domenica 24 marzo 2019

20° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (96-100)

Cinquina di qualità che completa le mie prime 100 visioni 2019, estremamente eterogenea per stili, anni e paesi di produzione ... difficile scegliere i preferiti.
Un capolavoro di Buñuel, un misconosciuto eppure ottimo film di Minelli su Van Gogh, un Renoir incompiuto, il più recente Almodóvar (in sala da appena 2 giorni) e l’esordio di Del Toro!
   

97  L'âge d'or (Luis Buñuel, Fra, 1930) tit. it. “L’età dell’oro“ * con Gaston Modot, Lya Lys, Caridad de Laberdesque * IMDb  7,7  RT 92%
Definito osceno, scandaloso e blasfemo, per circa 50 anni fu bandito in quasi tutto il mondo. All’uscita a Parigi lo Studio 28, dove si proiettava, fu devastato e furono distrutte varie opere surrealiste lì esposte; dopo una settimana il visto di censura fu revocato e il film immediatamente ritirato dalla circolazione. Si dovrà attendere fino al 1979 per la première ufficiale oltreoceano al Roxie di San Francisco e solo due anni più tardi la Gaumont ottenne il permesso per mostrarlo di nuovo in Francia. Sembra di capire che, almeno ufficialmente, in Spagna resti tutt’oggi “censurato”.
Non so quanti abbiano familiarità con le prime due pellicole di Buñuel (l'altra è Un chien andalou, 1929, 16 min), veri manifesti del surrealismo, ed è quindi opportuno ricordare che entrambe le sceneggiature furono frutto della collaborazione con Salvador Dalí e che, da buoni surrealisti, il loro obiettivo era quello di provocare, sovvertire la “normalità”, scandalizzare. Da ciò si deduce che non si può riassumere né analizzare in breve un'opera come questa, che oltretutto include innumerevoli elementi freudiani oltre a quelli surrealisti. Essendo quindi inutile, in quanto impossibile, entrare nel merito dei contenuti, fornisco solo poche informazioni di carattere molto generale. Il film dura 62 minuti ed è sostanzialmente diviso in 6 parti, la prima delle quali (la più breve) è tratta da un documentario sugli scorpioni di vari anni prima. Nelle successive compare più volte una coppia di amanti che si ritrovano in situazioni ed ambienti molto diversi. La parte conclusiva (anche questa breve) fa chiaro riferimento a Le 120 giornate di Sodoma del marchese de Sade (tenuto in gran considerazione dai surrealisti) e il primo ad uscire dal castello appare essere Gesù (almeno per come è comunemente raffigurato).
Io sono fra quelli che sostiene che non si debba trovare una spiegazione a tutto in quanto, per loro stessa ammissione, gli autori proponevano cose senza senso. I riferimenti all’ordine, alla Chiesa, i politici e i militari sono tanti e chiari, altri simboli sono liberamente interpretabili (in modo relativamente facile ma senza riscontro), alcune immagini e vari eventi bisogna accettarli per quello che sono, come per esempio la giraffa buttata dalla finestra! (non ho trovato nessuna spiegazione convincente).
Raccomando assolutamente la visione di L'âge d'or ma, al contrario di quanto avviene normalmente, può essere opportuno documentarsi in precedenza. Comunque, a chi è interessato a comprendere e non fermarsi ad una prima superficiale percezione, saranno necessarie ulteriori letture e certamente gioverà qualche altra visione.

99  Lust for Life (Vincent Minelli, USA, 1956) tit. it. “Brama di vivere“ * con Kirk Douglas, Anthony Quinn, James Donald * IMDb  7,4  RT 100% * Oscar ad Anthony Quinn non protagonista e 3 Nomination (Kirk Douglas protagonista, sceneggiatura e scenografia)
Titolo mai sentito nominare, eppure un ottimo film, a prescindere dall’Oscar a Anthony Quinn (non protagontista) nei panni di Paul Gaugin e delle 3 Nomination, una delle quali fu l’ultima delle sole 3 per Kirk Douglas, tutte come protagonista, forse un po’ poche (l’Oscar fu assegnato a Yul Brinner per The King and I, ma fra i candidati c’erano anche James Dean e Rock Hudson per Giant). 
Tratta di un lungo periodo della vita dell’indiscusso genio della pittura Vincent Van Gogh che penso sia quello al quale sono stati dedicati il maggior numero di film (quasi una ventina), i più recenti dei quali sono stati l’originalissimo film d’animazione Loving Vincent (2017) e At Eternity's Gate uscito pochi mesi fa. Ne ho visti almeno la metà, ma questo è il primo che vedo affrontare anche il suo paio di anni da “predicatore” evangelista in un’area mineraria belga. Molto di quanto proposto non si trova negli altri lavori che si concentrano per lo più sull’ultimo periodo della sua vita, passato fra Arles e Parigi. La scelta di Kirk Douglas come interprete mi è sembrata ottima in quanto, oltre ad calarsi perfettamente nel personaggio nelle sue varie fasi, ha una straordinaria somiglianza con l’artista.
Il numero dei dipinti mostrati nel film rasenta l’incredibile, pur essendo assolutamente lontano dal taglio documentaristico. Fra i pregi di Lust for Life è quello di ricreare situazioni e non solo riprodurre ambienti o inserire personaggi divenuti soggetti dei dipinti più famosi. Per seguire al meglio i dialoghi di Vincent con suo fratello Theo (mercante d’arte) e con gli altri artisti, aiuta conoscere nomi e stili dei vari pittori dell’epoca amici/rivali, in particolare degli impressionisti.
In conclusione, non solo un pregevole film dal punto di vista strettamente cinematografico, ma anche un interessantissimo biopic. Più che consigliato.
      

96  Partie de campagne (Jean Renoir, Fra, 1936) tit. it. “Una gita in campagna“ * con Sylvia Bataille, Jane Marken, Georges D'Arnoux * IMDb  7,7  RT 100%
Aveva attirato la mia attenzione la regia di Jean Renoir, ma non trovavo il film in IMDb. Il motivo è che si tratta di un mediometraggio che, oltretutto, ha avuto circolazione limitata essendo stato montato solo dopo 10 anni, da altri. Lo stesso dvd non includeva la pellicola di 40' bensì il progetto portato avanti da Alain Fleischer per la Cinémathèque française nel 1994, utilizzando il materiale disponibile nei suoi archivi, consiste in una raccolta di riprese originali del 1936. Queste sono state ordinate, lasciando però varie riprese di una stessa scena, alcune ripetizioni da angolazioni diverse, sovrapposizioni di dialoghi e frequenti commenti dello stesso Renoir, per una durata complessiva di quasi un’ora e mezza. Proposto così, tale materiale può forse considerarsi addirittura più interessante del film in sé e per sé, fornendo una precisa idea della gestione di attori e riprese da parte del regista. Molti definiscono questo film quasi un omaggio al padre (il famoso pittore impressionista Auguste Renoir) come se volesse dare vita ad un suo dipinto.
Più che notevole il gruppo di collaboratori di Renoir che ebbe come assistenti alla regia Luchino Visconti e Jacques Becker (poi regista di Le trou, 1960, Il buco, 8,5 IMDb) e come secondo assistente il famoso fotografo Henri Cartier-Bresson, allora 28enne. Il figlio di Jean Renoir  interpreta il ragazzo che pesca, all’inizio del film. La sceneggiatura fu adattata dallo stesso Jean Renoir da un racconto di Guy De Maupassant del 1881.
Se avete la fortuna di recuperarlo, non ve lo perdete. Pur non essendo un film vero e proprio, né un documentario, è estremamente interessante ... tutto in presa diretta.

98  Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, Spa, 2019) * con Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Cecilia Roth, Julieta Serrano, Raúl Arévalo, Rosalia, Asier Flores
Niente male questo recentissimo lavoro del regista manchego, abbastanza diverso dai precedenti, ma con il solito (ottimo) stile in quanto a colori, dettagli e inquadrature. Particolarmente apprezzabile la sceneggiatura (dello stesso Almodóvar) che, seppur con un inizio un po’ lento e titubante con tanti salti temporali, prende rapidamente corpo e riesce ad incastrare alla perfezione ricordi, re-incontri e coincidenze fino alla (in)quadratura finale con la quale conclude questo film che molti pensano sia pieno di riferimenti autobiografici, a partire dal fatto che il protagonista Salvador è un regista cinematografico già di successo, ma oggi in crisi esistenziale. Il tutto è organizzato in modo creativo con vari flashback, fra l’infanzia in campagna e trasloco in una (affascinante) cueva e i tempi attuali, mentre molto di ciò che è nel mezzo viene solo narrato.
Oltre ai più che noti Antonio Banderas e Penélope Cruz (Salvador attuale e sua madre da giovane, quindi mai insieme) Almodóvar ha messo insieme un cast estremamente eterogeneo, con attori che interpretano personaggi che in distinti momenti avevano avuto un ruolo significativo nella vita del protagonista, alcuni compaiono in brevi cameo (p. e. Cecilia Roth e Rosalía), altri hanno più spazio, alcuni sono contemporanei, altri fanno parte dei ricordi. Purtroppo, non tutti sono convincenti, a cominciare da Penélope Cruz.
Fra i volti che molti potrebbero conoscere ci sono senz’altro la sempre affidabile Julieta Serrano (la madre anziana, una mezza dozzina di film con Pedro), Raúl Arévalo (protagonista de La isla minima e regista di Tarde para la ira), l’argentino Leonardo Sbaraglia (attivo per lo più in America Latina, quello che in Relatos salvajes guida l’auto nel memorabile episodio, vaga citazione di Duel di Spielberg), Cecilia Roth (vari film con Almodóvar, ma divenuta star in Argentina, oggi sembra pagare le conseguenze di una chirurgia mal riuscita ...), e infine la giovane cantante Rosalía, fenomeno musicale del momento, catalana che interpreta flamenco pop con stile unico e include nei video bandiere spagnole e toreo, 2 Grammy Award Latino. Interpreta, con Penélope Cruz, la famosa copla A tu vera, cavallo di battaglia della Lola Flores, nota come La Faraona. Da segnalare il buon esordio del giovanissimo Asier Flores (Salvador bambino) per il quale molti prevedono un roseo futuro nel cinema.
Concludo reiterando il mio apprezzamento per il gusto di Almodóvar nel proporre colori netti (ovviamente, i più frequenti sono quelli della gamma dei rossi), spesso contrastanti, abbinamenti inimmaginabili per altri, a partire dagli affascinanti sfondi dei titoli di testa, all’abbigliamento, all’arredamento, per non parlare anche della scelta di dipinti che coprono le pareti della casa di Salvador.
Un film dal sapore agrodolce, drammatico e “tenero”, fra droghe e passioni, certamente un po’ più godibile per i cinefili che sapranno apprezzare le tante citazioni (sia nei dialoghi che con poster e immagini) e per chi sa abbastanza di cultura spagnola e latina (vari i riferimenti a Chavela Vargas, l’icona del flamenco pop che canta una copla classica, ...).
Penso che, nel suo complesso, possa piacere anche all’estero e in paesi non di lingua ispanica, ma temo che nelle traduzioni (sottotitoli o doppiaggi che siano) si possa perdere parecchio.
Al momento sembra non essere annunciato in Italia.

100  Cronos (Guillermo Del Toro, Mex, 1993) * con Federico Luppi, Ron Perlman, Claudio Brooks * IMDb  6,7  RT 89%
Anche i più appassionati fan di Guillermo converranno che Cronos non è il suo miglior prodotto, ma ciò è più che giustificabile per essere il suo esordio alla regia di un vero film. Fin da piccolo si era divertito a produrre un'infinità di corti e cortissimi in Super8 fatti in casa e poi (professionalmente) era passato alla produzione di effetti speciali.
Cronos resta comunque un cult per essere il primo, anche se la sua gestazione fu quasi contemporanea a quella del suo terzo (El espinazo del diablo, uscito ben 8 anni più tardi) per essere le due sceneggiature il suo lavoro di tesi.
Tralasciando di approfondire l’originale rivisitazione e combinazione dei temi immortalità/vampirismo e di altri aspetti del film (fra i quali l’eterogeneo trio di interpreti) mi sembra interessante sottolineare un paio dei argomenti trattati nella lunga intervista (poco più di un’ora, riportata integralmente) inserita fra gli extra dell’edizione speciale (2dvd) in mio possesso. Nel raccontare dei suoi inizi, rende omaggio al genere horror - del quali si dichiara appassionato fin dall'infanzia - ed in particolare ai film italiani (citando più volte Mario Bava) e giapponesi. L'altra questione è quella della lingua. Una volta che un produttore americano interessato ad un remake di Cronos gli sottopose la traduzione della sceneggiatura, Del Toro (perfettamente bilingue) la rifiutò dicendo che l’avrebbe riscritta lui in inglese ... non è possibile tradurre bene i dialoghi pensati per una lingua in un’altra! Comunque, l’affare non andò in porto.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

giovedì 21 marzo 2019

19° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (91-95)

Ed ecco una cinquina eccellente, con le due parti di Ivan Grozny di Eisenstein, il suo precedente Alexander Nevsky (1938) e due film con il bel tenebroso Charles Boyer, francese trasferitosi in USA, un’icona dell’epoca.
   

94  Ivan Grozny I (Sergei Eisenstein, URSS, 1944) tit. it. “Ivan il Terribile” * con Nikolay Cherkasov, Serafima Birman, Lyudmila Tselikovskaya * IMDb  7,6  RT 100%
95  Ivan Grozny II (Sergei Eisenstein, URSS, 1958) tit. it. “La congiura dei Boiardi” * con Nikolay Cherkasov, Serafima Birman, Pavel Kadochnikov * IMDb  7,7  RT 100%
Ho trovato anche questo dvd in biblioteca, in una edizione non eccellente ma più che buona grazie al fatto che parte da un ottimo restauro. Nel complesso, penso che sia il miglior lavoro di Eisenstein (autore anche della sceneggiatura), specialmente la prima delle tre parti previste. La seconda fu girata nel 1944-46 ma fu distribuita solo nel 1958 in quanto fu bloccata per motivi politici e la terza, iniziata nel 1946 fu subito sospesa per le suddette critiche e poi, a seguito della morte del regista, il progetto fu definitivamente abbandonato.
Pur essendo una produzione degli anni ’40, lo stile riflette molto quello tipico del cinema muto, con numerose analogie con quello espressionista, ma ha il vantaggio di poter contare con la tecnologia molto più avanzata di quella disponibile negli anni '20. Di conseguenza, la fotografia è eccezionale, mettendo in risalto non solo ogni dettaglio dei volti ripresi in primo piano (in varie occasioni mi ha ricordato quelli in La passion de Jeanne d'Arc, 1928, di Dreyer), ma pure gli ambienti, gli arredi, i costumi; anche i campi lunghi e totali sono più che incisivi. La recitazione tende volutamente al teatrale, a volte con gestualità enfatizzata, gli angoli di ripresa sono scelti ad arte, luci e ombre (spesso enormi) sono chiaramente "impossibili", ma drammaticamente significative e richiamano molto le scene caratteristiche dell'espressionismo.
Gli attori sono tutti più che bravi e, ovviamente, sono dominati da Nikolay Cherkasov (nei panni dello Zar) e Serafima Birman che interpreta magistralmente la parte della sua nemica giurata, la subdola matriarca boiarda Efrosinia. A tutto ciò si aggiunge un commento sonoro originale - puntuale e pertinente in ogni occasione - composto nientemeno che da Sergei Prokofiev, che non penso abbia bisogno di presentazioni.
Film da guardare e ri-guardare ... vero grande cinema senza tempo.


Questo è il trailer in russo, ma ciò che conta sono le immagini (HD) e il commento musicale di Prokofiev. Godeteveli!

      

92  Gaslight (George Cukor, USA, 1944) tit. it.”Angoscia” (sic!) * con Charles Boyer, Ingrid Bergman, Joseph Cotten, Angela Lansbury  * IMDb  7,8  RT 86% * 2 Oscar (Ingrid Bergman protagonista e scenografia)  e 5 Nomination (miglior film, Charles Boyer protagonista, Angela Lansbury non protagonista, sceneggiatura e fotografia)
Come se non bastasse la mia mania di dare continuità alle visioni seguendo generi, registi e attori, spesso incappo con la pura casualità. Appena recuperata una buona copia di Algiers (vedi rec. in basso) mi sono imbattuto in quest’altro ottimo film che vede Charles Boyer nelle vesti di protagonista, affiancato da Ingrid Bergman e Joseph Cotten. Titolo mai sentito nominare, a dispetto del cast di tutto rilievo e dei 2 Oscar e 5 candidature, ma forse mi era passato sotto gli occhi e scartato per il terribile titolo italiano (la maggior parte di questi drastici cambiamenti sono fuorvianti o oltremodo poco invitanti, destinati solo ad attirare pubblico; idem per molte locandine). Altra analogia è che la famosa Hedy Lamarr che si era distinta in Algiers, rifiutò sia questo ruolo che quello successivo di Ilsa Lund in Casablanca, in entrambe i casi rimpiazzata dalla Bergman.
Tornando al film, si tratta di un ottimo noir ambientato a Londra, ben costruito, ben diretto e ottimamente interpretato, non solo dai primi attori ma anche dai pochi di contorno fra i quali si registra l’esordio dell’allora 19enne Angela Lansbury (proprio la Signora in Giallo!) che per l’interpretazione della molto indisponente cameriera ottenne la sua prima Nomination Oscar.
Senz’altro consigliato.

91  Algiers (John Cromwell, USA, 1938) * con Charles Boyer, Sigrid Gurie, Hedy Lamarr * IMDb  6,9  * 4 Nomination (Charles Boyer protagonista,
Già visto molti anni fa in bassa definizione , ho voluto guardarlo di nuovo, in attesa di trovare “l’originale” Pépé le Moko (1937, di Julien Duvivier). Infatti questo non è altro che un pedissequo remake americano del suddetto film francese di grande successo dell’anno prima, con Jean Gabin come protagonista. Sempre sulla base dello stesso romanzo poliziesco di Henri La Barthe, 10 anni più tardi sarebbe giunto Casbah (con Yvonne De Carlo, Tony Martin, Peter Lorre) e infine nel 1949 la parodia italiana Totò le Moko (diretta da Carlo Ludovico Bragaglia), ma pochi conoscono gli illustri precedenti sulla quale fu (ben) basata.
Algiers vanta un notevole cast internazionale; oltre a Charles Boyer, uno dei più famosi latin lover (sullo schermo) dell'epoca, francese appena trasferitosi negli USA al suo secondo film oltreoceano, ci sono non solo due bellezze dell'epoca quali l’austriaca Hedy Lamarr (all’epoca definita “la donna più bella del mondo”) e l’americana Sigrid Gurie, ma anche il canadese Gene Lockhart (Nomination Oscar per questa sua interpretazione del viscido Regis) e, nei panni dell’imperturbabile ispettore Slimane, il maltese Joseph Calleia (tanti ottimi noir per lui: The Touch of Evil, Gilda, The Glass Key, ...).
Bella l’ambientazione esotica nel dedalo della casbah di Algeri, molto interessante la caratterizzazione dei personaggi, dai componenti della banda di Pépé ai vari membri della polizia, ai turisti in cerca di avventura.  
Rivisto con molto piacere, lo consiglio ... nel frattempo proseguo nella mia ricerca di una buona copia di Pépé le Moko.

93  Alexander Nevsky (Sergei Eisenstein, URSS, 1938) * con Nikolay Cherkasov, Nikolai Okhlopkov, Andrei Abrikosov * IMDb  7,7  RT 94%
Più che buono come tutti i film diretti da Eisenstein, ma certamente inferiore ai due Ivan Grozny. Trovo che la parte dedicata alla battaglia fra russi e teutonici sia dedicato troppo tempo a discapito della trama che rimane di per sé debole. C’è da considerare tuttavia, che la “propaganda” aveva all’epoca un ruolo fondamentale e che lo stesso Stalin sosteneva e lodava le opere che esaltassero le gesta e l’eroismo del popolo russo. Anche Nikolay Cherkasov, lo stesso che avrebbe poi interpretato lo Zar Ivan, non dà il meglio di sé essendo relegato nel ruolo di un personaggio che si limita a fare proclami ed arringare popolo e soldati.

   
Aggiungo varie immagini tratte da Ivan Grozny (chiaramente quelle in basso) ed un paio di foto di Hedy Lamarr, non solo attrice ma anche colei che brevettò il sistema sul quale si basano oggi tutte le applicazioni wireless! 
Ciò sconfessa in modo evidente l'equazione bellezza = stupidità.
   
   

   

   

      

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martedì 19 marzo 2019

VAGRANT TRAIL 18-19 maggio - percorso inedito e logistica (I parte)

L’itinerario mostrato sulla mappa in basso è, al momento, la nostra prima scelta fra Pogerola e Capo Muro, ma il percorso effettivo sarà deciso in base alle condizioni climatiche e alle situazione ambientali. Ho pensato di pubblicare solo questa parte (nel complesso inedita) visto che tutto il resto dovrebbe essere noto ai più, almeno a quelli che camminano. Comunque, come norma generale, avendo la possibilità di abbreviare o allungare il cammino di varie centinaia di metri in più occasioni, confidiamo nel fatto di poter comunque raggiungere Santa Maria del Castello percorrendo una ventina di chilometri che (a una media “comoda” di 3,5km/h) equivalgono a poco meno di 6 ore. Di conseguenza possiamo ipotizzare una partenza fra de 14.00 e le 14.30, ma ciò dipenderà anche dalla organizzazione della “cena”.
arrivo a Capo Murosullo sfondo Monte Calabrice e Monte Tre Calli
L’itinerario (in parte molto poco frequentato anche dagli escursionisti) è stato già percorso da Matteo, ma per sicurezza a inizio maggio sarà effettuato un secondo sopralluogo dei tratti Acquolella-Imbarrata e Crocella-Capo Muro per accertarci che niente sia cambiato nel frattempo (è ancora epoca di tagli).
Per gli altri sentieri (ultrabattuti e storici) a meno di sorprese non dovrebbero esserci ostacoli. Infatti, si proseguirà per frana e Forestale lungo il percorso classico e poi, da Santa Maria del Castello, lungo l’Alta via dei Monti Lattari fino a TorcaL’ultima parte in area lubrense offre infinite alternative e considerato che lì siamo di casa dovremmo essere a conoscenza di eventuali problemi.
Come avevo precedentemente annunciato (e nel frattempo ho anche ricevuto varie specifiche richieste in merito), ecco i punti nei quali sarà più semplice aggregarsi o lasciare il gruppo potendo contare su trasporto pubblico visto che si tratta di escursione lineare a non di un circuito.
Sabato chi non parte da Pogerola (bus SITA da Amalfi) può aggregarsi a:
* Palommelle (linea SITA da Amalfi - Agerola - Castellammare, fermata uscita sud traforo e poi 1,2km su sentiero CAI 367)
* Santa Maria del Castello (bus EAV poco frequente, in alternativa fermata * Anaro su via Bosco e poi per Gradoni, parte del sentiero CAI 338). Chi arrivasse nel tardo pomeriggio e volesse fare due passi, può andare incontro agli altri verso la Forestale (CAI 300).
Domenica chi non ha dormito a Monte Comune può aggregarsi a:
* Sella di Arola (Cancello) (circolare EAV fino ad Arola e poi 1,6km lungo via Veterina - parte del sentiero CAI 342)
* Colli San Pietro (linea SITA Sorrento-Amalfi)
* Colli di Fontanelle (linea SITA Sorrento-Amalfi via Sant’Agata)
* Sant'Agata (fermata Farmacia - linee SITA Sorrento - Sant'Agata e poi 400m a piedi)
Di lì in avanti sarà possibile aggregarsi in una infinità di punti visto che saremo spesso in vicinanza di centri abitati o strade principali. Anche per la parte precedente ci sono altri punti dai quali, specialmente chi ha la possibilità di essere accompagnato, dai quali facendo un certo cammino a piedi sarà possibile  raggiungere il gruppo.  


mappa generale agiornata al 19 marzo

Post precedenti relativi alla VAGRANT TRAIL 

AVVERTENZA GENERALE: in tale tipo di percorso è normale che si debbano affrontare tratti ripidi, anche molto ripidi, sia in salita che in discesa, terreno impervio, tratti esposti (non adatti a chi soffre di vertigini), passaggi attraverso vegetazione più o meno fitta, e altri intoppi tipici dell’escursionismo. 
Inoltre, è opportuno sottolineare che non è previsto alcun tipo di assistenza, ognuno dovrà essere autosufficiente e tener presente che in più tratti saremo ben lontani da centri abitati e/o rotabili e quindi per lunghi tratti non sarà neanche possibile rifornirsi di acqua.

domenica 17 marzo 2019

18° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (86-90)

Cinquina molto varia per generi, anni e paesi di produzione. C’è un film tedesco candidato Oscar, il primo islandese che vedo in tanti anni da cinefilo, uno dei primi film della spagnola Bollaín e due film “minori” dei fratelli Marx.
   

90  La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler  (Oliver Hirschbiegel, Ger, 2004) tit. int. “Downfall“  tit. or. “Der Untergang “ * con Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Ulrich Matthes * IMDb  8,2  RT 91% * Nomination Oscar
Ottimo film, fondato su solide basi storiche, che tratta degli ultimi giorni del III Reich. La sceneggiatura è infatti tratta da vari saggi redatti da storici rispettati e stimati, nonché su un paio di autobiografie, l'autrice di una delle quali appare all'inizio e alla fine del film. Si tratta di Traudl Junge, una delle segretarie personali del Fhurer durante la seconda metà della guerra che visse gli ultimi giorni di questa nello stesso bunker dove alloggiavano e/o si riunivano i politici più vicini a Hitler e i massimi responsabili delle forze armate. Leggendo vari qualificati commenti (dal punto di vista storico) sembra che il regista, oltre agli eventi in sé, sia veramente riuscito a descrivere in modo plausibile l'ambiente e lo spirito con il quale si vissero quei giorni.
Downfall conta su una delle migliori interpretazioni di Bruno Ganz (Hitler), recentemente scomparso  dopo aver aggiunto un’altra perla alla sua brillante (seppur sottovalutata) carriera nel film di The House that Jack Buit (2018, Lars von Trier).
Assolutamente poco commerciale e non destinato al grande pubblico, Downfall non solo è il più interessante di questa cinquina, ma anche un ottimo film in assoluto. Per quanto possa valere, fu candidato Oscar fra i film non il lingua inglese (quell'anno vinse Mar adentro, di Alejandro Amenábar) e si trova al 119° posto nella classifica IMDb dei migliori film di ogni tempo.

86  La donna elettrica (Benedikt Erlingsson, Isl, 2018) tit. or. “Kona fer í stríð“  tit. int. “Woman at War“ * con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Juan Camillo Roman Estrada * IMDb  7,6  RT 95%
Film originale, ben girato, con buoni momenti di cinema che rimediano a qualche carenza della sceneggiatura. Pur essendo senza pretese, tira in ballo argomenti seri e attualissimi a cominciare da quello dell’influenza dell’industria sul cambio climatico.
Seguendo la lotta quasi solitaria della protagonista contro il potere politico ed economico (energetico), Erlingsson riesce ad alternare dramma, thriller e azione, con le divertenti “interferenze”, certamente involontarie ma ben situate, di uno sfortunato cicloturista e il surrealismo delle onnipresenti 3 cantanti in abiti tradizionali ucraini che, nel fornire a colonna sonora dal vivo, si alternano alle apparizioni nei luoghi più improbabili dei tre suonatori che non possono non far venire in mente i film di Kusturica.
Gli esterni sono ovviamente affascinanti pur non essendo assolutamente di quelli fasulli, da spot turistico o da cartolina, e questo per me è un merito; infatti non sarebbe stato necessario un grande sforzo per trovare location spettacolari in Islanda.
Non poteva mancare il pessimo titolo italiano, unico nel suo genere; la maggior parte degli altri, incluso quello internazionale è fedele all’originale.
Film leggero, piacevole, con varie buone sorprese e pochi avvenimenti scontati, che comunque riesce a fornire tanti spunti di riflessione a chi è disposto a “pensare”. Suggerito.
      
87  Flores de otro mundo (Icíar Bollaín, Spa, 1966) * con José Sancho, Luis Tosar, Lissete Mejía * IMDb  7,1  RT 76%p * Premiato a Cannes
La madrilena Icíar Bollaín, oltre 20 apparizioni come attrice, esordì a 15 anni nell’ottimo film di El sur (1983, Victor Erice); nel 1995 firmò la prima delle sue 9 regie (questa è la sua seconda), si è fatta conoscere a livello internazionale con Te doy mis hojos (2003) e poi El olivo (2016).
Ha un’attenzione particolare nel descrivere personaggi femminili, sia donne indipendenti, che vittime di machismo o, al contrario, matriarche. L’occasione, in questo caso, viene fornita dall’organizzazione di una festa organizzata in un piccolo centro rurale per facilitare l’incontro di songe, con dichiarato scopo matrimoniale. Gli uomini, di età molto varia, sono residenti, le donne, molte delle quali immigranti in cerca di marito per regolarizzare la loro posizione,   arrivano in pullman.
Qualcuna coppia si forma, anche se non sempre va tutto liscio, e qualche relazione procede con soddisfazione reciproca.
Dato l’ambiente, è normale che ci siano anziani affezionati clienti del bar, giovinastri razzisti, il machista, il timido, il professionista, le donne prevenute e sospettose di queste straniere che vengono precedute da cattiva fama.
Non è certo perfetto, ma merita una visione.

89  A Day at the Races * (Sam Wood, USA, 1937) tit. it. “Un giorno alle corse“ * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  7,7  RT 100%
90  Go West (Edward Buzzell, USA, 1940) tit. it. “I cowboys del deserto” (sic!) * con Groucho Marx, Chico Marx, Harpo Marx * IMDb  6,9  RT 89%
Prima di trattare molto brevemente di questi due film, penso sia opportuno richiamare, seppur molto concisamente, i precedenti dei fratelli Marx. Nati e cresciuti in una famiglia di artisti, quasi tutti abili in più campi essendo non solo attori ma anche provetti musicisti, cantanti e ballerini, esordirono ancora adolescenti nei primo decennio del secolo scorso.
Iniziarono in teatro con spettacoli vaudeville e a seguito del loro grande successo approdarono al cinema già nel 1921 con Humor Risk (aka Humorisk, ovviamente muto) che tuttavia non fu mai distribuito ed è andato perso. Si affermarono definitivamente con il sonoro che permetteva loro di sfruttare al meglio non solo la mimica, ma anche gli arguti giochi di parole di solito a carico di Groucho e Chico, visto che Harpo ha sempre interpretato un muto, pur non essendolo. Quindi il loro vero esordio sul grande schermo fu Cocoanuts (1929). Pur essendo conosciuti, non hanno mai avuto i giusti riconoscimenti in paesi non anglofoni a causa della oggettiva impossibilità di tradurre i tanti giochi di parole che spesso sono collegati a oggetti e azioni, e senza di essi indubitabilmente si perde molto. Ciò mi porta a citare il simile caso di Cantinflas, uno dei più amati attori messicani di sempre, scilinguato per eccellenza, che riusciva a fare rapidi discorsi logici eppure privi di senso così come a passare da un argomento ad un altro per analogie, assonanze e doppi significati, confondendo totalmente il suo interlocutore. Anche i suoi testi, è ovvio, sono praticamente intraducibili in qualsiasi altra lingua.
Groucho (che pur facendo dei doppi sensi il proprio cavallo di battaglia si vantava  di non essere mai scaduto in volgarità) fu il vero simbolo e il più emblematico del trio che formava con i suo fratelli Harpo e Chico, non volendo contare gli altri due più giovani Gummo (nessun film) e l'ultimo nato Zeppo (interprete di soli 5 film), di una quindicina d'anni più giovane del primogenito Chico.
Per chi ha poca dimestichezza con i Marx, e casomai li confonde, ricordo che Groucho è quello che cammina a gambe raccorciate, con gli occhiali, il sigaro e i non-baffi ... (quelli che si vedono non sono neanche posticci, sono semplicemente "dipinti" fra naso e labbro superiore, ma molti non ci hanno mai fatto caso), Harpo è il muto, con borse o tasche come quelle del disneyano Eega Beeva (aka Eta Beta, quello che mangia naftalina) dalle quali estrae di tutto e di più, Chico è quello che parla con accento italoamericano, eccellente pianista, il “cervello” del trio.
Il loro periodo d’oro  - Animal Crackers (1930), Monkey Business (1931), Horse Feathers (1932),  Duck Soup (1933) e A Night at the Opera (1935) - volgeva al termine e se A Day at the Races riesce a malapena a reggere il confronto con i precedenti, Go West è nettamente inferiore e le scene degne dei fratelli Marx si contano sulla punta delle dita.

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venerdì 15 marzo 2019

17° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (80-85)

Ho concluso la serie di classici americani con due film degli anni 60, a me del tutto sconosciuti e a ho completato la cinquina con due film italiani (un Rossellini e un Pasolini) e la più recente regia di Clint Eastwood. Pur essendo, forse, condizionato dal fatto che mi piace il realismo, neo- o meno che sia, Paisà è senza dubbio il miglior film di questo gruppo che, nel complesso si è rivelato al di sotto delle aspettative. Quello di Eastwood, i due pluri-candidati Oscar diretti da registi famosi e con tanti attori di grido e quello di PPP non mi hanno per niente entusiasmato, pur riconoscendo qualche merito a ciascuno di essi.
   

84  Paisà (Roberto Rossellini, Ita, 1946) * con Carmela Sazio, Joseph Garland Moore Jr., William Tubbs * IMDb  7,7  RT 100% * Nomination per la sceneggiatura, condiviso fra Sergio Amidei, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Marcello Pagliero e Alfred Hayes
Elemento centrale dei 3 film bellici che diedero a Rossellini fama internazionale, pur non affrontando direttamente il tema guerra, ma occupandosi più dei “danni collaterali”. L’anno prima aveva diretto Roma città aperta e 2 anni dopo avrebbe diretto Germania anno 0. Di tutti e tre i film fu anche co-sceneggiatore contando sempre su Sergio Amidei e ottenendo 2 Nomination Oscar proprio per la sceneggiatura. Molte volte si sottovaluta il valore degli sceneggiatori e per questo mi sembra giusto sottolineare che Amidei, oltre alle suddette, ottenne altre due candidature Oscar per Sciuscià (Vittorio De Sica, 1946) e Il generale Della Rovere (Roberto Rossellini, 1959). Cinema italiano d’altri tempi ... quando era apprezzato in tutto il mondo.
Pur essendo “apparentemente” diviso in 6 episodi ben distinti fra loro sotto molti punti di vista, Paisà ha una sua continuità temporale e geografica, ripercorrendo da sud a nord varie tappe e momenti significativi degli ultimi due anni della II Guerra Mondiale. Si distingue dagli altri la quinta parte, che si svolge interamente in un convento francescano, nella quale si tratta più di religione che di guerra, con interessanti e stimolanti osservazioni sulla fede.
Le varie storie sono collegate tramite immagini di repertorio con voce narrante fuori campo a mo’ di cinegiornale. Ovviamente nel cast non ci sono nomi famosi e neanche facce conosciute.
Film da guardare così come gli altri citati in questo breve commento.

83  The Mule (Clint Eastwood, USA, 2018) * con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Manny Montana * IMDb  7,2  RT 70%
Mi sembra che abbia troppi punti in comune con Gran Torino (protagonista veterano di guerra, la sua palese misantropia, i suoi contatti fortuiti con criminali - piccoli o grandi che siano, poco importa -, il tentativo di sanare ingiustizie a modo suo) e per questo quasi ripetitivo, ma risulta di livello certamente inferiore. La descrizioni dei personaggi è poco incisiva e la sceneggiatura, in particolare nel finale, è confusa e poco credibile. Tanto per dirne una, com'è che in un territorio enorme come il mid-west, dopo giorni senza contatti, si trovano tutti in una stessa limitata area allo stesso tempo? Il narcotrafficante (interpretato da Andy Garcia) appare quasi come una macchietta, i pur bravi Dianne Wiest e Laurence Fishburne sono relegati in parti poco significative. Bradley Cooper potrà anche piacere alle signore, ma come attore lo trovo veramente improponibile.
Tuttavia, penso che Eastwood sia assolutamente giustificabile considerata la sua veneranda età e soprattutto per il fatto che, per sua stessa ammissione, continua a dirigere e interpretare film per puro gusto, senza troppi patemi d'animo. A 89 anni è già un successo essere ancora sulla breccia e si ha tutti il diritto di fare di testa propria. 
Film certamente più che sufficiente, la maggior parte delle osservazioni derivano dal fatto che siamo abituati ad un altro Eastwood, quello che ha diretto e/o interpretato tanti altri film, di gran lunga migliori.
      

82  The Professionals (Richard Brooks, USA, 1966) tit. it. “I professionisti” * con Burt Lancaster, Lee Marvin, Robert Ryan, Jack Palance, Claudia Cardinale * IMDb  7,4  RT 93% * 3 Nomination (regia, sceneggiatura, fotografia)
Il cast di grande richiamo non riesce a sollevare questo film dalla mediocrità. La trama, pur essendo relativamente originale, non dice molto di nuovo. Non è un western di struttura classica, né un film sulla rivoluzione messicana o sui contrasti USA-Messico, anche se tutti questi elementi sono tirati in ballo. Sul versante positivo ci sono le ottime interpretazioni dei 3 protagonisti (Lancaster, Marvin, Ryan) e la fotografia che sfrutta a dovere la bellezza dei paesaggi.
Fra pro e contro, senza infamia e senza lode.

81  Days of Wine and Roses  (Blake Edwards, USA, 1962) tit. it. “I giorni del vino e delle rose” * con Jack Lemmon, Lee Remick, Charles Bickford * IMDb  7,9  RT 100% * Oscar per la musica e 4 Nomination (Jack Lemmon protagonista, Lee Remick non protagonista, scenografia, costumi)
Se l’accoppiata Blake Edwards / Jack Lemmon funziona bene nelle commedie, rende molto meno in questo film drammatico. Lemmon non è convincente come ubriaco e neanche quando il suo personaggio è sobrio riesce ad essere credibile. Chi ha visto The Lost Weekend (Billy Wilder, 1946, con Ray Milland, 4 Oscar) non potrà esimersi dal fare un impietoso paragone fra registi, attori e sceneggiatori, ed in ciascuno dei casi è evidente da grande differenza di qualità a favore del film di Wilder. Nel caso voleste guardare un film su un alcolizzato terminale, senza dubbio scegliete The Lost Weekend.

85  Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1966) * con Totò, Ninetto Davoli, Femi Benussi * IMDb  7,4  RT 82%
A mia memoria, è film di Pasolini che meno mi è piaciuto. Visto tanti anni fa, ho concesso una seconda opportunità, ma la valutazione è rimasta più o meno la stessa. A una trama debole, si aggiungono vari inserti di pura propaganda e l'insopportabile presenza dell'incapace Ninetto Davoli; trovo che anche Totò sia fuori posto e che sia stato mal diretto.
Fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi); penso ora di recuperare Teorema (1968), visto solo una volta quasi 50 anni fa, ovviamente con occhi da novellino.

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mercoledì 13 marzo 2019

Cozinha Portuguesa: cibi preferiti, varianti e novità

Anche in questa ennesima (purtroppo breve) visita lusitana, il sempre ottimo il cibo tradizionale ha avuto un ruolo sostanziale e mi sono imbattuto in qualche novità (per me).

Ovviamente, trovandoci a Figueira da Foz, al limite meridionale della zona tradizionale per il Leitão da Bairrada, siamo andati subito alla ricerca di una buona casa de leitao, e l’abbiamo individuata a Buarcos: Zé dos Leitões. Questo, come tanti simili, è un ristorante tanto specializzato da avere nel limitatissimo menù praticamente solo piatti a base di maialino, fra i quali spiccava perfino una lasanha di leitão, tutto anche da asporto. Tuttavia, la maggioranza dei clienti richiedono il classico piatto in cui la carne viene accompagnata da patate fritte (tagliate tonde), insalata e fette di arancia. Ottima scelta, peccato che quando siamo tornati la domenica (dopo la gara) avevano già terminato la loro produzione quotidiana e abbiamo ripiegato sul vicino O Forninho, buono ma non di pari livello. A chi volesse provare il leitão, consiglio di andare in un locale specializzato, dove si grigliano le carni giorno per giorno con attrezzature adatte (non tutte le cucine sono attrezzate per poter cuocere a dovere maialini interi).

Passo ora ad una categoria molto vasta, quella degli arroz de ..., molto comuni in Portogallo in quanto si adattano  facilmente agli ingredienti locali, quindi scegliete bene. Penso sia bene chiarire che non hanno niente a che vedere con i risotti e tantomeno con la paella, essendo in sostanza simili ai vari arroz caldoso (lett. “brodoso”) spagnoli.
La prima sera ho gustato un arroz de bacalhau com amêijoas, aromatizado com coentros, riso “in umido” - non in brodo - con baccalà, vongole e coriandolo, cilantro. Considerate che si tratta sempre di un piatto unico nel quale pesce, carne o altro ingrediente che gli dà il nome, viene usato in abbondanza, non giusto per dare un po’ di sapore. Ricordo che a Portimao tale tipo di pietanza a base di riso era una delle mie prime scelta al ristorante Oasis che ne proponeva almeno uno al giorno fra polvo (polpo), mariscos (frutti di mare), bacalhau (baccalà), tamboril (rana pescatrice o coda di rospo), amêijoas (bivalvi molto simili alle vongole), lingueirão (cannolicchi, il mio preferito, foto sopra), giusto per restare in ambiente marino.
Anche fra gli snack ci sono cibi molto appetitosi e, guarda caso, un paio dei più classici sono a base di baccalà. Oltre ai noti pasteis de bacalhau consiglio di assaggiare le pataniscas de bacalhau (foto sopra) che, a dispetto dell’assonanza, non contengono patate come i pasteis, ma sono un impasto di baccalà sfilacciato e cipolla, amalgamato farina e uova, e poi fritto. Preferisco la loro quasi croccantezza ai più morbidi pasteis che sono molto simili ai nostri (napoletani) crocchè. 
Similmente, infatti, baccalà e patate vengono mischiati più o meno in pari quantità, ma a seconda dei gusti ciascuno dei due ingredienti può essere fino a una volta e mezza l’altro. Ovviamente si aggiungono uova, un trito di aglio e cipolla e, per aromatizzare, prezzemolo o coriandolo. Infine si friggono. (foto sopra).
Non essendo il caso di di addentrarmi nelle descrizioni dei tanti altri piatti tradizionali che abbiamo ri-assaporato, come carne de porco alentejana (spezzatino di maiale con patate e vongole), feijoada à transmontana (zuppa di fagioli con vari tipi di carni), cozido à portuguesa (zuppa di verdure e carni miste, molto varie), bacalhau in vari modi, ensopado de borrego (minestra di agnello), concludo questo post menzionando le due novità.
Ho provato gli ossinhos (pezzi di colonna vertebrale del maiale, con una buona quantità di carne attorno - foto a sx) e il cação (generico per varie specie di pescecane, equivale al tollo canario) che in Portogallo viene per lo più utilizzato nei succitati piatti di arroz.
Chi non ha limitazioni dovute ad allergie, intolleranze, regimi alimentari, pregiudizi, religioni o filosofie di vita, può scegliere a caso in qualunque menù portoghese e non resterà mai deluso. Ricordarsi di annaffiare con vinho tinto (vino rosso), anche quello della casa va bene poiché in genere vale almeno un vino imbottigliato di qualità media e costa molto meno.

domenica 10 marzo 2019

L’età non è un metro di valutazione! ... in particolare per quanto riguarda l’escursionismo!

Sono stato spinto a scrivere questo post a seguito di un SMS, che si è andato ad aggiungere agli argomenti di interesse escursionistico trattati in due post dei miei colleghi FREE Ruth e Matteo e in un messaggio via email, tutti della settimana scorsa.
... oggi volevo partecipare all’escursione  ... con me ci sono  due bimbi di 7 e 8 anni abituati a camminare, il sentiero è fattibile per loro?
A parte l’insensatezza di tale quesito posto via SMS (visto che la risposta doveva essere articolata) dall'avviso era chiaro che non si conoscesse l'itinerario in quanto l'escursione era così presentata:
... si parte da Termini, giro a sorpresa un paio d'ore. 
Seguiva la solita chiosa:
Prima di aggregarsi ai Camminanti, è importante sapere a cosa si va incontro … pertanto, leggete l’EPTALOGO (che chiarisce vari punti)
Il “camminare” è estremamente soggettivo, ho visto ragazzini di 5 anni tenere il passo degli adulti ed escursionisti navigati di una settantina di anni che hanno partecipato alle mie MaraTrail (42km su sentieri ... a passo allegro) e ai TREK Amalfi-Sorrento, di oltre 100km e tanta salita in 5 giorni, e anche camminato con ultraottantenni in ottima forma. Di un tour che guidai anni fa, faceva parte una famiglia americana, una coppia nella trentina con 2 figli. Il ragazzino tredicenne (sulla carta atletico) si è lamentato per tutta la settimana (12-15 km al giorno) mentre la ragazzina di 7 anni era sempre avanti e attenta a tutto ... eppure erano figli degli stessi genitori. Statisticamente, per mia esperienza, posso dire che i principianti fra i 25 e i 40 sono quelli che creano più problemi. Tante volte in passato persone che non conosco mi hanno chiesto sia se i "loro" figli di X anni fossero in grado di affrontare un certo percorso, ma anche di proporre un percorso adatto ai "loro" genitori di una sessantina di anni (cosa dovrei fare, ritirarmi in un ospizio?). Con criterio, non ci sono limiti di età! 
Simile discorso vale per l’aspetto fisico. Potrei presentarvi decine di escursionisti che in base all’indice di massa corporea (IMC o BMI in inglese) sono definiti sovrappeso (25-30) o leggermente obesi (30-35) e sfidarvi a reggere il loro passo in montagna, anche nelle salite più ripide e accidentate. Andare in palestra e casomai imbottirsi di integratori non rende una persona un buon camminatore. Per di più, sembra che nessuno tenga conto di equilibrio, occhio e coordinazione nei movimenti, per non parlare di almeno minime attrezzature specifiche a cominciare dalle suole delle scarpe.
Purtroppo approssimazione e superficialità regnano anche fra quelli che dovrebbero essere professionisti del settore. Come sottolinea Ruth nel suo post del 6 marzo (in inglese), tante agenzie e perfino “guide”, pur di vendere un’escursione, non menzionano difficoltà, possibili rischi, né ricordano ai clienti che non si tratta di una passeggiata sul corso. Perché poi meravigliarsi quando su sentieri più o meno impervi, o quantomeno sconnessi, si vedono (e poi si devono recuperare) “escursionisti” con mocassini, ballerine, sandali con suola liscia e perfino infradito? (foto in basso)
Purtroppo, come spesso accade con fenomeni di massa (l’escursionismo è ormai una moda) il livello medio dei praticanti continua a calare e molti all’inesperienza e/o incapacità (comprensibili) sommano arroganza e irresponsabilità che mettono a rischio la loro incolumità e spesso creano problemi agli altri.
Prima ho parlato di agenzie e “guide” e proprio una di queste ultime qualche giorno fa mi ha scritto una email chiedendomi (dopo aver elogiato la quantità di informazioni fornite sul mio sito):
Accompagnerò un gruppo a Pasqua da Salerno fino a punta Campanella. Non sono riuscito a trovare però delle tracce gpx dei percorsi. Ormai sono abituato ad utilizzare il cellulare quando vado a camminare. Non ci sono sul suo sito o sono io che non le ho viste?
Ho gentilmente risposto, senza entrare nel merito deontologico:
le tracce non ci sono … io sono pro mappe! Utilizzo il gps solo per ricerche e come contachilometri, ma non “seguo” tracce. Comunque, puoi trovarne parecchie su Wikiloc e sul sito del CAI (ma solo per i sentieri CAI). Buona fortuna.
Oltre ad essere un irresponsabile è anche uno scostumato (qualità che vanno spesso a braccetto) in quanto non ha neanche avuto il buongusto di ringraziare per le informazioni (voleva le tracce o no?). Incrociando date, destinazione e nome, risulta essere "l'accompagnatore di una inedita traversata" (???) venduta da Trekking Italia (teoricamente professionisti del settore) ... chissà se i capoccia (ed i partecipanti) sanno a chi affidano ...!
Ormai i gps non più uno strumento tecnico fra le mani di chi ha un'idea di come e quando utilizzarlo, ma un gadget che viene aggiunto a qualunque apparecchiatura elettronica (auto, cellulari, fotocamere, collari per cani, ecc.). La loro diffusione fa presagire qualcosa di simile a quanto accadde una cinquantina di anni fa con le calcolatrici tipo Texas Instruments ... dopo qualche anno pochi erano in grado di eseguire operazioni basilari con carta e penna o di saper consultare tavole trigonometriche e gli asini non esitavano accettare un coseno di valore -3 (per chi non lo sapesse può solo variare fra -1 e +1, limiti compresi) solo perché tale cifra era apparsa sul display, così come qualcuno oggi non batte ciglio accettando coordinate con latitudini di oltre 90° (la massima, al polo). 
Quanti "esperti del gps" portano sempre con sé una cartina dei luoghi e la sanno interpretare? In presenza di un ostacolo insormontabile e non previsto, e avendo solo la traccia dell'itinerario, quanti saranno in grado di trovare un percorso alternativo o una via di fuga per raggiungere una strada principale? Non sarebbe meglio contare su una mappa visto che è più improbabile perdere la stessa che rimanere senza batteria, cancellare inavvertitamente la traccia o rompere il gps/smartphone?
Con un discorso più generale, è arrivato il post di Matteo (FREE Amalfi) che tocca varie delle problematiche precedentemente esposte:
SALVE A TUTTI ... questa settimana ho ricevuto varie richieste, tante da "fuori porta", di persone che vogliono venire a camminare con noi. Ci chiedono talmente tante cose, partendo dalle caratteristiche del sentiero, quanta salita, quanta discesa, se ripida, quale tempo ci sarà quel giorno (questo lo vogliono sapere anche 5 gg prima) che scarpe usare, se servono o meno i bastoncini, ecc ecc... Mi sorge spontanea una domanda: MA SAPETE COSA VUOL DIRE ANDARE IN MONTAGNA" ???, ci siete mai stati???
Una semplice iscrizione ad un gruppo trekking non vi qualifica "trekkisti esperti", essere soci di una qualche associazione riconosciuta anche in ambito nazionale, non vuol dire che siete esperti "automaticamente" con l'iscrizione. Personalmente vado in montagna anche una "settantina" di volte all'anno e non mi ritengo "esperto di niente" ... .e voi ??? Quante volte ci andate ???
(post completo su FB FREE Amalfi, leggete anche i qualificati commenti).


Infine, a sostegno di quanto sostiene in chiusura Matteo, ricordo che per diventare soci dell'HTMC (Hawaiian Trail & Mountain Club, associazione seria della quale feci parte nel 2008) si doveva partecipare ad almeno tre escursioni di livello 2 (su 3, caratteristiche vagamente simili a T, E ed EE del CAI) e poi si poteva presentare domanda di iscrizione. Questa doveva essere sottoscritta da due soci che garantivano per lui, avendolo osservato in azione nel corso delle suddette escursioni. Solo ad accettazione avvenuta si diventava member e si poteva partecipare anche ad escursioni di livello 3, members only hike (uscita per soli soci).
Nella foto al lato, la terza e ultima vetta del famoso percorso di Olomana, classica escursione prenatalizia dell'HTMC. Anche in quel caso, come quasi sempre accadeva,  l'età media era prossima alla sessantina. Il puntino chiaro prossimo alla vetta è un escursionista. 
In basso Olomana2 e Olamana3, viste da Olomana1.   
A quanto si vede in giro, ed al contrario dell'HTMC, perfino associazioni specificamente escursionistiche accettano chiunque (basta che paghi la sua quota) e non si preoccupano minimamente di attrezzature o di sicurezza.
Così va il mondo ...!