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domenica 6 febbraio 2022

Microrec. 41-45 del 2022: 2 molto probabili Oscar e altro

In campo Oscar c’è il film dato per unico vero contendente di Encanto nel gruppo animazione, nonché uno indicato come pluripremiato che potrebbe ottenere risultati simili a quelli di Parasite 2 anni fa. Li affiancano un classico Rohmer e due produzioni molto originali di paesi freddi: Norvegia e Islanda.

 
Drive My Car (Ryûsuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Della ventina scarsa di film potenzialmente candidati agli Oscar fin qui guardati, questo è senza alcun dubbio il migliore, con un’ottima sceneggiatura ancorché molti la troverann0 un po’ criptica. Dramma psicologico che, essendo oltretutto lungo (3 ore) e colto (senza grande azione, che comunque non manca), molti troveranno noioso, ma i contenuti, intervallati da originali twist nelle relazioni personali fra i protagonisti, lo rendono particolarmente interessante. A chi volesse guardarlo consiglio di leggere prima un seppur breve riassunta della trama di Zio Vanja di Cechov. Oltre alla qualità generale, è da apprezzare la scena conclusiva che lascia agli spettatori la scelta per la sua interpretazione. Finora 3 Premi e Nomination Palma d’Oro a Cannes, 3 Nomination BAFTA (si assegneranno il 13 marzo) e altri 54 premi (per ora). Consigliato agli amanti del buon cinema.

Conte d'hiver (Éric Rohmer, 1992, Fra)

Classica commedia drammatica, secondo dei 4 Racconti delle quattro stagioni; di gran qualità come al solito. La protagonista è una ragazza madre irrequieta e molto indecisa, che passa da un compagno all’altro continuando a sognare di ritrovare il suo unico e grande amore, padre di sua figlia. Interessanti e ben caratterizzati i protagonisti, dalla nonna alla nipotina. La narrazione, pur priva di grandi eventi, è fluida e piacevole, come di consueto. Premio FIPRESCI a Berlino, miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Consigliato.

  
Echo (Rúnar Rúnarsson, 2019, Isl)

Film molto particolare, un collage di una cinquantina di scene riprese (con camera fissa) durante le feste natalizia, fra la Vigilia e il Capodanno. Molte sono ironiche, alcune caustiche, altre drammatiche o triste. Le situazioni sono molto varie, dal funerale di un bambino ad un parto, da feste familiari a problemi di coppia, da scuse per bullismo passato a volontà di disintossicazione. Buone le riprese che riescono ad includere tutta l’attività dei protagonisti, cosi come i brevi dialoghi ridotti a volte solo a un paio di battute. Con tutto l’apparente ordine e perfezione dei paesi nordici, appare che i problemi sociali siano uguali in tutto il mondo occidentale e non sembra che la vita lì sia tanto migliore di quella dei paesi mediterranei (se non altro per il clima). Originale e in fondo divertente.

Flee (Jonas Poher Rasmussen, 2021, Den+)

Ha la particolarità (rara per i film d’animazione) di poter concorrere anche in altre categorie che non siano le solite musiche e canzoni; infatti, sembra avere buone chance di Nomination sia come miglior film straniero che documentario, ma potrebbe essere presa in considerazione la sceneggiatura. Produzione molto variegata Den/Swe/Nor/Fra/USA/ Spa/Ita/UK. La storia vera spunto alla sua base è la fuga dall’Afghanistan di una intera famiglia, dopo che il padre viene arrestato. Saranno rifugiati in vari paesi e tenteranno di passare frontiere clandestinamente pagando fior di quattrini. La storia è narrata dal più piccolo della famiglia 8ormai adulto) che si trova separato dal resto della famiglia. Animazione poco fluida, disegni essenziali ma buoni (scenografia migliore dai disegni dei protagonisti), bisognerà vedere che peso daranno i giurati ai drammatici contenuti.

Kraftidioten (Hans Petter Moland, 2021, Nor) tit. it. In ordine di sparizione

Dark comedy con tante morti violente; data l’ambientazione nei paesaggi innevati, molti lo hanno definito il Fargo (1996, f.lli Coen) norvegese, ma forse è più vicino ai film di Guy Ritchie. Per una serie di casualità viene ucciso un innocente e ciò dà la stura ad una serie di vendette e di freddi e spietati omicidi. Rimanendo all’inizio misteriosi, causano l’inizio di una sanguinosa guerra fra le due bande criminali che si dividono gli affari dell’area: i locali e una famiglia di serbi. Stellan Skarsgård veste i panni del protagonista (un operatore di spalaneve) mentre i due boss sono interpretati da Pål Sverre Hagen (il Conte) e dal solito ottimo Bruno Ganz (Papa, il capofamiglia serbo). Originale, nel suo genere non è niente male.

venerdì 24 settembre 2021

Micro-recensioni 261-265 - World Cinema: Francia, Australia, Giappone, Romania e Argentina

Assortimento molto vario di epoche, provenienza e generi per questa cinquina abbastanza interessante. Fra tutti spicca un documentario sperimentale (giudicato fra i migliori di sempre) seguito da un quasi-documentario australiano.

 

Sans Soleil
(Chris Marker, 1983, Fra)

Si tratta di un originale montaggio di immagini di repertorio, accompagnato da un testo letto da voce fuori campo sotto forma di lettere di un viaggiatore. Le immagini si riferiscono soprattutto al Giappone in un arco temporale che va dalla II Guerra Mondiale all’epoca contemporanea, ma c’è anche molto della Guinea Bissau (ex colonia portoghese in Africa) e pochi clip di Francia e Islanda. A partire da eventi specifici si discutono idee generali applicabili quasi in qualunque era e luogo, dai suicidi giapponesi durante la guerra alla lotta di Liberazione congiunta di Guinea e Capo Verde. 

Non si risparmiano critiche a singolari attività ricreative giapponesi tipiche degli anni ’80 come i balli takenokozoku e il Whack-a-Mole (video sopra) che consiste nel colpire in testa, con un martello di gomma, le talpe che sbucano dai buchi del tavolo; la variante proposta indicava specifiche cariche, dal direttore generale ai suoi vice, funzionari e capi del personale. La voce fuori campo sottolinea che si era spesso obbligati a sostituire il pupazzo che rappresentava il direttore generale a causa della veemenza con la quale veniva colpito. Documentario premiato a Berlino.

Charlie's Country (Rolf de Heer, 2013, Aus)

David Gulpilil, aborigeno protagonista e co-sceneggiatore insieme con il regista Rolf de Heer, è la star del film e, con la sua flemma e stretta logica, mette in evidenza tutti i controsensi della politica di derivazione colonialista nei confronti dei nativi. Per quanto diversa, la situazione è molto simile a quella degli americani, ufficialmente protetti e appoggiati ma in effetti relegati in determinate aree e destinatari di continui tentativi di occidentalizzazione per rendendoli schiavi del sistema economico vigente. Il film non manca di ironia e spesso i dialoghi fra Charlie e i poliziotti o altri “bianchi” tendono al paradosso e all’assurdo, quasi surreali. Non c’è nessun set e la maggior parte delle scene sono girate fra piste polverose e ambiente naturale. David Gulpilil, miglior attore a Cannes e Nomination Un Certain Regard per Rolf de Heer.

  
Bacalaureat (Cristian Mungiu, 2016, Rom)

Dramma familiare molto ben proposto, ma il vero tema (che porta lo scompiglio fra i protagonisti) è l’onestà, che viene continuamente messa in discussione da situazioni contingenti. Intendiamoci, nessuno è un criminale o lucra fra mazzette e ricatti ma si discute appunto del limite dell’innocuo e sincero favore che chi lo riceve vuole poi ricambiare. Ciò, paragonato alla corruzione dilagante che pare regni in Romania, è cosa da poco ma comunque fa riflettere. Considerazioni pertinenti e facilmente applicabili in quasi qualsiasi società che non sia perfetta. Ben diretto e interpretato, piacevole sorpresa. Miglior regia a Cannes e Nomination Palma d’Oro.

Tokio Sonata (Kiyoshi Kurosawa, 2008, Jap)

Il regista e co-sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa, non imparentato in alcun modo con il ben più famoso Akira, include nella trama una serie pressoché irripetibile di eventi già di per sé insoliti affrontati dai vari soggetti in modo più o meno insulso. Chiunque potrebbe teoricamente trovarsi nelle varie situazioni proposte, ma è assolutamente impensabile che queste capitino tutte ai vari componenti della stessa famiglia nell'arco di poche ore, come succede verso la fine del film. Premio della Giuria a Cannes. Sostanzialmente deludente. Premio Un Certain Regard a Cannes.

Los guantes mágicos (Martín Rejtman, 2003, Arg)

Qualcuno parla bene di questa commedia, ma non è brillante, né grottesca; una serie di personaggi strani e depressi si incontrano, si associano, si danno consigli, ma sempre rimanendo nel campo dell’insulsaggine e ancor più spesso della depressione. La maggior parte di loro si scambiano notizie sui vari medicinali che assumono, talvolta uniti ad alcool, e a fantasiose terapie. Film sostanzialmente inutile, ancor più deludente in quanto il precedente lavoro del regista/sceneggiatore (Silvia Prieto, 1999) lasciava ben sperare, in quanto molto più arguto trattando di uno “scambio di vite” fra due giovani donne omonime, Silvia Prieto per l’appunto.

sabato 17 luglio 2021

Micro-recensioni 161-165: seconda cinquina di classici coreani

Altra metà della rassegna dei 10 film coreani riproposti al Festival di San Sebastian. pubblicati su YouTube dal Korean Film Archive (vedi post del 2 luglio, classici sudcoreani degli anni '60). Nel complesso si tratta di una interessante selezione, non solo per offrirci una panoramica su un paese che usciva dal lungo periodo di occupazione giapponese e poi dalla guerra che portò alla definitiva divisione lungo il confine del 38° parallelo, ma anche per la qualità dei film che mostrano chiaramente la benefica influenza degli stili giapponesi, sia per il film di genere classico che per quelli dell’avanguardia degli anni ’60. In particolare colpiscono la cura delle inquadrature, la fotografia in bianco e nero e i commenti musicali, tutti di gran qualità. Ricordo ai lettori che nella playlist YouTube Korean Classic Film oltre a questi ce ne sono almeno un altro centinaio … sono convinto che, effettuando un po’ di ricerche, certamente si troveranno titoli interessanti di proprio gusto.

 

Homebound / Gwilo (Lee Man-hee, 1967, Kor)

Dramma e melodramma, sceneggiatura interessante, ottimo commento musicale, buone la fotografia e l’interpretazione della protagonista Moon Jeong-suk. Lei è sposata con un ufficiale, eroe di guerra invalido, che accudisce da ormai 14 anni. Lui scrive per un giornale qualcosa di simile ad un romanzo a puntate nel quale la protagonista vive per più versi le emozioni e le vicissitudini di sua moglie. Vengono così rappresentate due storie parallele (una reale e una fittizia) nelle quali è centrale il rispetto e l’altruismo fra i due, ma l’equilibrio rischia di essere rotto dalla presenza di un giovane giornalista che la protagonista incontra in occasione delle consuete consegne dei manoscritti alla redazione del giornale. Noto anche come The Way Home e, in quanto al titolo originale, Gwiro. Consigliato.

Mist / Angae (Soo-yong Kim, 1967, Kor)

Altro melodramma il cui protagonista è un dirigente di industria farmaceutica che torna per pochi giorni nel suo piccolo paesino natale lontano da Seul. Qui incontra una giovane maestra di musica, indipendente e di mentalità moderna, con la quasi unica ambizione di trasferirsi nella capitale. Fra i due nasce una profonda e sincera attrazione, nonostante non venga nascosto il fatto che lui sia già sposato. La narrazione è intercalata da tanti pensieri e ricordi del protagonista ben resi (anche se talvolta in modo un po’ confuso) con brevi o brevissimi flashback. Questo è un ottimo esempio di quanto scritto nel cappello in quanto a musica e fotografia, specialmente quella degli esterni, caratterizzati dalla bruma che fornisce lo spunto per il titolo.

  
The Devil's Stairway / Ma-ui gyedan (Man-hui Lee, 1964, Kor) 

Prima parte più che buona, in tutti i sensi (regia, sceneggiatura, fotografia, interpretazioni), poi si perde in una confusione generale e un eccesso di cigolii e scricchiolii che lo fanno diventare il film quasi un horror, abbandonando il genere noir/crime/thriller, fino a quel punto interessante. Si salva il finale abbastanza inatteso, anche se poco credibile e plausibile. Apprezzabili, anche in questo caso, inquadrature, fotografia e commento musicale.

The Barefooted Young / Maenbal-ui cheongchun (Ki-duk Kim, 1964, Kor)

Un dramma giovanile nel quale si trovano a confronto ambienti diversi e, come spesso accade in tali casi, ne consegue un finale tragico. Un fortuito incontro fra un piccolo malvivente (ma di buon cuore) al servizio di una banda di contrabbandieri e una giovane ragazza dell’alta società si rivela un colpo di fulmine. Il loro amore viene però osteggiato sia dalla famiglia di lei che dalla gang di lui. Un po’ troppo melodrammatici i dialoghi e gli incontri fra i due, mentre è molto migliore il contorno, ben descritto sia nei personaggi che negli ambienti.

A Day Off / Hyu-il (Man-hui Lee, 1968, Kor)

Dramma di una giovane coppia che si incontra solo ogni domenica; due giovani squattrinati, senza troppe ambizioni, pessimisti e disillusi. Film deprimente, lento e con un finale tragico, privo di una qualunque positività, tanto che i censori sudcoreani chiesero a regista e sceneggiatore di cambiare almeno il finale. Il loro rifiuto causò il blocco dell’opera che fu poi riscoperta e proiettata per la prima volta in Corea solo nel 2005, in occasione di una retrospettiva dell’apprezzato regista Lee Man-Hee. Certamente ben diretto, altrettanto certamente poco piacevole da guardare.

giovedì 31 dicembre 2020

micro-recensioni 441-444: quest’anno sono stati 444

Avrei avuto il tempo di guardarne anche un altro, ma mi piaceva il numero 444!

Ho concluso con un gruppo (ridotto) abbastanza anomalo, con un giapponese muto d’avant-garde, pietra miliare della cinematografia del sol levante, e tre russi degli anni ’70, un dramma (altra versione di Delitto e castigo, visto pochi giorni fa) e due commedie che all’epoca ebbero il loro bravo successo. Ho anche pensato a come cominciare bene il 2021, con un gran bel film guardato per l’ultima volta oltre 8 anni fa: There Will Be Blood (2007, aka Il petroliere).

 

A Page of Madness (Teinosuke Kinugasa, Jap, 1926)

Lavoro dato per perduto per quasi mezzo secolo e poi ritrovato dallo stesso regista, ma solo in parte. Ciò che è possibile guardare adesso rappresenta solo i due terzi dell’intero film. Per questo motivo si consiglia a chi lo volesse guardare (e capire qualcosa) di leggere la trama prima di cimentarsi nell’impresa, anche perché non esistono cartelli originali e non ne sono stati aggiunti. All’epoca in Giappone non si usavano, ma di norma c’era un “narratore” in sala che li sostituiva.

Il film è ricordato soprattutto per essere fra l’espressionismo, l’impressionismo e il surrealismo, specialmente nella prima parte, ma non se ne può giudicare la struttura nel complesso poiché non si è certi di quali parti manchino. Ci sono effetti speciali, tantissime doppie esposizioni, movimenti di macchina (non comunissimi all’epoca) e montaggio a tratti velocissimo con riprese di pochissimi secondi. A ciò si aggiunga che si svolge in un asilo per malati di mente e quindi vengono mostrarti sogni, fantasie e allucinazioni. Per soli cinefili incalliti …

Crime and Punishment (Lev Kulidzhanov, URSS, 1970)

La mia 435^ visione (pochi giorni fa) era stata l’adattamento realizzato da Josef von Sternberg (1935, protagonista Peter Lorre, di soli 85’) che avevo apprezzato ma, pur non avendo mai letto il romanzo, mi sembrava che la storia fosse stata troppo ridotta. Questa versione russa di 3h40’, è chiaramente più completa ma forse riduce troppo i rapporti fra il commissario e il protagonista, che invece era la parte più interessante e avvincente del film americano. Qui prendono invece molto spazio i vari pretendenti della sorella del protagonista distraendo lo spettatore dal tema principale, quello chiaramente esposto nel titolo. Nel complesso ho preferito il primo, più compatto e focalizzato sui tormenti di Peter Lorre, anche se l’ambientazione mi ha lasciato perplesso. Al contrario il russo è di gran lunga migliore per le scenografie e costumi, ma non mi hanno convinto le interpretazioni e la lunghezza poteva essere senz’altro ridotta.

 

Gentlemen of Fortune (Aleksandr Seryy, URSS, 1971)

Si basa su un soggetto già utilizzato tante volte (un sosia “per bene” che sostituisce un criminale), ma i caratteri dei suoi due compagni di avventura (che poi diventano 3) sono molto diversi e le trovate sono piuttosto originali. ,Commedia per famiglie, grazie anche alla presenza della star Yevgeny Leonov nei panni del direttore di asilo / malvivente, fu il film sovietico più visto nel 1971, ben 65 milioni di spettatori.

Afonya (Georgiy Daneliya, URSS, 1975)

Meno interessante e più lenta dell’altra commedia di questo gruppo, segue le giornate sconclusionate di un idraulico sfaticato, beone e donnaiolo, che si caccia regolarmente nei guai. Divertenti le scene nelle quali il protagonista viene sottoposto al giudizio della commissione che lo deve giudicare per le sue mancanze. I colleghi di lavoro appaiono apatici e quasi assopiti, eppure sono obbligati a presenziare e decidere se il colpevole di turno è meritevole di un semplice richiamo o di una severa reprimenda! Anche questa fu vista da oltre 60 milioni di spettatori.

 

#cinema #cinegiovis

domenica 8 marzo 2020

Micro-recensioni 51-60 del 2020: ottimo Gremillon, deludente Oshima, ma c'è altro

Decina con molte novità e sorprese, estremamente varia seppur con qualche ripetizione di registi con quella fondamentale ed estremamente gradita di Jean Grémillon, regista francese stimato benché poco conosciuto, scoperto per puro caso in quanto a lui era dedicata la retrospettiva in corso alla Cinemateca  Portuguesa nel mio unico giorno libero a Lisbona.
 
Gardiens de phare (Jean Grémillon, Fra, 1928)
Remorques (Jean Grémillon, Fra, 1941)
In quanto al primo non si può non pensare al recentissimo, e ottimo, The Lighthouse (di Robert Eggers, 2019, candidato Oscar per la fotografia). Qui i due guardiani del faro, isolato a causa del mare in tempesta sono padre e figlio e il loro rapporto è ben diverso da quello fra i personaggi in continuo contrasto interpretati da Willem Dafoe e Robert Pattinson, e oltretutto cambia molto con il passare dei giorni, fino al tragico finale. Ben diretto e interpretato, con pochissimi cartelli, ottima fotografia.
Anche il secondo è irrevocabilmente legato al mare in tempesta ma la parte principale è più melodrammatica che avventurosa. Jean Gabin è il capitano di un rimorchiatore d’alto mare con una moglie un po’ oppressiva e una potenziale amante salvata da una nave in pericolo. All’ottima descrizione dell’ambiente marinaresco del piccolo porto francese, con l’equipaggio pronto a partire in qualsiasi momento e, ovviamente, con condizioni meteo quasi proibitive, si contrappongono pessime scene in mare (modellini scadenti in vasca con onde esagerate).
Ho preferito il primo, ma entrambi meritano la visione.
 
The War of the Worlds (Byron Haskin, USA, 1953)
An Inn at Osaka (Heinosuke Gosho, Jap, 1954)
Seguono due film che non hanno niente in comune se non la novità (per me).
Il primo è il più famoso adattamento cinematografico del racconto del 1898 di H. G. Wells e, specialmente considerata l’epoca in cui è stato girato, è senz’altro meritevole di aver ben proposto l’arrivo dei conquistatori alieni e i successivi scontri con raggi mortiferi da un lato e armi convenzionali (ma fino all’atomica) dall’altro. Pur non essendo assolutamente appassionato del genere, mi è sembrato un prodotto ben fatto, snello e piacevole da seguire.
Al contrario, il film di Gosho rientra in una tipologia che apprezzo particolarmente, vale a dire i film giapponesi degli anni ’40-’50 che descrivono i vari ceti sociali alla disperata ricerca di un ritorno alla “normalità” dopo la disastrosa fine della guerra. In questo caso si propone il contrasto fra una moralità tradizionale e la spregiudicatezza di affaristi senza scrupoli, sullo sfondo della società ricca che ancora organizza festini con prostitute, geishe e tanto sakè che contrasta con la classe di lavoratori sfruttati e malpagati. Si tratta del primo film di questo regista che mi capita di guardare, ne cercherò altri … in più situazioni ricorda Ozu … il che è senza dubbio un titolo di merito.
   
Death by Hanging (Nagisa Ôshima, Jap, 1968)
Boy (Nagisa Ôshima, Jap, 1969)
L'impero dei sensi (Nagisa Ôshima, Jap, 1976)
Regista giapponese a cavallo fra i classici del dopoguerra e la nouvelle vague, divenuto improvvisamente famoso nel mondo per l’ultimo dei 3 succitati (da non confondere con il successivo L’impero della passione, 1978), con tanto sesso esplicito, oltre l’erotico, da alcuni definito porno artistico. Devo dire che non mi ha particolarmente avvinto e che, seppur con storie e ambientazioni completamente diverse fra loro, trovo che tenda ad essere estremamente ripetitivo.
Il primo è una commedia dell’assurdo di tipo kafkiano, portata avanti quasi in tempo reale. Un coreano condannato a morte, sopravvive all’impiccagione creando panico e sconcerto fra guardie, giudice, sacerdote, boia e secondini che si confrontano duramente tentando di risolvere il busillis: un’esecuzione si può ripetere? I punti di vista, sostenuti con veemenza, sono quindi tecnici, legali, medici, spirituali o anche filosofici. Alterna momenti arguti e interessanti ad altri divertenti, ma due ore sullo stesso tema sono troppe.
Boy sembra invece essere l’antesignano dei film basato su famiglie asiatiche dedite a truffe e reati minori rappresentati (con successo) nei moderni Shoplifters (2018, Hirokazu Koreeda, Jap, Nomination Oscar) e il recentissimo Parasite (Kor, Bong Joon Ho, 2019, 4 Oscar). In questo caso si tratta finti incidenti automobilistici, ma l’essenza del film sta nella relazione fra i tre protagonisti.
Il terzo, come detto il più famoso all’estero, pur se tecnicamente ben realizzato, risulta noioso o, per gli amanti del porno, insufficiente. Per me il peggiore dei tre.
   
Frances (Graeme Clifford, USA, 1982)
Quills (Philip Kaufman, UK/Ger/USA, 2000)
Le placard (Francis Veber, Fra, 2001)
L’ultimo terzetto è molto vario, ma i film (elencati in ordine cronologico) possono accomunarsi con l’espressione senza infamia e senza lode.
Il primo è un biopic dell’attrice Frances Farmer la cui carriera, dopo una rapida ascesa, si concluse più o meno repentina a causa dei suoi comportamenti. Pare che la versione dei fatti presentati nel film siano stati oggetto di aspre contestazioni. Nomination Oscar per Jessica Lange protagonista e Kim Stanley non protagonista.
Quills ha qualcosa in comune sia con L'impero dei sensi che con Frances. Con il primo per parlare di rapporti sessuali poco convenzionali (anche se mostra molto meno) e con il secondo per voler narrare l’ultimo periodo di vita di De Sade (ma con pochi fatti reali e grande fantasia). La scadente sceneggiatura è tenuta in piedi dal notevole cast nel quale si distinguono il sempre affidabile Michael Caine e Geoffrey Rush (Nomination Oscar protagonista), mentre Kate Winslet e Joaquin Phoenix mi sono sembrati molto meno convincenti.
Le placard risulta forse il più piacevole, essendo una commedia di costume senza pretese. La finzione di essere omosessuale al fine di mantenere il posto di lavoro, scatena una serie di eventi divertenti, in parte esagerati, ma sostanzialmente plausibili … una buona critica di costume, basata sulla ormai radicata ossessione del politically correct.

venerdì 6 dicembre 2019

76° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (376-380)

Gruppo molto eterogeneo per data e provenienza se non per la coppia di film messicani, per puro caso simili nel proporre lo sfruttamento degli indigeni specialmente nel secolo scorso. Gli altri tre sono un anglo-americano e un nippo-singaporiano attuali e un francese del 1936. 
Nel complesso una più che soddisfacente qualità e varietà. 

   

376  Rocketman (Dexter Fletcher, UK/USA, 2019) * con Taron Egerton, Jamie Bell, Richard Madden * IMDb 7,4  RT 89% * Nomination Queer Palm a Cannes
Film ovviamente biopic musicale ma solo poche scene sono da musical (con coreografie). Come tutti sanno, ricostruisce la vita di Elton John mostrando avvenimenti salienti e persone che hanno avuto ruoli importanti nel campo affettivo e/o artistico. 
La buona regia porta ad una narrazione snella, ben strutturata, con un montaggio spesso rapido che predilige i particolari; le interpretazioni sono sostanzialmente buone, anche quelle dei giovani Elton (Matthew Illesley e Kit Connor, 9 e 14 anni) e senz'altro quella di Taron Egerton che ricopre il ruolo di Elton John adulto. Non so se i numerosissimi costumi e accessori sfoggiati sono esatte repliche di quelli esibiti dall'artista, ma certamente sono affascinanti per creatività e colori (in particolare occhiali e calzature).
Film più che piacevole e, nel complesso, ben realizzato che tende a mostrare molto del lato umano di Elton John lasciando quasi in secondo piano le sue notissime canzoni delle quali frequentemente si ascoltano brevi spezzoni.
Ottimo film di genere montato con vari flashback. 
Consigliato ... e non lo dice un rockettaro.

377  Ramen Shop  (Eric Khoo, Jap/Sing, 2018) Ramen Teh * con IHARA, Takumi Saitoh, Seiko Matsuda * IMDb 6,8  RT 83% 
Il soggetto riporta un po' alla mente la trama del cult culinario Tampopo, (1985, Jûzô Itami) ma in questo caso procede parallelamente ad una non semplice storia familiare e a rivendicazioni etnico politiche fra giapponesi, cinesi e singaporiani.  
Chi ha familiarità con le cucine orientali non potrà fare a meno di avere l'acquolina in bocca, entusiasmarsi guardando gli ingredienti, le preparazioni e le pietanze impiattate, invidiare quelli che le stanno degustando. La parte relativa alla famiglia multietnica, che comprende tre generazioni è più complicata, a tratti toccante.
Anche se il titolo rimanda ai ramen (tipo di vermicelli comuni soprattutto in Cina e Giappone) la ricerca del protagonista è più orientata a ritrovare dei sapori della sua infanzia, in particolare quelli della pork rib soup (zuppa di costine di maiale).
Risulta coinvolgente (per chi ha esperienza nel ramo) la passione con la quale vari dei protagonisti parlano delle ricette, le mettono in pratica e assaggiano con sguardo trasognato.
L'alternanza fra i complicati rapporti umani e i dettagli gastronomici è bilanciata e ben gestita, anche se si potrebbe obiettare che, forse, i flashback sono un po' troppi.
Buon film per tutti, ottimo per appassionati di cucine orientali.

      

380  Le crime de Monsieur Lange (Jean Renoir, Fra, 1936) * con René Lefèvre, Florelle, Jules Berry * IMDb 7,4  RT 100% 
Difficile da categorizzare con precisione in quanto il rapido svolgimento degli avvenimenti presenta parti romantiche e parti quasi da commedia, c’è ovviamente un crimine e il criminale in fuga e questo non è uno spoiler in quanto si tratta della prima scena, poi il film prosegue quasi completamente con un lungo flashback. Un accorsato editore, con tanto di grande tipografia e decine di dipendenti, vive molto poco moralmente circuendo ragazze (per lo più sue dipendenti), imbroglia, truffa, appare sotto mentite spoglie, accumula debiti, ma tentando sempre di apparire come uomo di mondo, ricco e generoso … purtroppo non è così.
Ben diretto ed interpretato, scorre piacevolmente in un turbine di avvenimenti, amoreggiamenti e seduzioni. Da sottolineare che adattamento e dialoghi sono di Jacques Prévert, storia e sceneggiatura di Renoir.
Merita certamente la visione.

379  Rosa Blanca  (Roberto Gavaldón, Mex, 1961) * con Ignacio López Tarso, Christiane Martel, Reinhold Olszewski * IMDb 7,4
Come anticipato, è per puro che mi è capitato di guardare i due film messicani di questo gruppo uno dopo l’altro. Dicevo in parte simili in quanto questo si occupa dell’esproprio (ma si tratta di vera e propria rapina) di una fiorente attività agricola e di allevamento da parte delle compagnie petrolifere americane. I fatti si svolgono nello stato di Veracruz verso la fine degli anni’30 e si fa riferimento ad avvenimenti storici reali che poi portarono alla nazionalizzazione del petrolio messicano (PEMEX) e alla espulsione delle compagnie statunitensi.
Insolito film per Gavaldón per la sua chiara valenza politica (per 11 anni bloccato, uscì in Messico solo nel 1972); negli anni ‘40 e ‘50 il regista si era dedicato più che altro (e con successo) ai noir, crime e drammatici, e nel 1960 il suo Macario (per i contenuti spesso paragonato al Il settimo sigillo di Bergman, 1957) era stato candidato Oscar come miglior film straniero.
Buon film, ben interpretato e diretto, che conta anche sull’ottima fotografia di Gabriel Figueroa, un genio del bianco e nero, che fra i suoi oltre 200 film ne annovera tanti con Emilio Fernández “El Indio” e vari con Luis Buñuel.

378  La rebelión de los colgados  (Alfredo B. Crevenna, Mex, 1954) tit. it, “La ribellione degli impiccati” * con Pedro Armendáriz, Ariadne Welter, Víctor Junco * IMDb 6,8  * Nomination Leone d'Oro a Venezia
Al contrario del precedente nel quale una grande compagnia straniera si impossessava di un rancho messicano ben amministrato e con un buon trattamento dei peones, in questo caso lo scontro è tutto fra messicani … con avventurieri senza scrupoli e i loro capataz che letteralmente schiavizzavano quelli costretti (con ricatti e truffe) a lavorare per loro nello sconsiderato sfruttamento delle foreste di caoba, albero utilizzato per il suo pregiato legname, simile al mogano.  
Il titolo italiano chiaramente sbagliato anche se, questa volta, semplicemente tradotto male. Se fossero stati gli impiccati si ribellarsi si sarebbe trattato di un horror; in questo caso l’interpretazione corretta di colgados è “appesi”, non “impiccati”. Infatti chi era insubordinato o non riusciva a tagliare la quantità di legname diaria stabilita veniva lasciato penzoloni l’intera notte con i polsi legati insieme, dopo essere stato frustato.
La sceneggiatura è un adattamento del quinto romanzo (1936) facente parte del cosiddetto Ciclo della Caoba di B. Traven ed ambientato in Chiapas, durante gli ultimi anni della dittatura di Porfirio Díaz, si riferisce quindi ad avvenimenti di poco precedenti a quelli narrati in Rosa Blanca
Anche questo merita la visione non solo per il modo nel quale è realizzato (alla regia contribuì anche Emilio Fernández “El Indio”, seppur uncredited) ma anche per lo spaccato storico-sociale del Messico degli ani ’30.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

domenica 1 dicembre 2019

74° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (366-370)

Gruppo nettamente dominato dall’unico giapponese che, da solo, vale tutti e quattro i film di Hollywwod che completano la cinquina, nonostante i tanti nomi di grido (John Huston, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Marilyn Monroe, George C. Scott, Henry Hathaway, Tony Curtis, Frank Sinatra, Richard Widmark, Joseph Cotten, …). Il film di Masaki Kobayashi è un vero capolavoro e ad esso è dedicato gran parte del post nel quale, per l’occasione, ai poster ho aggiunto varie immagini del film in questione ... da non perdere!

   

366  Kaidan (Masaki Kobayashi, Jap, 1964) tit. it. “Kwaidan - Storie di fantasmi” * con Rentarô Mikuni, Michiyo Aratama, Tatsuya Nakadai, Misako Watanabe * IMDb 8,0  RT 100% 
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Uno dei 3 lavori più apprezzati di Kobayashi, tutti realizzati nell’arco di pochi anni, essendo gli altri Human Condition (1959-61, in tre parti) e Harakiri / Seppuku (1962, per me il migliore in assoluto). Pur non essendo del tutto omogeneo se non per lo stile e il tema, i suoi i pregi sono chiaramente nella messa in scena e nella gestione dei colori che lasciano chiaramente trasparire i trascorsi pittorici del regista. La mancanza di effettiva continuità deriva dal fatto che si tratta di una raccolta di 4 famosi racconti tradizionali del soprannaturale, fra fantasmi e spiriti. Come quelli di ogni altro paese, sono abbastanza semplici e lineari, sotto vari aspetti anche scontati, mirando solo a sostenere la morale conclusiva tipica di qualunque favola.
Pur se diretto con la solita artistica lentezza di molti lavori del regista, ciò che lo rende pregevole e quindi generalmente apprezzatissimo, sono la fotografia, i costumi, le scene e i fondali. In particolare questi ultimi contano su una gran varietà di colori forti, poco reali, ma certamente di effetto e ben trattati, che forniscono eccellente sfondo per queste storie. (vedi foto). Il film fu completamente girato utilizzando set montati in un vecchio hangar, nessun esterno reale; nei colori onirici, quasi psichedelici, dei fondali predominano i colori fra i rossi e i gialli, includendo quindi gli arancioni, in tutte le tonalità possibili e immaginabili. 






Le 4 leggende sono di lunghezza molto diversa (p.e. la terza è lunga il triplo della quarta), la seconda è probabilmente la più coinvolgente per compattezza e interpretazione, avendo come protagonista Tatsuya Nakadai, attore preferito di Kobayashi, come sottolineato pochi giorni fa in merito a Black River.
Il terzo racconto, il più lungo in assoluto e quello con più attori, si distingue dagli altri per utilizzare classici dipinti giapponesi a supporto della descrizione di una epica battaglia navale fra due clan che sarà la base per gli eventi successivi. La macchina da presa anche in questo caso si muove lentamente (inutile dirlo... si tratta sempre e comunque di Kobayashi) fra disegni di volti, armi, barche e sangue. 
Nel caso vogliate guardare Kaidan (cosa che senza dubbio suggerisco) accertatevi di recuerare la versione completa di 3h03’ e non una di quelle ridotte  semplicemente accorciando scene, e tantomeno quella in cui è stato eliminato un intero episodio.


367  Pickup on South Street (Samuel Fuller, USA, 1953) tit. it. “Mano pericolosa” * con Richard Widmark, Jean Peters, Thelma Ritter * IMDb 7,7  RT 91% * Nomination Oscar per Thelma Ritter non protagonista; Leone di Bronzo e Nomination Leone d’Oro a Samuel Fueller a Venezia
Classico noir degli anni ’50, nel quale un borseggiatore si trova coinvolto suo malgrado in un affare molto più grande e pericoloso del solito, con polizia e non solo alle calcagna. Non manca in nome di richiamo (Richard Widmark), la femme fatale (Jean Peters) e la brava attrice di supporto (Thelma Ritter, Oscar). Ben realizzato in un classico ambiente noir, fra spionaggio internazionale e rapporti al limite del legale fra polizia e piccola malavita.
Più che buono nel suo genere.

      

369  The List of Adrian Messenger (John Huston, USA, 1963) tit. it. “I 5 volti dell'assassino” * con George C. Scott, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Tony Curtis, Frank Sinatra * IMDb 6,9  RT 63%
Non prometteva un granché in quanto a rating e, a prima vista, sembrava strana la presenza di 5 attori di calibro in un film semisconosciuto. Ebbene il film è migliore di quanto annunciato ma scordatevi di vedere i volti degli attori annunciati in quanto la maggior parte di loro appare solo in brevi scene e pesantemente truccati, praticamente irriconoscibili. Sarà possibile sapere chi è chi solo al termine, dopo il fatidico “The End”, quanto ognuno di loro si strapperà la maschera e rivelerà la propria identità, un sotterfugio al limite della truffa nei confronti degli spettatori.
Il vero protagonista è George C. Scott e il suo antagonista Kirk Douglas, entrambi sono garanzia di buona qualità di interpretazioni e sono ben supportati dal resto del cast (riconoscibile) che conta su volti non eccessivamente noti. Il soggetto è semplice e lineare (il classico gioco ad eliminazione da una certa lista) ma i motivi del killer sono ben occultati e il gioco fra gatto e topo è ben proposto, con vari interessanti e ben situati colpi di scena, spesso poco prevedibili.
Se piace il genere, più che sufficiente.

368  Portrait of Jennie (William Dieterle, USA, 1948) tit. it. “Il ritratto di Jennie” * con Jennifer Jones, Joseph Cotten, Ethel Barrymore * IMDb 7,7  RT 83%  * Oscar per gli effetti speciali e Nomination per la fotografia; Joseph Cotten miglior attore e Nomination Leone d’Oro per William Dieterle a Venezia
Trama romantica - fantasy - artistica con soggetto abbastanza insulso e prevedibile. Avvenimenti ripetitivi di incontri di una ragazzina (all'inizio) che nel corso del film diventa donna, ma è sempre interpretata (in modo poco convincente) da Jennifer Jones. Considerato che né Joseph Cotten né il personaggio che interpreta colpiscono in particolar modo, l'unico punto a favore del film resta Ethel Barrymore, sempre affidabile come i suoi fratelli Lionel e John.
Film mediocre nonostante nomination e altri riconoscimenti, evitabile senza rimpianti. 


370  Niagara (Henry Hathaway, USA, 1953) * con Marilyn Monroe, Joseph Cotten, Jean Peters * IMDb 7,0  RT 83%
Altro classico noir degli anni ’50, dalla trama potenzialmente interessante con qualche buon twist, ma la sceneggiatura è lacunosa. Le pessime prove di Casey Adams e Marilyn Monroe che in quanto a capacità artistiche non riesce ad andare oltre l’ancheggiare, fanno sembrare non solo Joseph Cotten ma anche Jean Peters meritevoli di Oscar.

La regia di Henry Hathaway non riesce a salvare il film, peccato.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.