sabato 6 agosto 2022

Microrecensioni 221-225: film ispanici premiati a Cannes e Venezia

Pur avendone scelti 4 fra quelli più quotati (ma fra i meno conosciuti), non vi ho trovato quasi niente di buono e così, per risollevare il morale (cinefilo) e concludere in bellezza, mi sono dovuto affidare a un classico noir messicano della Epoca de Oro.

La noche avanza (Roberto Gavaldón, Mex, 1951)

L’ho voluto guardare ancora una volta non solo per la qualità complessiva (regia, sceneggiatura e interpretazioni) ma anche per il particolare ambiente degli sferisteri jai alai (pelota basca) nel quale si svolge e dei quale ho ricordi internazionali. A fine anni ’70 frequentavo quello di Napoli (semidistrutto dal terremoto del 1980) e nel 1983 andai più volte al Frontón di Ciudad de México (fra le location del film) che curiosamente fece la stessa fine per il terremoto del 1984. Non per niente vi dedicai due post (Jai Alai al Frontón México e Sferisterio di Napoli) che vi invito a leggere per rendervi conto un po’ meglio di questo strano e affascinante mondo che comprende non solo atleti e appassionati di ogni classe sociale, ma anche scommettitori e tipi loschi con conseguenti saltuarie combine.

Il protagonista è Marcos (Pedro Armendáriz), il più famoso giocatore di jai alai del momento, donnaiolo, infedele, bugiardo, litigioso e arrogante, insomma un bel tipino. Dopo aver vinto 26 incontri di seguito e in procinto di trasferirsi all'estero si trova invischiato in tre relazioni pseudo-amorose e complicate e viene ricattato per perdere l’incontro successivo. Riusciranno i ricattatori (che hanno conti in sospeso sia con Marcos che fra di loro) a portare a termine i loro diabolici piani? Scagnozzi infedeli e amanti disperate e vendicative complicano ulteriormente gli avvenimenti della seconda metà della storia, fino alle varie sorprese finali. Classico noir messicano diretto dal sempre affidabile Roberto Gavaldón, con solide interpretazioni di Pedro Armendáriz e José María Linares-Rivas, ma anche il resto del cast, che comprende Anita Blanch e Rebeca Iturbide, svolge un buon lavoro. Giunse anche in Italia con l’ennesimo titolo ridicolo: Odio mortale (sic!). Consigliato, in particolare a chi gradisce storie in ambienti di nicchia poco conosciuti.

 
Blanco en Blanco (Théo Court, Spa/Chi, 2019)

Si distingue soprattutto come esercizio di fotografia, ma purtroppo, specialmente nella prima parte, la maggior parte delle scene sono talmente scure da riuscire a malapena a distinguere persone e ambiente. Bene usare luce naturale e non ridicole candele che improvvisamente illuminano l’intera stanza a giorno, ma esiste anche una via di mezzo. Per fortuna degli spettatori, nella seconda parte la fotografia la fa da padrona con delle belle composizioni. Infatti il protagonista è un fotografo invitato da un ricco proprietario terriero in Tierra del Fuego per immortalare il suo matrimonio. L’azione si svolge alla fine dell’800 e ciò significa che prima di scattare si deve organizzare la scena come un tableau vivant e convincere i soggetti a rimanere fermi per un minuto e oltre, ma anche le semplici riprese in esterno sono meritevoli. Alla fine il protagonista viene praticamente costretto a documentare l’eliminazione fisica di gruppi di indigeni con foto simili e quelle che si fanno alla fine di una battuta di caccia. Film un po’ sbilanciato fra la voglia di perseguire obiettivi artistici e la critica dei metodi brutali degli europei per liberarsi degli indigeni, pratiche che purtroppo proseguono ancora oggi, come in Amazzonia. Le ultime scene furono girate nella caldera del Teide (Tenerife, Canarias) e per la precisione nell’affascinante e (per me) inconfondibile Llano de Ucanca. FIPRESCI e altri 2 Premi a Venezia.

Nuevo orden (Michel Franco, Mex, 2019)

Altro film che mi ha lasciato molto perplesso, scelto per vari motivi nonostante i rating non certo entusiasmanti che contrastano con i premi ottenuti a Venezia (Gran Premio della Giuria e Leoncino d’Oro). Già conoscevo il regista/sceneggiatore/produttore Michel Franco noto per i suoi apprezzati film che affrontano temi difficili, come in Después de Lucía (2012) e Las hijas de Abril (2017), e a ciò si aggiunge il fatto di aver assistito al alcune riprese al centro di Coyoacán. Pur avendo il merito di affrontare l’eterno problema delle grandi differenze sociali tuttora presenti in Messico, secondo me stavolta ha esagerato proponendo quasi un kolossal urbano (si parla di 3.000 comparse), eccedendo nella violenza e, al contrario, essendo troppo vago in merito alle connivenze fra capitalisti, militari e rivoluzionari. Per sottolineare lo spreco (mania di grandezza di Franco), posso dirvi che delle riprese sul set organizzato per tre giorni sul sagrato della chiesa di Coyoacán, con ben oltre un centinaio di comparse e tecnici, sono stati utilizzati solo una dozzina di secondi; in precedenza aveva bloccato arterie principali di Ciudad de México con un mare di carcasse di auto, barricate fumanti e finti cadaveri per meno di dieci secondi di girato utilizzato.

 
Memoria (Apichatpong Weerasethakul, Col/Thai, 2021)

Il tanto acclamato regista thailandese con questo film (il primo al di fuori del paese natio) si sposta in Colombia ma resta nell’ambito onirico – mistico – paranormale. Alcune situazioni non le ha certo scelte in modo peregrino, l’incontro fra culture è ben esposto ed è apprezzabile il mantenimento del doppio idioma (castigliano latino e inglese) con relativi accenti per i non madrelingua, ma si deve rendere conto che non è Werner Herzog, né Bela Tarr, né Andy Wharol per poter proporre lunghissime scene silenziose e inquadrature fisse. Non a caso le più frequenti osservazioni – critiche sono proprio in merito alla lentezza del film e, seppur non eccessiva, alla durata del film che alcuni pensano che perfino dimezzato non perderebbe molto. La presenza di Tilda Swinton non basta a risollevare un film pretenzioso, soporifero e noioso come altri suoi lavori, ma è statisticamente prevedibile che continueranno a invitare e premiare Apichatpong Weerasethakul ai Festival per essere fuori del comune. Premio della Giuria a Cannes, in precedenza una mezza dozzina di presenze, con una Palma d’Oro nel 2010.

Kékszakállú (Gastón Solnicki, Arg, 2016)

Non so come si possa pensare di finanziare e realizzare film come questo, senza né capo né coda, brutto esempio del genere ricchi rampolli sudamericani insulsi e nullafacenti, prodotti che poi vengono mandati in giro (evidentemente raccomandati) e fanno aumentare le perplessità in merito alle selezioni dei festival e dei metri di giudizio delle giurie. I dialoghi sono ridotti all’osso (e probabilmente è una fortuna), il sonoro per lo più in presa diretta con fastidiosissimi, spesso sovrastanti, rumori di fondo, recitazione meno che amatoriale, la maggior parte delle inquadrature sono fisse, incluse molte senza alcun senso di edifici. Di nuovo per fortuna, il film dura poco più di un’ora. Penso sia il primo al quale ho affibbiato un significativo 1 su 10 su IMDb! Se trovo già generoso il 5,5 su tale piattaforma, giudico incredibile il 95% su RT, anche se probabilmente derivante dalle poche recensioni scritte in occasione dei festival (a Venezia ottenne il Premio FIPRESCI) nelle quali i critici invitati, raramente stroncano … è tutto un business.

lunedì 1 agosto 2022

Microrecensioni 216-220: 4 candidati Oscar ispanici poco noti

Fra i candidati Oscar a miglior film non in lingua inglese finora se contano 32 di idioma ispanico (non contando gli 8 che poi l’Oscar l’hanno ottenuto) e sono per la maggior parte spagnoli, argentini e, più recentemente, messicani. Tuttavia, alcuni sono rimasti quasi del tutto sconosciuti al di fuori della penisola iberica e America latina e fra essi ne ho recuperati 4, tre dei quali mai guardati in precedenza. Per la precisione ecco gli 8 vincitori:

  • Spagna: Volver a empezar  (1982), Belle Époque (1993), Todo sobre mi madre (1999) e Mar adentro (2004
  • Argentina: La historia oficial (1985) e El secreto de sus ojos (2009)
  • Chile: Una mujer fantástica (2017
  • México: Roma (2018)

Ho completato la cinquina con una produzione indipendente inglese, una dark dramedy che ha ricevuto commenti molto contrastanti ma, per me, merita una visione, specialmente se tollerate il buon humor nero anglosassone.

 
La tregua (Sergio Renán, Arg, 1974)

Prima candidatura Oscar per un film argentino, con sceneggiatura adattata dal romanzo omonimo (1960) dell’uruguayo Mario Benedetti, un classico della letteratura sudamericana. Il protagonista è un capoufficio vedovo da 20 anni, con tre figli, interpretato da Héctor Alterio. La sua vita triste, apatica e routinaria viene scossa dall’arrivo di una nuova giovane dipendente della quale ben presto si innamora, nonostante la differenza di età. Ben descritto lo svilupparsi del rapporto fra i due, entrambi timidi e molto rispettosi dell’altro, e fra loro, i colleghi di lavoro e i familiari. I meriti del film sono da dividere soprattutto fra la sceneggiatura e l’interpretazione di Alterio, successivamente protagonista anche di altri 2 film candidati Oscar, El nido (microrecensione di seguito) e l'ottimo El hijo de la novia (1997, Juan José Campanella), interpretato al fianco di altri due grandi attori argentini, Ricardo Darín e Norma Aleandro … evidentemente merita e porta bene.

El nido (Jaime de Armiñán, Spa/Arg, 1980)

Alterio è stato protagonista anche di un altro film candidato Oscar per l'Argentina: In quanto alla giovane protagonista di El nido, si tratta di quella Ana Torrent che divenne improvvisamente famosa a 7 anni quale protagonista di El espíritu de la colmena (1973, Victor Erice). La sceneggiatura, opera dello stesso regista, mette insieme un vedovo strafalario (leggi post dedicato se non conosci il termine) che quasi in isolamento, in un mondo tutto suo, ed una tredicenne estremamente smaliziata e intraprendente che subdolamente lo circuisce e riesce a manipolarlo, pur rimanendo al di fuori della sfera sessuale. Tanti bravi caratteristi interpretano gli interessanti personaggi di contorno che includono il parroco (amico e confidente del vedovo), il sergente della Guardia civil, la numerosa famiglia della ragazzina che vive nella stessa caserma essendo il padre guardia, la maestra, la coppia tuttofare che assiste il vedovo nella casa e nel campo. Situazioni al limite del reale non solo per un paesino spagnolo di provincia, ma queste erano evidentemente le precise intenzioni di Jaime de Armiñán che riesce a creare le giuste crescenti tensioni fino all'epilogo, prevedibile, ma non troppo scontato nei modi.

 
La venganza (Juan Antonio Bardem, Spa/Ita, 1958)

Prima candidatura Oscar per un film in lingua spagnola. Produzione italo spagnola con un cast internazionale di rilievo; fra i protagonisti Raf Vallone, Carmen Sevilla e Jorge Mistral, ma in piccole parti ci sono anche Fernando Rey ed Arnoldo Foà. I due precedenti film del regista Juan Antonio Bardem (famiglia di cineasti, zio di Javier) restano però i suoi due indiscussi migliori prodotti: Calle Mayor (1956) e Muerte de un ciclista (1955). Questo, come molti lavori dei migliori cineasti spagnoli dell’epoca, fu molto condizionato dalla censura franchista; fu cambiata l’epoca (dal franchismo ai primi anni ’30) e il titolo che è equivoco rispetto al vero messaggio di riconciliazione nazionale e per non suscitare le proteste dei catalani, inoltre pare che siano state tagliate scene per circa un’ora.

Los Tarantos (Francisco Rovira Beleta, Spa, 1963)

Terza candidatura Oscar fra i film spagnoli, fra questo e La venganza ci fu la comedia negra Placido (1961, Luis García Berlanga). In comune con il film di Juan Antonio Bardem appena trattato, c’è una faida e un amore scoppiato fra appartenenti a fazioni opposte, ma in questo caso, invece di uno sparuto gruppo di mietitori itineranti, si affrontano famiglie di gitani, sempre pronti alle provocazioni, alle risse e agli accoltellamenti, anche mortali. A tutto ciò si aggiungono danze e canti, ovviamente dei generi del flamenco. Ciò ha anche giustificato l’inserimento nel cast di Carmen Amaya, indiscussa migliore a bailaora e cantante dell’epoca; morì poco dopo questa sua ultima interpretazione, a soli 50 anni.

Burn Burn Burn (Chanya Button, UK, 2015)

Originale dramedy in stile humor inglese, di tema necrofilo e rapporti interpersonali, fra familiari, amici e perfetti sconosciuti. Il filo conduttore non è certo originale (dispersioni delle ceneri di un amico secondo sue precise volontà) ma la ricca serie di incontri, personaggi e situazioni è senza dubbio fuori dal comune e molto anglosassone. Le due giovani amiche del defunto, molto legate fra loro ma di carattere quasi opposto, dovranno portare le ceneri in 4 specifiche località dell'UK seguendo le istruzioni registrate in un video che mostra anche il progredire della malattia di Dan. Ci sarà modo di toccare tanti temi fra i quali omosessualità, sesso facile, alcolismo, abbandono, rimorsi, tradimenti, sette, elaborazione del lutto, e chi più ne ha più ne metta.

venerdì 29 luglio 2022

Microrecensioni 211-215: Chahine, indiscusso miglior regista egiziano

Youssef Chahine studiò in California, nel 1954 lanciò Omar Sharif (già da protagonista) in The Blazing Sun, premiato in varie volte a Berlino e Venezia, nel 1997 a Cannes gli fu conferito il premio alla carriera. In occasione della sua morte (2008), sul Guardian fu pubblicato questo interessante articolo nel quale viene ben descritta la sua filosofia e quindi può servire (a chi non lo conosca) come introduzione ai suoi film, spesso in difesa di diritti civili e libertà. Completa la cinquina un film indiano in malayalam, idioma molto meno utilizzato nel cinema in confronto ai soliti hindi e bengali.

 

The Land
 (Youssef Chahine, Egy, 1969)

Uno dei migliori film del primo Chahine, ambientato nel mondo rurale e di sviluppo simile al succitato The Blazing Suncon il problema dell'irrigazione, ossia dell'acqua che viene negata da politici e latifondisti ai piccoli proprietari. È interessante comprendere (seppur molto parzialmente) le particolari scale gerarchiche e i rapporti con polizia e militari. Un film sostanzialmente politico, che mette in evidenza la quasi inesistenza della legge che dovrebbe garantire anche il popolo quando il potere è gestito per perseguire fini personali o come merce di scambio. Ovviamente a pagarne le spese sono le fasce alla base della piramide sociale ... niente di nuovo sotto il sole! 

The Return of the Prodigal Son (Youssef Chahine, Egy, 1978)

Dramma familiare in provincia, una famiglia benestante, proprietaria dell'apparentemente unica attività industriale del paese viene praticamente sconvolta messa in subbuglio dal ritorno di un ingegnere partito con grandi ambizioni e assente da 12 anni, 3 dei quali trascorsi in carcere. Il dispotico fratello che nel frattempo ha preso in mano le redini di azienda e famiglia allargata, è per lo più malvisto e in tanti sperano che il "figliuolo prodigo" (molto più umano e benvoluto) possa mettere le cose a posto in breve tempo. I rapporti familiari e quelli con i dipendenti si rivelano tesi e complicati e sfoceranno in tragedia. Questo buon film è purtroppo rovinato da vari pezzi cantati, alcuni dei quali in stile musical, assolutamente fuori contesto, che oltretutto allungano inutilmente la durata a oltre 2 ore ... evidentemente queste erano le necessità commerciali del momento. Peccato!

 
Al-massir (Il destino) (Youssef Chahine, Egy, 1997)

"Le idee hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo.”
Con questa frase (attribuita ad Averroè) si conclude il film mentre si vede il grande rogo dei libri del filosofo arabo (1126-1198) che rappresenta il personaggio chiave nei contrasti fra fazioni di mori che all’epoca governavano a Granada (Al-Andalus, poi Andalusia). Pur seguendo una trama prosaica (con amori, tradimenti, attentati, canti e danze) questo lavoro di Chahine potrebbe definirsi filosofico visto che si tirano in ballo molti dei suoi convincimenti che, ovviamente, davano molto fastidio a tanti, soprattutto agli integralisti. Si parla tanto di libri, filosofia, religioni, leggi e libera circolazione delle idee. Per chiarire, ecco alcune delle citazioni attribuite ad Averroè, alcune delle quali estremamente attuali:

  • L’ignoranza conduce alla paura, la paura all’odio, e l’odio conduce alla violenza. Questa è l’equazione.
  • Le donne dovrebbero essere trattate come esseri umani, non come animali domestici.
  • Il mondo è diviso fra uomini che hanno saggezza e non religione e uomini che hanno religione e non saggezza.
  • La religione cristiana è la religione delle cose impossibili; la giudaica, è religione da fanciulli; la maomettana, da porci.
  • Una è la verità in filosofia, altra in religione: la prima è per i filosofi soltanto; la seconda, invece, è per tutti.
  • Chi pensa è immortale, chi non pensa muore.
Ancora una volta Chahine non si limita a raccontare pedantemente una storia per immagini ma, oltre a rappresentarla bene e con interessanti movimenti di macchina, fornisce lo spunto agli spettatori attenti e avidi di sapere per informarsi o approfondire le loro conoscenze in merito all’Epoca d’Oro islamica, durante la quale il mondo arabo fu indiscusso centro intellettuale mondiale di scienze, filosofia, matematica, medicina, astrologia, alchimia e non da ultimo arte.

Alexandria … Why? (Youssef Chahine, Egy, 1979)

Primo segmento della quadrilogia semiautobiografica di Chahine, riferito al periodo dell'adolescenza, in una Alessandria (d'Egitto) cosmopolita ancora in mani inglesi, con il timore dell'arrivo dei tedeschi. Il giovane Youssef deve combattere strenuamente in famiglia (agiata ma non ricca) per ottenere di coronare il suo sogno di andare a studiare negli USA. I fatti sono un po' romanzata, ma in effetti Chahine riuscì in extremis ad imbarcarsi ed andare a Pasadena, California, alla scuola di teatro e televisione; dei circa 200 iscritti solo 13 furono ammessi agli esami finali e solo 4 li superarono e lui fu il primo.

Manoharam (Anvar Sadik, Ind, 2020)

Singolare commedia moderna indiana beccata per puro caso, per una similitudine di titoli, ma nel cambio ci ho certo guadagnato. Trama sulla carta semplice e lineare, ma alla resa dei conti estremamente contorta e piena di intoppi. Alcune situazioni sono certamente prevedibili, ma il percorso per arrivarci certamente no. Altro merito sono varie scene montate freneticamente che, grazie a tanti veri e propri flash di un secondo o meno, in poche decine di secondi descrivono perfettamente l'ambiente e ciò che sta succedendo, inserendo anche tanti fotogrammi avulsi dalla storia vera e propria. Queste scene sono anche accompagnate da appropriato commento sonoro ma niente a che vedere con Bollywood. Le due ore passano rapidamente grazie ai tanti rovesciamenti di situazione e il regista/sceneggiatore ci risparmia un finale banale con una secca battuta degna di una buona short story. Il chiaro e condivisibile messaggio è che la sola tecnologia non può sostituire l'arte.

mercoledì 27 luglio 2022

Paola Hermosín, musicologa e chitarrista geniale

Nel mio sporadico girovagare alla ricerca di video di musica etnica e tradizionale, un paio di giorni fa mi sono imbattuto in uno dei tanti prodotti da Paola Hermosín, giovane e abilissima chitarrista interessata soprattutto alla ricerca, didattica e divulgazione. In quasi ogni suo video (5-10 minuti di durata media) dedica la prima metà del tempo ad una accurata e chiara introduzione che, a seconda del pezzo proposto nella seconda parte, può essere indirizzato prevalentemente alla tecnica di esecuzione (spesso con precisa dimostrazione pratica), alle origini di un determinato genere musicale o del singolo brano, riferimenti alle danze associate e loro evoluzione nel tempo, brevi biografie degli autori e/o interpreti originali, aneddoti e altro, o una bilanciata miscela di tutto ciò, il tutto arricchito da immagini di dipinti d'epoca, foto storiche, poster e altre curiosità che aggiungono interesse al filmato.

Nel video in basso ne potete apprezzare un esempio, nel quale Paola Hermosín illustra anche l’origine dei nomi / titoli dei pezzi spiegando, fra l’altro, la curiosa relazione fra El Vito e il cosiddetto Ballo di San Vito. Oltre alla cultura musicale spagnola ed in particolare del flamenco, le sue ricerche e i suoi arrangiamenti originali spaziano da brani di musica classica (di Beethoven, Mozart, HoffmannChopin, …), a ritmi rioplantensi quali tango e milonga, andini, latini del centroamerica e Messico, ma anche italiani, greci e perfino giapponesi, senza trascurare perfino tutorial per suonare l'ukulele. 

Come se tutto ciò non fosse stato sufficiente per irretirmi (data il mia annosa curiosità in merito alla musica etnica e tradizionale) ci sono altre due particolarità che mi hanno quasi affascinato: l'essenzialità dei video girati in casa (senza inutili fronzoli scenografici eppure perfettamente realizzati) e la sua particolare parlata andalusa. Paola Hermosín conquista a prima vista non solo per la sua simpatia, allegria e sorriso, ma anche per la padronanza che dimostra nell'eloquio e nell'esposizione e per la chiarezza del discorso sia esso di interesse storico, musicale o prettamente tecnico.

In merito alla dizione, risaltano la pronuncia delle t e di alcune coppie di consonanti che diventano quasi z, le classiche contrazioni dei participi passati, la troncatura di alcune parole e la cadenza sivigliana (non essendo un linguista, la descrizione è poco precisa, ma penso di aver resol'idea). A beneficio di chi non è abituato a tutto ciò, nei video sono comunque disponibili i sottotitoli in spagnolo e, in pochi casi, la traduzione in inglese. Comunque, leggendo le didascalie, si evince la correttezza dei termini, della sintassi e della grammatica, e la mia impressione è stata confermata da una madrelingua …

al termine di questo video potrete anche apprezzare la sua ironia ....

(breve bio tratta dal sito www.paolahermosin.com)

Paola Hermosín (Alcalá de Guadaíra, Sevilla, 1995) è una chitarrista, cantante, compositrice, ricercatrice, poetessa e scrittrice alcalareña. Diplomata con lode sia al Conservatorio Profesional Francisco Guerrero che al Conservatorio Superior Manuel Castillo (entrambi di Sevilla), nel 2019 ha concluso il Master in Investigación y Análisis de Flamenco, ancora una volta con il massimo dei voti. Oltre al canale YouTube (ormai con quasi 800.000 followers), pubblica i suoi vari album musicali su Spotify, Apple Music e altre piattaforme nonché partiture, tablaturas (intavolature) e i suoi arrangiamenti originali per chitarra. Oltre ai già citati YouTube e sito personale, è attiva anche su vari altri social fra i quali Twitter, Instagram e Facebook .

lunedì 25 luglio 2022

Microrecensioni 206-210: commedie cult della Epoca de Oro Mexicana

Si tratta di 5 farse/commedie di genere sentimentale, charro e cultural clash (anche in Messico esisteva …) fra le più note e apprezzate dell’epoca (media IMDb 7,5), ancora oggi frequentemente riproposte in televisione. Altri punti in comune sono le 3 regie di Ismael Rodríguez che, con Los tres García, acquisì enorme notorietà per sé e per Pedro Infante, attore e cantante fra i più amati dai messicani e apprezzato anche a Hollywood che lo onorò con una postuma Star on the Walk of Fame, praticamente alla pari con Mario Moreno Cantinflas. Le altre due sono più incentrate sulle differenze culturali e hanno come protagonista Joaquín Pardavé, apprezzato caratterista farsesco, che in una interpreta un ricco commerciante libanese che viene snobbato dalla borghesia messicana sul lastrico e nell’altra un macellaio del mercato che litiga continuamente e molto animatamente con la dirimpettaia che vende pane, la gallega del titolo … una gachupina! Questi ultimi due sono linguisticamente interessanti sia per il continuo sottolineare i diversi modi di parlare e i marchiani errori di dizione e ortografia degli immigrati che generano continui equivoci e prese in giro, sia per la quantità di frasi fatte, proverbi e modi di dire … un eccellente modo di approfondire la conoscenza della lingua parlata, sempre che si abbiano discrete basi (comunque sono indispensabili numerose ricerche per i messicanismi colloquiali).

 
  • Los tres García (Ismael Rodríguez, Mex, 1946)
  • ¡Vuelven los García! (Ismael Rodríguez, Mex, 1947)

La parte del leone la fanno certamente l’indomita Sara Garcia (la nonna, perennemente con il sigaro in bocca) e Pedro Infante, uno dei suoi tre terribili nipoti (cugini fra loro). L’ottuagenaria è l’unica in paese che riesca a tenere a bada (di solito a bastonate) i tre, litigiosi con tutti e soprattutto fra loro. A seguito dell’enorme successo del primo, per il quale si erano girate molte scene non effettivamente indispensabili, fu subito prodotto il secondo, utilizzando buona parte di quelle scartate. Pertanto, le trame sono praticamente in continuità e nei cast ci sono minime variazioni, quali pochissimi nuovi personaggi e ovvia scomparsa dei morti nel primo film. A peggiorare i rapporti fra i cugini José Luis, Luis Antonio e Luis Manuel (il ricco, il povero e il viveur), arriva bella e bionda lontana cugina messicano-americana (Marga Lopez) che suscita quindi gelosie e risse, ma non bisogna dimenticarsi ci dei 3 Lopez che vogliono far fuori i 3 Garcia per una annosa faida fra le loro famiglie. La rivalità fra i 3, nonostante un matrimonio, continua anche nel sequel e in quanto ai Lopez appaiono un paio di loro discendenti. L'immancabile cura (parroco) dovrà faticare non poco per evitare spargimenti di sangue e sanare i rapporti fra tutte queste teste calde. Nel complesso abbastanza banali, ma tali commedie leggere erano quelle che avevano successo nell’immediato dopoguerra, anche grazie ai cast pieni di attori bravi, famosi e, soprattutto, amatissimi dal pubblico.

  
¿Qué te ha dado esa mujer? (Ismael Rodríguez, Mex, 1951)

Sequel di A.T.M.: ¡A toda máquina! (1951) che vede quindi ancora protagonisti Pedro Infante e Luis Aguilar nelle vesti di due motociclisti della squadra di élite della polizia di Ciudad de Mexico. I due sono scapestrati, ubriaconi e donnaioli, sempre in competizione fra di loro in quanto a conquiste femminili e talvolta gelosi l’un dell’altro e, come se non bastasse, vivono nello stesso appartamento in un condominio abbastanza movimentato e pieno di personaggi particolari a cominciare da Doña Angustias, portinaia factotum ed estremamente impicciona. Risulta chiaro che ci sono tutti gli elementi per una commedia popolare di successo, potendo contare anche sui due attori/cantanti che hanno occasione di esibirsi più volte.

El baisano Jalil (Joaquín Pardavé e Roberto Gavaldón, Mex, 1942)

Qui si mischiano lotta di classe e razzismo, seppur in modo chiaramente ironico. Il ricco commerciante Jalil, libanese che ormai possiede un accorsato grande magazzino, è amico sincero di Don Guillermo al quale presta ingenti somme di danaro. Questi senz’altro ha visto tempi migliori, ma attualmente mantiene nella sua grande e ricca casa parenti snob e con la puzza sotto al naso: moglie, figlia per di più spendacciona, oltre a una sorella e cognato parassiti. L’aspetto romantico, seppur con gran difficoltà data la ritrosia prima di Marta (figlia di Don Guillermo) e poi di Selim (figlio di Jalil), metterà chiaramente a posto ogni cosa. Altra famosa commedia popolare cult.

Una gallega en Mexico (Julián Soler, Mex, 1949)

Qui le beghe sono fra una immigrata spagnola (offensivamente chiamata rifugiada o gachupina) e un fiero messicano, entrambi commercianti in un mercato popolare. Anche in questo caso, come in El baisano Jalil, saranno appianati dall’amore fra i figli dei due che, a prescindere da contrasti spesso violenti, pieni di insulti ed estremamente rumorosi, non sono indifferenti uno all’altro. Un po’ troppo gridato e scontato, ma rientra perfettamente nel genere di commedia popolare. Ah, c’è anche un’apparizione di Jorge Negrete che interpreta sé stesso andando a cantare (a sorpresa) nel cortile del condominio; gli altri pezzi musicali (un must) sono affidati ai quasi immancabili Los Panchos e Trío Calaveras.

martedì 19 luglio 2022

Microrecensioni 201-205: film molto particolari

Cinquina molto varia composta da cult e film difficilmente inquadrabili in un determinato genere, di 5 paesi diversi. Quattro sono degli effervescenti anni ’70, il quinto è un moderno film indiano che affronta l’eterno problema della convivenza fra hindu e mussulmani che, di tanto in tanto, sfocia in violenze inaudite, spaccando società e perfino famiglie. Volendo fare un succinto excursus in ordine cronologico, c’è il western revisionista (o anti-western) di Altman, giudicato fra i migliori del genere ancorché poco conosciuto; poi uno dei 2 capolavori del geniale e poliedrico Jodorowsky (l’altro è El topo, 1975); segue un ottimo adattamento di un romanzo di Dino Buzzati, con un ricchissimo cast che comprende tante indiscusse star del cinema europeo dell’epoca; un film praticamente sperimentale del meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague francese, Jacques Rivette; infine il già citato dramma indiano, ben diverso dai prodotti standard di Bollywood, prima regia dell’attrice Nandita Das.

 
La montagna sacra (Alejandro Jodorowsky, Mex, 1973)

Film esplosivo, surreale, onirico, pieno di simbolismi, colori, costumi originalissimi, con contenuti politici, economici, etici e puramente filosofici. Si assiste ad una continua rapida serie di scene legate fra loro da un sottile filo logico, ognuna ben diversa dalla precedente e tutte sorprendenti. L’alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky) guida il spedizione dei nove protagonisti alla conquista della Montagna Sacra dove li metterà di fronte all’ultima sorpresa. Avvincente sia per le idee e le asserzioni proposte che per la parte strettamente visuale, una gioia per gli occhi, certamente un cult per i cinefili.

McCabe & Mrs. Miller (Robert Altman, USA, 1972)

Come in vari film di questo genere, gli stereotipi del western classico, dei suoi personaggi e delle trame ripetitive vengono completamente sovvertite. Questo, invece che nelle usuali praterie del sud-ovest, è ambientato in un piccolo centro minerario che in un gelido inverno si trasforma velocemente da accampamento di tende a piccolo villaggio fra le montagne dell’Oregon. Dopo aver battuto per tutta la prima parte sulla creazione del postribolo di lusso dei due protagonisti, ci si avvia lentamente allo showdown conclusivo, certamente originale. Nomination Oscar per la protagonista Julie Christie, notevole anche la colonna sonora interpretata da Leonard Cohen.



  
Il deserto dei Tartari (Valerio Zurlini, Ita, 1976)

Inizi del secolo scorso, una fortezza ai confini dell’Impero (si allude a quello austro-ungarico) in una zona montuosa e desertica, oltre la quale si suppone ci sia il nemico. Un film bellico ma senza guerra effettiva, un’attesa snervante di qualcosa che potrebbe non succedere mai, un nemico che non si vede, una perenne tensione fra gli ufficiali della sparuta guarnigione. Palesemente critico nei confronti della mentalità militare, del rispetto delle gerarchie e dei regolamenti a qualunque costo, anche se molti si rendono conto che non hanno alcun senso. Il gruppo di interpreti è a dir poco eccezionale: Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Jacques Perrin, Francisco Rabal, Fernando Rey, Laurent Terzieff e anche un buon Giuliano Gemma.

Firaaq (Nandita Das, Ind, 2008)

Ambientato nei giorni dei disordini del 2002 in Gujarat che causarono un migliaio di morti (tre quarti dei quali mussulmani), ragione per la quale ne fu impedita la circolazione in quella regione. I protagonisti appartengono ad entrambe le comunità religiose, come le due amiche di credo diverso e una coppia borghese (lui islamico, lei hindu). Nandita Das è un’attrice indiana, protagonista fra gli altri di due film della famosa trilogia di Deepa Mehta, Fire (1996), Earth (1998), quindi apprezzatissima anche all’estero, spesso impegnata in lavori di valenza sociale e, soprattutto, a sostegno della situazione femminile. Il suo secondo film Manto (2018) fu presentato a Cannes.

Noroît (Jacques Rivette, Fra, 1976)

Pur essendo un ammiratore dei lavori di Rivette, spesso giudicati criptici e/o estremamente lenti, devo ammettere che questo mi ha deluso, specialmente sapendo che fu pensato come elemento della quadrilogia mai completata Scènes de la vie parallèle, della quale fa parte anche Duelle (1976), certamente più interessante e coinvolgente. Le protagoniste sono delle piratesse (in abbigliamento moderno), fra le quali si insinua un’altra donna (interpretata da Geraldine Chaplin) con propositi vendicativi.

lunedì 11 luglio 2022

Microrecensioni 196-200: iconico curry western e 4 Cantinflas

Restando in tema pietre miliari del cinema indiano, ai precedenti 2 ho aggiunto Sholay, film cult e di cassetta, ma certamente di valore artistico inferiore agli altri. Mi sono poi imbattuto in una raccolta di commedie di Cantinflas fra le quali ne ho scovate 4 non ancora viste, alcune in HD e con rating medi 7,1 su IMDb, e così ho completato il secondo centinaio di film del 2022!

Sholay (Ramesh Sippy, Ind, 1975)

Oltre a dare la stura al genere del cosiddetto curry western (film indiani, ambientati in India, in stile spaghetti western) questo fu quello che dopo ben 15 anni superò il primato di Mughal-e-Azam al botteghino, anche perché il prezzo dei biglietti era ovviamente aumentato. C’è uno spietato villain che, con la sua banda, taglieggia gli abitanti di un villaggio, c’è un ex poliziotto in cerca di rivincita nei suoi confronti, due criminali ingaggiati da quest’ultimo per catturare il cattivo e, ovviamente, un paio di conne per due storie d’amore. Come in ogni Bollywood classico sono aggiunti intermezzi musicali e da commedia. Queste ultime sono la pecca, anche perché inutilmente stiracchiate in un film di 3h30’ … ma evidentemente avevano ragione i produttori visto che hanno avuto tanto successo.

 
Come già scritto in una precedente occasione, penso sia necessario ripetere che Cantinflas è stato il più amato comico messicano con un suo attivo una cinquantina di film; ha lavorato anche a Hollywood e a sua più famosa interpretazione internazionale (per la quale vinse il Golden Globe come miglior attore) è quella nei panni di Passepartout in Il giro del mondo in 80 giorni (1956, di Michael Anderson, 5 Oscar e 3 Nomination) al fianco di David NivenNella maggior parte dei casi ha interpretato personaggi popolari di buon cuore, sempre abbastanza illetterato da poter avere la possibilità di esibirsi nel suo eloquio contorto e inconcludente, pieno di errori grammaticali e sintattici, interpretando le parole con il significato che più gli convenisse. Molti dei suoi discorsi sono quindi intraducibili in altri idiomi e per questo i suoi film vengono talvolta associati a quelli dei fratelli Marx. Questa particolarità ha addirittura a generato una serie di vocaboli poi accreditati perfino dalla Real Academia Española; nel dizionario ufficiale sono quindi inseriti il sostantivo cantinflas (“persona che agisce o parla come Cantinflas, in modo insensato e incongruente senza dire niente di concreto”) e vari derivati fra i quali il sostantivo cantinfleo e il verbo cantinflear. Sta sempre dalla parte dei poveri degli sfortunati e di quelli comunque oppressi da potenti e malavitosi o dal sistema in generale. Charlie Chaplin affermò disse di considerare Cantinflas il più bravo comico vivente.

 
¡Así es mi tierra! (Arcady Boytler, Mex, 1937)

Secondo suo film, quindi non ancora vero protagonista pur risaltando nel cast; la sua strepitosa carriera sarebbe iniziata 3 anni dopo con Ahí está el detalle, diretta da Miguel M. Delgado con il quale poi collaborò in altri 32 casi. Il film non fu molto apprezzato avendo molti alti e bassi nella sceneggiatura, nonostante il cast con tanti affermati caratteristi e la buona regia di Arcady Boytler, uno dei russi immigrati in Messico, noto soprattutto per La mujer del puerto (1934).

Un día con el diablo (Miguel M. Delgado, Mex, 1945)

Cantinflas viene incastrato con una sostituzione di persona; viene arruolato di forza, vola al cielo e dopo essere stato accettato da San Pietro ha anche un incontro con il diavolo. Non fra i migliori, troppo surreale rispetto alle più apprezzate farse in stile quasi neorealistico.

El bombero atómico (Miguel M. Delgado, Mex, 1952)

Nei suoi film Cantinflas ha interpretato quasi ogni tipo di professionista (perfino deputato, medico, sacerdote e ambasciatore) e lavoratore (spazzino, fotografo, charro o semplicemente un analfabeta o profugo). A volte la bontà dei suoi personaggi si rifletteva anche nella vita reale come nel caso della produzione di questo film; dopo essersi reso conto del pessimo stato della caserma dei pompieri e della mancanza di automezzi decenti, ne comprò di nuovi e fece ricostruire la caserma donando poi il tutto alla città. In effetti interpreta un pompiere solo in parte del film in quanto inizia come strillone per poi diventare pompiere e infine ispettore di polizia. Nonostante i disastri che combina, riesce sempre a far carriera e infine a sgominare una pericolosa banda di criminali.

El portero (Miguel M. Delgado, Mex, 1953)

L’essere portiere tuttofare in un condominio popolare e molto movimentato, pone Cantinflas al centro di questo mondo fra feste in cortile, corteggiamenti, morti, prepotenze, gelosie e chi più ne ha più ne metta.

E questo è un esempio dell'eloquio di Cantinflas nella lunga scena del tribunale in Ahí está el detalle, nella quale, alla fine, anche gli avvocati di accusa e difesa nonché il giudice vengono contagiati e cominciano a cantinflear.

martedì 5 luglio 2022

Microrecensioni 191-195: pietre miliari del cinema …

… per vari motivi, di diverse nazioni e periodi (dal 1922 al 1992). Dopo il corto sci-fi di Méliès, considerato il primo del genere, mi sono imbattuto in quello che è considerato il primo etno-documentario lungo; i due indiani sono il più grande colossal di sempre, campione di incassi, e uno dei film più rappresentativi del Parallel Cinema; completano il gruppo un lodatissimo, per quanto discusso, film rumeno dell’immediato dopo-Ceausescu e un cult demenziale della New Hollywood. Non a caso i rating medi dei 5 sono 7,8 su IMDb e 94% su RT.


Mughal-e-Azam
(K. Asif, Ind, 1960)

Dalla prima idea messa nero su bianco nel 1944, ci vollero oltre 15 anni per arrivare nelle sale, ma indubbiamente ne valse la pena. Fu la più grande produzione di sempre, uno dei più ricchi colossal al mondo, sia per budget che per impegno di manodopera e per persone impiegate. La costruzione del ricchissimo palazzo del Sultano impegnò oltre 150 carpentieri e decoratori per vari mesi, per le scene del campo di battaglia furono impiegati elefanti, 2.000 cammelli, 4.000 cavalli e 8.000 veri soldati dell’esercito indiano, una sola canzone delle 8 inserite nel film costò più di un intero film standard, la statua di Krishna era di vero oro, all’uscita del film i biglietti furono venduti a mercato nero a prezzi spropositati, la vendita fu presto sospesa per 3 settimane dopo aver esaurito in pochissimo tempo i biglietti, le cronache dell’epoca riportano assembramenti iniziali di 100.000 persone con molti di loro che rimasero i fila per 4 o 5 giorni per comprare i biglietti, il famoso teatro Maratha Mandir di Mumbai (1.100 posti) oltre che per la prima fece registrare il tutto esaurito per molti mesi e rimase in circolazione per 13 anni! Un cast eccezionale e la storia d’amore (fra leggenda e realtà storica), con lo scontro fra il Sultano e suo figlio innamorato di una semplice danzatrice fece gran presa sul pubblico; oltretutto nel film non mancavano belle canzoni composte all’uopo (con testi significativi) e battaglie campali, entrambe molto amate dagli spettatori. Come complessità e grandiosità, nonché durata, non ha niente da invidiare ai contemporanei hollywoodiani Ben Hur (1959, William Wyler) e Spartacus (1960, Stanley Kubrick) e al Guerra e pace di Sergey Bondarchuk (1965, URSS), seppur di culture ed epoche completamente differenti.

 

Nanook of the North (Robert J. Flaherty, Fra/USA, 1922)

Il regista visse con la famiglia di Nanook per vari mesi, girò una buona quantità di immagini nella penisola di Ungava, nel Canada nordorientale, ma non riuscì ad assemblare un documentario. Tornò con maggiore organizzazione e mise insieme questo straordinario doc-verité che mostra la vita di una famiglia Inuit semi-nomade, dalle scene di caccia alla costruzione di un igloo (in solo un’ora), dalla pesca al commercio delle pelli, dalla manutenzione del kayak alla manipolazione del cibo.

Atanka (Terror) (Tapan Sinha, Ind, 1986)

L’indiscusso trio di punta del Parallel Cinema indiano era composto da Tapan Sinha con Mrinal Sen e Satyajit Ray, essendo però solo quest’ultimo acclamato a livello mondiale. Interessante il tema, molto ben sviluppato, il drammatico dilemma di un padre che deve decidere fra coscienza e famiglia. Un maestro assiste ad un omicidio perpetrato da un suo ex-alunno e la sua gang, protetta da un politico e da poliziotti corrotti. Tarda a denunciare il fatto per proteggere i suoi due giovani figli, che comunque vengono aggrediti. Come quasi tutti i soggetti del Parallel Cinema, anche questo affronta temi scabrosi, dei quali all’epoca era difficile parlare.

 
Animal House (John Landis, UK, 1978)

Cult diretto da John Landis (regista ai massimi livelli in questo genere) che precede di 2 anni il suo ancor più famoso The Blues Brothers. Vi rimando al post che scrissi qualche anno fa.

Balanta (The Oak) (Lucian Pintilie, Rum, 1992)

Commedia grottesca che affronta l’argomento della diffusissima corruzione nel regime dittatoriale di Ceausescu, dal modus operandi della famigerata Securitate (la polizia politica) al sistema sanitario e alle esercitazioni militari. L’ho trovato un po’ troppo altalenante fra satira politica (di un recentissimo passato) e scene veramente demenziali. Comunque interessante, a tratti divertente per le imprese dei due protagonisti, una ribelle che deve seppellire le ceneri del padre e un medico praticamente anarchico, in totale contrasto con la società e ancor di più con il regime.

sabato 2 luglio 2022

Microrecensioni 186-190: ancora gran varietà e qualità

Un corto sci-fi di 120 anni fa, considerato il primo del genere, certamente pietra miliare della Settima Arte, due classici del 1963 di taglio molto diverso (una commedia degna di Hitchcock e un dramma con tema quasi tabù per l’epoca), un film del tardo Parallel Cinema indiano e un documentario su un premio Oscar storico.

 
The servant (Joseph Losey, UK, 1963)

Seconda sceneggiatura cinematografica di Pinter, subito dopo The Caretaker, dello stesso anno (regia di Donner, con un ottimo trio di protagonisti: Alan Bates, Donald Pleasence, Robert Shaw). Da parte sua, Losey ha messo mirabilmente in scena il sottile gioco psicologico nel quale i ruoli iniziali vengono completamente sovvertiti, dirigendo un più che valido, seppur ridotto, cast nel quale spicca Dirk Bogarde con al lato la giovane Sarah Miles, appena al suo secondo film. Il regista americano (trasferitosi in UK dopo essere stato accusato di attività sovversive a seguito della tristemente nota caccia alle streghe del maccartismo) cura maniacalmente quasi ogni inquadratura e si è certamente sbizzarrito con originali punti di ripresa delle scale e nelle composizioni attorno agli specchi. Invito a leggere questo interessante articolo che spiega le origini di questo lavoro, derivato da una situazione reale trasformata in racconto da Robin Maugham (nipote del ben più famoso Somerset) e infine adattato a sceneggiatura da Pinter. L'originale era certamente più osé e necessariamente è stato edulcorato per il cinema ... infatti negli anni '60 l'omosessualità era ancora un reato.

Hearts of Darkness: A Filmmaker's Apocalypse (Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola, USA, 1991)

Documentario molto ben strutturato, che svela interessantissimi i retroscena relativi alla produzione di Apocalypse Now (1979, Francis Ford Coppola, 2 Oscar e 6 Nomination), uno dei migliori colossal di tutti i tempi, assemblati in un mix di interviste, brevi spezzoni del film, riprese amatoriali effettuate all’epoca dalla moglie di Coppola, Eleanor. Vengono alla luce l’infarto che colse Martin Sheen nel bel mezzo delle riprese, il timore di non poter portare a termine la produzione per problemi finanziari, l’imprevedibilità di Marlon Brando, i rapporti con gli indigeni sospettati di essere tagliatori di teste, motivazioni delle aggiunte e dell’eliminazione vi varie scene (alcune poi reinserite nella versione Redux), l’uso e l’abuso di alcool e droghe, i problemi delle riprese sul fiume e nelle foreste filippine (il film non fu girato in Vietnam), la correlazione con l’originale racconto Cuore di tenebra (Heart of Darkness, scritto da Joseph Conrad nel 1899 ma ambientato in Congo) e tanto altro. Consigliatissimo a chi ha già apprezzato il film, gli altri cominciassero a guardare almeno una delle due versioni.

  
The Kaleidoscope (Chaalchitra) (Mrinal Sen, USA, 1981)

Mrinal Sen è stato uno dei maggiori esponenti del Parallel Cinema indiano ed in questo film urbano e quasi neorealistico non solo tratta di temi sociali (come suo solito) ma sembra essere quasi chiaroveggente sollevando il problema dell’inquinamento atmosferico anche se si tratta di quello derivante dalle innumerevoli fornacelle a carbone casalinghe, che tuttavia a Calcutta erano centinaia di migliaia. L’ambientazione in un caseggiato popolare fornisce spunti per affrontare anche tanti altri aspetti della vita quotidiana familiare e delle prospettive sociali, oltre a quelli ovvi dei danni causati dai fumi ai polmoni e delle morti conseguenti ad intossicazione idi monossido di carbonio.

Charade (Stanley Donen, USA, 1963)

Commedia brillante fra il romantico e il crime, con un eccellente cast e una sceneggiatura niente male … molti sostengono che avrebbe meritato la regia di Hitchcock, il quale, ricordate, non ha diretto solo thriller ma anche commedie e non ha mai fatto mancare l’ironia nei suoi film. Una giovane e avvenente recentissima vedova (Audrey Hepburn), scopre di essere stata lasciata senza una lira dal ricco marito, che questi aveva traffici loschi e amici ancor più loschi i quali sostengono che il defunto avrebbe fatto sparire una ingente somma di denaro. Essendo tutti convinti che lei sappia dove sia il malloppo, inizia una caccia alla quale partecipano personaggi subdoli e più o meno minacciosi e violenti (molti dei quali non sono chi dicono di essere), in parte alleati fra loro, in parte ansiosi di eliminare i concorrenti. I colpi e cambiamenti di scena non si contano, rafforzati dalle incisive interpretazioni del romantico Cary Grant, del protettivo Walter Matthau e dei minacciosi James Coburn e George Kennedy e il solo apparentemente innocuo Ned Glass. Commedia classica d’altri tempi, ben diretta e interpretata, quasi per famiglie.

Le voyage dans la lune (George Méliès, USA, 1902)

Come scritto in apertura, con questo corto (13’-14’ a seconda delle versioni) di Méliès dimostrò che attraverso il cinema, con pochi semplici ingenui trucchi (oggi) più che evidenti, si potesse intrattenere ed affascinare il grande pubblico con fantasie e ipotesi scientifiche, molte delle quali, come in questo caso, erano già stata avanzate da Jules Verne vari decenni prima. La migliore versione attualmente disponibile è quella colorizzata (a mano) all’epoca, ritrovata nel 1993, restaurata digitalmente fotogramma per fotogramma (oltre 13.000) e fruibile dal 2010. Curiosità per cinefili, per questi imperdibile.