Aneddoto o leggenda metropolitana (marinara), pura
fantasia o storia vera che sia, ecco il breve resoconto di un (mezzo) viaggio
via mare fra Sorrento e Massa. Su questa mappa di epoca borbonica (inizio '800) ho evidenziato in rosso il viaggio richiesto e in blu quello ottenuto.
Come si può vedere, la marina di Puolo (demanio di Massa Lubrense, ma all’estremità orientale
pertinenza di Sorrento) si trova quasi esattamente a metà strada
fra la Marina Grande di Sorrento e la Marina della Lobra (Massa
L.) e relativamente a quell'approdo si narra(va) un aneddoto che qui vorrei rinverdire. Protagonista principale fu un pescatore sorrentino soprannominato Sardella il quale, per
arrotondare le sue misere entrate, non disdegnava di fungere da Caronte per i
viaggiatori che, una volta giunti a Sorrento (un tempo vi si arrivava
quasi esclusivamente via mare) avessero voluto proseguire alla volta di Massa in
barca, senza dover affrontare a piedi la sconnessa mulattiera o essere
trasportati a dorso d’asino o di mulo, o in carrozza, mezzo di trasporto più
caro.
L'altro protagonista, suo malgrado ma per sua colpa (l'avarizia), fu un viaggiatore che un giorno non meglio precisato della seconda metà dell’800 sbarcò a Marina Grande. Volendo evitare il percorso terrestre, cominciò a cercare un passaggio via mare e si imbatté in Sardella che per tale servizio gli chiese una lira, somma che lui non era
assolutamente disposto ad accettare di pagare, considerandola esagerata.
Il viaggiatore, per il passaggio fino a Massa, pretendeva invece di pagarne solo la metà, ma 50 centesimi per andare (e tornare) a palelle (remi) fra le due marine, su un lanzino (a poppa quadra) o, più probabilmente, su una varchetta (piccolo gozzo con prua e poppa a punta) lunga circa 4m (16 palmi), al contrario, erano reputati del tutto insufficienti da Sardella.
In un modo o nell'altro, dopo una lunga ed estenuante contrattazione, il pescatore "cedette" alle insistenze del passeggero, intascò i soldi, lo fece salire in barca e incominciò a vogare verso Massa.
Marina della Lobra (Massa Lubrense)
Però, essendosi in precedenza reso conto che il viaggiatore non conosceva per niente quei luoghi, appena
doppiato il Capo di Sorrento si diresse verso la spiaggia di Puolo proferendo la fatidica frase “Chesta è Massa ...” (Questa
e Massa ...) facendogli credere che si trattasse della Marina della
Lobra (approdo principale di Massa). Aiutò quindi il passeggero a sbarcare con i suoi bagagli e se
ne tornò tranquillamente alla Marina Grande. Metà tariffa, metà viaggio!
Di qui nasce la tradizione, che ormai solo pochi
mantengono viva, di ripetere ad ogni passaggio
nelle acque antistanti la Marina di Puolo:
"Chesta è Massa", dicette Sardella
Marina di Puolo (Massa Lubrense)
Come mia abitudine, quando se ne presenta l'occasione, mi
piace aggiungere curiosità etimologiche e questa relativa al verbo che ho voluto utilizzare nel catenaccio del post mi sembra particolarmente meritevole, data la sua singolarità, penso sconosciuta ai più.
Turlupinare
* v. tr. (dal
fr. turlupiner) prob. connesso con il nome della setta dei turlupins
che passò a indicare «chi scherza sulle cose di religione, o che ama
fare beffe di cattivo gusto» – Raggirare, ingannare beffando la buona
fede o l’ingenuità altrui
Turlupini
* s. m. pl. (dal
fr. turlupins) – nome degli appartenenti a una setta ereticale
medievale che nella seconda metà del 14° secolo si diffuse specialmente nella
Savoia, nel Delfinato e nei dintorni di Parigi; furono condannati nel
1372.
riproposizione di un "divertente" post di 11 anni fa
Come anticipato nel precedente post parlando delFrontón
Mexico e jai alai, a parte le tante similitudini in
quanto a campo e regole di gioco, l'ambiente dello Sferisterio
flegreo era completamente diverso. L’imponente edificio ebbe vita
relativamente breve in quanto, inaugurato negli anni ’50, smise di ospitare
manifestazioni sportive (jai alai prima e tamburello poi)
a seguito dei gravi danni subiti in occasione del terremoto del 23 novembre
1980 (foto in basso) e di un incendio (doloso, pare di stampo camorristico) a fine dicembre 1986.
Tornando a parlare delle persone che ne frequentavano la tribuna, dimenticate i ricchi, i borghesi e i nobili decaduti messicani. Le attività erano per lo più notturne, si iniziava in tardissima serata e si andava avanti fin verso le 4 del mattino. Al frontón Fuorigrotta più passavano le ore e più personaggi singolari arrivavano. Lenoni che si godevano una pausa dopo aver "parcheggiato le loro signorine", ladri, imbroglioni di ogni genere e, se fosse già arrivata l'era dello spaccio a tappeto, sarebbero giunti anche vari pusher.
Si aveva la netta sensazione che i soldi che circolavano fossero quasi tutti di dubbia o illecita provenienza, salvo salvo quelli dei pochi curiosi, nottambuli e studenti che di solito si limitavano ad assistere agli incontri, divertendosi ad osservare questo zoo umano più unico che raro, e talvolta a piazzare una scommessa, ovviamente con la puntata minima consentita.
La seguente è una delle foto inserite in un post di Diario
Partenopeo che trattava diffusamente della fine dello Sferisterio;
purtroppo, il sito non sembra essere più attivo, ma in rete si potrebbero trovare altre immagini d'epoca.
Le partite più importanti e seguite erano quelle a 30
punti, fra squadre di due, separate da vari mini tornei a 6 giocatori
singoli; chi vinceva il punto restava in campo mentre il perdente si metteva in coda e così a rotazione fin quando uno raggiungeva il numero di punti stabilito. Ma il vero clou della serata era l'evento che si svolgeva verso le 2
(del mattino, ovviamente). L'affluenza per il resto non era significativa, ma
già verso 1:30 cominciavano ad arrivare tanti spettatori -scommettitori che
regolarmente parcheggiavano le loro auto proprio davanti all’ingresso dello
Sferisterio, in seconda e terza fila, tanto erano tutti lì per lo stesso
motivo.
All'epoca viaggiava ancora il tram notturno (linea 1,
Bagnoli - Poggioreale) che restava puntualmente bloccato dalle auto in sosta
selvaggia sui binari. I tramvieri navigati, conoscendo l'andazzo e il motivo di
quell’ostacolo, non protestavano né si perdevano d'animo, ma semplicemente
invitavano tutti i passeggeri a scendere, chiudevano il veicolo e tutti insieme
entravano per assistere alla partita tanto sapevano che, finché non fosse
finita, nessuno sarebbe uscito per spostare l'auto.
Ho trovato in rete un simpatico e arguto commento
relativo agli scommettitori incalliti i quali dopo aver perso all’ippodromo
prima e al cinodromo poi, tentavano la fortuna allo sferisterio come ultima
spiaggia. Leggi tutto il post su il napoletano, La
pelota casca.
Altra significativa differenza, strettamente connessa con
la "qualità" del pubblico era l'esistenza di una rete metallica, dal
suolo al soffitto, fra pubblico e campo di gara. Ufficialmente serviva per
proteggere gli spettatori da eventuali pallinate completamente fuori
bersaglio, ma in effetti per proteggere i giocatori dalle ire degli scommettitori.
Quasi tutti erano convinti, o sapevano per certo, che molti incontri, se non
tutti, erano combinati eppure nonostante l'enorme scritta che campeggiava sulla
parete di fronte a loro "Chi non ha fiducia non scommetta"
insieme con “La decisione dell’arbitro è inappellabile” continuavano
imperterriti a scommettere, a perdere e a prendersela con i giocatori e, come
in ogni altro sport, con l’arbitro. Gli atleti avevano dei nomi ufficiali (p.e.
Lenci, Passetto, Vitale, Florio) che comparivano sul tabellone segnapunti, ma
per il pubblico erano ‘o Cavallaro, Faccia Janca
(faccia bianca), ‘o Prufessore, ...
Solo avendo buona dimestichezza con il vernacolo si
potevano apprezzare appieno i commenti, le prese in giro, le offese tra le più
variegate e inusuali possibili che mettevano in evidenza la ben nota creatività
partenopea. Molte locuzioni, similitudini e abbinamenti includevano vegetali
e/o animali del tipo, per esempio, del famoso modo di dire “Tiene cchiù
corna tu ca nu panaro 'e maruzze” (hai più corna di un cesto di
lumache) ... forse il più gentile ed educato di tutti
Impossibile descrivere la varietà di personaggi singolari
che si incontravano nello Sferisterio flegreo e ogni sera si poteva essere
testimoni di situazioni sempre diverse ed estreme che tuttavia, per fortuna,
raramente andavano oltre i soliti coloritissimi insulti e qualche spintone. Eppure una volta ho visto uno che, dopo una lunga e accesa discussione a proposito di imbrogli e incontri combinati, si sfilò una scarpa e
cominciò a batterla sulla testa di chi sedeva davanti a lui, con gran sollazzo dei presenti, a mo’ di novello Krusciov
(12 ottobre 1960, all’ONU), quindi tenendola per la punta e colpendo con il tacco. Guarda il video di Repubblica La
''scarpa di Krusciov'' (8") o il seguente su YouTube.
Pur essendoci molti malavitosi, almeno presunti tali, soprattutto di basso
rango, lì si andava per passare il tempo, divertirsi, prendersi in giro, per il
"brivido" della scommessa e, non da ultimo per insultare i giocatori
che, a onor del vero, in genere restavano più o meno impassibili essendo abituati
al “vivace e pittoresco pubblico”.
A proposito del rapporto quasi diretto, data la
vicinanza, fra spettatori e giocatori ricordo un altro episodio che penso non
dimenticherò mai. Al termine di un incontro combattutissimo (almeno
apparentemente), come di consueto i giocatori si avviarono a passo lento verso gli spogliatoi. Al
termine di ciascun incontro tutti rientravano negli spogliatoi e quindi, per
raggiungerli, quelli che si trovavano a sinistra della tribuna (praticamente tutti) percorrevano la
striscia fra il campo di gioco e gli spettatori, camminando lungo la rete di protezione.
Uno scommettitore, che chiaramente non aveva gradito il risultato finale, cominciò a prendersela in particolare con Faccia Janca (non ne
sono certo, ma mi sembra di ricordare fosse lui) e procedendo al suo lato, seppur diviso
dalla rete, lo insultò in ogni modo possibile tirando in ballo parenti,
ascendenti, madre, sorelle, il suo onore, insomma di tutto, senza che il
giocatore reagisse minimamente o si voltasse verso di lui. Continuava a procedere lentamente,
imperturbabile, come se non sentisse o pensasse che lo scommettitore ce
l’avesse con lui.
Giunti in prossimità della porta degli spogliatoi, Faccia
Janca, mantenendo la stessa apparente flemma, si voltò e, con “gesto di
grande eleganza”, sputò in faccia allo spettatore e uscì a passo lento dal campo. Nei minuti
successivi un attento ricercatore avrebbe potuto raccogliere e catalogare quasi
tutto lo scibile in merito al turpiloquio napoletano in quanto lo
scommettitore, a ragion veduta ancor più imbestialito di pocanzi, sciorinò una
sequela interminabile di improperi aggrappato alla rete (ora capite a che
serviva veramente), arrampicandovisi e scuotendola furiosamente, meglio e con
più impeto della più arrabbiata delle scimmie.
Con un minimo di buon senso e prudenza, si potevano
quindi passare un paio di ore spendendo poco, o anche niente, divertendosi a
guardare pubblico e giocatori, alcuni dei quali non proprio ragazzini e con
qualche chilo di troppo, eppure dotati di una tecnica sopraffina che mettevano a profitto semplicemente caracollando da un punto all’altro del campo e facendosi
trovare pronti all’appuntamento con la palla ... a meno che non
volessero.
riproposizione di un post relativo ad uno sport
tradizionale altamente spettacolare
Ciudad de México, marzo 1983
Accingendomi a tornare per la terza volta a Città del
Messico sto riscorrendo mentalmente le mie esperienze precedenti, per
determinare quali voglio approfondire, quali ripetere (ove possibile e seppur
con gli inevitabili cambiamenti derivanti dal tempo trascorso) e in quali
luoghi voglio tornare.
Fra le esperienze assolutamente irripetibili, in quanto
troppo legate alle persone e all’ambiente umano, sono le serate passate al Frontón
Mexico nell’83. Ricordo che più che altro ci andai per assistere ad un
incontro di Jai Alai (pelota vasca o cesta punta) uno sport del
quale avevo spesso sentito parlare in termini più che positivi, in particolare
per la sua spettacolarità. Infatti, ormai solo pochi se ne ricordano, la pelota
si giocava anche nello Sferisterio di Napoli, a Fuorigrotta, ma quando
fui abbastanza grande da andarci già era scomparsa e lì si giocava solo a tamburello
(non quello da spiaggia, chiaramente).
Terminata questa divagazione, passo a raccontare ciò che
ricordo delle mie frequentazioni del Frontón Mexico nel 1983, un posto
affascinante e interessantissimo dal punto di vista sociologico, ancor più che
per quello sportivo, assolutamente da non sottovalutare. Al di là
dell’intrattenimento fornito dagli spettatori c’è da dire che la pelota è un
gioco altamente spettacolare, specialmente se giocato da professionisti. Su YouTube
si trovano tanti video di incontri di Jai Alai, per ora
accontentatevi di queste poche foto. I salti apparentemente incredibili dei
giocatori sono veri e possibili in quanto sfruttano il muro per spingersi in
alto. Potrete immaginare il tempismo e la coordinazione necessari per arrivare
lassù nel momento esatto nel quale giungeva anche la velocissima pallina.
L’edificio, inaugurato nel 1929, aveva una capienza di
circa 2.000 spettatori e un campo di 54m di lunghezza (il più lungo fra quelli
regolamentari). In occasione delle Olimpiadi del 1968, in omaggio alla
grande popolarità, la cesta punta, che nel frattempo aveva avuto
successo anche negli U.S.A., fu addirittura inserita nel programma olimpico ed
ovviamente il Frontón ospitò le partite più importanti. Per regolamenti,
misure, tipi di incontri, e tutto quanto relativo al gioco vi rimando alle
solite facili ricerche in rete, limitandomi ora a descrivervi quello che
accadeva fuori della cancha (campo di gioco).
Come quasi tutti i luoghi nei quali si scommette
(ippodromi, cinodromi) il Frontón attirava un pubblico molto eterogeneo,
ma le categorie più numerose erano ricchi borghesi per lo più anziani nobili e
malavitosi di un certo livello (almeno così apparivano). Infatti dovete sapere
che non era possibile scommettere ufficialmente solo pochi spiccioli e che la
puntata minima era di ben 500 pesos. Per avere un termine di paragone vi dico
che il mio budget medio giornaliero con il quale coprivo le spese per un letto
in un posto spartano ma decente, tre pasti al giorno, trasporti, ingressi, ecc.
era di 750 pesos (all’epoca equivalenti a soli 5 dollari!). La suddetta puntata
minima era quindi ben oltre le possibilità di molti messicani.
In uno sferisterio gli spettatori siedono tutti da un
lato del campo in quanto gli altri tre presentano un alto muro che viene
utilizzato per far rimbalzare la palla, come è ben evidente in questa splendida
foto del Frontón de la Habana, Cuba, scattata nel
1904.
Nella foto è possibile notare vari personaggi fra
pubblico e campo, quelli seduti sono chiaramente arbitri, ma chi saranno mai
quelli in piedi, in giacca bianca, con un basco sulla testa (tutti gli altri
hanno cappelli con tesa), rivolti verso il pubblico? Sono gli allibratori il
cui basco, almeno nel 1983, era di un rosso vivo e avevano un curiosissimo modo
di riscuotere le puntate e consegnare le relative ricevute. Durante tutto un
incontro gridavano continuamente le loro quote, fino a quando mancava un solo
punto alla conclusione del match. Negli incontri ai 30 tantos (punti) si
affrontavano due squadre di due giocatori ciascuna, contraddistinte dai colori azul
(azzurro) e rojo (rosso). A seconda dell’andamento della partita si
passava, per esempio, dalle grida “80 azul” a “90 azul” e
dopo aver passato la parità, a “90 rojo” e via discorrendo, ma in caso
di recupero si tornava a “xx azul”.
Quindi gli interessati a scommettere, raramente in prima
fila, alzavano la mano e l’allibratore gli lanciava una pallina da tennis con
un taglio lungo circa mezza circonferenza, chiaramente fatto all’uopo. Premendo
i poli al limite del taglio la pallina si apriva e lo scommettitore infilava la
banconota di 500 o 1.000 pesos, o anche più banconote all’interno e quindi la
rilanciava all'allibratore il quale contava i soldi, scriveva la ricevuta
riportando l’importo e la quota di quel momento e con lo stesso metodo la
restituiva allo scommettitore.
Questo poster spagnolo del 1894 (sotto) pubblicizza due
incontri fra Valenciani e Baschi, contraddistinti in questo caso
dai colori bianco e azzurro, con squadre di 4 giocatori che si sarebbero
affrontati sulla distanza di 60 e 50 tantos.
Chiaramente per consentire un buon numero di scommesse i
giocatori facevano spesso delle pause e riprendevano solo quando il “traffico
di palline” diminuiva. In questi intervalli chi come me non era interessato a
scommettere aveva tutto il tempo per osservare gli spettatori ed in particolare
gli scommettitori che, posso assicurare, erano uno spettacolo nello spettacolo.
In particolare ricordo una signora, sulla settantina, che scommetteva con
grande continuità e quindi consistenti somme di denaro. Ma la cosa che non
dimenticherò mai era la sua prontezza di riflessi e l’abilità nell’afferrare la
pallina al volo, con una sola mano e senza mai fallire un colpo!
Come dicevo non ero il solo ad osservare gli altri ed in
un’occasione la mia attenzione cadde su un paio di scommettitori seduti poco
distanti da me che osservavano con grande insistenza un persona di origine
asiatica vestito in modo molto appariscente e con vario oro ben in mostra, con
due accompagnatori ben piantati che davano tutta l’idea di essere guardaspalle.
Ascoltare i loro commenti era “interessantissimo” e divertente. Uno dei due
invitava costantemente l’altro a replicare le scommesse del chino,
seppur puntando molto meno del probabile “boss”, in quanto presumeva, come del
resto tanti altri, che le partite fossero per lo più combinate. Un commento
che, ammiccando, ripeté più volte al suo amico e che ricordo con estrema
precisione era: “El chino sabe...” (il cinese sa
...).
Tutto ciò, tuttavia, era ben lontano dalle scene al
limite del surreale alle quali era facile assistere nelle interminabili notti
di tamburello allo Sferisterio di Napoli, e di questo scrissi in
un altro post che riproporrò a breve, in quanto è argomento che necessita, e
merita, un post a sé.
Il famoso (in Irlanda) incontro di San Brandano con una
sirena gigante si sovrappone e interseca con la leggenda di Lí Ban, giovane ragazza
di un nobile e leggendario clan celtico, trasformata in una sirena/salmone, poi
battezzata Muirgen da San Comgall e santificata (il suo onomastico si festeggia
il 27 gennaio).
Pare che la storia abbia origini pre-cristiane e solo
successivamente sia stata integrata con temi di santità a uso e consumo del
cattolicesimo irlandese ed è quindi comprensibile che, fra trasmissioni orali e
trascrizioni, ne esistano tante versioni. Questa che segue fu proposta da S.H.
O’Grady in Silva Gadelica ed è quella reputata più attendibile.
Una volta, tanto tempo fa, Mairidh – buono e giusto re di
Munster – aveva due figli, Eochaidh e Ríbh; il primo si innamorò della sua
matrigna, Eibhliu, e insieme scapparono dal regno. Una notte, durante la fuga,
i loro cavalli e la scorta furono uccisi da uno sconosciuto lungo la strada. Il
potente Aonghus, che era stato adottato da Eibhliu da bambino, apparve e gli diede
un meraviglioso cavallo per trasportare loro e i bagagli, ma li avvertì di non
fermarsi o lasciare che il cavallo urinasse finché non avessero raggiunto la
destinazione finale, altrimenti sarebbe stata la loro rovina. Loro
acconsentirono, ma il cavallo urinò appena raggiunsero l’Ulster e la forza di
un torrente causò l’apertura di una sorgente. Fu lì che costruirono la loro
casa, coprirono lo zampillo con una pietra e incaricarono una donna di
controllarlo in modo da non fare inondare le terre circostanti.
Un giorno la donna dimenticò di coprire bene la fonte,
qualcuno dice perché aveva sentito il suo bambino piangere ed era corsa in soccorso.
In ogni caso, l’acqua tracimò e allagò l’area, facendo affogare l’intera
famiglia, tranne tre bambini: Conaing, Curnan e l'altra fu la figlia di
Eochaidh conosciuta come Lí Ban. Lei era in una casetta con il suo cagnolino
quando il livello dell’acqua salì, ma non entrò nella sua stanza. Dopo un anno
chiusa lì dentro, desiderò essere trasformata in salmone per potersi liberare
nuotando e fu parzialmente accontentata: lei fu trasformata in una sirena
(busto di donna e parte inferiore salmone) e il cagnolino in una lontra. Per 300 anni vagò liberamente nelle acque e nuotò in
molti fiumi che dal lago scorrono fino all’oceano, insieme con il fedele
cagnolino, ora lontra, sempre al suo lato. Si narra che in una giornata chiara
si potessero ancora vedere le torri del regno sul fondo del lago.
Centinaia di anni passarono e l’evento sparì dalla
memoria, fin quando un uomo di nome Beoán, che era partito in barca dal
monastero di Beannchar per andare a Roma su indicazione di San Comgall, udì un
miracoloso canto che emergeva dall’acqua e Lí Ban gli apparve fra le onde. Lei
gli raccontò la storia della sua vita e dell’annegamento della famiglia e gli
chiese di incontrarla un anno dopo al Larne Lough, un’insenatura nella contea
di Antrim, presso la costa dove sfociava uno dei fiumi del lago. L’uomo acconsentì
a condizione che fosse seppellita nel suo monastero alla sua morte e lei accettò.
Un anno dopo, in molti si riunirono in quel posto per incontrare la sirena. Fu
presa nella rete di un monaco di nome Fearghus e portata a riva dove vide molte
persone mentre era tenuta in un carro pieno d’acqua. Quando arrivò fra la
folla, vide un capo che indossava un mantello rosso che attirò il suo interesse
perché le sembrò familiare. Notando la sua attenzione, l’uomo immediatamente le
offrì quel manto dicendo: “Se è il mio mantello che ti piace, allora è tuo”. Rifiutando il regalo, lei rispose: “Non è il tuo
mantello che voglio. Quando la mia famiglia annegò, mio padre indossava un
mantello rosso simile, e perciò l’ho notato. Comunque, siccome me l’avete
offerto, la buona fortuna scenderà su di voi e la vostra famiglia per
generazioni”
L’uomo era infatti capo della famiglia Úi Chonaing e
discendente di suo fratello Conaing. Subito dopo arrivò un ragazzo screanzato
che ammazzò la sua lontra, che era stata costantemente e fedelmente al suo
fianco durante i secoli. Amareggiata, scagliò un anatema sul ragazzo affinché
lui e la sua famiglia non potessero mai prevalere sui loro nemici finché non
avessero fatto penitenza alla sua cappella; dopo ciò il giovane s’inchinò
davanti a lei, rendendosi conto del suo errore.
Alla fine sorse un diverbio fra San Comgall e Beoán nei
confronti del monaco Fearghus in merito a dove Lì Ban dovesse essere sepolta,
se a Beannchar dove le era stato promesso o nel monastero da dove veniva
Fearghus. Mentre discutevano apparve un angelo che disse: “Dalla tomba di
sua sorella Airu appariranno due cervi (in alcune versioni: tori),
tu gli metterai il giogo e loro tireranno il carro nel quale si trova. In
qualunque posto la porteranno, là sarà sepolta”. La mattina seguente gli animali arrivarono e trainarono
il carro fino al monastero di Beoán e Comgall. Al suo arrivo le fu offerta una
scelta finale, vagare da sola per le acque della terra per altri 300 anni o
essere battezzata e ascendere immediatamente al cielo. Pensando alla sua vita,
alle sue recenti sventure e al suo fedele amico a quattro zampe appena ucciso,
scelse la seconda opzione.
San Comgall la battezzò Muirghein (nata dal mare) o forse
Muirgheilt (prodigio del mare) e subito dopo la Santa Sirena morì.
Il mio interesse per questa cronaca nacque nel 2015 a
Puerto de la Cruz, Tenerife. Nei locali dell’Instituto de Estudios
Hispánicos de Canarias fu allestita una mostra di disegni del giovane
artista Jorge Perez Rodriguezincentrati su Borondón
(spagnolo per Brandano), anche nome di una fantomatica ottava isola delle
Canarie. Il santo navigatore nacque in Irlanda verso la fine del V secolo e
visse fra i 93 e i 99 anni e ha sempre goduto di notevole popolarità, non solo nel mondo
anglosassone, ma universalmente, soprattutto per il suo famoso viaggio alla
ricerca dell'Eden durato ben sette anni, nel corso del quale toccò numerose isole
sconosciute. Si è ampiamente speculato nel voler identificare queste o quelle
terre e le tesi sostenute (perlopiù molto deboli) lo hanno fatto sbarcare quasi
dovunque nel Nord Atlantico e perfino alle Antille. Nessuna ipotesi è da
rigettare del tutto e ogni soluzione intermedia è altrettanto possibile; del
resto sono anni che si discute di un effettivo sbarco dei Vichinghi in Nordamerica nel primo millennio, secoli prima di Colombo.
Is. St. Brandano in alto, a nord delle Canarie (Insulae
Fortunatae)
Nella narrazione del Viaggio di San Brandano viene menzionata un'isola, che isola non è, rivelandosi essere il dorso di una enorme creatura marina (Jasconius) la
quale, disturbata dai monaci che lì si erano accampati e avevano acceso un
fuoco, si muove e li fa scappare. Alle Canarie quest’isola che non c’è, una
non-isola vivente, è stata identificata e adottata quale ottava isola
dell'arcipelago: la Isla de San Borondón. In effetti, il nome del santo
celtico è stato semplicemente associato ad una fantomatica saltuaria terra già
presente in una simile antica leggenda guanche (etnia originaria delle Canarie,
assoggettata dagli spagnoli nel XVI secolo).
L'isola comparirebbe e scomparirebbe, gli avvistamenti sarebbero
stati numerosi, qualcuno ha sostenuto di esserci sbarcato e, per dare l'idea di
quanti (reputati affidabili) hanno certificato la sua esistenza nel corso dei
secoli è opportuno sottolineare che è stata riportata perfino in varie carte
nautiche (assolutamente realistiche per tutto il resto) fino al XVIII secolo
(lo stralcio in basso è estrapolato da una mappa francese del 1707).
Isle de St. Borondón a ovest (sx) delle
Canarie
Proprio per essere mobile, oltre che saltuaria, venne posizionata
in zone diverse e, dopo centinaia di successivi avvistamenti, fu quasi
dimenticata, ma "riapparve" nel 1953 e poi il 10 agosto 1958,
occasione nella quale fu anche fotografata. Considerata l'origine vulcanica
dell'arcipelago delle Canarie, si potrebbe pensare ad un fenomeno simile a quello che
nell’estate del 1831 fece sorgere al largo della Sicilia l’isola
Ferdinandea che raggiunse un’altezza di circa 60m e 1 chilometro di
circonferenza, ma poi si ridusse velocemente e prima della fine di quell’anno
scomparve del tutto fra i flutti. Altra supposizione ricorrente e plausibile è
che si tratti di fenomeni ottici simili ai miraggi nel deserto.
Artisti moderni (come Jorge Beda) continuano a reinterpretare fantasiosamente la descrizione dell'enorme creatura e dello sbarco dei frati sul suo dorso
È un mito e, come tutti i miti, rivela alcune verità La navigazione di
San Brandano, detto “il navigatore”, è un viaggio storicamente famoso, che ha
ispirato sia esploratori dei secoli successivi che celebri scrittori. Il
viaggio è certo, ma lascia spazio a molte interpretazioni la cronaca fra il
fantasioso e l’esagerato, fra religione e leggende celtiche, in stile simile
agli immrama. Questi sono una tipologia di antiche storie irlandesi di eroi
navigatori alla ricerca di nuove terre e/o dell’oltremondo, con forte
componente cristiana miscelata con la mitologia norrena. Ovviamente, partendo
dall’Irlanda, l’area di ricerca era il Nord Atlantico, in gran parte
inesplorato e ricco di isole, perlopiù di origine vulcanica. L’eroe di turno, che
può o non può tornare a casa, organizza il suo viaggio per puro spirito d’avventura
o per compiere quello che pensa sia il suo destino e generalmente scopre varie
fantastiche isole prima di raggiungere la sua destinazione. Sono noti e riconosciuti
come tali solo 7 immrama, ma solo 3 sono attualmente esistenti:
The Voyage of Máel Dúin
The Voyage of the Uí Chorra
The Voyage of Snedgus and Mac Riagla
Tornando a The
Voyage of St. Brendan, c’è da dire che, pur essendo di epoca successiva, presenta
struttura ed elementi molto simili a un immram. Sono menzionate parecchie
decine di diverse versioni orali del Viaggio, poi trascritte in latino vari
secoli dopo gli eventi descritti e successivamente tradotte in varie lingue medioevali
e in seguito moderne, con il risultato di essere continuamente modificate e perfino
quelle più moderne e apprezzate non coincidono e, conseguentemente, si rilevano
mancanze, interpretazioni contrastanti o fantasiose (raggiungimento delle coste americane ancor prima dei vichinghi?) e discordanze, perfino in merito al
numero di monaci, giorni di sosta sulle varie isole, rotte, misure e distanze. In riferimento
alle traduzioni inglesi più moderne e affidabili della Navigatio Sancti
Brendani Abbatis, le versioni di John J. O'Meara e Siân Echard hanno scopi,
strutture e destinatari completamente diversi, pur essendo strettamente
collegate. La differenza sostanziale consiste nel fatto che quella di O'Meara
(unanimemente giudicata al di sopra di tutte le altre) è una pubblicazione
rigorosamente accademica rivolta a studiosi, mentre quella di Siân Echard ne è una
opportuna modernizzazione digitale destinata all’insegnamento e allo studio
universitario.
John J.
O'Meara: testo standard per gli studiosi Pubblicato per
la prima volta nel 1976, la traduzione di O'Meara (The Voyage of Saint
Brendan) è generalmente considerata punto di riferimento da ricercatori e
storici. Essendo basata sull’edizione critica di Carl Selmer, la sua traduzione
segue puntualmente lo schema e la narrativa dei migliori scritti medioevali. Restando
fedele alla struttura della letteratura latino-ibernica, alle tradizioni monastiche
e alle prime narrazioni delle esplorazioni marittime irlandesi (immrama).
Siân Echard:
adattamento didattico digitale Siân Echard,
professoressa di letteratura medioevale presso la University of British
Columbia (Vancouver, Canada), creò una sua versione per rendere il testo
accessibile agli studenti di letteratura cavalleresca e odeporica. Invece di partire
dai testi latini, Echard si basò sulla traduzione di epoca vittoriana di Denis
O'Donoghue (Brendaniana: St Brendan the Voyager in Story and Legend, Dublino,
1893) alleggerendo e semplificando la sua prosa fitta e arcaica. Nella sua
versione (2021) aggiornò sintassi e vocaboli antiquati per essere sicura che
gli studenti la potessero consultare in maniera fluida senza essere frenati dallo
stile ottocentesco e dai tanti latinismi.
Il mio
adattamento Per la mia versione
della Navigazione di San Brandano ho preso come riferimento il suddetto
testo modernizzato di Siân Echard, il più scorrevole fra tutti quelli
consultati, confrontandolo a volte con la traduzione in lingua toscana e veneta
del '400 (Maria Antonietta Grignani, Bompiani, 1975) di un originale latino del
X secolo, pubblicazione a sua volta derivante dal lavoro di Guy Vincent, in francese,
accompagnato a un ricco apparato critico particolarmente importante per i
riferimenti liturgici e religiosi. In conclusione,
il risultato è una commistione fra le traduzioni di Siân Echard, di O’Donoghue
e di Grignani, semplificate e volgarizzate da me. Le immagini inserite sono scansioni di
schizzi presenti in un testo conservato nella biblioteca Bodleian di Oxford, mantenute nella stessa posizione scelta dalla Echard.
Prevedo di completare
la verifica del mio scritto entro il mese prossimo, di pubblicarlo online e di
presentarlo in un incontro in cui sarà spunto per divagare in merito ad esplorazioni
marittime, monachesimo celtico, miti, leggende e creature inquietanti.
Il ciclo di Charlas viajeras è terminato ma
chi non ha avuto la possibilità di attendere in persona alle chiacchierate può
ascoltare quanto ho raccontato e guardare le immagini proiettate alle mie
spalle, sul grande schermo della sala multimediale cortesemente concessa dall’Area
Marina Protetta Punta Campanella, con l’organizzazione della Sede di Massa
Lubrense dell’Archeoclub.
I 5 video sono opera di Ludovico Mosca che ha provveduto
alle registrazioni e all’editing e poi li ha resi disponibili sulla piattaforma
VIMEO dove sono visibili senza alcun bisogno di registrarsi.
Ecco i link:
Charla 1 (Francia, Spagna e
Portogallo in auto, 1979) 23 gennaio 2026
Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980)
6 febbraio 2026
Charla 3 (México, Guatemala e
Honduras) 20 febbraio 2026
Charla 4 (U.S.A, lavoro, studio e 2
coast-to-coast 1985/86) 6 marzo 2026
Charla 5(1.750km in kayak su canali e
fiumi francesi, 1986) 20 marzo 2026
I racconti di viaggi iniziano con uno itinerante in auto, fino in Portogallo, con soste in Francia e Spagna, sia in andata che al ritorno. Nel corso della Charla 1 ho
descritto soprattutto l’ambiente giovanile e studentesco lusitano,
soffermandomi sul mio soggiorno nella Real República do Ras Teparta,
a Coimbra.
La Charla 2 tratta del mio avventuroso primo viaggio in America Latina, con aneddoti, descrizioni e curiosità relative non solo all'Amazzonia ecuadoriana e alle Galápagos molto prima dell'overtourism, ma anche alle Ande del Perù meridionale, fra Macchu Picchu, Cuzco e Lago Titicaca, senza tralasciare la puntata in Colombia.
La Charla 3 tratta soprattutto
del Messico, ma parlo anche della settimana in Guatemala e di un paio
di giorni in Honduras, in quasi 3 mesi del 1983. Oltre a tanti siti
archeologici precolombiani, ho descritto tanto in merito all’ambiente sociale
messicano, includendo abitudini, svaghi, gastronomia, feste tradizionali e
tanto altro.
Il viaggio trattato nella Charla 4 si sviluppò
interamente in una sola nazione, gli Stati Uniti. Narrazione molto
articolata anche se necessariamente riassunta considerato che la permanenza durò
quasi 8 mesi, lavorando, studiando e viaggiando coast-to-coast in
auto, dal nord-est alla California e di lì in Oregon, per poi ritornare a New
York passando per Las Vegas, Grand Canyon e Washington DC.
Infine, la Charla 5 è stata ben
diversa, sia per descrivere un viaggio assolutamente unico (più che altro un
raid, 1.750km in Kayak, Dunkerque – Bordeaux,) in quanto fatto perlopiù in
kayak e canoa. In questo caso sono stato affiancato da 3 dei 6 canoisti che 40
anni fa mi accompagnarono e sono stati numerosi i loro interventi con ricordi e
aneddoti.
La narrazione di questo
raid, che per caso cade proprio a 40 anni di distanza, avrà luogo venerdì 20 marzo e mi sembra perfetta per
concludere la serie di Charlas di Viaggi irripetibili. A
differenza delle precedenti 4, questa sarà a più voci poiché sarò affiancato dal dott. Belfiore, all’epoca presidente
della Folgore, e dai “reduci”
della spedizione Ernesto, Alessandro e Dario, che contribuiranno con i loro ricordi, raccontando anche delle
attività dell’equipaggio di appoggio, visto che si alternavano fra pagaiate,
guida e gestione camper, rifornimenti e preparazioni pasti e spuntini.
Parleremo della vita lungo i canali, del funzionamento
delle chiuse, del turismo fluviale, dell'incredibile costruzione del Canal du
Midi, del “giorno di festa” nel quale pagaiammo fra le rapide dell'Ardeche
invece che nelle solite acque più o meno calme.
Chi navigava lungo le coste lubrensi negli anni ’80, ricorderà
le decine di kayak che ogni giorno lasciavano il porticciolo
della Lobra pagaiando verso Sorrento, ma
soprattutto verso sud per andare
a Mitigliano, Jeranto o Marina del Cantone anche se
non mancavano quelli che si spingevano ben oltre, fino a Crapolla, Li
Galli o addirittura Positano.
L’idea di questa spedizione canoistica in Francia,
percorrendo a forza di braccia vie d’acqua interne da nord a sud e poi a
nordovest, risale al 1985, pochi anni dopo aver cominciato a pagaiare (1982). Feci
un tentativo (abbastanza azzardato) di andare da Dunkerque (sulla Manica)
ad Arles (quasi sul Mediterraneo) praticamente in
solitario, con minimo appoggio a terra, ma una volta in Francia scoprii che, al
contrario di quanto mi era stato riferito, il passaggio delle chiuse in kayak
non era garantito e talvolta addirittura proibito. Essendo impensabile
trasbordare ad ogni passaggio di chiusa, oltretutto con una canoa abbastanza
piena e quindi pesante, rinunciai all’impresa senza dare neanche il primo colpo
di pagaia, ma prima di rientrare in Italia raccolsi informazioni, comprai guide
specifiche dei canali e fiumi francesi e fotocopiai le mappe e i dati delle
chiuse dei tratti mancanti in una biblioteca di Parigi, aggiungendo anche i
canali fra Arles e Bordeaux, fra Mediterraneo e Atlantico,
che nel frattempo erano diventati parte integrante del progetto così come
l’idea di viaggiare con un camper appoggio.
In quegli anni il club FoKa (Folgore Kayak)
era cresciuto velocemente sia in quanto al parco canoe, sia in numero e
capacità dei soci. Con alcuni di loro mi abituai a percorrere lunghe distanze
in mare e cominciai a cercare compagni di avventura, mentre continuavo a perfezionare
i dettagli del percorso.
Finalmente, nella primavera del 1986 il progetto era
pronto, avevo mappe dettagliate di tutti i canali e fiumi da percorrere, avevo
stretto rapporti di collaborazione con il produttore delle canoe ASA, che ci
avrebbe fornito le imbarcazioni, avevo studiato una dieta specifica con l’aiuto
di una allenatrice di livello nazionale durante il mio soggiorno a Eugene,
Oregon, avevo trovato qualche sponsor e il gruppo era quasi formato. Da
maggio ad agosto aumentammo frequenza e distanze delle uscite in mare; ci fu
qualche defezione fra i previsti partecipanti, ma trovai i sostituti (una
veramente all’ultimo momento, come si può notare sul flyer di presentazione) e
a inizio settembre partimmo.
Dopo aver
trattato dei viaggi itineranti fra le aree incaiche e naturalistiche del
Sudamerica e fra quelle azteche e maya in Messico, Guatemala e Honduras, venerdì
6 marzo racconterò di un altro lungo, lunghissimo soggiorno in America, ma ancora
più a nord, in una sola nazione: gli Stati Uniti.
Nei quasi 8 mesi di soggiorno
ho vissuto esperienze immersive molto diverse, alcune stanziali come il
lavoro a Boston e lo studio a Eugene, Oregon, altre più brevi, ma
altrettanto interessanti, in California, Las Vegas, Grand Canyon, New Hampshire,
Vermont, Washington, Pennsylvania e i viaggi in auto dalla costa est a quella ovest e
viceversa.
Pontiac LeMans Grand Am (1973) guidata lungo la State
Route 1, aka Pacific Coast Highway (PCH). Classica esagerata muscle car americana di quel periodo,
con queste caratteristiche: motore V8
Turbo - cambio automatico 3 velocità – 6.558 cm3 – lunga 540 cm - larga 197cm -
consumo 22,6 l/100km = 4.4 km/l
Ben diversa dai mezzi di locomozione degli Amish in Pennsylvania!
Ovviamente,
tanti saranno gli aneddoti e le considerazioni sullo stile di vita dei giovani
americani degli anni ’80, specialmente nell’ambiente di una cittadina
universitaria come Eugene, in uno stato come l’Oregon noto per il suo stile di
vita mellow, vale a dire rilassato, tranquillo, pacifico, secondo una
filosofia incentrata sul rallentare i ritmi, riducendo lo stress e privilegiando
qualità e benessere psico-fisico, vivendo con calma e riconnettendosi con i ritmi
naturali.
I video delle
precedenti Charlas viajeras (riprese realizzate da Ludovico)
sono disponibili su Vimeo, clicca su Charla
Charla 1 (Francia, Spagna e
Portogallo in auto, 1979) 23 gennaio 2026
Charla 2 (Ecuador, Perù e Colombia, 1980)
6 febbraio 2026
Charla 3 (México, Guatemala e Honduras,
1983) 20 febbraio 2026
Ed ecco i
link ai video delle presentazioni pubblicati da Ludovico su Vimeo: