sabato 19 gennaio 2019

5° gruppo di 5 micro-recensioni (21-25)

Ho iniziato e concluso questa quinta cinquina con due western classici degli anni ’40, entrambi ottimi, ma meno conosciuti e visti di tanti altri ben più noti, forse per essere in bianco e nero. Degli altri tre, il più famoso è finito all’ultimo posto, in quanto gli altri due, pur essendo poco incisivi, almeno hanno una sostanza ... mi dispiace per il giovane Sean Connery. Eccoli in ordine di mio gradimento.

   

  
21  The Ox-Bow Incident (William A. Wellman, USA, 1943) tit. it. “Alba fatale” * con Henry Fonda, Dana Andrews, Matt Briggs, Anthony Quinn * IMDb  8,0  RT 90% * Nomination Oscar come miglior film
Western all’antica, di quelli senza grandi sparatorie e senza indiani, senza infinite scazzottate e senza lunghissimi inseguimenti, pur essendoci ovviamente buoni e cattivi, mandriani, posse e sceriffi. Lo definirei un western “morale”, con una sua valenza che va ben al di là del periodo e dei luoghi. Infatti tratta, e molto bene, di verdetti affrettati e giustizia sommaria, frequenti allora e talvolta anche adesso, soprattutto in campo mediatico.
Alba fatale è quasi un film corale in quanto sono in tanti a confrontarsi e a discutere sul da farsi, padri contro figli, sceriffo contro il suo vice, un predicatore di colore, un giudice, un ubriacone rissoso e fra i più esaltati perfino una donna di una certa età che cavalca al lato degli altri, ben armata.
Un film poco relativamente poco conosciuto, che tuttavia è quasi un must per gli appassionati dei western e dei film di quell’epoca in generale.
 
25  My Darling Clementine (John Ford, USA, 1946) tit. it. “Sfida infernale” * con Henry Fonda, Linda Darnell, Victor Mature  *  IMDb  7,8  RT 100%
Altro western classico degli anni ’40, che stavolta si basa su un evento quasi mitico del West che vide protagonista uno dei più famosi sceriffi di sempre: Wyatt Earp. Il primo dei tanti western ad occuparsi di lui ed in particolare della sparatoria all’OK Corral (storicamente vera) fu Law and Order (1932, appena 3 anni dopo la morte di Earp); questo film di 14 anni dopo era già il quinto e altri 11 passarono prima di vedere la prima versione a colori, probabilmente quella più conosciuta: Gunfight at the O.K. Corral (1957, John Sturges) con Burt Lancaster and Kirk Douglas. Prima di fine secolo altri due film con grandi budget (e con grande rivalità) si occuparono della storia e uscirono quasi contemporaneamente: Tombstone (1993) con Kurt Russell e Wyatt Earp (1994) con Kevin Costner.
Come Alba fatale, anche Sfida infernale è un western asciutto, essenziale, con una ottima fotografia b/n degli esterni (al contrario, i fondali dei set sono troppo evidentemente posticci) e con attori che, pur senza godere di grandissima fama, certo non sfigurano al fianco dell’indiscusso protagonista Henry Fonda. Molti vedono la performance di Victor Mature (“Doc” Holliday) come la sua migliore e fra gli si distingue, ovviamente, Walter Brennan (il “vecchietto” di tanti western) che stavolta è un cattivo ... cattivissimo.

      

22  Land and Freedom (Ken Loach, UK, 1995) tit. it. “Terra e libertà” * con Ian Hart, Rosana Pastor, Icíar Bollaín  *  IMDb  7,6  RT 80%
Tratta della Guerra Civile spagnola della fine degli anni ’30 e mette in risalto la partecipazione di volontari stranieri nei gruppi rivoluzionari e soprattutto gli scontri fra le varie fazioni che, probabilmente, contribuirono involontariamente ma colpevolmente alla vittoria dei militari e alla successiva ascesa al potere di Franco. Il protagonista è un comunista inglese che si trova a combattere fianco a fianco, oltre che con spagnoli, con italiani, tedeschi, francesi. Lui, forse più degli altri, si trova spiazzato dagli attriti che si vengono a creare fra Brigate Internazionali, sindacati, anarchici, comunisti, esercito popolare, esercito basco e altri che, in teoria, avrebbero dovuto fare fronte comune.
Non ho approfondito i dettagli ma, conoscendo la serietà di Loach su questi temi, sono certo che la quasi totalità di quanto mostrato è storicamente vero e le varie vicende collaterali plausibili.
Film molto interessante, soprattutto per questo mostra di eventi storici e politici poco conosciuti (parlo per me, ma sono convinto di non essere il solo a sapere poco).
A parte i contenuti, e cinematograficamente parlando, non è fra i migliori di Loach.

24  Factotum (Bent Hamer, USA, 2005) * con Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei *  IMDb  6,6  RT 76% 
Uno dei vari film con che trattano del mondo di Bukowski... cominciò Marco Ferreri con Storie di ordinaria follia (1981, con Ben Gazzara) tratto dall’omonoma raccolta di short stories più o meno autobiografiche del discusso autore. Dopo vari altri lavori fra i quali Barfly (1987, con Mickey Rourke e Faye Dunaway) si giunge a questo Factotum che non è malvagio, ma certamente non coinvolge, lo definirei "ignavo". Si trascina stancamente e viene ravvivato solo da qualche citazione dai testi di Charles Bukowski che qui appare col nome Henry Chinaski (interpretato da Matt Dillon), pseudonimo che effettivamente utilizzava.  
A titolo di curiosità, sappiate che Factotum è stato il primo film al mondo ad essere proiettato con sistema digitale 4K (nel 2005, a Trondheim, Norvegia)

23  Goldfinger (Guy Hamilton, UK/USA, 1964) * con Sean Connery, Gert Fröbe, Honor Blackman  *  IMDb  7,7  RT 97%  *  Oscar per i migliori effetti speciali
Ho visto l’edizione speciale (restaurata e digitalizzata in 4k) di uno dei film più famosi di 007 e ho deciso di dargli una seconda opportunità (non sono amante del personaggio). Pur volendo concedere che molte pecche sono dovute agli oltre 50 anni di età, ho trovato la trama e il suo sviluppo veramente insulsi e scontati e le trovate originali e divertenti sono veramente limitate.
Ci sono film che reggono al passare degli anni, altri - come questo - che vanno bene solo per la loro epoca. Si deve però riconoscere che, a partire dalle varie interpretazioni di James Bond (casi nei quali si limitava ad apparire come il bel fusto di turno), Sean Connery ha fatto molto strada e si è dimostrato attore versatile e più che decente.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

giovedì 17 gennaio 2019

Palmetum di Tenerife, una bella storia

Il Palmetum di Santa Cruz de Tenerife fu aperto al pubblico a gennaio 2014, dopo 18 anni di lavori, ma in questo caso non a causa dei ritardi ai quali siamo abituati per tante opere pubbliche, bensì per i tempi necessari ad avere un vero e proprio giardino botanico degno di tale nome. 
   
Il Palmetum nasce su una piccola altura in riva al mare, fra un’area industriale e il Parque Marítimo César Manrique con il vicino Auditorium (foto sopra), convertendo “miracolosamente” una orrenda e maleodorante discarica a cielo aperto in un piacevolissimo ed interessante giardino botanico focalizzato soprattutto sulle palme, come chiaramente indicato dal nome. La discarica fu ufficialmente chiusa nel 1983, ma solo nel 1996 fu approvato il progetto dell’ingegnere agronomo Manuel Caballero, esperto e amante delle palme in genere, che ha portato allo straordinario risultato, oggi sotto gli occhi di tutti.
   
Una lunga rampa in lieve pendenza porta alla parte superiore, pressoché piana, dove si concentrano la maggior parte delle piante. Ci sono palme dappertutto, ma ci sono anche zone dedicate a specifiche aree geografiche (Madagascar, Nuova Caledonia, Hawai, Melanesia, ...) con diverse caratteristiche specie.
   
Ci sono tante altre piante più che interessanti, come le tante Araucaria columnaris (detto Pino colonna, anche se non è esattamente un pino) che formano un boschetto nell'area della Nuova Caledonia (foto sopra a dx) o l'originale Crinum asiaticum, una Amaryllidacea enorme (se comparata ai vari Amaryllis "commerciali") con delle splendide infiorescenze. La pianta delle foto in basso è supera 3 metri di altezza!
 
Al centro sorge il cosiddetto octógono (ottagono), una depressione artificiale nella quale è stato ricreato un ambiente umido con tanto di piccolo corso d’acqua e qualche cascatella, protetto dai venti dal muro di pietre che lo circonda e coperto da reti ombreggianti.
Oltre alla zona umida vera e propria, nella parte alta è stata creato un laghetto dal quale l'acqua scorre in un ruscelletto parallelo ad uno dei sentieri principali.
Dove non ci sono palme si continuano ad aggiungere specie di ogni dimensione e provenienza, prediligendo chiaramente quelle di provenienza tropicale e subtropicale. Per esempio, questa della foto a sinistra, particolarmente vistosa, è una Calliandra houstoniana, Mimosacea caratteristica dell'America Centrale.

Tante altre informazioni e foto si trovano sul sito mutilingue del Palmetum, ma non vi aspettate l’italiano. Vi dovrete adattare a leggere in spagnolo, inglese, tedesco o russo ... o accontentarvi di guardare le immagini, comunque belle.

lunedì 14 gennaio 2019

4° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (16-20)

Ho iniziato questa quarta cinquina con tre film giapponesi molto diversi fra loro, due degli anni ’60 (uno diretto da un regista classico ma molto eclettico, Kobayashi, e l’altro da uno d’avanguardia, il solito Masumura) mentre l’ultimo è dell’inizio di questo secolo, diretto da Hirokazu Koreeda (ora sulla bocca di tutti per aver diretto Shoplifters) e l’ho completata con due più che piacevoli sorprese. Eccoli in ordine di mio gradimento.

    
  
19  Paradise (Andrey Konchalovskiy, Rus, 2016) tit. or. “Ray” * con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth * IMDb  7,0  RT 70%  * Leone d’Argento per la regia, Nomination Leone d’Oro a Venezia 2016
Dopo un avvio lungo, lento e un po’ spiazzante, che tuttavia alla fine appare assolutamente giustificato, Paradise prende quota e con un montaggio solo apparentemente confuso, che include flashback alternati a "interviste" e vita reale, giunge a un ottimo finale. Altra particolarità di questo film è l'ottimo bianco e nero che si distingue dai soliti per essere spesso volutamente sovraesposto e perfino le dissolvenze sono al bianco e non al classico nero. Anche le "interviste" sono a ragion veduta montate come una semplice sequenza di spezzoni che si interrompono repentinamente, e particolare è anche l'inserimento di quelli che sembrano dei fine bobina. Anche le interpretazioni di Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne nei panni dei tre protagonisti sono più che convincenti.
Secondo me è uno di quei buoni film giudicabili solo alla fine della visione poiché si ha bisogno di tutti i pezzi per trovare la quadratura, per comprendere i personaggi e il motivo delle “interviste”.
Nonostante la struttura quasi da film sperimentale, è da non perdere.

16  The Inheritance (Masaki Kobayashi, Jap, 1962) tit. or “Karami-ai” con Keiko Kishi, Tatsuya Nakadai, Sô Yamamura *  IMDb 7,5
Altro ottimo film di Kobayashi, girato fra i suoi due capolavori: The Human Condition (1961, IMDb 8,8) e Seppuku (1962, aka Harakiri, IMDb 8,7  RT 100%). Non a caso è inserito nella collezione Criterion.
Il regista, uno dei membri del cosiddetto Yonki no Kai (Club of the 4 Cavalieri, con Akira Kurosawa, Keisuke Kinoshita e Kon Ichikawa), dirige alla perfezione questo adattamento del romanzo di Norio Nanjo, facendone un film non solo drammatico (come classificato da IMDb) ma un ottimo noir moderno giapponese. Infatti, sono in molti ad ambire alla ricca eredità di un magnate che sa di dover morire entro un anno e alleanze, bugie, tentativi di truffa e minacce si susseguono a ritmo vertiginoso e, ovviamente, con molti colpi di scena.
Più che consigliato, ma non dimenticate di guardare anche gli altri due succitati lavori di Kobayashi.

      

17  La casa degli amori particolari (Yasuzô Masumura, Jap, 1964) tit. or “Manji” tit. int. “Passion” * con Ayako Wakao, Kyôko Kishida, Eiji Funakoshi, Yûsuke Kawazu  *  IMDb 7,1
Altro originale film di Masumura, con una singolare trama che passa da una infatuazione fra due donne (di età e ceto diversi) a un quasi triangolo che strada facendo cambia un vertice. Fra dominazione, perdita di senso comune e ricatti, spesso lo spettatore viene sviato e sorgono dubbi in merito a chi sia la vera vittima e a chi persegue fini illeciti, senza essere chiaro come e quali siano. Per quanto a tratti incredibile, la dipendenza quasi totale per "amore" è fatto ben noto e, purtroppo, incontrovertibile ... e questo è il tema ben proposto dal film.
Nonostante l’ennesimo fuorviante titolo italiano (a dir poco creativo), è un film che merita senz’altro una visione.

20  The Great Flamarion (Anthony Mann, USA, 1945) tit. it. “La fine della signora Wallace” * con Erich von Stroheim, Mary Beth Hughes, Dan Duryea * IMDb  6,6 
Appena notato il volto di Eric von Stroheim sulla copertina del dvd, non ho esitato a prenderlo, anche contando sul fatto che il regista fosse Anthony Mann. Uno strano film noir degli anni ’40, che tuttavia si “suicida” partendo dalla fine e poi iniziando la narrazione degli eventi precedenti in un unico lungo flashback. Attori principali di livello con von Stroheim perfetto nel personaggio del tiratore infallibile Flamarion (ma lo preferisco senz’altro come regista), Dan Duryea nel ruolo di un alcolizzato poco di buono (inusuale per lui) e Mary Beth Hughes nei panni di un’artista fallita ma mangiauomini ne fanno un buon film, ma non capisco la decisione di eliminare la suspense anticipando il finale.
The Great Flamarion (tanto per cambiare distribuito in Italia con titolo ridicolo) è uno dei primi noir diretti da Mann ma nonostante il buon cast resta un film poco conosciuto anche se quasi tutti gli amanti del genere lo apprezzano e lo reputano ampiamente sottovalutato.
Da guardare.

18  Distance (Hirokazu Koreeda, Jap, 2001) * con Arata Iura, Yûsuke Iseya, Susumu Terajima  *  IMDb  7,1  RT 80%
Terzo film diretto da Hirokazu Koreeda, regista giapponese del momento per essere sulla bocca di tutti per aver diretto Shoplifters (2018, probabile candidato all’Oscar, ne ho parlato la settimana scorsa). Essendomi piaciuti i suoi precedenti film ero rimasto deluso dal suo più recente lavoro e lo sono ancor di più da questo Distance, di ormai quasi 20 anni fa. L’ho trovato slegato e confuso, con dialoghi vaghi, assolutamente non coinvolgente nonostante la drammaticità degli avvenimenti. 
Se vi piacesse Shoplifters (il più facile da guardare in questi mesi al cinema) cercate di recuperare Little Sister (2015) e, in seconda battuta, anche Like Father, Like Son (2013) e After the Storm (2016), tutti e tre secondo me senz’altro migliori.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

venerdì 11 gennaio 2019

3° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (11-15)

Come annunciato, questa è una cinquina composta da film che molti non avranno mai sentito nominare, eppure ognuno ha la sua importanza, a prescindere dalla qualità (comunque mediamente più che buona).
Leggere per credere ...
I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

    
11 La Commissaria (Aleksandr Askoldov, Rus, 1967-1987) tit. or. “Komissar” * con Nonna Mordyukova, Rolan Bykov, Raisa Nedashkovskaya * IMDb 7,6 * 4 premi e Nomination all’Orso d’Oro a Berlino 1988
Strano caso di un'opera prima, rimasta unica, edita dopo 20 anni dalla fine delle riprese. Il regista Askoldov, fu censurato per non aver voluto cambiare alcune scene del film (in particolare il personaggio ebreo) e, come se non bastasse, fu espulso dal partito per “inettitudine” e come “parassita sociale”, esiliato da Mosca e gli fu vietato di girare qualunque altra cosa. Solo col la glasnost di Gorbaciov le pizze (miracolosamente ancora custodite negli archivi KGB) furono recuperate e lo stesso Aleksandr Askoldov riuscì a completare il montaggio definitivo in modo da poter proiettare il film al Festival di Mosca 1987, ma solo l’anno seguente fu definitivamente sdoganato con la prima in Europa (occidentale) alla Berlinale, dove al regista furono attribuiti ben 4 premi oltre alla Nomination all’Orso d’Oro.
A prescindere da ciò, Komissar è un ottimo film, con una sceneggiatura interessante e significativa, ma soprattutto è ben girato. Veramente notevole il montaggio parallelo onirico parto/guerra.
Oltre a consigliarne caldamente la visione, suggerisco anche la lettura di questo articolo apparso sul New York Times in occasione della recente morte del regista (12/5/2018).

14 Timbuktu (Abderrahmane Sissako, Mauritania/Fra, 2014) * con Ibrahim Ahmed, Abel Jafri, Toulou Kiki * IMDb 7,2  RT 98% * Nomination Oscar * 2 premi a Cannes e Nomination Palma d’Oro
Visualmente bello e ben fatto, i contenuti mi hanno lasciato un po' perplesso ... comunque un film che fa ulteriormente pensare alle idiozie e cattiverie umane, ancor più odiose quando le si vogliono mascherare e giustificare in nome di una religione ampiamente mal interpretata. 
Nonostante la drammaticità delle varie situazioni, viene proposta un'immagine di un ambiente oltremodo tranquillo, nel quale spesso, ma non sempre, le donne dimostrano maggior buonsenso. 
Un film da guardare, candidato all'Oscar 2015 come miglior film non in lingua non inglese; per la cronaca vinse il polacco Ida (che non ho visto) e gli altri 3 erano il russo Leviathan, il buon e più conosciuto argentino Relatos salvajes e l’ottimo estone/georgiano Mandariinid (del quale consiglio la visione).

  

      


13 Samsara (Pan Nalin, India, 2014) * con Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha Barthel * IMDb 7,8  RT 100% (da solo 5 recensioni)
Parte molto bene, con meravigliosi panorami tibetani esaltati da una splendida fotografia. Dal momento in cui appaiono i protagonisti si continua a rimanere incantati dagli edifici, dai coloratissimi originali costumi e dai dettagli dalla vita quotidiana di monaci e persone comuni. Il tema di fondo proposto nella prima parte è anch’esso avvincente e in qualche modo filosofico ma, dopo un po’ Samsara comincia a perdere slancio e diventa un semplice film ambientato nelle povere campagne del subcontinente indiano, con una banale love story, in parte romantica ma con inaspettate divagazioni kamasutra.
Ho letto che le riprese sono andate avanti per ben 7 anni e che per trovare gli unici tre attori professionisti sono stati necessari infiniti casting in ogni angolo del mondo (Shawn Ku è newyorkese, Christy Chung canadese, Neelesha Barthel tedesca) ... alla fine sembra tutta fatica sprecata. Ciò che c’è di buono nel film sono i paesaggi, le comparse e gli interpreti locali (tibetani originali) e il concetto di fondo che si può riassumere così: “è facile rinunciare a qualcosa che non si conosce direttamente, ma molto più difficile se si sono sperimentati i suoi lati positivi”. Anche la fotografia (perfetta all’inizio) scade molto con le riprese di interni con luci impossibili.
Senz’altro da guardare anche solo per i paesaggi e i costumi, ma siate pronti ad annoiarvi dopo la prima delle quasi due e mezza ora del film.

15 Salmo Rosso (Miklós Jancsó, Ung, 1972) tit. or. “Még kér a nép” * con Andrea Drahota, Gyöngyi Bürös, Erzsi Cserhalmi * IMDb 7,0  Nomination Palma d'Oro e premio come miglior regista a Jancsó a Cannes
Non è certo da disprezzare, ma non regge il confronto con gli altri 3 film di Jancsó visti appena pochi giorni fa, né come contenuti, né come realizzazione. Oltretutto si avvicina troppo al genere musical. Vale quanto già detto in merito a piani-sequenza, cavalli, puszta, e via discorrendo.

12 El elefante y la bicicleta (Juan Carlos Tabío, Cuba, 1994) * con Luis Alberto García, Lillian Vega, Raúl Pomares * IMDb 7,3

Commedia moderna cubana, basata su un'idea “quasi geniale", purtroppo non sviluppata a dovere. El Isleño, dopo aver trascorso 2 anni in prigione per una falsa accusa del ricco prepotente locale, ritorna alla sua piccola isola (un’immaginaria Santa Fe) con un carrozzone di cinema itinerante (siamo ancor in piena epoca del muto, anni '20) e trova la sua promessa madre di un figlio, certamente non suo. Tutto ciò che segue viene proposto fra sogno e realtà con gli veri abitanti che si vedono nel film proiettato nei panni dei “buoni” o dei “cattivi”, in situazioni parallele a quelle reali. Divertente e originale, ma molto amatoriale ... a parziale discolpa del regista si deve sottolineare che a Cuba 25 anni fa certamente non c’erano grandi studios né ricchi produttori.

giovedì 10 gennaio 2019

2° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (6-10)

Ancora in fase sperimentale continuo a limitare le immagini ai soli poster dei 5 film visti e a non rispettare l'ordine cronologico di visione; li propongo in ordine di gradimento, dal preferito al meno interessante dei 5. In sostanza, questa cinquina è poco varia in quanto si compone di 2 film del giapponese Yasuzô Masumura e 3 dell'ungherese Miklós Jancsó, ma vi anticipo che i prossimi 5 sono, in linea di massima, più inusuali e ancora meno noti di questi. Unica relativa eccezione sarà Salmo rosso (1972), film candidato alla Palma d'Oro a Cannes, dove Jancsó ottenne il premio come miglior regista.


     

10 Elettra, amore mio (Miklós Jancsó, Ung, 1974) tit. or. “Szerelmem, Elektra” * con Mari Töröcsik, György Cserhalmi, József Madaras * IMDb 7,1
Nomination Palma d'Oro a Cannes
Questo fu il film di Jancsó che più mi colpì oltre 40 anni fa e che ho rivisto con estremo piacere. Ennesima rivisitazione del mito di Elettra, questa volta ripreso da un'opera teatrale di László Gyurkó del 1968 che ovviamente si rifaceva alle tragedie greche di uguale argomento. Come in molti altri film del regista magiaro, in particolare quelli del primo periodo, molte se non tutte le scene sono ambientate nella puszta ungherese nella quale si muovono decine e decine, se non centinaia, di comparse e di cavalli, montati o allo stato brado. Questi grandi movimenti rappresentano la chiave dei 12 piani sequenza con i quali Jancsó ha composto l'intero film. Al fascino della rappresentazione e dei continui movimenti di macchina si aggiunge un testo estremamente interessante con tanti riferimenti al potere, guerra, rivoluzione, tradimenti, assassini.
Assolutamente consigliato.

9 L'armata a cavallo (Miklós Jancsó, Ung, 1967) tit. or. “Csillagosok, katonák” tit. int. “The Red and the White” * con József Madaras, Tibor Molnár, András Kozák * IMDb 7,8  RT 92%
Viene spesso giudicato uno dei migliori film di Jancsó ma per apprezzarlo a dovere si dovrebbero conoscere abbastanza bene le vicende dei "rossi" (bolscevichi e rivoluzionari) e dei "bianchi" (zaristi e nazionalisti) che furono anche appoggiati da vari governi stranieri. Questo contrasto è evidenziato anche nel titolo originale, tradotto correttamente in tutte le lingue tranne che in italiano!
I continui capovolgimenti di fronte e la costante del punto di vista magiaro rendono un po' confusi gli avvenimenti, ma anche in questo caso vale quanto scritto in precedenza a proposito di "Elettra", il modo di dirigere di Jancsó,la sua scelta di inquadrature e la fluidità dei piani sequenza sono un piacere per qualunque cinefilo, e poco conta il discorso politico. Anche questo da non perdere. 
  
      

6 Giganti e giocattoli (Yasuzô Masumura, Jap, 1958) tit. or. “Kyojin to gangu” * con Hiroshi Kawaguchi, Hitomi Nozoe, Osamu Abe * IMDb 7,5
Altro film molto originale di Masumura. Completamente distinto dallo stile classico di pochi anni prima, mostra un altro aspetto del Giappone, il mondo del marketing nel quale irrompono giovani rampanti la cui "morale" dipende solo ed esclusivamente dal "dio denaro". Esplicitamente ammettono, e sostengono, che nella moderna società nipponica ciò che contano sono solo potere e yen, dimenticandosi dell'onestà e tradendo perfino gli amici. Ovviamente, non tutti quelli delle generazioni precedenti sono d'accordo. Appena nel suo secondo anno di attività, questo è già il quinto film di questo regista dell’avanguardia nipponica, una new wave trasgressiva e spesso al limite dello sperimentale. Ancora una volte colpisce il suo stile snello, con montaggio rapido, scene sempre essenziali sia come composizione sia per significato.

7 Blind Beast (Yasuzô Masumura, Jap, 1969) tit. or. “Môjû” * con Eiji Funakoshi, Mako Midori, Noriko Sengoku * IMDb 7,3
In questo film ci sono quasi esclusivamente due personaggi: uno scultore cieco ed una modella. A mio parere Masumura esagera nella parte finale (per evitare spoiler non dirò il perché) ma tutto il precedente, specialmente le scene che si svolgono nello studio dell’artista, sono da manuale. Molto conta la scenografia dell’interno del capannone dalle cui pareti sporgono vari elementi del corpo umano replicati in varie forme, posizioni e dimensioni. Un settore con tanti nasi, un altro con occhi, e poi bocche, gambe, braccia, orecchie ... e al centro due enormi corpi femminili distesi.
Di recente Masumura è stato rivalutato anche a livello internazionale, promosso ufficialmente dall’istituto culturale giapponese (suggerisco di leggere il suo profilo su Rotten Tomatoes). Una delle sue più emblematiche dichiarazioni fu: My goal is to create an exaggerated depiction featuring only the ideas and passions of living human beings. In Japanese society, which is essentially regimented, freedom and the individual do not exist. The theme of Japanese film is the emotions of the Japanese people, who have no choice but to live according to the norms of that society . . . After experiencing Europe for two years, I wanted to portray the type of beautifully vital, strong people I came to know there.

Sono venuto così (Miklós Jancsó, Ung, 1965) tit. or. “Így jöttem” tit. int. “My Way Home” * con András Kozák, Sergey Nikonenko, Béla Barsi * IMDb 7,7
Dei 3 film di Jancsó del gruppo, questo è quello che mi è piaciuto meno in quanto mi è sembrato slegato ed alcuni avvenimenti e comportamenti (azioni che certamente avevano una spiegazione, per quanto discutibile) sono difficili da comprendere a chi sa poco di storia russa e ungherese. Considerato che 
Questa poche chiarezza (per i non ungheresi) e qualche indecisione si può anche attribuire al fatto che questo fu il quarto film diretto dal regista e che si riferiva ai tanti sbandati che alla fine della guerra (appena 20 anni prima) vagavano quasi senza meta, certamente senza comando. Pur essendo un buon film, comparato agli altri due visti a distanza di poche ore è senz'altro più "grezzo". 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione.
Spero di riuscire a riorganizzare le micro-recensioni degli anni precedenti importandole nel mio sito. Per ora, e finché Google+ rimarrà attivo, vi si può accedere cliccando sui poster inseriti in queste pagine 

sabato 5 gennaio 2019

Primo post cumulativo di micro-recensioni 2019 (1-5)

Post sperimentale. Per ora penso di limitare le immagini ai soli poster dei 5 film visti e solo in casi eccezionali aggiungere qualche fotogramma. Inoltre, non rispetterò l'ordine cronologico di visione, ma li metterò in ordine di gradimento, dal preferito al meno interessante dei 5.

  

1 Cookie’s Fortune (Robert Altman, USA, 1999) tit. it. “La fortuna di Cookie” * con Glenn Close, Julianne Moore, Liv Tyler, Charles S. Dutton, Ned Beatty, Courtney B. Vance, Rufus Thomas, Lyle Lovett
IMDb  6,9  RT 89%  *  2 Premi ad Altman a Berlino
Ho voluto cominciare la stagione 2019 con una commedia d'autore diretta da un maestro dei film corali (Robert Altman), che si è sempre ben destreggiato anche con il black humor adattato a epoche ed ambienti molto diversi (MASH, California poker, Anche gli uccelli uccidono, The Player, Short Cuts, ...).
Tanti onesti caratteristi interpretano alla perfezione i loro peculiari personaggi, come per esempio tutti gli anziani del corpo di polizia locale nonché l'imperturbabile detective (Vance) venuto dalla città, e la strana coppia di conviventi Willis e Cookie. L'unico vero nome di grido è quello di Glenn Close, la cui recitazione, tuttavia, mi sembra invece un po' sopra le righe e certamente, in questo caso, non certo migliore degli altri.
Soddisfatto della scelta, più che consigliato.

3 Inherent Vice (Paul Thomas Anderson, USA, 2014) tit. it. “Vizio di forma” (ma traduzione più corretta sarebbe stata “vizio intrinseco”) * con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson
IMDb  6,7  RT 74%  *  2 Nomination Oscar (sceneggiatura adattata e costumi)
Fra noir e black comedy, procede lentamente ma con passo sicuro, con infiniti colpi di scena e intrecci sorprendenti, senza dover ricorrere al alcuna scena spettacolare (i soliti inseguimenti, sparatorie, lunghe agonie). Ottime le interpretazioni non solo dei primi attori Joaquin Phoenix e Josh Brolin, ma anche di tanti comprimari relegati loro malgrado in parti secondarie (p. e. Benicio del Toro e Peter McRobbie). Imprenditori spregiudicati, spacciatori, agenti FBI, poliziotti, tossicodipendenti, un infiltrato, una gang detta "Canino d’oro”, bikers e neonazi, incrociano le loro strade seguendo le tracce di persone che improvvisamente scompaiono senza lasciare traccia ... qualcuna ricompare altre no. Film divertente e avvincente che tuttavia si perde un po’ nel finale. Il poco prolifico regista Anderson sarà comunque ricordato più per il suo capolavoro There will be Blood che non per Inherent Vice (seppur divertente e ingegnoso) e certamente non per il suo più recente lavoro “The Phantom Thread”.

      

2 Shoplifters (Hirokazu Koreeda, Jap, 2018) tit. or. “Manbiki kazoku”  “Un affare di famiglia” * con Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki
IMDb  8,1  RT 99%  *  Nomination Golden Globe come miglior film straniero, Palma d’Oro a Cannes
Dato come quasi sicuro candidato all'Oscar 2019 (miglior film non in lingua inglese), già vincitore di numerosi premi fra i quali la Palma d'Oro a Cannes, mi ha un po’ deluso non perché non sia un buon film, ma dopo aver letto tanti commenti entusiastici mi aspettavo francamente di più. L'ho trovato slegato, altalenante e purtroppo il pessimo doppiaggio spagnolo me lo ha rovinato ancor di più (speravo in una v. o. sottotitolata).
Ricorrentemente ci sono interessanti considerazioni sul senso della famiglia, legami genitori-figli, false dimostrazioni di affetto (i rapporti familiari sono sempre stati il tema preferito, quasi esclusivo, del regista) ma gli eventi finali in parte mi hanno lasciato perplesso anche per lasciare in sospeso o nel vago varie situazioni. Dopo averlo guardato, sono andato a leggere qualche recensione per capire cosa fosse piaciuto tanto e ho notato che molti lo giudicano il miglior film di Koreeda. In dissenso, i 3 che avevo visto in precedenza (Like Father, Like Son, Our Little Sister e After the Storm) mi erano tutti piaciuti di più di questo.

5 La città proibita (Yimou Zhang, USA, 2006) tit. or. “Man cheng jin dai huang jin jia” * con Yun-Fat Chow, Li Gong, Jay Chou
IMDb  7,0  RT 66%  *  Nomination Oscar per i costumi
Mi è sembrato composto da due parti assolutamente diverse, la prima più lunga (quasi 3/4 del film ) è un’avvincente, ben congegnata e ben proposta storia di intrighi di palazzo, un subdolo conflitto per il potere all’interno della famiglia imperiale, nella seconda e finale prendono il sopravvento combattimenti ripetitivi e irreali che in più casi coinvolgono migliaia di soldati (fra vere comparse e CGI) che dopo pochi minuti annoiano e infine si conclude in modo troppo melodrammatico. Purtroppo ben lontano da quanto visto nei precedenti “Hero” o La foresta dei pugnali volanti dello stesso Zhang. Al contrario, la rappresentazione degli interni del palazzo imperiale è fantastica, una festa di colori, con un’incredibile varietà di oggetti, utensili e arredamenti. Oltre alla Nomination per i costumi, penso che La città proibita avrebbe meritato anche quella per la scenografia.
Non certo fra i migliori film del più che bravo Yimou Zhang, merita comunque una visione.

4 ¡Ay, Carmela! (Carlos Saura, Spa, 1990) * con Carmen Maura, Andrés Pajares, Gabino Diego  *  IMDb  7,3  RT 73%p   
Uno dei film a soggetto del più recente periodo di Saura, che segue Sevillanas, uno dei tanti film/documentari dedicati alla musica, alla danza e all’arte.
Si tratta di una storia decisamente politica, ambientata alla fine degli anni ’30, in piena guerra civile spagnola. Forse per questo ha ricevuto una più che buona accoglienza in patria ed è spesso raccomandato fra i film prodotti nel secolo scorso, ma non sembra adatto al mercato estero. Lo stesso titolo si riferisce non solo al nome della protagonista (una attrice/cantante/ballerina di un varietà itinerante, interpretata da Carmen Maura), ma era anche la canzone simbolo dei repubblicani, ovviamente vietata in campo falangista. Il film procede lentamente seguendo le disavventure della ridottissima troupe (3 membri).
Si tratta di una produzione italo-spagnola e la “nostra” rappresentanza nel cast è tristemente capitanata da Armando de Razza (fatto conoscere al grande pubblico da Renzo Arbore, molti lo ricordano quale interprete della canzone demenziale “Esperanza d'escobar”) nei panni del tenente Ripamonte e, con i suoi soldati inviati da Mussolini a supporto di Franco, si esibisce cantando “Faccetta nera”.
Un film assolutamente evitabile, lontanissimo dalla qualità di precedenti lavori di Saura come Los golfos (1960), La caza (1966), Cria cuervos (1973), Ana y los lobos (1976),  Mamá cumple 100 años (1979).   

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione.
Spero di riuscire a riorganizzare le micro-recensioni degli anni precedenti importandole nel mio sito. Per ora, e finché Google+ rimarrà attivo, vi si può accedere cliccando sui poster inseriti in queste pagine 

venerdì 4 gennaio 2019

Spigolature ed elogi coyoacanensi (post molto arretrato)


Ancora a Coyoacán, Ciudad de Mexico

Qualche curiosità e qualche nota da questo mio quarto soggiorno a Coyoacán, area decentrata di Ciudad de Mexico, da sempre residenza di personaggi di rilievo, dal conquistador Hernán Cortés a partire dal 1521, ad artisti come Frida Kahlo e Diego Rivera (i quali ospitarono il rifugiato russo Trotski che qui fu assassinato nel 1940 da un sicario per ordine di Stalin), a innumerevoli cineasti e attori della Epoca de Oro del Cine Mexicano, data la vicinanza agli Estudios Churubusco (la Cinecittà messicana).
Tutt'oggi Coyoacán è un affascinante misto di ville moderne e grandi residenze dl secolo scorso, larghe strade alberate, molte delle quali con scarsissimo traffico, stradine acciottolate (verso San Angel), conta 4 musei fra i quali il quello famoso della Casa azul di Frida Khalo e una doppia classica piazza alberata, con tanto di cassa armonica e chiesa in stile coloniale (Iglesia de San Juan Bautista, costruita fra il 1522 e il 1552, su terreno concesso da Cortés ai francescani), un grande parco pubblico (Viveros) dove ci sono sempre migliaia di persone che passeggiano o corrono ordinatamente (sull’anello principale vige un regime di senso unico con i camminatori da un lato e i corridori dall’altro), spazi specifici per bambini e per anziani, un grande slargo centrale dove si “allenano” giovani aspiranti toreri ... (foto in basso)

Per puro caso, negli ultimi 3 soggiorni ho trovato alloggio in case legate al mondo del cinema: di una documentarista (pluripremiata, anche all'estero), una specialista del montaggio sonoro e, a novembre scorso, in quella che fu la residenza di Fernando Soler, il più famoso della famiglia dei poliedrici cineasti messicani che segnarono la Epoca de Oro, fratello di Mercedes, Andres, Julian e Domingo, tutti attori, registi e produttori. Fernando apparve in oltre 100 film, quasi sempre da protagonista come anche nel caso dei suoi 3 lavori con Luis Buñuel: El gran calavera (1949), La hija del engaño (1951), Susana (1951). A un tiro di schioppo c'è la fantastica Cineteca Nacional Mexico (della quale ho già parlato in più occasioni) e, qualche chilometro più in là, la Casa Museo di Luis Buñuel. Ma più a portata di mano di ques'ultima, cè la Monumental Casa de Emilio el "Indio" Fernández, una specie di fortezza dall'architettura a dir poco singolare, nella quale il grande regista, attore e modello per la statuetta degli Oscar (leggi post) visse fino alle fine dei suoi giorni. Si trova all'angolo della c/ Dulce Olivia, così denominata come omaggio a Olivia de Havilland, della quale el Indio era perdutamente innamorato.
Ma anche per i non interessati alla settima arte Coyoacán è un luogo piacevole per soggiornare e passare le serate dopo una giornata spesa fra i tanti eccellenti musei di Ciudad de Mexico (il centro è raggiungibile in 20 minuti con linea diretta della metropolitana, per soli 25 centesimi di euro). Ci sono innumerevoli ristoranti di qualsiasi livello, da quelli che propongono alta cucina a quelli situati all'interno del mercato (dove si può mangiare abbondantemente con meno di 3 euro), da quelli di tendenza ai vegetariani, oltre a tutto il cibo di strada fornito da bancarelle e ambulanti. (nella foto sotto, uno di loro comincia a preparare qualche cipola ...)
Ci sono almeno 4 teatri, dei quali uno grande che propone spesso musical moderni, e uno pubblico con programmi di musica classica (quasi sempre gratuiti), ma anche jazz, musica popolare e rock. Nei week-end ci sono spesso spettacoli in piazza e nei giardini di fronte al mercato di frequente si vedono persone di una certa età che ballano al ritmo di pezzi classici messicani, ma spesso si uniscono a loro anche giovani e giovanissimi (che ballano molto peggio).  

L'arzillo (a dir poco) ballerino delle foto sopra era molto richiesto da signore e signorine di ogni età e non perdeva un ballo. 
In occasione di festività gli eventi si moltiplicano, le strade attorno al centro vengono chiuse al traffico e per la strada a malapena si riusce a camminare.
Un paio di mesi fa ero lì per el Dia de Muertos che in Messico è una vera festa di più giorni, con sfilate, travestimenti, quantità incredibili di cibo e tanta musica. Spesso si esibiscono anche nomi di rilievo, basti dire che nella piazza di fronte al mercato ho potuto assistere al concerto della Sonora Santanera (con la formazione attuale al completo). A molti di voi il nome dirà poco o niente, ma sappiate che è uno dei gruppi più famosi dell'America Latina, vincitore di 2 Latin Grammy Awards per il miglior album tropicale internazionale (nel 2014 e nel 2016; nel 2018 è stato fra i 5 candidati) e che , dal 1955, esegue un vastissimo repertorio di ritmi classici come danzón, mambo, bolero, rumba, chachachá, guaracha e cumbia.

In Messico non ci sono solo le spiagge e le aree archeologiche precolombine, la capitale è una città piena di cultura, con tanti ottimi musei e non è più pericolosa né più inquinata di tante altre grandi città europee o americane.

domenica 30 dicembre 2018

Montaña Guajara, ultima vera escursione del 2018

Alle spalle del Parador c'è El Capricho, sullo sfondo l'imponente Montaña Guajara 
A inizio anno non ebbi l’occasione di andare a verificare la via di accesso a Montaña Guajara alternativa alla classica, l’ho fatto sabato 29 dicembre. Appena un anno fa fu proposto tale collegamento fra la cima di Montaña Guajara (2.718m) e la Degollada de Ucanca, già toccata dal percorso 31 segnalato dal Parque Nacional del Teide.
Certamente non è comparabile con il percorso classico (ruta 5 + ruta 15) né come impegno, né come panoramicità, né come sicurezza, ma c’è da dire che è stato creato per dissuadere gli escursionisti a utilizzare l’ancor più rischioso camino de los alemanes (sentiero dei tedeschi), per lunghi tratti su stretta cengia esposta a NNO, spesso ghiacciata in inverno. Comunque, al già esistente ripido tratto del 31 si aggiunge ora il prolungamento del 15 che include l’impressionante passaggio nella gola rocciosa della Bocáina, una vertiginosa discesa fra rocce e pietre per niente stabili, né quelle del tracciato, né quelle ai lati o della parete ai piedi della quale corre il “sentiero” (infatti all’inizio c’è un chiaro cartello che avverte del pericolo caduta massi).
   
La foto a sx rende bene l'idea del "precipizio", quella a sx non è altrettanto efficace sia per il contrasto fra la luce della caldera e il quasi buoi della gola, sia per essere un tratto quasi in piano, ma è evidente la parete che incombe sul sentiero. 
Dando un semplice sguardo alla mappa si notano i due tratti estremamente ripidi del collegamento occidentale, molto più scoscesi dei due (tutto il e la prima parte della salita del 15) del versante opposto che non raggiungono mai tali pendenze. 
Questo percorso circolare è relativamente breve (circa 11 km) e prevede un dislivello di circa 600 metri, quindi niente di eccezionale, ma bisogna tener conto dell'altitudine e del fondo in gran parte molto accidentato.
In linea di massima è fattibile anche da chi non utilizza mezzi propri visto che il Parador è raggiungibile in guagua (bus) tutti i giorni dell’anno sia dalla costa nord (348 da Puerto de la Cruz) sia da quella sud (342 da Los Cristianos). Tuttavia bisogna tener presente che per entrambe le linee c’è una sola corsa che lascia circa 4 ore e mezza per completare il percorso e non perdere il bus di ritorno. Le viste sono varie ed interessanti, quelle dalla vetta spettacolare. Qui ib basso, nell'ordine: Parador e Roques de García - Llano de Ucanca (il fondo della caldera) - il Pico del Teide (3.718m) con al lato Montaña Blanca (2.748m) - parte del sentiero 31 (meno comoda di quanto appaia) con El Capricho a sx nella foto.
   

   
Se deciderete di andare in cima a Guajara, siate pronti ad affrontare venti abbastanza forti, sia per la quota sia per i passi attraversati (Degollada de Guajara e Degollada de Guajara), dove le raffiche acquisiscono ulteriore velocità. Fra vento e altitudine è possibile che faccia "freschetto".
   
Fra le varietà geologiche che si possono ammirare lungo il percorso, spiccano alcune pareti di pomici (foto a sx - una zona simile più a valle, molto più varia e vasta, è nota come paisaje lunar) e il singolare affioramento di El Capricho (foto a dx), oggi una delle più frequentate palestre naturali di climbing.