sabato 18 maggio 2019

39° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (191-195)

Cinquina di gran qualità, almeno sulla carta ... Al recupero di 3 film candidati e/o vincitori di Oscar 2019, ho affiancato 2 pellicole del secolo scorso di indiscusso pregio. Mi è sembrato che la fama di quelli moderni sia dovuta più che altro al gran battage pubblicitario.
   

195  Raging Bull (Martin Scorsese, USA, 1980) tit. it. “Toro scatenato” * con Robert De Niro, Cathy Moriarty, Joe Pesci * IMDb 8,2  RT 95% * 2 Oscar (Robert De Niro protagonista e montaggio) e 6 Nomination (miglior film, regia, Joe Pesci e Cathy Moriarty non protagonisti, fotografia, sonoro), al 128° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Come era bravo il giovane Robert De Niro ... tutte (o quasi) le sue migliori interpretazioni sono concentrate in una decina di anni, da Mean Streets (1973, Scorsese) a Once Upon a Time in America (1984, Leone). Fra i gli altri 9 film interpretati in tale periodo ci sono anche: The Godfather: Part II (1974), Taxi Driver (1976) The Deer Hunter (1978) e questo Raging Bull (1980), ... scusate se è poco.
La scene sul ring (che scandiscono la cronistoria della carriera di La Motta) sono mirabilmente abbreviate all’essenziale, proposte in modo quasi teatrale, ma certamente poco credibili in quanto a realismo. Pur volendo considerare ciò una pecca, questa sarebbe probabilmente l’unica di un film quasi perfetto. Infatti, la splendida fotografia b/n di Michael Chapman, l’accattivante colonna sonora (include anche Scapricciatiello che fu tema dominante in Mean Streets), la scenografia, i costumi e le interpretazioni dei tanti goodfellas italoamericani contribuiscono alla costruzione di un film pregevole sotto ogni punto di vista.
A tratti violento, è comunque tanto coinvolgente che anche i più sensibili lo guarderanno fino alla fine, casomai chiudendo gli occhi in qualche occasione. Chi non lo avesse ancora visto dovrebbe correre ai ripari al più presto.

194  Andrei Rublev (Andrei Tarkovski, URSS, 1966) * con Anatoliy Solonitsyn, Ivan Lapikov, Nikolay Grinko  * IMDb 8,2  RT 95% * Premio FIPRESCI a Cannes, al 210° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Alcuni lo giudicano un “mattone”, ma si sa che quella di Andrei Tarkovski non è una cinematografia tradizionale e/o leggera, in quanto si destreggia fra l’artistico e il poetico, e un film in bianco e nero di quasi 3 ore e mezza è senz’altro troppo per chi non lo comprende. Alcuni momenti salienti della vita del pittore di icone Andrei Rublev (fatti avvenuti fra il 1400 e il 1423) sono narrati in 8 parti ben distinte, comprese fra un prologo e un epilogo; quest’ultimo è l’unica parte a colori e mostra alcune opere dell’artista russo.
Le immagini sono (quasi) tutte spettacolari, sia con che senza movimenti di macchina, la qualità della fotografia è ottima, la sceneggiatura (dello stesso Tarkovski insieme con Konchalovsky) è molto ben congegnata. Solo la parte dei tartari mi è sembrata meno convincente.
Ho guardato la versione integrale (3h05’) messa in circolazione a fine secolo scorso dalla Criterion; negli anni precedenti erano state proposte solo le edizioni ridotte una ventina di minuti, ma una per la televisione russa era stata addirittura condensata in appena 1h41’. Di conseguenza, si vedono anche le famose scene censurate che diedero adito ad infinite polemiche in merito al maltrattamento di animali (quella del cavallo la più disturbante).
Un film comunque da guardare, possibilmente con la giusta preparazione e disposizione di spirito.

      

193  Roma (Alfonso Cuarón, USA, 2018) * con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Diego Cortina Autrey * IMDb 7,8  RT 96% * 3 Oscar (miglior film non in lingua inglese, regia, fotografia) e 7 Nomination (miglior film, Yalitza Aparicio protagonista, Marina de Tavira non protagonista, sceneggiatura, scenografia, sonoro, mixaggio sonoro)
Buon film, ma non è certo il capolavoro che Netflix ha cercato di vendere nel mondo intero come tale, investendo più per la promozione che per la vera e propria produzione. Inquadrato così è stato quindi deludente. Sembra che ormai quasi tutti quelli che si interessano di cinema si siano convinti che gli Oscar (ancor più che negli anni passati, e nonostante i notevoli cambiamenti nelle composizioni delle giurie) siano manipolati da produttori e lobby varie. Quest’anno in particolare, la lista dei candidati comprendeva titoli a dir poco imbarazzanti.
Venendo al film, mi è sembrato caotico, privo di un filo conduttore pur essendo ben lontano da un film corale. Il sonoro e il mixaggio sonoro (candidati Oscar) saranno pur pregevoli tecnicamente, ma all’atto pratico semplicemente rendono l’audio estremamente confuso, con troppi rumori di fondo e spesso con ragazzetti urlanti, non strettamente necessari. In quanto alla fotografia (Oscar), sembra che Cuarón si intestardisca nei controluce. Se ciò funziona mirabilmente nella sequenza finale sulla spiaggia, rasenta il ridicolo in quelle dell’addestramento del reparto speciale in quanto i numerosi campo/controcampo mostrano le lunghe ombre che si alternano davanti e dietro agli spettatori, lasciando questi sempre non illuminati direttamente.
Altre scene poco credibili, mi sono sembrate quelle degli innumerevoli urti dell’auto, degli innumerevoli escrementi canini nel garage, dell’incendio e anche nella scena finale (che vuole apparire come un lungo piano sequenza) avevo notato che onde e luce cambiavano più volte ... e infatti non si tratta di una vera singola ripresa, ma di un abile e complicato montaggio non completamente mascherato dagli sforzi in fase di editing. Il regista/direttore della fotografia gioca con l’acqua e spesso anche con i riflessi ma, nonostante varie scene effettivamente ammirevoli, è evidente che non è Tarkovski.
Il film che Cuarón ha realizzato è dichiaratamente un film di ricordi e ha quindi inserito tante situazioni e personaggi, vari dei quali quasi del tutto scomparsi: l’uomo proiettile, il suonatore di campanaccio che avvisa della raccolta della spazzatura, la banda militare in giro per la città, l’arrotino in bici che si annuncia con il tradizionale flauto di pan, il venditore di castagne, ... el halconazo (aka Matanza del Jueves de Corpus, 10 giugno 1971, quando il regista aveva 10 anni), ma troppo viene lasciato in sospeso. Quanti colgono tutti questi particolari all’infuori dei messicani?  In patria, in linea di massima il film non è stato particolarmente apprezzato, specialmente da chi ha vissuto quell’epoca. La mia amica cinefila, nata e cresciuta nella capitale, già studentessa all’epoca dei fatti, mi aveva scritto abbastanza polemicamente: “Non mi è chiaro in che consista l’eccezionalità del film”. In sostanza sono d’accordo con lei, è un buon film ma assolutamente non eccezionale.

192  BlacKkKlansman (Spike Lee, USA, 2018) * con John David Washington, Adam Driver, Laura Harrier * IMDb 7,5  RT 96% * Oscar per sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, Adam Driver non protagonista, montaggio e commento musicale)
Certamente interessante, relativamente ben realizzato e ben interpretato. Come tutti sanno, si tratta di storia vera seppur al limite dell’incredibile, basata sulle memorie del protagonista, poliziotto afroamericano che, facendosi passare per suprematista bianco (al telefono) riesce a infiltrarsi in una sezione del Ku Klux Klan.

191  The Ballad of Buster Scruggs (Ethan Coen, Joel Coen, USA, 2018) * con Tim Blake Nelson, Willie Watson, Clancy Brown * IMDb 7,3  RT 91% * 3 Nomination Oscar (miglior sceneggiatura, costumi, canzone originale)
Molto deludente ... non so a cosa stessero pensando i fratelli Coen, che in linea di massima apprezzo; sarà una conseguenza della produzione Netflix? Fotografia troppo patinata, personaggi e situazioni al limite del ridicolo, si salvano alcuni buoni spunti di humor nero.  
Il film è diviso in 6 storie completamente indipendenti l’una dall’altra, il solo legame è il periodo e il west; il titolo è quello dell’episodio di apertura ... quasi un semplice sketch.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 15 maggio 2019

Le roi est mort, vive le roi! Rinviata la Vagrant, ecco un paio di MaraTrail

Visto il perdurare delle basse temperature notturne, la VAGRANT di maggio (weekend 18-19) viene definitivamente annullata, speriamo di poterla effettuare a giugno (weekend 15-16). In alternativa, avevo quindi proposto quindi la quasi-MaraTrail Traforo di Agerola - Termini da effettuare sabato 18 maggio, tempo permettendo. Visto il perdurare di freddo e tempo incerto, anche questo programma è stato scartato perché non è piacevole farsi parecchie ore di cammino bagnati (per tutta la prima metà non c'è alcun riparo) e sostanzialmente inutile camminare in una nuvola perdendosi il panorama. 
Non volendo rinunciare ad una lunga camminata ma senza correre il rischio di farsi sorprendere dalla pioggia lungo sentieri senza possibilità di fuga, ho pertanto pianificato la IV MaraTrail di Termini e San Costanzo, 27km ca. mediamente più impegnativi dei 35km della Agerola - Termini, senza tuttavia abbandonare l'idea di quest'ultima che viene rimandata di una settimana.
Quindi, ecco il calendario della grandi Camminate primaverili:
  • sabato 18 maggioIV MaraTrail di Termini e S. Costanzo, 27km ca. 
  • sabato 25 maggio - Traforo di Agerola - Termini, 35km ca. 
  • sabato 15 e domenica 16 giugno - IV Vagrant Trail, 55km ca. 
Questo itinerario, certamente molto aggrovigliato, è stato pianificato in modo da avere sempre la possibilità di raggiungere un riparo in meno di un'ora e di poter cambiare percorso in tante occasioni scegliendo la soluzione più sicura ed opportuna.

IMPORTANTISSIMO - LOGISTICA
  • La conferma dell’effettuazione di questa camminata sarà possibile solo venerdì 17, sulla base di previsioni "probabilmente certe".
  • Gli orari dei passaggi e delle soste indicati a margine della mappa sono puramente indicativi e ricordo a tutti gli interessati che il percorso potrebbe essere cambiato anche in modo drastico a seconda delle condizioni meteo. 
  • Chi si vuole aggregare per strada dovrà comunque chiamarmi (339/6942911) per verificare la posizione del gruppo dei camminanti.
  • Prima della conclusione a Termini abbiamo ipotizzato una cena collettiva presso l’Az. Fossa Papa (su via Campanella, 2,3km prima di Termini, al km 25) a vista di Capri e del tramonto a mare. Questa attività deve essere ovviamente prenotata, chiamando il 338/8819737. Solo un numero molto limitato di camminanti potranno prenotare anche a Termini, prima della partenza. 

lunedì 13 maggio 2019

38° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (186-190)

Cinquina interamente giapponese, composta da un Kurosawa poco conosciuto dei suoi inizi, un chambara di Tanaka e 3 Takeshi Kitano, certamente non fra i suoi migliori. 

   

186  The Quiet Duel  (Akira Kurosawa, Jap, 1949) tit. or. “Shizukanaru kettô”  tit. it. “Il duello silenzioso” * con Toshirô Mifune, Takashi Shimura, Miki Sanjô * IMDb 7,5  RT 72%p
All’inizio della serie di film di livello con i quali Kurosawa si affermò i Giappone prima, e poi nel mondo. Girato subito dopo dell’ottimo L’angelo ubriaco (consigliato, con il quale Toshirô Mifune , al 4° film, divenne famoso al fianco del già noto Takashi Shimura) e appena prima di Cane randagio (altro film pregevole, seppur meno conosciuto); in tutti e 3 i film Mifune e Shimura si alternano nei ruoli di protagonista e coprotagonista. In The Quiet Duel, come in L’angelo ubriaco, Kurosawa tratta di un medico alle prese con gravi problemi inerenti che condizionano (seppur per motivi completamente differenti) la sua vita professione e personale.
Il regista già dimostrava palesemente non solo le sue capacità nel campo della direzione, ma anche in quello della sceneggiatura (è co-sceneggiatore dei tre film succitati).
Kurosawa è senza dubbio uno di quei registi che merita di essere apprezzato dal primo all’ultimo dei suoi 31 lungometraggi (come regista, le sceneggiature sono oltre 70) ma, purtroppo, perfino molti cinefili lo conoscono solo per i suo titoli più noti. A beneficio di eventuali interessati, segnalo che la BFI ha prodotto il cofanetto Early Kurosawa, che comprende 6 dei suoi primi 7 film.

190  The Betrayal (Tokuzo Tanaka, Jap, 1966) tit. or. “Daisatsujin orochi” * con Raizô Ichikawa, Kaoru Yachigusa, Shiho Fujimura * IMDb 7,2 
Classico chambara, diretto da un regista specializzato nel settore, già assistente di Kurosawa in Rashomon e noto per vari film aventi come protagonista il famoso samurai cieco Zatôichi, poi brillantemente trattato anche da Takeshi Kitano nel 2003. Questo buon film funge quindi quasi da trait d’union in questa cinquina tutta giapponese. La trama è molto articolata e per niente banale, il vero lungo incredibile combattimento (uno contro decine di avversari) giunge solo a conclusione della storia e occupa oltre un quarto d’ora del film, di appena 87 minuti.
Convincenti le interpretazioni e anche gli intrecci, validi non solo visti secondo i codici morali di samurai e ronin, ma anche in assoluto.
Ammesso il genere, merita senz’altro una visione.

      

Tre film stesso gruppo meritano un preambolo. Nel complesso è un regista che apprezzo ma si è dimostrato non costante in quanto a qualità dei suoi film. Lo apprezzo anche come attore, con quel suo volto inconfondibile, assolutamente non regolare, con quella sua aria fra l’imperturbabile, l’assente e lo strafottente. I seguenti 3 film non sono certo fra i suoi migliori, pur lasciando trapelare una certa qualità. In molti casi appaiono evidenti le affinità con il suo dichiarato fan Quentin Tarantino, al quale è spesso associato in quanto a violenza più o meno gratuita.

187  Violent Cop (Takeshi Kitano, Jap, 1989) tit. or. “Sono otoko, kyôbô ni tsuki” * con Takeshi Kitano, Maiko Kawakami, Makoto Ashikawa * IMDb 7,2  RT 83%
Esordio alla regia di Takeshi Kitano in un poliziesco nel quale lui stesso interpreta il protagonista, un poliziotto violento (vedi titolo) di scarsa deontologia, quasi un Dirty Harry giapponese (molti sottolineano infatti le analogie con Eastwood). Il film scorre in modo fluido, l’argomento è quello che è, se si sopportano pestaggi, sangue e altre violenze è senza dubbio un buon prodotto.

189  Outrage (Takeshi Kitano, Jap, 2010) tit. or. “Autoreiji” * con Takeshi Kitano, Kippei Shîna, Ryo Kase * IMDb 6,8  RT 79%
Primo elemento della trilogia che continuò con Beyond Outrage (2012) e Outrage Coda (2017). In pratica consta di una lunga sequela di minacce, promesse non mantenute, tradimenti, violenza più o meno gratuita, assassinii con semplici pistolettate, ma anche in tanti altri modi, alcuni “creativi”, altri palesemente annunciati, tutto in ambiente yakuza contemporaneo. Alleanze e ascese al potere si susseguono a tale velocità che è necessaria non poca attenzione per capire chi è affiliato a chi in ogni momento, complice la somiglianza (almeno così appare alla maggior parte dei non giapponesi) dei vari scagnozzi.

188  Kids Return (Takeshi Kitano, Jap, 1996) tit. or. “Kizzu ritân” * con Ken Kaneko, Masanobu Andô, Leo Morimoto * IMDb 7,6  RT 100%
Deludente e, secondo me, molto inferiore alla media degli altri film di Kitano, a dispetto dei buoni rating. Trama e personaggi veramente poco credibili, almeno spero che sia così ...

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 11 maggio 2019

La “bretella FREE” fra Crocella e Capo Muro è verificata e percorribile

Ieri, una decina di Camminanti hanno inaugurato la bretella FREE fra i sentieri CAI 329d (Agerola/MacelloCrocella) e 329a (Capo Muro - Colle Garofalo) che permette di risparmiare ben 800m e 80m di dislivello rispetto al secondo (almeno 15-20’ a seconda del passo).

Questo tratto è sempre stato problematico per il fondo instabile di pomici e per i continui disboscamenti. Già me ne interessai oltre 10 anni fa, effettuai poi vari sopralluoghi nel 2012 per scegliere il miglior passaggio per le MaraTrail ed infine pochi mesi fa chiesi a Matteo (FREE Amalfi) di andare a verificare questa bretella della quale fornii traccia, essendo convinto della sua esistenza (almeno in passato). Matteo ne verificò e ne confermò la percorribilità anche se al momento, e ancora oggi, i tronchi di castagno recentemente tagliati (per produzione pali da pergola) complicano un po’ il passaggio, ma saranno rimossi a breve. Guardando la foto in basso (di Maria Buonocore) vi potrete rendere conto della situazione tronchi (già scortecciati, quindi pronti per essere rimossi) e appare chiaro il minimo dislivello da superare per raggiungere la sella ovest di Crocella (sullo sfondo).


Come detto, ieri sono andato a rendermi personalmente conto della situazione, ho effettuato ulteriori rilievi e posso quindi ufficializzare l’esistenza del breve tratto di circa 300m (quasi assolutamente in piano) che rende estremamente più comodo il passaggio dal crinale dei Monti Lattari a Capo Muro, accesso al versante sud della Penisola, radice del promontorio dei monti Calabrice e Tre Calli
Per chi procede da Crocella verso Capo Muro, l'attacco è evidente, essendo vera e propria continuazione della prima parte rettilinea del sentiero per il Macello, che invece vira nettamente a sinistra. Chi invece viene da Capo Muro, al termine di un tratto in discesa si troverà nell'alveo di un rivolo e vedrà i segni rossi che indicano l'inizio della ripida salita. Per andare verso Crocella dovrà immediatamente salire di pochi metri di quota per andare a trovare la bretella, in questa prima parte poco evidente. Al momento un punto di riferimento può essere un paletto con cartello scolorito, proprio all'inizio della parte piana della bretella. Non imboccare il sentiero più evidente che scende! 
In conclusione, invito tutti gli escursionisti ad andare a percorrere detto tratto e far correre la voce, in modo che il frequente passaggio contribuisca a rendere più evidente il sentiero e a non farlo cadere di nuovo nell'oblio.
Al contempo, spero che anche i responsabili del CAI Stabia ne prendano atto e valutino se sia il caso di rendere ufficiale la bretella FREE visto che unisce due sentieri da loro segnalati e rende un gran servigio a chi voglia passare dal crinale al versante meridionale dei Lattari o viceversa.

NB -  approfitto di questo post per comunicare ufficialmente la cancellazione della VAGRANT del 18-19 maggio p.v. (a causa delle temperature non idonee per pernottare all'addiaccio) e annunciare la possibile effettuazione di una quasi-MaraTrail dal traforo di Agerola a Termini (poco più di 35 km) sabato 18 maggio, se le condizioni meteo lo consentiranno.
Ulteriori notizie a breve.

martedì 7 maggio 2019

37° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (181-185)

Dopo la cinquantina di film visti in neanche 20 giorni alla Cineteca Nacional Mexico e durante i lunghi viaggi, torno a ritmi più normali con 3 muti (due dei quali di Fritz Lang), un lavoro georgiano quasi d’avanguardia e uno stranissimo film di Carlos Saura, che vede come personaggio principale un giovane Luis Buñuel, con i suoi amici dell’epoca Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca.

   

181  Una donna sulla luna (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. it. “Frau im Mond” * con Klaus Pohl, Willy Fritsch, Gustav von Wangenheim * IMDb 7,4  RT 71%
Ottimo film di Lang, a me precedentemente del tutto sconosciuto, ben diverso dai suoi soliti drammi. Si sviluppa brillantemente fra i generi sci-fi, crime, romantico, avventura, drammatico e perfino un po’ di commedia. Trama avvincente, piena di sorprese, narrata con perfetta scelta di tempi e con una grammatica filmica tanto chiara da rendere quasi inutili i cartelli, a prescindere dalle buone prove degli interpreti. Le visioni futuristiche alla Verne risultano particolarmente interessanti così come le soluzioni scenografiche per il viaggio spaziale, con fondali e disegni che riprendono in parte quelli di Méliès.
Buona parte del film tratta degli avvenimenti che precedono la spedizione, che parte in fretta e furia con un equipaggio eterogeneo, assortito all’ultimo istante. Considerato che il titolo anticipa che il viaggio di andata avrà successo, resta il dubbio (fino all’ultimo minuto) in merito a chi tornerà sulla terra .... forse. I singolari personaggi sono tutti ben descritti, così come la rapida sequenza di incidenti concernenti il manoscritto degli studi, progetti e disegni del prof. Manfeldt.
La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Thea von Harbou, moglie di Lang dal 1922, e curata dalla stessa, che fu coautrice di quasi tutti i muti diretti dal consorte e anche del successivo eccezionale M - Il mostro di Düsseldorf (1931), in precedenza era stata anche seceneggiatrice di Phantom (1922, Murnau).
Le 2h40’ passano velocemente e piacevolmente. In rete si trovano versioni di buona qualità 

185  La chute de la maison Usher (Jean Epstein, Fra, 1928) tit. it. “La caduta della casa Usher” * con Jean Debucourt, Marguerite Gance, Charles Lamy* IMDb 7,4  RT 100%
Un classico fra i muti francesi, chiaramente tratto dal famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, con la seconda parte molto “sperimentale”. Non troppo fedele alla storia originale, il regista Jean Epstein (nato in Polonia, all’epoca Impero russo) propone pochissima azione scegliendo di concentrarsi sulla descrizione dei tetri ambienti della magione e nella creazione di un’aria di mistero e di angoscia. I cartelli sono pochissimi e accade molto poco, ma le sequenze di dettagli, ombre sinistre, ralenti situati ad arte, particolari quasi macro, sono certamente notevoli e creano l’atmosfera desiderata senza aver bisogno di effetti speciali e musica da thriller-horror.
Chi legge i credits non può fare a meno di notare che l’adattamento del racconto è di Luis Buñuel e che l’attrice protagonista è Marguerite Gance, che l’anno prima aveva interpretato Charlotte Corday in Napoléon (1927), diretto da suo marito Abel Gance , il quale compare nelle prime scene di questo La caduta della casa Usher nei panni di uno degli avventori del bar.
Interessante esercizio di stile, soprattutto per i cinefili e/o per gli appassionati di horror che sono incuriositi anche dai film degli albori di tale genere.
 
      

182  Quattro intorno a una donna (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. it. “Vier um die Frau” * con Hermann Böttcher, Carola Toelle, Lilli Lohrer * IMDb 6,4
Girato pochi mesi prima di Destino (1921), è l’ultimo film “minore” del periodo tedesco di Lang.   
Sceneggiato come tanti altri dal regista insieme con la moglie Thea von Harbou, soffre un po’ della sua origine teatrale e la precisa direzione e l’ottima fotografia non sempre sono sufficienti a superare questa “staticità”. Vier um die Frau fu stato considerato perso per molti anni, fin quando, nel 1986, nei depositi della a Cinemateca de Sâo Paulo (Brasile) ne fu ritrovata una copia locale con titolo Corações Em Luta (lett. Cuori in lotta).

183  Mizerere (Zaza Khalvashi, Georgia, 1996) tit. int. “Miserere” * con Zura Sturua, Manana Davitashvili, Nino Kasradze
Secondo film del regista del sorprendente Namme (2017) del quale ho scritto qualche giorno fa. Venti anni prima Zaza Khalvashi aveva già buone idee ma fra budget limitato e idee ancora “confuse” Mizerere è ben distante dalla sua opera più recente. Sembra che fosse ancora indeciso su che strada prendere, a tratti sembra sperimentale in stile Godard, in altri casi già lascia intuire la sua ammirazione per Tarkovski. Trama e dialoghi volutamente vaghi trattano di politica e rivoluzione non collocabili in nessun luogo e periodo particolare. Il regista affermò che voleva descrivere i "demoni che vivono dentro e tra noi" invitando tutti a “vergognarsi delle atrocità contro sé stessi e contro altri”.
Interessante, ma ben distante dalla qualità del suo più recente lavoro.

184  Buñuel y la mesa del rey Salomón (Carlos Saura, Spa, 2001) tit. it. “Buñuel e la tavola di re Salomone” * con El Gran Wyoming, Pere Arquillué, Ernesto Alterio * IMDb 5,7  RT 36%p
Un film di Saura con Buñuel come personaggio principale, affiancato dai suoi amici di gioventù Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca, non me lo potevo lasciar scappare, pur sapendo che  che gode di scarsa reputazione. In effetti non sono ancora riuscito a capire perché Saura (notoriamente amico e grande estimatore del regista aragonese) abbia avuto l’idea di co-sceneggiare e dirigere questo film, fra il surreale, il fantasy e il dramma. Il soggetto potrebbe anche essere considerato meritevole ma, per come è stato sviluppato in sceneggiatura, è diventato una serie di citazioni verbali e visive (molte addirittura troppo evidenti) di tanti film di Buñuel e alcuni di Saura (ma anche di altri come Metropolis, di Lang) e dei rapporti fra i 3 che furono amici solo fino alla Guerra Civile spagnola degli anni ’30 (Buñuel dovette fuggire oltreoceano, Dalì rimase a sostenere il franchismo, Lorca fu fucilato per essere omosessuale e socialista). Alcune ambientazioni e scene rimandano invece direttamente a film di avventura, tipo Indiana Jones.
Come se non bastasse, il cast è mal assortito e di livello non proprio eccellente, comprende addirittura 2 “grandi attori” italiani: Armando de Raza e Valeria Marini!
Può divertirsi (molto relativamente, cogliendo la tante citazioni) solo chi conosca l’intera filmografia di Buñuel e sa un poco dei lavori degli altri due, nonché dei classici del cinema in generale; a chi è poco ferrato in tali campi la maggior parte del film sembrerà puro nonsense.

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sabato 4 maggio 2019

36° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (176-180)

Cinquina dedicata in gran parte a Fritz Lang con tre suoi film muti degli anni '20 e due film recuperati in volo: Vice (Oscar 2019 per il trucco) e Dying to Survive (aka Drug Dealer), un recentissimo cinese non male.

   

179 I Nibelunghi 1: Sigfrido (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. or. “Die Nibelungen: Siegfried” * con Paul Richter, Margarete Schön, Theodor Loos * IMDb 8,1
180  I Nibelunghi 2: La vendetta di Crimilde (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. or. “Die Nibelungen: Kriemhilds Rache” * con Margarete Schön, Gertrud Arnold, Theodor Loos * IMDb 7,9 
La sceneggiatura di questo kolossal epico diviso in due parti, si basa soprattutto sulla versione teutonica della saga dei Nibelunghi, tramandata fin dal XIII secolo in molti paesi del nord Europa in tante varianti. Ciò che continua a non essermi chiaro nella storia è il senso dell'onore, della giustizia e della vendetta. In tanti casi questi vengono proposti (in modo determinante) secondo una logica apparentemente contrari alla morale comune e a quello che sarebbe più umano aspettarsi.
Come chiaramente indicato dai titoli dei due film, questi si occupano di eventi ben distinti, anche se il secondo è conseguenza di ciò che accade nel primo. In Sigfrido hanno più spazio i singoli e i rapporti fra loro sono oggetto di maggiore attenzione, mentre nella Vendetta di Crimilde la storia è un po’ ripetitiva  e alle scene quasi di massa degli scontri cruenti fra gli Unni di Attila e i Nibelunghi è dedicata quasi tutta la seconda parte.
Veramente affascinanti nella loro semplicità le scenografie, sia quelle degli interni, sia quella della foresta nella quale si svolge la caccia; il drago, tuttavia, è molto alla buona. 
A chi conoscesse poco l'essenza della storia, ricordo che nel complesso si tratta di un dramma continuo, fra assassinii, tradimenti e vendette, spesso fra consanguinei. Stranamente, la seconda parte de I Nibelunghi è uno dei pochissimi film muti di Fritz Lang per i quali il regista non si occupò anche della sceneggiatura.
Direzione perfetta, interpretazioni più che buone per lo stile dell'epoca. 

      

178 Destino  (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. or. “Der müde Tod” * con Lil Dagover, Walter Janssen, Bernhard Goetzke * IMDb 7,7  RT 89%
Film quasi ad episodi, con un tema comune: amore (quasi impossibile) e morte. A  parte l'introduzione e il finale, che si svolgono in un paese qualunque come recita il cartello, le tre storie sono ambientate in luoghi molto diversi fra loro: in un paese musulmano, a Venezia durante il carnevale e in Cina. Ciò consente a Lang di essere molto vario nell'organizzazione di ambienti, costumi e personaggi. Il taglio è decisamente drammatico, ma anche la pare romantica ha la sua importanza. Viene giudicato il primo buon film del grande regista tedesco, quello che lo fece conoscere internazionalmente. Ho in mente di cercare ora Vier um die Frau  (Quattro intorno a una donna), dello stesso anno. Negli anni successivi Lang avrebbe poi diretto i suoi grandi film muti: Dr. Mabuse (1922), i due Nibelunghi (1924), Metropolis  (1927), Spione (1928) e Una donna sulla luna (1929). Pur avendo diretto anche molti ottimi film oltreoceano, a mio parere questi muti degli anni ’20 sono tutti fra i suoi migliori film.

176  Dying to Survive aka Drug Dealer (Muye Wen, Cina, 2018) tit. or. “Wo bu shi yao shen” * con Zheng Xu, Yiwei Zhou, Chuan-jun Wang * IMDb 8,1 
A metà strada fra dramma e commedia, affronta da un punto di vista "umano" il problema delle multinazionali che, grazie ad un quasi monopolio garantito e protetto da potenti lobby, mantengono dei prezzi inaccessibili per farmaci salvavita.
In questo caso il medicinale serve a combattere la leucemia, e l'azienda produttrice svizzera lo commercializza in Cina a un prezzo tale da mandare in rovina una famiglia e allo stesso tempo ostacola l'importazione legale di un identico farmaco dall'India che costa il 95% in meno ... 2.000 contro 40.000! Un po’ per caso si forma una banda di contrabbandieri che include un commercianti di afrodisiaci, un malato di LMA, un sacerdote, una spogliarellista e un "giovinastro". Fra scene tragiche, quasi strappalacrime, e qualche fase poliziesca c'è anche spazio per l’entrata in gioco di un vero truffatore, problemi familiari e vari viaggi in India.
Penso che questa miscela era il preciso obiettivo di Muye Wen (anche co-sceneggiatore) e in questo senso lo trovo ben bilanciato. Non insiste nei drammi dei malati, né biasima i contrabbandieri, né esagera con la commedia; forse è un po' troppo ottimista-buonista, ma certamente le case farmaceutiche sono messe alla gogna (a torto o a ragione che sia).
Senz'altro un buon primo lungometraggio per il giovane regista cinese. 

177  Vice (Adam McKay, USA, 2018) tit. it. “Il vizio del potere” * con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell  * IMDb 7,2  RT 66% * Oscar per il trucco e 7 Nomination (miglior film, Christian Bale protagonista, Amy Adams e Sam Rockwell non protagonista, regia, sceneggiatura e montaggio)
Era in lista la molto tempo, ma non ero proprio ansioso di guardarlo. Me lo sono sorbito in aereo, ben sapendo che non c'era molto da apprezzare in quanto alla scenografia, quindi lo schermo piccolo non sarebbe stato letale. L'ho trovato un interessante e ben realizzato riassunto (molto stringato per la verità) della carriera politica di Dick Cheney. Tuttavia non mi è piaciuto il montaggio con troppi inutili andirivieni temporali. Bravi gli interpreti a cominciare a Christian Bale (ma non è una novità) anche se qualche personaggio mi è sembrato un po' sopra le righe. Un lavoro forse lodevole ma sterile in quanto troppo ridotto, che quindi resta vago; non si possono trattare i retroscena politici di una decina di elezioni presidenziali e varie guerre in poco più di due ore, includendo anche i problemi familiari e di salute di Cheney.
Certamente senza infamia, ma senza particolari lodi, non riuscendo ad essere un vero film, e neanche un documentario.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 1 maggio 2019

35° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (171-175)

Sempre più eterogeneo. Stavolta ho recuperato due ottimi film di discendenza sovietica (Cuba/URSS e Georgia), uno giapponese (un Ozu insolito e poco conosciuto) e un turco (fra i primi lavori di un regista oggi affermato), entrambi meritevoli, e un austriaco abbastanza scadente.

   

172  Soy Cuba  (Mikhail Kalatozov, Cuba/URSS, 1964) * con Sergio Corrieri, Salvador Wood, José Gallardo  * IMDb 8,0  RT 100%    
Ho scovato questa perla della cinematografia nella videoteca della Cineteca Nacional Mexico questa strana co-produzione cubano-sovietica, composta da 4 storie che si svolgono sull’isola caraibica a fine anni ’50, nel periodo della fuga di Batista e l’avanzata di Fidel Castro. Chiaramente parziale e di taglio propagandistico (vista epoca e produttori non poteva essere altrimenti) non è eccezionale per la sceneggiatura, comunque più che buona, bensì per la qualità delle riprese, in particolare quelle della prima metà. Gli ambienti si alternano, si inizia con i grandi hotel dell’epoca di Batista frequentati da ricchi americani in cerca di avventure esotiche, si passa al dramma di una famiglia estromessa dalla piantagione di canna da zucchero, si torna in città per le proteste studentesche e si finisce con la guerriglia nella selva.
Caratteristiche comuni sono un uso pressoché continuo di grandangolo su camera a mano e piani sequenza affascinanti, il tutto sostenuto da una perfetta fotografia bianco e nero. In pratica da ogni scena, con un fermo immagine, si potrebbero ricavare foto degne di essere presentate in un’esposizione. Un piano sequenza che mi ha particolarmente colpito è ripreso su un roof top di un grande albergo, con tanto di bar e piscina; dopo varie “acrobazie” con la cinepresa, l’operatore entra in piscina e continua a filmare sott’acqua ... ottimo sia per creatività che per qualità. Ma anche le riprese fra le canne da zucchero e quelle con ambienti geometrici all’università, giusto per citarne qualcuna, sono estremamente interessanti.
Superconsigliato.

174  Namme  (Zaza Khalvashi, Geo, 2017) * con Mariska Diasamidze, Aleko Abashidze, Ramaz Bolkvadze * IMDb 7,5 
Altro film di “discendenza” sovietica ed in questo caso si tratta senza dubbio di un “devoto” di Tarkovski. Film lento ma affascinante, ottime inquadrature, tantissima acqua (anche quando non si vede, si sente) e non mancano immagini riflesse e fuoco. Zaza Khalvashi (classe 1957) è regista poco prolifico, solo 4 film in 20 anni.
Namme è il nome di una giovane donna che vive con il padre e insieme hanno cura di una fonte di acqua “miracolosa” e di un pesce ... gli altri 3 figli dell’uomo, fra i quali un pope ortodosso e un professore, si sono rifiutati di seguire la professione del padre, considerato un guaritore. I rapporti fra i familiari e fra questi ed il resto degli abitanti del villaggio sperduto fra le montagne è descritto con poche significative scene, sempre molto ben filmate. L’ambiente naturale riveste un gran ruolo, con l’acqua cristallina di un ruscello tuttavia talvolta reso biancastro dalle attività di cava, un lago dalla superficie quasi sempre immobile e quindi a specchio, neve, bruma, fango e alberi.
Cercando di saper qualcosa di più anche degli altri, dei quali perfino IMDb non riporta molto, ho cercato in rete e mi sono imbattuto nella pagina personale del regista su Vimeo. Qui, oltre ai trailer dei film e qualche altro video, si trova Mizerere (1996), il suo secondo film, scaricabile in HD 720p, con sottotitoli in francese.
Se non vi piace Tarkovski, non lo prendete in considerazione, vi annoiereste. Se, al contrario, apprezzate lo stile peculiare del regista russo, cercate questo film e godetevelo. Pur non raggiungendo i livelli del suo maestro, Khalvashi ha diretto un ottimo film.

      

175  What did the Lady Forget? (Yasujirô Ozu, Jap, 1937) tit. or. “Shukujo wa nani o wasureta ka” * con Sumiko Kurishima, Tatsuo Saitô, Michiko Kuwano * IMDb 7,3 
Film poco conosciuto del maestro dei tatami shot, e per di più differente dalla maggior parte dei sui altri lavori in quanto si tratta di una pura e semplice commedia. 
Narrata con la solita leggerezza, con molto humor, sostenuta da ottime interpretazioni (ogni faccia o semplice sguardo dei protagonisti è da manuale) la storia tratta di una donna insopportabile, con due amiche intriganti e pettegole, il marito (un dottore professore universitario) che tenta di avere un po’ di tempo per sé raccontando bugie, una loro nipote giovane ed esuberante che porta lo scompiglio in casa, un paio di ragazzini abbastanza svegli e un assistente del professore che si trova coinvolto per più motivi in questa intricata trama, senz’altro divertente e arguta.
Un film di classe come era lecito aspettarsi visto il regista, una sorpresa per non essere “il solito Ozu” (come dicono i suoi denigratori).
Consigliato.

173  Nuvole di maggio  (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 1999) tit. or. “Mayis Sikintisi” * con Emin Ceylan, Muzaffer Özdemir, Fatma Ceylan * IMDb 7,5  RT 83%p    
In attesa di guardare il candidato alla Palma d’Oro The wild Pear Tree (insulsamente proposto in Italia come L'albero dei frutti selvatici, non potevano attenersi alla traduzione letterale come nel resto del mondo e titolarlo Il pero selvatico?), ho recuperato il secondo film di Nuri Bilge Ceylan. Questi vanta un invidiabile curriculum, dei suoi 8 lungometraggi i primi due sono stati sono stati presentati a Berlino (Premio Caligari e Nomination Orso d’Oro) e gli altri 6 a Cannes dove ha raccolto 8 Premi e 6 Nomination.  
Nuvole di maggio mi ha un po’ deluso all'inizio, apparendo lento e con una serie di inquadrature fisse e personaggi che tardano ad essere delineati. Verso la mezz'ora comincia a prendere corpo e i protagonisti vengono fuori, la macchina comincia a muoversi di più e le immagini diventano molto più interessanti, sia gli esterni che i primi piani. Si nota che Ceylan ha un suo stile e buon gusto per le immagini, in particolare quelle in ambiente naturale e dei volti altrettanto naturali, in questo caso vari anziani contadini.
Non entusiasmante, ma certamente degno di nota. Sono ansioso di vedere altri suoi film.

171  Angelo  (Markus Schleinzer, Aut, 2018) * con Makita Samba, Alba Rohrwacher, Larisa Faber * IMDb 5,6  RT 100% 
Il 5,6 su IMDb non prometteva bene e il contrastante 100% su RT non era tanto affidabile essendo basato solo su 6 recensioni; l’unico altro film di Schleinzer (2010, Michael) aveva suscitato un discreto scalpore trattando di un pedofilo che teneva un ragazzino di 10 anni segregato ... Nomination Palma d’Oro e Golden Camera a Cannes.
Narra la storia di un ragazzo africano "salvato dalla schiavitù" e trasformato in curiosità per nobili e ricchi della corte viennese del XVIII secolo, da esibire quasi come fosse un animale ammaestrato. Non mi aveva attirato questo poco che avevo letto, ma avendo tempo sono andato a guardarlo. In effetti è molto sbilanciato, nel senso che ci sono pochi aspetti meritevoli e tanti altri sono incomprensibili o veramente scadenti. Originali alcuni set come quello del luogo nel quale si vendono i ragazzi africani dopo averli ben ripuliti: un magazzino industriale moderno con pavimento in cemento, pilatri costituiti da grosse putrelle, illuminato da luci al neon. Singolare anche la scelta del formato 4:3, molto raramente usato nel XXI secolo. Molte altri ambienti sono minimalisti e, al di là di vestiti finto-sfarzosi (poco convincenti), molto poco dà l’idea di opulenza. La nota di merito se la guadagna per le luci, quasi naturali. Ambienti più o meno scuri, rischiarati solo dalle luci delle candele. Tornando alle pecche, una è quella dei troppi periodi della vita di Angelo rappresentati senza che si sappia niente di cosa sia successo nel frattempo. 
Singolare, ma certamente evitabile.

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martedì 30 aprile 2019

34° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (166-170)

Altri 2 film della retrospettiva Gaumont, una perla di documentario sperimentale, un deludente film australiano recentemente premiato a Venezia e un classico americano che, pur contando sulla regia di Elia Kazan, sceneggiatura di John Steinbeck e con Marlon Brando e Anthony Quinn protagonisti (scusate se è poco) si è rivelato appena sufficiente.

   

166  The Man with the Movie Camera  (Dziga Vertov, URSS, 1929) tit. or. "Chelovek s kino-apparatom“  tit. it. "L'uomo con la macchina da presa“ * con Mikhail Kaufman  * IMDb 8,4  RT 97%
Film muto, senza cartelli e senza sceneggiatura (come si avvisa nei titoli di testa), 68 minuti di immagini che scorrono rapidamente accompagnate da musica pertinente, spesso incalzante.
Vertov mostra di tutto, talvolta per settori (come nel caso di una serie di attività sportive), altre volta alterna azioni visivamente simili ripetitive come filatura e centraliniste. La vita convulsa della città viene proposta più volte con riprese della folla che si sposta disordinatamente, mentre i tram continuano ad incrociarsi rapidamente. Nella seconda parte comincia ad apparire sempre più frequentemente l'uomo con la camera, in posizioni sempre più insolite, talvolta non prive di rischio: su teleferiche, moto, auto, cestelli pendenti da una gru, nello stretto spazio fra i tram che corrono in direzioni opposte. Infine cominciano le doppie esposizioni, spesso con effetti di cambio dimensioni (p.e. operatore che appare come un gigante su un edificio), trucchi cinematografici con riprese inverse, schermo diviso in due orizzontalmente e verticalmente, anche con immagini simmetriche che ruotano in senso opposto. C'è veramente di tutto, da famiglie al mare ad un parto, da veloci azioni ripetitive in fabbrica a gare di motociclette, palestre con incredibili macchinari antesignani di quelli odierni, dal lavoro in miniera a un prestigiatore asiatico che si esibisce davanti a un gruppo di bambini, animazione del cavalletto e della cinepresa (senza operatore), fanghi, ippica, tuffi, un cavallo meccanico, dattilografe, ballerine, un uomo-semaforo, e tanto altro. Le scene, a volte di neanche un secondo, si succedono a ritmo vertiginoso, raramente rallentano, comunque sempre di pari passo con la musica.
Lo trovate, completo, in più versioni su YouTube ed anche su Vimeo.
Interessante, sorprendente, divertente ... da non perdere.

167  Les maudits  (René Clément, Fra, 1947) tit. it. "I maledetti“ * con Marcel Dalio, Henri Vidal, Florence Marly  * IMDb 7,2  RT 100% * “Prix du meilleur film d'aventures et policier” a Cannes.
Chi direbbe mai che un film ambientato quasi esclusivamente in un sottomarino possa essere movimentato e avvincente? Eppure questo classico francese dell'immediato dopoguerra riesce nell'impresa facendo imbarcare ad Oslo personaggi (per lo più civili) di carattere, estrazione e professione totalmente diverse. Procedendo verso il Sudamerica, salirà a bordo un altro passeggero, totalmente estraneo al gruppo che uno degli stessi passeggeri acutamente definisce un'arca di Noè. Fra i vari personaggi c’è anche un italiano, interpretato da Fosco Giachetti.
Pur trovandosi a filmare in spazi molto limitati René Clément (co-sceneggiatore) evita riprese statiche o ripetitive e l’azione si svolge in un continuo tourbillon di intrecci, approcci, inganni e minacce fra i numerosi protagonisti, quasi un film corale.
Terzo film del regista bordolese, che ebbe gran successo fin dall’esordio, i suoi primi 4 film furono tutti premiati a Cannes. Gli altri 3 sono Bataille du rail (1946,) Le père tranquille (1946) e Le mura di Malapaga (1949)  
Uno dei tanti ottimi film francesi dell’epoca, consigliato.

      

169  Un carnet de bal  (Julien Duvivier, Fra, 1937) tit. it. "Carnet di ballo“ * con Marie Bell, Françoise Rosay, Louis Jouvet, Fernandel  * IMDb 7,5  RT 75%p
Carnet di ballo, originale commedia, solo a tratti drammatica, basata sulla strana idea di una ricca e piacente vedova di andare a cercare tutti quelli che ballarono con lei alla sua festa di debutto, a 16 anni. Messasi alla ricerca di quelli i cui nomi erano annottati sul suo carnet di ballo, scoprirà che uno è morto anche se la madre crede sia ancora vivo, e poi c'è chi è diventato monaco, chi medico molto poco affidabile, chi fuorilegge, chi sindaco e chi parrucchiere .
Ben filmato e interpretato trae vantaggio da una ingegnosa sceneggiatura che alterna scene drammatiche e altre di grande ilarità. Si apprezzano non solo il bel bianco e nero (anche grazie alla versione restaurata) e le tante originali riprese che non rispettano la verticalità, ma anche le buone interpretazioni.
Film ben diverso dagli altri precedentemente proposti nella retrospettiva Gaumont ma, come gli altri, senza dubbio piacevole e ben realizzato.

170  Viva Zapata! (Elia Kazan, USA, 1952) * con Marlon Brando, Jean Peters, Anthony Quinn * IMDb 7,5  RT 65% * Oscar a Anthony Quinn non protagonista e 4 Nomination (Marlon Brando protagonista, sceneggiatura, scenografia e commento musicale), Marlon Brando miglior attore a Cannes e Nomination Grand Prix per Elia Kazan
Film pretenzioso, per la cui realizzazione furono messi insieme ottimi e stimati professionisti, ma il vero scopo era chiaramente il botteghino.
Data la mia nota passione per il Messico (non solo cultura, musica e cibo, ma anche storia) mi era subito sembrata infelice la scelta di Marlon Brando come protagonista, Zapata era ben più mingherlino e più basso e vestiva in modo diverso, e il trucco non è dei migliori. Storicamente si va ancora peggio, oltre a saltare anni interi senza renderlo evidente, si trattano marginalmente eventi fondamentali, a cominciare dalla decena tragica, che portò all’assassinio di Madero, ma anche tutto il resto è estremamente confuso. Non è possibile pensare di concentrare quasi un decennio di storia pieno di avvenimenti, battaglie, esecuzioni e tradimenti in meno di 2 ore, dando oltretutto troppo spazio alla parte romantica (indispensabile per il prodotto Hollywoodiano).
Al di là di quanto mi era già apparso evidente, nel corso della charla successiva alla proiezione (proposta in occasione del centenario dell'assassinio di Emiliano Zapata) i relatori hanno messo anche in evidenza che, nonostante i grandi nomi e gli Oscar, il film non ebbe il successo sperato né in USA né in Messico. Ovviamente, in patria le tante evidenti imprecisioni vennero subito disapprovate e le scelte di presentare il loro eroe come analfabeta (cosa certamente non vera) e vestito con il classico calzón de manta (quello bianco indossato dai campesinos in tutti i film americani), altrettanto falsa, furono aspramente criticate. Inoltre il film era stato girato interamente negli Stati Uniti tranne i pochi interni nel palazzo presidenziale messicano (Castillo de Chapultepec) e fra gli attori l’unico nativo era Anthony Quinn.
Nell’immaginario collettivo messicano, Zapata oltre ad essere un eroe della rivoluzione messicana quando fu a capo dell’esercito Libertador del Sur, è un simbolo, quasi un santo, che non tenne niente per sé e combatteva più che altro da guerrillero (a differenza del suo omologo  Pancho Villa guidava la Division del Norte, quasi un esercito regolare). Per questo motivo, dopo l’insuccesso iniziale, il film ritornò in auge verso la fine degli anni ’60, promosso dai vari movimenti giovanili più o meno di sinistra e contro il potere non solo negli Stati Uniti e in Messico, ma anche in Francia. Non da ultimo, si può sottolineare che perfino il più recente moto “rivoluzionario” messicano è stato quello del subcomandante Marcos, a capo dell’ Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Insomma, risulta evidente che Kazan e Steinbeck si erano proposti una missione impossibile, quella di rappresentare un idolo, un simbolo, un personaggio troppo amato da buona parte dei messicani per essere proposto in modo credibile da stranieri.
Certamente sufficiente, ma niente di più.

168  Sweet Country (Warwick Thornton, Aus, 2017) * con Bryan Brown, Luka Magdeline Cole, Shanika Cole, Sam Neill * IMDb 6,9  RT 96% * Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia
Non malvagio, ma deludente; il Premio Speciale della Giuria a Venezia e il 96% di RT, lasciavano sperare in qualcosa di meglio. L’australiano Warwick Thornton ha un background da direttore della fotografia ed ha ricoperto tale ruolo anche per tutti i suoi film. Questa specie di western ambientato in aree semi-desertiche forniva quindi un’ottima opportunità per sfruttare al meglio luci e paesaggi naturali, luoghi che  regista ben conosce per essere originario di Alice Springs, praticamente al centro dell’Australia, o oltre 1000km da qualunque costa e da qualunque grande città. Purtroppo, al di là della scenografia e di qualche decente interpretazione (i settantenni Bryan Brown e Sam Neill a malapena si difendono), il film non conta su una sceneggiatura decente, sia per i contenuti in sé, sia per dialoghi e sviluppo della trama. Siamo ancora a “buoni e cattivi”, il prepotente braccio della legge che si ricrede, l razzista malvagio, il buono dalla fede incrollabile, i nativi vessati ma violenti quasi alla pari dei “bianchi”, anche fra di loro; soggetti triti e ritriti ed in questo caso non rappresentati nel migliore dei modi. Logica, plausibilità e continuità sono similmente carenti. Restano le immagini ...
Guardatelo, ma senza aspettarvi alcuna sorpresa.

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