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domenica 25 settembre 2022

Microrecensioni 276-280: comedias negras di Berlanga e drammi di J. A. Bardem

Come burlare la censura franchista … fra i maestri di questa attività, oltre ai due registi menzionati nel titolo del post è indispensabile citare Rafael Azcona, frequente collaboratore di Berlanga (fra quelli di questo gruppo per Placido e per El verdugo), ma anche di Marco Ferreri che proprio in Spagna diresse El pisito (1958) e El Cochecito (1960), scritti a quattro mani con lui. Una analisi di alcuni di questi film, ottimi esempi di come arguti e abili registi riuscirono a aggirare la censura del regime del Caudillo Francisco Franco barcamenandosi fra realismo e commedia, è ben esposta nel saggio Disidencia en el franquismo

 

Placido
(Luis Berlanga, Spa, 1961)

Secondo film spagnolo candidato Oscar fra gli stranieri, dopo il drammatico La venganza di Bardem (1959). Scoppiettante comedia negra che più negra non si può, quasi in tempo reale, nel senso che tutti gli eventi avvengono durante una concitata vigilia di Natale in una cittadina di provincia. Il protagonista, Placido, utilizza il suo motociclo a 3 ruote per qualunque lavoro, trasportando cose, persone e perfino un morto. Per questo giorno speciale il motocarro è abbellito con ghirlande per essere di appoggio ad una manifestazione di beneficenza che vede impegnate alcune attrici venute dalla capitale e messe all’asta per averle come ospiti per la cena della vigilia. Oltre ai soldi così raccolti per beneficenza, gli organizzatori hanno previsto che famiglie benestanti ospitassero un indigente (povero, senzatetto o anziano dell’ospizio). In questo ambito inizia, e prosegue fino al termine, il dramma di Placido che deve pagare una cambiale per non farsi pignorare il veicolo. In questa storia Berlanga e Azcona hanno dato libero sfogo alla loro geniale fantasia e satira creando tante situazioni diverse nelle quali appaiono una miriade di personaggi reali ma tendenti al grottesco, prendendo in giro (per quanto consentito dalla censura) le ipocrisie del perbenismo, della religione e della burocrazia nei confronti dei meno fortunati. Film da guardare e ascoltare con attenzione poiché ogni gesto, ogni sguardo e ogni parola è significativo. Nomination Palma d’Oro a Cannes.

El verdugo (Luis Berlanga, Spa, 1963) tit. it. La ballata del boia

Un film geniale realizzato alla perfezione, ancor più pregevole se si considerano ambiente e periodo storico, ma gran merito va senz’altro attribuito agli sceneggiatori (lo stesso Luis Berlanga e il sempre sorprendente Rafael Azcona, con la collaborazione ai dialoghi di Ennio Flaiano). Senza dire troppo della trama, voglio comunque accennare a questa storia di un necroforo (evitato dai più) che si innamora della figlia del boia (e per questo evitata da tutti). Queste sono le ottime premesse per un eccezionale comedia negra in puro stile latino. Per questioni familiari, economiche e sociali, l’anziano verdugo vuole che il genero (assolutamente contrario ad ogni forma di violenza) prenda il suo posto. Per amore José Luis Rodríguez (Nino Manfredi) arriverà, seppur controvoglia, alla sua prima esecuzione? Grazie a questa incertezza, la seconda parte del film diventa quasi un thriller. Fra i protagonisti si fanno notare anche l’ineffabile José Isbert, Emma Penella, l’onnipresente José Luis López Vázquez. Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia.

  
Bienvenido Mr. Marshall (Luis Berlanga, Spa, 1953)

Questo è un film cult apprezzato anche oltreconfine per la furbizia e l’acume con i quali riuscì a rappresentare personaggi, mestieri, ambiente e i vari responsabili dei poteri senza incorrere in troppi ostacoli, che comunque ci furono. La cosa non era facile in quanto nel film compaiono il Delegado General (portavoce delle disposizioni della dittatura), l’alcalde, il parroco, l’hidalgo senza un soldo ed eterno bastian contrario; si parla anche (come intuibile dal titolo) del non sempre efficace Piano Marshall e quindi degli americani ... che protestarono per l’allusione di una bandiera portata via dalla corrente. Durante i primi 7 minuti la voce narrante di Fernando Rey mostra i vari ruoli dei protagonisti, ma descrive anche le attività di farmacista, maestra e allievi, autista della corriera, barbiere, impresario con cantante al seguito, banditore con l’immancabile trombetta e via discorrendo. L’ora e poco più del resto del film è pieno di battute sagaci ed equivoci, fino ad arrivare al mesto eppure significativo finale. L’unica parte secondo me discutibile è quella onirica, nella quale Berlanga mostra sogni e incubi dei vari protagonisti durante la notte prima dell’arrivo degli americani. Spunti geniali si alternano a idee banali e talvolta scontate. Bienvenido Mr. Marshall si rifà in parte al neorealismo, ma all’epoca non si poteva eccedere in quanto era assolutamente proibito di mostrare povertà e situazioni disdicevoli per il governo, ma c’è anche un evidente omaggio al cinema classico russo con un perfetto piano Pudovkin (folla di persone con cappelli, ripresi di spalle). 2 premi e Nomination al Gran Prix a Cannes.

Muerte de un ciclista (Juan Antonio Bardem, Spa, 1955) tit.it. Gli egoisti

Dramma psicologico che colpisce una coppia di amanti della ricca borghesia dopo che questi hanno investito e ucciso un ciclista, lasciandolo sul posto (non è uno spoiler, è la prima scena). Il rimorso e dubbi che li attanagliano, aggravati da un vago tentativo di ricatto di una comune conoscenza, li portano sull’orlo di una crisi di nervi. Molto ben girato, il film include una scena a mio parere esemplare dal punto di vista didattico: durante una festa il possibile ricattatore parla separatamente con il marito della donna, con questa e con il suo amante, ma non si percepisce una sola parola. Eppure le sensazioni sono perfettamente descritte con una serie di primi piani e sguardi che i 4 a turno si scambiano, comunicando preoccupazioni, minacce, dubbi, cenni di complicità. Essenza del cinema, altro che effetti speciali. Juan Antonio Bardem (nato in una famiglia di attori e cineasti, zio di Javier) ha diretto vari film notevoli, e ne ha sceneggiato molti altri, anche questi di buon livello.

Calle Mayor (Juan Antonio Bardem, Spa, 1956)

In questo dramma neorealista, più che la vena drammatica risalta quella amara in quanto niente di ciò che accade è ineludibile o dovuto a pura sfortuna, ma è conseguenza della superficialità, dei vincoli del conformismo e soprattutto della cattiveria umana e della mancanza di principi morali. Un tardivo ripensamento del protagonista non riuscirà a sanare la situazione, ormai spinta troppo all’estremo, e quindi qualunque “soluzione” lascerà conseguenze per niente piacevoli, forse disastrose. L’ambiente è quello di una cittadina qualunque, in una qualunque regione con differenti problemi sociali (come dice la voce narrante all’inizio del film); i vitelloni locali, nullafacenti, perditempo e privi di alcuna considerazione per gli altri (la scena iniziale è eloquente). Per prendere in giro una zitella, nei suoi confronti architettano un piano forse peggiore del bullismo, l'illudono per poi umiliarla ... situazione certo sfruttata anche in altri film, di solito conseguenza di stupide scommesse. Betsy Blair (Nomination Oscar per Marty, 1954) qui, stranamente, interpreta di nuovo la zitella di buona famiglia e sani principi, ma in questo caso, dopo essersi illusa di aver trovato l'amore della vita dovrà presto ricredersi. Ottima la sceneggiatura (dello stesso Bardem) che, oltre a rappresentare egregiamente un certo tipo di società piccolo-borghese di provincia, inserisce anche vari espliciti riferimenti alla censura spagnola e anche al famoso Hays Code americano. Per aver preso posizione contro la censura, Bardem fu arrestato proprio mentre girava Calle Mayor ... qualcuno dice che il fatto lo aiutò ad avere successo internazionale. Presentato al Festival di Venezia, ottenne 3 Premi e fu preso in seria considerazione per l’attribuzione del Leone d’Oro, che tuttavia quell’anno non fu assegnato.

martedì 26 ottobre 2021

Micro-recensioni 306-310: un musical-non-musical e una comedia negra su tutti

Si tratta del famosissimo Gli ombrelli di Cherbourg che portò all’attenzione mondiale Jacques Demy e di una commedia grottesca del 1962 che tutti gli spagnoli conoscono; trattandosi di rapinatori assolutamente non professionisti e oltretutto incapaci, potrebbe equivalere al nostrano I soliti ignoti (1958, di Monicelli) nel quale però i protagonisti si atteggiavano a professionisti.


Les parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964, Fra)

Stavolta comincio con Nomination e Premi; questo musical molto sui generis (non poteva essere diversamente considerato che il regista/sceneggiatore condivideva le idee di rottura della Nouvelle Vague pur non essendo fra i fondatori né fra i più rigorosi) ottenne 5 Nomination Oscar, stranamente quella come miglior film straniero nel 1965 e solo l’anno successivo le altre 4 (sceneggiatura, canzone, musiche e commento musicale). Mi sembra che le ultime 3 elencate siano troppo simili e direi che ne mancano un paio in categorie più importanti quali scenografia e costumi. L’intero film è un’esplosione di colori sgargianti, contrastanti, pieno di abbinamenti oserei dire kitsch, dall’incrocio dei tanti ombrelli visti dall’alto durante i titoli di testa agli abiti dei protagonisti, dai parati alle suppellettili. Trama certamente originale e non sempre scontata. La palla al piede del film (secondo molti) è che i dialoghi sono interamente cant(icchi)ati e, di contro non si vede un singolo passo di danza, certamente un’anomalia per un musical classico, ma qui non se ne sente la mancanza. Palma d’Oro e altri due premi a Cannes per Jacques Demy.

 

Atraco a las tres
(José María Forqué, 1962, Spa)

Nei decenni ’50-’60 in Spagna si produssero con gran successo numerose commedie fra il satirico e il grottesco, con critiche sociali e politiche relativamente velate, abbastanza da essere comprensibili ma non tanto da essere censurate dal franchismo. Maestri nell’eludere gli ottusi ma inflessibili censori furono Berlanga e Azcona, ma a quel periodo appartengono anche altri film come questo che rimangono nella storia del cinema spagnolo insieme con Bienvenido Mister Marshall!, El Verdugo, Placido, quest’ultimo addirittura ottenne anche la Nomination Oscar come miglior film in lingua non inglese. Il cast, raccogliendo numerosi attori e caratteristi fra i più noti e bravi dell’epoca, già è indice di garanzia, ma la trama con tante sorprese, i personaggi molto realistici e le scene con i piccoli problemi di vita quotidiana nei quali tutti si riconoscono aggiungono ulteriore sapore a questa commedia. Da non perdere!

Lust, Caution (Ang Lee, 2007, Tai)

Penso che nessuno metta in dubbio l’abilità di Ang Lee nella regia e nella messa in scena, ma talvolta si imbatte (o sceglie di cimentarsi) in sceneggiature poco solide, per non dire abbastanza sconclusionate, come in questo caso. E sembra non essere solo mia opinione visto che fra le 85 nomination solo 2 sono per la sceneggiatura, mentre – ovviamente – la maggior parte sono relative a miglior film, regia, fotografia, scenografia, costumi. Fra i tanti premi, Lussuria - Seduzione e tradimento (titolo italiano) ottenne anche il Leone d’Oro per Ang Lee e il Premio Osella per il direttore della fotografia Rodrigo Prieto (3 Nomination Oscar per The Irishman, Silence, Brokeback Mountain). Bravi gli attori a cominciare da Tony Leung (apprezzato in tanti film diretti da Wong Kar-wai, ben 7) ma ciò che più colpisce sono gli ambienti, arredamenti e costumi, ben messi in evidenza da una fotografia di alta qualità.  

 

  • documentari sociali e politici di Cecilia Mangini (1959-1964, Italia)
  • documentari etnografici di Cecilia Mangini (1965-1969, Italia)

Molto pubblicizzati dalla Cinemateca Portuguesa, questi corti (per lo più documentari) di Cecilia Mangini (prima donna documentarista italiana) e dei suoi colleghi Lino Del Fra e Gian Franco Mingozzi mi sono sembrati troppo artefatti e un po’ superficiali, pur rimanendo interessanti. In un primo gruppo sono stati presentati da collaboratori della regista (scomparsa a gennaio di quest'anno) filmati erano del primo periodo della cineasta, datati fra 1959 e 1964, tutti relativi alla cultura rurale meridionale essendo lei pugliese di nascita. I documentari affrontano (sulla carta) temi interessanti, ma non riescono a coinvolgere veramente e spesso risultano ripetitivi. Ecco i titoli:

  • Maria e i giorni di Cecilia Mangini, 1959 10’
  • L’inceppata di Lino del Fra, 1960, 10’
  • La taranta di Gian Franco Mingozzi, 1961, 19’
  • La passione del grano di Lino del Fra e Cecilia Mangini, 1963 10’
  • Divino amore de Cecilia Mangini, 1964, 11’
  • Stendalì di Cecilia Mangini, 1965, 11’

Per quanto riguarda quelli sociali, quasi in ogni momento risulta evidente lo spirito propagandistico e certamente la sua fede politica. Infatti sono tutti vicini agli ideali della sinistra, dal PSI a Rifondazione; alcuni le furono specificamente commissionati dai partiti. 

  • Essere donne di Cecilia Mangini, 1965, 31’
  • Tommaso di Cecilia Mangini, 1965, 11’
  • La scelta di Cecilia Mangini, 1967, 13’
  • Brindisi’65 di Cecilia Mangini, 1967, 16’
  • V&V di Lino del Fra, 1969, 15’