lunedì 25 gennaio 2021

50 anni fa diventavo mezzofondista “ufficiale” ...

… ma è giusto ricordare che i miei primi passi (molto amatoriali) furono a Massa Lubrense ed evidentemente mi servirono. Infatti, con i miei compagni di giochi degli anni ’60 spesso organizzavamo gare di corsa, soprattutto lungo i classici percorsi dei cosiddetti giro ‘e Campo e ‘o giro ‘e Sant’Aniello, entrambi lunghi poco più di 800m ma con strappi che facevano "asci' ll'uocchie 'a fora" e brevi discese vertiginose; il giro ‘e Santa Teresa era per lo più riservato alle manifestazioni abbinate alle feste patronali in quanto si svolgeva su strade rotabili ed era necessario chiudere la circolazione. (vedi citazione in calce)

Appena mi fu consentito, insistendo, mi iscrissi appunto ad un Giro di Santa Teresa, esattamente in occasione della festa della Madonna delle Grazie del 1965. Come si può constatare guardando la foto scattata sulla linea di partenza, non sono mai stato uno “a cui piace vincere facile” (come recitava una pubblicità di qualche tempo fa) preferendo sempre perdere dignitosamente sfide anche assolutamente impossibili. Anche chi non mi conosce può facilmente identificarmi nella foto in alto. Purtroppo, non giunsi al traguardo; ma semplicemente perché un vigile, eccessivamente zelante, al volo mi tirò fuori dal gruppo (non ero certo in testa, ma nemmeno ultimo) pensando che fossi un ragazzino intruso … e pensare che avevo appena superato la ripida salita di via Santa Teresa e quindi al traguardo mancavano solo un paio di centinaio di metri in leggera discesa. Nella foto potete anche notare vari tipi di abbigliamento e scarpe non proprio da professionisti ... a destra si vedono mocassini e anche piedi scalzi!

Insieme alla foto sopra, me ne sono capitate altre fra le mani insieme con vari trafiletti di giornale e così mi sono reso conto che esattamente 50 anni fa (inverno ’71) iniziai la mia carriera “ufficiale”, da tesserato F.I.D.A.L., con la Polisportiva Partenope. Già da qualche anno partecipavo regolarmente ai campionati federali giovani di basket, ma il mio prof. delle superiori (allenatore di atletica della Partenope, seppur di altre specialità) mi convinse a tesserarmi e a cominciare a correre le campestri. Così alle partite di basket F.I.P. e a quelle scolastiche di basket e calcio, aggiunsi le gare di atletica, cross d’inverno e pista in primavera.

 

Qui in alto le foto delle fasi finali del mio esordio (vittorioso) nel Bosco di Capodimonte e del successivo Campionato Regionale (quello in  maglia bianca dietro di me era un sostenitore del vincitore, il terzo si intravede dietro la mia spalla destra) che ebbe luogo attorno al campo di aviazione di Pontecagnano (leggi i due relativi aneddoti nel prossimo paragrafo), e qui di seguito ci sono i trafiletti apparsi su Il Mattino.

Aneddoto 1

Voglio aggiungere un singolare aneddoto relativo all’ultima gara citata. L’area era assolutamente piatta e incolta, c’erano solo dei fossi al margine che si dovevano attraversare (brevi ripide discesa e salita) o saltare se ne avesse la forza. Si correva lungo un circuito di circa 2.000m da ripetere più volte a seconda della propria categoria: 2 per gli Allievi, 3 per i juniores e seniores (corto) e 6 per i seniores (lungo). Come detto l’area al margine della pista era incolta ma abbondavano erbe e cespugli e quindi fungevano da pascolo per pecore e capre. Queste venivano inoltre nutrite con le foglie esterne di vari tipi di brassicacee: cavolfiori, verze, incappucciate. A questo punto devo precisare che si correva con scarpe chiodate, con chiodi di 10-12mm il che rendeva la situazione divertente ma non per tutti … i più arguti avranno già intuito che i concorrenti a centro gruppo venivano bersagliati da escrementi e torsoli di cavolo che chi li precedeva prima infilzava con i chiodi delle sue scarpe e quindi li lanciava, seppur involontariamente, all’indietro! Provate a immaginare la scena e l’aspetto di alcuni atleti all’arrivo.

Aneddoto 2

Stesso campo di gara ma in questo caso parlo dei Campionati Interregionali (tutto il meridione). Pur trovandoci quasi al livello del mare, quel giorno nevischiava ... ed il protagonista involontario (e sfortunato) fu il mio compagno di squadra Curcio (senior). Ricordo che ero in macchina con il nostro allenatore prof. Tufano e lo seguivamo con lo sguardo quando improvvisamente sparì! Anche lui, come me, portava gli occhiali ed il nevischio gli si era accumulato sulle lenti ... non vide uno dei summenzionati fossi, ci cadde dentro e perse gli occhiali! Gli ci volle un po' prima di ritrovarli e riprendere la gara. 

Andavamo a gareggiare in situazioni precarie, non solo senza docce, ma spesso anche senza bagni né spogliatoi, e forse proprio per questo ci divertivamo ed eravamo una "grande famiglia", a prescindere dalle società di appartenenza (ma ciò è quasi prassi in atletica).  

*  ‘e ccorse  (estratto da Barracca ‘o rutunniello, cavallocavallo mantieneme ‘ntuosto e altri giochi dimenticati (di Giovanni Visetti) e-book scaricabile gratuitamente qui 

Come in ogni altro paese del mondo, anche a Massa i ragazzi di tanto in tanto si misuravano in gare di corsa, e in particolare erano quelle di resistenza ad offrire un banco di prova più prestigioso. Al pari di tutti gli altri giochi che si svolgevano per strada, pure per le corse ci si doveva accontentare di ciò che si aveva a disposizione, in questo caso una rete di stradine e viottoli tortuosi, nella maggior dei casi in forte pendenza.

Queste gare solo sporadicamente si organizzavano su tratti brevi da percorrersi più volte, nella maggior parte dei casi si disputavano su percorsi costituiti da una serie di vicoli che nel loro insieme formavano un circuito. I percorsi comprendevano rari tratti pianeggianti ed erano invece ricchi di salite e discese e talvolta includevano perfino delle scalinate. Le numerose viuzze offrivano la possibilità di creare una gran quantità di percorsi diversi, ma ogni rione aveva un proprio giro classico.

domenica 24 gennaio 2021

micro-recensioni 21-25: Jarmusch di oltre 30 anni fa (trailer) e altro

Gruppo abbastanza vario e praticamente diviso nettamente in due: 3 film d’epoca quasi cult, di origini e soggetti molto diversi, e due di Jarmusch, per l’esattezza il terzo ed il quarto dei suoi solo 14 film.

  

Down By Law (Jim Jarmusch, USA, 1986)

Uno dei film di Jarmusch più conosciuti in Italia (distribuito come Daunbailò, praticamente come si pronuncia il titolo originale) per contare su Roberto Benigni come protagonista … e appare anche sua moglie Nicoletta Braschi. Molti dei marchi di fabbrica del regista (anche sceneggiatore di tutti i suoi film) sono ben evidenti anche in questo di 35 anni fa: ottima e ricercata colonna sonora, lunghe carrellate alternate a inquadrature fisse, personaggi al limite della realtà ma certamente plausibili, trama basata su coincidenze e citazioni colte. Tre tipi di estrazione e carattere completamente diversi si ritrovano nella stessa cella di un penitenziario americano per crimini seri (prostituzione minorile, occultamento di cadavere, omiicidio) ma “preterintenzionali”. I loro rapporti, inizialmente poco amichevoli, ben presto migliorano e, pur continuando a litigare un po’, forniranno tanti spunti di humor nero. Rivisto dopo tanti mi è ancora piaciuto anche se in più punti cala un po’ di ritmo. Nel trailer originale già si possono ben apprezzare le carrellate e colonna sonora.

Visione senz’altro consigliata per i singolarissimi personaggi, ben fotografati in b/n e ben diretti, per la trama quasi surreale e l’ottima musica interpretata dai compagni di sventura di Benigni: Tom Waits e John Lurie (suppongo e spero che li conosciate).

Mistery Train (Jim Jarmusch, USA, 1989)

Al contrario di quanto appena scritto a proposito di Down By Law, questo non l’avevo mai visto e per la verità non mi ha convinto. Tre storie troppo scollate una dall’altra, aventi in comune l’albergo dove alloggiano in contemporanea (ma senza mai incontrarsi) una coppia di giovani turisti giapponesi, due donne sole (una appena lasciata dal compagno, l’altra recentissima vedova) e tre vaghi. Qui la colonna sonora (di John Lurie) è senz’altro la migliore cosa, Tom Waits presta solo la voce (DJ radiofonico, se sente in continuazione ma non si vede mai) e, per rimanere in ambito musicale, c’è da notare la presenza (solo come attore) di Screamin' Jay Hawkins, cantautore affermato nei generi blues, rhythm and blues, soul e anche rock and roll. Ha dei buoni momenti di humor nero, qualche scena caricaturale, varie buone riprese e i treni che passano sferragliando che potrebbero perfino far pensare a Ozu (anche se non credo che fosse intenzione del regista).

  

I Know Where I'm Going (Michael Powell, Emeric Pressburger, UK, 1945)

Questa regia a quattro mani non è una casualità, i due vantano una lunga collaborazione tanto da aver diretto, scritto e prodotto insieme ben 19 film. Per indicare il loro sodalizio avevano un nickname che diede il nome anche alla casa di produzione: The Archers. Si tratta di una piacevole e ben realizzata commedia romantica ambientata nelle isole scozzesi delle Ebridi. Interessanti sia i paesaggi che le scene nelle quali i protagonisti interagiscono con gli abitanti dell’isola, fra pub, balli, feste … e kilt. Per vostra conoscenza, gli Archers sono i registi del famosissimo Scarpette rosse (1949, The Red Shoes) e anche di un altro apprezzatissimo (in patria) film: The Life and Death of Colonel Blimp (1943, IMDb 8,1 e RT 97%).

Spider Baby (Jack Hill, USA, 1967)

Nel mio girovagare fra siti cinefili ho trovato questo titolo, disponibile in rete in buona qualità e inserito fra i cult dell’horror satirico anche se di caratteristiche quasi uniche. Praticamente non c’è niente di soprannaturale se non una malattia degenerativa dalla quale sono affetti tutti i membri della famiglia Merrye. Tre giovani vivono in una casa lontana da tutti, accuditi da un maggiordomo, autista, cuoco, tutore, … interpretato da Lon Chaney jr. (qualità molto inferiori a quelle dell’omonimo padre). Inaspettatamente sopraggiungono una coppia di cugini, accompagnati dal loro avvocato e dalla sua segretaria, per sfrattare i parenti e prendere possesso della casa, ma la cosa non si rivelerà tanto facile. Succede un po’ di tutto e non mancano risvolti sexy … ma non c’è da meravigliarsi visto che il regista Jack Hill (solo 17 film) era specializzato in B-movie, horror e exploitation. Si tratta di una pura curiosità, più commedia che horror, senz’altro molto originale.

El camino de la vida (Alfonso Corona Blake, Mex, 1956)

Per un certo verso ha dei punti in comune con Down By Law, infatti i protagonisti sono tre ragazzini che, pur non essendo delinquenti abituali, finiscono in riformatorio per disperazione e per reagire al bullismo. Tre storie diverse che avranno un lieto fine grazie ad uno psicologo volontario. Non è male ma è senz’altro troppo buonista, tanto che una certa parte di critica lo volle vedere come risposta a Los olvidados (1950, Luis Buñuel) nel quale i giovani erano certamente più “cattivi” e violenti. Gli apprezzamenti ricevuti gli sono quindi stati attribuiti per lo più per il messaggio positivo, per affermare che i riformatori possono effettivamente riportare sulla retta via ragazzini che si sono cacciati nei guai. Evitabile.

venerdì 22 gennaio 2021

Modi di dire tipicamente messicani

Nel precedente post elogiavo il linguaggio delle commedie classiche messicane per essere fonte inesauribile di proverbi, modi di dire, divertenti soprannomi e parole tipiche sconosciute anche alla maggior parte degli spagnoli. Ne propongo alcuni che, anche se si ritrovano in modo più o meno simile in altri idiomi, comprendono dei vocaboli esclusivamente messicani.

Guajolote que se sale del corral, termina en mole (tacchino che esce dal recinto, finisce cotto in mole)

Guajolote = tacchino, in spagnolo è pavo, e i mole sono vari tipi di salse dense (mole poblano, verde, negro, amarillo, …) che usano come base anche una ventina di ingredienti macinati insieme, fra i quali vari tipi di peperoncini, cacao, cannella, mais; si usa lo stesso nome sia per il crudo (consistenza di farina o pasta) e i piatti cucinati, di solito di carne.


Due modi di dire riferiti all’esagerazione

Echarle mucha crema a sus tacos (mettere molta crema sui propri tacos = esagerare nelle lodi)

Assumendo che tutti conoscano i tacos, sappiate che vengono serviti con crema (panna, tendente all’acido, niente di dolce …)

Contigo la milpa es rancho y el atole champurrado (Per te l’orto è un rancho e atole è champurrado)

Detto breve, ma con ben 3 vocaboli da chiarire: atole bevanda tipica servita calda, a base di farina di maiz nixtamal, immancabile e in qualunque fiesta e nei mercati, servita dalla olla (tipici reciienti di terracotta). Il champurrado è la sua versione ricca, con cacao. Milpa = piccolo campo coltivato, di solito a mais.

Un paio relativi agli onnipresenti fagioli, che quasi esclusivamente in Messico e America centrale si chiamano frijoles ... in Spagna sono per lo più judías o alubias.

Ves que el niño es pedorro y le das frijoles (vedi che il bambino è scorreggione e gli dai fagioli = come peggiorare la situazione)

Buscarse los frijoles (guadagnarsi da vivere)

Praticamente identico al nostro abbuscarse ‘o ppane (o ‘a pagnotta), essendo i fagioli alimenti di base nella dieta messicana.

Una coppia per il pinole, molto simile al gofio canario, è farina di mais tostato arricchito con zucchero di canna e spezie. 

El que tiene más saliva, traga más pinole (chi tiene più saliva, ingoia più pinole)

Essendo macinato finemente, per mandarlo giù si necessita di molta saliva. Si usa per indicare chi sa proporsi, per effettiva esperienza o per tante parole. 

No se puede chiflar y comer pinole al mismo tiempo (non si può fischiare e mangiar pinole allo stesso tempo)

Conoscendone la consistenza, è chiaro che fischiando se ne sputerebbe gran parte.

A acocote nuevo, tlachiquero viejo (letteralmente intraducibile, ma il senso è: per l’attrezzo nuovo, artigiano esperto)

Simile ai recipienti fatti di vegetali secchi, l’acocote è una lunga zucca bucata alle estremità e viene utilizzata per succhiare dal centro dei maguey (agave) il tlachique (o aguamiel), liquido più dolce dello zucchero, contenente oltre 50% di fruttosio utilizzato in pasticceria, cocktail e, soprattutto, per produrre il pulque, bevanda alcolica simile a mezcal e tequila ma di qualità inferiore.

Para todo mal, mezcal; para todo bien, también (se va tutto male, mezcal; se va tutto bene, anche)

Restando in tema di bevande alcoliche derivate dalle agavi. 

Anche il seguente, come la maggior parte dei proverbi e modi dire, è assolutamente azzeccato e veritiero; non per niente si dice "proverbi, saggezza dei popoli".

Al nopal sólo se le arriman cuando tiene tunas (si avvicinano al fico d’india solo quando ha frutti, quindi per puro interesse)

Nopal ha origine preispanica, in spagnolo è higuera (de la Indiachumberatunas sono i suoi frutti, niente a che vedere con i pesci. 

domenica 17 gennaio 2021

micro-recensioni 11-20: full immersion nel cinema popolare messicano (1948-1956)

Fino agli anni ’60 la cinematografia messicana fu molto prolifica e, oltre ai film di grande qualità che giustificarono la definizione Epoca de Oro del Cine Mexicano (con i vari Buñuel, Indio Fernández, Bustillo Oro, …), furono prodotti una marea di pellicole più che decenti che contavano non solo su buoni registi, ma anche su una marea di buoni attori e caratteristi. Anche i più noti cineasti hanno nel loro curriculum varie commedie, musical e melodrammi, assolutamente sconosciuti all’estero ma molto apprezzati in patria.

Fra i 10 che ho recuperato 4 commedie quasi musicali che vedono protagonista un cantante/attore di grido, fra i più amati dal grande pubblico: due per Pedro Infante e due per Jorge Negrete. Si deve inoltre sottolineare che anche nei film non del genere cabaretera raramente manca un numero musicale in un cabaret o almeno una cantina (in questo caso con musica ranchera e non caraibica). Si trovano spesso occasioni (feste popolari, processioni, matrimoni, …) per inserire anche gruppi mariachi e/o serenate al chiar di luna … la musica popolare e tradizionale è un must nei film messicani. A tal proposito è giusto menzionare il più famoso e prolifico (e longevo, morto a 100 anni) autore di circa 500 colonne sonore e commenti musicali in una cinquantina di anni: Manuel Esperón.

 

Nei film non prettamente musicali i giovani cambiavano rapidamente, ma c’era un gruppo di attori affermati che, con la loro sola presenza, garantivano la qualità del prodotto. Parlo dei fratelli Soler (Fernando, Julián e Andrés, anche registi, e Domingo solo attore ma con 152 film all’attivo), dei due comici per antonomasia Cantinflas e Tin Tan, e della star indiscussa delle signore di una certa età: l’inimitabile Sara García (157 film).

Molti di questi film leggeri erano adattamenti di commedie di successo e le situazioni, per quanto un po’ ripetitive, riuscivano ad avere sempre qualche intreccio originale. Per esempio, in due di questo gruppo (Tal para cual e El gran mentiroso) il protagonista conduce una doppia vita, con nomi diversi, ma lo sviluppo della trama è sostanzialmente diverso. In un altro paio si vedono cacciatori di doti che solo in extremis (ovviamente) saranno smascherati. Anche figli illegittimi e governanti già balie di fiducia sono personaggi frequenti. In questo nutrito gruppo solo El caso de la mujer asesinada è fuori dal coro essendo un originale mistery che tuttavia, dopo un’ottima prima parte che lascia abbastanza spiazzati, si perde nel finale.

 

I temi sociali e morali più ricorrenti sono quelli della speranza di matrimonio delle ragazze (che spesso vengono illuse, sedotte e abbandonate), i più o meno alcolizzati, il contrasto fra classe sociale ricca (borghesi o arricchiti poco conta) e i poveri e onesti lavoratori, sempre pronti ad aiutare gli altri secondo sane regole morali. Infatti, molti drammi, commedie e dramedy, con il loro più o meno lieto fine trasmettono messaggi positivi, svergognando i cattivi e gli imbroglioni, favorendo gli innamorati, riunendo le famiglie.

Tutto ciò richiamava quindi un gran numero di spettatori, sia nelle città che nella provincia, in quanto la maggior parte del pubblico apparteneva al ceto medio-basso e si rallegrava del fatto che, almeno sullo schermo, loro venissero rappresentati in modo positivo e, talvolta, avessero la meglio sui ricchi e prepotenti.

Dal mio punto di vista di amante della cultura latina ed in particolare quella messicana, questi film hanno l'ulteriore attrattiva di far conoscere una quantità di interessantissimi modi di dire e proverbi che spesso non hanno omologhi italiani, nonché tanti personaggi del popolo, artigiani, professionisti e musica dell'epoca. Non mi dilungo nel citare interpreti e approfondire le trame visto che non esistono versione italiane e sono fruibili solo da chi abbia dimestichezza con il messicano (tanto slang rispetto al castigliano spagnolo) e la sua inconfondibile cadenza.

Ecco i 10 film (media su IMDb 7,3), in ordine cronologico:

Cartas marcadas (René Cardona, Mex, 1948)

Dos pesos dejada (Joaquín Pardavé, Mex, 1949)

La duquesa del tepetate (Juan José Segura, Mex, 1951)

Acà las tortas (Juan Bustillo Oro, Mex, 1951)

Un gallo en corral ajeno (Julián Soler, Mex, 1952)

Rumba caliente (Gilberto Martínez Solares, Mex, 1952)

El gran mentiroso (Fernando Soler, Mex, 1953)

Tal para cual (Rogelio A. González, Mex, 1953)

El caso de la mujer asesinada (Tito Davison, Mex, 1955)

El inocente (Rogelio A. González, Mex, 1956)

domenica 10 gennaio 2021

micro-recensioni 6-10: 2 noir e 3 western … atipici (con trailer)

Proseguendo nella mia continua ricerca di buoni titoli fra cult semisconosciuti, trascurati dai più e segnalati come sottovalutati da aficionados e cinefili, sono giunto a un paio di western a dir poco atipici, in particolare quello Jim Jarmusch che rientra nella nel sottogenere degli acid western. Di questo ulteriore gruppo, spesso combinato con quelli revisionisti, non avevo mai letto alcunché ma ho scoperto che vi rientrano film, come El topo (1970, Alejandro Jodorowsky) e The Shooting (1969) e Ride in the Whirlwind (1968) entrambi diretti da Monte Hellman nel 1966 e con un giovane Jack Nicholson, tutti a me noti e visti più di una volta. Antesignano del genere viene considerato l’ottimo The Ox-Bow Incident (1942, Wellman, aka Alba fatale, con Henry Fonda). All'altro invece ci sono arrivato seguendo la filmografia dell’ungherese André De Toth, uno dei tanti valenti cineasti mitteleuropei emigrati negli Stati Uniti. I suoi maggiori successi sono noir e western, ma forse quello più conosciuto è un horror, House of Wax (1955, con Vincent Price), storico per essere il primo film in 3D con suono stereofonico.

 

Dead Man (Jim Jarmusch, USA, 1995)

Una vera sorpresa, relativamente moderno ma mai sentito nominare … grande flop al botteghino (9 milioni di budget, circa 1 di incassi). Eppure contava su Johnny Depp come protagonista e un cameo del quasi 80enne Robert Mitchum, diretto dallo stimato Jim Jarmusch, con un più che avvincente commento musicale originale di Neil Young. Anche la fotografia in bianco e nero è ottima ma, ovviamente, se ne accorsero solo quelli che guardarono il film; candidato alla Palma d’Oro a Cannes e 6° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Cos’è quindi che andò storto? Probabilmente, oltre a un cattivo lancio e scadente distribuzione, influirono i singolarissimi personaggi e la trama quasi surreale, che include molto humor negro e anche macabro, tante dotte citazioni (tipiche di Jarmusch, ma non per tutti), lo stravolgimento dei canoni dei western, sia classici, che spaghetti che revisionisti, allucinazioni, travestitismo, cannibalismo e cultura dei nativi. Personalmente non apprezzo Depp e anche in questo caso sembra assolutamente fuori contesto, ma potrei anche pensare che fu scelto apposta per apparire un ingenuo spaesato cittadino (almeno nella prima parte) al contrario di tanti altri volti dalle forti connotazioni, certamente poco rassicuranti.

Per fornire una vaga idea del film, ecco il trailer originale. Senz’altro lo consiglio a chiunque abbia mente aperta e sia interessato a guardare buoni film anche se fuori dei canoni.

Day of the Outlaw (André De Toth, USA, 1954)

Senza dubbio il migliore dei 3 film di De Toth inseriti in questo gruppo; guardandolo non si può fare a meno di pensare a The revenant (2015, Iñárritu) e a The Hateful Eight (2015, Tarantino) per avere gli esterni girati in lande inospitali e pesantemente innevate. A questa particolarità si aggiunge l’atipica trama pur avendo personaggi più o meno canonici. In un piccolo agglomerato di case in mezzo alla valle innevata è in corso una violenta diatriba fra due allevatori (divisi anche dall’amore per la stessa donna) che monta rapidamente verso uno scontro a fuoco quando arriva un gruppo di banditi in fuga (con bottino, dopo aver assalto una banca) e si impadroniscono del villaggio. Si passa così da una questione personale fra due uomini (facilmente risolvibile) al confronto fra una mezza dozzina di banditi armati a stento tenuti a freno dal loro capo (un ottimo Burl Ives) e una ventina di abitanti (che sono stati disarmati) compresi donne e bambini. 

Anche di questo film propongo il trailer che mi sembra abbastanza significativo.

  

Ramrod (André De Toth, USA, 1947)

Altro western del regista ungherese e anche questo si distingue dai canoni classici per avere per protagonista una donna (un’inadatta Veronica Lake) che in modo a volte ingenuo e a volte subdolo riesce a mettere gli uni contro glia altri, opponendosi anche al suo ricco padre e ottenendo quello che vuole … ma forse non tutto. Per il resto è una tipica guerra fra allevatori senza esclusione di colpi, con un bando che vorrebbe agire secondo legge e l’altro che non esita a far fuori personaggi scomodi. Buon western non banale, senz’altro sopra la sufficienza.

Crime Wave (André De Toth, USA, 1953)

Uno dei tanti noir diretti da De Toth, e anche questo film non è semplice variante di altri già visti. Un ex galeotto redento viene raggiunto da un suo vecchio compagno di cella ferito nel corso di una rapina e da quel momento in poi si susseguiranno una serie di eventi che lo implicheranno sempre di più. Interessanti personaggi, ben interpretati e ben diretti. Per appassionati dei noir degli anni ’50, vanta un buon 7,4 su IMDb e 67% su RT.

Railroaded (Anthony Mann, USA, 1947)

Certamente Anthony Mann ha diretto film migliori e non è questo quello per il quale sarà ricordato. Lavoro onesto, ma con sceneggiatura abbastanza banale e anche le interpretazioni non sono di quelle memorabili. Guardabile.

mercoledì 6 gennaio 2021

micro-recensioni 1-5/2021: per iniziare bene l’anno …

… sono andato sul sicuro (con qualche ma ...), con 4 quotatissimi prodotti hollywoodiani distribuiti nell’arco di parecchi decenni e un tedesco di rating appena inferiore (IMDb 7,5 e RT 94%), secondo me attribuibile esclusivamente alla particolarità del soggetto: Nosferatu. Dopo aver guardato film tanto acclamati, è mia abitudine andare a leggere vari commenti, fra i migliori e i peggiori (che tutti hanno), tralasciando quelli nel mezzo, immaginando un confronto virtuale. Pur riconoscendo che la loro qualità sia di alto livello, non sono tanto d’accordo in merito alle posizioni relative nei vari rating, a cominciare dal film di Herzog, che comunque è un caso a sé.

Nosferatu: Phantom der Nacht (Werner Herzog, Ger, 1979)

Fra le principali critiche mosse a questo remake (molto fedele) del Nosferatu originale di F.W. Murnau (1922) ci sono quelle dei pochi movimenti di macchina e della scarsa originalità, quando questi sono invece proprio fra i suoi meriti. Si tratta di un omaggio a quel tipo di cinema, lavorando però con mezzi moderni e una delle sue eccellenze è quella di girare a colori ma spesso con varietà di tonalità di colori dello stesso gruppo, quasi come se fosse un bianco e nero virato. Anche la scelta del suo amico/nemico Klaus Kinski quale protagonista si rivela perfetta e l’attore interpreta il ruolo a meraviglia. Per apprezzare appieno questo film, penso sia indispensabile aver visto l’altro e si comprenderà che non fu prodotto per fargli concorrenza o stravolgere la storia, casomai inserendo effetti speciali certamente già possibili 40 anni fa ma neanche immaginabili un secolo fa. Herzog ancora una volta dimostra di trovarsi a suo agio proponendo personaggi solitari e assolutamente al di fuori della norma, che mirano a imprese straordinarie se non impossibili, contro ogni logica e contro tutti. Location, luci, arredamenti e costumi fanno il resto, vero cinema della miglior tradizione europea opposto alle americanate, per quanto possano essere ben realizzate.

 

There Will Be Blood (Paul Thomas Anderson, USA, 2007)

(IMDb 8,2 e RT 91%, 2 Oscar e 6 Nomination, 144°)

Questa parabola di un petroliere (titolo italiano) che si sviluppa nell’arco di vari decenni, i primi del secolo scorso, è basata su un romanzo di Upton Sinclair, splendidamente adattata da Paul Thomas Anderson. Al di là della bravura dimostrata dal solito Daniel Day-Lewis (al suo secondo Oscar) nei panni del protagonista, il regista-sceneggiatore riesce a dipingere alla perfezione l’ambiente, soci e antagonisti in particolare il suo persecutore interpretato alla perfezione da Paul Dano, attore per il quale non stravedo, ma perfetto per questo ruolo di viscido e infido, mascherato da buono e compassionevole. L’altro Oscar andò a Robert Elswit per la fotografia (assolutamente meritato, specialmente per le scene con poca luce) e, per la cronaca, in tre delle 6 candidature andarono (miglior film, regia e sceneggiatura) Anderson fu superato dai fratelli Coen per No Country for Old MenChiaramente imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

Chinatown (Roman Polanski, USA, 1974)

(IMDb 8,1 e RT 100%, 1 Oscar e 10 Nomination, 154°)

Ho sempre sostenuto che Polanski è un ottimo regista, capace di districarsi a meraviglia in ogni genere, con pochi attori o con set affollati, in ogni ambiente e in ogni epoca, e questo ne è un ennesimo esempio. Chinatown è un film ben bilanciato (fatto dimostrato dalle 11 candidature Oscar e non importa averne ottenuto Oscar) vantando un ottimo cast, nel quale non sfigura certo John Huston, anche se i più lo conoscono e lo ricorderanno come regista. La sceneggiatura è scorrevole ma piena di twist e sorprese (non sempre prevedibili), il cast è di ottimo livello e fotografia, scenografie e costumi accattivanti. Visto che li ho inseriti nello stesso gruppo, è impossibile non fare un riferimento (non un paragone …) a L.A. Confidential, anch’esso ambientato a Los Angeles anche se a qualche decennio di distanza. Questo ha storia e protagonisti più plausibili mentre l’altro, per quanto possa essere ben girato e interpretato, appare molto più campato in aria, troppi personaggi fuori di testa, violenza gratuita ed eccessiva, sparatoria interminabile (con il 90% di colpi a vuoto, pur essendo opera di professionisti), corruzione alle stelle … una vera americanata, anche se di ottimo livello.Anche questo imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

  

Anatomy of a Murder (Otto Preminger, USA, 1959)

(IMDb 8,0 e RT 100%, 7 Nomination)

Classico court room movie, ma con una buona vena ironica e con un crimine poco chiaro. Un avvocato quasi ritiratosi dall’attività (James Stewart), accetta di difendere un militare (Ben Gazzara) che avrebbe ucciso il presunto violentatore della sua provocante moglie (Lee Remick). Dovrete guardare il film fino alla fine per sapere, forse, come son andate verament le cose. Vari sono i personaggi quasi da commedia; oltre all’avvocato difensore, ci sono i suoi due assistenti e il giudice (nuovo per quel tribunale), mentre le parti più serie e drammatiche sono riservate al presunto colpevole e all’avvocato inviato a supporto del D.A. (George C. Scott), arrogante e minaccioso, ma spesso messo alla berlina dall’umile avvocato di provincia. Per oltre 2 ore Otto Preminger tiene alta l’attenzione degli spettatori fra le indagini dell’avvocato in ambiente ostile, le civetterie della donna e i battibecchi in tribunale. Ottimo film di genere che, per definizione, prevede poca azione. Consigliato a quelli ai quali piacciono argute discussioni, dialoghi, stilettate e arguzie verbali, condite con una certa suspense.

L.A. Confidential (Curtis Hanson, USA, 1997)

(IMDb 8,2 e RT 99%, 2 Oscar e 7 Nomination, 124°)

Come molti avranno già intuito, a prescindere dai giudizi di tanti altri, questo film che già mi lasciò qualche perplessità anni fa, continua a non convincermi. Lo trovo esagerato, con personaggi molto sopra le righe e di caratteri completamente opposti, che convivono nello stesso distretto di polizia, nel quale il senso della legge è quasi del tutto assente. Pestaggi selvaggi, si alternano a incontri con la femme fatale di turno (Kim Basinger), gli intrecci fra politica, soldi, potere e polizia sono troppo spinti ed i comportamenti dei singoli sembra poco plausibile. I tre poliziotti sono ben interpretati da Kevin Spacey, Russel Crowe e Guy Pearce, anche James Cromwell fa la sua brava figura, mentre assolutamente ridicolo appare Danny DeVito; secondo me, la cosa peggiore è la sceneggiatura e a ciò si aggiunge la regia di Curtis Hanson (solo 14 film in 40 anni, chissà come mai) che lascia abbastanza a desiderare.

 

#cinema #cinegiovis

giovedì 31 dicembre 2020

micro-recensioni 441-444: quest’anno sono stati 444

Avrei avuto il tempo di guardarne anche un altro, ma mi piaceva il numero 444!

Ho concluso con un gruppo (ridotto) abbastanza anomalo, con un giapponese muto d’avant-garde, pietra miliare della cinematografia del sol levante, e tre russi degli anni ’70, un dramma (altra versione di Delitto e castigo, visto pochi giorni fa) e due commedie che all’epoca ebbero il loro bravo successo. Ho anche pensato a come cominciare bene il 2021, con un gran bel film guardato per l’ultima volta oltre 8 anni fa: There Will Be Blood (2007, aka Il petroliere).

 

A Page of Madness (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1926)

Lavoro dato per perduto per quasi mezzo secolo e poi ritrovato dallo stesso regista, ma solo in parte. Ciò che è possibile guardare adesso rappresenta solo i due terzi dell’intero film. Per questo motivo si consiglia a chi lo volesse guardare (e capire qualcosa) di leggere la trama prima di cimentarsi nell’impresa, anche perché non esistono cartelli originali e non ne sono stati aggiunti. All’epoca in Giappone non si usavano, ma di norma c’era un “narratore” in sala che li sostituiva.

Il film è ricordato soprattutto per essere fra l’espressionismo, l’impressionismo e il surrealismo, specialmente nella prima parte, ma non se ne può giudicare la struttura nel complesso poiché non si è certi di quali parti manchino. Ci sono effetti speciali, tantissime doppie esposizioni, movimenti di macchina (non comunissimi all’epoca) e montaggio a tratti velocissimo con riprese di pochissimi secondi. A ciò si aggiunga che si svolge in un asilo per malati di mente e quindi vengono mostrarti sogni, fantasie e allucinazioni. Per soli cinefili incalliti …

Crime and Punishment (Lev Kulidzhanov, URSS, 1970)

La mia 435^ visione (pochi giorni fa) era stata l’adattamento realizzato da Josef von Sternberg (1935, protagonista Peter Lorre, di soli 85’) che avevo apprezzato ma, pur non avendo mai letto il romanzo, mi sembrava che la storia fosse stata troppo ridotta. Questa versione russa di 3h40’, è chiaramente più completa ma forse riduce troppo i rapporti fra il commissario e il protagonista, che invece era la parte più interessante e avvincente del film americano. Qui prendono invece molto spazio i vari pretendenti della sorella del protagonista distraendo lo spettatore dal tema principale, quello chiaramente esposto nel titolo. Nel complesso ho preferito il primo, più compatto e focalizzato sui tormenti di Peter Lorre, anche se l’ambientazione mi ha lasciato perplesso. Al contrario il russo è di gran lunga migliore per le scenografie e costumi, ma non mi hanno convinto le interpretazioni e la lunghezza poteva essere senz’altro ridotta.

 

Gentlemen of Fortune (Aleksandr Seryy, URSS, 1971)

Si basa su un soggetto già utilizzato tante volte (un sosia “per bene” che sostituisce un criminale), ma i caratteri dei suoi due compagni di avventura (che poi diventano 3) sono molto diversi e le trovate sono piuttosto originali. ,Commedia per famiglie, grazie anche alla presenza della star Yevgeny Leonov nei panni del direttore di asilo / malvivente, fu il film sovietico più visto nel 1971, ben 65 milioni di spettatori.

Afonya (Georgiy Daneliya, URSS, 1975)

Meno interessante e più lenta dell’altra commedia di questo gruppo, segue le giornate sconclusionate di un idraulico sfaticato, beone e donnaiolo, che si caccia regolarmente nei guai. Divertenti le scene nelle quali il protagonista viene sottoposto al giudizio della commissione che lo deve giudicare per le sue mancanze. I colleghi di lavoro appaiono apatici e quasi assopiti, eppure sono obbligati a presenziare e decidere se il colpevole di turno è meritevole di un semplice richiamo o di una severa reprimenda! Anche questa fu vista da oltre 60 milioni di spettatori.

 

#cinema #cinegiovis

lunedì 28 dicembre 2020

micro-recensioni 436-440: cinque pezzi rari, ispanofoni e interessanti

A parte il riferimento cinefilo a Five Easy Pieces (aka 5 pezzi facili, 1970, di Bob Rafelson, con Jack Nicholson e Karen Black, 4 Nomination Oscar), film da recuperare per chi non l’avesse visto, si tratta veramente di un gruppo fuori del comune, penso siano pochissimi quelli che ne hanno visto anche solo uno. Ci sono due film argentini, uno molto singolare al limite dello sperimentale (pluripremiato, 4h, con budget di 33.000$) e un adattamento di apprezzato dramma politico teatrale del 1940; gli altri 3 sono spagnoli, con un melodramma musicale prodotto da Buñuel nel 1935 e due documentari, il primo del 1980 ritirato dalla circolazione per (scandalosa) sentenza del Tribunal Supremo e l’altro del 2013 che lo analizza.

Historias extraordinarias (Mariano Llinás, Arg, 2008)

Film sperimentale, praticamente sconosciuto al di fuori dell’Argentina anche se è stato presentato a vari festival, compreso quello di Torino; ma quale distributore si azzarderebbe a proporre un film di 4 ore, privo di alcun nome di richiamo? Prodotto a dir poco fuori di ogni canone, con tre storie veramente parallele (non hanno punti in comune), ognuna con un diverso protagonista senza nome (H, Z e X). Senz’altro singolare, con tanta voce fuori campo che però è sempre connessa con le immagini; si ha l’impressione di ascoltare un audiolibro con immagini. Non so se questa fosse l’intenzione originale del regista (e interprete, Mariano Llinás è X) o è stata una brillante soluzione dopo che una società di produzione per il suo progetto iniziale aveva preventivato “70 attori, 60 location, 10 settimane di riprese e 100 viaggi nella provincia di Buenos Aires”, e sottolineava anche problemi irrisolvibili quali “presenza di leoni, viaggi in Africa, scene belliche, esplosioni, sequenza nautiche, un’inondazione e incendi”! Tutto risolto dal genio del regista-sceneggiatore con cast ridottissimo ed intercambiabile e mediamente soli 4 tecnici. Sono così bastati 33.000$, anche grazie a alcuni alloggi e pasti offerti e a quelli che hanno prestato la loro opera gratuitamente.

Venendo al film, si narrano tre storie, più che straordinarie, misteriose, che si sviluppano on the road (e in parte su un fiume) alla ricerca di qualcosa che i protagonisti non conoscono, ma che non riescono a levarsi di mente.

  

Rocío (Fernando Ruiz Vergara, Spa, 1980)

El caso Rocío (José Luis Tirado, Spa, 2013)

Li tratto insieme essendo in strettissima relazione. Il primo fu un’indagine abbastanza approfondita sul pellegrinaggio e festa del Rocío, che porta alla luce ciò che c’è dietro in termini di potere, denaro e politica, non si tratta solo di religione (forse in concreto il punto di vista meno importante). Attraverso molte brevi interviste ad abitanti, hermanos mayores delle cofradías (priori delle confraternite), antropologi e storici, presenta un quadro non sempre lusinghiero e ciò lo portò in tribunale. Vergara rientrò in Spagna dopo vari anni spesi in Portogallo, lasciando il suo paese franchista per partecipare alla rivoluzione dei garofani (1974) con la quale ebbe inizio il vero dopo-Salazar. All’uscita del documentario, in piena transizione, si formarono subito movimenti di tipo assolutamente opposto che ricalcavano le idee dei vecchi falangisti e repubblicani della guerra civile. In una delle interviste un anziano (testimone oculare) racconta di un massacro a sangue freddo di 100 persone ad Almonte (dove si trova il Santuario de la Virgen del Rocío), facendo nome e cognome del mandante. Pur essendo quest’ultimo già deceduto all’epoca del documentario, i discendenti chiamarono a giudizio regista, sceneggiatrice e chi aveva denunciato il fatto. La questione si risolse con il verdetto del Tribunal Supremo che intimò di tagliare le scene incriminate, ma il regista rifiutò e la pellicola fu proibita in Spagna. Sconsolato, il regista onubense (nativo di Huelva, capoluogo della provincia, a pochi km da Almonte) tornò in Portogallo, dove morì nel 2011, e non produsse più alcun documentario.

Il successivo El caso Rocío spiega, e in alcuni casi critica, le vicissitudini del documentario prodotto 33 anni prima, riproponendo alcune immagini dello stesso commentate da antropologi, cineasti (molti suoi amici portoghesi che avevano collaborato alle riprese e poi al montaggio, l’avvocato che lo difese in giudizio e la sceneggiatrice, ma ci sono anche spezzoni di un’intervista allo stesso Vergara realizzata qualche anno prima. Si assiste a scene incredibili di uomini in trance di fanatismo religioso che si accalcano e lottano per essere fra i primi portatori della statua della Virgen; impressionano anche le immagini di bambini terrorizzati e singhiozzanti, alcuni dei quali ancora lattanti, passati di mano in mano sulle teste della calca per farli giungere a toccare la statua. Nella festa laica si superano tabù come quello dell'abbigliamento delle donne che vestono in modo più provocante (quasi scandalizzando la troupe portoghese) e del coinvolgimento degli omosessuali ai quali è consentito partecipare alle danze. Tuttavia, centinaia di migliaia di persone si uniscono alla festa (complessivamente circa un milione) solo per la parte più folklorica, attratti dai canti e balli tradizionali, con i partecipanti (specialmente le donne) nei classici sgargianti vestiti andalusi, e dalle sfilate di cavalli bardati e carri addobbati. Tutto ciò dura una settimana mentre solo poche ore sono dedicate alla parte religiosa, anche se dalle connotazioni piuttosto pagane.  

Se il primo si può anche guardare da solo, per il secondo è quasi indispensabile aver guardato l’originale. I due documentari si trovano su YouTube, quello del 2013 in HD 1080p.

 

Un guapo del 900 (Leopoldo Torre Nilsson, Arg, 1960)

Ci sono arrivato poiché diretto dallo stesso regista di La caìda (1959), inserito nel gruppo precedente. Oltre al 7,1 su IMDb, mi ha intrigato il titolo (in Argentina guapo equivale al nostro guappo, e non bello come in spagnolo) e anche un lungo articolo che descrive nei dettagli la situazione politica a Buenos Aires nel 1940, quando ci fu la prima dell’omonimo lavoro teatrale. Si mette in risalto la commistione fra politica e malavita. Anche all’epoca i politici di turno non solo tolleravano questo tipo di tirapiedi ma li usavano pure a scopo intimidatorio e talvolta venivano da questi visti come oggetto di devozione. Nel film il protagonista agisce spontaneamente per lavare l’onore del “padrone” e anche quando è arrestato tace per non comprometterlo. Da un lato e dall’altro si va avanti per questioni di onore, effettive e sentite o solo di facciata. Interessante soggetto, ben sviluppato.

La hija de Juan Simon (José Luis Sáenz de Heredia, Spa, 1935)

Uno dei film attribuibili a Buñuel, ma nei quali lui appare solo come produttore per la Filmofono della quale era comproprietario. Il protagonista è il cantante Angelillo che poi sarà anche la star nel successivo ¡Centinela, alerta! (1937) con Buñuel notoriamente riconosciuto come co-regista, mentre Sáenz de Heredia (regista di questo film) compare come attore. Praticamente un gruppo che sfornò film commerciali (spesso musicali) fino agli anni della Guerra Civile. Quanto detto giustifica l’andamento rapido del melodramma che copre almeno un lustro e include varie performance di Angelillo, oltre a uno sfrenato flamenco di Carmen Amaya, la più famosa bailaora de flamenco di tutti i tempi. In effetti compare solo in quella scena (svolta fondamentale nella trama), e quindi il suo nome in bella evidenza sulle locandine fu inserito solo quale specchietto per allodole. Questa fu la sua prima apparizione sul grande schermo e voglio aggiungere questo clip tratto dall’ultimo film nel quale apparve (Los Tarantos, 1963, Nomination Oscar), morì pochi mesi più tardi; osservate cosa riusciva ancora a fare a 50 anni, l’impressionante velocità di braccia, gambe e piedi furono sempre sua caratteristica. Si esibì a Parigi, Londra e New York e perfino alla Casa Bianca.