domenica 26 giugno 2022

Microrecensioni 181-185: un documentario da Oscar e film inusuali

Il documentario non solo meritò l’Oscar, ma fu anche acclamato per l’affascinante personaggio che fece conoscere al pubblico, perfino a quello degli USA, sua terra natale. C’è poi l’ultimo film di Balabanov, al di fuori degli schemi ma affascinante come altri suoi lavori, due film completamente diversi ma indissolubilmente legati dal personaggio di Cagliostro, e infine un banale, per quanto buono, candidato Oscar di Truffaut.

 
Searching for Sugar Man (Malik Bendjelloul, 2012, Swe/UK/Fin)

Ottimo documentario apparentemente musicale ma in effetti investigativo, che conta su una storia tanto straordinaria quanto incredibile, eppure assolutamente vera. Cantautore senza successo a Detroit sparisce dalla circolazione e viene dato per morto, con voci di suicidio sul palco. Lo stesso artista ha grande successo in Sud Africa, paese nel quale non si è mai recato, e grazie ai testi le sue canzoni (in parte censurate) diventano emblematiche per il movimento anti-apartheid. Un musicista / giornalista di quel paese decide di scoprire qualcosa di più sul background di Rodriguez (il chitarrista cantante scomparso) e in maniera a dir poco rocambolesca riesce a mettersi in contatto con la sua famiglia … per il resto consiglio di guardare il documentario! Intrigante il modo in cui è stata organizzata la sceneggiatura di questo film nel quale non ci sono attori, ognuno interpreta sé stesso, ma si utilizzano anche foto e immagini di repertorio. Vinse l’Oscar come miglior documentario (ma forse si sarebbe dovuta prendere in considerazione anche la sceneggiatura) e decine di altri premi, cosa non comune per questo genere.

Mee Too (Aleksey Balabanov, 2012, Rus)

Ultimo film di Balabanov (morto nel 2013 a soli 54 anni) del quale fu unico sceneggiatore e interprete, seppur nella breve parte di un disperato regista cinematografico. Come contenuti ricorda Stalker (1979) di Tarkovsky, come ritmo e commento musicale il suo stesso Stoker (2010), pur cambiando l’autore da Valeriy Didyulya a Leonid Fyodorov. Film fra il surreale e il fantascientifico, ambientato prima nella moderna San Pietroburgo e poi, con condizioni meteo che cambiano improvvisamente, in lande desolate e gelate. Cinque personaggi mal assortiti viaggiano in un suv nero alla ricerca della felicità che sperano di raggiungere entrando in una torre diruta in mezzo al niente. Situazioni surreali e commedia nera si mischiano a considerazioni filosofiche e religiose, con dialoghi ridotti veramente al minimo, mentre si apprezza la solita ottima fotografia dei film di Balabanov.  

  
Il ritorno di Cagliostro (Daniele Ciprì, Franco Maresco, 2003, Ita)

Mockumentary assolutamente (e volutamente) sconclusionato nel quale si miscelano scene in stile Cinico TV (la famosa serie di RAI3, in onda fra il 1992 ed il 1996), riferimenti filmici come quello che giustifica la produzione del film della disastrata Trinacria Cinematografica, citazioni vere e proprie come un protagonista che appare vestito come il conte Orlok nel Nosferatu di Murnau (1922). La trama vede tre parti ben distinte: 1) presentazione dei fratelli La Marca (gli incapaci produttori a capo della Trinacria Cinematografica), 2) grazie a un generoso finanziamento si inizia a girare Il ritorno di Cagliostro scritturando un regista di grido e un attore americano di fama internazionale, 3) si spiegano i retroscena dell’intera operazione e le collusioni con la mafia. In più punti si ricorre ai sottotitoli in quanto molti protagonisti a volte parlano in siciliano stretto. Come dovrebbe essere adesso chiaro, i registi/autori (quelli veri, Ciprì e Maresco) si barcamenano fra citazioni colte e cinematografiche, satira, assurdità e volgarità, contando su uno stuolo di personaggi caricaturali al limite della realtà, ma non troppo.

Black Magic (Gregory Ratoff, Orson Welles, 1959, Ita/USA) Gli spadaccini della Serenissima

Dopo essermi casualmente imbattuto in Il ritorno di Cagliostro, ho voluto guardare questo film al quale i registi siciliani dichiaravano di essersi ispirati. La sceneggiatura è liberamente adattata dai primi due romanzi del ciclo di Maria Antonietta e della Rivoluzione di Alessandro Dumas: Joseph Balsamo (1848) e La collana della Regina (1850). Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro (1753-1795), fu un avventuriero, alchimista, esoterista e truffatore che effettivamente frequentò le corti di mezza Europa con sorti alterne, per poi finire condannato dal Sant’Uffizio. In gran parte può essere assimilato ai film di cappa e spada e la parte sostanziale si sviluppa nell’ambito della corte parigina, poco prima della Rivoluzione Francese. Orson Welles ha più volte affermato che la realizzazione di questo film, del quale è protagonista e uncredited co-regista, è stato il più puro divertimento della sua carriera. Cagliostro fu il titolo con il quale Black Magic (lett. Magia nera) fu distribuito in vari paesi ma in Italia pensarono bene di inventarsi l’alternativo Gli spadaccini della Serenissima (sic!).

Le dernier métro (François Truffaut, 1980, Fra)

Anche questo film di Truffaut (mai visto in precedenza) mi ha sostanzialmente deluso. Non che sia mal realizzato, ma si trascina per oltre due ore senza riuscire a coinvolgere. Certamente ottime le interpretazioni, seppur con qualche riserva su quella di Depardieu, ma il tutto si riduce a teatro nel teatro. Infatti la maggior parte delle scene si svolgono nel Teatro Montmartre, nel periodo dell’occupazione tedesca. Il proprietario ebreo vive nascosto nel sotterraneo e sua moglie (attrice, un’eccellente Catherine Deneuve) è colei che ufficialmente dirige la compagnia. Si assiste quindi a piccole beghe e corteggiamenti fra protagonisti, alle prove del nuovo spettacolo e infine la prima. Sostanzialmente noioso; pur essendo Truffaut il più famoso dei registi della Nouvelle Vague (forse alla pari con Godard), altri co-fondatori del movimento come Rivette e Rohmer sono riusciti quasi sempre a produrre film interessanti (e anche più lunghi) con molto meno.

martedì 21 giugno 2022

Microrecensioni 176-180: 3 film fuori dagli schemi e 2 standard

Già si intuisce che questo gruppo è molto vario, con due film di genere, di quelli che si producevano quasi in serie rispettivamente in Messico e Giappone nel secolo scorso, e tre recentissimi che trattano di argomenti che vanno dall’immigrazione al razzismo, guerre civili e produzioni porno.

 
Farewell Amor (Ekwa Msangi, 2020, USA)

Storia di un ricongiungimento familiare dopo 18 anni … il padre, integrato tassista a New York, riceve moglie e figlia rimaste in Angola per tutto quel tempo. Le moderne idee di indipendenza della ragazza cozzano con il fanatismo religioso della madre che, ovviamente, si scontra anche con suo marito ampiamente americanizzato, incredibilmente paziente e pacificatore. La regista è una tanzaniana-americana, nata in California, cresciuta in Kenya, attualmente insegna alla New York University. Con buon garbo sottolinea l’inevitabile cultural clash all’interno della stessa famiglia, anche se tutto sembra un po’ troppo edulcorato. Molto convincenti gli attori, specialmente Ntare Guma Mbaho Mwine e Zainab Jah, rispettivamente nei ruoli di padre e madre. Positive ben il 97% delle 72 recensioni professionali raccolta su RT.

Pleasure (Ninja Thyberg, 2021, Swe)

Questo film molto sui generis è proposto su MUBI e tratta del mondo del cinema porno, soprattutto dal punto di vista degli attori. Ho scritto sui generis in quanto visivamente si propone meno di tanti film erotici appena spinti e sono messi in evidenza più membri maschili che parti intime femminili. La protagonista è una giovane svedese che arriva in California con il preciso scopo di diventare una superstar del porno e fra successi e delusioni farà molta strada. Penso che in ogni ambiente si trovino i buoni e i cattivi, professionisti ed avventurieri, e qui si mettono in risalto i preliminari nei quali si concorda cosa l’attrice è disposta a fare e cosa no, nonché il suo cachet. Anche nelle scene più violente c’è un codice con il quale si chiede di interrompere le riprese. Si parla di come vengono valutate le star, con followers sui social, visualizzazioni su YouTube e su che tipo di scene di sesso spinto sono disposte ad interpretare. Gli spettatori potranno anche riflettere sugli enormi guadagni realizzati in questo campo nel quale si producono film (meglio dire corti o videoclip) in poche ore e con solo due o tre interpreti ed uno staff composto da regista (talvolta anche operatore) e uno o due tecnici luci/suono, contro le centinaia di persone impiegate per la realizzazione di un vero film le cui riprese durano settimane se non mesi e spesso vanno in perdita. Per fortuna ci sono alcuni indipendenti che riescono a combinare le due cose proponendo buoni prodotti con staff e cast ridotti all’osso e attrezzature non troppo sofisticate, come il pluripremiato Tangerine (2015, di Sean Baker, 96% su RT) girato con tre iPhone 5s e con una app da $8; la gran parte dei 100.000 dollari del budget furono utilizzati per convertire le immagini in un formato professionale, proiettabile nelle sale.

  
Notre-Dame du Nil (Atiq Rahimi, 2019, Fra/Bel)

Un regista afghano ci porta in Ruanda una ventina di anni prima della sanguinosa guerra civile nota come genocidio del Ruanda, quando gli hutu uccisero quasi un milione di tutsi. Sono gli anni 70, il Ruanda (ex colonia belga) è già una repubblica da una decina di anni, ma il fuoco dell’odio razziale cova sotto la cenere, anche nell’isolato collegio femminile riservato alle figlie di politici e militari. Gli attriti fra le ragazze appartenenti alle due etnie ricalcano un po’ i soliti schemi, ma la parte interessante trattata nel film è quella della interferenza alternata a indifferenza delle istituzioni religiose (nel collegio c’è una superiora bianca e un sacerdote nero) e la presenza di coloni europei rimasti in Ruanda. Le adolescenti crescono quindi lontane dalla realtà quotidiana ma indottrinate contemporaneamente dalle proprie famiglie (spesso con idee razziste sia nei confronti dei bianchi che dell’altra etnia), dalle regole religiose imposte dal cattolicesimo e dalle credenze nei riti e magie tradizionali. Fu premiato con l’Orso d’argento a Berlino e giudicato miglior film a Giffoni (+16).

Isla para dos (Tito Davison, 1959, Mex)

Classico melodramma romantico che vede protagonista uno dei migliori attori della Epoca de Oro del Cine Mexicano: Arturo de Córdova. Senza infamia e senza lode, quasi teatrale per avere pochissimi personaggi e (tranne la prima breve parte in ambiente ricco/borghese) per svolgersi in un resort isolato fra le montagne (l’isola immaginaria). Il maturo protagonista (pittore) è l’unico ospite oltre ad una giovane pianista e i due sono accuditi dalla famiglia dei gestori composta da un giovane insulso, un padre paziente ed una madre logorroica e intrigante (qui la parte di commedia). Piacevole.

Yakuza Soldier Rebel in the Army (Yasuzô Masumura, 1972, Jap)

Nono e ultimo film di Masumura della serie Hoodlum Soldier con Shintarô Katsu e Takahiro Tamura, nei panni dell’ex-yakuza Omiya e del sottufficiale intellettuale Arita, l’unico che riesce a tenerlo a bada senza violenza. Di quello iniziale del 1965 (il cui successo favorì le produzioni successive con i medesimi personaggi) scrissi nel post precedente, ma in questo si nota che si è perso il piglio iniziale e che alcune situazioni appaiono ripetitive. Pur riconoscendo al regista giapponese la buona qualità media dei suoi film, di qualunque genere, penso proprio che anche gli altri 7 furono girati in modo abbastanza simile. Sufficiente, ma certamente non fra i migliori di Masumura.

mercoledì 15 giugno 2022

Microrecensioni 171-175: quasi tutti francesi

Dopo Au coeur du mensogne, ho cercato altri film di Chabrol non ancora guardati e ho scelto i suoi primi due e uno degli anni ‘80. Completano il gruppo due film recenti che, a giudicare dai rating, non sono stati molto graditi dal pubblico, ma lodati dalla critica. Nel complesso, nessuno è pessimo, tutti sono discutibili (e ciò risalta dai giudizi molto contrastanti) e solo uno mi è piaciuto veramente.

 
Le beau Serge (Claude Chabrol, 1958, Fra)

Primo film di Chabrol, del quale fu anche sceneggiatore unico; dai più è considerato il primo film della Nouvelle Vague francese della quale fu fondatore insieme ai suoi amici cinefili Rivette, Godard, Rohmer e Truffaut. Completò le riprese in 9 settimane invernali nel villaggio di Sardent, nel quale visse la sua famiglia materna e dove lui passava settimane intere, coinvolgendo molti abitanti del paese come figuranti o brevi ruoli marginali. In questa rappresentazione comunque vicina al neorealismo, propone un dramma sociale, nel quale regnano alcolismo, violenza e, soprattutto, l’indifferenza che fa accettare tutto come ineluttabile e quindi inutile da cercare di contrastare, e questo lo afferma perfino il prete. Da non perdere.

Les cousins (Claude Chabrol, 1959, Fra)

Secondo film di Chabrol in tutto e per tutto opposto al precedente. La scena si sposta dal paesino di campagna alla vita sfrenata di giovani (e meno giovani) a Parigi. Gli attori principali sono gli stessi ma a ruoli invertiti, vale a dire che Gérard Blain (alcolizzato e violento nel primo) qui interpreta lo studente serio e idealista, mentre Jean-Claude Brialy (che in Le beau Serge voleva redimere l’amico l’infanzia) qui è il trascinatore di un gruppo di sfaccendati perdigiorno (e soprattutto notti), organizzatore di festini quasi selvaggi nei quali, ovviamente, abbonda l’alcol. Personaggi per niente attraenti, nel complesso oserei dire detestabili, anche se ognuno per motivi diversi. Buono, ma non regge il confronto con il film d’esordio.

  
Bande de filles (Céline Sciamma, 2014, Fra)

Interessante spaccato della gioventù delle periferie parigine, ma quella rappresentata è la norma o una storia particolare? Come appare chiaro dal titolo, si parla di un gruppo di ragazze che si atteggiano a gang, sfidano altre adolescenti, si dedicano al taccheggio e al bullismo per racimolare un po’ di soldi. La protagonista si deve però confrontare anche con i difficili rapporti con la famiglia (madre praticamente assente, del padre non si hanno notizie, fratello maggiore troppo protettivo). Cercando una propria dimensione e libertà, la sedicenne Marieme, detta Vic, si caccerà in una serie di situazioni complicate. L’ambiente è quello degli immigrati africani integrati, quasi tutti nerissimi, ma ci sono anche alcuni che sembrano maghrebini, “bianchi” quasi assenti.

Masques (Claude Chabrol, 1987, Fra)

La prova di Philippe Noiret (lodata da molti) mi è sembrata troppo sopra le righe (anche se in parte era richiesta dal personaggio) e il film, limitato nella villa del protagonista e abitato da una mezza dozzina di personaggi peculiari, non ha il fascino delle interessanti descrizioni degli ambienti provinciali alle quali Chabrol ci ha abituato. Anche la suspense (non dimentichiamo che il regista ha come punto di riferimento Hitchcock, sul quale scrisse un famoso saggio insieme con Eric Rohmer) non riesce ad essere veramente tale. Sostanzialmente deludente, con personaggi e situazioni talvolta poco credibili. Certamente non uno dei migliori lavori del regista, troppo concentrato nella sua critica della borghesia francese.

Under the Skin (Jonathan Glazer, 2013, UK)

Mi è sembrato senza né capo né coda, certamente ben realizzato, raffinata fotografia ma con troppo nero, quasi inesistenti i dialoghi, ottimo commento sonoro, veramente originale. Sembra che Glazer si sia concentrato più che altro sull’originalità e sull’estetica trascurando la storia che, forse, è più avvincente nel testo del romanzo scritto dall’olandese Michel Faber, ma è stata mal adattata per il grande schermo. Lento e spesso ripetitivo, sembra che Scarlett Johansson sia stata usata come specchietto per le allodole, deludendo poi il pubblico (solo 6.3 su IMDb e 55% su RT). Presentato in innumerevoli Festival, conta oltre 130 Nomination, ma solo 23 Premi, 14 dei quali per la musica (di Mica Levi); fu fischiatissimo a Cannes.

domenica 12 giugno 2022

Microrecensioni 166-170: gruppo molto vario del ‘900

Cinque ottimi registi quali Bondarchuk, Chabrol, Scorsese, Masumura e Sjöberg (anche se gli ultimi due probabilmente poco conosciuti), di cinque paesi diversi (URSS, Fra, Swe, Jap, USA), produzioni che spaziano fra il 1944 e il 1999.

 
Fate of a Man (Sergey Bondarchuk, 1959, URSS)

Intrattenitore per le truppe durante la II Guerra Mondiale, apprezzato attore cinematografico dai primi anni ’50 (e per questo nominato Artista del Popolo dallo stesso Stalin) con questo film Sergey Bondarchuk esordì alla regia e iniziò una brillante carriera in questo campo. Rimarrà certamente nella storia del cinema per aver diretto e interpretato il miglior adattamento cinematografico del capolavoro di Tolstoy Guerra e pace (1965, Oscar miglior film straniero e Nomination per la scenografia, oltre 7 ore di durata). Anche in questa sua prima regia diresse sé stesso, nel ruolo del protagonista. Ottimo film in stile classico russo del dopoguerra, bella e precisa fotografia in b/n, con ampio uso di doppie esposizioni e scene di massa, appropriatissimo e di notevole livello il commento musicale in stile sinfonico. Si tratta della storia di un artigiano di un piccolo paesino che lascia moglie e figli per andare in guerra, mandato nei campi di lavoro dai nazisti, poi autista di un ufficiale tedesco, infine torna a casa ma il triste destino gli riserva nuove disgrazie. Quasi un film di propaganda, ma con meno enfasi rispetto ai soliti, preferendo la qualità artistica ai messaggi politici.

Au coeur du mensonge (Claude Chabrol, 1999, Fra)

Chabrol è riconosciuto maestro delle descrizioni di personaggi, eventi e relazioni sociali delle comunità delle cittadine di provincia, nelle quali tutti si conoscono ed ognuno ha opinioni non sempre positive su ciascun altro, in particolar modo quando ci sono omicidi di mezzo. In questo caso si inizia con l’assassinio di una adolescente, ma ci sarà anche un’altra vittima. La commissaria (appena nominata) ha un modo inusuale di condurre le indagini, in contrasto con il suo collega locale, prossimo alla pensione. Per i motivi più disparati, molti dei personaggi descritti hanno qualcosa da nascondere, le voci in paese corrono e ipotesi e illazioni non si contano. Ben narrato anche dal punto di vista psicologico, lascia agli spettatori tante possibili supposizioni, a cominciare dalla scelta fra un unico assassino o due diversi, ma solo all’ultima scena si saprà la verità che non garantisce che il colpevole sarà punito.

  
Kundun (Martin Scorsese, 1997, USA)

Biopic del 14° Dalai Lama (1935 e tutt’ora in vita) diretto da Scorsese, giudicato un suo prodotto “minore” nonostante la bella fotografia, l’ottima scenografia (interni, esterni, location e costumi), le 4 Nomination Oscar e l’interesse della storia considerata la caratura del personaggio. Visto che si comincia con l’individuazione del nuovo Dalai Lama dopo la morte del 13° è chiaro che sono stati impegnati diversi attori per ricoprirne il ruolo. Nella prima parte si presenta infanzia, adolescenza ed educazione, mentre nella seconda il film prende un risvolto storico informandoci dei difficilissimi rapporti con i cinesi, fino alla fuga dal Tibet, evento con il quale si conclude il film. Anche se può sembrare una pignoleria, purtroppo ho visto la versione parlata in inglese, lingua che stona con l’ambiente e i protagonisti. La versione in tibetano (certamente incomprensibile, ma ci sono i sottotitoli) sarebbe apparsa molto più reale e coinvolgente. Piacevole da guardare ma troppo spezzettato e relativamente ripetitivo e prevedibile. 

Hoodlum Soldier (Yasuzô Masumura, 1965, Jap)

Penso sia utile riproporre parte della brevissima presentazione che feci nel 2018, in occasione dei primi film di Masumura che ebbi occasione di guardare in una rassegna a lui dedicata alla Filmoteca Española de Madrid. Laureato in filosofia con una tesi su Kirkegaard, poco dopo vinse una borsa di studio del Centro di Cinematografia di Roma dove ebbe fra i suoi docenti Antonioni, Fellini e Visconti. Quindi fu assistente di Gallone per Madama Butterfly (1954), prima di tornare a lavorare in patria come assistente di Mizoguchi (anche Street of Shame, 1956) e poi di Kon Ichikawa. Non si può dire che non abbia avuto buoni maestri e con abbia fatto ottima gavetta. Divenne noto anche per cimentarsi nei generi più disparati e per la sua prolificità: 55 film in una ventina di anni, quasi 3 all’anno! A giusto titolo Masumura è considerato esponente di rilievo della cosiddetta New Wave giapponese che ha preceduto di alcuni anni la senz'altro più famosa omologa francese.

Questo è uno di quei film di guerra nei quali non si vede mai il nemico, ma tratta di soldati giapponesi in Manciuria. I protagonisti sono un incontrollabile ex yakuza appena arruolato e il sottufficiale al quale viene affidato, il dovrà fare salti mortali per instaurare un rapporto di fiducia e rispetto reciproco. Film sostanzialmente antibellico che mostra anche i curiosi rapporti gerarchici vigenti nelle truppe nipponiche e i sorprendenti punizioni consentite (botte da orbi).   

Torment (Alf Sjöberg, 1944, Swe)

Spasimo (tit.it., malamente tradotto, negli altri paesi Tormento, Supplizio, Tortura, … certamente più pertinenti) fu la prima delle 48 sceneggiature firmate da Ingmar Bergman, che solo 2 anni più tardi diresse il suo primo film. Si sviluppa in ambiente studentesco nel quale si confrontano liceali non troppo volenterosi prossimi agli esami e un professore quasi sadico ma, a complicare la situazione, c’è anche una giovane donna. Dramma sociale psicologico, oserei dire tipico della cinematografia scandinava, nel quale vengono inseriti tesi rapporti familiari, pessimi rapporti fra il prof e gli studenti, alcolismo, infatuazione e stalking. Già si possono intravedere alcuni classici tormenti di Bergman. Vinse il Gran Premio a Cannes nel ’46 e fu candidato al Premio Internazionale a Venezia nel ’47.

mercoledì 8 giugno 2022

Microrecensioni 161-165: ecco il grande successo del 2022!

In anteprima (non si sa ancora quando e come uscirà in Italia) ho guardato il film molto sui generis che sta sbancando negli USA e in parte di Europa. Lo accompagnano due coppie di film relativamente connessi fra loro: due sono musicali/etnologici dell’estremo oriente e trattano soprattutto di canto tradizionale, mentre gli altri sono originali commedie russe degli anni ’80.

Everything Everywhere All at Once (Dan Kwan e Daniel Scheinert, 2022, USA)

Senza tema di essere smentiti, si può affermare che è il successo dell’anno, sia di critica che di pubblico, quasi del tutto inatteso. Produzione indipendente con un budget di 25 milioni di dollari, da quando è arrivato nelle sale a marzo (e solo in pochi paesi) me ha già incassati 80. In quanto ai rating, al momento gode di un ottimo 8,4 su IMDb, nella quale classifica di tutti i tempi si trova attualmente al 107° posto, e il 95% delle recensioni professionali su RT sono positive. La trama si sviluppa in mondi paralleli e tempi paralleli e, specialmente nella prima parte (Everything, la più lunga, quasi 1h30’), ha un ritmo incredibilmente rapido, con continue trasformazioni fisiche, abbigliamenti e acconciature inimmaginabili, azioni assolutamente irrazionali, in alcune sequenze le scene si compongono di soli pochi fotogrammi. La seconda rallenta un po’ e l’azione frenetica lascia più spazio a dialoghi e considerazioni possibilmente serie (sul multiverso?). Buona parte è anche una demenziale parodia dei film di arti marziali, con i contendenti si affrontano senza regole e con “armi” certamente non convenzionali. Le sorprese sono continue ed è quasi incredibile pensare che i 2 Daniel (registi e sceneggiatori) abbiano avuto da soli tutta questa fantasia e che i tantissimi effetti visivi siano opera di uno sparuto gruppo di amici non professionisti, autodidatti. Sia ben chiaro, è un Hellzapoppin (neologismo nato dal titolo del film omonimo di H. C. Potter, 1941), eppure creativo, sorprendente, audace, irriverente, sconclusionato, assurdo e chi più ne ha più ne metta, ma proprio per queste sue prerogative colpisce il pubblico che vuole godersi oltre un paio di ore di spettacolo folle, eppure niente di già visto, certamente non banale. Protagonista un'ottima Michelle Yeoh, affermata attrice cino-americana. Non si conosce la data di uscita in Italia …

 
Seopyeonje (Kwon-taek Im, 1993, Kor)

Essendo apparso fra i suggerimenti di YouTube, non mi sono perso questo film sia per le ottime critiche sia per il fatto di trattare del pansori, tradizionale forma musicale coreana. Di questa espressione artistica (voce e tamburo) utilizzata sia nei migliori teatri (fino ad una certa epoca) che in forma itinerante, similmente a cantastorie, ero venuto a conoscenza guardando l’ottimo Chunhyang (2000, Kor, microrecensione), diretto dallo stesso regista, soprannominato padre del cinema coreano. I protagonisti sono un padre despota che costringe i figli ad esercitarsi continuamente in questa forma d’arte canora. La storia, molto drammatica, si sviluppa in un ampio lasso di tempo durante il quale i tre si separano e si ritrovano. Ben costruito, oltre alla peculiare parte canora (che ad alcuni, forse molti, potrà risultare ostica) è anche interessante per la rappresentazione del mondo rurale coreano.

Yellow Earth (Huang tu di) (Chen Kaige, 1984, Chi)

E a questo ci sono arrivato dopo aver letto di Seopyeonje (vedi sopra) che, in molte recensioni di esperti di cinema orientale, viene citato come risposta coreana a Yellow Earth. Il mio interesse è stato ancora maggiore dopo aver scoperto che quest’ultimo fu l’esordio di neodiplomati dalla Beijing Film Academy: Chen Kaige regista e Zhang Yimou direttore della fotografia. A chi ha meno memoria per i nomi cinesi, ricordo che il secondo, dopo altri tre collaborazioni come direttore della fotografia, nel 1988 passò alla regia e ben presto diventò uno dei più acclamati registi orientali con film come Lanterne rosse, Vivere, Hero, La foresta dei pugnali volanti, …. I due, con il loro stile innovativo, furono elementi di spicco della 5th Generation of Chinese filmmakers. Tornando al film, che narra della ricerca di canti tradizionali affidata ad un soldato, già si intravede lo stile di Zhang Yimou , specialmente negli esterni con campi totali lunghi e lunghissimi, la famosa giacca rossa che qui spicca in un incredibile ambiente semidesertico, composizioni con uno o pochi personaggi che appaiono piccoli e decentrati nell’inquadratura, file di musicanti che formano una linea sinuosa.

 
City Zero (Gorod Zero) (Karen Shakhnazarov, 1988, URSS)

Commedia dell’assurdo, fra il surreale e il kafkiano. Un ingegnere viene inviato in una piccola cittadina per risolvere un problema tecnico di una fabbrica e, per una serie di cause non collegate fra loro e per lo più illogiche, non riesce più a tornare a Mosca. Sempre trattato comunque benissimo, avrà a che fare con un suicida forse assassinato, con il sindaco, con il commissario e innumerevoli strambi personaggi; si troverà a dover impersonare il figlio di una persona mai conosciuta, inaugurare un circolo di rock’n’roll, visitare un originale museo e tanto altro. Tutto ciò senza andare mai sopra le righe, con dialoghi (molti senza senso) precisi e concisi, personaggi tutti cordiali e (apparentemente) cooperativi, senza violenza o coercizione. Rientra nel filone delle buone commedie russe di quell’epoca, durante la quale era tollerata anche qualche bonaria presa in giro del potere. Merita una visione … facile in quanto è uno dei tanti film che la MosFilm ha messo in rete in HD 1080p, con sottotitoli in inglese.

Kuryer (Karen Shakhnazarov, 1986, URSS)

Visto City Zero, sono andato a cercare un altro film di Shakhnazarov, e ho trovato quest’altra commedia, anch’essa con sceneggiatura dello stesso regista, con rating ancora migliori (7,7 vs 7,4 su IMDb e gradimento del pubblico su RT 97% vs 84%). Tuttavia, Kuryer mi è piaciuto molto di meno, essendo meno arguto dell’altro ed evidentemente diretto al grande pubblico, per lo più giovanile. Comunque ha alcuni buoni spunti ed è stato anche inaspettato vedere ragazzi con i primi skateboard e anche esibizioni di breakdance. Non malvagio, ma si può anche evitare … consiglio senza dubbio l’altro.

sabato 4 giugno 2022

Microrecensioni 156-160: film 2021 misconosciuti e dittico cult di Brooklyn

Ci sono tre film dell’anno scorso prodotti in Giappone, Germania e Georgia, tutti con la quasi totalità di recensioni positive e due produzioni indipendenti del 1995 strettamente collegate fra di loro, per alcuni uno sequel dell’altro (anche se non è proprio così), il primo apprezzati dalla critica, il secondo snobbato, comunque per molti diventati cult.

 

Wheel of Fortune and Fantasy
(Ryusuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Nel 2021 Ryusuke Hamaguchi (regista e sceneggiatore di tutti i suoi soli 9 film) è balzato alla ribalta internazionale con due film: questo e Drive My Car (Oscar film straniero e 3 Nomination di cui due personali per regia e sceneggiatura, oltre ad una 70ina di altri Premi di cui 3 a Cannes). Se, complessivamente, possono sembrare molto diversi, entrambi sono centrati sui rapporti umani e sui trascorsi dei protagonisti; in particolare Wheel of Fortune and Fantasy utilizza interminabili pregnanti dialoghi, riservando minimo spazio all’azione e movimenti di camera, preferendo spesso lunghe inquadrature fisse. Ciò ne fa un lavoro quasi teatrale in tre atti essendo in effetti il film composto da 3 brevi racconti proposti cinematograficamente, con personaggi e situazioni completamente diversi fra loro. Come ogni short story che si rispetti, ognuna sfrutta al meglio le coincidenze e i twist, con quello conclusivo obbligatorio e spiazzante. Orso d’Argento per la regia e nomination Orso d’Oro a Berlino.

Ich bin dein Mensch (I'm Your Man) (Maria Schrader, 2021, Ger)

A leggere la sintesi della trama, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una delle tante storie o commedie su umanoidi, robot, replicanti ecc., più o meno buoni (di solido abbastanza insensati, se non ridicoli). Al contrario, questo ha alcuni aspetti drammatici e altri degni di una commedia ma, in sostanza, affronta molto seriamente l’ipotesi della sostituzione di umani con macchine, seppur perfette. Si potrebbe dire che il discorso generale è da bioetica, ma nel dettaglio analizza solitudine, ambizioni, fallimenti, relazioni umane e ricordi personali che non possono in alcun modo essere sostituiti da un computer eccezionalmente potente e nonostante la quasi infinita quantità di dati statistici possa contenere la sua memoria. Alla fine si potrà propendere per una o un’altra soluzione ma senz’altro lo si farà tenendo conto dei vantaggi e delle carenze messi in evidenza dai turbolenti rapporti fra i protagonisti. Orso d’Argento a Maren Eggert come migliore e nomination Orso d’Oro a Berlino.

  
Wet Sand (Elene Naveriani, 2021, Geo)

Ennesimo interessante film prodotto in Georgia, una delle poche ex repubbliche sovietiche (se non l’unica) ad avere lunga tradizione cinematografica prima e dopo il regime e ad aver mantenuto il proprio idioma. Intrigante la trama che sviluppa a partire da un funerale in una piccolissima comunità sulle sponde del Mar Nero. La protagonista, nipote del deceduto, vi ritorna dopo molti anni proprio per prendersi cura della cosa, essendo l’unica parente. Pian piano scoprirà che il nonno non era esattamente ben visto dai più, intreccerà amicizie ma fomenterà anche l’odio verso la sua famiglia, fino a sfociare in atti violenti. Al centro della storia pone il tema dell’omosessualità che, evidentemente ritenuto scabroso dagli abitanti, non viene apertamente discusso né chi lo disprezza né da chi lo tollera. Ben girato e interpretato, vale la visione; Gia Agumava (la protagonista) migliore attrice a Locarno.

Smoke (Wayne Wang, 1995, USA)

“Piccolo grande” film indipendente, girato per lo più in un negozio di tabacchi e giornali (e poche altre cose) situato all’angolo di un trafficato incrocio di Brooklyn, NY. Non solo è quasi un passaggio obbligato per tanti residenti, ma anche punto d’incontro per fare quattro chiacchiere, filosofeggiare, prendersi in giro, quasi con un vecchio bar di paese. Il cast è composto da un bel gruppo di amici, ai quali regista e sceneggiatori lasciarono ampio spazio per l’improvvisazione. Comprende pochi attori di successo (Harvey Keitel, William Hurt e Forest Whitaker) e tanti caratteristi dai volti più che noti ma dai nomi sconosciuti ai più; eccone alcuni, habitué dei film ambientati a Little Italy o nel mondo della criminalità newyorkese. Le storie si intrecciano in modo inaspettato e, per la parte nella quale compare Forest Whitaker portano i protagonisti anche al di fuori di Brooklyn. Attenzione ai titoli di coda! Non interrompete la visione poiché, con un ottimo flashback in bianco e nero, si mostra che storia narrata in precedenza di cui è protagonista Harvey Keitel, con l’azzeccatissimo sottofondo di Innocent when you dream, di Tom Waits, interpretata dallo stesso cantautore. Orso d’Argento per la regia a Wayne Wang.

Blue in the Face (Wayne Wang, Paul Auster, 1995, USA)

Quasi un sequel di Smoke, riprese durate appena 5 giorni, poi montate con alcune scene non utilizzate nel suddetto film. Questo è diretto e sceneggiato insieme da Wayne Wang e Paul Auster, il primo solo regista e il secondo solo sceneggiatore del precedente. Non vi appaiono William Hurt e Forest Whitaker (impegnati in altri progetti), ma accanto al resto del cast sono inseriti tanti cameo di amici famosi, anche se non tutti attori a tempo pieno. Ci sono Lou Reed, Madonna, Jim Jarmusch, John Lurie, ma anche star di Hollywood come Mira Sorvino, Lily Tomlin e Michael J. Fox, seppur in brevissime parti. Ciò detto, è facile immaginare come il film appaia caotico, come una serie di sketches di personaggi che si confrontano nelle situazioni più diverse e quasi assurde con i protagonisti. Surreali anche i tentativi (supportati da dati statistici) di classificare gli abitanti di Brooklyn quasi come etnia a parte. Nel complesso fu abbastanza mal accolto da critica e pubblico (almeno a giudicare dai rating 6.6 su IMDb e 46% su RT), ma ha anche tanti estimatori (me compreso) fra quelli che ne apprezzano la creatività, la spontaneità e le situazioni fra il grottesco e il paradossale. 

martedì 31 maggio 2022

Microrecensioni 151-155: con cinematografie "rare" come Cambogia e Tunisia

In questo ennesimo gruppo eterogeneo anche le altre (Iran e Polonia) non sono fra le più conosciute tranne, ovviamente, la Francia.  

 
Ballad of a White Cow (Maryam Moghadam, Behtash Sanaeeha, 2020, Iran)

Il titolo si riferisce ad una sura del Corano, conosciuta come quella della vacca, metafora di un innocente condannato a morte. Maryam Moghadam è co-regista (esordiente), co-sceneggiatrice e protagonista di questo film dalle tante sfaccettature: pena di morte, errori giudiziari, espiazione, condizione femminile nell’Iran moderno. Finale un po’ a sorpresa, sia per l’essenza che per i modi. Dramma che tuttavia corre quasi al limite del romantico, ma che include una serie di disavventure. Ben girato e interpretato, di buon ritmo, certamente un po’ avvilente per i contenuti, molti dei quali si possono ritrovare anche nelle società occidentali. Dall’Iran, in un modo o nell’altro, continuano a giungere film senz’altro al di sopra della media; questo a Berlino fu candidato al Premio del pubblico e all’Orso d’Oro.

The Last Family (Jan P. Matuszynski, 2016, Pol)

Nella prima parte, se non ci si è informati, non è chiaro dove il regista voglia andare a parare, ma con passare dei minuti il film biografico si fra apprezzare per la buona, seppur oggettivamente difficile, descrizione della famiglia Beksinski. Il capofamiglia Zdzislaw è stato apprezzatissimo fotografo, scultore e pittore specializzato nel surrealismo distopico, universalmente riconosciuto come il più famoso artista polacco della seconda metà del secolo scorso. La vita della famiglia viene proposta come apparentemente normale, in un appartamento di grande condominio dove l’artista vive con la moglie Zofia e con madre e suocera; di tanto in tanto li raggiunge il figlio Tomasz (noto presentatore radiofonico, critico musicale, traduttore e doppiatore), con evidenti problemi psicologici. Ottime le interpretazioni, interessante la fotografia quasi tutta in interni.    

  
Deux jours, une nuit (Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, 2014, Fra)

Marion Cotillard interpreta magistralmente una donna che si trova nel pieno di un dramma personale poiché rischia di perdere il posto di lavoro, ottenendo la Nomination Oscar come protagonista, dopo averlo vinto nel 2008 nelle vesti di Edith Piaf in La Vie En Rose. Nonostante il supporto del (pazientissimo) marito e l’affetto dei due figlioletti, non riesce a staccarsi dagli ansiolitici e ciò non l’aiuta di certo a cercare di convincere i suoi colleghi di lavoro, nel breve tempo di un weekend, a votare per farla rimanere in azienda, rinunciando ad un bonus. Trama per lo più scontata e ripetitiva. Nomination Palma d'Oro a Cannes.

White Building (Kavich Neang, 2021, Cam)

La Cambogia, come paese di produzione, mi mancava … ora ho colmato anche questa lacuna. Il film non è un granché, ma certamente non è da bocciare del tutto. Non per niente a Venezia, nel settore Orizzonti, Piseth Chhun è stato premiato come miglior attore e Kavich Neang candidato miglior regista. Si tratta della storia di una delle tante famiglie che vivono sotto l’incubo di uno sfratto dal grande e malandato condominio (quello del titolo) nel quale hanno vissuto per anni. Ben proposte sia le dinamiche familiari, che i rapporti del vero protagonista (il figlio, Piseth Chhun) con gli amici e le ragazze, nonché le diverse visioni degli altri vicini che, oltre a perdere la casa, si rendono conto che con la piccola somma loro offerta, potranno solo trasferirsi fuori Phnom Penh. Dal mio punto di vista di viaggiatore, interessante anche dare uno sguardo alla Cambogia moderna, ovviamente ancora con molti contrasti fra tradizione e globalizzazione.

Inhebek Hedi (Mohamed Ben Attia, 2010, Tun)

Deludente, per l’ignavia e la falsità del protagonista, oltretutto eterno indeciso, per il ritmo inutilmente lento, per le troppe scene poco illuminate e per l'eccessivo uso delle riprese con l'obiettivo quasi attaccato alla nuca del giovane … soluzione ottima in Son of Saul (2015, László Nemes, premio Oscar) fra la bolgia infernale di reclusi ai lavori forzati, fuori luogo in questo caso. In quanto agli altri personaggi, la madre viene presentata come insopportabile (ma il protagonista se ne sarebbe dovuto accorgere molti anni prima) e l'animatrice troppo vacua e superficiale. In conclusione, sceneggiatura debole, quasi insulsa, e realizzazione scadente. Tutavia, restando in ambito tunisino, mi preme sottolineare che ci sono molti nuovi registi che si cimentano in vari generi e con un certo successo; è il caso di Manele Labidi con la piacevole commedia quasi grottesca Un divan à Tunis (tit. int. Arab Blues, 2019, RT 92%) della quale scrissi un anno e mezzo fa.

giovedì 26 maggio 2022

Microrecensioni 146-150: 2 documentari di gran qualità, 2 buoni film e …

Comincio dai documentari, quello firmato da Wim Wenders insieme con il figlio del fotografo sul quale è incentrata la narrazione è a dir poco eccezionale; l’altro ha grandi meriti, ma solo per i cultori della storia del cinema. I due film dei quali non conoscevo l’esistenza sono risultati più che soddisfacenti, il quinto del gruppo è stato assolutamente deludente.

 
The Salt of the Earth (Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, 2014, Fra/Bra/Ita)

Ottimo documentario, al di là di ogni più rosea aspettativa non solo per la qualità delle immagini ma anche, e forse soprattutto, per la personalità del fotografo (per lo più sociale) brasiliano Sebastião Salgado. Girato quasi interamente in bianco e nero, unisce riprese curate da suo figlio Juliano Ribeiro Salgado e fotografie scattate per lo più in Africa e America Latina, ma non mancano incursioni nella ex Jugoslavia e in Kuwait. Salgado si è sempre interessato molto più alle persone che ai paesaggi, con un occhio particolare alle conseguenze delle guerre, carestie, siccità, migrazioni, povertà, malattie. Come se non fosse bastata la sua collaborazione con Medici Senza Frontiere e missioni ONU, insieme con la moglie si è reso protagonista di un’impresa ecologica a dir poco incredibile. Tornato in Brasile dopo molti anni, il fotografo trovò la grande tenuta di famiglia quasi completamente inaridita e con pochissimi alberi delle foreste che coprivano i 600 ettari di colline ancora in vita. Creò quindi la Fondazione Terra, fece piantare oltre 2 milioni di alberi e ora si è già tornati alle condizioni originali della macchia atlantica. Dopo tanti anni passati portando a termine grandi progetti fotografici sociali della durata di vari anni ciascuno (The Other Americas, Sahel, Workers, Migrations, Exodus, Africa, Genesis, …), questa esperienza ambientale lo portò ad interessarsi anche della fotografia naturalistica e così ha continuato ad andare in giro per il mondo riprendendo trichechi sulle rive dell’Artico, gorilla in Africa, iguana e tanto altro alla Galapagos. 

 
Fra le foto che lo resero famoso nei primi anni della sua carriera fotografica (dopo aver lasciato l’economia) sono quelle della Serra Pelada (in alto un paio di esempi), la famosa miniera d’oro a cielo aperto, una voragine paragonata all’inferno dantesco nella quale operavano fra le 50mila e le 100mila persone, alla quale si interessò anche Godfrey Reggio con il suo documentario Powaqqatsi (1988). Ovviamente, ne consiglio la visione ma … ATTENZIONE! … non è adatto a persone molto sensibili poiché nelle parti dedicate all’Africa si vedono quantità di cadaveri, persone malnutrite al punto di sembrare scheletri viventi. Nomination Oscar e 3 Premi a Cannes.

Perdida (Lost in Time) (Viviana García-Besné, 2009, Mex/Spa)

Interessantissimo documentario per cinefili (in particolare per i conoscitori del cine mexicano), intrigante per gli altri grazie alle tante sfaccettature dei rapporti fra i peculiari membri della famiglia Calderón, dai primi anni del secolo scorso produttori, registi, proprietari di cinema in Messico e Stati Uniti, imprenditori, alcuni in settori al limite della legalità. La regista è discendente dei protagonisti del documentario ma, in apertura, dichiara che le era sempre stata nascosta buona parte della storia della famiglia. Il documentario segue quindi la sua ricerca e scoperta di vecchi filmati familiari, cinema ormai distrutti (ce n’era anche uno da 3.000 posti), locandine, interviste a parenti e altri cineasti.

  
Diva (Jean-Jacques Beineix, 1981, Fra)

Crime molto intricato, con tanti protagonisti che a Parigi si seguono e inseguono, per interessi propri per eliminare prove a proprio carico, o commerciali per una registrazione unica. Chi dovrebbe avere i nastri è un giovane postino che dovrà scappare da poliziotti (corrotti e non), taiwanesi e killer. Affascinanti sono gli spettacolari loft arredati con incredibile creatività, molto singolare l’inseguimento di un motorino Malaguti fra i corridoi della metro, scale, scale mobili e anche nei vagoni. Qui e là, fra inseguimenti, omicidi, esplosioni e minacce, Beineix inserisce alcune inquadrature di ottima fattura, fotografie oserei dire eccezionali. Film d’azione piacevole e d originale, merita una visione.

Monsieur Lazhar (Philippe Falardeau, 2011, Can)

Ottimo film canadese (Nomination Oscar) che riesce a combinare tanti elementi socialmente interessanti ed attuali con molto garbo e attenzione. Si inizia con un suicidio in una scuola, evento che naturalmente lascia i giovani studenti abbastanza scossi, e si continua con l’arrivo di un maestro algerino richiedente asilo politico. Si parla quindi di scuola, metodi di insegnamento, culture diverse, ingerenza delle famiglie nelle attività scolastiche, giudizio per l’accettazione del rifugiato, una certa rivalità fra insegnanti e psicologa, rapporti fra i ragazzini, alcuni dei quali immigrati. Consigliato.

6 donne per l'assassino Blood and Black Lace (Mario Bava, 1964, Ita/Fra/Ger)

Guardato per pura curiosità, sapendo della grande fama che Mario Bava si è guadagnato anche oltreoceano per i suoi horror a budget ridotto. Apprezzatissimo dal famoso regista/ produttore Roger Corman del quale, per certi versi, può essere considerato il suo omologo italiano. Come anticipato, questo film mi ha molto deluso sia per la prevedibilità degli eventi che per le interpretazioni, veramente di scadente livello.