martedì 29 novembre 2022

Microrecensioni 326-330: ecco 5 neo noir

Cinquina apparentemente omogenea, ma con film molto diversi, sia come argomento che come co-genere, sia come qualità e paesi e anni di produzione.  

 
Dark City (Alex Proyas, Aus, 1998)

Mai sentito nominare e di genere misto neo noir e sci-fi (non il mio preferito), guardato fidandomi dei rating, liste di preferenze ed alcuni commenti, è quello che mi ha piacevolmente sorpreso e mi piaciuto non poco. La trama è senza dubbio originale e ben sviluppata, pur avendo vari punti in comune con tanti altri film, a cominciare dalla amnesia del protagonista. La scenografia e gli effetti speciali descrivono alla perfezione l’atmosfera pesante che opprima questa città che non vede mai il sole. La situazione ricorda molto Paris qui dort (Parigi che dorme) ottimo e originale mediometraggio muto diretto da René Clair nel 1923 (consigliato). Alex Proyas (nato in Egitto, da genitori greci e poi emigrato in Australia) è bravo regista ma con molti alti e bassi; senz’altro l’altro suo film di livello è The Crow (1994), a qualcuno potrebbe essere piaciuto anche I, Robot (2004). Singolare la composizione del cast nel quale, al lato del protagonista Rufus Sewell, compaiono star come William Hurt (che non ha bisogno di presentazioni), Jennifer Connelly (Oscar in A Beautiful Mind) e Richard O'Brien (il Riff-Raff del cult The Rocky Horror Picture Show, 1975), ma ci sono anche Ian Richardson e Kiefer Sutherland. Consigliato.

Memories of Murder (Bong Joon-ho, Kor, 2003)

Questo è il più conosciuto e apprezzato della cinquina, addirittura al 196° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi, direi abbastanza sopravvalutato. La sceneggiatura (tratta da un lavoro teatrale) è più che buona ma viene rovinata dall’esagerazione dei comportamenti dei poliziotti, dal commissario ai due detective e al poliziotto violento. Anche la fotografia e il montaggio meritano, come è lecito aspettarsi da Bong Joon-ho, co-autore della sceneggiatura. Vi ricordo che il regista coreano nel 2020 ha ottenuto ben 4 Oscar con Parasite (miglior film, film straniero, regia e sceneggiatura) e 34° posto nella classifica IMDb, assolutamente esagerato.

   
Body Heat (Lawrence Kasdan, USA, 1981)

Noir quasi classico, con una torbida storia passionale con la vista e rivista pianificazione dell’omicidio di un uomo, perpetrato dalla moglie insoddisfatta e dal suo amante. L’ambiente è quello della ricca borghesia di una cittadina sulla costa della Florida, con un taglio decisamente erotico (soft). I personaggi principali sono interpretati da William Hurt e Kathleen Turner, nel suo primo ruolo da protagonista. Non un gran film, ma ben messo in scena; forse riducendo il numero delle scene passionali sarebbe stato più scorrevole, ma è inutile negare che tali riprese attirano il pubblico, ergo …

Devil in a Blue Dress (Carl Franklin, USA, 1995)

Non un granché ... ha l’originalità di un noir moderno (seppur ambientato nel 1948, in California) di matrice afroamericana. La trama, un po’ troppo densa di avvenimenti (e morti), pone quasi tutti i “neri” dalla parte dei più o meno buoni e i bianchi da quella dei cattivi. Aggiungete quelli che stanno a metà strada, politici che concorrono alla carica di sindaco, pedofili, persone dal grilletto molto facile, storie d’amore, ricatti incrociati e il protagonista (Denzel Washington) che i guai se li va a cercare e concorderete che per un’ora e mezza di film è un carico eccessivo. Mi ha inoltre lasciato perplesso, in un film nel quale si tratta più volte il tema del razzismo, la rappresentazione della comunità afroamericana che vive tranquillamente e pacificamente in un ordinatissimo quartiere con strade larghe adornate con palme, aiuole perfettamente tenute davanti alle moderne case, macchine moderne e splendenti e via discorrendo. Qualche merito glielo riconosco, soprattutto per la fotografia e la caratterizzazione di alcuni personaggi (altri, come quello di Don Cheadle, sono quasi ridicoli), ma in linea di massima è appena sufficiente.

Brick (Rian Johnson, USA, 2005)

Film fra un’indagine indipendente di un giovane e intraprendente studente sulla misteriosa morte violenta di una sua ex e una guerra fra giovani spacciatori di droga. La trama sembra tanto una variante studentesca di Per un pugno di dollari, con il protagonista che, pur essendo regolarmente e pesantemente malmenato, riesce a infiltrarsi fra i probabili assassini e, facendo il doppio gioco, riesce a mettere gli uni contro gli altri. Film evidentemente prodotto a basso budget con scene quasi sempre ridicolmente deserte (strade, scuole, campi sportivi, …) e con cast molto poco convincente.

sabato 19 novembre 2022

Microrecensioni 321-325: ecco 5 road movie cult

Si tratta di 5 classici, quasi tutti alternativi, indipendenti e senza grandi nomi. I co-generi, e quindi i personaggi principali, sono molto diversi; nell’unico con star ci sono due evasi in fuga (a piedi), nel secondo dei fanatici di gare illegali su strada, nel terzo un ex-pilota, professionista delle consegne auto da uno stato all’altro, braccato dalla polizia, nel quarto, al contrario, il protagonista è proprio un poliziotto motociclista (che aspira a diventare detective) e infine ci sono due amici presi in ostaggio (con la loro auto) da un evaso. Oltre ad essere road movies, vari sono accomunati dalle location, strade desolate del sudovest americano, rettilinei senza fine nel deserto, piste sterrate fino alla California e anche al Messico. Due sono degli anni ’50, gli altri 3 degli inizi degli anni ’70, in pieno periodo di fermenti giovanili, comunità hippy e sulla scia del progenitore Easy Rider (1969, Dennis Hopper). Comincio con due super-cult (per i cinefili).

 
Vanishing point (Richard C. Sarafian, USA, 1971) tit. it. Punto Zero

Film che ha immortalato un’auto (la 1970 Dodge Challenger R/T 440 Magnum) e un nome, quello del protagonista: Kowalski. La macchina in questione (di serie, da portare da Denver, CO a Los Angeles, CA) era un mostro di 7.200cc, da 375 cv, 8 cilindri a V, modelli simili di tale potenza erano relativamente comuni negli USA all’epoca. Pensate che nel 1985 ho personalmente guidato una Pontiac Lemans del 1969 (6.100 cc, 330 cv) inviata da una madre di Los Angeles, CA a sua figlia che studiava a Eugene, OR (come se fosse una vecchia utilitaria!) e non persi l’occasione di percorrere la mitica Highway 101, la spettacolare strada costiera spesso a picco sul mare e con tante curve che avrete visto in centinaia di film! Il cognome Kowalski è stato utilizzato in vari altri film successivi, l’orologio e gli occhiali sono state citazioni, nel 1997 è stato prodotto un remake (scadente) con Viggo Mortensen. Oltre a Super Soul, conduttore (cieco) di una piccola radio indipendente che assiste a distanza l’ex pilota, militare e poliziotto, ci sono tanti altri personaggi incredibili che fanno brevissime apparizioni: dal catturatore di serpenti a sonagli, a comunità religiose, alla coppia gay Just Married che tenta di rapinarlo, un’affascinante autostoppista (una giovane Charlotte Rampling, scena tagliata nella prima versione), una ragazza completamente nuda su una moto Honda nel bel mezzo del deserto. Ottima la colonna sonora che mette insieme pezzi rock, country, soul e gospel. Film molto datato ma certamente rappresentativo di quell’epoca di rivoluzione giovanile, guerra in Vietnam, droga, rock, hippies, capelli lunghi, promiscuità e vestiti coloratissimi.

Two-Lane Blacktop (Monte Hellman, USA, 1971) tit. it. Strada a doppia corsia

Il titolo italiano, in questo caso, è quasi letterale in quanto blacktop si riferisce alle strade asfaltate (quindi nere) per distinguerle da quelle in cemento (grigie) comuni negli States. I protagonisti sono tre, tutti senza nome: the Pilot, the Mechanic e GTO (dal tipo di auto che guida). In effetti, per una parte del film c’è anche una autostoppista, ovviamente identificata con un vago the Girl. Warren Oates è lo sbruffone che viaggia da solo su una Pontiac GTO nuova della quale si vanta e sfida i due ragazzi che con una vecchia Chevrolet 1955 ampiamente modificata con la quale partecipano a gare legali e non dovunque si svolgano. Monte Hellman è regista semisconosciuto ai più, ma molto apprezzato fra i cineasti, è stato finanziato da Roger Corman ed ha influenzato Quentin Tarantino. In questo film, chiaramente indipendente, solo Warren Oates fu l’unico attore professionista, il pilota fu interpretato dal famoso cantautore James Taylor (100 milioni di dischi venduti) mentre per il ruolo del meccanico Dennis Wilson (batterista dei The Beach Boys) fu ingaggiato appena 6 giorni prima dell’inizio delle riprese. La prima versione montata da Monte Hellman era di 3 ore e mezza, per contratto fu obbligato a ridurla a 1h42’. Altro film specchio dell’epoca, con tanti giovani che impazzivano per gare su strada fra auto, dal quarto di miglio alle interstato (come in questo film) e moto modificate (chopper e co.).

  
The Hitch-Hiker (Ida Lupino, USA, 1953)

Ida Lupino fu stimata e conosciuta attrice dai primi anni del sonoro a metà anni ’50, ma fu anche una delle poche registe di qualità (una mezza dozzina di titoli), poi si dedicò alla tv sia come attrice che come regista. Anche questo viene reputato un classico cult, con mix di generi, fra road movie, crime, thriller, nonostante il cast “povero” che conta solo su caratteristi certamente bravi ma con nomi sconosciuti ai più. Due amici che avevano programmato di andare a pescare hanno la malaugurata idea di prendere a bordo un autostoppista che immediatamente si rivelerà essere un pericoloso criminale senza scrupoli, appena evaso e quindi braccato dalla polizia americana e poi anche da quella messicana visto che la fuga prosegue in Baja California.

The Defiant Ones (Stanley Kramer, USA, 1958)

Questo è quello con i grandi nomi a cominciare dal regista, ma si tenga presente che i due fuggitivi protagonisti del film sono interpretati da una coppia d’eccezione: Tony Curtis e Sidney Poitier. Ottenne 2 Oscar (sceneggiatura e fotografia) e ben 7 Nomination, 4 delle quali per le interpretazioni dei protagonisti e non protagonisti, le altre 3 per miglior film, regia e montaggio. Secondo me sopravvalutato e così sembrerebbe anche dalla poca notorietà, nonostante premi e star coinvolte. L'immancabilmente ridicolo titolo italiano è La parete di fango ...

Electra Glide in Blue (James William Guercio, USA, 1973)

Altro nome sconosciuto ed il fatto non meraviglia visto che questo è l’unico film diretto da James William Guercio. Tuttavia, in quell’epoca nella quale i road movies americani si affermavano, fu la proposta americana al Festival di Cannes del 1973. Senz’altro il meno avvincente del gruppo e l’inesperienza di Guercio come regista si fa notare; ebbe certamente molto più successo come produttore discografico … tutt’altra attività.

domenica 13 novembre 2022

Microrecensioni 316-320: strano mix, solo due connessi

A un turco di pregevole estetica , un australiano politico/razziale, un coreano drammatico ho affiancato due film unanimemente reputati pietre miliari del cinema, con tema per molti versi comune. I due vanno molto di pari passo, con folli dittatori avidi di conquiste, sottomissioni e progetti di genocidi e stermini come protagonisti. In entrambe i casi gli stessi attori (Charlie Chaplin e Peter Sellers) interpretano anche un ruolo ben diverso, impegnati a salvare il mondo da una catastrofe o, quanto meno, da tali pazzi guerrafondai. Ovviamente, per cogliere i vari riferimenti (per lo più grotteschi) alla realtà storica del momento è imprescindibile sottolineare l'anno di produzione: 1940 (inizio della II Guerra Mondiale) per quello con tanto di caricatura del Fuhrer, 1964 per Kubrick che invece fa satira sulla guerra fredda e minacce nucleari fra le due superpotenze palesemente indicate come USA e URSS. Con tutte le dovute differenze, personalmente preferisco di gran lunga il secondo, sia per la regia (Kubrick è regista, Chaplin doveva limitarsi a fare le sue solite macchiette che, a suo danno, porta anche nel film) sia per la qualità delle sceneggiature evidentemente non paragonabili per sagacia e dialoghi, sia perché Chaplin non può competere con Peter Sellers.

 
Time to Love (Sevmek Zamani, Tur, 1965)

Pellicola ottimamente restaurata, ed il fatto è significativo in quanto il film conta molto sull’estetica dell’ottima fotografia. La storia, veramente sui generis e ben proposta, narra di un imbianchino pittore di appartamenti che si innamora di una gigantografia del volto della proprietaria di un appartamento di villeggiatura su una della Isole dei Principi nel Bosforo, nei pressi di Istanbul. Solo dopo un anno, mentre lavora in un’altra villa, incontrerà la donna con la quale inizierà un insolito rapporto in quanto lui si dichiara innamorato esclusivamente dell’immagine, mentre lei è palesemente interessata all’uomo proprio per tale motivo. Interessanti i due co-protagonisti: il collega del pittore suonatore di ud (o oud che dir si voglia) e il gelosissimo pretendente della ragazza. Un po’ esagerato ed emblematico il finale che mette in risalto tutti i limiti di Süleyman Tekcan come attore, ma il resto del film merita certamente un’attenta visione per la qualità della fotografia.  

Slam (Partho Sen-Gupta, Aus/Fra, 2018)

Molto interessante per i temi affrontati: immigrazione, accoglienza dei rifugiati, legami famigliari, pregiudizi razziali, protesta tramite la poesia. La buona sceneggiatura e le buone interpretazioni mantengono costantemente vivo l’interesse per questa storia che comincia con la sparizione di una rifugiata siriana in Australia e influisce in modo drammatico non solo sulle vite della madre e del fratello (e della sua famiglia) ma anche sulla funzionaria di polizia che si interessa del caso e che ha i suoi bravi problemi, in qualche modo legati alla missione australiana in Siria. Si rivela un miscela di drammi familiari, indagini di polizia, razzismo. Merita la visione.

  
Dr. Strangelove (Stanley Kubrick, USA, 1964) tit. it. “Il dottor Stranamore” *

Kubrick è stato un regista che si è divertito a cimentarsi in nei generi più vari anche se ha forse avuto una predilezione per i film di guerra, mostrando sempre la sua avversione alla stessa. Questo è una feroce parodia dell'ambiente politico-militare, in particolare quello ai massimi gradi e dei loro rapporti internazionali. Più che il sempre bravo Peter Sellers (che interpreta 3 personaggi diversi), impressiona l'ottima prova di George C. Scott nei panni di un generale, ovviamente al limite della follia. Nel cast tanti altri bravi caratteristi (p. e. Sterling Hayden e Slim Pickens) che attuano alla perfezione le direttive del regista. I dialoghi sono di una logica stringente ma, partendo da presupposti fasulli o errati, giungono a conclusioni folli, esilaranti e allo stesso tempo tragiche. Il film segue tre storie parallele e interconnesse che si sviluppano contemporaneamente nell’arco di poche ore in una base militare americana, su un bombardiere B-52 diretto in Russia con armi nucleari e al Pentagono nella sala del Consiglio di guerra. Dr. Strangelove fu il primo film a trattare ampiamente il tema delle armi nucleari e fu aspramente criticato per il modo caricaturale in cui lo fece, con una esaltazione dell'illogicità della guerra in generale e delle minacce, delle rappresaglie e degli ordini irrevocabili in particolare. Se ci fosse qualcuno che ancora non lo ha visto, che rimedi al più presto. Al 68° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 4 Nomination Oscar (miglior film, regia, Peter Sellers protagonista e sceneggiatura).

The Great Dictator (Charlie Chaplin, USA, 1940) 61° 5N

Pur dovendo ammettere che non ho mai apprezzato più di tanto Chaplin, né come comico che come regista, penso che senza essere prevenuto sia più che onesto affermare che questo film è sempre stato nettamente sopravvalutato, indipendentemente dal paragone con Dr. Strangelove al quale qui l’ho abbinato. Non riesce mai a prendere una direzione decisa, barcamenandosi fra macchiette, capriole e parti serie; non convincono i due personaggi da lui interpretati nel film, il grande dittatore e il suo oppositore barbiere smemorato, né la storia romantica, né tutto il resto. Il discorso finale dichiaratamente pacifista è troppo forzato, ma certamente ha fatto storia nel cinema essendo ripreso per certi versi nei contenuti non solo dal film di Kubrick ma anche da un altro famoso film (messicano) quale Su excelencia (1967, Miguel M. Delgado, con Cantinflas come protagonista). Al 61° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 5 Nomination Oscar (miglior film, Charles Chaplin protagonista, Jack Oakie non protagonista, sceneggiatura e commento sonoro).

Peppermint Candy (Lee Chang-dong, Kor, 1999)

Veramente deludente, nonostante la tanto decantata costruzione cronologicamente al contrario, e con salti temporali irregolari. Il moderno cinema coreano, per nostra fortuna, conta su molti altri ottimi registi. Non lo consiglio.

venerdì 4 novembre 2022

Microrecensioni 311-315: slapstick, musical e 3 screwball

A tre buone commedie romantiche / sofisticate quasi grottesche basate su pregiudizi e differenze di classe ho aggiunto altre due classici paradossali di ottimo livello una slapstick (manco a dirlo dei fratelli Marx) e un musical con finale grandioso … tranne una, sono tutte degli anni ’30. Anticipo che le tre commedie romantiche sono effettivamente sullo stesso tema ma, benché spesso le due più note siano associate e reputate una remake dell’altra, fra loro ce n’è una terza che è effettivamente l’originale dell’ultima, messicana e del 1955. In tutti e tre i casi i protagonisti (involontariamente sotto mentite spoglie) vengono assunti da ricchissime famiglie come maggiordomo nel primo caso, come autista negli altri due. Dall’atteggiamento dei presunti barboni assunti per la smodata filantropia della padrona di casa (completamente svagata, fuori di testa) è chiaro dall’inizio che sono persone di una certa cultura e che, in precedenza, era abituati a trattare con i membri dell’alta società o, quanto meno, con quelli dell’ambiente degli straricchi. Escuela de vagabundos, più che un remake, sembra una copia conforme di Merrily We Live (quasi del tutto sconosciuto) ed alcune scene, a cominciare da quella iniziale, sono assolutamente identiche. Dei tre, forse anche perché non lo conoscevo, quest’ultimo mi è sembrato quello più arguto e divertente, nonostante il finale quasi slapstick, e da questo comincio.

Merrily We Live (Norman Z. McLeod, USA, 1938)

Con un cast di nomi semisconosciuti conquistò ben 5 Nomination Oscar (ma nessuna statuetta) ed è rimasto pressoché ignoto ai più. Rispetto al simile My Man Godfrey di due anni prima, le due sorelle non sono in totale contrasto, manca il fratello e ci sono due simpatici cagnoni. I dialoghi, specialmente quelli con la svampita padrona di casa (Billie Burke, Nomination non protagonista), sono ancor più surreali eppure arguti. La sceneggiatura è un adattamento del romanzo The Dark Chapter: A Comedy of Class Distinctions (1924, E.J. Rath), poi prodotto a Broadway nel 1926 come They All Want Something da Courtenay Savage e infine già portato sullo schermo nel 1930 da George Crone con il titolo What a Man!, eppure viene di solito associato a My Man Godfrey nei cui titoli non compare nessuno dei suddetti autori fra i collaboratori alla sceneggiatura. Io lo consiglio, tit. it. Gioia di vivere.

 
Escuela de vagabundos (Rogelio A. González, Mex, 1955)

Come anticipato, questo è un vero remake di  Merrily We Live, diventato subito un classico della Epoca de Oro, da molti giudicato uno dei migliori film di Pedro Infante, il più noto e amato attore / cantante di allora, prematuramente scomparso 2 anni più tardi. Ma se la sua partecipazione ha dato lustro e importanza al film, allo stesso tempo è diventata una palla al piede della commedia poiché, inevitabilmente sono state inserite una mezza dozzina di canzoni a discapito del buon ritmo della trama.

My Man Godfrey (Gregory La Cava, USA, 1936)

Come detto questo è il più famoso dei tre, con un gran cast che meritò ben 4 delle 6 Nomination ottenute dal film: Carole Lombard e William Powell protagonisti, Alice Brady e Mischa Auer non protagonisti. Le altre due andarono a alla regia e alla sceneggiatura, ma anche in questo caso nessuna delle 6 si trasformò in Oscar. A ben vedere i punti di contatto con le altre commedie simili sono pochi, solo il (pre)concetto della valutazione delle persone per il loro aspetto o per la loro situazione momentanea sono uguali così come la ridicolizzazione della ricca svampita filantropa padrona di casa. Alla fine regnano i buoni sentimenti ed il più che previsto lieto fine. Certamente buono, ma continuo a preferire Merrily We Live.

 

Gold Diggers of 1935 (Busby Berkeley, USA, 1935)

Busby Berkeley più che regista era coreografo molto apprezzato a Hollywood e non fatevi ingannare dal titolo che letteralmente significa “cercatori d’oro” in quanto questi non c’entrano assolutamente niente. All’epoca Gold Digger era un termine comunemente usato per indicare le ragazze, o donne, in cerca di un marito straricco; la storia si sviluppa in un grande albergo che definire di lusso sarebbe un diminutivo. La prima parte del film è una commedia molto divertente, con personaggi bizzarri non solo fra gli ospiti dell’hotel, ma anche fra il personale. Tutti quelli che hanno o hanno avuto a che fare con questo ambiente lavorativo dovrebbero vederlo ... da allora niente è cambiato. La parte finale volge più al musical classico con due coreografie affollatissime, la prima delle quali coinvolge un numero incredibile di pianoforti che si muovono come in un caleidoscopio ... e non è un gioco di specchi, sono veramente tanti! Se è piaciuto a me che non sono amante di questo genere di film penso che possa piacere anche a tanti altri.  Oscar per la miglior canzone e Nomination per la coreografia.

Monkey Business (Norman Z. McLeod, USA, 1931) tit. it. Quattro folli in alto mare

Primo film originale e non tratto da lavoro teatrale dei fratelli Marx. Il regista Norman Z. McLeod li diresse anche nel successivo Horse Feathers (1932) e in tutta la sua carriera gravitò nel genere commedie più o meno grottesche con comici famosi come W.C. Fields, Danny Kaye e Bob Hope ... si direbbe che solo per Merrily We Live non gli fu messo a disposizione nessun gran nome. La lunga prima parte della storia è certamente la più divertente e si svolge su un transatlantico, sul quale i 4 ineffabili fratelli viaggiano come clandestini e, ovviamente, portano scompiglio se non caos. La parte finale ha meno mordente e perde di vivacità. In stile classico dei Marx Brothers, è indispensabile conoscere l’inglese (ancora meglio l’americano) per cogliere le sfumature linguistiche e i giochi di parole.

domenica 30 ottobre 2022

Microrecensioni 306-310: Emilio Fernández e Alberto Gout, Epoca de Oro mexicana

Gruppo molto omogeneo, relativi a due soli registi, ognuno con il suo direttore della fotografia preferito (due maestri del b/n Gabriel Figueroa per Fernández e Alex Phillips per Gout), film drammatici girati intorno al 1950 che spaziano dai noir con forti connotazioni musicali (cabareteras / rumberas / ficheras), al revenge, all’ideologico-politico. Film poco conosciuti ma che vale senz’altro la pena guardare, non a caso sono fra i più apprezzati della Epoca de Oro del Cine Mexicano durante la quale si distinsero grandi registi, ottimi direttori della fotografia e tanti buoni attori, caratteristi e cantanti. Non a caso tutt'oggi vengono analizzati con attenzione in ricorrenti mostre, conferenze e vari corsi ad essi specificamente dedicati nell'ambito della cinematografia messicana.


I tre generi musicali sopra citati sono spesso accomunati, ma racchiudono sottili differenze: 

  • Cabareteras si riferisce chiaramente alle artiste che si esibivano nei cabaret di livello medio-alto, di facciata signorile (attorno ai quale si sviluppa la trama). In tali film si ritrovano anche famosissimi musicisti come Pérez Prado (El Rey del Mambo) che interpretò sé stesso in una mezza dozzina di film, insieme con la sua orchestra;
  • Rumberas richiama specificamente il tipo di danza proposta da ballerine soprattutto di origine cubana, le più famose furono María Antonieta Pons, Ninón Sevilla, Rosa Carmina, Amalia Aguilar e Meche Barba (l’unica messicana), mentre le star del precedente genere che si esibivano nello stesso tipo di locali raffinati potevano essere anche solo cantanti famose (come Toña La Negra o María Luisa Landín);
  • Ficheras erano letaxi dancers, donne che ballavano balli di coppia con i clienti ricevendo una ficha (valida per una singola canzone) che il cliente comprava in precedenza e sul prezzo della quale la fichera riceveva una commissione (questo avveniva perlopiù in locali di livello inferiore e il dopoballo era facoltativo ed in alcuni casi sottinteso anche se ufficialmente proibito.

Musica e danza sono sempre state attività molto amate dai messicani e a metà del secolo scorso i locali da ballo era numerosissimi variando dai cabaret e night di lusso con tanto di orchestra in costume e palco con ricche scenografie, alle cantine equivoche con pochi musicisti, talvolta una/un cantante e tante ficheras. In dette sale (di qualunque tipo) giravano quindi soldi, spesso tanti e molte volte di provenienza illecita, c’erano persone che spendevano i loro pochi soldi per bere e ballare con una ragazza, veri criminali e delinquenti di bassa lega, protettori e chi più ne ha più ne metta. Su queste basi gli sceneggiatori potevano quindi costruire tante trame diverse, raramente ripetitive e l’azione veniva intervallata con vari pezzi musicali, danze spesso caraibiche e, budget permettendo, canzoni interpretate da guest star che quindi interpretavano sé stessi.  Per esempio, restando ai film di questo gruppo, Pedro Vargas (uno dei più famosi cantanti di boleros dell’epoca) in Aventurera canta un paio di volte alcune strofe della canzone omonima, mentre in Víctimas del pecado si esibisce con Pecadora, entrambe composte dal mitico Agustin Lara, che conta anche molte partecipazioni come attore e non solo come cantautore. Vari ottimi interpreti principali si ritrovano in più film (Ninón Sevilla, Tito Junco, Rodolfo Acosta, Miguel Inclán) e gli altri non sono da meno come María Félix, i fratelli Domingo e Fernando Soler, il villano per antonomasia Carlos López Moctezuma, Marga López e Columba Domínguez

 
Considerata la lunga introduzione (che è valida per 4 dei 5 film), cercherò di essere conciso in quanto ai commenti delle singole pellicole. Comincio con le 2 dirette da Alberto Gout, come detto entrambe con la fotografia di Alex Phillips

  • Aventurera (Alberto Gout, Mex, 1950)
  • Sensualidad (Alberto Gout, Mex, 1951)

Il primo è generalmente considerato il miglior film dei generi in questione, senza dubbio di livello molto superiore agli altri sia per l'ottima sceneggiatura, che per la fotografia e le interpretazioni. La storia originale di Álvaro Custodio è particolarmente intrigante ed è adattata (da lui stesso insieme con Alberto Gout e Carlos Sampelayo) in un capolavoro di intrecci, sorprese, twist, incontri casuali e ritorni, conditi con ricatti, vendette, tratta di ragazze, sparatorie e accoltellamenti, rapine, incarcerazioni, in un vero vortice di avvenimenti che nella seconda parte includono anche molta “vendetta psicologica”.

Il secondo segue invece una vera e propria trama revenge con una ballerina (Ninón Sevilla) che, dopo aver scontato 2 anni di carcere, circuisce (non si tratta di semplice seduzione) l’attempato giudice (l’ottimo Fernando Soler) che l’aveva condannata. La mangiatrice di uomini, con la collaborazione del suo compare, minerà moralità della sua inizialmente integerrima vittima, ma lungo il percorso non tutto andrà come previsto.

  

  • Rio Escondido (Emilio Fernández, Mex, 1946)
  • Salón México (Emilio Fernández, Mex, 1949)
  • Víctimas del pecado (Emilio Fernández, Mex, 1950)

Fra i tre film di Emilio El Indio Fernández inseriti in questa cinquina, il primo niente ha a che vedere con i locali cittadini o con la musica, ma è un vero e proprio manifesto politico e ideologico, pro alfabetizzazione e cultura indigena, concetto reso ancor più evidente, se mai ce ne fosse stato bisogno, dai discorsi (quasi proclami) inseriti sui titoli di testa e di coda, dalla lettera del Presidente e dalla viva voce della maestra rurale Rosaura Salazar (María Félix). In breve, il Presidente della Repubblica Messicana, decide di inviare un gran numero di maestri nei pueblos più lontani e isolati nell’ambito di una grande operazione di alfabetizzazione. Si dovrà scontrare (anche fisicamente) con lo spietato Regino Sandoval (Carlos López Moctezuma, perfetto per il ruolo) che domina incontrastato a Rio Escondido. Definirlo drammatico sarebbe riduttivo, potendolo senz’altro definire tragico ma è proprio quest’aspetto che lo rese più famoso in quanto è dichiaratamente dalla parte degli oppressi, siano essi mestizos o indigenas. Particolarmente apprezzabile la fotografia curata da Gabriel Figueroa favorita dal fatto che il film è girato in gran parte in esterni.

Passando ai due musicali, si deve notare che Salón México (che si svolge per lo più in locali di basso livello) fu il primo ottimo approccio di Fernández con il genere nel quale confermò la sua maestria e di conseguenza il suo successo. In Víctimas del pecado la parte noir viene sminuita dall’inserimento nella trama di un bambino (fin dalla sua nascita) che gioca un ruolo fondamentale negli sviluppi successivi, rendendolo un po’ troppo melodrammatico -strappalacrime. In entrambe i film il cattivo senza scrupoli è interpretato da Rodolfo Acosta, nel campo dei villanos dell’epoca secondo solo Carlos López Moctezuma, ma in questi ruoli avvantaggiato dall’essere più atletico e di oltre 10 anni più giovane.

Cinquina consigliata in blocco …

martedì 25 ottobre 2022

Microrecensioni 301-305: cinquina di rarità

A uno storico film finlandese pieno di renne, seguono piccole protagoniste di etnie singolari, steppe mongole, tanta natura con spettacolari paesaggi e animali selvatici, un’area storico / religiosa afghana; chiude quello che è molto probabilmente il film meno conosciuto di Totò, ma leggete fino in fondo per sapere in compagnia di chi!

 

Buddha collapsed out of shame (Hana Makhmalbaf, Iran/Fra/Afg, 2007)

Figlia dell’apprezzato regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (GabbehA Moment of InnocenceKandahar, …) è la più giovane regista di sempre in concorso al Festival di Venezia (a 14 anni), ma in precedenza, a 8 anni, aveva partecipato anche al Festival di Locarno con il suo primo corto. La protagonista è una fantastica bambina di 5 anni, serafica e imperturbabile ma soprattutto pertinace che vuole andare a scuola a ogni costo, cosa evidentemente difficile essendo della minoranza etnica hazara, da sempre osteggiata, se non perseguitata. La location è la valle di Bamiyan (Afghanistan) dove per ben 14 secoli (qualcuno dice 18) si sono potute ammirare due gigantesche statue di Buddha (alte rispettivamente 55 e 38 m, ricavate dalla viva roccia e quindi protette in una specie di nicchia) finché nel 2001 il Mullah Omar, sull’onda dell’iconoclastia talebana ne ordinò la distruzione. A causa della loro struttura (un solo pezzo di roccia) la cosa non fu per niente facile e ci vollero cannonate e cariche di dinamite per farle crollare. 


 

Il film è stato girato proprio di fronte alle enormi nicchie ormai vuote e nelle grotte scavate nei dintorni per accogliere monaci e pellegrini. Per dare un’idea della situazione (anche se non c’è alcuna reale violenza, neanche sottintesa, ma solo bullismo, anche da parte di alcune bambine) vi anticipo che i ragazzini giocano a fare i talebani che combattono contro gli americani e prendono in ostaggio le bambine che a volte vengono lapidate (sempre nel gioco, non vola neanche una pietra). Premiato a Berlino e a Roma.

The White Reindeer (Erik Blomberg, Fin, 1952)

Ambientato fra allevatori di renne, si tratta di un horror basato su una antica leggenda. Affascinanti distese innevate attraversate da innumerevoli renne e pochissimi umani, a volte sugli sci spingendosi con un solo bastone (stile telemark), a volte seduti in caratteristiche pulka, una specie di slittini a forma di barchetta con la prua rialzata e schienale diritto a poppa, trainate proprio da una renna. 

Storia lineare e semplice, ma ben narrata, che consente anche di apprezzare i fantastici paesaggi, le mandrie di renne, il modo di catturarle, la tecnica sciistica e quella di conduzione delle pulka, lo stile di vita di quella popolazione. Unico film finlandese ad essere stato premiato con un Golden Globe; pellicola originale restaurata e digitalizzata 4k. 

 

The Cave of the Yellow Dog (Byambasuren Davaa, Ger/Mon, 2007)

Visto che c’è una trama, si colloca fra fiction e documentario, ma i soli attori (non contando un paio di comparse e una solitaria anziana che ha un piccolo ruolo) sono i reali componenti della famiglia Batchuluun, pastori nomadi mongoli. Giovane coppia composta dai genitori, due figlie di 6 e 4 anni, un figlioletto di 2. 


Altro film di grande interesse etnografico, con esterni spettacolari nelle grandi pianure semidesertiche della Mongolia. La narrazione alterna momenti di vita familiare, dentro e fuori la classica yurta (che alla fine si vede anche come viene smontata per spostarsi in un'altra località), e scene di vita con gli animali. Il titolo si riferisce ad una leggenda raccontata dall’anziana che aveva accolto la ragazzina che, per cercare il cane che aveva adottato contro il parere del padre, era stata colta da un temporale. Veramente interessante, e in un certo senso divertente, il film porta lo spettatore nel fantastico ambiente rurale centro-asiatico. Ai vari Premi ottenuti dal film, si aggiunge quello a Cannes andato al cane Zochor.

Le dernier loup (Jean-Jacques Annaud, Chi/Fra, 2015)

Molto ben filmato come era lecito aspettarsi da Annaud, soffre di una sceneggiatura, nonostante sia tratta da un bestseller cinese, non evidenzia una direzione precisa, lasciando nel vago sia i rapporti uomo / animale e predatori / prede, sia le ragioni politiche e le ragioni economiche che si confrontano con la tradizione. Veramente ottime le singole riprese, ma chiaramente montate senza continuità; i lupi mongoli che si vedono nel film erano stati specificamente addestrati dallo staff di Annaud. Anche il commento sonoro è di ottimo livello, ma il film, nel complesso, resta tuttavia sufficiente e comunque nettamente inferiore ai precedenti tre sopra recensiti.

L'uomo, la bestia e la virtù (Steno, Ita, 1953)

Dulcis in fundo, ecco una vera rarità che però niente ha a che vedere von terre lontane, natura selvaggia e etnie poco conosciute, ma ha la particolarità di mettere insieme grandi nomi che nessuno si aspetterebbe di vedere accomunati. I protagonisti del film sono il più famoso commediante italiano del dopoguerra (Totò), un grande attore e regista di indiscussa fama mondiale (Orson Welles) e la star francese dell’epoca Viviane Romance (protagonista dell’eccellente Panique, 1946, di Julien Duvivier), diretti da un regista di valore come Steno, specializzato nel genere comico – popolare, che interpretano un adattamento di una commedia di Pirandello! Meraviglia quindi che pochissimi conoscano questo film ma c’è una ragione ben precisa: appena dopo l’uscita nel 1953, fu ritirato dalla circolazione poiché gli eredi di Pirandello ritennero che la sceneggiatura avesse stravolto il senso originale della commedia, rendendola troppo farsesca. Fu rimesso in circolazione dopo ben 40 anni (1993), ma da allora conta pochissimi passaggi in televisione, oltretutto nella versione b/n (l’originale era a colori), e praticamente non è mai arrivato nelle sale. Interessante anche l’ambientazione a Cetara, quando era ancora un piccolo approdo di pescatori della Costiera Amalfitana, non ancora assurto a fama mondiale con la sua colatura di alici DOP, peraltro prodotto storico con origini risalenti all’epoca romana. I protagonisti sono un professore (Totò, l'uomo), un comandante di nave sempre lontano da casa (Welles, la bestia) e la moglie di quest’ultimo (Romance, la virtù) ma anche amante (incinta) del primo.

domenica 23 ottobre 2022

Per non voler CAMMINARE, fu turlupinato da Sardella

Aneddoto o leggenda metropolitana (marinara), pura fantasia o storia vera che sia, ecco il breve resoconto di un (mezzo) viaggio via mare fra Sorrento e Massa.


La spiaggia di Puolo (Massa Lubrense, ma all’estremità orientale pertinenza di Sorrento), come evidenziato si trova circa a metà strada fra la Marina Grande di Sorrento e la Marina della Lobra (Massa L.) e a tale proposito si narra(va) l'aneddoto di Sardella, che qui vorrei rinverdire. Questi era un pescatore sorrentino che, per arrotondare le sue misere entrate, non disdegnava di fungere da Caronte per i viaggiatori che, una volta giunti a Sorrento (un tempo vi si arrivava quasi esclusivamente via mare) avessero voluto proseguire per Massa in barca, senza dover affrontare a piedi la sconnessa mulattiera o essere trasportati a dorso d’asino o di mulo o su in carrozza, mezzo di trasporto più caro. 


Un giorno della seconda metà dell’800 sbarcò a Marina Grande un viaggiatore che, pur volendo evitare il percorso terrestre, non era assolutamente disposto ad accettare di pagare una lira, somma considerata esosa, richiestagli per il pas­saggio, ma pretendeva di pagarne solo la metà. 



Dopo una lunga ed estenuante trattativa, Sardella "cedette" alle insistenze del viaggiatore, lo fece salire in barca, intascò i soldi, e incomin­ciò a remare alla volta di Massa. Appena doppiato il Capo di Sorrento, però, si diresse verso la spiaggia di Puolo, dove accostò proferendo la famosa frase “Chesta è Massa ... (Questa e Massa ...) facendogli credere che si trattasse della Marina della Lobra (approdo di Massa). Aiutò quindi il passeggero a sbarcare e se ne tornò tranquillamente alla Marina Grande. Metà tariffa, metà viaggio!

Di qui nasce la tradizione, che ormai solo pochi mantengono viva ma spero che si riprenda, di ripetere ad ogni passaggio davanti alla Marina di Puolo:

"Chesta è Massa", dicette Sardella

 

Come mia abitudine, quando se ne presenta l'occasione, mi piace aggiungere curiosità etimologiche, questa è relativa al verbo utilizzato net titolo del post.

  • Turlupinare * v. tr. (dal fr. turlupiner) prob. connesso con il nome della setta dei turlupins che passò a indicare «chi scherza sulle cose di religione, o che ama fare beffe di cattivo gusto» – Raggirare, ingannare beffando la buona fede o l’ingenuità altrui
  • Turlupini * s. m. pl. (dal fr. turlupins) – nome degli appartenenti a una setta ereticale medievale che nella seconda metà del 14° secolo si diffuse spec. nella Savoia, nel Delfinato e nei dintorni di Parigi; furono condannati nel 1372.

(estratti da treccani.it)

mercoledì 19 ottobre 2022

Capo di Mondo, altro pasticcio toponomastico

Questo toponimo, già presente su mappe di un secolo fa ma non effettivamente utilizzato in Penisola, è venuto alla ribalta con la pubblicazione del percorso della sesta tappa del Giro d’Italia 2023, circuito con partenza e arrivo a Napoli in programma giovedì 11 maggio. In meno di 24h, una mezza dozzina di amici mi hanno interrogato in merito all'effettiva esistenza dello stesso e li ho rimandati al post precedente a questo, visto che, per pura casualità, il toponimo appare nelle varie mappe lì pubblicate. Chiaramente è stato utilizzato da persone non locali, visto che in zona è sempre stata conosciuta come la salita di Picco(lo) Sant'Angelo. Tuttavia, colgo l’occasione per fare un discorso più ampio, che comprende vari punti.


Quasi certamente il toponimo è corruzione di uno dei tanti Capodimonte, come il Capodarco, fra Termini e Casa (Massa Lubrense), lo dovrebbe essere di Capodacqua (come l’area a monte di Positano) e vari altri. Volendolo interpretare in tal senso, è logico che sia relativo al punto più alto di quella zona, vale a dire la piccola altura (localmente detta Isola, 526m) a est della Pineta delle Tore; posizionato con precisione sulla CTR al 10.000 e abbastanza correttamente sulla precedente tavoletta IGM degli anni ’50 e la successiva carta regionale al 25.000, mentre viene spostato ancora più a ovest sulla mappa CAI, finendo nella Pineta, oltretutto modificato in Capo del Mondo. Ecco gli stralci delle mappe nello stesso ordine in cui sono state elencate.





La deriva dei toponimi sulle mappe è un annoso problema causato dal fatto di non seguire (per necessità o per scelta deliberata) le stesse norme, che non sono obbligatorie ma seguono delle convenzioni internazionali accettate dalla maggior parte dei cartografi. Riprendendo toponimi da mappe precedenti e inserendoli a proprio piacimento si corre il rischio (dopo ripetuti passaggi) di trovarli da tutt’altra parte. 
Un caso emblematico di traslazione di toponimi lo trovai (o almeno così penso) nel corso delle indagini per la stesura del mio saggio Le coste di Sorrento e di Amalfi.

Nella carta borbonica del 1819 (vedi sotto) viene invece evidenziato come su tale altura (Capo di Mondo o Isola che dir si voglia) fosse posizionato un telegrafo ottico Depillon e lo stesso, per viciniorità, denominato della Marecoccola,  anche se nell'elenco ufficiale delle postazioni appare come Maracoccola sopra Sorrento (vedi le due immagini al fondo).