venerdì 23 agosto 2019

TREKKIDEA ... Amalfi - Sorrento (e forse Capri) aprile 2020

Già vagamente annunciata in questo post di marzo, dopo averne discusso con gli amici orientisti portoghesi che parteciparono all'edizione 2010, l’idea ha preso corpo e nel corso di una riunione tecnica (e gastronomica) mercoledì sera è stata partorita una bozza avanzata di 7 escursioni di una ventina di km ciascuna. Volendo evitare maggio la scelta del periodo alla fine è caduta in una settimana fra Pasqua e 25 aprile, partendo venerdì 17 o sabato 18. 



Come evidenziato in mappa (uno schizzo, tanto per dare un'idea a tutti). si inizia con tre circuiti (o quasi) da Agerola, il quarto giorno si effettua la traversata dalla Costiera Amalfitana alla Penisola Sorrentina, negli ultimi 3 giorni si andrà certamente a Punta Campanella, San Costanzo e Jeranto, ma si potranno aggiungere un circuito da Sant’Agata che include il Sentiero delle Sirenuse e un puntata sull’isola di Capri. L’ordine delle  escursioni nelle due suddette aree sarà deciso quasi all'ultimo momento, in base alle condizioni meteo; l’unica escursione “obbligata” è la Agerola (Bomerano) - Colli San Pietroal quarto giornoLa distanza media di ciascuna tappa sarà di circa 20km. 


Queste le descrizioni sommarie degli itinerari:
Day 1-3 : 3 giri da Agerola, date da scegliere in base a condizioni meteo
A: Agerola - Amalfi o Pogerola: ... Acquolella, Fica Noce, Pontone, RNO, Ferriera - Pogerola via Amalfi o Tavernate (18-20km, possibile cena + transfer privato al ritorno)
B: traforo - belvedere Mustaculo - S. Maria Monti - Monte Carro - Cervigliano nord - Acqua Fredda - Palommelle - Crocella - Capo Muro - Tre Calli - Bomerano (ev. ascesa Catiello) (18-20km)
B1: (più breve, ma più impegnativo di B)- salita a Crocella - CAI 329e Catiello nord - cima Catiello - Capo Muro - Tre Calli - Bomerano
C: giro Faito: Macello (2km da Bomerano), Crocella, Palmentiello, Castellone, Cerasuolo, Molare, Conocchia, forestale, Casino di Paipo, Bomerano (20-22km)
Day 4:
D: Bomerano - sent. Dei - ponte Nocelle - Forestale - S. M. Castello - Comune - Alvano - Colli San Pietro (19km, alternativa fra Nocelle e Capodacqua via Montepertuso e Dragone)
Day 5-6:
E: Sant’Agata - Termini - Campanella - San Costanzo - Nerano - Jeranto - Penna - Nerano (rientro in bus SITA) (18-20km)
F: Sirenuse da Sant’Agata + rurale (18-20km)
Day 7 (eventuale extra):
G: giro sull’isola di Capri comprendente Guardia, Migliera, Cocuzzo , Solaro, Anginola, Scala Fenicia, Arco Naturale, ...  (20-22km)

   

Condizioni e raccomandazioni sono quelle di sempre:
  • la partecipazione è del tutto gratuita; costi e prenotazioni per trasporti, vitto e alloggio e qualunque altra spesa sono a carico dei trekkers;
  • è di fondamentale importanza essere assolutamente indipendenti ed autosufficienti ... non è previsto alcun tipo di guida o assistenza;
  • chi vuole intraprendere queste escursioni deve essere in grado di percorrere almeno 20km al giorno con oltre 1.000m di dislivello in salita;
  • i sentieri presentano fondo vario e spesso accidentato, alcune salite e discese ripide, tante scale e brevi tratti esposti, alcuni classificati come difficili o EE.
   

  

escursionisti indipendenti, autosufficienti e volenterosi
NON PRENDETE IMPEGNI PER LA SECONDA META' DI APRILE 2020
  
Queste sono li idee di massima, molti aggiustamenti potranno intervenire a seguito di incendi (speriamo di no) o eventi naturali. In caso di condizioni meteo poco favorevoli, avverse o addirittura rischiose, una o più escursioni potranno essere, ridotte, variate o anche annullate del tutto.

lunedì 19 agosto 2019

52° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (256-260)

Cercando altre opere di Josef von Sternberg, mi sono imbattuto in alcuni film non ancora guardati di grandi registi austroungarici quali Robert Wiene (regista del Das Cabinet des Dr. Caligari, 1920) e G.W. Pabst (regista de Il vaso di Pandora, 1929); non solo non mi sono lasciato sfuggire l’occasione, ma ho anche trovato una delle tante liste di film di genere (35 Films from the Golden Age of German Cinema) che comprendeva una decina di lavori a me sconosciuti o dei quali avevo solo sentito parlare. Ovviamente queste saranno le mie prossime visioni e argomento di futuri post.
   

260  The Shangai Gesture (Josef von Sternberg, USA, 1941) tit. it. “I misteri di Shanghai” * con Gene Tierney, Walter Huston, Victor Mature, Ona Munson * IMDb  6,7  RT 100% * 2 Nomination (scenografia e commento musicale)
Uno dei numerosi film di von Sternberg con ambientazione esotica. Interpretando i rating sembra essere uno dei meno graditi dal pubblico (comunque ben oltre la sufficienza) ma molto apprezzato dai critici per lo stile e l’atmosfera che riesce a creare, anche se di Shanghai si vede ben poco. Pur essendo girato quasi interamente in interni, in Oriente e senza poliziotti o veri criminali, lo si può senz’altro inquadrare nel genere noir. A parte gli eccessi di trucco e acconciatura di 'Mother' Gin Sling (interpretata dall’americana Ona Munson), gli altri personaggi sono personaggi sono perfettamente proposti, in un ambiente di mistero e vizio, gioco d’azzardo e potere. Si distinguono le ottime interpretazioni di Victor Mature (l’enigmatico e flemmatico Doctor Omar) e di Gene Tierney (l’isterica giovane viziata).
Senza dubbio un gran bel film con un finale a sorpresa di tutto rispetto.
Più che consigliato.

257  Orlac's Hands (Robert Wiene, Ger, 1924) trad. “Le mani di Orlac” * con Conrad Veidt, Alexandra Sorina, Fritz Strassny * IMDb  7,1  RT 86%
Questo horror psicologico miscelato al poliziesco, uno degli ultimi film dell’espressionismo tedesco, tratto dal romanzo omonimo di Maurice Renard, si basa non solo sull’interessante soggetto ma soprattutto sull’interpretazione drammatica Conrad Veidt (Cesare in Il gabinetto del Dr. Caligari, il Maggiore tedesco in Casablanca). Le scene e i fondali non sono certo quelle di Caligari (1920) ma qualche elemento simile vi si può vedere. Apprezzabili le varie doppie esposizioni (una tecnica spesso utilizzata nei muti) che mostrano i tormenti del protagonista, fra incubo e immaginazione, a volte indotti dal malvagio di turno.
Ne furono prodotti due remake sonori: Amore folle (1935) e Le mani dell'altro (1961). 
Nel complesso un film più che buono, con solida sceneggiatura e notevoli interpretazioni e regia. 

      

256  Genuine  (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. int. “The Tragedy (o The Tale) of a Vampire” * con Fern Andra, Hans Heinrich von Twardowski, Ernst Gronau * IMDb  6,0  RT 41%p
Difficilmente giudicabile per il semplice motivo che la versione disponibile è quella “condensata” di 43', praticamente la metà della versione originale di 88' che è visibile solo al City Film Museum di Monaco, Germania. In effetti il titolo è fuorviante in quanto non c’è niente di vampiresco nel senso comune del termine, ci si riferisce invece ad una femme fatale della quale si seguono le avventure. Infatti per buona parte del film viene tenuta in una “prigione di lusso” dopo essere stata comprata come schiava. Alcune scenografie sono affascinanti quasi quanto quelle di Caligari (e infatti lo scenografo è lo stesso), ma la storia non regge e senz’altro pesa il fatto che non si sa cosa succeda nella metà tagliata. Soffre anche di una recitazione con troppo gesticolare e braccia protese.
Ha sempre sofferto dell’inevitabile confronto con Caligari, dello stesso regista, il grande successo uscito pochi mesi prima, ancora oggi un cult per qualunque cinefilo.
Da guardare soprattutto per le scene e per interesse “storico”

258  Street of Sorrow (aka Joyless Street) (G.W. Pabst, Ger, 1925) tit. it. “La via senza gioia” o “L’ammaliatrice” * con Asta Nielsen, Greta Garbo, Ágnes Eszterházy * IMDb  7,3  RT 75%
Questo fu il film che fece conoscere Greta Garbo (il suo quinto in 5 anni, pochissimi per l’epoca) ma fu così che l’attrice ottenne un contratto con la MGM e continuò brillantemente la sua carriera negli USA. Similmente all’appena citato Genuine, quella che ho recuperato è la versione condensata in 60’; del film ne esistono una decina di montaggi, il più lungo dei quali è di 175’ (quasi 3 ore!). Purtroppo ciò accade spesso con film di quasi 100 anni fa, che già all’epoca venivano distribuiti in vari paesi in edizioni diverse. A partire dai primi tentativi di restauro o ri-assemblaggio si utilizzarono spezzoni di varia provenienza e furono inserite riprese probabilmente mai effettivamente proposte in sala.
Tornando al film, l’ho trovato un po’ troppo melodrammatico ma conta su una solida regia e la buona interpretazione dell’astro nascente (la svedese Greta Garbo).

259  Dishonored  (Josef von Sternberg, USA, 1931) tit. it. “Disonorata” * con Marlene Dietrich, Victor McLaglen, Gustav von Seyffertitz * IMDb  7,3  RT 100%
Dei film di Josef von Sternberg fin qui visti è quello che mi ha appassionato di meno, soprattutto per la sceneggiatura poco credibile che si svluppa nel contesto degli ultimi anni della I Guerra Mondiale, fra un amore appassionato, spie e doppiogiochisti sia dal lato austroungarico che russo.
In questo caso, la spia ammaliatrice è Marlene Dietrich ed è strano (forse non tanto) che dopo pochi mesi uscì un altro film sostanzialmente simile con protagonista l’altra star dell’epoca, Greta Garbo (Mata Hari, 1931).
Interessante.
   
Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 16 agosto 2019

51° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (251-255)

Cinquina monografica dedicata a Louis Malle, include il suo primo film (1958), due degli anni ’70 e due degli ’80. Ottimo narratore, ma sembra che manchi sempre qualcosa per realizzare un ottimo film. Secondo me, solo Atlantic City si distingue effettivamente dagli altri per superiore qualità complessiva, guarda caso, è l’unico dei 5 per i quali Malle non è responsabile anche della sceneggiatura.

   

253  Atlantic City (Louis Malle, Fra/USA, 1980) tit. it. “Soffio al cuore” * con Burt Lancaster, Susan Sarandon, Kate Reid * IMDb  7,4  RT 100% * 5 Nomination (miglio film, regia, Burt Lancaster e Susan Sarandon protagonisti, sceneggiatura)
Senz’altro il migliore di questo lotto, sia per l’originalità della storia e dei personaggi, sia per le ottime interpretazioni. La produzione franco-americana mette insieme un trio di attori protagonisti di livello (Burt Lancaster, Susan Sarandon e Kate Reid) con la sapiente e accurata messa in scena in stile francese di una trama indiscutibilmente americana.
Più che consigliato.

251  Le souffle au coeur (Louis Malle, Fra, 1971) tit. it. “Soffio al cuore” * con Lea Massari, Benoît Ferreux, Daniel Gélin * IMDb  7,8  RT 91%  *  Nomination Oscar per la sceneggiatura e Nomination Palma d'Oro a Cannes
Ancora una volta una eccellente narrazione, una precisa descrizione della decadenza morale  di una famiglia borghese e benestante. I comportamenti sia dei genitori che dei figli irritano e in varie occasioni suscitano incredulità più che disappunto ... eppure non mostrano niente di particolarmente sensazionale. All’epoca se ne parlò molto per aver portato alla luce lo scabroso tema dell’incesto (badate, non la solita violenza di un padre su una figlia), ma questa chiave di lettura è molto, molto limitata.
Consigliato.

      

255  Ascenseur pour l'échafaud  (Louis Malle, Fra, 1958) tit. it. “Ascensore per l'inferno” * con Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Lino Ventura, Georges Poujouly * IMDb  8,0  RT 93%
Questo noir rappresenta l’esordio per Malle e, francamente, mi aspettavo qualcosa di più, considerato il livello medio dei polizieschi e crime francesi di quel periodo nel quale eccelsero registi comr Jean-Pierre Melville e Henri-Georges Clouzot. La sceneggiatura ha troppe falle, troppi eventi poco convincenti, che sminuiscono il valore  delle solite solide interpretazioni di Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Lino Ventura.
Si lascia guardare più che piacevolmente, ma in sostanza resta una occasione mancata.

252  Lacombe, Lucien (Louis Malle, Fra, 1978) * con Pierre Blaise, Aurore Clément, Holger Löwenadler * IMDb  7,8  RT 100%  *  Nomination Oscar miglior film straniero
Potrei eseguire un copia e incolla di microrecensioni dei film di Luis Malle, senza discostarmi troppo dalla realtà. Anche in questo caso ci si trova di fronte ad una buona e precisa narrazione ma i personaggi suscitano più di qualche perplessità e come spesso accade nessuno di loro catalizza le simpatie dello spettatore.
Certamente meritevole di una visione, ma non appassiona.

254  Au revoir les enfants (Louis Malle, Fra/USA, 1987) tit. it. “Arrivederci ragazzi” * con Gaspard Manesse, Raphael Fejtö, Francine Racette * IMDb  8,0  RT 97% *  Nomination Oscar miglior sceneggiatura e miglior film straniero
Anche per questo film sembra di assistere a storie trite e ritrite che, seppu ben messe in scena, non appassionano in quanto per lo più scontate. I personaggi sono quelli di sempre in qualunque film ambientato in un collegio, sia fra i dirigenti insegnanti, che fra i ragazzi ... con inevitabile bullismo più o meno grave, i buoni e i perfidi, i bravi e gli asini, i cattivi che poi tanto cattivi non sono e via discorrendo.
Similmente al precedente Lacombe, Lucien, penso che Au revoir les enfants debba buona parte del suo successo anche al tema trattato (occupazione tedesca in Francia, persecuzione degli ebrei, partigiani e collaborazionisti).
Vale la visione, ma non coinvolge, almeno i non francesi.
  
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lunedì 12 agosto 2019

Film e loro formati (per cinefili e anche per semplici spettatori)

Stuzzicato dal commento ricevuto ieri su un post di un paio di settimane fa, che faceva riferimento ai formati di un paio di recenti film di Tarantino (Hateful Eight e Django Unchained), propongo un brevissimo excursus in merito, corredato da vari link divulgativi e non riservati ai soli tecnici, quindi interessanti per tutti coloro che vogliano chiarirsi le idee sulla sempre dibattuta questione.  
Innumerevoli sono stati i formati cinematografici utilizzati nel tempo, con i loro pregi e difetti a seconda di cosa e come si filmi e quindi di come si proponga al pubblico. Si va dal formato quadrato ai classici 1,33 (4/3) e 1,37, dall’ormai comunissimo 16:9 al riproposto Univisium (2:1), dal Cinemascope all’enorme e praticamente impossibile da gestire 4:1 (Polyvision, in effetti composto da tre riprese 1,33 affiancate), utilizzato da Abel Gance in parte del suo Napoleon (1927).
In questo esempio si immagina chiaramente cosa succede tagliando una immagine
Cinemascope  (2,35:1) per adattarla a Widescreen (1,85:1) o a 14:9 (1,56:1).
da Wikipedia (CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=68282)
Molti guardano un film prestando attenzione soltanto alla storia o ammirando gli attori o apprezzando gli effetti speciali, pochi si curano delle inquadrature e della loro relazione con i formati e raramente notano distorsioni o ridimensionamenti che non sfuggono ad un occhio attento. Un Cinemascope mozzato nei lati per farlo entrare in uno schermo di proporzioni diverse perde molto, così come un film girato in un formato e poi adattato ad uno schermo di diverso rapporto.
La composizione delle inquadrature nel loro complesso (soprattutto angolo di ripresa e posizione relativa degli interpreti e degli oggetti) è infatti spesso vincolata al formato scelto e qualunque modifica deteriora e sminuisce la visione “artistica” originale.
Tuttavia, produttori di oggi hanno la giustificazione del fatto che se prima i film venivano visti esclusivamente nelle sale, quindi con schermi grandi sui quali si potevano proiettare più o meno tutti i formati, adesso devono per forza tener conto dei vari canali di distribuzione che talvolta rendono più degli incassi delle sale. Infatti, è normale che un film di successo, dopo essere passato in sala (forse, vedi alcuni titoli resi disponibili esclusivamente su piattaforme tipo Netflix) debba essere poi convertito e adattato a schermi televisivi, di computer, di tablet e smartphone, nonché alle dimensioni dei piccoli schermi degli aerei operanti su tratte lunghe; chiaramente il ritorno economico è una conditio sine qua non per la produzione del film.
I vari formati sono ben illustrati in queste due pagine Wikipedia (l’italiana e l’inglese, simili eppure diverse, date una scorsa ad entrambe) e sono corredati da numerosi esempi.
Di particolare interesse è la proposta che Vittorio Storaro, apprezzatissimo direttore della fotografia vincitore di 3 Oscar (Apocalypse Now, Reds, L’ultimo imperatore), avanzò una ventina di anni fa, vale a dire quella di standardizzare i formati e per questo rispolverò il rapporto 2:1, chiamandolo significativamente Univisium, già utilizzato negli anni ‘50 da Universal e RKO (col nome di Superscope). Interessante anche questo articolo (in inglese). 

venerdì 9 agosto 2019

Inseguendo Hipparchia ... ma quale? + problemi vari

Resta il mistero, ma purtroppo ho visto anche altro ...

Già dalla settimana scorsa avevo notato la presenza di tante farfalle scure e stamattina sono tornato su Monte Santa Croce (Termini, Massa Lubrense) per cercare di scattare foto sufficienti per appurare quale fosse la specie. Se l'identificazione fatta a prima vista della famiglia (Satiridae) e del genus (Hipparchia) mi è risultata abbastanza facile (non penso di aver preso una cantonata), resta il dubbio in merito alla specie. Infatti le Hipparchia sono numerose e alcune molto simili (specialmente per chi non è un entomologo) e, in base alle mie ricerche in rete sembra essere H. neapolitana, specie endemica della Campania. Sui libri in mio possesso, probabilmente a causa dell’areale molto limitato, non viene descritta, né ho trovato alcuna comparazione con altre farfalle simili che evidenziassero le differenze con le altre specie. Probabilmente è lei, ma resta l’interrogativo.
   

   

Purtroppo, lungo il crinale fra la cima del Monte Santa Croce e Vetavole ho notato anche varie aree di vegetazione bruciata, a dir poco sospette (vedi foto sotto). Infatti, pur comprendendo specie simili a quelle che le circondavano, erano chiaramente più scure, dando l’idea di un tentativo di incendio andato (per fortuna) male.

   
E ciò, unito alla notizia della settimana scorsa del ritrovamento di inneschi nella pineta di San Costanzo, mi ha fatto preoccupare ancor di più per l’ammasso di rovi abbandonati sul sentiero fra la rotabile e il belvedere Mitigliano. Infatti, nonostante varie segnalazioni, tutto il materiale è ancora lì, non sono stati ancora rimossi né i rovi secchi, né la rete arrugginita, né i paletti di ferro, né quelli di castagno. 

Si spera che qualcuno provveda al più presto a sgombrare l’area in quanto il sentiero (ora coperto) è fra quelli suggeriti e segnalati in giallo sulla cartina turistico-escursionistica del Comune di Massa Lubrense (mappa sotto) e, ancor più importante, sarebbe combustibile facilmente accessibile per i delinquenti piromani.

Per chiudere con una nota positiva, in questo breve giro ho avuto anche occasione di fotografare un grillo (o comunque un ortottero) e una lucertola (Podarcis sicula) che banchettava con un insetto appena catturato.
   

mercoledì 7 agosto 2019

50° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (246-250)

Cinquina per tre quinti monografica, dedicata alla regista Agnès Varda per la quale, come già fatto nel post precedente per von Sternberg, scrivo un breve commento cumulativo per i suddetti film, anche se girati a distanza di anni (i 3 di v. Sternberg in appena un paio di anni). Tuttavia, gli altri due sono di tutt'altro livello e quindi meritano i primi due posti, quello di Jim Jarmusch per la finezza, la cura dei particolari e gli interessantissimi e colti dialoghi, l'altro per l'assoluta innovazione nel campo dell'animazione alla quale si aggiunge una tecnica sopraffina e, ovviamente, l'eccellente materiale di base fornito dai dipinti di Vincent van Gogh.

   

249  Only Lovers Left Alive (Jim Jarmusch, UK, 2013) tit. it. “Solo gli amanti sopravvivono” * con Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowska, John Hurt * IMDb  7,3  RT 85%  *  Premio per la colonna sonora e Nomination Palma d'Oro a Cannes
Film elegante, raffinato, colto, con eccellente commento musicale e colonna sonora, come molti altri prodotti da Jim Jarmusch (anche sceneggiatore) non è stato pensato per far soldi (e infatti pare che sia appena rientrato delle spese) ma per creare qualcosa di bello e soddisfacente soprattutto per il regista.
Con un approccio al mondo dei vampiri assolutamente inedito, la storia narra di una coppia di essi amanti da secoli che vivono distanti (Tangeri e Detroit), lontani per vari decenni ma sempre in contatto si incontreranno nella seconda città che viene mostrata sempre di notte (ovvio per i vampiri) e quasi completamente deserta.
Le citazioni “colte” sono quasi in ogni battuta, in ogni immagine. Nel corso dei dialoghi citano scienziati, letterati e artisti di ogni epoca e paese, numerosi sono anche riferimenti specifici al mondo del cinema con piccole perle ... l’alias di Tom Hiddleston quando si intrufola in ospedale una volta è Dr. Faust e poi Dr. Caligari (protagonisti di famosissimi film espressionisti tedeschi) e Tilda Swinton vola a Detroit con Air Lumière!
Le innumerevoli riprese dall’alto e quella degli amanti ricordano non solo l’ovvio Taxi Driver di Scorsese, ma anche tanti film giapponesi d’avangardia degli anni ’60 e ’70. Ottimo anche il conciso finale con un “excusez-moi” seguito da un nero totale e poi dai titoli di coda con caratteri gotici.
Nel complesso il film è volutamente lento e succede ben poco, ma la fotografia e le interpretazioni sono di ottimo livello, accompagnate (come scritto in apertura) da ottima musica, sia quella del commento musicale che quella dei pezzi eseguiti; in parole povere non diventa mai noioso e le due ore scorrono tenendo sempre viva l'attenzione dello spettatore. 
Certo non tutti lo possono apprezzare ... ho letto un commento di uno che criticava aspramente i tanti nomi inseriti nei dialoghi; certo, se uno non ne conosce quasi nessuno, non hanno molto senso, così come i binomi scientifici (in latino) di specie botaniche e animali. C’è anche chi, più attento e interessato, ha avuto la pazienza (certamente utilizzando il fermo immagine) di andare ad identificare i volti ritratti nelle decine e decine di foto attaccate alla parete ... un miscuglio molto interessante!
Film assolutamente consigliato a chi ama il cinema nella sua essenza ed ha un discreto background culturale (trasversale)  

250  Loving Vincent  (Dorota Kobiela, Hugh Welchman, UK/Pol, 2017) * animazione * IMDb  7,8  RT 85%  *  Nomination Oscar film animazione
“Trattandosi di una seconda visione, riporto integralmente quanto scrissi un paio di anni fa in occasione della prima e, in calce, ho aggiunto un paio di righe.
Ecco un film-progetto unico, che ha impegnato 120 artisti nell'arco di quasi un decennio. Sono state dipinte a olio con tecnica simile a quella di Van Gogh 853 scene, successivamente modificate per creare il movimento. Molte includono esattamente famosi quadri dell’artista olandese e tutti i personaggi del film sono realmente esistiti e ebbero a che fare con Van Gogh o semplicemente furono soggetti occasionali per i suoi dipinti.
Nei perfetti titoli di coda scorrono i personaggi dipinti dall’artista, affiancati ai disegni del film che hanno avuto come modelli attori veri e in vari casi alle foto dell’epoca delle persone in carne e ossa. Ho cercato il videoclip dei soli titoli di coda ma non li ho trovati, eppure sono certo che a breve appariranno da qualche parte anche perché hanno come commento sonoro Vincent, canzone del 1971 che molti conoscono come Starry Starry Night, dedicata dall’autore Don McLean proprio a Vincent Van Gogh.
Per mettere insieme i vari dipinti e personaggi, gli autori hanno ideato una trama da mistery e il collegamento è l’ultima lettera di Vincent scritta al fratello Theo, ma mai spedita. Il dirigente dell’ufficio postale che ne è in possesso affida la missiva al proprio figlio con l’incarico di recapitarla. Seppur malvolentieri il giovane (con la giacca gialla) parte e, in attesa di consegnarla, parla con molti di quelli che hanno conosciuto Vincent ed ognuno gli fornisce notizie diverse in merito ai suoi rapporti con i locali e agli avvenimenti dei suoi ultimi giorni. Per la narrazione vengono inseriti numerosi flashback (tutti in bianco e nero) e si ipotizza che qualcuno abbia sparato a Van Gogh e che quindi la versione del suo suicidio non fosse vera.
In questo modo il film riesce a carpire l’attenzione degli spettatori senza mai rallentare il ritmo e coloro che hanno un minimo di "cultura visiva" non possono fare a meno di restare rapiti dalle immagini, colori e tratti tutti nel più puro stile di Van Gogh.
Purtroppo per gli amanti del buon cinema, dell’arte e delle tecniche innovative non a solo fine commerciale, ancora una volta la circolazione in Italia è stata limitatissima ... in poche sale e solo per 3 giorni (da lunedì a mercoledì della settimana appena terminata). Si dovrebbe riconsiderare l’assunto (da molti dato per scontato) che la cultura non interessa e quindi non paga. Infatti, proprio relativamente a questo caso ho letto che Loving Vincent in quei pochi giorni ha avuto più spettatori e incassato di più di qualunque altro film, incluso Blade Runner 2049. Ciò lascia ben sperare e, forse, distributori e sale troveranno un accordo per ulteriori passaggi.
Tornando al film, ne consiglio senz’altro la visione, ma dovrete stare molto attenti a non perdere la prossima occasione, se ci sarà.”
Questo film molto particolare, direi unico nel suo genere, ha superato brillantemente anche la seconda prova, pur a solo un paio di anni di distanza. Non è escluso che, con la scusa di mostrarlo ad amici, fra qualche altro anno mi avventuri in una terza visione.

      

246  La Pointe-Courte (Agnès Varda, Fra, 1955) * con Philippe Noiret, Silvia Monfort, Marcel Jouet * IMDb  7,2  RT 69%p
247  Le bonheur (Agnès Varda, Fra, 1965) tit. it. “Il verde prato dell'amore” * con Jean-Claude Drouot, Marie-France Boyer, Marcelle Faure-Bertin * IMDb  7,7  RT 86%p  *  Orso d'Argento, premio speciale della Giuria e Nomination Orso d'Oro a Berlino
248  Sans toit ni loi (Agnès Varda, Fra, 1985) tit. it. “Senza tetto né legge” * con Sandrine Bonnaire, Macha Méril, Stéphane Freiss * IMDb  7,8  RT 100%  *  Leone d'Oro, Premio Fipresci e Premio OCIC a Venezia

La prima cosa che mi ha colpito è lo stile dei commenti musicali, motivi strazianti, ripetitivi e monotoni, soprattutto a base di archi, quindi non sempre in sintonia con le situazioni mostrate sullo schermo. Di nota opposta è l’interessante montaggio che include serie di scene di pochissimi fotogrammi ciascuna e dissolvenze a sfondi colorati.
Anche se la regista si rifiuta di essere così etichettata, molti la includono fra i componenti della Nouvelle Vague in quanto Le Pointe-Courte ha molto dello stile essenziale di quella corrente della quale Godard, Truffaut, Rivette, Chabrol e Rohmer furono i più noti rappresentanti.
Come detto, il primo di questi tre film di Varda (il suo primo in assoluto, il lungometraggio successivo, Cleo dalle 5 alle 7, lo diresse ben 7 anni dopo) è senz'altro il migliore del gruppo e per molti anche il più convincente dell'intera produzione della regista belga che lo girò con mezzi modesti nei pressi di Sète (fra il Mediterraneo e l’enorme laguna dell’ Étang de Thau), dove si era trasferita. L’ambientazione in un piccolo villaggio di pescatori (quasi esclusivamente di frutti di mare) e i lor problemi con le autorità ricorda molto non solo La terra trema (1948, di Luchino Visconti, tratto da I Malavoglia di Verga) ma anche due ottimi film messicani: Redes (1934, di Fred Zinnemann ed Emilio Gómez Muriel) e Janitzio (1935, di Carlos Navarro, con Emilio “el Indio” Fernández nelle vesti di protagonista). Qui il ruolo principale spetta a Philippe Noiret (al suo esordio ufficiale, le precedenti 3 apparizioni erano state uncredited) e chi si occupò del montaggio fu Alain Resnais, certo non uno qualunque. Come gli altri film appena citati, Le Pointe-Courte sembra essere sospeso fra fiction e documentario, ma resta ben bilanciato.
Con Le Bonheur (suo terzo lungometraggio), nel 1965 Varda ottenne l'Orso d'Argento e il gran premio della giuria al Festival di Berlino, ma la sceneggiatura mi è sembrata debole e poco realistica, anche se il film è in sostanza ben diretto.
Sans toit ni loi mi è veramente piaciuto poco, quali per niente, per avere dialoghi e proporre situazioni poco credibili, con una protagonista assolutamente angosciante, che non suscita alcuna empatia, una che è la sola causa dei suoi problemi e riesce a venire ai ferri corti anche con i tanti che, inopinatamente, tentano di aiutarla di buon grado e disinteressatamente.
Agnès Varda è deceduta pochi mesi fa, a 90 anni; per molti anni moglie di Jacques Demy, regista dei più famosi musical francesi, come Les parapluies de Cherburg e Les deimoselles de Rochefort, al quale dedicò tre film, subito dopo la sua morte (1990).
Dei tre film presi in considerazione, a dispetto di rating e riconoscimenti, consiglio la visione solo per Le Pointe-Courte, evitate gli altri due, specialmente il terzo.
   
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lunedì 5 agosto 2019

49° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (241-245)

E ora si ricomincia da capo con una cinquina tutta muta (quasi, un film è commentato)! Torno all’invenzione del cinema con una serie di 108 film restaurati girati dai fratelli Lumière, da quello che dovrebbe essere il primo in assoluto (1895) ad alcuni del 1905, scelti, organizzati e commentati da Thierry Frémaux. Completano la cinquina un film di Victor Sjöström (uno degli attori simbolo di Bergman, anche regista) e tre di Josef von Sternberg, poi regista di L’angelo azzurro con il quale rese famosa Marlene Dietrich, che successivamente diresse in altri 6 film.
Le micro-recensioni di questo post sono in ordine cronologico, considerando il primo del 1895-1905 e per commentare in blocco i lavori di von Sternberg. 

   

241  Lumiere! (Thierry Frémaux, Fra, 2016) * con Auguste e Louis Lumière * IMDb  8,4  RT 86%p
A questo eccellente ed interessantissimo lavoro realizzato dal direttore dell’Institut Lumière di Lione, nonché delegato generale del Festival de Cannes, già dedicai un post quando lo apprezzai per la prima volta  un paio di anni fa e quindi ad esso vi rimando. Lì troverete anche il trailer e 3 filmati significativi e affascinanti: uno realizzato in un villaggio vietnamita, un allenamento degli chasseurs alpins e la Danse serpentine (colorato a mano).
A quanto scritto allora aggiungo solo che è un film (se così si può definire) da guardare e riguardare, non solo godendosi i filmati in sé e per sé, ma anche prestando particolare attenzione ai commenti di Frémaux che mette in risalto e illustra tante intuizioni dei fratelli Lumière, successivamente sviluppate da altri. 
Imperdibile!

242  The Outlaw and His Wife! (Victor Sjöström, Sve, 1918) * con Victor Sjöström, Edith Erastoff, John Ekman * IMDb  7,2  RT 100% 
Direi un lavoro relativamente deludente questo di uno dei più famosi registi/attori scandinavi. Senz’altro il suo muto più noto Körkarlen (1921, tit. it. Il carretto fantasma) è di gran lunga superiore sia per tecnica cinematografica che per interpretazione. In vari dei suoi primi film (iniziò nel 1913) Sjöström fu non solo regista, ma anche sceneggiatore ed interprete principale; come attore concluse la sua carriera nelle vesti del Dr. Borg, il protagonista di uno dei più famosi film del suo compatriota Ingmar Bergman: Il posto delle fragole (1957).
La storia (ambientata in Islanda) si sviluppa nell’arco di molti anni e risulta un po’ carente di continuità; trovo che ci sia troppo gesticolare nella recitazione, anche se ciò era comune all’epoca per enfatizzare situazioni e sentimenti; la sceneggiatura è debole ed in sostanza poco credibile.
Certamente non male per quell’epoca, ma non fra i migliori. 

      

Tratto in blocco questi tre muti di von Sternberg ai quali farò seguire altri, certamente quelli con Marlene Dietrich, dei quali ho visto solo Der blaue Engel (1930, L’angelo azzurro).

243  Underworld  (Josef von Sternberg, USA, 1927) tit. it. “Le notti di Chicago”, o “Il castigo” * con George Bancroft, Clive Brook, Evelyn Brent * IMDb  7,7  RT 85% *  Oscar miglior sceneggiatura originale
244  The Last Command (Josef von Sternberg, USA, 1928) tit. it. “Crepuscolo di gloria” * con Emil Jannings, Evelyn Brent, William Powell * IMDb  7,7  RT 100%  * Oscar a Emil Jannings protagonista e Nomination miglior sceneggiatura originale
245  The Docks of New York (Josef von Sternberg, USA, 1928) tit. it. “I dannati dell'oceano” * con George Bancroft, Betty Compson, Olga Baclanova * IMDb  8,0  RT 100% 

Inizio con poche righe di presentazione del regista, di origine austriaca, che sbarcò per la prima volta in America a soli 3 anni, ma divise infanzia e studi fra Vienna e New York. Dopo vari attività occasionali, a 17 anni (1911) cominciò a lavorare per la World Film Company nella quale fece presto carriera, passando rapidamente da magazziniere a proiezionista, montatore, addetto ai cartelli, operatore e poi assistente regista dal 1919; nel 1924 diresse il suo primo lungometraggio: The Salvation Hunters. Questo film fu molto apprezzato dai produttori fra i quali c’erano anche Charlie Chaplin e Douglas Faibanks, soprattutto per la perfetta organizzazione e realizzazione, nonostante il limitatissimo budget di 4.800 dollari, poco anche a quei tempi. Von Sternberg ebbe la caratteristica di trattare quasi sempre storie passionali e drammi interiori, protagonisti che si dibattono fra bene e male, spesso in ambienti sociali difficili, in molti casi in luoghi esotici, talvolta riportati proprio nei titoli (p.e. Marocco, Shanghai Express, The Shanghai Gesture, Macao, Anatahan).
Venendo ai tre film in questione, degli ultimi anni del muto, Underworld  viene visto da molti come prototipo dei film di gangster, pur essendoci una notevole componente di amore, amicizia, gratitudine, tradimento e sospetto. Un film ben costruito, di ritmo abbastanza svelto, con vari colpi di scena che, seppur in parte prevedibili, rendono interessante la trama, non proprio banale ... non per niente vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Buone le interpretazioni fra le quali spicca quella di George Bancroft, che molti ricorderanno come Marshall Wilcox in Stagecoach (1939, Ombre rosse, di John Ford).
The Last Command mi ha colpito per la trama originale che si sviluppa in due parti ben distinte, in luoghi e situazioni ed epoche molte diverse: ambiente militare durante la rivoluzione russa, set cinematografico negli Stati Uniti. Il personaggio principale è tuttavia unico, ottimamente interpretato da Emil Jannings (che meritatamente ottenne l’Oscar) , già noto per le sue performance nei panni del protagonista in Der Letzte Mann (1924, L’ultima risata) e di Mephisto in Faust (1926) entrambi di F.W. Murnau.
Veramente un ottimo film, essenziale, ben diretto e ben interpretato.
Anche nel terzo ed ultimo film di questo trittico di lungometraggi diretti Von Sternberg nei panni del protagonista troviamo George Bancroft, che in questo caso interpreta un carbonaio (marinaio addetto a spalare carbone nelle caldaie) che, nelle poche ore di libertà a terra prima di salpare per un nuovo viaggio, riesce a mettersi in sacco di pasticci.
Pure in questo caso la trama è interessante, con il protagonista che si trova a dover decidere se fermarsi rinunciando alla sua “libertà e indipendenza”  o continuare ad andare in giro per il mondo passando giorni e giorni davanti alla bocca di una fornace per poi “godersi” le poche ore di licenza fra bar e postriboli. 
Dopo questa più che soddisfacente incursione nel periodo del muto di Von Sternberg, sono ancor più ansioso di recuperare altri suoi film sonori, in particolare quelli ambientati in Oriente e altri luoghi esotici.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

venerdì 2 agosto 2019

48° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (236-240)

Con questa cinquina giungo alla fine delle visioni dei Blu-ray attualmente in mio possesso e quindi ci sono i film più recenti (2014) avendoli guardati in ordine cronologico. Nel complesso confermo la mia idea (derivante dalla visione di varie migliaia di film) che la qualità strettamente cinematografica negli anni è andata a diminuire, così come la qualità media degli attori. I grandi avanzamenti sono solo nel campo della tecnologia e degli effetti speciali ... che non mi appassionano o entusiasmano più di tanto.
Il gruppo ha un dominatore assoluto ed è Django Unchained , gli altri avrei potuto anche classificarli a coppie, pur essendo assolutamente diversi fra loro; Fury e The Social Network fra meriti e critiche più o meno si equivalgono, gli altri due sono oggettivamente scadenti sotto quasi ogni punto di vista, nonostante i nomi di cartello.

   

238  Django Unchained  (Quentin Tarantino, USA, 2012) * con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson * IMDb  8,4  RT 86%  *  2 Oscar (sceneggiatura e Christoph Waltz protagonista) e 2 Nomination (miglior film, fotografia e sonoro) * 62°
Un altro gran bel film dello spesso criticato Tarantino, snobbato da molti, ma oggettivamente uno che sa dirigere (attori e operatori), concepisce storie al limite dell’incredibile e le sviluppa in sceneggiature sorrette da dark humor, suspense e dialoghi per lo più ottimi, le scene splatter sono tanto esagerate da strappare più sorrisi che provocare orrore. Per concludere questo breve panegirico, c’è da sottolineare che nelle sue numerose brevi e ben calibrate apparizioni nei suoi film si dimostra un rispettabile attore, riuscendo ad essere più che convincente.
Tornando a Django Unchained, a tutti i meriti appena attribuiti a Tarantino, si aggiungono scenografie spettacolari esaltate dall’ottimo uso che il regista fa del formato 2.39:1 (Cinescope o CinemaScope, con lenti anamorfiche). I formati “larghi” sono una mania e un merito del regista che nel successivo The Hateful Eight, si cimentò (con gran successo) nell’ancora più spinto 2,76:1 (Ultra Panavision, 70mm). Non da meno sono la precisa fotografia, l’uso appropriato del ralenti, i costumi tendenti al barocco e la scelta degli oggetti e arredamenti tendenti al kitsch ... ottime le performance del cast intero.
Ovviamente, anche per questo film Tarantino ha attirato su di sé le ire di benpensanti e comunità di afroamericani, è stato criticato per il linguaggio (in particolare il troppo frequente uso di nigger, ma chi può pensare che all’epoca fossero tutti politically correct?), gli “storici” hanno sottolineato incongruenze ed errori, tutti sembrano dimenticare che si tratta di un film di finzione e non di un documentario.
Un film da non perdere, anzi, da guardare più di una volta.

239  Fury (David Ayer, USA, 2014) * con Brad Pitt, Shia LaBeouf, Logan Lerman * IMDb  7,6  RT 77% 
Sarebbe stato un film a soggetto bellico più che buono senza l’intermezzo della breve storia dell’incontro con le due cugine, ma si sa che ai fini del gradimento del pubblico in generale le storie d’amore, e ancor più i colpi di fulmine, rendono bene.
Sceneggiatura abbastanza originale, anche se un po’ esagerata, interpretata da buoni attori. Molta violenza ad effetto sullo sfondo di buone riprese esterne con ottima scelta delle location e ricostruzioni per lo più credibili. 
Film interessante per gli amanti del genere (e per le ammiratrici di Brad Pitt) ma certamente non per tutti.

      


237  The Social Network (David Fincher, USA, 2010) * con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake * IMDb  7,7  RT 95%  *  3 Oscar (miglior sceneggiatura, montaggio e commento musicale) e 5 Nomination (miglior film, regia, Jesse Eisenberg protagonista, fotografia e montaggio sonoro)
Non è che mi sia piaciuto più di tanto, ma a questo film riconosco il merito di fornire un descrizione di Mark Zuckerberg non univoca, presentandolo a turno come sociopatico, arrivista, geniale, non attaccato al denaro, sfrontato, tanto che alla fine riesce quasi simpatico (anche se per me non lo è nella vita reale, per quanto ne sappia) per avere a che fare con tanti personaggi avidi, della peggiore specie, che fanno il possibile per sfruttare le sua capacità e le sue idee. In questo caso la sceneggiatura “troppo parlata” (come quasi tutte quelle scritte da Aaron Sorkin) è probabilmente necessaria e quindi sopportabile.
Da quanto ho letto, la maggior parte degli avvenimenti riproposti nel film sono effettivamente accaduti, più o meno come sono rappresentati.
Interessante, guardabile.

236  Angels & Demons (Ron Howard, USA, 2009) tit. it. “Angeli e Demoni”  * con Tom Hanks, Ewan McGregor, Ayelet Zurer * IMDb  6,7  RT 37% 
Leggermente migliore del Codice Da Vinci, ma più o meno la stessa solfa. L’ambientazione passa da Parigi a Roma e nella Città del Vaticano, l’insulsaggine della trama è di pari livello ma almeno più lineare avvicinandosi più a un comune thriller. Tom Hanks resta sempre imbambolato, a volte sembra un attore ma solo per incapacità dei suoi colleghi.
Non è ultimo di questo gruppo esclusivamente grazie a The Equalizer che, nonostante la presenza di Denzel Washington che è attore, certamente molto migliore di Tom Hanks, è talmente mal pensato e costruito che è difficile fare peggio.
Lasciate perdere.

240  The Equalizer (Antoine Fuqua, USA, 2014) tit. it. “Il Vendicatore”  * con Denzel Washington, Marton Csokas, Chloë Grace Moretz * IMDb  7,2  RT 60% 
In questo film il personaggio interpretato da Denzel Washington è più infallibile, indistruttibile e letale di un supereroe, compare e scompare (pur essendo privo di superpoteri) a suo piacimento, supertecnologico e geniale ... i cattivi cattivissimi non hanno scampo! The Equalizer è una baggianata colossale e per lo più scontata, non è rigoroso e il protagonista nemmeno un po’ plausibile come il personaggio di Charles Bronson nella serie di film Death Wish (aka Il giustiziere della notte), né - parlando di ex-agenti a riposo - la sceneggiatura è lontanamente paragonabile al divertente RED (2010), oltretutto forte di un cast di qualità che include Bruce Willis, John Malkovich, Hellen Mirren, Morgan Freeman e Ernest Borgnine.
Assolutamente sconsigliato.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.