettanto possibile; del resto sono anni che si discute di un effettivo sbarco dei Vichinghi in Nordamerica nel primo millennio, secoli prima di Colombo.

Is. St. Brandano in alto, a nord delle Canarie (Insulae Fortunatae)

Nella narrazione del Viaggio di San Brandano viene menzionata un'isola, che isola non è, rivelandosi essere il dorso di una enorme creatura marina (Jasconius) la quale, disturbata dai monaci che lì si erano accampati e avevano acceso un fuoco, si muove e li fa scappare. Alle Canarie quest’isola che non c’è, una non-isola vivente, è stata identificata e adottata quale ottava isola dell'arcipelago: la Isla de San Borondón. In effetti, il nome del santo celtico è stato semplicemente associato ad una fantomatica saltuaria terra già presente in una simile antica leggenda guanche (etnia originaria delle Canarie, assoggettata dagli spagnoli nel XVI secolo).

L'isola comparirebbe e scomparirebbe, gli avvistamenti sarebbero stati numerosi, qualcuno ha sostenuto di esserci sbarcato e, per dare l'idea di quanti (reputati affidabili) hanno certificato la sua esistenza nel corso dei secoli è opportuno sottolineare che è stata riportata perfino in varie carte nautiche (assolutamente realistiche per tutto il resto) fino al XVIII secolo (lo stralcio in basso è estrapolato da una mappa francese del 1707). 

Isle de St. Borondón a ovest (sx) delle Canarie 

Proprio per essere mobile, oltre che saltuaria, venne posizionata in zone diverse e, dopo centinaia di successivi avvistamenti, fu quasi dimenticata, ma "riapparve" nel 1953 e poi il 10 agosto 1958, occasione nella quale fu anche fotografata. Considerata l'origine vulcanica dell'arcipelago delle Canarie, si potrebbe pensare ad un fenomeno simile a quello che nell’estate del 1831 fece sorgere al largo della Sicilia l’isola Ferdinandea che raggiunse un’altezza di circa 60m e 1 chilometro di circonferenza, ma poi si ridusse velocemente e prima della fine di quell’anno scomparve del tutto fra i flutti. Altra supposizione ricorrente e plausibile è che si tratti di fenomeni ottici simili ai miraggi nel deserto.

Artisti moderni (come Jorge Beda) continuano a reinterpretare fantasiosamente la descrizione dell'enorme creatura e dello sbarco dei frati sul suo dorso

martedì 22 settembre 2026

Il viaggio di San Brandano il navigatore, fra creature bizzarre e isole misteriose

È un mito e, come tutti i miti, rivela alcune verità
La navigazione di San Brandano, detto “il navigatore”, è un viaggio storicamente famoso, che ha ispirato sia esploratori dei secoli successivi che celebri scrittori. Il viaggio è certo, ma lascia spazio a molte interpretazioni la cronaca fra il fantasioso e l’esagerato, fra religione e leggende celtiche, in stile simile agli immrama. Questi sono una tipologia di antiche storie irlandesi di eroi navigatori alla ricerca di nuove terre e/o dell’oltremondo, con forte componente cristiana miscelata con la mitologia norrena. Ovviamente, partendo dall’Irlanda, l’area di ricerca era il Nord Atlantico, in gran parte inesplorato e ricco di isole, perlopiù di origine vulcanica. L’eroe di turno, che può o non può tornare a casa, organizza il suo viaggio per puro spirito d’avventura o per compiere quello che pensa sia il suo destino e generalmente scopre varie fantastiche isole prima di raggiungere la sua destinazione.
Sono noti e riconosciuti come tali solo 7 immrama, ma solo 3 sono attualmente esistenti:
  • The Voyage of Máel Dúin
  • The Voyage of the Uí Chorra
  • The Voyage of Snedgus and Mac Riagla
Tornando a The Voyage of St. Brendan, c’è da dire che, pur essendo di epoca successiva, presenta struttura ed elementi molto simili a un immram. Sono menzionate parecchie decine di diverse versioni orali del Viaggio, poi trascritte in latino vari secoli dopo gli eventi descritti e successivamente tradotte in varie lingue medioevali e in seguito moderne, con il risultato di essere continuamente modificate e perfino quelle più moderne e apprezzate non coincidono e, conseguentemente, si rilevano mancanze, interpretazioni contrastanti o fantasiose (raggiungimento delle coste americane ancor prima dei vichinghi?) e discordanze, perfino in merito al numero di monaci, giorni di sosta sulle varie isole, rotte, misure e distanze.
In riferimento alle traduzioni inglesi più moderne e affidabili della Navigatio Sancti Brendani Abbatis, le versioni di John J. O'Meara e Siân Echard hanno scopi, strutture e destinatari completamente diversi, pur essendo strettamente collegate. La differenza sostanziale consiste nel fatto che quella di O'Meara (unanimemente giudicata al di sopra di tutte le altre) è una pubblicazione rigorosamente accademica rivolta a studiosi, mentre quella di Siân Echard ne è una opportuna modernizzazione digitale destinata all’insegnamento e allo studio universitario.


John J. O'Meara: testo standard per gli studiosi
Pubblicato per la prima volta nel 1976, la traduzione di O'Meara (The Voyage of Saint Brendan) è generalmente considerata punto di riferimento da ricercatori e storici. Essendo basata sull’edizione critica di Carl Selmer, la sua traduzione segue puntualmente lo schema e la narrativa dei migliori scritti medioevali. Restando fedele alla struttura della letteratura latino-ibernica, alle tradizioni monastiche e alle prime narrazioni delle esplorazioni marittime irlandesi (immrama).

Siân Echard: adattamento didattico digitale
Siân Echard, professoressa di letteratura medioevale presso la University of British Columbia (Vancouver, Canada), creò una sua versione per rendere il testo accessibile agli studenti di letteratura cavalleresca e odeporica. Invece di partire dai testi latini, Echard si basò sulla traduzione di epoca vittoriana di Denis O'Donoghue (Brendaniana: St Brendan the Voyager in Story and Legend, Dublino, 1893) alleggerendo e semplificando la sua prosa fitta e arcaica. Nella sua versione (2021) aggiornò sintassi e vocaboli antiquati per essere sicura che gli studenti la potessero consultare in maniera fluida senza essere frenati dallo stile ottocentesco e dai tanti latinismi.

Il mio adattamento
Per la mia versione della Navigazione di San Brandano ho preso come riferimento il suddetto testo modernizzato di Siân Echard, il più scorrevole fra tutti quelli consultati, confrontandolo a volte con la traduzione in lingua toscana e veneta del '400 (Maria Antonietta Grignani, Bompiani, 1975) di un originale latino del X secolo, pubblicazione a sua volta derivante dal lavoro di Guy Vincent, in francese, accompagnato a un ricco apparato critico particolarmente importante per i riferimenti liturgici e religiosi. In conclusione, il risultato è una commistione fra le traduzioni di Siân Echard, di O’Donoghue e di Grignani, semplificate e volgarizzate da me. Le immagini inserite sono scansioni di schizzi presenti in un testo conservato nella biblioteca Bodleian di Oxford, mantenute nella stessa posizione scelta dalla Echard.

Prevedo di completare la verifica del mio scritto entro il mese prossimo, di pubblicarlo online e di presentarlo in un incontro in cui sarà spunto per divagare in merito ad esplorazioni marittime, monachesimo celtico, miti, leggende e creature inquietanti.

martedì 31 marzo 2026

I video completi delle 5 CHARLAS di VIAGGI IRRIPETIBILI

Il ciclo di Charlas viajeras è terminato ma chi non ha avuto la possibilità di attendere in persona alle chiacchierate può ascoltare quanto ho raccontato e guardare le immagini proiettate alle mie spalle, sul grande schermo della sala multimediale cortesemente concessa dall’Area Marina Protetta Punta Campanella, con l’organizzazione della Sede di Massa Lubrense dell’Archeoclub.

I 5 video sono opera di Ludovico Mosca che ha provveduto alle registrazioni e all’editing e poi li ha resi disponibili sulla piattaforma VIMEO dove sono visibili senza alcun bisogno di registrarsi.

Ecco i link:

  • Charla 1 (Francia, Spagna e Portogallo in auto, 1979) 23 gennaio 2026
  • Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980) 6 febbraio 2026
  • Charla 3 (México, Guatemala e Honduras) 20 febbraio 2026
  • Charla 4 (U.S.A, lavoro, studio e 2 coast-to-coast 1985/86) 6 marzo 2026
  • Charla 5 (1.750km in kayak su canali e fiumi francesi, 1986) 20 marzo 2026

I racconti di viaggi iniziano con uno itinerante in auto, fino in Portogallo, con soste in Francia e Spagna, sia in andata che al ritorno. Nel corso della Charla 1 ho descritto soprattutto l’ambiente giovanile e studentesco lusitano, soffermandomi sul mio soggiorno nella Real República do Ras Teparta, a Coimbra.

La Charla 2 tratta del mio avventuroso primo viaggio in America Latina, con aneddoti, descrizioni e curiosità relative non solo all'Amazzonia ecuadoriana e alle Galápagos molto prima dell'overtourism, ma anche alle Ande del Perù meridionale, fra Macchu Picchu, Cuzco e Lago Titicaca, senza tralasciare la puntata in Colombia.

La Charla 3 tratta soprattutto del Messico, ma parlo anche della settimana in Guatemala e di un paio di giorni in Honduras, in quasi 3 mesi del 1983. Oltre a tanti siti archeologici precolombiani, ho descritto tanto in merito all’ambiente sociale messicano, includendo abitudini, svaghi, gastronomia, feste tradizionali e tanto altro.

Il viaggio trattato nella Charla 4 si sviluppò interamente in una sola nazione, gli Stati Uniti. Narrazione molto articolata anche se necessariamente riassunta considerato che la permanenza durò quasi 8 mesi, lavorando, studiando e viaggiando coast-to-coast in auto, dal nord-est alla California e di lì in Oregon, per poi ritornare a New York passando per Las Vegas, Grand Canyon e Washington DC.

Infine, la Charla 5 è stata ben diversa, sia per descrivere un viaggio assolutamente unico (più che altro un raid, 1.750km in Kayak, Dunkerque – Bordeaux,) in quanto fatto perlopiù in kayak e canoa. In questo caso sono stato affiancato da 3 dei 6 canoisti che 40 anni fa mi accompagnarono e sono stati numerosi i loro interventi con ricordi e aneddoti.

Potrebbe esserci un seguito ...

domenica 8 marzo 2026

CHARLA 5: 1750km in kayak in Francia, da Dunkerque a Bordeaux (1986)

La narrazione di questo raid, che per caso cade proprio a 40 anni di distanza, avrà luogo venerdì 20 marzo e mi sembra perfetta per concludere la serie di Charlas di Viaggi irripetibili. A differenza delle precedenti 4, questa sarà a più voci poiché sarò affiancato dal dott. Belfiore, all’epoca presidente della Folgore, e dai “reduci” della spedizione Ernesto, Alessandro e Dario, che contribuiranno con i loro ricordi, raccontando anche delle attività dell’equipaggio di appoggio, visto che si alternavano fra pagaiate, guida e gestione camper, rifornimenti e preparazioni pasti e spuntini. 

Parleremo della vita lungo i canali, del funzionamento delle chiuse, del turismo fluviale, dell'incredibile costruzione del Canal du Midi, del “giorno di festa” nel quale pagaiammo fra le rapide dell'Ardeche invece che nelle solite acque più o meno calme.




Chi navigava lungo le coste lubrensi negli anni ’80, ricorderà le decine di kayak che ogni giorno lasciavano il porticciolo della Lobra pagaiando verso Sorrento, ma soprattutto verso sud per andare a Mitigliano, Jeranto o Marina del Cantone anche se non mancavano quelli che si spingevano ben oltre, fino a Crapolla, Li Galli o addirittura Positano.

L’idea di questa spedizione canoistica in Francia, percorrendo a forza di braccia vie d’acqua interne da nord a sud e poi a nordovest, risale al 1985, pochi anni dopo aver cominciato a pagaiare (1982). Feci un tentativo (abbastanza azzardato) di andare da Dunkerque (sulla Manica) ad Arles (quasi sul Mediterraneo) praticamente in solitario, con minimo appoggio a terra, ma una volta in Francia scoprii che, al contrario di quanto mi era stato riferito, il passaggio delle chiuse in kayak non era garantito e talvolta addirittura proibito. Essendo impensabile trasbordare ad ogni passaggio di chiusa, oltretutto con una canoa abbastanza piena e quindi pesante, rinunciai all’impresa senza dare neanche il primo colpo di pagaia, ma prima di rientrare in Italia raccolsi informazioni, comprai guide specifiche dei canali e fiumi francesi e fotocopiai le mappe e i dati delle chiuse dei tratti mancanti in una biblioteca di Parigi, aggiungendo anche i canali fra Arles e Bordeaux, fra Mediterraneo e Atlantico, che nel frattempo erano diventati parte integrante del progetto così come l’idea di viaggiare con un camper appoggio.


In quegli anni il club FoKa (Folgore Kayak) era cresciuto velocemente sia in quanto al parco canoe, sia in numero e capacità dei soci. Con alcuni di loro mi abituai a percorrere lunghe distanze in mare e cominciai a cercare compagni di avventura, mentre continuavo a perfezionare i dettagli del percorso. 

Finalmente, nella primavera del 1986 il progetto era pronto, avevo mappe dettagliate di tutti i canali e fiumi da percorrere, avevo stretto rapporti di collaborazione con il produttore delle canoe ASA, che ci avrebbe fornito le imbarcazioni, avevo studiato una dieta specifica con l’aiuto di una allenatrice di livello nazionale durante il mio soggiorno a Eugene, Oregon, avevo trovato qualche sponsor e il gruppo era quasi formato. Da maggio ad agosto aumentammo frequenza e distanze delle uscite in mare; ci fu qualche defezione fra i previsti partecipanti, ma trovai i sostituti (una veramente all’ultimo momento, come si può notare sul flyer di presentazione) e a inizio settembre partimmo.

Ci vediamo il 20 marzo nel Quartiere!

copertina del flyer di presentazione

venerdì 27 febbraio 2026

Charla 4: U.S.A. coast-to-coast - anticipazioni


Dopo aver trattato dei viaggi itineranti fra le aree incaiche e naturalistiche del Sudamerica e fra quelle azteche e maya in Messico, Guatemala e Honduras, venerdì 6 marzo racconterò di un altro lungo, lunghissimo soggiorno in America, ma ancora più a nord, in una sola nazione: gli Stati Uniti. 


Nei quasi 8 mesi di soggiorno ho vissuto esperienze immersive molto diverse, alcune stanziali come il lavoro a Boston e lo studio a Eugene, Oregon, altre più brevi, ma altrettanto interessanti, in California, Las Vegas, Grand Canyon, New Hampshire, Vermont, Washington, Pennsylvania e i viaggi in auto dalla costa est a quella ovest e viceversa.

Pontiac LeMans Grand Am (1973) guidata lungo la State Route 1, aka Pacific Coast Highway (PCH). Classica esagerata muscle car americana di quel periodo, con queste caratteristiche: motore V8 Turbo - cambio automatico 3 velocità – 6.558 cm3 – lunga 540 cm - larga 197cm - consumo 22,6 l/100km = 4.4 km/l

Ben diversa dai mezzi di locomozione degli Amish in Pennsylvania!


Ovviamente, tanti saranno gli aneddoti e le considerazioni sullo stile di vita dei giovani americani degli anni ’80, specialmente nell’ambiente di una cittadina universitaria come Eugene, in uno stato come l’Oregon noto per il suo stile di vita
mellow, vale a dire rilassato, tranquillo, pacifico, secondo una filosofia incentrata sul rallentare i ritmi, riducendo lo stress e privilegiando qualità e benessere psico-fisico, vivendo con calma e riconnettendosi con i ritmi naturali.

I video delle precedenti Charlas viajeras (riprese realizzate da Ludovico) sono disponibili su Vimeo, clicca su Charla 

  • Charla 1 (Francia, Spagna e Portogallo in auto, 1979) 23 gennaio 2026
  • Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980) 6 febbraio 2026
  • Charla 3 (México, Guatemala e Honduras, 1983) 20 febbraio 2026


Ed ecco i link ai video delle presentazioni pubblicati da Ludovico su Vimeo:

martedì 17 febbraio 2026

Charla 3: México, Guatemala e Honduras - anticipazioni

Venerdì 20 febbraio racconterò di un altro lungo viaggio in America Latina, ma stavolta a nord dell'equatore, essendosi sviluppato soprattutto in Messico, un po' in Guatemala e pochi giorni a Copan in Honduras. 

Gli argomenti principali saranno i siti archeologici maya, aztechi, olmechi e totonachi, ma si parlerà anche molto di feste tradizionali e di tradizionali attività antropologiche come il Carnaval chamula, la festa Parachicos a Chiapa de Corzo, i voladores di Papantla.


Ovviamente, come suo solito, parlerò anche di musica, arte e cibo e arricchirò la chiacchierata con aneddoti di vario genere, fra i quali alcuni relativi alle serate passate a Ciudad de México, in Plaza Garibaldi con i mariachi o al Frontón México per gli incontri di Jai alai, e il fantastico cine itinerante a Holbox.

In ambito naturalistico citerò il Canyon del Sumidero, le Lagunas de Montebello, le spiagge del Pacifico allora semideserte, la misteriosa di Holbox, il Lago Atitlan circondato da vulcani.

La chiacchierata sarà ovviamente accompagnata da un buon numero di foto originali dell'epoca e, in mancanza di queste, varie prese dalla rete in modo da evidenziare anche quanto siano cambiati i luoghi e l'ambiente a distanza di oltre 40 anni.



lunedì 9 febbraio 2026

"Viaggiare per conoscere", presentazioni e Charlas

Con la presentazione del mio libro Viaggiare per conoscere (dicembre 2025) organizzata dagli amici di MetArte giovedì 5 febbraio, ospiti della Casina dei Capitani di Meta, penso di aver concluso il ciclo. Quelli che se le sono perse, possono ascoltare la suddetta e la prima, svoltasi a Massa il 22 dicembre, guardando i relativi video girati da Ludovico e pubblicati su Vimeo.
Vi ricordo che, dopo le presentazioni a Massa e a Sant’Agata, ho iniziato un programma di Charlas viajeras (narrazioni autentiche di esperienze di viaggio) relative alle mie esperienze di viaggio degli anni ’80, quando si viaggiava in tutt’altro modo rispetto ad oggi, certamente più complicato e “avventuroso”, ma assolutamente appagante e gratificante. In italiano “ciarla” (da cui ciarlatano) è denigratorio, invece in spagnolo per charla (identica pronuncia) si intende, fra l’altro, “dissertazione pubblica, senza solennità, né eccessive preoccupazioni formali” e questa interpretazione è quella che mi ha spinto a chiamarle così.

Anche delle Charlas 1 (Francia, Spagna e Portogallo in auto, 1979) e della Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980) sono disponibili i video integrali, anche questi curati da Ludovico.
  • Charla 1 (Francia, Spagna e Portogallo in auto, 1979) 23 gennaio 2026
  • Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980) 6 febbraio 2026
Se siete venuti e vi sono piaciute o se ve le siete perse ma le avete apprezzate in video, sappiate che ne sono previste altre 3.


Venerdì 20 febbraio
La Charla 3 sarà incentrata sul viaggio in Messico, con una settimana in Guatemala e un paio di giorni in Honduras, in quasi 3 mesi del 1983. Oltre a tanti siti archeologici precolombiani, si parlerà tanto dell’ambiente sociale messicano, includendo abitudini, svaghi, gastronomia, feste tradizionali e tanto altro. Questa inizierà con un excursus di vari brevi viaggi effettuate nel 1981/82.


Venerdì 6 marzo
Nella Charla 4 parlerò di una sola nazione, gli Stati Uniti, ma in modo molto esteso visto che rimasi lì quasi 8 mesi, lavorando, studiando e viaggiando coast-to-coast in auto, dal nord-est alla California e di lì in Oregon, per poi ritornare a New York passando per Las Vegas, Grand Canyon e Washington DC.


Venerdì 20 marzo
Infine, la Charla 5 sarà ben diversa, sia per essere descrittiva di un viaggio (più che altro un raid) fatto in compagnia e perlopiù in kayak e canoa, sia perché dovrebbero intervenire alcuni dei partecipanti. Chiaramente sto parlando della spedizione 1.750km in Kayak, Dunkerque – Bordeaux, in Francia.