venerdì 12 ottobre 2018

Salvador Dalì nel Museo Reina Sofia di Madrid

Avendo già parlato sommariamente del Prado, eccomi al (Museo Nacional Centro de Arte) Reina Sofia di Madrid nel quale la star, per i miei gusti, è fuor di dubbio Salvador Dalì (1904-1989). Artista prolifico ed eclettico, personaggio emblematico del surrealismo, è stato non solo pittore, ma anche scenografo, bozzettista, scultore (autore di pregevoli fusioni in bronzo), fotografo e sceneggiatore (coautore dei famosissimi primi due film di Luis Buñuel: Un chien andalou e L’age d’or). Credo di non aver visto ancora un suo dipinto, scultura, disegno, fusione che non mi abbia conquistato, indipendentemente dal pensare di aver compresa o meno l'opera, anzi, meno la capisco e più mi affascina.
Le immagini che propongo in questo blog sono automaticamente ridotte, quindi, se volete apprezzare al meglio questi dipinti (tutti esposti al Reina Sofia), dovrete cliccare sul titolo per ottenerle in alta definizione.

Visage du Grand Masturbateur (Face of the Great Masturbator)  1929 
Un ottimo esempio di ciò e questo Il grande masturbatore, dipinto che suggerisco di osservare con attenzione in ogni sua parte.
Il non esperto ma attento e curioso osservatore (come lo sono io) si potrà chiedere com'è effettivamente composto il volto, qual è il significato della cavalletta e delle formiche, della testa di cane (?) che spunta quasi sotto l'ascella della donna (?) con un fiore (?)  sotto al  collo, delle varie conchiglie una delle quali è parte integrante di una colonna di pietre in bilico, dei due che si abbracciano ma chi è di spalle sembra di roccia, e dell'altra figura che si allontana?
Effettuando una ricerca si troveranno certo molte risposte e interpretazioni spesso contrastanti ... forse, dico forse, una di queste rispecchia le vere intenzioni dell'artista, ma potrebbero anche essere tutte fantasie di critici.
Sono oltre 100 le opere di Dalì esposte al Reina Sofia, di generi molto diversi e di epoche che vanno dagli anni '20 come il ritratto fatto all'amico Luis Buñuel  (1924, sotto a sx) agli '80. 
   
 a destra: Los esfuerzos estériles (Sterile Efforts) 1927-28 
    
La mémoire de la femme-enfant (The Memory of the Woman-Child) 1929, a sx
L'homme invisible (The Invisible Man) 1929, a dx
   
The Enigma of Hitler (1939, a sx) e Cama y dos mesitas de noche atacando violentamente a un violonchelo (Bed and Two Bedside Tables Violently Attacking a Violoncello) 1983, a dx

Nella maggior parte dei suoi lavori, quando penso di essere riuscito a rendermi conto del tutto, scopro sempre altri particolari minimi eppure senz’altro significativi (è impensabile che le abbia inserite per caso), figure orientate diversamente dalle altre e quindi non immediatamente leggibili, disegni dentro altri disegni come scatole cinesi.

Le foto scaricate dal sito ufficiale del museo, nel quale potrete trovare l’intera collezione permanente.

giovedì 11 ottobre 2018

Al Prado di Madrid, come in tanti altri musei, è inutile scattare foto

Come mio solito, nel corso dei miei viaggi, oltre a girovagare (talvolta senza una meta precisa) ed ad andare al cinema, visito musei di ogni tipo, in particolare quelli d'arte, storia naturale, antropologia, archeologia, tecnologia e quelli di nicchia se il tema è di mio interesse. 

Per fortuna di tutti gli amanti dell’arte (anche se sembra che molti non se ne rendano conto) la maggior parte dei migliori musei mettono a disposizione degli utenti perfette foto a buona/alta definizione di quasi tutte le collezioni. L’idea è quella di far visitare tali musei in modo virtuale stando comodamente a casa, di poter notare dettagli che perfino dal vivo non si riescono ad apprezzare, limitare il numero di “fotografi d’arte dilettanti” che si piazzano davanti al dipinto con smartphone e macchine fotografiche, indipendentemente dal fatto se sia ufficialmente consentito o meno.
Ieri è stato il turno del ben noto Prado di Madrid dove ho potuto ammirare ulteriori opere di pittori che apprezzo in modo particolare, come Hieronymus Bosch (1453-1516, in Spagna noto col nome El Bosco), Pieter Bruegel il Vecchio, El Greco, insieme con altri dipinti che hanno attirato la mia attenzione.
Ho potuto così apprezzare El jardin de las delicias (foto di apertura), uno dei dipinti più noti di Bosch, ma c'erano anche il Carro di fieno, uno dei vari Tentazioni di Sant'Antonio, il tavolino dei Peccati capitali (foto a sinistra).
Di El Greco (1541-1614), si trovano molte opere fra le sue migliori o più note. Piaccia o non piaccia, il suo stile si distingue nettamente da quello dei suoi contemporanei per i colori vivi e contrastanti (gialli, verdi, arancio, blu, rossi) e i volti affilati delle persone come si può vedere nei seguenti dipinti: Adoracion pastores e Trinidad.
     
Fra i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio si fa notare il Trionfo della morte.

Al Prado mi sono anche imbattuto in dipinti singolari, di autori a me assolutamente  sconosciuti. Fra essi hanno attirato la mia attenzione il molto insolito Las ciencias y las artes, dipinto nel quale Adriaen van Stalbent mette a confronto chi verso la fine del XVI secolo si dedicava alla distruzione di opere d'arte (iconoclastia della Riforma protestante) e chi alla ricerca scientifica (vedi le due foto di dettaglio più in basso).

   
Sono anche venuto a conoscenza dell'esistenza dello stile ispano-fiammingo, incuriosito da questo originale San Michele arcangelo (Maestro de Zafra, fine XV sec.), rappresentato mentre si appresta ad uccidere il dragone, contornato da un nugolo di altri piccoli e molto fantasiosi draghetti e angeli. Divertente nella sua creatività e semplicità (oserei dire ingenuità), ma niente a che vedere con i maestri fiamminghi.

Ricordo a tutti che a partire da questa pagina del sito ufficiale del Prado, si possono trovare quasi tutte le opere esposte. Sono immediatamente proposti gli artisti più importanti, tutti gli altri si trovano elencati in ordine alfabetico e, cliccando sul loro nome, si accede alla pagina con i link alle foto.
Con questo sistema non solo si potrà esaminare accuratamente ogni singola opera guardandola nella sua interezza e ingrandendone i particolari, ma si potranno anche scaricare gratuitamente i file in alta definizione. 

Tante volte neanche stando davanti ad un dipinto si riescono ad apprezzare i piccoli dettagli che invece si possono scoprire osservandone l'immagine digitale.

domenica 30 settembre 2018

Ingegnoso adattamento di un gioco delle feste di piazza

Da buon cinefilo, ho sempre guardato i film anche per quanto mostravano della vita quotidiana di tempi e luoghi distanti, includendo cibi e loro preparazione, feste, riti, tradizioni e giochi popolari. In particolare questi mi hanno sempre appassionato e attirano la mia attenzione per mantenersi simili nei secoli e a migliaia di chilometri di distanza. Proprio pochi mesi fa scrissi del gioco Cavallo cavallo mantieneme ‘ntuosto, già rappresentato in un dipinto di Bruegel nel lontano 1560 e al quale in Corea sono stati addirittura dedicati monumenti.
Questo post nasce invece dall’essermi imbattuto in una geniale variante di un gioco popolare, per lo più estivo, praticato nelle feste di piazza dalle mie parti: ‘a mazza ‘int ‘o purtuso (lett. la mazza nel buco, italianizzato come "gioco del bugliolo"). 
Nel film Peppermint frappé (Carlos Saura, Spa, 1967) due amici d’infanzia si ritrovano dopo vari decenni e tornano nella residenza estiva di uno dei due, circondata da un ampio parco. Mentre ricordano i tempi andati, viene inquadrata l'insolita struttura della foto in basso, penso misteriosa per chiunque. 

Poche scene più in là l’arcano è svelato quando Pablo (Alfredo Mayo) decide di utilizzare di nuovo il marchingegno per dimostrare la sua bravura, dopodiché toccherà a Julián (José Luis López Vázquez), sempre sotto lo sguardo fra il divertito e l’eccitato di Geraldine ChaplinGuardate il video per capire come funzionava e come va a finire ... nonché le allusioni, esplicite nel nome popolare del gioco.

A maggior chiarimento, riassumo il funzionamento del "diabolico marchingegno": una sedia è fissata su binari che, dal punto di partenza, prevedono una discesa per farle prendere velocità e una breve risalita per frenare dolcemente la "corsa". Al termine c'è una sagoma rigida basculante con un piccolo foro nella parte bassa, nel quale deve essere infilata una qualunque asta, diretta da chi sta sulla sedia. Sulla testa del fantoccio è sistemato contenitore d'acqua che quindi si rovescia sulla testa di chi non centra il bersaglio e invece colpisce la sagoma.
In questo modo non c'è bisogno di essere portati sulle spalle da qualcuno (come nel gioco popolare) e oltretutto si può anche evitare di riempire di acqua il contenitore, eliminando a priori la possibilità di bagnarsi ... ma ovviamente ciò significa barare e per di più si perde il thrill del rischio!
Per saperne di più in merito alla mazza ‘int ‘o purtuso , ecco invece il testo estratto dal mio libro sui giochi di strada proposto in formato pdf.  

lunedì 17 settembre 2018

Peliculas “cabareteras” (o “rumberas”) da non perdere

284 Salón México (Emilio Fernández, Mex, 1949) * con Marga López, Miguel Inclán, Rodolfo Acosta * IMDb  7,6 * sceneggiatura: Emilio Fernández e Mauricio Magdaleno * direttore fotografia: Gabriel Figueroa

285 Víctimas del pecado (Emilio Fernández, Mex, 1950) * con Ninón Sevilla, Tito Junco, Rodolfo Acosta * IMDb  7,7 RT  86% * sceneggiatura: Emilio Fernández e Mauricio Magdaleno * direttore fotografia: Gabriel Figueroa

286 Aventurera (Alberto Gout, Mex, 1950) * con Ninón Sevilla, Tito Junco, Andrea Palma, Miguel Inclán * IMDb  7,6  RT  81% * sceneggiatura: Álvaro Custodio, Alberto Gout e Carlos Sampelayo * fotografia: Alex Phillips
      
Post triplo per trattare, più che dei film in questione, del genere cabaretera e rumbera, che si può considerare un settore specifico del noir. Musica e danza sono sempre state attività molto amate dai messicani ed in particolare negli 30-50 il numero dei locali da ballo era veramente notevole variando dai cabaret e night di lusso con tanto di orchestra in costume e palco con ricche scenografie, alle cantine "equivoche" con pochi musicisti, talvolta una/un cantante e tante taxi girl. In ogni caso in queste sale giravano quindi soldi, spesso tenti e molte volte di provenienza illecita, persone che spendevano i loro pochi soldi per bere e ballare con una ragazza, veri criminali e delinquenti di bassa lega, protettori e chi più ne ha più ne metta. Su queste basi gli sceneggiatori potevano quindi costruire tante trame diverse, raramente ripetitive e l’azione veniva intervallata con vari pezzi musicali, danze spesso caraibiche e, budget permettendo, canzoni interpretate da guest star che quindi interpretavano sé stessi; contano molte apparizioni Pedro Vargas e Agustin Lara (talvolta anche in qualità di attori).
Per dare un’idea del successo e della qualità di questo genere prettamente messicano, si deve ricordare che nella classifica dei migliori film messicani stilata nel 1994 da 25 esperti, Aventurera (una sua famosa scena nella foto a sx) compare al 4° posto, Víctimas del pecado al 20° e Salón México al 28°. Non c’è da meravigliarsi quindi del fatto che anche registi apprezzati come Emilio Fernández si cimentassero in tale settore, avvalendosi oltretutto di buoni attori e ottima fotografia. Nella fattispecie, gli ultimi due sono diretti proprio da Fernández con fotografia di Gabriel Figueroa, il più famoso direttore della fotografia messicano, oltre 200 film diretti dai migliori registi dell’epoca, apprezzato anche a Hollywood, Nomination Oscar per The Night of the Iguana (John Huston,1964).
Questi tre film hanno molti elementi in comune; oltre che per regia e fotografia, anche per quanto riguarda il cast proponendo per due volte la ballerina cubana Ninón Sevilla come protagonista e per due volte (in diverse combinazioni) i violenti e cattivissimi Tito Junco e Rodolfo Acosta, l’ottimo caratterista mestizo Miguel InclánPedro Vargas che in Aventurera canta anche due volte alcune strofe della canzone omonima, mentre in Víctimas del pecado si esibisce con Pecadora, entrambe composte dal mitico Agustin Lara. 
Dei tre Salón México (che si svolge per lo più in locali di basso livello) è il primo ottimo approccio di Fernández con il genere mentre trovo il suo secondo (nel quale un bambino gioca un ruolo fondamentale) un po’ troppo melodrammatico-strappalacrime; al contrario, penso che Aventurera sia effettivamente di livello molto superiore e meriti di essere in cima alla classifica sia per l'ottima sceneggiatura, che per la fotografia di Alex Phillips (canadese trapiantato in Messico, circa 200 film al suo attivo) probabilmente secondo solo al già citato Figueroa, i pezzi musicali, le interpretazioni e per la regia di Alberto Gout.
Come detto, la storia originale di Álvaro Custodio è particolarmente buona (adattata poi da lui stesso insieme con Alberto Gout e Carlos Sampelayo) ed è un capolavoro di intrecci, sorprese, twist, incontri casuali e ritorni, conditi con ricatti, vendette, tratta di ragazze, sparatorie e accoltellamenti, rapine, incarcerazioni, in un vero vortice di avvenimenti che nella seconda parte includono anche molta “vendetta psicologica”.
A dimostrazione di quanto sia apprezzato questo genere (erroneamente e superficialmente giudicato secondario da alcuni) la Cineteca Nacional Mexico tre anni fa gli dedicò un intero corso approfondito (non una semplice retrospettiva, ecco il programmadedicando particolare attenzione proprio ai tre film citati in questo post.
Víctimas del pecado è stato proposto nella rassegna Cinema Ritrovato 2016 (vai al post di Lapo Gresleri), gli altri due sembra non siano mai giunti ufficialmente in Italia.
   
screenshot da  Salón México

   
screenshot da Víctimas del pecado
   
screenshot da Aventurera

sabato 1 settembre 2018

“Mean Streets“, Martin Scorsese e Robert De Niro insieme per la prima volta

Mean Streets segna l’inizio della collaborazione fra questi due mostri sacri della nuova Hollywood che fino ad allora avevano prodotto poco e non sempre di buona qualità. Nello stesso anno De Niro, dopo una decina di B-movies sotto la sufficienza,  si era appena fatto apprezzare nel suo primo film di un certo livello Bang the Drum Slowly (di John Hancock). Scorsese era invece alla sua terza regia dopo Who's That Knocking at My Door (1967, aka I Call First) e Boxcar Bertha (1972), discreto il primo insufficiente il secondo. 
   
Robert De Niro e David Proval *** Harvey Keitel e Richard Romanus
262 “Mean Streets“ (Martin Scorsese, USA, 1973) tit. it. Domenica in chiesa, lunedì all'inferno” * con Robert De Niro, Harvey Keitel, David Proval, Cesare Danova, Richard Romanus, George Memmoli
IMDb  7,4  RT 96% * presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 1974 e riproposto nel 2018

Insieme con Taxi Driver (1976), questo esordio dell’eccezionale duo resta uno dei miei preferiti, pur essendo molto meno conosciuto. Lo trovo molto più originale, autobiografico, spontaneo, con un casting perfetto, così come la scelta delle location. I set quasi non esistono, l’edificio nel quale sono state girate tante scene (per le scale, ingresso, retro, tetto) era quello dove abitava la madre di Scorsese, che oltretutto compare in una scena e parla (sgrida i due che litigano) in italo-siciliano. Quasi tutti i protagonisti parlano con un forte accento, in particolare quando discutono fra di loro, oltre ad utilizzare tanto slang; ci sono anche vari dialoghi in italiano e tante parole dialettali napoletane o siciliane inserite in frasi in inglese. Questo più degli altri è un film da guardare in versione originale, meglio se con l’aiuto dei sottotitoli americani per i tanti termini desueti o propri di quell’ambiente. Facendolo, si noterà anche che la voce che nei primi secondi del film - a schermo ancora nero - declama i pensieri di Harvey Keitel in chiesa non è la sua bensì quella di Martin Scorsese.
   
Harvey Keitel in chiesa ***  Harvey Keitel e Cesare Danova
Una ricca (sia per quantità di pezzi, che qualità ed eterogeneità) colonna sonora accompagna i protagonisti ricreando alla perfezione l’ambiente delle comunità italoamericane, come ben noto composte soprattutto da meridionali, ed in particolare quella di Little Italy in periodi festivi. Infatti gli eventi narrati si svolgono proprio lì nei giorni della festa di San Gennaro e i suonatori della banda sono quelli veri, dai volti ed espressioni incredibili, direi affascinanti. Quindi, a cominciare da uno dei caratteristici e tradizionali canti a figliola (clicca qui per ascoltarlo) che i pellegrini che si recavano al Santuario della Madonna di Montevergine (AV), una delle tante Madonne nere, in Campania soprannominata Mamma Schiavona, intonavano lungo il cammino, si ascoltano tante arie napoletane conosciutissime anche all’estero quali Scapricciatiello, Malafemmena, Maruzzella, Munastero ‘e Santa Chiara. Questo argomento della festa e della religiosità in particolare (che mal si lega allo stile di vita dei protagonisti) è parte essenziale del film e dà un senso al titolo italiano. A questa parte etnica si sommano famosi brani pop di vario genere, fra i quali Be My Baby eseguito dalle Ronettes (l'unica girl band invitata ad esibirsi con i Beatles), Jumpin' Jack Flash dei Rolling Stones, il ritmo latino di Ray Barretto con Ritmo sabroso.
Oltre alle riprese nel corso della festa, soprattutto astanti e banda di ottoni, nel cast compaiono tanti caratteristi, vari dei quali in questo film hanno dato il meglio di sé forse proprio per sentirsi a proprio agio interpretando tipologie personaggi che avevano conosciuto o almeno visto chissà quante volte. Molti erano amici di Scorsese ed erano cresciuti in quell’ambiente o in simili comunità come quelle degli italoamericani di Brooklyn o Queens.
   
Su tutti spicca Richard Romanus (alla guida nella foto a dx) che senz’altro molti conoscono solo per questa sua ottima interpretazione di Michael, il piccolo ras-usuraio che tenta disperatamente di esigere quanto De Niro gli deve in un crescendo di minacce da parte sua, di bugie da parte di Johnny Boy, di rassicurazioni pacificatorie da parte di Charlie (Harvey Keitel). Ma c’è anche Cesare Danova, italiano che dopo una lunga e per niente disprezzabile carriera in gro per il mondo sarà comunque probabilmente ricordato per la sua interpretazione del “padrino” Don Giovanni Cappa (zio di Charlie/Keitel) e, forse, per la sua ultima apparizione in un altro film cult, seppur di tutt’altro genere, nei panni del sindaco corrotto Carmine DePasto in Animal House (John Landis, 1978).
La già radicata passione di Scorsese per il cinema risulta evidente per i tanti poster inquadrati qua e là, le classiche insegne luminose sull’ingresso dei cinema con titoli e interpreti dei film, una serata al cinema a guardare The Searchers (aka “Sentieri selvaggi”, di John Ford, 1956, per caso visto un paio di giorni fa), una scena di The Tomb of Ligeia (1964, di Roger Corman, con Vincent Price) e una di The Big Heat (1953, famoso noir di Fritz Lang) in parte simile al finale del film.
 
Nota personale: sbarcai per la prima volta a New York il 13 settembre 1985, in pieno periodo della festa di San Gennaro (19 settembre) e queste sono due immagini dal film (a colori) e due miei scatti in b/n. Noterete che altarino e luminarie dopo una dozzina di anni erano sono uguali.
   
Tempo fa pubblicai un post in merito alla mia seconda visita a New York, nel corso della quale non mancai di tornare in quei stessi luoghi trovando però ben poche tracce della "vecchia Little Italy" ... anche lì ormai imperversano cinesi e russi.

mercoledì 22 agosto 2018

Modi di gestire aree naturali e "aspiranti esploratori" fuori controllo

Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un articolo di Repubblica dal titolo: Monte Bianco, guide aggredite e risse nei rifugi:il sindaco si ribella ai "bulli d'alta quota" (che vi invito a leggere) e mi accingevo a scrivere qualcosa in merito quando, come tutti sanno, poco dopo è giunta la notizia relativa al flash flood nelle Gole del Raganello che ha causato la morte di almeno 10 escursionisti.
Senza voler fare il professorino accusando quelli che si trovavano nel canyon nel momento dell’onda di piena di essere sprovveduti e considerando che probabilmente ognuno di noi nel corso della vita si è preso qualche rischio di troppo (in auto, in moto, a piedi, in bici, ...) vorrei affrontare l'argomento più generale delle carenze nel modo di gestire aree naturali e Parchi (nazionali, regionali e siti protetti). In particolare adesso che tutti pretendono di fare tutto e andare dovunque senza avere né preparazione fisica e/o tecnica, né attrezzature adeguate ed esperienza del settore quasi nulla, sarebbe necessario fornire  molte più informazioni preventive ed effettuare maggiori controlli con eventuali conseguenti sanzioni.
   
Negli spesso deprecati USA, a prescindere dalle amministrazioni che si sono susseguite, i parchi naturali (dai vastissimi National Parks alle aree naturali urbane) sono ben tenuti e sorvegliati per quanto possibile. Ci sono cartelli informativi, divieti (che per lo più vengono fatti rispettare), servizi ove consentito e molto altro finalizzato alla fruizione dei luoghi in modo civile.
Appresa la notizia del Raganello, un mio conoscente italoamericano (collega orientista ed escursionista) mi ha opportunamente fornito un breve resoconto di come funzionino le cose oltreoceano in situazioni per certi versi simili. 
Proprio poche settimane fa, recatosi nel Zion National Park (Utah) è riuscito ad ottenere un permesso per percorrere The Subway, una gola (quasi un tunnel, da cui il nome - prime due foto) alla quale sono ammessi un numero limitato di escursionisti per giorno e solo dopo essere stati debitamente istruiti e informati. Questo sopra è il permesso individuale, stampato il giorno stesso, nel quale viene riportato il bollettino meteo nell’area della gola e a monte, si certifica che A. Z. è a conoscenza del rischio flash flood (onda di piena improvvisa causata da temporali in loco o a monte), è avvisato della difficoltà del percorso ecc. ecc., per di più gli hanno fatto un breve esamino chiedendogli come si sarebbe comportato nei vari casi di emergenza.
   
Pur non essendo situazioni  identiche, sia le gole del Raganello (foto sopra) che The Subway non offrono facili vie di fuga ed in vari tratti non ce ne sono affatto. Di conseguenza, gli accessi sono potenzialmente facilmente sorvegliabili e fra avvisi opportunamente posizionati e controlli si potrebbero evitare buona parte degli “incidenti” come quello di pochi giorni fa.
Passando ad un tema molto più terra terra e tornando a quanto scritto in apertura, c’è la piaga degli “escursionisti della domenica” (nell’accezione comune, quindi non quelli che semplicemente vanno a camminare "di domenica") che creano ogni tipo di problema non solo agli altri ma anche a loro stessi, poiché:
  • credono di essere i padroni dei sentieri e delle (poche) strutture;
  • lasciano rifiuti e "altro" dovunque (rendendo necessari avvisi come quello in basso);
  • devono essere recuperati per emergenze derivanti dal percorrere sentieri spesso non facili con infradito, tacchi o sandali con suola liscia; 
  • o per salire ad alta quota senza un adeguato abbigliamento;
  • o affrontare lunghi itinerari in giorni di gran caldo senza avere un goccio d’acqua;
  • pensano di poter seguire itinerari non segnalati senza carte e neanche un gps (che comunque da solo non è sufficiente) e quindi si perdono;
  • vanno a farsi selfie nei posti più impensati (e talvolta cadono);
  • lanciano pietre nel "vuoto" senza rendersi conto che a valle ci possano essere persone (escursionisti o meno che siano);
  • procedono su terreni instabili senza curarsi di quanto smuovono o fanno franare con conseguente pericolo per chi li segue
I suddetti figuri sono ovviamente molto più difficilmente controllabili ma in varie occasioni potrebbero essere sanzionabili (quando, per esempio, non rispettano i divieti) e qualche multa salata potrebbe almeno far diminuire le azioni arrischiate e, di conseguenza, il numero di interventi di soccorso. 
Come se non bastasse, molte (pseudo)guide non fanno la loro parte, accettando tutti (i paganti) in qualunque modo siano abbigliati e attrezzati e a prescindere dalle loro evidenti (in)capacità fisiche e calzature più o meno adeguate (elemento fondamentale per l'escursionismo), chiudendo un occhio (o anche tutti e due) fingendo di non vedere comportamenti scorretti o irresponsabili e per di più - fatto ancor più grave - accompagnano personalmente i loro clienti in zone vietate e/o pericolose come avvenuto per molti mesi sul Sentiero degli Dei, interdetto da novembre scorso e riaperto solo una decina di giorni fa.
  
Infine, in quanto a informazioni pratiche fornite ai visitatori per un giusto utilizzo degli spazi naturali, provate a fare un paragone su quanto si trova sul sito ufficiale dello Zion National Park (www.nps.gov/zion/index.htm) e le notizie pubblicate in quello del Parco del Pollino (parcopollino.gov.it/che, probabilmente, sarà costato a noi contribuenti molto di più. 

martedì 7 agosto 2018

Due eccezionali film muti del 1920 "Il Golem" e "Caligari"

Data la loro limitata durata (rispettivamente 51' e 64') ho voluto e potuto concedermi un double bill muto di meno di 2h, con questi due film del 1920 che, oltre ad essere famosi classici dell’espressionismo tedesco, sono anche apprezzatissimi dai veri cinefili.
    
223 “The Cabinet of Dr. Caligari  (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. "Il gabinetto del dottor Caligari“ * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher  *  IMDb  8,1  RT 100% 
224 “Der Golem  (Carl BoesePaul Wegener, Ger, 1920) tit. it. "Il Golem - Come venne al mondo“ * con Paul Wegener, Albert Steinrück, Ernst Deutsch  *  IMDb  7,2  RT 100% 
   
Le trame e gli ambienti sono completamente distinti, così come le epoche e le messe in scena eppure i due film sono accomunati dall’alone di mistero che avvolge i protagonisti e dai fantastici scenari e fondali con prospettive improbabili se non impossibili, caratteristici dell'espressionismo tedesco, che da soli valgono una ennesima visione (per quanto mi riguarda sono ad una mezza dozzina almeno per ciascuno di loro). 
   
Fra le rarissime linee verticali, spiccano in particolare le finestre rigorosamente trapezoidali, i fregi lineari sulle pareti talvolta quasi diritti, in altri casi simili a onde e spirali, i ponti curvi, i tetti e i comignoli pendenti e allungati, le scale fra le quali ne spicca  una a chiocciola, aperta dal lato del punto di ripresa, chiusa dall’altro, con uno stretto passaggio a sezione ovale, che ricorda tanto un padiglione auricolare. (foto sotto)
Singolari transizioni, non proprio dissolvenze, che iniziano o terminano con solo una minima area circolare illuminata nel resto dello schermo nero, non centrata nell'inquadratura, ma centrata su un volto che quindi resta l'unico soggetto visibile per vari secondi o è l’unico sul quale fissare l’attenzione prima che si illumini il resto dello schermo. Questa tecnica crea effetti simili a quelli dello zoom che, seppur brevettato a inizio secolo, sarebbe stato un obbiettivo compatibile con le cineprese solo nei primi anni ’30.
   

Le scenografie sono quasi sempre molto contrastate, utilizzando al meglio il bianco e nero, aggiungendo lunghe e nette ombre proiettate la luci orizzontali o addirittura dal basso, simili a quelle che saranno poi riproposte in tanto film noir, in particolare sulle scale. 
In entrambi i film si possono trovare similitudini (ispirazioni) con i dipinti post-impressionisti/primi espressionisti di artisti del calibro di Vincent Van Ghog (dipinto in basso a sx), Edvard Munch, Chaïm Soutine (dipinto in basso a dx) che, almeno in un periodo della loro carriera artistica, sono stati eccelsi esponenti di tali correnti. Del resto basta osservare il poster originale di Der Golem in apertura di post.
   
La narrazione, come nei migliori silent movies, è rapida ed essenziale, mentre la recitazione è al solito un po’ sopra le righe, accompagnata da un grande agitare di braccia.
Le foto proposte in questo post sono solo una minima parte delle geniali inquadrature realizzate da Robert WieneCarl Boese e Paul Wegener; chiunque abbia un seppur minimo interesse nelle arti figurative (non per forza nel cinema) dovrebbe guardare, e con attenzione, questi film ed altri del medesimo periodo come Nosferatu (F. W. Murnau, 1922)Metropolis, (Fritz Lang, 1927) ecc. e non c’è dubbio che ne rimarrebbe estremamente soddisfatto.
   
Curiosità
  • in Der Golem, c’è un’evidente citazione di Frankenstein con la bambina che offre un frutto (foto sopra a sx) al gigante di argilla, il Golem, figura antropomorfa della mitologia ebraica e del folclore medievale. 
  • Paul Wegener, co-regista del suddetto film, interpreta il Golem
  • passando nel campo dei “goof”, ho notato che la giostra che ruota sullo sfondo nella fiera nella quale il Dr. Caligari esibisce Cesare - il suo “sonnambulo veggente” - la prima volta gira in senso orario e un paio di minuti dopo in senso opposto ... molto strano ...