martedì 18 gennaio 2022

Microrec. 21-25 del 2022: altri probabili candidati Oscar, ma deludenti

Come già scritto in qualche post precedente, mi sembra che per questa edizione non ci siano superfavoriti, né film che avranno una decina di Nomination. Anche scorrendo i rating di quelli dati per probabili candidati, si trovano pochi nella novantina su RT e ancor meno con più di 8,0 su IMDb … e i Metascore sono spesso ancor più avvilenti. In questo gruppo volevo inserire i tre musical, ma non ho ancora recuperato il remake di West Side Story; ci sono invece gli altri due che hanno vari pinti in comune e si potrebbe aggiungere un film d’animazione. Infatti, Lin-Manuel Miranda, non conosciutissimo eppure famosissimo nell’ambiente musicale, specialmente come compositore, funge da trait d’union essendo regista di Tick, Tick … Boom!, autore della colonna sonora di Encanto ed è dal suo musical teatrale In the Heights (2007) che Jon M. Chu ha tratto l’adattamento cinematografico.

 

In the Heights
(Jon M. Chu, 2021, USA)

Film leggero, ambientato nella comunità latina di Washington Heights, quartiere all’estremo nord di Manhattan, NY. Essendoci soprattutto dominicani, cubani e portoricani non c’è da meravigliarsi se la musica caraibica la fa da padrona, con i suoi ritmi allegri che spaziano dal classico bolero a moderno hip-hop. Musica adatta per ballare e Chu non perde l’occasione per inserire coreografie abbastanza affollate per strada, nei cortili e perfino in piscina. Un buon passatempo, che negli anni passati non sarebbe stato notato ma, vista la concorrenza non è detto che rimanga fuori da tutto. Pur essendo inizialmente scettico l’ho trovato il più piacevole della cinquina.

The Last Duel (Ridley Scott, 2021, USA/UK)

Con questo Ridley Scott avrebbe potuto finire da dove ha iniziato, avendo esordito con il molto più essenziale eppure ottimo The Duellists nel 1977, ma a 84 anni suonati nella sua agenda ci sono già un film in pre-produzione e altri tre annunciati. La storia è vera ed è stata studiata e riportata da un letterato storico medievale e anche l'ambientazione si rifà a quanto descritto in altri suoi libri. In effetti quello del titolo non fu l'ultimo duello di Dio, sfida a morte nella quale la ragione veniva data al vincitore mentre il perdente veniva spogliato di titoli e proprietà e il suo cadavere veniva esposto (nudo) a testa in giù. I protagonisti e i fatti sono tuttavia veri e documentati, ciò non toglie che il film risulti lento e ripetitivo vista la scelta del regista e degli sceneggiatori (due dei quali anche interpreti: Ben Affleck e Matt Damon) di riproporre tre volte la stessa storia, narrata dai due contendenti e dalla donna contesa. Come la maggior parte dei cinefili sanno, questo schema narrativo è stato utilizzato più volte da oltre mezzo secolo, inaugurato alla perfezione da Akira Kurosawa nel suo Rashomon (1950, Oscar, 138° fra i migliori film sempre) nel quale, però si proponevano racconti molto più differenziati l'uno dall'altro e in solo un’ora e mezza. Inoltre il duello finale è tirato un po' troppo per le lunghe e contribuisce a far durare il film oltre due ore e mezzo, al contrario dell’abilità di sintetizzare i vari duelli del suo film d’esordio che avevo lodato poco tempo fa. In conclusione l'ho trovato poco avvincente, seppur con una buona messa in scena e nonostante le interpretazioni di Matt Damon e Adam Driver (meno convincente quella di Ben Affleck). Il film è stato più apprezzato dalla critica 86% RT che dal pubblico 7,4 su IMDb, rating comunque bassi per un Oscar.

  
King Richard (Reinaldo Marcus Green, 2021, USA)

Biopic tennistico presentato come relativo alle famose sorelle Williams, ma in effetti è incentrato sul loro megalomane padre Richard (qui definito King), mentre si parla poco di Venus (la maggiore) e ancora meno di Serena. Se si conosce un po' di storia del tennis moderno si riescono a seguire i riferimenti ai tanti atleti di spicco citati o inclusi nella sceneggiatura altrimenti restano nomi buttati lì senza alcun senso. Pare che il carattere del padre sia stato molto ammorbidito. Will Smith viene considerato favorito per l’Oscar come miglio attore protagonista. Fra sport e commedia … niente di particolarmente esaltante.

Tick, Tick … Boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021, USA)

Premesso che non conoscevo Lin-Manuel Miranda, non capisco come possa aver ceduto la regia di In the Heights a Jon M. Chu, per dirigere questo scialbo musical quasi senza coreografie e con un insopportabile protagonista. Si tratta di un ennesimo biopic, in particolare degli anni in cui Jonathan Larson (Andrew Garfield), poi autore di Rent, musical rock che fece storia, tentava di sfondare. Deludente e non solo per me, visti l’88% su RT e 7,6 su IMDb … non promettono bene per l’Oscar. 

The Lost Daughter (Maggie Gyllenhaal, 2021, Gre/UK)

Non ho mai apprezzato Maggie Gyllenhaal come attrice e questo suo esordio alla regia non migliora certo l’idea che ho di lei. Non ho neanche letto alcun romanzo di Elena Ferrante (il film è tratto da La figlia oscura, 2006) e non penso di farlo visto che capisco che le protagoniste dei suoi libri sono spesso donne impossibili, certamente in questo caso, che forniscono a chiunque buoni motivi per diventare misogini. Olivia Colman è certamente brava ad interpretare la protagonista falsa, umorale, introversa, intrigante. La situazione è peggiorata dai coprotagonisti di livello troppo inferiore, a cominciare da Dakota Johnson. Il film, nonostante le lodi dei critici (95% su RT) non è stato gradito dal pubblico tanto che, dei 546 commenti presenti oggi su IMDb, ben 124 gli hanno attribuito una stella e 77 appena 2 su 10, praticamente quasi 4 spettatori su 10 lo hanno stroncato senza pietà. È legittimo dedurre che qualcosa non vada, ma chissà se è attribuibile il film stesso o al romanzo dal quale è tratto in maniera abbastanza fedele. Personalmente non lo consiglio.

giovedì 13 gennaio 2022

Microrec. 16-20 del 2022: ritorno al misto … di gran qualità

Nella cinquina ci sono: un docufilm etnoantropologico spettacolare e interessantissimo girato in Mongolia, il 34° miglior film di sempre (secondo IMDb),  il mediometraggio d’esordio di Ron Fricke e due commedie fra demenziale e il geniale.

 
Delicatessen (Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet, 1991, Fra)

Geniale commedia macabra fra il surreale e il demenziale, proposta in stile quasi fumettistico. Personaggi fantastici, tutti fuori della norma per motivi diversi l’uno dall’altro, così come è fantastica e atterrente l’edificio nel quale abitano non tutti civilmente, mentre al di sotto delle fondamenta vivono i temibili trogloditi. Un macellaio assassino, un’aspirante suicida con tanta inventiva ma sfortunata, cannibali consapevoli, un circense, un postino troppo intraprendente, un allevatore/consumatore di rane ed escargots nello scantinato semiallagato, una famiglia con due figli terribili sono alcuni dei condomini. I volti degli interpreti (spesso già particolari) sono ulteriormente esaltati da primi e primissimi piani, anche con uso di grandangoli. Discorso a parte meriterebbe la scelta dei colori, dell’arredamento e dei costumi, per non parlare dei trogloditi, vegetariani che vivono nel sottosuolo. Vi ricordo che Marc Caro è un disegnatore fumettista (con una piccola parte da troglodita nel film) e Jean-Pierre Jeunet è il regista e sceneggiatore de Il favoloso mondo di Amélie (2001, 5 Nomination Oscar, al 119° posto fra i migliori film di sempre secondo IMDb). Per me Delicatessen è addirittura migliore e quindi imperdibile … ecco un trailer nel quale potrete ammirare parte dei personaggi e l’ambiente in cui vivono.

The Eagle Huntress (Otto Bell, UK-Mongolia, 2015)

Docufilm che ci deliziarci con gli immensi panorami mongoli, steppe e deserti, per lo più pietrosi, talvolta innevati, frequentati solo da pochi nomadi. La traduzione letterale sarebbe La cacciatrice con l’aquila, con termine vago e impreciso potrebbe essere stato La falconiera, ma i PESSIMI ideatori di titoli italiani l’hanno trasformato in “La principessa e l’aquila (!?!?). La protagonista richiamata nel titolo è una tredicenne (interpreta sé stessa) che si distingue in questa attività molto inconsueta, tradizionalmente riservata agli uomini, per di più adulti. I contrasti si limitano però allo scetticismo degli anziani cacciatori che nutrono dubbi in merito alle sue vere capacità e possibilità, e non vanno oltre i commenti maschilisti tipo “le donne devono restare a cucinare, accudire i figli e mungere le capre”. Le carrellate dei loro volti mentre sono intervistati prima e dopo il Festival sono significative e c’è non poca ironia nel modo nel quale sono presentati da Otto Bell. Oltre a godere della bellezza degli scenari naturali è interessante apprendere qualcosa della quotidianità dei nomadi che vivono in iurte (o ger, grandi tende a pianta circolare) d’estate e case in inverno, nonché seguire l’istruzione della ragazza, l’addestramento dell’aquilotto che lei stessa ha preso dal nido e la crescita del loro rapporto. Colpisce l’assoluta tranquillità con la quale la giovane cacciatrice Aisholpan faccia atterrare quell’aquila reale sul suo braccio, nonostante pesi circa 7 kg e abbia oltre 2 metri di apertura alare. Il film è stato girato interamente in Mongolia e le riprese sono pressoché impeccabili con opportuno generoso uso di droni; le immagini sono oltremodo affascinanti. L’ambientazione, i volti dei cacciatori ammantati in enormi pellicce e con copricapo decorati, le guance rosse delle paffute ragazzine, le scene di vita quotidiana, i costumi tradizionali sono tutti ben miscelati e l’ora e mezza non annoia minimamente.

Questo è il trailer, clicca qui per guardare il film; .

The Pianist (Roman Polanski, Fra, 2002)

Data la sua notorietà e acclarata qualità, non c’è bisogno di presentazione. Vorrei solo sottolineare che, pur essendo personaggio sempre molto discusso dentro e fuori l’ambiente cinematografico, Polanski con i suoi soli 25 film in una sessantina d’anni, è riuscito a distinguersi con ottimi prodotti, sia lavorando in spazi ristretti e con pochissimi attori, come per Il coltello nell'acqua (1966, Nomination Oscar), Cul-de-sac (1966) e Carnage (2011), sia in produzioni molto complesse come questa, spaziando nei generi più diversi dai film in costume (Tess, 1979), thriller (Chinatown, 1974), horror (Rosemary’s Baby, 1968), commedie (Per favore, non mordermi sul collo!, 1967) e storici come J'accuse (2019), l’ultimo arrivato in sala ma sappiate che è in lavorazione The Palace, che quindi uscirà quando il regista avrà quasi 90 anni! Terminate le lodi per Polanski, in questo film c’è da sottolineare l’eccellente interpretazione di Adrien Brody (per la quale ottenne l’Oscar) e tutta la drammaticità perfettamente riportata sullo schermo della vita a Varsavia dal 1939 al 1945. Fra gli innumerevoli riconoscimenti, The Pianist ottenne 3 Oscar e 4 Nomination e la Palma d’Oro a Cannes; attualmente si trova al 34° posto fra i migliori film di sempre secondo IMDb.

Red (R.E.D.) (Robert Schwentke, 2010, USA)

Gran cast scelto sapientemente per questa commedia fra il satirico ed il grottesco, parodia di tanti film d’azione, spionaggio e guerra che, non volendo, sono spesso ancora più ridicoli. Per limitarmi ai ruoli principali, Bruce Willis interpreta un super-agente CIA in pensione che, suo malgrado, deve rientrare in azione perché minacciato. Nelle scorribande che seguono coinvolge una inizialmente ignara e incolpevole impiegata (Mary-Louise Parker) e vari suoi ex colleghi CIA (il paranoico John Malkovich e Martin Freeman prelevato da una casa di riposo per anziani), ma anche omologhi d’oltreoceano come l’imperturbabile letale collega inglese Helen Mirren (del MI6) e una spia russa (Brian Cox). Non mancano, ovviamente, nemici spietati e amici infiltrati, anche loro interpretati da bravi attori caratteristi come Richard Dreyfuss, Ernest Borgnine, Karl Urban. Tutti assolutamente fuori di testa, oltre ad essere infallibili, irriducibili e invincibili a seconda dei casi, come i protagonisti dei film dei quali fanno la parodia. Arguta presa in giro.

Chronos (Ron Fricke, 1985)

Dopo essere stato direttore della fotografia di Koyaanisqatsi (1982, Godfrey Reggio) e prima di produrre i suoi unici 2 documentari Baraka e Samsara (vedi post del 7 gennaio), Ron Fricke si cimentò in questo lavoro che può essere considerato di prova e del quale ha riproposto alcune riprese nei successivi. Quindi, vale quanto scritto la settimana scorsa. Silly but funny, buona scelta per distrarsi per quasi un paio d’ore.

lunedì 10 gennaio 2022

Microrec. 11-15 del 2022: altri 5 probabili Nomination Oscar

Continuando a cercare fra i titoli probabili candidati Oscar come miglio film, eccone altri cinque, quattro dati praticamente per sicuri, uno di seconda fascia. Su tali ipotesi non sono del tutto d’accordo. Per aggiornarvi i siti di solito più affidabili (Variety e Indiewire) coincidono per 9/10 nella lista dei favoriti (in ordine alfabetico): Belfast, CODA, Dune, King Richard, Licorice Pizza, No Time to Die, The Power of the Dog, The Tragedy of Macbeth, West Side Story. In quanto al decimo, Indiewire punta su Nightmare Alley mentre Variety preferisce Tick, Tick … Boom!, spostando l’altro fra quelli di seconda fascia, nella quale entrambi pongono: Being the Ricardos, Don’t Look Up, Parallel Mothers. Colpisce il fatto che Joel Coen abbandoni le dark comedy per Shakespeare, contemporaneamente a Branagh (shakespeariano per eccellenza) che si cimenta in una commedia. Ciò detto, per quanto possano valere le previsioni, ecco le 5 micro-recensioni, nelle quali fornirò qualche opinione anche in merito a candidature in altre categorie.

 
The Tragedy of Macbeth (Joel Coen, 2021, USA)

Primo film tutto di Joel Coen che quindi si sgancia dal fratello Ethan e propone un testo teatrale assolutamente classico. Un ottimo cast interpreta il dramma shakespeariano che si sviluppa in scenografie minimaliste e quasi moderne. Protagonista principale è un ottimo Denzel Washington (dato per favorito per l’Oscar) mentre la moglie è interpretata dalla solita altrettanto brava Frances McDormand (nella vita reale moglie di Joel). L’ottima fotografia esalta il bianco e nero con immagini nitide e forti contasti, tanto che i neri spesso prevalgono sui grigi (vedi trailer). Purtroppo, temo che questo ottimo lavoro non otterrà grande successo di pubblico per essere oggettivamente “pesante”, per essere parlato in inglese arcaico e per essere in bianco e nero; anche se sembra che finalmente questo sia meglio accettato negli ultimi anni e non viene più visto come un limite (vedi The Artist e Roma), esiste ancora una grossa fetta di pubblico che lo rifiuta a priori. Nomination Golden Globe per Denzel Washington protagonista.

Belfast (Kenneth Branagh, 2021, UK)

Commedia drammatica che descrive la vita di una onesta famiglia protestante irlandese in un’area popolata anche da cattolici e si trova nel bel mezzo dei violenti scontri del 1969. La piccola comunità bi-religiosa tenta di rimanere neutrale mentre viene praticamente relegata nella sua strada, ma non è cosa facile. Il vero protagonista è Buddy, vivace ragazzino di una decina di anni, molto ben interpretato dal piccolo Jude Hill. Girato (quasi tutto) in un piacevole bianco e nero che ritrae scenografie molto nitide con esterni evidentemente posticci. La madre di Buddy, personaggio ben delineato e interpretato da Caitriona Balfe, pur presentandosi come amorevole e premurosa appare a dir poco irritante e mancante di senso pratico. Se guardate la versione originale avrete modo di apprezzare un po’ di accento irlandese.

PS - Poche ore fa è stato assegnato il Golden Globe a Kenneth Branagh per la sceneggiatura, era in lizza anche per altri 6 (miglior film, regia, Caitriona Balfe, Jamie Dornan e Ciarán Hinds non protagonisti, canzone)

  
Don't Look Up (Adam McKay, 2021, USA)

Commedia, quindi storia da non prendere troppo sul serio, che affronta però vari temi abbastanza scottanti. In breve, una ricercatrice astronoma (Jennifer Lawrence) scopre che una cometa si sta dirigendo verso la terra e (se non succederà niente) la colpirà dopo qualche mese. Insieme con il suo capo (Leonardo DiCaprio), che conferma i dati, inizieranno una peregrinazione per cercare di informare politici, scienziati, stampa e quindi la popolazione di tale prospettiva, ma presto si rendono conto di avere di fronte tanti potenti della politica, economia, comunicazione, scienze e chi più ne ha più ne metta, che, per interesse, scetticismo o ignoranza, li ostacolano apertamente. Certo alcuni personaggi sono un po’ troppo caricaturali (come la Presidentessa USA, Meryl Streep), ma penso fosse l’unica via per non associare in modo evidente i protagonisti dell’incredibile storia a personaggi reali. Suppongo che la fredda accoglienza da parte della critica derivi proprio dal fatto di ironizzare troppo sulla politica americana, sulle collusioni con industriali/finanzieri e il cattivo uso degli enti di difesa e sicurezza. A mio modesto parere, tuttavia, è commedia molto più sagace, ironica e divertente di Licorice Pizza che vanta rating migliori. Nomination Golden Globe per miglior commedia o musical, sceneggiatura e Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio protagonisti.

The Power of the Dog (Jane Campion, 2021, Aus)

Quasi tutti lo danno come favoritissimo per l’Oscar assoluto, miglior film. Certamente è un dramma ben girato in un’ambientazione poco frequente … praticamente un western degli anni ’20 in un grande allevamento in Montana. Quattro personaggi caratterizzati in modo preciso e di indole molto diversa creano una perenne tensione che spesso fa temere sviluppi imprevedibili. Ben girato alternando i campi lunghi degli esterni per lo più semidesertici (riprese effettuate in Nuova Zelanda) a quelli descrittivi degli interni dell’enorme magione tutta in legno, ampia e confortevole, per quanto spartana. Jane Campion (Oscar per Lezioni di piano, 1993) sembra prediligere storie tormentate fra personaggi che vivono in luoghi isolati, al limite della civiltà. Pur essendo un film più che buono, non è certo al livello degli Oscar di anni fa, ma per l’attuale tendenza di discendente qualità potrebbe anche vincere. Comunque, a giudicare dai rating, pare che sia stato apprezzato molto più dalla critica (95% su RT) che dal pubblico (solo 7,0 su IMDb, il peggiore di questa cinquina).

PS - Poche ore fa ha vinto 3 Golden Globes (miglior film, regia e Kodi Smit-McPhee non protagonista); era in lizza anche per altri 4 (Benedict Cumberbatch protagonista, Kirsten Dunst non protagonista, sceneggiatura e commento musicale)

CODA (Sian Heder 2021, USA)

Commedia buonista, remake del francese La famille Bélier (2014, Éric Lartigau), ma cambia l’ambientazione da una azienda agricola ad una peschiera; inoltre, la protagonista è qui sorella minore, mentre nel film francese il fratellino era il più piccolo. Entrambe le ragazze scoprono di essere dotate per il canto e si trovano a dover scegliere fra la loro vita (potenzialmente di successo in campo artistico) e il continuare ad essere interpreti per la famiglia. Curioso apprendere che l’utilizzo di normodotati nel film francese scatenò grandi polemiche … in CODA i produttori sono corsi ai ripari e sia i genitori che il fratello della protagonista sono effettivamente sordomuti. CODA è acronimo di Child of Deaf Adults = figlio di sordi. Nomination Golden Globe per miglior film drammatico e Troy Kotsur non protagonista.

venerdì 7 gennaio 2022

Microrec. 6-10 del 2022: eccellenti doc sperimentali in stile Vertov

Gruppo con 5 documentari concettualmente simili, diretti da due cineasti americani con lo stile di sperimentale creato da Dziga Vertov nel 1929 per il suo famoso L'uomo con la macchina da presa (lo troverete facilmente con il titolo internazionale Man With the movie camera) consistente nel montaggio di centinaia di immagini, talvolta proposte a ritmo frenetico, senza alcun cartello. Per quanto ne sappia, Godfrey Reggio è stato il primo a riproporre l’idea, migliorandola in quanto alla qualità della fotografia e del montaggio, nonché del commento musicale (di Philip Glass), grazie alla tecnologia moderna. Con tale possibilità sono comparsi quindi tante scene in time-lapse ed altri effetti speciali.

I suoi tre documentari formano la Trilogia Qatsu ed è facile notare che i titoli hanno in comune tale parola dell’idioma hopi (lingua di nativi nordamericani) che significa vita; in senso lato include la terra e tutti gli esseri viventi e fenomeni naturali. Nello specifico i tre titoli sono quindi parole composte e significano:

  • Koyaanisqatsi: Life Out of Balance (1982)
  • Powaqqatsi: Life in Transformation (1988)
  • Naqoyqatsi: Life as War (2002)

Per il primo lungometraggio della sua trilogia Reggio si affidò a Ron Fricke per la fotografia e lo coinvolse anche nella stesura della scaletta, che non si può definire sceneggiatura vera e propria in quanto non ci sono commenti, né didascalie. 

 
Il succitato fotografo Ron Fricke nel 1985 produsse un suo proprio mediometraggio (Chronos) nello stesso stile e nel 1992 lo perfezionò e migliorò in Baraka (1992) e successivamente Samsara (2011) e da questi ultimi due comincio nel proporre alcuni trailer, visto che, mai meglio che in questo caso, le immagini possono più delle parole.

 

Assimilo i commenti di questi documentari poiché hanno molto in comune per quanto riguarda stile di realizzazione e contenuti; solo l’ultimo di Reggio volge più (troppo) al tecnologico e all’elaborazione delle immagini e tale cambiamento non è stato apprezzato. In effetti si possono distinguere varie tipologie di immagini che spaziano dalla natura incontaminata, ai limiti del mondo antropizzato, con deserti, ghiacciai e vulcani, a quelle degli esseri umani che includono tante etnie, dagli aborigeni dell’Oceania agli abitanti di villaggi africani e ai cittadini del mondo industrializzato. Non si trascura la tecnologia che viene proposta in tante sue applicazioni (produzione di cibo, trasporti, armamenti, …) spesso contrapposta alle tradizionali attività manuali; molto spazio viene dedicato anche a riti religiosi, pagani e feste. 

La combinazione e l’alternanza di questi elementi sono realizzate in modo significativo e sono arricchite da un commento sonoro che varia da brani da meditazione a ritmi tecnologici rapidi e cadenzati, ma non mancano sonorità tribali. Nel complesso questa fusione comunica allo spettatore sia la pace e la tranquillità degli ambienti naturali che la frenesia dei ritmi della vita moderna dei paesi industrializzati.

Suggerisco di guardare almeno i tre ai quali si riferiscono i trailer; si trovano tutti facilmente in streaming legale e gratuito, per di più in HD.

mercoledì 5 gennaio 2022

Inizio del 2022 con un doc eccezionale, favorito Oscar!

Summer of Soul (Questlove, USA, 2021)

Lodevolissima e geniale l’operazione di recupero delle riprese originali dell’Harlem Cultural Festival del 1969 da parte del batterista, disc-jockey, produttore discografico e giornalista musicale Ahmir Khalib Thompson, più noto con lo pseudonimo Questlove o ?uestlove. All’epoca furono effettuate le riprese di tutti i concerti tenuti in quelle 6 settimane ma nessuno si mostrò interessato a mandarle in onda per essere quasi tutti gli artisti “black” così come la maggior parte degli spettatori. Ciò nonostante si fossero esibiti sul piccolo palco (senza fronzoli e senza luci per mancanza di soldi, esibizioni solo pomeridiane) cantanti e gruppi già ben noti in vari campi di musica prettamente “nera” (blues, gospel, R&B, …) come Stevie Wonder, Nina Simone, Mahalia Jackson, B.B. King, Sly and the Family Stone, Gladys Knight and the Pips, The 5th DimensionDicevo geniale, e aggiungo eccellente, per aver saputo combinare la parte musicale con brevi filmati di repertorio relativi ad eventi dell’epoca e varie interviste, con l’ulteriore merito di aver realizzato un perfetto mixaggio in modo che si possano sempre ascoltare le voci dei giornalisti e le musiche di sottofondo senza che nessuna copra l’altra (non sopporto quei film nei quali inutili rumori di fondo impediscono di comprendere i dialoghi). Si parla così anche dello sbarco sulla luna, del concerto di Woodstock a meno di 100km di distanza, della marcia contro la guerra in Vietnam, ma viene ricordato anche l’assassinio di Martin Luther King perpetrato l’anno precedente e le proteste per i diritti civili. 

Come si può anche parzialmente intuire dalla visione di questo trailer, si ha la chiara percezione della popolarità dei concerti, nel senso della partecipazione di intere famiglie con bambini anche molto piccoli al seguito, svoltisi nella massima tranquillità. Interessante osservare le varie mode dell’epoca, non solo fra gli artisti ma anche fra il pubblico, con vestiti dai colori sgargianti (specialmente quelli delle donne, in stile africano) e le varie acconciature. Con queste due ore di spettacolo istruttivo, avvincente e piacevole, Summer of Soul è unanimemente indicato fra i favoriti ai prossimi Oscar, forse non solo nella categoria documentari. Da non perdere per alcun motivo, ottima e varia la musica, interessante spaccato sociale della vita delle comunità degli afroamericani e portoricani … detti black and brown people.

 
Dopo questo sproloquio–panegirico ecco il resto della cinquina, tutta dedicata a film prodotti nel 2021: i 2 italiani (oserei dire napoletani, entrambi con Toni Servillo come protagonista) che vanno per la maggiore e due commedie meno entusiasmanti di quanto si potesse sperare degli Anderson (Wes e Paul Thomas), non imparentanti fra loro, ma accomunati dall’aver ottenuto tante Nomination ma mai alcun Oscar (7 uno e 8 l’altro).

Qui rido io (Mario Martone, Ita, 2021)

Senz’altro il più realistico e credibile dei due film napoletani; purtroppo penso che abbia il limite di poter essere effettivamente apprezzato solo da chi abbia una certa conoscenza delle commedie di Scarpetta (a cominciare da Miseria e nobiltà, citata innumerevoli volte) e degli autori dell’epoca quali Di Giacomo, Bovio, Russo, Murolo. Interessanti le scelte scenografiche per gli interni e ottima la colonna sonora costituita da decine di brani di canzoni napoletane classiche con la pecca, però, di includere canzoni composte addirittura nel dopoguerra (almeno queste due: Indifferentemente, 1963, e Carmela, 1976) … direi uno scivolone in quanto per un repertorio effettivamente contemporaneo alla storia rappresentata, non mancava certo la scelta. Più che buone le interpretazioni, dai primattori ai co-protagonisti e ai bambini (e un plauso va anche ai responsabili del casting!).

È stata la mano di Dio (Paolo Sorrentino, Ita, 2021)

Deludente, a partire dal subdolo titolo scelto ad arte per attirare tanti fan di Maradona che con il film ha quasi niente a che fare e, specialmente a loro, sarà risultato evidente che nel film non si percepiscono assolutamente i tre anni che passano fra l’acquisto di Maradona da parte del Napoli (luglio ’84) e festa per il primo scudetto (maggio ’87). Un adolescente cambia, e di molto, in tre anni! Anche alternanza giorno notte lascia perplessi, così come gli spazi incredibilmente deserti (piazzetta di Capri vuota d’estate? e a Napoli via Caracciolo, piazza Plebiscito, galleria?). Si propongono quindi scenari quasi surreali, accompagnati anche da location mal assortite (anche per mare), per quanto intriganti. Come molti sottolineano, c’è una netta differenza fra prima e seconda parte; per oltre un’ora si assiste ad una carrellata di personaggi esageratamente felliniani che si esibiscono in un continuo turpiloquio e inutili volgarità fuori luogo (come i peggiori cinepanettoni) per poi passare alle scene di dramma interiore che culminano con le elucubrazioni di Capuano sul cinema, di nuovo in una Napoli deserta saltando dal teatro in Galleria a via Caracciolo e poi a Palazzo Donn’Anna (5km, apparentemente in poco tempo, sempre a piedi e continuando a disquisire). In pratica, sembra una collezione di ricordi che non mostrano un legame tale da creare un filo conduttore. Non capisco proprio i grandi elogi tributati da alcuni …

 

The French Dispatch
(Wes Anderson, USA, 2021)

Dopo aver visto il trailer mi sarei aspettato qualcosa di più simile a The Grand Budapest Hotel (2014, 4 Oscar e 5 Nomination, per IMDb oggi al 189° posto fra i migliori film di tutti i tempi), anche quello con un uno stuolo di attori con brevi apparizioni-cameo. La scelta di alternare colore e bianco e nero non mi è piaciuta, meglio ha funzionato di inserimento della sequenza animata (certamente più originale) con disegni che mi hanno ricordato quelli di Tintin. Non ho apprezzato neanche la trama divisa in tre blocchi, con attori diversi e storie completamente distinte, in quanto si perde la continuità alla narrazione. Infine, trovo che il regista ha esagerato nell’uso della voce fuori campo del narratore. Resta piacevole la nitida fotografia (specialmente quella a colori) con tanti quadri con colori sgargianti e ottimo l’utilizzo dei fondali scorrevoli. Pur essendo tanto spezzettata, la visione di questa commedia risulta abbastanza piacevole anche perché sostenuta da un cast di ottimo livello.

Licorice Pizza (Paul Thomas Anderson, USA, 2021)

Altro Anderson, altro tipo di commedia … l’ennesima sul tema coming of age, ma con protagonista molto particolare. Gary è un 15enne che si innamora di una 25enne alla quale in effetti non dispiace, lui molto intraprendente nel mondo degli affari (non si capisce come faccia), lei intraprendente ma in effetti senza arte né parte; tuttavia, nessuno dei due fa un deciso passo verso l'altro.  Certamente è originale, ma molto condizionata dal rappresentare alcuni aspetti della società americana dei primi anni '70 in California, fra boom economico e crisi energetica. Ci sono vari riferimenti a personaggi e spettacoli (a noi del tutto sconosciuti) tirati in ballo con scene avulse dalla trama principale, interpretate da vari noti attori fra i quali Sean PennTom Waits e Bradley Cooper. Avendo poco da dire dei due protagonisti pressoché sconosciuti (Alana Haim e Cooper Hoffman, senza infamia e senza lode) non resta che da chiedersi come il regista di film come There Will Be Blood (2007, Il petroliere) abbia potuto scrivere e dirigere questa baggianata, anche se incredibilmente è considerata da molti fra i papabili per una candidatura Oscar!

lunedì 3 gennaio 2022

Micro-recensioni 386-388: ultimi 3 film del 2021

Post con i soli tre titoli con i quali ho concluso anche quest’anno oltre l’obiettivo di un film al giorno, superato per il sesto anno consecutivo a dispetto dei mancati viaggi e di una sosta di tre settimane, ma poi favorito dalle limitazioni covid che hanno limitato i movimenti. Anche se qualche giorno mi è capitato di guardarne 3 in un giorno, non ho le mire di Truffaut che affermava: 

“… Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte, che un giorno dovrà pure arrivare e che egoisticamente temo.

Venendo ai film, due sono diretti da Fritz Lang ed entrambi collegati in qualche modo a film degli anni ‘30 di Jean Renoir. Ho poi concluso l’anno in bellezza con il film d’esordio di Ridley Scott, statisticamente meno apprezzato di tanti suoi successivi, ma secondo me dovrebbe aver avuto maggior considerazione … e con questo comincio.

The Duellists (Ridley Scott, 1977, UK)

Per chi non ha presente la filmografia del regista è opportuno ricordare che appena due anni dopo diresse Alien (1979, oggi al 53° posto dei migliori film di sempre, IMDb), e poi Blade Runner (1982, al 172°), Gladiator (2000, al 44°), ma anche Thelma & Louise (1991), American Gangster (2007), The Martian (2015) e i recentissimi House of Gucci e The Last Duel. In quanto al film è doveroso sottolineare che si avvantaggia del soggetto tratto dal racconto The Duel di Joseph Conrad ma al regista vanno tutti i meriti di averlo messo in scena in modo eccellente senza indugiare più di tanto né sulle storie personali dei due eterni contendenti, né sui pur numerosi duelli (diversi per ambientazioni, armi e termini di sfida) che a volte fa durare anche meno di un minuto. Dovrebbero apprendere da lui i tanti che fanno durare anche la più semplice scazzottata 5 minuti e oltre con svenuti che resuscitano, quasi morti che atterrano l’avversario con un pugno e simili baggianate. I due ufficiali dell’esercito napoleonico protagonisti incrociano le lame per la prima volta nel 1801 e, pertinacemente, Harvey Keitel continua a sfidare Keith Carradine ogni volta che i loro reggimenti si trovano nella stessa località fino al duello conclusivo una quindicina di anni dopo, al termine dell’era napoleonica, dopo essersi affrontati perfino in Russia. Spettacolari sia la fotografia che la scenografia, come per esempio gli esterni del duello a cavallo, la preparazione dello stesso e gli attimi immediatamente precedenti preceduti da rapidissimi flashback. Anche tutto il resto merita, dalle ambientazioni negli accampamenti militari alle cittadine con taverne e prostitute, dai palazzi di comando alle rovine del duello finale. Più che convincenti sia i protagonisti che i coprotagonisti. Da non perdere.  

 

Human Desire
(Fritz Lang, 1954, USA)

Citato spesso come remake di La bête humaine (Jean Renoir, 1938, tratto dall’omonimo romanzo del 1890 di Émile Zola), è piuttosto un diverso adattamento del soggetto originale e non solo per la completamente diversa ambientazione ma anche per ruoli e caratteri dei protagonisti. I due film sono diversi per trama, sviluppi e conclusione e mancano di tante altre trame secondarie pur presenti nel libro; li accomuna l’ambientazione nel mondo dei ferrovieri, il tradimento, la passione e l’omicidio. In sostanza un buon noir, ma certamente Glenn Ford non vale Jean Gabin … interessante guardarli entrambi e, al di là della trama, apprezzare anche come i due registi hanno curato in modo quasi opposto la messa in scena.

The Woman in the Window (Fritz Lang, 1944, USA)

Questo collegamento con il lavoro di Renoir è più sottile e articolato. Stranamente, il film successivo Scarlet Street (1945) di Lang fu un remake di La Chienne (1938) di Jean Renoir ed ebbe lo stesso trio di protagonisti (Edward G. Robinson, Joan Bennett e Dan Duryea) e personaggi in parte simili. Tuttavia, in questo caso l’anziano professore (Robinson) si trova coinvolto in un crimine dopo aver incontrato la vamp (Bennett) a causa di un dipinto; nell’altro lui è pittore dilettante sfruttato dalla donna … Dan Duryea veste comunque ii panni del cattivo. Film certamente meno convincente degli altri due, anche se ha dei buoni momenti di classico crime/noir; deludente il finale.

venerdì 31 dicembre 2021

Micro-recensioni 381-385: solo Messico … un anti-western, 2 noir e 2 commedie

Ultimo post del 2021, ma non sono gli ultimi film di quest’anno. Entrambi i noir sono diretti da Roberto Gavaldón (un maestro del genere) e interpretati da Arturo de Córdova e appartengono al periodo della Epoca de Oro del Cine Mexicano. L’anti-western (o western revisionista che si voglia chiamare) si basa su evento che può sembrare banale e già utilizzato, ma gli sviluppi e la morale sono ben differenti. Infine le due commedie sono le ultime di buon livello di Cantinflas, nel periodo ne quale abbandonò i ruoli più ridicoli di povero diavolo, buono ma pasticcione e a volte incapace, per impersonare personaggi normalmente rispettati nella società che gli fornivano la possibilità di ridicolizzare i formalismi e criticare alcuni comportamenti.

 

La diosa arrodillada
(Roberto Gavaldón, 1947, Mex)

In questo film Arturo de Córdova è un ricco industriale con una casa immensa (sale enormi, scaloni e giardino) che si trova a dover scegliere fra sua moglie (Rosario Granados) ed una modella (Maria Felix) non del tutto onesta. Fra vari tira e molla, bugie, feste e troppo alcool il protagonista percorre una strada molto pericolosa e la precaria salute di sua moglie si rivela essere un ulteriore rischio. Non aggiungo altro per evitare spoiler, ma confermo solo che questo noir è valido sotto tutti i punti di vista: regia, fotografia di Alex Phillips (all’epoca secondo solo a Gabriel Figueroa), interpretazioni e sceneggiatura di Tito Davison (rispettato anche come regista). Nei primi 40 posti fra i migliori film messicani sia nella classifica del 1994 che nel 2020.

En la palma de tu mano (Roberto Gavaldón, 1950, Mex)

Al contrario dell’altro, qui Arturo de Córdova è quello che tenta di circuire/ricattare e non quello che subisce. Interpreta un sedicente veggente (il Prof. Jaime Karin) che, per un colpo di fortuna viene a conoscenza di fatti che pensa di poter sfruttare a proprio vantaggio (economico). Ma nessuno dei due ricattati è uno stinco di santo e così inizia un pericoloso gioco a tre, con obiettivi omicidi che si concluderà con interessanti colpi di scena. Rispetto al precedentemente commentato, questo volge più al crime ed alla violenza palese, non subdola. Buon noir con ottimi momenti di suspense.

  

Los hermanos Del Hierro
(Ismael Rodriguez, 1961, Mex)

Nella nota prima classifica dei migliori 100 film messicani (1994) si trovava al 15° posto ed in quella del 2020 resisteva ancora al 22°, nonostante l’ingresso dei nuovi registi compresi los tres amigos (Del Toro, Iñárritu e Cuarón) di caratura internazionale. Uno dei rari film messicani candidati ai Golden Globes (per la regia). Come anticipato, l’evento iniziale (un assassinio a sangue freddo) e il filo conduttore (i figli presenti al fatto quando erano piccoli spinti dalla madre a vendicarsi) possono sembrare banali, ma il rapporto che si sviluppa fra i due fratelli - di carattere quasi completamente opposti e con morali di vita ben differenti – sarà causa di numerosi scontri. Molto ben interpretato, non solo da Columba Domínguez nel ruolo della madre ma anche da Antonio Aguilar che qui non appare nelle sue usuali vesti di attore/cantante. Inoltre, in piccole parti appaiono tanti famosi attori dell’epoca fra i quali Emilio Fernández, Ignacio López Tarso, David Silva e José Elías Moreno. Apprezzabile anche la fotografia (b/n) e l’ambientazione.

El padrecito (Miguel M. Delgado, 1964, Mex)

Questo è uno dei miei preferiti di Cantinflas, trovandosi a metà strada fra i classici che gli diedero fama e quelli con chiari risvolti morali, politici o sociali. Il padrecito è un sacerdote non proprio giovanissimo che ha il suo primo incarico da parroco e dovrebbe sostituire un anziano collega in una piccola cittadina. Per motivi molto diversi si trova ad avere tutti contro: la sorella del parroco, il parroco stesso che non vorrebbe lasciare l’incarico, il ricco possidente che lo raggira e istiga la popolazione ad opporsi al nuovo arrivato. Questa situazione dà luogo ad una serie infinita di gag e di discussioni con personaggi sicuramente peculiari, ma in questo ruolo Cantinflas ha anche modo di reinterpretare a proprio modo religione e sacre scritture secondo la sua logica molto particolare esposta con la solita quasi incomprensibile logorrea.

Su excelencia (Miguel M. Delgado, 1967, Mex)

Molti associano questo film a Il dittatore (1940, di Charlie Chaplin) per la presentazione in chiave satirica della contrapposizione dei grandi blocchi politici, ma se allora si era agli inizi della WWII con i noti schieramenti e con protagonista un dittatore professionista, qui Cantinflas, interpreta un ambasciatore per caso, di una repubblica senza potere economico né militare, in piena guerra fredda. La prima parte è un po’ farraginosa e poco avvincente ma dal momento in cui, esauriti tutti i possibili candidati il funzionario Lopitos viene nominato ambasciatore, la storia prende tutt’altra piega. Si deve conoscere la lingua per apprezzare tutti i nomi dei diplomatici e delle repubbliche che rappresentano, ma alcuni sono facilmente comprensibili. Oltre a ridicolizzare tutte le cerimonie, etichette, onorificenze, ecc. ci sono intrighi, talpe e spie, e nel discorso conclusivo all’Assemblea (ONU) divisa fra rossi e verdi il protagonista non risparmia nessuno. Come tutti gli altri film di Cantinflas si dovrebbe guardare in versione originale.

lunedì 27 dicembre 2021

Micro-recensioni 376-380: noir, crime e dark comedy di qualità

Tre sono diretti dai fratelli Joel e Ethan Coen (maestri del genere) terzo, quarto e sesto della loro ventina di film, anche se il nome di Ethan (il più giovane dei due) spesso non appare e quindi, come regista, viene solo citato uncredited ma è ufficialmente sceneggiatore e produttore. Completano la cinquina un ottimo crime spagnolo di pochi anni fa, che solo per essere tale non ha ottenuto il successo internazionale che avrebbe meritato, e il singolare terzo lungometraggio di Polanski.

 
La Isla Mínima (Alberto Rodríguez, 2014, USA)

Comincio con la presentazione della location, che fornisce anche il titolo. In effetti è solo una piccola parte emersa delle Marismas del Guadalquivir, che comprendono una vastissima area naturale di paludi ai lati del fiume, a sud di Siviglia e fino alla costa, estendendosi anche nelle province di Cadice e Huelva (nel Parque Nacional de Doñana). Viste aeree di esse sono state utilizzate come affascinante sfondo per i titoli di testa (vedi sotto). 

La Isla Mínima è relativamente giovane in quanto un canale (Corta de los Jeronimos, costruito circa 150 anni fa per facilitare la navigazione) la divise dall’isola alla quale apparteneva: Isla Menor (ovviamente, nei dintorni esiste anche la Isla Mayor). A parte questa particolare ambientazione naturale nella quale appaiono spesso tanti uccelli acquatici, risultano interessanti anche il tessuto sociale e le varie attività peculiari dell’area. Venendo alla trama, si tratta di una investigazione su un duplice feroce omicidio, resa particolarmente difficile non solo dall’omertà generale ma anche dal tentativo di nascondere altre attività illecite. Aggiungo anche che i due investigatori, mandati appositamente dalla capitale, non sono proprio degli stinchi di santo. Partecipò a pochi Festival al di fuori di quelli di lingua ispanica, ma dovunque fu presentato fece incetta di riconoscimenti: 60 premi e 43 nomination. Consigliato.

Cul-de-sac (Roman Polanski, 1966, UK) 

Singolare commedia grottesca, con pochi attori e completamente ambientata sulla Holy Island di Lindisfarne, collina collegata alla terraferma con la bassa marea, con l’alta diventa isola. Tre sono i personaggi principali: un rapinatore ferito (Lionel Stander), il proprietario dell’antico castello (Donald Pleasance) e la sua giovane moglie (Françoise Dorléac, sorella maggiore di Catherine Deneuve). Fra l’instabilità dei 3, la particolare location isolata dal resto del mondo, la quantità di volatili sempre presente e le varie visite inaspettate di personaggi altrettanto singolari, le situazioni sono spesso pressoché surreali. Polanski (anche co-sceneggiatore) riesce a rendere scorrevole e pieno di sorprese questo originale film, certamente di non facile gestione. Orso d’Oro a Berlino.

  
Fargo (J. Coen & E. Coen, 1996, USA)

Dopo lo straordinario successo della dark comedy di esordio (Blood Simple, 1984) i fratelli Coen tornano all’eccellenza con questa storia quasi pulp, trasposizione caricaturale di eventi tragici e violenti, in realtà non veri al contrario di quanto affermato nei titoli di testa. In effetti nel film pare ci sia solo una eliminazione di cadavere avvenne realmente in modo simile, ma evito lo spoiler. Abbondano i morti (con varie vittime assolutamente casuali) e non si lesina neanche il sangue, ma chiaramente finto, come quello di Tarantino. Personaggi caricaturali abbastanza fuori di testa, in particolare i due criminali da strapazzo (Steve Buscemi - ripetutamente descritto da testimoni come funny looking guy … e come dar loro torto? - e lo svedese Peter Stormare) assoldati da un inetto rivenditore di auto (William H. Macy) che troveranno però sulla loro strada la serafica l’incittissima poliziotta Frances McDormand che così ottenne primo dei suoi 4 Oscar. Il film ottenne l’Oscar per la sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, fotografia, William H. Macy non protagonista e montaggio); attualmente si trova al i176° nella classifica IMDb dei migliori di sempre.

Barton Fink (Joel Coen, 1991, USA)

Più interessante e più satirico del precedente Miller's Crossing con un minor numero di personaggi e quindi con più possibilità di caratterizzarli. Qui John Turturro, dopo la striminzita parte nel film precedente, ha ruolo di vero protagonista, ma è il co-protagonista John Goodman a prendersi la scena. C’è molta satira in merito all’ambiente hollywoodiano, con produttori, registi, manager e soprattutto sceneggiatori assolutamente ridicolizzati.

Miller's Crossing (J. Coen & E. Coen, 1990, USA)

Troppo parlato e troppo confuso … tutti tradiscono tutti, sindaco e capo della polizia ridicolizzati come inetti yes-man nei confronti di chi è più potente in quel momento, doppiogiochisti, bugiardi e traditori hanno vita facile fin quando qualcuno non li uccide. Non fra i migliori prodotti dei fratelli.