giovedì 21 novembre 2019

71° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (351-355)

Ennesimo gruppo interessante ed eterogeneo, comprende gli ultimi due film dell’HIFF (un russo e un franco/belga), due film “truffaldini” ma di ben diverso livello sia come storia, sia come quantità di denaro in basso, sia come qualità cinematografica, e un buon noir giapponese del ’57, genere inusuale per Kobayashi.

   

352  Portrait de la jeune fille en feu  (Céline Sciamma, Fra/Bel, 2018) * con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami * IMDb  8,3 RT 98%  *  Premiato per miglior sceneggiatura e Queer Palm oltre a Nomination Palma d’Oro
Intrigante sceneggiatura pur contando su un cast ristrettissimo, due protagoniste e due coprotagoniste, una sostanziale l’altra di puro contorno.
Si assiste ad un sottile gioco psicologico-dialettico molto ben messo in scena. Brave le primattrici (ma Adèle Haenel certamente più convincente di Noémie Merlant) ed anche la 18enne di origine kosovara Luàna Bajrami … piatta e incolore come sempre la prova di Valeria Golino, per fortuna limitata a poche scene. Gli uomini non sono praticamente presenti, sono loro riservate solo un paio di battute (a inizio e fine soggiorno) e scene con tante comparse nel finale. A proposito di questo, mi ha sorpreso vedere che, dopo un’ottima (possibile) scena conclusiva, ne sia stata aggiunta un’altra sforzata, con una zoomata che termina con un lungo primo piano, in diverso ambiente e diverso tempo. Secondo me, Céline Sciamma avrebbe potuto chiudere il film più brillantemente risparmiandoci quei 2-3 minuti finali.
Belle l’ambientazione, sia per gli interni oltremodo spogli dell’enorme casa, sia per gli esterni sulle scogliere e in riva al mare, tutto molto ben filmato. La poco approfondita storia omosessuale fra le protagoniste ha dei punti in comune con Beanpole visto in mattinata all'HIFF, ma ben diverso dalla incontrollata libidine di And Then We Danced ... Tutti e 3 erano fra candidati alla Queer Palm di quest'anno a Cannes, questo di Sciamma (che se lo è aggiudicato) ha senz'altro meritato di prevalere sugli altri due.
Film elegante, sottile, con buoni dialoghi, ben diretto e fotografato. Da guardare.

353  El hombre de las mil caras  (Alberto Rodríguez, Spa, 2016) tit. it. "L'uomo dai mille volti" * con José Coronado, Eduard Fernández, Miquel García Borda * IMDb  6,9 RT 83%
Film con aspetti documetaristici di Alberto Rodríguez (regista dell’acclamato La isla minima, 2014) in quanto la storia estremamente ingarbugliata è basata su avvenimenti reali dei quali si conoscono i punti salienti ma, ovviamente, sono stati aggiunti alcuni passaggi fittizi - ma plausibili - per collegare i fatti certi.
Mi sono preso la briga di verificare ed è senz’altro vero che Francisco Paesa fu artefice di tanti intrighi politici ed economici, millantando cariche e conoscenze, avendo a che fare con servizi segreti di vari paesi e che a un certo punto si fece credere morto. Il film tratta però quasi esclusivamente del suo rapporto con Luis Roldán, Direttore Generale della Guardia Civile spagnola, che a metà anni ’90, sapendo di essere indagato per frode, fuggì dal paese con l’equivalente di 10 milioni di euro dei nostri giorni. Ovviamente non dico di più, chi vuole trova tutto online. Il film si basa soprattutto sul libro scritto da Fernando Sánchez Dragó che ha ricostruito la vicenda (romanzandola), con l’aiuto dello stesso Roldán.
Anche non sapendo niente di tutto ciò, il film è perfettamente godibile e non ci vuole molto a capire che qualcuno imbroglia, probabilmente più di uno, ma chi e quali e quante sono le sue vittime? Si assiste ad una serie vorticosa di spostamenti dell’enorme quantità di denaro da un lato all'altro del mondo, pagamenti di sostanziose tangenti, ricatti e minacce … avvalorando l’affermazione: spesso la realtà supera la fantasia.
Ottimo film, avvincente e ben interpretato, con attori che appaiono molto simili ai veri personaggi. Direi da non perdere, ma non lo si può guardare a tempo perso; bisogna stare molto attenti a seguire gli intrecci della trama.

      

354  Kuroi kawa - Black River (Masaki Kobayashi, Jap, 1957) * con Fumio Watanabe, Tatsuya Nakadai, Ineko Arima * IMDb  8,3 RT 98%
Non fra i migliori del regista giapponese, troppo scontata la trama nel suo complesso, troppo caricaturali i personaggi di contorno. Pur fornendo un interessante spaccato del giappone del dopoguerra, ancora con tanta presenza militare americana e l'economia in rovina, si basa più che altro sulle convincenti interpretazioni dei tre protagonisti. Fra loro spicca Tatsuya Nakadai uno dei più attivi attori nipponici, conosciuto ed apprezzato anche all’estero per le numerose partecipazioni a famosi film di Kurosawa (con il quale esordì in 7 Samurai per poi avere ruoli in Yojimbo, Sanjuro, High and Low, Kagemusha, Ran) e di altri noti registi quali Naruse e Ichikawa. Certamente fu uno dei preferiti di Kobayashi che lo diresse in ben 11 film fra i quali ci sono i suoi capolavori The Human Condition e, soprattutto, Harakiri (aka Seppuku, 1962, Premio Speciale della Giuria a Cannes, RT 100%, IMDb 8,7 e 33° nella classifica dei migliori film di sempre … da non perdere!). Per chi non lo sapesse, ricordo che nel 1968 Masaki Kobayashi fu uno dei fondatori del The Four Horsemen Club (con Akira Kurosawa, Keisuke Kinoshita e Kon Ichikawa) che si prefiggeva lo scopo di produrre film per le nuove generazioni.

351  Beanpole  (Kantemir Balagov, Rus, 2018) tit. or. “Dylda” * con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov * IMDb  7,2 RT 100%  *  Premio FIPRESCI e Un Certain Regard (per regia) e Nomination Queer Palm e Un Certain Regard (film)
Lentissimo e abbastanza noioso, con le due protagoniste che prima di dire una parola pensano interminabili secondi fissando l’interlocutore (chiunque esso sia) per non parlare dei lunghi momenti di “paralisi” di Iya / Beanpole (=stangona). I fatti si svolgono a Leningrado nel 1946 ed entrambe soffrono di traumi diretti e indiretti della guerra appena terminata, seppur con conseguenze molto diverse. In effetti è ben filmato e decentemente interpretato, ma oltre due ore di film con molta poca sostanza (per lo più ripetitiva e inutilmente prolissa) sono oggettivamente troppe.
Non si perde molto rinunciando alla sua visione.

355  The Good Liar (Bill Condon, USA, 2019) tit. it. “L’inganno perfetto” * con Helen Mirren, Ian McKellen, Russell Tovey * IMDb  6,5 RT 63% 
Ho deciso di guardarlo più che altro per i due primi attori … e loro non mi hanno certo deluso. Purtroppo la storia regge poco, appare melensa già dopo le prime scene e il seguito non è migliore. Il finale poi, con la chiara aspirazione di voler dare un carattere serio al  tutto, mi è sembrato pretenzioso, fuori luogo, irreale e, come se non bastasse, stupido.
Da evitare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 18 novembre 2019

Altra settimana hawaiiana molto intensa!

Settimana passata fra Botanical Gardens (4 su 5), 10 film all’HIFF (Hawaiian International Film Festival) oltre a quelli al Movie Museum e l’immancabile cibo asiatico. Con un paio di blitz, come sempre assistito da Naomi (la botanica che sceglie gli alberi e piante da riportare in carta), non solo abbiamo concluso la mappatura dei due Orti Botanici ancora privi di mappa dettagliata (Wahiawa e Lili’huokalani), ma abbiamo anche realizzato mappa tecnica (per l’irrigazione) del Koko Crater Botanical Gardens. Nel corso della settimana prossima, fra un’impaginazione e l’altra delle mappe, dovrei avere più tempo per le foto.
   
sopra: base del tronco del Rainbow Eucalyptus (Eucalyptus deglupta
e i vistosi fiori della Scarlet Jade Vine (Mucuna bennettii)  *  Wahiawa BG
L'Orto Botanico di Wahiawa comprende di tre parti ben distinte, la terrazza principale, con prati ben curati, panchine e fontanine, in gran parte accessibile anche con carrozzine (solo poche traverse con fondo in ghiaia non lo sono), una ripa a nord attraversata da vari sentieri cementati che permettono di accedere alla terza area, selvaggia, stretta e lunga, in effetti il greto del torrente, quasi sempre in secca ma soggetto ad occasionali flash flood, con due tratti interdetti. In effetti c'è anche una piccola parte nella ripa opposta, accessibile tramite scalette. Quella a sinistra è l'essenziale cartina sull'attuale dépliant, relativa solo a terrazza principale e ripa sud, con poche specie segnalate. A destra la bozza della nuova mappa con molte più piante, ed è incluso il greto del torrente che verrà stampato sul verso. Un buon passo avanti!
   
Del piccolo Lili'uokalani, giardino della prima e ultima regina regnante delle Hawaii, deposta dai nel 1893 con l’appoggio dei Marines nel tentativo di annettere l'arcipelago agli USA, cosa che però avvenne solo nel 1959, quando diventò il 50° stato dell'unione. Pur deposta e agli arresti domiciliari nel palazzo reale Iolani, la regina Lili'uokalani poteva disporre dei propri beni e lasciò alla città (specificamente per uso pubblico) varie proprietà fra le quali questo giardino. La maggior parte dei grandi alberi che fiancheggiano il torrente (con tanto di piccola ma suggestiva cascata) sono ben più vecchi di un secolo e sono quasi tutti Monkeypod (Samanea Saman, Fabaceae, gruppo mimosoide, noto anche come rain tree o Hitachi tree), una specie che, avendo spazio, non si sviluppa tanto in altezza quanto in larghezza formando con la sua chioma delle perfette calotte sferiche. Questo della foto, che si trova nel parco Moanalua qui ad Honolulu, è uno dei più famosi e grandi: con una chioma di ben 40m di diametro per “solo” 25m di altezza, il tronco ha circonferenza di 7m. 
Altra specie presente quasi ovunque nelle zone aperte del giardino sono le Loulu palm, ma c'è ne sono anche tre Royal, slanciate e altissime, quasi come quelle del Foster BG, alte oltre 35m.

Di questo orto botanico non esisteva né il dépliant e tanto meno una mappa, neanche uno schizzo. Questa è la bozza, sul retro saranno aggiunte descrizioni delle piante evidenziate in mappa, nonché breve storia giardino.

Cinema: all'HIFF ho avuto occasione di guardare The Irishman (qui la recensione), il più recente film di Scorsese con Robert DeNiro, Joe Pesci e Al Pacino. Come è noto, essendo prodotto da Netflix, praticamente non è distribuito in sala e quindi posso reputarmi più che fortunato per averlo visto su schermo grande. Ho avuto anche modo di guardare film che con tutta probabilità non giungeranno mai in Italia nonostante vari di essi siano stati apprezzati in Festival importanti come Cannes anche And Then We Danced (Georgia), J'a perdu min corps (Fra), Arab Blues (Tun/Fra) A vida invisivel (Bra), The Last Color (Ind), commentati nelle microrecensioni 341-345 e 346-350, quelle di Portrait de la jeune fille en feu e Beanpole / Dylda saranno pubblicate fra un paio di giorni nel prossimo gruppo. Ma quello che più mi è piaciuto è stato Chunhyang (Corea, 2000, di Kwon-taek Im), visto un paio di giorni fa al Movie Museum.
    
Cibo
Spicy pork kimchee ramen (Japan, foto a dx), Pad Thai (Thailand), Beef laksa (Malaysia), Chow Funn gravy (cantonese, China, foto a sx), Teri chicken bukkake udon (Japan) e altri meno interessanti.

domenica 17 novembre 2019

70° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (346-350)

Ancora un gruppo interessante ed eterogeneo, sia per epoche (1965, '82, 2000 e da poco usciti) che per paesi di produzione fra i quali Corea e Georgia. In linea di massima sono stati tutti piacevolmente sorprendenti, ognuno per aspetti divversi, pur rimanendo Chunhyang senz'altro il migliore e più completo. 

   

350  Chunhyang (Kwon-taek Im, Kor, 2000) * con Hyo-jeong Lee, Seung-woo Cho, Seong-nyeo Kim * IMDb  7,1 RT 86%  *  Nomination Palma d’Oro a Cannes
Una piacevolissima sorpresa! Guardato “a fiducia” al Movie Museum, si è rivelato un ottimo film e per innumerevoli ragioni, alcune apprezzate dopo aver fatto le dovute successive ricerche … e da lì comincio. Chunhyang non solo è il nome della protagonista di questa pellicola, ma anche di una delle più famose storie coreane di vari secoli fa. Tramandata per via orale, fu poi scritta nel XVII secolo, ma ne esistono oltre 100 versioni, poi adattate in almeno una ventina di film. Della storia di Chunhyang ci sono anche versioni teatrali in una forma classica coreana: il pansori. In questo caso viene narrata da un cantastorie accompagnato dal ritmo di un solo tamburo e mediamente dura fra le 5 e le 6 ore.
Il film di Kwon-taek Im dura solo 2 ore, è aperto e chiuso da un cantastorie su un palco teatrale moderno e la sua voce commenta vari avvenimenti mostrati e ne narra altri omessi. Il canto, spesso quasi urlato, non è sempre orecchiabile ma assolutamente affascinante, così come lo sono costumi, particolari, calligrafia, scene e arredamenti. La fotografia è ottima sia per scelta di colori che di luce; regia e interpretazioni non sono da meno.
La storia è emblematica e, anche se in parte scontata, scorre bene ed è ben narrata. 
Secondo me da non perdere.

346  Il padre del soldato  (Rezo Chkheidze, Geo, 1965) tit. or. “Jariskatsis mama” * con Sergo Zakariadze, Vladimir Privaltsev, Aleksandr Nazarov * IMDb  8,7 RT 92%p
Originariamente in bianco e nero (leggo molto apprezzato), è stato successivamente colorizzato per la tv nel 2013.
Avendo tirato in ballo il cinema georgiano pochi giorni fa, ho cercato altri titoli interessanti e ho trovato questo cult del 1962, da molti definito pietra miliare di quella cinematografia se non il migliore in assoluto. In rete si trova un'ottima versione a colori (1080p) ma è bene sapere che l'originale era in b/n, l'operazione di restauro e colorizzazione è del 2007.
Non è un vero e proprio film di guerra, somiglia più a un road movie del quale è protagonista un padre (contadino) che parte alla ricerca del figlio ferito in guerra. Però, quando finalmente raggiunge l'ospedale, il figlio è stato già dimesso e rispedito al fronte... Quindi si tratta di un lunghissimo viaggio con vari mezzi di trasporto dalla Georgia alla Russia e poi in Germania. Commovente lo spirito del contadino diventato soldato per poter cercare di raggiungere suo figlio, del quale va estremamente fiero. Anche se il protagonista è un georgiano, i russi elogiarono il film e Sergo Zakariadze diventò un beniamino del pubblico per il suo coraggio, spirito di iniziativa intraprendenza e spontaneità pur non avendo uno spirito bellicoso. 
Certamente da guardare, anche se non è il capolavoro assoluto che alcuni decantano.

       

348  J'ai perdu mon corps  (Jérémy Clapin, Fra, 2018) * animazione * IMDb  7,6 RT 100% * Gran Premio della critica e Nomination Camera d’Oro
Film d'animazione francese che si annunciava bene, il titolo si riferisce ad una mano amputata che, a inizio film quindi no spoiler, evade da un laboratorio. Il seguito è tutto da scoprire, con storie che si accavallano, flashback, una mosca onnipresente, avventure e disavventure della intraprendente mano, ironia e suspense e non manca la parte romantica. Nonostante i tanti diversi aspetti, il film è scorrevole in quanto molto ben bilanciato.
La grafica è semplice ma non certo minimalista, e ogni scena è ricca di significativi dettagli.
Merita la visione.

349  Le retour de Martin Guerre (Daniel Vigne, Fra, 1982) * con Gérard Depardieu, Nathalie Baye, Maurice Barrier * IMDb  7,4 RT 100%  *  Nomination Oscar per i costumi
Film particolare, con una prima a parte quasi bucolica, nella campagna francese Toulouse, del '600, ed una seconda parte articolata su un caso giudiziario con tanti colpi di scena e radicali cambiamenti di atteggiamento da parte dei paesani coinvolti direttamente o come testimoni … un vero e proprio courtroom movie ambientato nel XVI secolo.
Nella prima parte prevale l'aspetto pittorico che dà l’illusione allo spettatore di entrare nei quadri dell'epoca, mentre nella seconda le parole e le testimonianze, spesso contraddittorie, sono al centro dell'attenzione.
Buona la prova di Gerard Depardieu nelle vesti di Martin Guerre (effettivamente vissuto nella prima metà del ‘500 e protagonista di tale caso giudiziario), ma anche di tutto il resto del cast, nel quale ho notato di nuovo l’inconfondibile Dominique Pinon, qui al suo secondo film, del quale nel precedente post ho ricordato le note apparizioni in Delicatessen e Amelie.
Buon film che merita una visione, specialmente per la messa in scena; meritata la Nomination Oscar per i costumi.

347  Lucky Grandma (Sasie Sealy, USA, 2018) * con Tsai Chin, Hsiao-Yuan Ha, Michael Tow * IMDb  7,6 RT 89%
Annunciato come un ottimo indipendente, assolutamente americano seppur con regista e cast quasi tutto cinese, ambientato a Chinatown, ancora senza distributori . 
Si tatta di una black comedy nel campo di rivalità fra bande mafiose (cinesi), ma la vera protagonista è un'imperturbabile nonna (grandma) che, per una serie di coincidenze, entra in possesso di una gran quantità di dollari, in contanti ... e qui ovviamente cominciano i guai. Ci sono buone trovate e divertenti colpi di scena, la maggior parte dei personaggi sono stereotipi del genere o quasi caricaturali. Purtroppo il film non ha ritmo, spesso si perde in scene troppo lente che non mirano neanche a creare suspense, certamente non adatte ad una commedia degna di tal nome. 
Appena sufficiente, convincente la grandma cinese.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 13 novembre 2019

69° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (341-345)

Ancora 3 su 5 sono film di quest’anno, visti all’HIFF, ma anche Edmond (2018) si può considerare del 2019 in quanto è giunto nelle sale a gennaio. Completa il gruppo l’immancabile giapponese. Non è stato facile metterli in ordine di gradimento in quanto tutti i primi 4 mi sono piaciuti e tre di essi sono stati una vera sorpresa. Ho voluto mettere in testa le due commedie leggere (entrambe ben proposte, anche se il tunisino ha i suoi chiari limiti) e a seguire i due film drammatici, quindi più una scelta di genere che di reale valore. Arab Blues e And Then We Danced hanno dalla loro anche il fatto di offrire uno spaccato di società delle quali probabilmente sappiamo poco.

     

345  Edmond (Alexis Michalik, Fra/Bel, 2018) tit. it. “Cyrano mon amour” * con Thomas Solivérès, Olivier Gourmet, Mathilde Seigner * IMDb 7,4 RT 85%
Quasi tutti lo paragonano, in un certo senso a ragion veduta, a Shakespeare in Love in quanto se in quel caso il giovane autore del ‘600 doveva creare in poco tempo un lavoro già promesso e venduto e con teatro affittato per una certa data, qui la situazione è replicata in Francia a fine ‘800, Shakespeare diventa Rostand e invece di Giulietta e Romeo si deve mettere in scena Cyrano. In effetti trovai il film di Madden (1998) abbastanza noiosetto e pretenzioso senza lasciarmi impressionare dai 7 Oscar e 6 Nomination (in gran parte immeritati e non solo secondo me), questo è invece una commedia leggera molto più scoppiettante, piena di sorprese, divertenti personaggi ben caratterizzati, con bei costumi e bella ambientazione generale. Alexis Michalik non è solo il regista di Edmond, ma anche colui che nel 2016 ha scritto l’omonimo lavoro teatrale e poi ne ha curato sceneggiatura, dialoghi e adattamento per il grande schermo.
Fra i tanti personaggi estremamente singolari spiccano i due impresari/mafiosi corsi, il buttafuori (quel Dominique Pinon protagonista di Delicatessen e Amelie) e il singolare gestore del Café di fronte al teatro, uomo di colore e di gran cultura e generosità. Vengono anche inclusi artisti e scrittori dell’epoca quali Sarah Bernhardt, Checov e Georges Feydeau, interpretato dallo stesso Michalik.
Il film risulta essere uscito in Italia in aprile il che significa che dovrebbe essere facile recuperarlo, ma probabilmente difficile da trovarlo in sala. Comunque sia, lo consiglio … come al solito, meglio in versione originale francese.

342  Arab Blues (Manele Labidi Labbé, Tun/Fra, 2019) * con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Aïsha Ben Miled * IMDb  6,8 RT 80%
Piacevole commedia, in parte drammatica, sui moderni scontri culturali in Tunisia, fra stereotipi, tante verità e argute prese in giro, sempre sotto l’ombra della sudditanza psicologica nei confronti della Francia. Una giovane psicoterapeuta tunisina rientra in patria dopo aver completato i suoi studi a Parigi. Si "scontrerà" con un ambiente pieno di pregiudizi e farà tante singolari e variegate conoscenze; inoltre dovrà gestire i suoi rapporti – non sempre facili – con gli zii e la loro figlia, con i quali condivide la grande casa, e dovrà avere a che fare con un onnipresente ligio poliziotto e con la burocrazia. Sul suo divano si accomoderanno tanti personaggi, alcuni per pochi secondi, altri diventeranno clienti abituali e ce ne sono di tutti i tipi.
Nonostante i forse troppi vuoti nella seconda parte, il film scorre bene, senza risparmiare nessuno nella sua rappresentazione sarcastica di questo spaccato di società tunisina, neanche la protagonista che giunge quasi sull'orlo dell'esaurimento. I difetti, fisime e fissazioni di ognuno dei personaggi vengono mostrati bonariamente, essendo tutti normali casi umani.
Nel suo piccolo, più che sufficiente. La protagonista di origine iraniana (Golshifteh Farahani) l'avrete forse notata in About Elly e Paterson (dove interpreta l'aspirante artista moglie di Adam Driver). Singolare trovare due canzoni di Mina nella colonna sonora, Città vuota in testa e Io sono quel che sono in coda.
Ottimo per passare un’ora e mezza spensierata, avendo un assaggio di un mondo poco presente nel cinema.

        

344  Sorry we missed you (Ken Loach, Ire/UK, 2019) * con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Nikki Marshall * IMDb  7,8  RT 77%
Ennesimo dramma proposto da Loach, questa volta, più che sociale, famigliare. Ancora una volta è Paul Laverty (autore fra l'altro di It's a Free World ..., Route Irish, The Wind that Shakes the Barley e del recente I, Daniel Blake) a fornirgli la sceneggiatura e quindi conoscendo il binomio, già si sa che tutto quello che può andare storto andrà storto; da questo punto di vista nessuna sorpresa. Più che buone le interpretazioni dei protagonisti, una coppia di onesti e volenterosi lavoratori che tuttavia non riescono a gestire a dovere la propria vita, né la loro routine famigliare e tantomeno il figlio adolescente a dir poco ribelle. Completano il quadro il dirigente (un po’ despota ma chiaro, assolutamente inflessibile)  della ditta di consegne pacchi per la quale lavora il protagonista e ed altri autisti, nonché le persone assistite dalla moglie.
Dopo il lento ma continuo crescendo di tensione si giunge ad un finale un po' incerto, sia per un improvviso e radicale cambiamento di atteggiamento (credibile? durerà?) sia per non proporre una conclusione chiara.
Questo è Loach ... impeccabile per raccontare drammi più o meno deprimenti, purtroppo basati su situazioni tutti i giorni sotto i nostri occhi, stavolta molto didascalico e quindi meno incisivo.
Consigliato se si sta nel giusto stato d’animo.


343  And Then We Danced (Levan Akin, Geo/Sve, 2019) * con Levan Gelbakhiani, Bachi Valishvili, Ana Javakishvili * IMDb  8,3 RT 92% * Candidato alla Queer Palm al festival di Cannes.
Delle tante repubbliche costituitesi a seguito dello smembramento dell'URSS, la Georgia è quella che sembra essere la più attiva o, quantomeno, quella che, con una certa regolarità, produce buoni film poi apprezzati in vari importanti Festival.
Questo di Akin è uno dei quelli, certamente ben realizzato sotto ogni punto di vista anche se c'è da dire che la sceneggiatura è basata su tanti rapporti al limite del credibile, non se presi singolarmente, ma nella combinazione proposta sì. In un triangolo amoroso con risvolti omosessuali, i protagonisti (allievi della accademia nazionale di danza) sembra che agiscano in preda alla passione senza minimamente curarsi delle conseguenze e dei danni che sono sempre dietro l'angolo, per pura stoltezza. Alcuni familiari e i maestri di ballo fungono da personaggi di contorno, ma certamente ognuno di loro, anche per le parti più brevi, è significativo nel contesto generale.
Buone nel complesso le interpretazioni e ottima la descrizione dell’ambiente, sia dentro che fuori l’accademia; coinvolgenti e ammirevoli le danze tradizionali georgiane e le musiche che le accompagnano.
Merita senz’altro una visione.

341  Storm Over the Pacific (Shūe Matsubayashi, Jap, 1960) aka "I Bombed Pearl Harbor" * con Toshiro Mifune, Yosuke Natsuki * IMDb  6,4
L’attacco a Pearl Harbor e la battaglia aereonavale di Midway, fondamentale svolta della WWII, viste da parte dei vinti. Questo secondo episodio è stato trattato da numerose pellicole, la più recente delle quali, diretta da Roland Emmerich, è arrivata pochi giorni fa nelle sale di mezzo mondo, in Italia è annunciata per il 27 novembre.
Questo film è storico anche per gli effetti speciali cinematografici in quanto per l’occasione i Toho Studios costruirono la loro enorme piscina (poi utilizzata per oltre 40 anni, fino ai Godzilla del XXI secolo) nella quale si creavano onde e si facevano navigare i modelli di navi.
Il film, come dicevo, è diviso in due parti ben distinte visto che i due eventi avvennero a distanza di 6 mesi. Gli effettivi scontri a fuoco sono relativamente pochi, Matsubayashi focalizza l’attenzione soprattutto sulle emozioni dei protagonisti giapponesi: comandanti, piloti, equipaggi delle navi.
Al di là di quanto detto, il film in sé non è particolarmente avvincente, anche se è da apprezzare il mea culpa dei nipponici che pur esaltano il valore e il coraggio dei propri combattenti.

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lunedì 11 novembre 2019

68° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (336-340)

In questo gruppo è incluso il tanto atteso The Irishman (l'ultimo film di Scorsese che quasi tutti saranno costretti a guardare in streaming) accompagnato da altre tre prime visioni” prodotti da paesi molto diversi: Rep. Ceca / Nuova Zelanda, India e Brasile. Il quinto è un film giapponese storico, ma non troppo d’epoca (del 1991). 

   


340  The Irishman (Martin Scorsese, USA, 2019) * con Robert DeNiro, Joe Pesci, Al Pacino  * IMDb  8,6  RT99%
E per pura (e fortunata) combinazione, sono riuscito a godermi in sala, con schermo grande e ottimo audio quest'ultima fatica di Scorsese che riempirebbe qualunque sala, in qualunque parte del mondo e non per un solo giorno. Trovo assolutamente insensata la prova di forza di Netflix che obbliga milioni di spettatori ad accontentarsi dello streaming, specialmente considerando che la percentuale di quelli che possono contare su una connessione veloce e schermo HD abbastanza grande è ancora bassa. Chi può dovrebbe comunque guardarlo in versione originale per apprezzare il caratteristico accento e slang di quell’ambiente e le varie frasi pronunciate in cattivo dialetto italiano (assolutamente reale).
Nel complesso mi sono piaciute molto le prime ore, con buona sceneggiatura in stile classico fra mafiosi italoamericani, con alcuni divagazioni da dark comedy, ma verso la fine il film è scaduto di qualità e di ritmo. La ricostruzione di ambienti, le scenografie, la scelta di abiti, arredamenti, auto ecc, si fa apprezzare per meticolosità e ricchezza di particolari, anche la colonna sonora è piacevole e ben strutturata.
Veniamo agli attori principali: DeNiro bravo ma con espressioni viste e riviste, Al Pacino un po' sopra le righe, quello che si distingue su tutti è secondo me Joe Pesci, quasi certo candidato Oscar come non protagonista. Mi ha meravigliato la scelta di includere nomi noti in parti ridottissime come quella di Anna Paquin (che proferisce solo 6 parole) e ancor più a Harvey Keitel, un vero peccato.
Come tutti sapranno si è quasi rinunciato al trucco per ringiovanire gli attori principali (la parte sostanziale del film spazia su vari decenni) utilizzando invece il modernissimo de-aging VFX (editing digitale per ridurre l’età degli attori). Pur costando una fortuna e fornendo risultati decenti, i volti ringiovaniti appaiono “gommosi” e, ricordando l’aspetto dei vari attori quando erano effettivamente più giovani, poco soddisfacenti.
La regia di Scorsese non si discute, a partire dalla prima contorta carrellata / soggettiva in avanti e tante altre ottime sequenze e riprese, ma devo dire che ho trovato quelle al rallentatore assolutamente fuori contesto e, permettetemi, inutili. Spesso appare autoreferenziale non solo per personaggi, ambiente ed epoca, ma più volte anche nelle inquadrature come quella “storica” del primo piano della ruota e parte anteriore dell’auto che avanza lentamente nella notte (Taxi Driver).
Film da non perdere, ma veramente non comprendo la necessità - o scelta che sia - di farlo durare 3 ore e mezza. Ho guardato tanti film di pari durata e anche più lunghi senza batter ciglio, ma questo non riesce a mantenere veramente desta l'attenzione fino alla fine. In sala si percepivano vari segni di insofferenza e gli applausi finali non sono sembrati troppo convinti, certamente non scroscianti.   


339  A Vida Invisível (Karim Aïnouz, Bra, 2019) tit. It. “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” * con Carol Duarte, Julia Stockler, Fernanda Montenegro * IMDb  7,8  RT92%  * Premio Un Certain Regard a Cannes 2019
Film più che soddisfacente, con una buona sceneggiatura (per la verità a tratti un po' confusa) e, soprattutto, una fotografia veramente ottima, quasi tutta con luce naturale, senza alcuna luce sparata da angolazioni impossibili. I colori sono per lo più pastello, con toni saturi, quasi assenti ombre ben definite. Le prove delle due protagoniste sono senza dubbio di buon livello e anche i personaggi di contorno sono molto ben interpretati, soprattutto Zelia (Maria Manoella) e Filomena (Bárbara Santos), con la sola eccezione di Gregório Duvivier, ma si deve onestamente dire che il suo personaggio (Antenor) è abbastanza insulso. Seppur limitata in una breve ma intensa apparizione nelle vesti di Eurídice anziana, Fernanda Montenegro (Nomination come protagonista di Central do Brasil, 1998, di Walter Salles) si fa notare con una interpretazione di tutto rispetto.
La storia si sviluppa nell'arco di quasi un decennio (anni '50) per poi saltare nel finale quasi ai nostri giorni. Narra di due sorelle Eurídice (Claudia Duarte) e Guida (Julia Stockler) che cercano disperatamente di mettersi in contatto con l’altra dopo essere state indotte dai genitori a pensare di essere distanti pur vivendo nella stessa città. Viene presentata una Rio de Janeiro con società profondamente maschilista, nella quale le donne devono lottare per avere i loro spazi e perseguire le proprie aspirazioni.
Pur non avendo visto altri film presentati nella sezione Un Certain Regard dell'ultimo Festival di Cannes (ma in settimana avrò occasione di guardare Dylda / Beanpole), penso che il riconoscimento ottenuto sia stato meritato.

Consigliato ... in Italia è già uscito in sala, non so se è ancora in giro.

      

338  The Last Color (Vikas Khanna, India, 2019) * con Aqsa Siddique, Neena Gupta, Rajeswar Khanna, Aslam Shekh * IMDb  7,3
Prodotto, scritto e diretto da un cuoco / scrittore (e ora regista) dalle visioni evidentemente molto moderne e progredite per alcune aree dell'India ... e questo è il suo problema. Chiarisco, in un film di appena un'ora e mezza, la metà del classico standard di oltre 3 ore, ha voluto stipare tanti dei problemi atavici che permangono in alcune comunità indiane quali: isolamento delle vedove e tutte le limitazioni a cui sono soggette, ragazzini senza famiglia che vivono di espedienti, per strada, transessuali, atteggiamento maschilista generalizzato, violenza generale e familiare e, come se non bastasse, poliziotti violenti e corrotti. In questa situazione che appare estrema se si considera la contemporaneità di quanto detto, Khanna inserisce la storia del legame fra una giovanissima funambola e venditrice di fiori con una anziana vedova molto rassegnata. Affronteranno tante vicissitudini dalle quali, nella maggior parte dei casi, usciranno quasi miracolosamente. Nonostante le buone intenzioni, il film non prende una strada chiara, restando sospeso fra denuncia sociale, dramma, un po' di commedia e favoletta buonista a lieto fine.
All’inizio e alla fine del film viene ricordato che solo nel 2012 la Corte Suprema ha soppresso l’obbligo per le vedove di vestire solo di bianco (fino ad allora non potevano usare alcun colore) e quindi di partecipare alla Holi, la famosa festa dei colori … ovviamente qualcuno non è ancora d’accordo.
A prescindere dalla sceneggiatura poco omogenea, il film ha i suoi meriti: la buona interpretazione della piccola Aqsa Siddique (Choti), giusta colonna sonora, i set naturali forniti dalle rive del Gange e dagli edifici d'epoca di Varanasi, un'ottima fotografia.  
Interessante commedia drammatica etnica.

337  JoJo Rabbit (Taika Waititi, Cze/NZ, 2019) * con Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi * IMDb  7,9  RT78% 
Satira arrischiata e allo stesso tempo arguta su nazismo, indottrinamento dei più giovani e razzismo ambientata in Germania nei giorni della caduta del Terzo Reich, ma in un certo senso assimilabile d altre realtà contemporanee. Dopo aver apprezzato il ben più demenziale (ma divertente Vita da vampiri (esordio dello stesso regista/sceneggiatore/protagonista Taika Waititi) mi aspettavo di più, ma ciò è quanto spesso accade ai giovani autori che dopo essersi fatti notare per il loro primo lavoro prodotto con pochi soldi e mezzi, quando passano a maggiori budget e contano su attori di fama risultano essere meno innovativi e interessanti. Qui, oltre all’angelo custode-Hitler (interpretato da Waititi) appaiono in ruoli quasi secondari e ben più noti Scarlett Johansson e Sam Rockwell (Oscar l’anno scorso per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri e Nomination quest’anno per Vice).
Il film procede a sprazzi, in modo per niente uniforme; trovate originali si alternano a fasi di stanca, i rapporti del protagonista con l’ectoplasma di Adolf (che risulta quasi simpatico per essere assolutamente distante dalla realtà comunemente conosciuta) e i ripetuti incontri con il suo amico del cuore tracagnotto e occhialuto sono spesso esilaranti. Al contrario, i personaggi interpretati da Johansson e Rockwell risultano essere banali e mediocri e si ha la netta sensazione che i produttori li abbiano scritturati solo per avere due nomi famosi sui poster.
A tempo perso si può guardare, ma senza aspettarsi molto, specialmente continuità.

336  Edo Castle Rebellion (Toshio Masuda, Jap, 1991) * con Hiroki Matsukata, Yukiyo Toake, Shinobu Sakagami * IMDb  6,9
Un’eminenza grigia che trama per mantenere il proprio (enorme) potere di consigliere anziano gestendo molto spregiudicatamente la successione al trono nel 1680, considerato che lo shogun non ha eredi diretti, è al centro di questo dramma storico. Come mi ha spiegato il direttore del Movie Museum (conoscitore di storia giapponese oltre che esperto cinefilo) tutti gli eventi narrati nel film si riferiscono a fatti e personaggi reali (verificato), non si tratta quindi di un qualunque “film di samurai”. Trame, tradimenti e agguati si susseguono rapidamente, e ciò causa qualche problema agli spettatori non nippomani essendo talvolta difficile stare dietro ai discorsi in cui si citano tanti personaggi e relativi ruoli.
Il film è pertanto più che altro basato su trame di palazzo anche se le lame vengono sfoderate più di una volta e compare anche una pistola!
Non leggero, ma ben realizzato e apprezzabile per regia, fotografia (a colori) e scenografie.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 9 novembre 2019

Altri cibi dell’altro lato del mondo e varie curiosità

Nel tempo trascorso dal precedente post gastronomico, ho continuato a provare piatti nuovi (almeno per questo viaggio), evitando ripetizioni. Eccone alcuni:

Pho – brodo con noodles, spezie e odori, al quale viene aggiunta parte proteica a scelta (vari tipi e tagli di carne, molluschi, tofu); a parte vengono portati in tavola un piatto pieno di germogli di soia, uno con varie erbe, di solito un tipo di menta e altre foglie non meglio identificate oltre a spicchi di limone e fette di peperone verde forte in un piattino.
Si tratta di uno dei piatti fondamentali della cucina vietnamita, dalla pronuncia (corretta) quasi impossibile (guardate questo divertente tutorial per tentare di apprenderla in modo da fare bella figura quando ordinerete un Pho). 
Nel menù del piccolo ristorante vietnamita a gestione famigliare nel quale l’ho mangiarlo questa volta era dedicata al Pho un’intera pagina con una dozzina di varianti e vari possibili extra. 
Nel caso voleste provarlo e non ne sapete niente è bene che vi informiate in precedenza su come procedere altrimenti dovrete contare solo sulla disponibilità del personale o sperare che qualcun altro lo stia mangiando e fate come lui, ma non ci sono regole rigide. A me hanno servito una enorme ciotola di brodo con un'abbondante porzione di noodles bianchi tipo taglierini e la carne scelta. I germogli di soia (crudi) si possono mangiare dal piatto o aggiungerli (anche tutti insieme), non vengono serviti direttamente nel brodo per mantenerli freschi e croccanti. Discorso simile vale per le lunghe foglie verdi abbastanza coriacee e i rametti di una specie di menta, si aggiungono alla zuppa dopo averle ridotte in pezzi più piccoli con le mani. In una ciotolina c'erano due spicchi di limone e fettine di peperone verde (molto piccante). Sul tavolo le onnipresenti salsine forti a base di aglio e peperoncino Tuong ot toi (Vietnam e/o Sricacha), salsa di pesce e salsa di soia. Ovviamente le varianti dei contorni e aggiunte variano molto da regione a regione e da ristorante a ristorante.

   
Beef broccoli cake noodle – si potrebbe definire banale la combinazione carne e broccoli, ma la parte più interessante è costituita dai cake noodle (foto sopra a sx, si intravedono sotto a carne e verdura), rettangoli di una relativamente sottile frittata di spaghetti senza uova, mantenuta insieme da una crosta di “spaghetti croccanti”, similmente alla (una volta) famosa frittata di scammeri (o scammaro) napoletana (sopra a dx) che merita un post a parte. Ennesima attinenza fra la cucina nostrana e quelle dell’Estremo Oriente.

Udon nikutama + musubi – altro piatto a base di udon appena fatti e cotti, stavolta con listarelle di carne soffritte con ginger e cipolla. Vi ho affiancato un musubi di pesce, snack fresco comune in quasi tutti i paesi orientali, simile a un grosso sushi conico (sotto a sx), contenuto nella classica alga nera. Le Hawaii sono il regno indiscusso dello Spam Musubi (sotto a dx), snack disponibile anche alle casse di vari esercizi, amatissimo dai bambini. 
   
SPAM è il nome commerciale di un tipo di carne di maiale in scatola, prodotto in Minnesota (USA), oggi in oltre una dozzina di varietà. Le scatolette di SPAM sono state ampiamente utilizzate anche dai soldati americani sia durante la WWII che nelle guerre in Corea e Vietnam dove il prodotto è ormai apprezzatissimo così come nelle Filippine. Pare che il termine spam riferito a posta elettronica indesiderata nacque da uno sketch dei Monty Python; questo in basso è la versione teatrale con sottotitoli italiani, in rete trovate anche l'originale televisivo, ma senza sottotitoli.
Singapore fried rice noodles - sottili vermicelli di riso al curry, soffritti con verdure miste, germogli di soia, uova strapazzate, pezzetti di carne e gamberetti.
  
Bitter melon spare ribs on rice – (sotto a sx) altro interessante piatto, soprattutto per il “melone amaro” (Momordica charantia, sopra), più che altro una zucchetta, senza dubbia amara. Proprio per questo è diffuso e apprezzato in quasi tutte le aree tropicali (dove cresce) essendo considerato uno dei più amari frutti comuni e disponibili sul mercato.  


    

Braised duck noodle soup – anatra brasata con spghetti e verdura (sopra a dx); abbondatissimo e ottimo piatto, uno dei miei preferiti da Papa's Café, che frequento - quando posso - dal 2007.

E non mi sono fatto mancare pesce al curry e al vapore con ginger

venerdì 8 novembre 2019

Davvero pensate che esista il "senso di orientamento"?

Pochi giorni fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Repubblica, a firma di Riccardo Luna, il cui titolo ha immediatamente attirato la mia attenzione: Come cambiail cervello con Google MapsSono quindi andato a leggerlo trovandolo in parte fantasioso e in parte in linea con il mio punto di vista. Inizia così:
Tra le cose che abbiamo perduto con la rivoluzione digitale, una delle più importanti, secondo me, è la dimestichezza con le mappe, ovvero la capacità di guardare e capire una mappa di carta. Lo dico meglio: il senso dell’orientamento. È un senso fondamentale, …
Senso di orientamento, due parole che possono essere interpretate in vari modi (anche se si tratta di sottigliezze) ma una cosa sulla quale non sono assolutamente d'accordo è proprio l'esistenza di esso, almeno nell'accezione più comune, cioè quella dell’articolo in questione. Il vocabolario Treccani, al lemma “senso” riporta:
a. La facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni (affine quindi a sensibilità):b. Più comunemente, ciascuna delle distinte funzioni per cui l’organismo vivente raccoglie gli stimoli provenienti dal mondo esterno e dai suoi stessi organi …
In sostanza i sensi percepiscono, ma l’elaborazione dei dati e le conseguenti scelte dipendono esclusivamente da noi. Nella fattispecie la vista (senso) ci permette di leggere una carta, ma saranno le nostre capacità quelle che ci faranno (forse) scegliere il percorso giusto da seguire. Per lo più, chi dice “Non ho il senso dell’orientamento” è semplicemente un pigro mentale, ma  assolutamente non significa che sia un incapace. Qualunque persona, apprendendo e applicando alcune tecniche, è capace di interpretare una cartina! … come si dice? “Ci riescono anche i bambini!

Introducendo qualunque degli innumerevoli corsi di Orientamento (e interpretazione cartografica) che ho condotto, per alunni delle elementari, medie e superiori, per universitari, maestri e docenti, per escursionisti esperti e principianti, ho sempre tenuto a chiarire questo concetto: 
l'orientamento si basa su varie tecniche, apprendibili e migliorabili, alla portata di tutti e non è assolutamente un dono divino o, al contrario, una maledizione per chi si lamenta di non averlo.
Memorizzazione, scomposizione del percorso, scelta dei punti di riferimento, valutazione delle distanze, considerazione dei punti cardinali e della morfologia del terreno sono alcuni aspetti dell’orientamento, semplici tecniche ma niente di "magico" come molti intendono il senso di orientamento, assimilandolo quasi alla veggenza.
Procedendo velocemente nel testo, si legge:
… sanno sempre dove stanno andando non perché abbiano capito dove sono, ma perché Google o Apple glielo stanno dicendo.
Googlemaps e TomTom vanno bene per statali, autostrade e città ma non sono per niente accurati in zone non urbane. Non temo di essere smentito da chicchessia in quanto in Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana, dove vivo, non si contano le lamentele per stradine strette o addirittura scalinate consigliate come percorso migliore. In più casi i residenti, stanchi di rimanere bloccati a causa di macchine noleggiate che rimangono incastrate non permettendo più il passaggio neanche ai pedoni, hanno affisso cartelli specifici che tuttavia non vengono presi in alcuna considerazione e, ancora una volta, non si usa il buonsenso e ci si affida solo alle app (gps inclusi) e se ne pagano le conseguenze).
Quasi in fondo all’articolo, un altro punto chiave:
Gli effetti sulla nostra mente non sono affatto banali: ci sono diverse ricerche che dimostrano come esista una parte del cervello che si sviluppa quando cerchiamo di capire dove siamo, memorizziamo una strada, quando prendiamo un palazzo come riferimento.
In conclusione, l’autore dell’articolo va quindi al nocciolo del problema e chiarisce che è il cervello a memorizzare e a scegliere punti di riferimento per poi prendere le conseguenti decisioni.
Imparate a leggere le carte e dimenticatevi del senso di orientamento, che non esiste!