venerdì 29 novembre 2019

A furia di mangiarne, diventerò un tacchino?

Ultima settimana a Honolulu, completati rilievi e compilazioni mappe, sono "impegnato" in relax, mare (foto sotto, Magic Island Lagoon) e festeggiamenti, questi ultimi condizionati dal Thanksgivingla festivià americana che riunisce le famiglie più che il Natale, ed è ben noto che la sua pietanza simbolo è il tacchinoFa riferimento al primo anno di soggiorno dei pellegrini/coloni del Mayflower, giunti in Massachusetts nel 1620, al termine del quale festeggiarono insieme con i nativi ma non è certo che i tacchini furono inclusi nel menu. La festività moderna (mobile, ultimo giovedì di novembre) fu tuttavia istituita solo nel 1863 da Lincoln, in piena Guerra Civile.


   

Martedì 26 al Foster BG organizzarono per me un potluck (evento mangereccio per il quale ognuno porta qualcosa) con tanto di puakalaunu (la ghirlanda a mo’ di corona) e il vero e proprio lei (al collo), al quale parteciparono a turno buona parte dello staff amministrativo, botanici, giardinieri e volontari. 


Ovviamente non mancava il tacchino, in questo caso cotto in grosse foglie di Ti (Cordyline fruticosa, non tè, foto sotto a sx) come se fosse al cartoccio, similmente a come tradizionalmente si cuociono anche altre carni e pesci nelle isole del Pacifico, nel caratteristico forno interrato. Era accompagnato da Lomi salmon, Jook soup, SukimonoKorean kimchee pancake, Loaded mashed potatoes (bacon & cheese), Pan fried shrimpsPan fried chicken wonton, 2 Pumpkin pie (with and without crust), Lomi Sami dip, Hot jalapeño sauce, fried garlic e vari altri condimenti e snack.
   

Dopo la pausa di mercoledì (con un buon piatto di garlic and beef veggie crispy ramen in stile vietnamita (sopra a dx) è arrivato il Thanksgiving luncheon organizzato dalla coppia coreano-americana di cui sono ospite (AirBnB) al quale hanno partecipato 4 dei 5 figli, con qualche consorte, una decina di nipoti dai 10 mesi ai 10 anni e altri tre ospiti della casa. (sottto Vance, il capofamiglia, al taglio del tacchino)




Essendo tutto preparato dallo stesso gruppo, c’era minor varietà ma maggior quantità (sotto a sx solo parte del cibo, e i dolci erano su altro tavolo) e, con mio sommo piacere, c'era abbondante ed ottima cranberry sauce (a dx), salsa a base di ossicocco (Vaccinium sub. Oxycoccus, alias mirtillo palustre) che tradizionalmente accompagna le fette di tacchinopenso quasi del tutto sconosciuta in Italia. Si tratta di ricetta estremamente semplice visto che combina mirtilli, acqua e zucchero (da restringere sul fuoco) e aggiunta di buccia di arancia, anche se molti preferiscono il limone. In questo caso, erano anche state aggiunte noci, variante abbastanza comune. 

   

Come in ogni pranzo tradizionale legato a festività, è rimasto tanto cibo, in parte ripartito fra i convitati, in parte sistemato in contenitori messi poi in frigo. In ogni famiglia che si rispetti non si spreca cibo e quindi, visto che al party di martedì al Foster Botanical Garden la mia partner di rilievi cartografici era bloccata a casa con febbre, non mi ha meravigliato e tantomeno offeso il suo invito per un pranzo di arrivederci a base di leftovers (avanzi) che certamente includeranno tacchino ... terza volta in 4 giorni!

giovedì 28 novembre 2019

73° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (361-365)

Gruppo relativamente vario, con due dei migliori film di Jean Cocteau, due sagaci commedie di confronto etnico (una fra cinesi americani e cinesi asiatici e l’altra fra israeliani e palestinesi) e, per finire, un giapponese dal quale si sarebbe potuto trarre un eccezionale spaghetti western.
Con questa cinquina ho raggiunto, con oltre un mese di anticipo la media di un film al giorno, traguardo ormai abituale da vari anni.

   

364  Orphée (Jean Cocteau, Fra, 1950) tit. it. “Orfeo” * con Jean Marais, François Périer, María Casares * IMDb 8,0 RT 97% 
Eccellente film del poliedrico artista francese Jean Cocteau, da molti giudicato il suo capolavoro. Dopo aver guardato il suo surrealista/sperimentale Sang d’un poet, mi sono avventurato nella visione di questa versione della storia di Orfeo ed Euridice e del successivo La belle et la bête (commentato in questo stesso post). Il racconto mitologico (un classico della mitologia greca, poi ripreso da Virgilio e Ovidio) è riproposto in tempi contemporanei (al momento della realizzazione) ed è ampiamente modificato non solo nella struttura, ma anche nel finale. La versione proposta da Cocteau è un ottimo noir/fantasy, molto ben articolato, realizzato e interpretato, e conta su una eccellente fotografia.
La storia è tanto piena di sorprese e personaggi, da far diventare Euridice quasi una figura secondaria. Per evitare spoiler mi limiterò a dire che l’Orfeo del film è un poeta famoso osannato dal pubblico (specialmente quello femminile) tanto odiato dai suoi colleghi da arrivare anche all’aggressione fisica.
Singolari i titoli di testa, scritti a mano dallo stesso Cocteau, con gesso su una lavagna.
Film imperdibile per gli amanti del vero cinema!

365  La belle et la bête (Jean Cocteau, Fra, 1956) tit. it. “La bella e la bestia” * con Jean Marais, Josette Day, Mila Parély * IMDb 7,9 RT 95%  *  Nomination a Cannes
Confesso di non aver mai visto alcuno dei tanti adattamenti cinematografici e di non conoscere neanche una delle numerose varianti della storia nel dettaglio, pur conoscendo i punti essenziali della favola. Di conseguenza non farò riferimenti o paragoni, mi limiterò a commentare brevemente solo quanto visto.
La scenografia è accattivante, in particolare per quanto riguarda i magici interni della dimora della Bestia, dai candelabri viventi alle statue osservanti. Anche l'aspetto della mostruosa creatura, considerata l'epoca, è assolutamente notevole; ho letto che Cocteau ci lavorò per vari anni prima di ottenere il risultato voluto.
Per pura curiosità, sono andato ad indagare in merito alle varie versioni (scritte, teatrali e cinematografiche) e questa di Cocteau (suoi adattamento, sceneggiatura e dialoghi) mi sembra che si distacchi in più punti da quelle più tradizionali riuscendo ad essere quindi abbastanza originale.
Se si è interessati al genere vale senz’altro la visione, pur sapendo già come va a finire. Dal punto di vista strettamente cinematografico non penso sia facile realizzare qualcosa di meglio.

      

363  Tel Aviv On Fire (Sameh Zoabi, Lux/Bel/Isr/Fra, 2019) tit. it. “Tutti pazzi a Tel Aviv” * con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton * IMDb 6,9 RT 91%  -  2 Premi e una Nomination a Venezia
Divertente commedia satirica sui rapporti fra israeliani e palestinesi, basata sulle loro differenze culturali e non solo politiche, ma soprattutto sulla dipendenza (da entrambe le parti) dalle serie televisive locali che riproducono parte dei problemi effettivamente esistenti fra le due comunità.
La storia è sostanzialmente semplice e lineare, ma riserva tante sorprese, ben distribuite, alcune sono più o meno prevedibili (piacevolmente, anche l'attesa di qualcosa che si è certi che avverrà ha i suoi pregi, se rimandata più volte) altre sono davvero ingegnose trovate. I dialoghi sono spesso taglienti, specialmente quando in modo più o meno esplicito si riferiscono agli "attriti" palestino-israeliani; i personaggi sono molto vari e ben caratterizzati. Ognuno, a modo suo e per quanto nelle sue possibilità, tenterà di condizionare un novello sceneggiatore per far proseguire una telenovela (con militari, spie e “terroristi”) secondo i propri desideri.
Piacevole commedia palesemente e volutamente non schierata; penso che nessuno con un minimo di senso umoristico possa sentirsi offeso, tutto rimane ampiamente nell'ambito di una sana arguta ironia.
Piacevole intrattenimento, merita la visione.

362  The Hoodlum Priest (Kimiyoshi Yasuda, Jap, 1967) tit. or. “Yakuza bozu” * con Shintarô Katsu, Mayumi Ogawa, Hôsei Komatsu * IMDb 6,5
Parafrasando il termine “spaghetti western”, lo si potrebbe tranquillamente definire un “ramen (o udon) western”. Sapendo quanto è stato attinto da questo genere di film giapponesi da parte di sceneggiatori e registi occidentali, meraviglia non trovare menzione di un remake, riconosciuto come tale, al di là del Pacifico. Si deve tuttavia precisare che il film non ha mai avuto grande successo ed è rimasto a livello di cult, ma non lo definirei assolutamente un B-movie.
Un protagonista estremamente combattivo, sempre al limite (o oltre) la legge si confronta con chi è più prepotente, avido, violento e corrotto di lui. Pur essendo palesemente un arrogante fuorilegge, quando può aiuta i più deboli vessati da yakuza e funzionari corrotti e collusi, una specie di Robin Hood travestito da prete, in fondo simpatico pur essendo un ubriacone frequentatore di postriboli, ricattatore, ladro e (probabilmente) baro. Certamente abilissimo nelle arti marziali.
La sua snellezza, la buona narrazione, l’ottimo intreccio di storie, la trama non scontata e la giusta quantità di combattimenti (vari ma tutti di breve durata) lo rendono una piacevole visione.
Non penso che sarà facile trovarlo ma, se vi capitasse, non ve lo perdete.

361  The Farewell (Lulu Wang, USA/Cina, 2019) tit. it. “Una bugia buona” * con Shuzhen Zhao, Awkwafina, X Mayo * IMDb 7,9 RT 99%  *  Premio del pubblico al Sundance
Commedia più che altro cinese per essere quasi tutti i protagonisti di tale etnia. Con la scusa ufficiale di un matrimonio, una intera famiglia si ritrova al lato di una combattiva nonna per la quale si prevedono pochi altri mesi di vita. Dopo una trentina di anni torna così in Cina uno dei suoi figli, con famiglia al seguito, e con mentalità abbastanza occidentalizzata. Lo scontro, fra il drammatico e l’ironico, è quindi servito ed il ruolo più importante sarà quello della giovane Billi (Awkwafina), affezionatissima alla nonna ma quasi del tutto integrata nella American way of life, che si troverà in disaccordo quasi con tutti.
Alcune esagerazioni sono proprie delle nonne, di qualunque parte del mondo siano, così come quelle dei giovani nei confronti di genitori e nonni. In sostanza personaggi credibili e realistici, sostenuti da buone interpretazioni.
Può valere la pena guardare questa commedia piacevole e arguta, almeno per gli occidentali … non so se i cinesi avranno qualcosa da obiettare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 27 novembre 2019

Una selva subtropicale in area urbana!

Nel GULCH del Wahiawa Botanical Garden, Honolulu, HI


Quello che potrete vedere un po' più in basso è un brevissimo video realizzato mettendo insieme 4 spezzoni delle riprese effettuate da Cisco (Francisco Martin Del Campo, dello staff dei BG) a tempo perso con la sua GoPro nel corso del penultimo giro nel gulch (letteralmente burrone, in questo caso riferito a tutto il percorso basso dell’orto botanico di Wahiawa) per la scelta e rilievo definitivo delle specie da segnalare, insieme con Naomi, la botanica che mi assistito in quasi tutti i sopralluoghi.
L’ho montato in modo molto artigianale rimediando un programma online essenziale, semplicemente per dare un’idea dei luoghi. Come è evidente, non sempre si procede nel vero greto del torrente, quasi sempre asciutto; a volte si cammina al lato, lo si attraversa varie volte e all’inizio ci si allontana con la comoda e ampia deviazione (prima scena) in parte limitata da un muretto di contenimento, esattamente fra i Banani (66 sulla mappa) e i Mamaki (68).  



Nella seconda scena, invece, si vede che il percorso rientra nel solco scavato dall'acqua attorno al quale lo spazio lasciato libero dalla rigogliosa vegetazione si restringe sempre più fino al tratto che è al momento interdetto. Con una breve rampa di scale si ritorna sui sentieri cementati in costa e si risale fino alla zona principale (Main Terrace) per poi ridiscendere nel Gulch tramite altre scalette. 
   

In questa seconda parte, idrograficamente più a monte, l'alveo è relativamente ampio e alcuni grossi alberi crescono a ridosso, se non proprio in mezzo all'impluvio, come i due Ficus (82 in mappa) che si vedono alla fine della terza scena. Ma l'attrazione di questa parte è il bosco di Bamboo che si trova proprio alla fine del tratto aperto al pubblico. Oltre a quelli che si vedono nella quarta scena, ai lati del percorso, ce ne sono tanti altri gruppi, di differenti specie, distribuiti su una vasta area. 
Esiste anche un breve percorso lungo la costa settentrionale lungo il quale si posso ammirare altre specie. 

Il Gulch è quanto di più vicino ad una foresta tropicale si possa trovare in un orto botanico in piena area urbana. Il percorso di quasi 1 chilometro è abbastanza agevole, ma in più punti scivoloso ed in alcuni tratti fangoso dopo le piogge (Wahiawa, trovandosi al centro dell’isola di Oahu, fra due gruppi montuosi riceve frequenti piogge, durante tutto l’anno). Inoltre resta potenzialmente pericoloso per rischio flash flood, in quanto nell’alveo viene convogliata tutta la pioggia che cade nelle strade circostanti. Il giorno in cui si vorrà/potrà disboscare anche la parte occidentale del "burrone" (attualmente del tutto interdetta) il tortutoso percorso lungo il suo fondo avrà uno sviluppo di quasi 2 chilometri!
Devo tuttavia segnalare un “problema” che può rovinare una vostra eventuale visita: la presenza di milioni di mosquito perennemente assetati di sangue! Quindi, nel caso, prima di scendere nell'alveo approfittate dei repellenti messi gratuitamente (anche l'ingresso è libero) a disposizione dei visitatori in due versioni: senza DEET (serve a ben poco) e con DEET (efficace). 
Se per motivi ecologici (non dimostrati) opterete per il primo, vi potrà consolare sapere che ponfi e prurito durano poco. 

domenica 24 novembre 2019

72° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (356-360)

Ennesimo gruppo interessante ed eterogeneo, comprende due classici noir di Robert Foster (il primo dei quali quasi di Orson Welles), il primo lungometraggio di Jean Cocteau (in effetti nel 1925 dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa poco) e due commedie, una giapponese di fine secolo e l’altra di quest’anno.

    

357  Woman on the run (Norman Foster, USA, 1950) tit. it. “Il mistero del marito scomparso” * con Ann Sheridan, Dennis O'Keefe, Robert Keith * IMDb 7,3 RT 83% 
Ottimo e singolare noir che non ha niente da invidiare a quelli più noti di quell’epoca. Dwight, il gestore del Movie Museum con il quale mi trattengo spesso a conversare prima o dopo una proiezione, mi aveva consigliato Journey Into Fear (guardato e commentato in questo stesso gruppo) e parlando di tanti altri noir di quell'epoca mi ha ricordato questo dello stesso regista. L'avevo già visto, vari anni fa, ma avendolo trovato su youtube a 1080p, l'ho guardato di nuovo con molto piacere e a chi legge consiglio di fare altrettanto. Potreste trovarlo anche in italiano (lo sconsiglio) con il ridicolo titolo “Il mistero del marito scomparso” (sic!).
Vero cult per gli amanti del genere con personaggi credibili e dialoghi taglienti, ben diretto e interpretato, con twist al momento giusto e tante sorprese ben distribuite. Tutta la sequenza finale nel parco di divertimenti con l'otto volante è da manuale per intreccio, tempi, interpretazioni e twist.
In questo film i criminali hanno un ruolo relativamente secondario (nella storia entra in gioco solo un sicario) che, fra l’altro, non si confronta direttamente con la polizia; fra le due parti c’è una coppia in crisi che niente ha a che vedere con l’uno o con l’altra.  Di passo rapido, con narrazione essenziale e ottima scelta di tempi, Woman on the run mantiene sempre alta la tensione e quindi il livello di attenzione dello spettatore.
Ripeto, non ve lo perdete!

358  Le sang d'un poète (Jean Cocteau, Fra, 1930) * con Enrique Rivero, Elizabeth Lee Miller, Pauline Carton * IMDb 7,4 RT 94% 
Primo lungometraggio oggi disponibile di Jean Cocteau; in effetti nel 1925 il poliedrico artista dovrebbe aver diretto un muto, ma di esso si sa molto poco. Anche se non è “ufficialmente” un film surrealista, guardandolo non si può fare a meno di fare un parallelo con le due famose opere coeve del binomio Luis Buñuel / Salvador Dalí, vale a dire Un chien andalou (1929) e L'âge d'or (1930). La storia, pur essendo per lo più incomprensibile, verte su lunghe scene senza cambiare ambientazione né protagonista … poi si passa a tutt’altro. I collegamenti sono pochi e si va da una bocca che si sposta a sguardi indiscreti da buchi della serratura in un ambiente con gravità ruotata, da bullismo giovanile e guerra con palle di neve ad una partita a carte fra un baro ed una elegante signora sotto gli occhi di un pubblico al teatro. Essendo dichiaratamente fra l’astratto, l’avanguardia e il surrealismo, ognuno è stato e sarà libero di fare le proprie supposizioni e avanzare personali interpretazioni di immagini e scene, anche perché Cocteau non ha mai voluto spiegare niente con chiarezza, ma resta il fatto che, come qualunque opera d’arte di un certo livello, spinge l’osservatore a elaborare e non ad essere spettatore passivo.
Sta a voi decidere se cimentarvi in questa per certi versi ardua visione o meno … pur non cogliendo alcun messaggio certo, devo dire che a me è piaciuto e non poco!

      

356  Journey Into Fear (Norman Foster, USA, 1943) tit. it. “Terrore sul Mar Nero” * con Orson Welles, Joseph Cotten, Dolores del Rio * IMDb 6,6 RT 75% 
Uno dei film meno conosciuti fra quelli in cui appare Orson Welles. Me lo menzionò Dwight qualche giorno fa parlando di buoni noir americani degli anni ’40-'50 e, essendo incuriosito dalla presenza del grande regista e attore (seppur qui non protagonista), ho iniziato la ricerca e fra i non entusiastici titoli di recensioni e la composizione del cast ho sentito odore di bruciato. Film fatto più o meno in famiglia, con Joseph Cotten (che con Welles aveva appena guadagnato grande fama apparendo in Citizen Kane, 1941, e The Magnificent Ambersons, 1942) non solo protagonista ma anche sceneggiatore (per fortuna l’unico tentativo), Dolores Del Rio assolutamente fuori contesto (ma all'epoca aveva una relazione con Orson Welles, troncata subito dopo questo film), Everett Sloane, che sarà sempre ricordato per essere Mr. Bernstein in Citizen Kane e l'avvocato zoppo, marito di Rita Hayworth in The Lady from Shanghai e non certo per questo film, e tanti altri attori del Mercury Theatre che interpretano i vari personaggi equivoci di contorno. Per finire, è certo che buona parte della regia è da attribuire a Orson Welles anche se non volle comparire ufficialmente come regista; lasciò onori e onere a Robert Foster che diresse le riprese mentre lui era impegnato in contemporanea a girare The Magnificent Ambersons.
La messa in scena non è delle migliori, seppur con pregevoli particolari, come quello del disco che si incanta. Si deve anche sottolineare che la voce fuori campo di Joseph Cotten non esisteva nella prima versione, fu aggiunta successivamente insieme con alcune riprese incluse nella parte finale, per scelta di Welles che si occupò anche del montaggio delle fasi conclusive. Con queste premesse, era difficile aspettarsi molto di più.
In quanto alla storia, si tratta di un adattamento dell’omonimo romanzo (1940) di Eric Ambler), è ambientato fra Istanbul e Batumi, e include un viaggio in nave sulla quale, fra i pochi passeggeri, si nascondono spie e sicari nazisti che minacciano il protagonista americano … ricordatevi che si era in piena guerra e la storia quindi plausibilmente anche di propaganda.
Sufficiente, ma purtroppo si nota che è stato realizzato in fretta e con troppe “menti” a dirigere.

359  Shall we dance (Masayuki Suo, Jap, 1996) tit. it. “L'ultimo ballo” * con Kôji Yakusho, Tamiyo Kusakari, Naoto Takenaka * IMDb 7,7 RT 91% 
Pluripremiata commedia giapponese di una ventina di anni fa, omonima di quella più nota, ma certo non migliore, con Richard Gere (2004) … quasi pedissequo tentativo di remake americano = solito fallimento.
Alterna momenti buoni a banalità al limite del ridicolo, ma i pochi allievi della scuola di ballo da sala (tipi estremamente vari e singolari) sono ben descritti in modo sagace anche se con qualche esagerazione. Anche se c’è un solo vero protagonista il film è quasi corale e, fra lezioni, competizioni e storie personali, scorre in modo fluido. In quanto alla storia in sé, si deve tener conto della stranezza del “ballo di coppia” in un Giappone che, anche in tempi moderni, ha poca familiarità con valzer, quickstep, pasodoble e simili. Pertanto un serio, compassato e stimato funzionario di mezz’età che inizia a frequentare una scuola di ballo si sente quasi costretto a farlo di nascosto. La situazione si deve quindi guardare con gli occhi nipponici e non da europei, americani o latini.
Nel complesso guardabile, intrattenimento piacevole se si ha almeno una minima idea dell’ambiente in cui si svolge, cinematograficamente appena sufficiente. 

360  The Peanut Butter Falcon (Tyler Nilson e Michael Schwartz, USA, 2019) * con Shia LaBeouf, Dakota Johnson, Zack Gottsagen * IMDb 7,8 RT 95% 
Commedia leggera e buonista con qualche spunto non male, basata sul socially correct, che procede in modo poco credibile (anche in una commedia è necessaria un po’ di plausibilità) e si conclude in modo confuso, assolutamente fuori da ogni logica. Buone le interpretazioni dei due protagonisti Shia LaBeouf e Zack Gottsagen (il giovane con sindrome di Down), insignificante la presenza di Dakota Johnson che passa dal genere erotico alla commedia ma tutto ciò che è capace di fare è mostrare le gambe (essendo una commedia non penso non le sia stato concesso di più), più incisiva la brevissima apparizione dell’ormai 83enne Bruce Dern.
Nonostante le buone intenzioni della coppia di sceneggiatori / registi, il film è appena sufficiente, e sono convinto che i buoni rating sono dovuti solo ed esclusivamente all’argomento trattato: i down non sono ritardati né stupidi (ma sembra che ancora oggi molti non se ne rendano conto). 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

venerdì 22 novembre 2019

Piante molto particolari: Eucalyptus arcobaleno e Pianta cadavere!

Entrambe possono essere ammirate negli Honolulu Botanical Gardens, il primo (2 grossi alberi) a Wahiawa e la seconda (enorme infiorescenza molto puzzolente) al Foster, nella serra delle orchidee, anche se non lo è.

Andiamo per ordine … non sono pochi quelli che definiscono l’Eucalyptus deglupta l’albero più bello al mondo e, certamente se ci si riferisce alla parte legnosa, è anche fra i più singolari. 
I nomi comuni internazionali sono Rainbow eucalyptus (E. arcobaleno), Mindanao gum e rainbow gum, il primo per i suoi colori, gli altri due per produrre una resina gommosa dai vari utilizzi.
Originario delle Filippine, fu introdotto nelle Hawai'i per riforestazione proprio nel Wahiawa Botanical Garden, nel 1929. Quello della foto di apertura (nella quale compaio anche io e la botanica che mi ha assistito nei rilevamenti e compilazione delle mappe) è uno dei due piantati all’epoca e quindi ha oltre 90 anni. Questa varietà di Eucalyptus è l’unica originaria dell’emisfero nord, le altre centinaia di sono invece native di territori a sud dell’equatore, in particolare australiane. 

   


Questi Rainbow eucalyptus hawaiiani, pur essendo ben vistosi, pare che debbano essere considerati poco colorati se comparati con i loro simili nel luogo di origine, vale a dire le Filippine dove prolificano particolarmente bene nelle aree calde e umide. Lì, infatti, crescono ancor più rapidamente raggiungendo notevoli altezze, fino a 60m, e i colori sono ancor più vari e brillanti, dal giallo vivo al blu scuro. Ho aggiunto qualche foto recuperata in rete, giusto per mostrare come possano apparire. 
  


L’altra pianta, Amorphophallus titanum (aro titano o aro gigante, famiglia delle Araceae), possiede l’infiorescenza più grande al mondo, endemica dell'isola di Sumatra (Indonesia).
   


L’infiorescenza “a spadice”, come si può ben notare nelle foto (quella a sinistra è una di quelle del Foster), è veramente enorme e può raggiungere i 3 m di altezza. La fioritura dura meno di una settimana e, in quei pochi giorni, si formano file considerevoli di semplici “ammiratori” e, ovviamente, di cacciatori di selfie. Qui la fioritura viene annunciata non solo via siti istituzionali e social ma spesso anche sui quotidiani. Oltretutto c’è da dire che il nome comune inglese (Corpse plant) suscita molta curiosità anche in chi ne sa molto poco in quanto letteralmente significa “pianta cadavere”. Questo appellativo deriva dal fatto che l’infiorescenza emana un forte odore (non proprio allettante) di materia organica in putrefazione avanzata.

giovedì 21 novembre 2019

71° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (351-355)

Ennesimo gruppo interessante ed eterogeneo, comprende gli ultimi due film dell’HIFF (un russo e un franco/belga), due film “truffaldini” ma di ben diverso livello sia come storia, sia come quantità di denaro in basso, sia come qualità cinematografica, e un buon noir giapponese del ’57, genere inusuale per Kobayashi.

   

352  Portrait de la jeune fille en feu  (Céline Sciamma, Fra/Bel, 2018) * con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami * IMDb  8,3 RT 98%  *  Premiato per miglior sceneggiatura e Queer Palm oltre a Nomination Palma d’Oro
Intrigante sceneggiatura pur contando su un cast ristrettissimo, due protagoniste e due coprotagoniste, una sostanziale l’altra di puro contorno.
Si assiste ad un sottile gioco psicologico-dialettico molto ben messo in scena. Brave le primattrici (ma Adèle Haenel certamente più convincente di Noémie Merlant) ed anche la 18enne di origine kosovara Luàna Bajrami … piatta e incolore come sempre la prova di Valeria Golino, per fortuna limitata a poche scene. Gli uomini non sono praticamente presenti, sono loro riservate solo un paio di battute (a inizio e fine soggiorno) e scene con tante comparse nel finale. A proposito di questo, mi ha sorpreso vedere che, dopo un’ottima (possibile) scena conclusiva, ne sia stata aggiunta un’altra sforzata, con una zoomata che termina con un lungo primo piano, in diverso ambiente e diverso tempo. Secondo me, Céline Sciamma avrebbe potuto chiudere il film più brillantemente risparmiandoci quei 2-3 minuti finali.
Belle l’ambientazione, sia per gli interni oltremodo spogli dell’enorme casa, sia per gli esterni sulle scogliere e in riva al mare, tutto molto ben filmato. La poco approfondita storia omosessuale fra le protagoniste ha dei punti in comune con Beanpole visto in mattinata all'HIFF, ma ben diverso dalla incontrollata libidine di And Then We Danced ... Tutti e 3 erano fra candidati alla Queer Palm di quest'anno a Cannes, questo di Sciamma (che se lo è aggiudicato) ha senz'altro meritato di prevalere sugli altri due.
Film elegante, sottile, con buoni dialoghi, ben diretto e fotografato. Da guardare.

353  El hombre de las mil caras  (Alberto Rodríguez, Spa, 2016) tit. it. "L'uomo dai mille volti" * con José Coronado, Eduard Fernández, Miquel García Borda * IMDb  6,9 RT 83%
Film con aspetti documetaristici di Alberto Rodríguez (regista dell’acclamato La isla minima, 2014) in quanto la storia estremamente ingarbugliata è basata su avvenimenti reali dei quali si conoscono i punti salienti ma, ovviamente, sono stati aggiunti alcuni passaggi fittizi - ma plausibili - per collegare i fatti certi.
Mi sono preso la briga di verificare ed è senz’altro vero che Francisco Paesa fu artefice di tanti intrighi politici ed economici, millantando cariche e conoscenze, avendo a che fare con servizi segreti di vari paesi e che a un certo punto si fece credere morto. Il film tratta però quasi esclusivamente del suo rapporto con Luis Roldán, Direttore Generale della Guardia Civile spagnola, che a metà anni ’90, sapendo di essere indagato per frode, fuggì dal paese con l’equivalente di 10 milioni di euro dei nostri giorni. Ovviamente non dico di più, chi vuole trova tutto online. Il film si basa soprattutto sul libro scritto da Fernando Sánchez Dragó che ha ricostruito la vicenda (romanzandola), con l’aiuto dello stesso Roldán.
Anche non sapendo niente di tutto ciò, il film è perfettamente godibile e non ci vuole molto a capire che qualcuno imbroglia, probabilmente più di uno, ma chi e quali e quante sono le sue vittime? Si assiste ad una serie vorticosa di spostamenti dell’enorme quantità di denaro da un lato all'altro del mondo, pagamenti di sostanziose tangenti, ricatti e minacce … avvalorando l’affermazione: spesso la realtà supera la fantasia.
Ottimo film, avvincente e ben interpretato, con attori che appaiono molto simili ai veri personaggi. Direi da non perdere, ma non lo si può guardare a tempo perso; bisogna stare molto attenti a seguire gli intrecci della trama.

      

354  Kuroi kawa - Black River (Masaki Kobayashi, Jap, 1957) * con Fumio Watanabe, Tatsuya Nakadai, Ineko Arima * IMDb  8,3 RT 98%
Non fra i migliori del regista giapponese, troppo scontata la trama nel suo complesso, troppo caricaturali i personaggi di contorno. Pur fornendo un interessante spaccato del giappone del dopoguerra, ancora con tanta presenza militare americana e l'economia in rovina, si basa più che altro sulle convincenti interpretazioni dei tre protagonisti. Fra loro spicca Tatsuya Nakadai uno dei più attivi attori nipponici, conosciuto ed apprezzato anche all’estero per le numerose partecipazioni a famosi film di Kurosawa (con il quale esordì in 7 Samurai per poi avere ruoli in Yojimbo, Sanjuro, High and Low, Kagemusha, Ran) e di altri noti registi quali Naruse e Ichikawa. Certamente fu uno dei preferiti di Kobayashi che lo diresse in ben 11 film fra i quali ci sono i suoi capolavori The Human Condition e, soprattutto, Harakiri (aka Seppuku, 1962, Premio Speciale della Giuria a Cannes, RT 100%, IMDb 8,7 e 33° nella classifica dei migliori film di sempre … da non perdere!). Per chi non lo sapesse, ricordo che nel 1968 Masaki Kobayashi fu uno dei fondatori del The Four Horsemen Club (con Akira Kurosawa, Keisuke Kinoshita e Kon Ichikawa) che si prefiggeva lo scopo di produrre film per le nuove generazioni.

351  Beanpole  (Kantemir Balagov, Rus, 2018) tit. or. “Dylda” * con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov * IMDb  7,2 RT 100%  *  Premio FIPRESCI e Un Certain Regard (per regia) e Nomination Queer Palm e Un Certain Regard (film)
Lentissimo e abbastanza noioso, con le due protagoniste che prima di dire una parola pensano interminabili secondi fissando l’interlocutore (chiunque esso sia) per non parlare dei lunghi momenti di “paralisi” di Iya / Beanpole (=stangona). I fatti si svolgono a Leningrado nel 1946 ed entrambe soffrono di traumi diretti e indiretti della guerra appena terminata, seppur con conseguenze molto diverse. In effetti è ben filmato e decentemente interpretato, ma oltre due ore di film con molta poca sostanza (per lo più ripetitiva e inutilmente prolissa) sono oggettivamente troppe.
Non si perde molto rinunciando alla sua visione.

355  The Good Liar (Bill Condon, USA, 2019) tit. it. “L’inganno perfetto” * con Helen Mirren, Ian McKellen, Russell Tovey * IMDb  6,5 RT 63% 
Ho deciso di guardarlo più che altro per i due primi attori … e loro non mi hanno certo deluso. Purtroppo la storia regge poco, appare melensa già dopo le prime scene e il seguito non è migliore. Il finale poi, con la chiara aspirazione di voler dare un carattere serio al  tutto, mi è sembrato pretenzioso, fuori luogo, irreale e, come se non bastasse, stupido.
Da evitare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 18 novembre 2019

Altra settimana hawaiiana molto intensa!

Settimana passata fra Botanical Gardens (4 su 5), 10 film all’HIFF (Hawaiian International Film Festival) oltre a quelli al Movie Museum e l’immancabile cibo asiatico. Con un paio di blitz, come sempre assistito da Naomi (la botanica che sceglie gli alberi e piante da riportare in carta), non solo abbiamo concluso la mappatura dei due Orti Botanici ancora privi di mappa dettagliata (Wahiawa e Lili’huokalani), ma abbiamo anche realizzato mappa tecnica (per l’irrigazione) del Koko Crater Botanical Gardens. Nel corso della settimana prossima, fra un’impaginazione e l’altra delle mappe, dovrei avere più tempo per le foto.
   
sopra: base del tronco del Rainbow Eucalyptus (Eucalyptus deglupta
e i vistosi fiori della Scarlet Jade Vine (Mucuna bennettii)  *  Wahiawa BG
L'Orto Botanico di Wahiawa comprende di tre parti ben distinte, la terrazza principale, con prati ben curati, panchine e fontanine, in gran parte accessibile anche con carrozzine (solo poche traverse con fondo in ghiaia non lo sono), una ripa a nord attraversata da vari sentieri cementati che permettono di accedere alla terza area, selvaggia, stretta e lunga, in effetti il greto del torrente, quasi sempre in secca ma soggetto ad occasionali flash flood, con due tratti interdetti. In effetti c'è anche una piccola parte nella ripa opposta, accessibile tramite scalette. Quella a sinistra è l'essenziale cartina sull'attuale dépliant, relativa solo a terrazza principale e ripa sud, con poche specie segnalate. A destra la bozza della nuova mappa con molte più piante, ed è incluso il greto del torrente che verrà stampato sul verso. Un buon passo avanti!
   
Del piccolo Lili'uokalani, giardino della prima e ultima regina regnante delle Hawaii, deposta dai nel 1893 con l’appoggio dei Marines nel tentativo di annettere l'arcipelago agli USA, cosa che però avvenne solo nel 1959, quando diventò il 50° stato dell'unione. Pur deposta e agli arresti domiciliari nel palazzo reale Iolani, la regina Lili'uokalani poteva disporre dei propri beni e lasciò alla città (specificamente per uso pubblico) varie proprietà fra le quali questo giardino. La maggior parte dei grandi alberi che fiancheggiano il torrente (con tanto di piccola ma suggestiva cascata) sono ben più vecchi di un secolo e sono quasi tutti Monkeypod (Samanea Saman, Fabaceae, gruppo mimosoide, noto anche come rain tree o Hitachi tree), una specie che, avendo spazio, non si sviluppa tanto in altezza quanto in larghezza formando con la sua chioma delle perfette calotte sferiche. Questo della foto, che si trova nel parco Moanalua qui ad Honolulu, è uno dei più famosi e grandi: con una chioma di ben 40m di diametro per “solo” 25m di altezza, il tronco ha circonferenza di 7m. 
Altra specie presente quasi ovunque nelle zone aperte del giardino sono le Loulu palm, ma c'è ne sono anche tre Royal, slanciate e altissime, quasi come quelle del Foster BG, alte oltre 35m.

Di questo orto botanico non esisteva né il dépliant e tanto meno una mappa, neanche uno schizzo. Questa è la bozza, sul retro saranno aggiunte descrizioni delle piante evidenziate in mappa, nonché breve storia giardino.

Cinema: all'HIFF ho avuto occasione di guardare The Irishman (qui la recensione), il più recente film di Scorsese con Robert DeNiro, Joe Pesci e Al Pacino. Come è noto, essendo prodotto da Netflix, praticamente non è distribuito in sala e quindi posso reputarmi più che fortunato per averlo visto su schermo grande. Ho avuto anche modo di guardare film che con tutta probabilità non giungeranno mai in Italia nonostante vari di essi siano stati apprezzati in Festival importanti come Cannes anche And Then We Danced (Georgia), J'a perdu min corps (Fra), Arab Blues (Tun/Fra) A vida invisivel (Bra), The Last Color (Ind), commentati nelle microrecensioni 341-345 e 346-350, quelle di Portrait de la jeune fille en feu e Beanpole / Dylda saranno pubblicate fra un paio di giorni nel prossimo gruppo. Ma quello che più mi è piaciuto è stato Chunhyang (Corea, 2000, di Kwon-taek Im), visto un paio di giorni fa al Movie Museum.
    
Cibo
Spicy pork kimchee ramen (Japan, foto a dx), Pad Thai (Thailand), Beef laksa (Malaysia), Chow Funn gravy (cantonese, China, foto a sx), Teri chicken bukkake udon (Japan) e altri meno interessanti.

domenica 17 novembre 2019

70° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (346-350)

Ancora un gruppo interessante ed eterogeneo, sia per epoche (1965, '82, 2000 e da poco usciti) che per paesi di produzione fra i quali Corea e Georgia. In linea di massima sono stati tutti piacevolmente sorprendenti, ognuno per aspetti divversi, pur rimanendo Chunhyang senz'altro il migliore e più completo. 

   

350  Chunhyang (Kwon-taek Im, Kor, 2000) * con Hyo-jeong Lee, Seung-woo Cho, Seong-nyeo Kim * IMDb  7,1 RT 86%  *  Nomination Palma d’Oro a Cannes
Una piacevolissima sorpresa! Guardato “a fiducia” al Movie Museum, si è rivelato un ottimo film e per innumerevoli ragioni, alcune apprezzate dopo aver fatto le dovute successive ricerche … e da lì comincio. Chunhyang non solo è il nome della protagonista di questa pellicola, ma anche di una delle più famose storie coreane di vari secoli fa. Tramandata per via orale, fu poi scritta nel XVII secolo, ma ne esistono oltre 100 versioni, poi adattate in almeno una ventina di film. Della storia di Chunhyang ci sono anche versioni teatrali in una forma classica coreana: il pansori. In questo caso viene narrata da un cantastorie accompagnato dal ritmo di un solo tamburo e mediamente dura fra le 5 e le 6 ore.
Il film di Kwon-taek Im dura solo 2 ore, è aperto e chiuso da un cantastorie su un palco teatrale moderno e la sua voce commenta vari avvenimenti mostrati e ne narra altri omessi. Il canto, spesso quasi urlato, non è sempre orecchiabile ma assolutamente affascinante, così come lo sono costumi, particolari, calligrafia, scene e arredamenti. La fotografia è ottima sia per scelta di colori che di luce; regia e interpretazioni non sono da meno.
La storia è emblematica e, anche se in parte scontata, scorre bene ed è ben narrata. 
Secondo me da non perdere.

346  Il padre del soldato  (Rezo Chkheidze, Geo, 1965) tit. or. “Jariskatsis mama” * con Sergo Zakariadze, Vladimir Privaltsev, Aleksandr Nazarov * IMDb  8,7 RT 92%p
Originariamente in bianco e nero (leggo molto apprezzato), è stato successivamente colorizzato per la tv nel 2013.
Avendo tirato in ballo il cinema georgiano pochi giorni fa, ho cercato altri titoli interessanti e ho trovato questo cult del 1962, da molti definito pietra miliare di quella cinematografia se non il migliore in assoluto. In rete si trova un'ottima versione a colori (1080p) ma è bene sapere che l'originale era in b/n, l'operazione di restauro e colorizzazione è del 2007.
Non è un vero e proprio film di guerra, somiglia più a un road movie del quale è protagonista un padre (contadino) che parte alla ricerca del figlio ferito in guerra. Però, quando finalmente raggiunge l'ospedale, il figlio è stato già dimesso e rispedito al fronte... Quindi si tratta di un lunghissimo viaggio con vari mezzi di trasporto dalla Georgia alla Russia e poi in Germania. Commovente lo spirito del contadino diventato soldato per poter cercare di raggiungere suo figlio, del quale va estremamente fiero. Anche se il protagonista è un georgiano, i russi elogiarono il film e Sergo Zakariadze diventò un beniamino del pubblico per il suo coraggio, spirito di iniziativa intraprendenza e spontaneità pur non avendo uno spirito bellicoso. 
Certamente da guardare, anche se non è il capolavoro assoluto che alcuni decantano.

       

348  J'ai perdu mon corps  (Jérémy Clapin, Fra, 2018) * animazione * IMDb  7,6 RT 100% * Gran Premio della critica e Nomination Camera d’Oro
Film d'animazione francese che si annunciava bene, il titolo si riferisce ad una mano amputata che, a inizio film quindi no spoiler, evade da un laboratorio. Il seguito è tutto da scoprire, con storie che si accavallano, flashback, una mosca onnipresente, avventure e disavventure della intraprendente mano, ironia e suspense e non manca la parte romantica. Nonostante i tanti diversi aspetti, il film è scorrevole in quanto molto ben bilanciato.
La grafica è semplice ma non certo minimalista, e ogni scena è ricca di significativi dettagli.
Merita la visione.

349  Le retour de Martin Guerre (Daniel Vigne, Fra, 1982) * con Gérard Depardieu, Nathalie Baye, Maurice Barrier * IMDb  7,4 RT 100%  *  Nomination Oscar per i costumi
Film particolare, con una prima a parte quasi bucolica, nella campagna francese Toulouse, del '600, ed una seconda parte articolata su un caso giudiziario con tanti colpi di scena e radicali cambiamenti di atteggiamento da parte dei paesani coinvolti direttamente o come testimoni … un vero e proprio courtroom movie ambientato nel XVI secolo.
Nella prima parte prevale l'aspetto pittorico che dà l’illusione allo spettatore di entrare nei quadri dell'epoca, mentre nella seconda le parole e le testimonianze, spesso contraddittorie, sono al centro dell'attenzione.
Buona la prova di Gerard Depardieu nelle vesti di Martin Guerre (effettivamente vissuto nella prima metà del ‘500 e protagonista di tale caso giudiziario), ma anche di tutto il resto del cast, nel quale ho notato di nuovo l’inconfondibile Dominique Pinon, qui al suo secondo film, del quale nel precedente post ho ricordato le note apparizioni in Delicatessen e Amelie.
Buon film che merita una visione, specialmente per la messa in scena; meritata la Nomination Oscar per i costumi.

347  Lucky Grandma (Sasie Sealy, USA, 2018) * con Tsai Chin, Hsiao-Yuan Ha, Michael Tow * IMDb  7,6 RT 89%
Annunciato come un ottimo indipendente, assolutamente americano seppur con regista e cast quasi tutto cinese, ambientato a Chinatown, ancora senza distributori . 
Si tatta di una black comedy nel campo di rivalità fra bande mafiose (cinesi), ma la vera protagonista è un'imperturbabile nonna (grandma) che, per una serie di coincidenze, entra in possesso di una gran quantità di dollari, in contanti ... e qui ovviamente cominciano i guai. Ci sono buone trovate e divertenti colpi di scena, la maggior parte dei personaggi sono stereotipi del genere o quasi caricaturali. Purtroppo il film non ha ritmo, spesso si perde in scene troppo lente che non mirano neanche a creare suspense, certamente non adatte ad una commedia degna di tal nome. 
Appena sufficiente, convincente la grandma cinese.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.