domenica 5 dicembre 2021

Marathon Sorrento – Positano? e Massa Lubrense?

Oggi si sono disputate in contemporanea la Ultramarathon Sorrento – Positano una 2/3 di maratona (27 km) definita Panoramica chiudendo al transito veicolare parecchie strade principali della Penisola Sorrentina (delle poche esistenti) e bloccando di fatto quasi tutte comunicazioni del territorio comunale di Massa Lubrense, ma ciò pare essere considerato problema minore e quindi trascurabile. L'immagine che segue è tratta da Google.

I media citano solo e sempre Sorrento e Positano anche se, a onor del vero, sul sito dell'organizzazione si legge: ... e la splendida Massa Lubrense.


La viabilità della parte estrema della Penisola Sorrentina da decenni è soggetta a continue chiusure, più o meno brevi e per tratti più o meno lunghi, per processioni, gare ciclistiche (da gare regionali allievi a Giro d’Italia e Giro della Campania), gare automobilistiche e via discorrendo, alcune con ricadute d’immagine positive, ma in altri casi arrecando danni ad alcune categorie (soprattutto ristoratori) conseguenti all’impossibilità di raggiungere detti esercizi. 

Non voglio entrare assolutamente nella polemica (già cavalcata da tanti) del caso specifico, ma voglio aggiungere un ulteriore punto di vista, secondo me non secondario, in merito ai due percorsi della Sorrento - Positano. La differenza consisteva nel fatto che, dal bivio 2 Golfi (nelle vicinanze di Sant’Agata), l’Ultra prevedeva una andata e ritorno fino a Positano per poi avere in comune con la Panoramica gli ultimi 18km circa. In sostanza le parti comuni ai due percorsi ricadenti in territorio lubrense hanno uno sviluppo di 15,6km (fra il Grand Hotel Hermitage e il Best Western La Solara) passando per Sant'Agata, Termini e Massa centro, equivalente al 60% della distanza totale della Panoramica e il 30% dell’Ultra.

Di conseguenza, considerati tali valori, non sarebbe stato il caso di mettere almeno un po' più in evidenza il nome di Massa Lubrense? Gli amministratori che hanno approvato i percorsi, hanno messo a disposizione Polizia Municipale e Protezione civile, hanno consentito di limitare la mobilità di cittadini e visitatori e di bloccare alcune attività (soprattutto del settore turistico), nonché impedire le giuste tradizionali riunioni familiari domenicali, non avrebbero potuto pretendere di più?

Se è vero come è vero che molte manifestazioni sono espressamente finalizzate alla promozione, ed è quindi comprensibile l’utilizzo del nome di Positano come attrattore (anche se i podisti non ne raggiungevano l’abitato ma tornavano indietro dal bivio Montepertuso/Nocelle), perché non si è colta l’occasione di promuovere (a ragion veduta) il nome di Massa Lubrense?

E come vedete sul Corriere dello Sport (certo non un giornalino locale) già prima della gara c'erano tre titoli che riportavano i nomi di Sorrento e Positano ... non sarebbe stato bello, opportuno e giusto aggiungere anche Massa Lubrense

giovedì 2 dicembre 2021

Micro-recensioni 351-355: buon mix di film particolari e Clint Eastwood

Oltre a due commedie coreane fra il dark e il drammatico, nel quadro di una cinematografia che ormai da un paio di decenni riserva continue buone proposte, spesso molto originali, in questa cinquina ci sono un ottimo dramma rumeno (vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale 2013) e due stranissime coproduzioni (una addirittura di 7 paesi diversi) ambientate in area e tempi di rivoluzione / guerra rispettivamente in Yemen e Afghanistan.

Approfitto di questo post per suggerire di nuovo di evitare la visione di Cry Macho, ultimo film di Clint Eastwood (nel senso di più recente, ma se deve continuare così è meglio che sia l’ultimo in assoluto) che oggi esce in alcune sale italiane. Si tratta di una pappolata melensa, peggiorata da un doppiaggio più indegno del solito (è sicuro che i doppiatori italiani siano i migliori? Forse è perché in pochi altri paesi si doppiano i film). Già ne scrissi un mesetto fa avendo avuto occasione di guardarlo (in v.o.!) in Portogallo … sconfortante per i sostenitori del buon Clint. "Ufficialmente insufficiente" sia su IMDb che su RT.

 

Il caso Kerenes (Cãlin Peter Netzer, 2013, Rom)

Non è il primo film rumeno moderno che guardo e devo dire che tutti mi hanno lasciato più che soddisfatto per la messa in scena, la sceneggiatura (di solito drammatica) e per l’ottima qualità dei cast che sono costituiti da attori veri, senza avvenenti vamp e/o fusti bellocci. In questo film, fra tanti buoni coprotagonisti, spicca Luminita Gheorghiu, icona del teatro e cinema rumeno, morta pochi mesi fa all’età di 71 anni. La trama ruota attorno ad una madre (architetto) che con la sua rete di amicizie fra politici, burocrati e altri professionisti cerca di evitare la galera a suo figlio che ha investito e ucciso un ragazzino. Tutto ciò in un clima tutt’altra che sereno fra i membri della famiglia. In questo film lo stile del regista Netzer è molto vicino al Dogma 95, con tanta handycam e presa diretta, e ha vinto Orso d’Oro e Premio FIPRESCI alla Berlinale 2013. Da non perdere. Curiosità: nel corso della festa all’inizio del film si sentono solo due canzoni: Senza giacca e cravatta interpretata da Nino D’Angelo e Meravigliosa creatura da Gianna Nannini

Castaway on the Moon (Hae-jun Lee, 2009, Kor)

Commedia grottesca al limite del surreale che vede un suicida fallito che si ritrova su un isolotto deserto al centro del fiume Han che scorre fra i grattacieli di Seul, ma non riesce ad abbandonarlo in alcun modo. Egualmente isolata, ma per propria scelta, è una ragazza che si è autoreclusa in una stanza di un appartamento nel quale vive con la famiglia, ma senza contatti diretti. In un modo inaspettato ed estremamente singolare riescono a comunicare. Fra situazioni esagerate, critiche sociali, problemi reali del naufrago e comportamento estremamente eccentrico ma molto creativo della ragazza, il film scorre piacevolmente ed in modo arguto, con pochissime pause. In Italia è arrivato al Udine Far East Film Festival, dove ha vinto 2 premi. Consigliato.

  
The Reluctant Revolutianory (Sean McAllister, 2012, UK)

Ottimo docufilm girato a Sana’a e dintorni nel 2011, nel periodo delle manifestazioni che culminarono con l’eccidio di 52 manifestanti inermi da parte delle forze governative il 28 marzo, avvenimento con il quale si conclude il film mostrando proiettili veri, sangue vero, morti veri. Il periodo è quello complessivamente noto come Primavera araba, che per un paio di anni vide manifestazioni di protesta pacifiche o violente in numerosi stati del vicino e medio oriente, soprattutto in Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Iraq oltre che in Yemen. Ciò che lo distingue da un documentario vero e proprio è il fatto che McAllister si muove sempre insieme con un tour operator e proprietario di un piccolo hotel, che gli fa da guida e interprete e con il quale discute e scambia opinioni. Tutto è girato con una piccola telecamera che in più occasioni deve essere velocemente nascosta. Si tratta quindi di una visione dall’interno che mette in luce i problemi economici e familiari della guida, nonché quelli politici degli yemeniti.

Microhabitat (Jeon Go-Woon, 2017, Kor)

Altro film coreano che evidenzia i problemi quotidiani, specialmente dei giovani, che devono combattere con aumenti continui di beni e soprattutto alloggi, la pressione del lavoro, il quasi obbligo di avere successo. Qui la protagonista è una ragazza che mal si adatta a tutto ciò, si accontenta di lavorare come domestica ad ore ed i suoi unici conforti (che comunque sembrano soddisfarla) sono le sigarette e un bicchiere di whisky … ma anche questi generi aumentano in continuazione. Lasciato il piccolo appartamento nel quale viveva, comincerà a vagare da una casa all’altra ospitata da amici, ma non tutti sono veramente tali. Pur essendo frutto di una scelta, la vita della protagonista risulta essere un po’ triste e deprimente; film ben realizzato.

The Orphanage (Shahrbanoo Sadat, 2019, Den/Lux/Fra/Ger/Afg/Kor/USA)

Molto deludente, da quanto letto nella presentazione su MUBI, nonché nei commenti su IMDb e per il generosissimo 91% di rating su RT, mi aspettavo qualcosa di molto più brillante. L’idea nasce da una lunghissima raccolta di memorie di Anwar Hashimi (amico della regista, scrittore e attore) ma si sviluppa solo in un breve periodo del 1989, quando i sovietici si preparavano ad abbandonare l’Afghanistan lasciandolo nelle mani dei mujaheddin, all’epoca finanziati e sostenuti anche dagli USA, e fra i quali operava anche Osama Bin Laden creando Al-Qaeda. La parte interessante è nel vedere il tentativo di sovietizzazione, con insegnamento del russo nel collegio, dove convivevano ragazzi e ragazze, queste addirittura in gonne abbastanza corte … incredibile vedendo il paese oggi, dopo 30 anni. Purtroppo le relazioni fra gli studenti ricalcano i soliti cliché  e le rappresentazioni in stile Bollywood dei sogni del protagonista (che tanto vengono lodate in varie recensioni) risultano banali e lasciano il tempo che trovano. La regista è una giovane afghana (classe 1990) che si era già fatta notare con Wolf and Sheep (2016). Da non confondere con l'omonimo (ma solo in inglese) buon film di J.A. Bayona del 2007.

martedì 30 novembre 2021

Micro-recensioni 346-350: noir giapponesi degli anni ’50-‘60

Pur avendo altra morale, differente tipo di criminalità e di codici rispetto agli americani, i noir giapponesi non sono da sottovalutare assolutamente, anche se in alcune situazioni mostrano segni di emulazione (plagio o omaggio?) nei confronti dei classici hollywoodiani dei decenni precedenti. Questa cinquina compone anche una collezione prodotta Eclipse e commercializzata da Criterion con l’elemento comune ben esplicitato nel titolo: Nikkatsu Noir. Di due film è protagonista la star dell'epoca Jô Shishido, riconoscibilissimo per le sue guance prominenti (chirurgicamente modificate), oltre 200 film al suo attivo interpretando per lo più gangster, yakuza e noir, ma a fine carriera partecipò anche a film erotici (i famosi roman porno), diventato estremamente famoso nel 1967 per il suo ruolo in Branded to Kill (diretto da Seijun Suzuki, tit. it. La farfalla sul mirino). 

Segnalo queste due interessanti pagine (in inglese) nelle quali si trovano succinte trame e recensioni dei film inclusi nel cofanetto.

Presentazione dei film del cofanetto su criterion.com

Dettagliate recensioni dal sito dvdbeaver.com

 

I Am Waiting (Koreyoshi Kurahara, 1957, Jap)

Senza dubbio il mio preferito fra i cinque, l’ho trovato veramente interessante, sia per la realizzazione che per la buona trama che si arricchisce di nuovi elementi man mano che si procede, fra il passato dei vari protagonisti che viene lentamente alla luce e gli sviluppi che ne conseguono.

Rusty Knife (Toshio Masuda, 1958, Jap)

Altro film con trama originale che si basa su avvenimenti degli anni precedenti che risultano poi essere la connessione fra il protagonista e la figlia di un ufficialmente suicida, invece assassinato. In sostanza si tratta di un giovane che vorrebbe cancellare il suo violento passato e cambiar vita, ma la riqualificazione, si sa, non è mai troppo semplice.

  

Cruel Gun Story
(Takumi Furukawa, 1964, Jap)

Costanti scontri a fuoco producono una vera strage, eppure il film non è splatter; si può scommettere che è fra quelli apprezzatissimi da Quentin Tarantino e Takeshi Kitano, che non hanno mai fatto mistero della loro ammirazione per questo genere. Un carcerato viene fatto evadere per collaborare ad un grosso colpo, un attacco ad un furgone blindato, pieno di milioni di yen, in banconote non rintracciabili visto che si tratta dell’incasso delle scommesse di un ippodromo. La spartizione del bottino non si rivelerà così semplice.

A Colt Is My Passport (Takashi Nomura, 1967, Jap)

In questo caso si tratta di un killer professionista che, dopo aver portato a termine il suo contratto in modo assolutamente professionale, si ritrova alle calcagna non solo gli scagnozzi della vittima, ma anche quelli del mandante. Dovrà cercare di salvarsi, insieme con il suo giovane assistente e questo legame d’onore costituisce parte fondamentale dell’intero film. Ben realizzato sotto tutti gli aspetti, fin dall’inizio colpisce anche il commento musicale di tipo western, anche con tanti fischiettii e trombe in stile Morricone / Leone.

Aim at the Police Van (Seijun Suzuki, 1958, Jap)

Questo è stato quello meno convincente, sia per la sceneggiatura che per la realizzazione. La storia è inutilmente intricata e il buono, pur non essendo un professionista, procede troppo facilmente e si destreggia fra una serie di tradimenti e personaggi misteriosi. Nel complesso risulta poco credibile, a tratti stucchevole e per lo più scontato.

sabato 27 novembre 2021

Micro-recensioni 341-345: noir classici degli anni ‘40 (e gossip)

Numerosi attori furono indissolubilmente legati ai noir (2 per tutti: Humphrey Bogart e Edward G. Robinson) e ciò fece la loro fortuna. In questo gruppo, oltre a due presenze del duo Alan LaddVeronica Lake, ritroviamo 2 volte Robert Mitchum e ben 3 volte l’ineffabile caratterista William Bendix (foto al lato, con Alan Ladd, da The Blue Dahlia) al quale, seppur non vero protagonista, venivano affidati sempre ruoli importanti se non determinanti e spesso il suo nome appariva anche sui poster, in caratteri appena più piccoli delle star. Curiosità in merito agli interpreti: a proposito del succitato duo (ben 7 volte insieme) c’è da sottolineare che si formò a causa della loro statura, inusuale per la Hollywood di allora: circa 1,50 per Veronica Lake e 1,65 per Alan Ladd, mentre la media degli altri divi era vicina a 1,90! Quali esempi, allego un paio di foto nelle quali sono evidenziate tali differenze fra alcune star; convertendo piedi e pollici in cm, certamente Marylin Monroe (1,66, al centro) e Audrey Hepburn (1,70, terzultima) potevano più facilmente apparire al fianco di attori quali Gable e Lancaster (i più bassi nella foto, 1,85), Cary Grant (1,87), per non parlare di quelli di 6’3” (1,90) - fra i quali Gregory Peck e Gary Cooper - o di 6’4” (1,93) come John Wayne.


Tornando a Veronica Lake, nonostante la statura, divenne un’icona con la sua perenne aria di sufficienza e espressione da donna irresistibile, nonché per la sua usuale pettinatura (utilizzata per caratterizzare il disegno di Jessica Rabbit); tuttavia, malgrado il successo, forse si calò troppo nel personaggio tanto da guadagnarsi “la fama di persona difficile e fu etichettata come the bitch; Joel McCrea rifiutò di lavorare di nuovo con lei affermando che "la vita è troppo corta per girare due film con Veronica Lake; lo scrittore Raymond Chandler (creatore del personaggio del detective Marlowe), autore/sceneggiatore de La dalia azzurra, la definì sarcasticamente Moronica Lake (moron: ritardato mentale).” (da Wikipedia).

 

Crossfire
(Edward Dmytryk, 1947, USA) tit. it. Odio implacabile (!)

Secondo me il migliore del gruppo, pur discostandosi dall’ambientazione classica dei noir. Infatti tende più al crime e vede un gruppo di soldati da poco rientrati dal Pacifico coinvolti in un omicidio. Ottimo cast, curiosamente con tre Robert nei panni dei protagonisti: R. Ryan è l’imperturbabile ispettore, R. Ryan e R. Mitchum due dei militari coinvolti nelle indagini. Nel gruppo nessuno crede alla colpevolezza dell’indiziato e cercano in ogni modo di proteggerlo e nasconderlo. Crossfire ottenne 5 Nomination miglior film, regia, sceneggiatura e Robert Ryan e Gloria Grahame non protagonista.

They Live by Night (Nicholas Ray, 1948, USA) tit. it. La donna del bandito

Buon esordio con un noir quasi classico di Nicholas Ray, che nel 1955 si sarebbe poi definitivamente affermato con Gioventù bruciata, del quale fu anche sceneggiatore (Nomination Oscar). Personaggi ben delineati, trama abbastanza varia e con molte svolte, tante scene con un po’ di suspense e qualche scena romantica. In effetti delle attività criminali del trio si vede ben poco, l’adattamento del romanzo Thieves Like Us curato dal regista stesso è focalizzato più sui caratteri dei protagonisti che sugli avvenimenti. Fra i personaggi principali, tutti seppur sommariamente ben delineati, trovo credibili i più cattivi e falsi, mentre i due giovani innamorati appaiono troppo fuori dal mondo continuando ad agire in modo insulso. Nel complesso godibile, ma molto di genere, con buona fotografia.

  

The Big Steal
(Don Siegel, 1949, USA) tit. it. Il tesoro di Vera Cruz (!)

Singolare noir che si sviluppa quasi come un road movie, per di più in Messico. Fin dall’inizio si apprende che tale Fiske è inseguito (separatamente e per motivi diversi, comunque legati ai soldi) dalla sua ex Joan e dal ten. Halliday (Robert Mitchum), a sua volta inseguito dal cap. Blake (William Bendix), tutti controllati con apparente indifferenza e superficialità dall’ispettore generale Ortega. Come si può intuire, la storia corre al limite della commedia sia per il poli-inseguimento, sia per l’inevitabile parte romantica che coinvolge Joan e Halliday, sia per l’ironia nel proporre luoghi comuni (peraltro abbastanza veritieri) in merito alle differenze culturali fra americani e messicani. Nonostante il mix di generi, risulta essere una gradevole visione.

The Blue Dahlia (George Marshall, 1946, USA) tit. it. La dalia azzurra

Interessante sceneggiatura (Nomination Oscar) che unisce affari loschi, un pilota militare appena rientrato dalla guerra e, soprattutto, mogli tradite e traditrici. Aggiungendo un omicidio e un detective privato di un residence che non disdegna il ricatto sistematico, nonché i commilitoni del militare e l’immancabile acuto ispettore si ottiene un’intricata e buona trama per un noir. Veronica Lake è la moglie tradita e vendicativa, Alan Ladd il pilota e William Bendix il suo commilitone che ha sofferto uno shock da esplosione.  

The Glass Key (Stuart Heisler, 1942, USA) tit. it. La chiave di vetro

Buon noir la cui sceneggiatura avrebbe certamente meritato una miglior messa in scena, piena com’è di tradimenti, doppiogiochisti, colpi di scena e tempi scelti alla perfezione sia per gli incontri casuali che per quelli mancati per un soffio. Trovo che il personaggio del boss che aspira ad entrare in politica è un po’ troppo caricaturale e sopra le righe e, per tornare ai gossip di apertura, Alan Ladd non è adatto al ruolo di duro.

giovedì 25 novembre 2021

Interessanti e ottime proposte di film NOIR su Criterion

Sempre alla ricerca di buoni titoli, seguo vari siti e social di cineteche, piattaforme di streaming e distributori di film arthouse (anche se non disponibili in Italia) e, pur avendone guardati migliaia, trovo sempre qualcosa di nuovo e interessante o mi riportano alla mente film guardati vari decenni fa. Una raccolta di una settantina di titoli di qualità è apparsa di recente sul sito Criterion. Suggerisco di dare una scorsa ai titoli di questa pagina dedicata specificamente ai noir (per me specialmente interessante essendo appassionato del genere), non solo i classici americani in b/n degli anni ‘40 e ’50, ma anche più recenti fino agli anni ’90, oltre ad una buona collezione di giapponesi degli anni ‘60/70 e qualche europeo (dispiace non vedere titoli messicani … ce ne sono numerosi della Epoca de Oro che non hanno nulla da invidiare ai suddetti). I noir rappresentano uno stile più che un genere che ha avuto successo durante quali l’intera storia del cinema, tanto da meritarsi saggi, studi e perfino enciclopedie! 

 

Vi propongo anche questo video che esalta non solo i noir ma anche le potenzialità della fotografia in bianco e nero. Per chi non conoscesse Criterion, sappia che dal 1984 si dedica al recupero e distribuzione di film internazionali di qualità e da vari anni li rende disponibili anche in streaming, purtroppo ancora limitato a USA e Canada. In attesa di potere usufruire anche in Italia è comunque utile seguirlo per nuovi spunti, così come si seguono le programmazioni delle cineteche e di vari Festival, sia che si tratti di nuove uscite che di retrospettive. A Criterion è legato anche il distributore Janus Films (attivo dal 1956) che conta oltre 1.000 titoli internazionali (per lo più del secolo scorso) fra i quali tanti classici di Antonioni, Eisenstein, Bergman, Fellini, Kiarostami, Kurosawa, Sembène, Tarkovsky, Truffaut e Ozu.

Per trovare tanti altri buoni film si può visitare il sito MUBI che, ormai già da qualche anno, consente lo streaming anche in Italia a prezzi accessibilissimi. Oltre ad una regolare programmazione giornaliera di film che restano online per 30 giorni, propone tanti altri titoli divisi in varie categorie come La top 1000 di MUBI, film dei Festival di Cannes e Locarno, Palme, Leoni e Orsi d’Oro, retrospettive dedicate a singoli registi (ora online ci sono Ozu, Bergman, Tarkovsky, Varda, Kieslowsky).

Altro sito da seguire (ma solo per prendere spunto dal catalogo visto che le visioni sono purtroppo limitate al territorio UK) è quello del British Film Institute (BFI). Tante altre idee si possono avere seguendo le programmazioni di cineteche come quelle di Parigi, Madrid, Lisbona, Bologna, Ginevra, Ciudad de Mexico e infinite altre, di solito con un occhio di riguardo alla cinematografia del proprio paese.

lunedì 22 novembre 2021

Micro-recensioni 336-340: cinquina assortita del 1984

Avendo iniziato per caso con due film dell’84, ho deciso di continuare con produzioni dello stesso anno di buona qualità, o almeno fama. Ne è risultato un mix molto vario con commedie di generi molto diversi (romantica, drammatica, fantasy demenziale), un noir e uno con struttura tipo western adattato all’ambiente del rock e delle biker gang.

 
Blood simple (Joel Coen, 1984, USA)

Esordio alla regia per Joel, su sceneggiatura scritta a quattro mani con suo fratello Ethan. Questo cult dei fratelli Coen segnò anche l’esordio di Frances McDormand (vincitrice di 4 Oscar) che sarebbe stata poi una presenza ricorrente nei loro film. Gli ormai famosi e apprezzati fratelli già dai primi passi dimostrarono di saper scegliere gli interpreti dei loro prodotti, puntando sulla qualità e su volti interessanti e non per forza belli. Ciò vale anche per i personaggi di contorno, in questo caso M. Emmet Walsh e Dan Hedaya. La storia procede fra noir e dark comedy, con vari omicidi tentati, presunti e portati a termine. La innegabile lentezza di alcune scene è perfetta per creare suspense … secondo me uno dei migliori film dei Coen, nonostante qualche falla. Consigliato.

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984, USA)

Cercando fra i film del 1984 mi sono reso conto che non l’avevo mai più guardato dopo gli anni ’80 e, dopo attenta visione, devo dire che mi ha di nuovo divertito. Certo la maggior parte del merito è da attribuire agli sceneggiatori/protagonisti Dan Aykroyd e Harold Ramis, ma pare anche Rick Moranis (uncredited), e agli scenografi (inclusi i responsabili delle apparizioni degli originalissimi ectoplasmi). Tutto funziona, dalla storia ai vari personaggi grotteschi, esagerazioni di stereotipi newyorchesi del tempo; i dialoghi e i nomi di esseri diabolici e i loro ruoli evidenziano una creatività non comune; le citazioni da Metropolis a King Kong. Ai giovani che guardano solo le moderne serie di alieni e Co. consiglio di dare uno sguardo a Ghostbusters … se hanno un minimo senso dell’ironia si accorgeranno delle baggianate che continuano a tenerli incollati allo schermo. A chi, come me, piacque allora consiglio di guardarlo di nuovo; anche se conoscono la storia sono certo che passeranno oltre un’ora e mezza di relax e, probabilmente, apprezzeranno qualcosa che sfuggì loro durante la prima visione. Nomination Oscar per effetti e musica.

  

Stranger Than Paradise
(Jim Jarmusch, 1984, USA)

Secondo lungometraggio di Jarmusch che l’anno precedente ne aveva proposto la prima parte come corto. Molto slegato, tante interruzioni con pezzi di storia divisi da classiche lunghe dissolvenze al nero (talvolta con parlato), praticamente tre soli attori più la breve apparizione dell’impagabile zia ungherese del protagonista (il solito John Lurie). Con lui ci sono Eszter Balint (la cugina inaspettatamente arrivata dall’Ungheria) e l’ineffabile Richard Edson che in alcuni atteggiamenti somiglia tanto al giovane De Niro con le sue smorfie derisorie e indisponenti viste in Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976). Come detto soffre della poca continuità (in stile di alcune sitcom) e di un finale vago e confuso oltre che (sembra) affrettato. Comunque caratteristico, non inquadrabile facilmente in un preciso genere; Golden Camera a Cannes.

Les nuits de la pleine lune (Éric Rohmer, 1984, Fra)

Dopo Le rayon verte, ho voluto vedere il precedente elemento del sestetto Commedie e Proverbi, dai più giudicato fra i migliori di Rohmer, ma per me non del tutto soddisfacente, forse per i caratteri dei tre insopportabili personaggi principali: la ragazza, il suo compagno ufficiale, il suo amico/corteggiatore. Per la prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma fu il miglior film dell’anno; Pascale Ogier fu giudicata miglior attrice a Venezia dove Rohmer ebbe nomination Leone d’Oro. Comunque, è un buon classico con tutte le caratteristiche tipiche dello stile narrativo del regista.

Streets of Fire (Walter Hill, 1984, USA)

Film talmente scadente e sopra le righe da diventare un cult (ma penso solo oltreoceano). Una storia sostanzialmente da western adattata nella seconda metà del secolo scorso, in epoca vagamente definita, comunque fra gli anni ’50 e gli ’80. Protagonista è il belloccio sconosciuto Michael Paré (che per fortuna ebbe breve carriera) nei panni del buon giustiziere invincibile. Si nota invece la presenza di Rick Moranis (che nello stesso anno ebbe il ruolo più importante della sua vita in Ghostbusters) e il giovane e allora sconosciuto Willem Dafoe (all’inizio della sua carriera, al 6° di 121 film … finora). Si inizia con il rapimento in palcoscenico di una cantante star del rock e si finisce con una classica chiusura western con tanto di sfida in strada fra la banda di cattivi (i bikers capitanati da Willem Dafoe) e il buono che viene appoggiato dai bravi cittadini.

domenica 14 novembre 2021

Micro-recensioni 331-335: interessanti film su condizionamenti sociali molto vari

Film di provenienza molto diversa (5 paesi diversi, di 3 continenti), ognuno con una sua storia particolare sostanzialmente semplice ma condizionata da modi di pensare, tradizioni, convenzioni. Si passa dagli indigeni dell’Amazzonia brasiliana a chi scappa dai guerriglieri narcos colombiani, dagli uomini d’onore mafiosi a chi tenta di isolarsi nella Turchia asiatica interiore; completa il gruppo la storia di una ragazza vittima delle convenzioni sociali degli anni ’80. Essendo tutti interessanti e più che sufficienti, procedo in ordine cronologico.

 
Mafioso (Alberto Lattuada, 1962, Ita)

Ci sono arrivato per mia curiosità dopo aver notato che i grandi amici Rafael Azcona e Marco Ferreri (dei quali ho parlato nel post che includeva La vaquilla) avevano collaborato alla sceneggiatura di questa commedia grottesca. Un siciliano trapiantato con successo a Milano torna al paesino natio dopo vari anni per due settimane di vacanza e per far conoscere ai genitori sua moglie (bionda e settentrionale) e le due figlie. Non solo il culture clash sarà al centro di tutto, ma si scopre anche un passato di picciotto d’onore del protagonista (Alberto Sordi) al quale vengono ricordati privilegi e oneri del suo ruolo. L’idea (di Bruno Caruso) era più che interessante, ma penso che la scelta dell’interprete (come quasi sempre sopra le righe) non mi sembra che fu la più felice. Chiaramente si sguazza fra i tanti stereotipi e luoghi comuni relativi ai siciliani, specialmente quelli di metà secolo scorso.

Le rayon vert (Éric Rohmer, 1986, Fra)

Ottimo classico rohmeriano, quinto dei sei che compongono la serie Commedie e proverbi che era stata preceduta dai Sei racconti morali e fu seguita dai Racconti delle quattro stagioni. A Venezia vinse il Leone d’Oro e altri 3 premi (Golden Ciak, FIPRESCI, Marie Rivière miglior attrice) e miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Marie Rivière, che aveva esordito proprio con Rohmer in Perceval le Gallois (1978), in questo film oltre ad interpretare la protagonista ebbe un ruolo fondamentale nella stesura della sceneggiatura conoscendo alla perfezione quella generazione di giovani irrequieti, spesso indecisi e volubili. Commedia romantica che segue per qualche settimana la vita movimentata (ma solo per i km percorsi) della 30enne Delphine che deve riorganizzare le sue vacanze estive dopo che salta un viaggio in Grecia con amici. Da Parigi (dove ritorna quasi ogni volta) andrà in campagna, a Cherbourg, La Hague, Biarritz, Saint-Jean-de-Luz.


Watchtower
(Pelin Esmer, 2012, Tur)

Doppio dramma umano diretto da una giovane regista turca, già apprezzata per i suoi precedenti lavori. Casualmente si incrociano le vite dei due protagonisti che tentano di isolarsi da famiglia e resto del mondo, uno cercando di sfuggire ai suoi sensi di colpa accetta di buon grado una vita quasi da eremita in una isolata torretta di avvistamento antincendi, l’altra fugge da una vergogna che non sente ma che sa le verrebbe addebitata dalla chiusa mentalità arretrata e imperante nella provincia turca. Buone le interpretazioni e il modo in cui la regista svela il passato dei due poco alla volta. Certamente è il personaggio della ragazza quello più sfaccettato, che a volte diventa un po’ disturbante quando esplicita quello che sembra essere un odio generalizzato, per il mondo intero, anche verso chi tenta di aiutarla.

La sirga (The Towrope) (William Vega, 2012, Col)

Ambientazione minimalista in una capanna sulle rive di un lago andino della Colombia meridionale. Dopo che il suo villaggio è stato dato alle fiamme e la sua famiglia sterminata (ma niente di ciò viene mostrato), una ragazza si presenta a casa dell’unico parente conosciuto, tale Oscar, pescatore e proprietario di una improbabile guesthouse molto malandata. Pochi personaggi, ognuno con i propri problemi che si vanno ad aggiungere a quelli della totale insicurezza dovuta alla guerriglia. Le cose si complicano ulteriormente con il ritorno a casa del figlio di Oscar e gli avvenimenti diventano ancor più misteriosi, volutamente accennati e lasciati all’intuizione dello spettatore. Bella fotografia molto naturale che si avvantaggia degli scenari lacustri; buone anche le interpretazioni degli attori non professionisti (a tutt’oggi unico film per loro), due Nomination a Cannes.

Chuva é cantoria na aldeia dos mortos (The Dead and the Others) (Renée Nader Messora, João Salaviza, 2018, Bra)

Primo film in lingua (comune a molti indigeni dell’Amazzonia) con la maggior parte degli interpreti (compresi tutti i protagonisti) appartenenti all’etnia Krahô; secondo Wikipedia l’intera popolazione censita non raggiunge i 3.000 individui. Tranne i pochi bianchi che compaiono nella seconda parte quando il protagonista si reca nella cittadina di riferimento, tutti gli altri interpreti appartengono allo stesso villaggio e nei titoli si può notare che oltre la metà dei loro nomi terminano con Krahô, evidentemente secondo cognome che identifica l’etnia. Considerato che si segue molto la vita del villaggio, quotidiana e religiosa (animista), con rito dei morti e sciamani, il film risulta essere in buona parte documentaristico, il che aggiunge interesse e non sminuisce certo la qualità. Bravi i registi per le riprese in quella parte dell’Amazzonia (fra le foreste della parte alta e le savane di quella bassa) e per gestire alla perfezione gli attori non professionisti, sia i pochi protagonisti sia le numerose comparse fra i quali tanti bambini e anziani, quasi tutti spesso seminudi (o nudi) che per loro è la normalità.

mercoledì 10 novembre 2021

Micro-recensioni 326-330: cinquina tutta dedicata al BLUES

Ai quattro dei 7 documentari che compongono la serie The Blues (prodotta da Martin Scorsese, ma ognuno affidato ad un regista diverso) ho aggiunto un originale documentario indipendente che riguarda il più famoso e misterioso blues singer degli anni ’30. Oltre a questi diretti dallo stesso Scorsese, Wim Wenders, Clint Eastwood e Charles Burnett, gli altri 3 furono realizzati da Richard Pearce, Marc Levin e Mike Figgis. Comincio con l’enigmatica storia di Robert Johnson


Crossroads Blues
(John Doe, 1945, USA)

Un tale Robert Johnson va alla ricerca di elementi relativi alla brevissima vita artistica del suo omonimo che fra il 1936 e 1937 (pur essendo un perfetto sconosciuto) divenne un caso per registrare 29 ottimi pezzi blues in due diverse sessioni in Texas e poi sparire; poco tempo dopo fu trovato morto ma la causa non fu mai chiarita. La leggenda nata attorno alla sua storia vuole che la sua improvvisa bravura fosse conseguenza di un patto con il diavolo. Molti sono andati alla ricerca dell’incrocio presso il quale il musicista vendette la sua anima ma nessuno è giunto a conclusioni certe. L’autore di questo documentario (disponibile su archive.orgcerca anche di scoprire se effettivamente esistesse anche un 30imo pezzo, del quale molti favoleggiano. Per concludere, ciò che effettivamente resta di Robert Johnson sono i vinili originali, appena un paio di foto e 3 tombe! 

Ho aggiungo questo breve video nel quale viene riassunta la parte nota e quella leggendaria della breve vita del King of the Delta Blues Singers, che negli altri documentari di questa cinquina tutta dedicata al Blues viene citato più volte.

 

The Soul of a man
(Wim Wenders, 2003, USA)

Secondo me il migliore e più interessante dei quattro, sostanzialmente segue le carriere di tre artisti: Blind Willie Johnson (1897-1945), Skip James (1902 – 1969) e J. B. Lenoir (1929 –1967). Chiaramente si parla anche di tanti altri soulman e gruppi moderni che si sono esibiti in cover dei tre suddetti, ma sono numerosi i riferimenti alla storia americana con filmati relativi al Vietnam e alle proteste per i diritti civili. Wenders confessa che loro sono quelli che più ammira. Questo documentario contiene molti filmati di repertorio e parte di un sorprendente doc amatoriale girato da una coppia (lui americano, lei svedese) con lo scopo di far conoscere J. B. Lenoir in Svezia. In effetti si apprende che i video di quest’artista sono rarissime e quindi queste, seppur non professionali, sono quasi uniche.

Warming by the Devil's Fire (Charles Burnett, 2003, USA)

Ha conquistato la sua fama come direttore della fotografia più che come regista, tanto da meritarsi un premio onorario agli Oscar 2018. A differenza degli altri, ha scelto la strada di un docufilm, includendo alcune esperienze personali. L'ambiente del Blues viene descritto attraverso gli occhi di un ragazzino nato e cresciuto in California che viene mandato a trovare gli zii in Mississippi, ma viene praticamente "rapito" dallo zio bighellone, bevitore, donnaiolo e ovviamente appassionato di musica nera e non sarà raggiunto dall'altro zio predicatore, dal quale sarebbe dovuto andare, se non alla fine dell'esperienza della sua vita. Per fortuna, la sceneggiatura debole e le interpretazioni mediocri sono ben compensate dalla qualità di interessanti filmati di repertorio (musicali, di cronaca e di vita dell'apartheid) e dalla qualità dei blues d'epoca. 

 

Feel Like Going Home
(Martin Scorsese, 2003, USA)

L’idea di una stretta connessione fra il Blues e la musica africana (titolo italiano è esplicitamente Dal Mali al Mississippi) mi è sembrata alquanto forzata. Le scene girate oltreoceano (buona parte del finale) sono senz’altro interessanti, ma quasi fuori contesto. Anche in questo film, oltre al misterioso Robert Johnson, vengono citati in continuazione le pietre miliari del Blues classico e fra questi viene dedicato uno spazio particolare a Muddy Waters, Son House, John Lee Hooker e Otha Turner proponendo filmati d'epoca con le loro esibizioni.

Blues: Piano Blues (Clint Eastwood, 2003, USA)

Mi è piaciuto meno degli altri, per vari motivi: tutto incentrato su pianisti, poco blues e molti generi derivati (forse), eccessiva presenza del regista. La colonna sonora composta da spezzoni di tanti brani interpretati da grandi artisti è al di sopra di ogni critica, ma il loro montaggio non gli rende merito. C’è tanto ragtime, boogie, jazz, bebop, con pianoforte solo o accompagnato da orchestre, e rispetto agli altri tratta di periodi più moderni. Anche le immagini di repertorio sono sempre professionali e a colori e fanno rimpiangere quelle in bianco e nero, in locali molto più piccoli o addirittura per strada, con un solo artista e la sua chitarra. In quanto alle interviste con vari anziani pianisti famosi (a cominciare da Ray Charles al quale viene dedicato molto spazio), trovo che occupano troppo spazio, iniziano sempre con la stessa domanda (“Come hai iniziato?") e diventano noiose le monotone inquadrature delle mani che scorrono sui tasti, osservate dal buon Clint perennemente seduto spalla a spalla con chi suona. 

Trailer francese della serie di 7 film, che mi sembra più significativo e certamente più conciso di altri disponibili in rete.

domenica 7 novembre 2021

Micro-recensioni 321-325: docu-film iraniano, classico macabro americano e 3 comedias negras spagnole uniche

Pur appartenendo a generi spesso sottostimati, tutti e cinque sono stati generalmente apprezzati e ricordati dal grande pubblico anche grazie alle buone regie e alle partecipazioni di noti e bravi attori.

 

Dah (10)
(Abbas Kiarostami, 2002, Iran)

Ancora una volta Kiarostami propone personaggi molto realistici che rappresentano determinati atteggiamenti della vita e umanità iraniana. Ennesimo suo film prodotto con minimo budget, in questo caso gli sono bastate due piccole telecamere montate nell’abitacolo di un’auto, una puntata sulla donna alla guida e l’altra sul passeggero/a. Il titolo si riferisce al numero di percorsi della donna, 4 con il figlio capriccioso ed indisponente, 2 con una giovane sconosciuta abbandonata a pochi giorni dal matrimonio e altrettanti con una devotissima anziana, e poi con la sorella e con un’allegra prostituta soddisfatta e quasi fiera della sua attività. La protagonista è divorziata ed ha un rapporto molto conflittuale con il pestifero figlio, nei discorsi che le altre donne si affrontano temi quali religione, matrimonio, indipendenza delle donne, sessualità. In particolare nei discorsi con il bambino, risalta un modo di discutere che (a giudicare dai film) sembra essere comune fra i mediorientali: ognuno ripete lo stesso concetto sempre più ad alta voce, senza alcuna discussione effettiva. Molto interessante, da questo prese chiaramente ispirazione Jafar Panahi per il suo Taxi Teheran (2011).

The Body Snatcher (Robert Wise, 1945, USA)

Qui troviamo Boris Karloff e Bela Lugosi, due icone dell’horror, a confronto, anche se il vero protagonista del film è interpretato da Henry Daniell, che comunque all’epoca aveva di solito ruoli di villain. Non è un vero e proprio horror, bensì un crime/noir sulla pratica (sembra) relativamente diffusa in secoli passati di dissotterrare cadaveri freschi per fornirli a medici di pochi scrupoli e pseudo-scienziati; adattamento di un racconto di Stevenson, proprio quello di Dr. Jeckill e Mr. Hyde e L’isola del tesoro. Certamente si distingue per qualità dalla massa di film di generi simili, sia per la regia di Robert Wise (vincitore di 4 Oscar) regista di West Side Story e Sound of Music fra gli altri, montatore di Citizen Kane, nonché per l’ottima interpretazione di Boris Karloff.

  

La vaquilla (Luis Berlanga, 1985, Spa)

Questa commedia grottesca diretta da Berlanga e scritta dallo stesso in collaborazione con il genio di tale genere Rafael Azcona, dovette aspettare quasi 40 anni per essere portata sullo schermo; prima bloccata dalla censura franchista e poi anche nel dopo-Franco perché trattava dei troppi temi ancora scottanti come quello della guerra civile nonché del ruolo del clero, dei militari e dei latifondisti in modo troppo caricaturale, pur senza prendere posizione per uno o l’altro bando. Vale la pena spendere qualche parola in merito all’attività di Rafael Azcona (oltre 100 sceneggiature) che iniziò la sua carriera con Marco Ferreri (primi film per entrambi El pisito e El cochecito) con il quale continuò a collaborare in un’altra quindicina di film fra i quali L’ape regina (1963), L’udienza (1971), La grande abbuffata (1973), Non toccare la donna bianca (1974), L’ultima donna (1976), Ciao Maschio (1978), e notevoli furono anche una dozzina di collaborazioni con Berlanga prima di questo, fra le quali i ben noti Placido e El verdugo. Da dire che, purtroppo, La vaquilla è veramente godibile solo in versione originale e con una seppur minima conoscenza della storia e cultura spagnola.

Amanece, que no es poco (José Luis Cuerda, 1989, Spa)

Commedia surreale cult, tanto da meritarsi un’annuale rappresentazione storica nei luoghi nei quali fu girato, dove sono stati preservati i set originali e aggiunte varie statue commemorative. Vi rimando al post che pubblicai nel 2015, nel quale sono incluse anche alcune foto e vari link interessanti.

El dia de la bestia (Alex de la Iglesia, 1995, Spa)

Con questo film (il suo secondo) Alex della Iglesia ottenne grande successo commerciale e conquistò immediata notorietà e consolidò la sua fama di regista/sceneggiatore specializzato nel filone dark humor con i successivi La comunidad (2000, Intrigo all'ultimo piano), Crimen ferpecto (2004, Finché morte non li separi) e il recente El bar (2017). La folle trama di questo film mette insieme un sacerdote fissato con l’Apocalisse e l’Anticristo, un volenteroso metallaro satanista (penso si dica così) e un ciarlatano televisivo cooptato a forza. La violenza (chiaramente finta) insensata ed esagerata e presente quasi in ogni scena ma non disturba proprio per la sua manifesta implausibilità. Divertente e sorprendente a patto che si accettino i suddetti presupposti.