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domenica 8 marzo 2026

CHARLA 5: 1750km in kayak in Francia, da Dunkerque a Bordeaux (1986)

La narrazione di questo raid, che per caso cade proprio a 40 anni di distanza, avrà luogo venerdì 20 marzo e mi sembra perfetta per concludere la serie di Charlas di Viaggi irripetibili. A differenza delle precedenti 4, questa sarà a più voci poiché sarò affiancato dal dott. Belfiore, all’epoca presidente della Folgore, e dai “reduci” della spedizione Ernesto, Alessandro e Dario, che contribuiranno con i loro ricordi, raccontando anche delle attività dell’equipaggio di appoggio, visto che si alternavano fra pagaiate, guida e gestione camper, rifornimenti e preparazioni pasti e spuntini. 

Parleremo della vita lungo i canali, del funzionamento delle chiuse, del turismo fluviale, dell'incredibile costruzione del Canal du Midi, del “giorno di festa” nel quale pagaiammo fra le rapide dell'Ardeche invece che nelle solite acque più o meno calme.




Chi navigava lungo le coste lubrensi negli anni ’80, ricorderà le decine di kayak che ogni giorno lasciavano il porticciolo della Lobra pagaiando verso Sorrento, ma soprattutto verso sud per andare a Mitigliano, Jeranto o Marina del Cantone anche se non mancavano quelli che si spingevano ben oltre, fino a Crapolla, Li Galli o addirittura Positano.

L’idea di questa spedizione canoistica in Francia, percorrendo a forza di braccia vie d’acqua interne da nord a sud e poi a nordovest, risale al 1985, pochi anni dopo aver cominciato a pagaiare (1982). Feci un tentativo (abbastanza azzardato) di andare da Dunkerque (sulla Manica) ad Arles (quasi sul Mediterraneo) praticamente in solitario, con minimo appoggio a terra, ma una volta in Francia scoprii che, al contrario di quanto mi era stato riferito, il passaggio delle chiuse in kayak non era garantito e talvolta addirittura proibito. Essendo impensabile trasbordare ad ogni passaggio di chiusa, oltretutto con una canoa abbastanza piena e quindi pesante, rinunciai all’impresa senza dare neanche il primo colpo di pagaia, ma prima di rientrare in Italia raccolsi informazioni, comprai guide specifiche dei canali e fiumi francesi e fotocopiai le mappe e i dati delle chiuse dei tratti mancanti in una biblioteca di Parigi, aggiungendo anche i canali fra Arles e Bordeaux, fra Mediterraneo e Atlantico, che nel frattempo erano diventati parte integrante del progetto così come l’idea di viaggiare con un camper appoggio.


In quegli anni il club FoKa (Folgore Kayak) era cresciuto velocemente sia in quanto al parco canoe, sia in numero e capacità dei soci. Con alcuni di loro mi abituai a percorrere lunghe distanze in mare e cominciai a cercare compagni di avventura, mentre continuavo a perfezionare i dettagli del percorso. 

Finalmente, nella primavera del 1986 il progetto era pronto, avevo mappe dettagliate di tutti i canali e fiumi da percorrere, avevo stretto rapporti di collaborazione con il produttore delle canoe ASA, che ci avrebbe fornito le imbarcazioni, avevo studiato una dieta specifica con l’aiuto di una allenatrice di livello nazionale durante il mio soggiorno a Eugene, Oregon, avevo trovato qualche sponsor e il gruppo era quasi formato. Da maggio ad agosto aumentammo frequenza e distanze delle uscite in mare; ci fu qualche defezione fra i previsti partecipanti, ma trovai i sostituti (una veramente all’ultimo momento, come si può notare sul flyer di presentazione) e a inizio settembre partimmo.

Ci vediamo il 20 marzo nel Quartiere!

copertina del flyer di presentazione

lunedì 19 marzo 2018

Due casi emblematici di cattiva “gestione” di animali

Non entrerò nelle eterne polemiche che fra animalisti e non, fra chi ama “veramente” i cani e chi invece li compra perché è di moda e poi li abbandona, fra chi dice di amare gli uccelli (e li tiene in gabbia) e i cacciatori, fra i fautori del ripopolamento di lupi, orsi e cinghiali e quelli che da questi subiscono seri danni, e via discorrendo. Vi sottopongo invece due casi limite che, tuttavia, dovrebbero far riflettere. Le cause sono le solite, equamente ripartite fra esibizionismo, eccessiva tolleranza e commercio.

1 * Ippopotami a Las Chopas (Messico) e Antioquia (Colombia)
In un’area umida dello stato di Veracruz da oltre un mese si aggira un ippopotamo, secondo gli esperti di circa tre anni e 600 kg di peso. Considerato che l'areale di detti pachidermi è strettamente limitato ai corsi d'acqua africani ed escluso che possa essere giunto a nuoto, resta solo la possibilità che provenga (scappato o rilasciato) da uno zoo privato di qualche straricco (i narcos sono molto eccentrici), anche se chi dice che potrebbe essere stato “liberato” da un circo dopo la messa al bando degli animali in tale ambito. Pur essendo un specie aggressiva e letale (specialmente se in gruppo) questo esemplare, probabilmente nato in cattività, appare docile e “socievole” ed è quindi ben presto diventato la mascotte della popolazione locale che gli ha dato anche un nome: Tyson.  
Nelle ultime settimane gli avvistamenti del pachiderma sono diventati più frequenti e quindi c'è stata una processione di persone che, giudicandolo simpatico ed innocuo, lo lo avvicinano, si fanno gli ormai immancabili selfie e gli portano cibo, ovviamente per la maggior parte non adatto alla sua dieta.
Ma se il tranquillo Tyson al momento è gestibile ed essendo solo non c’è rischio di riproduzione, la situazione in Colombia è ben diversa ed il problema si sa che nacque oltre una ventina di anni fa. Insatti, è accertato che, seppur indirettamente, il “responsabile” fu Pablo Escobar (1949-1993, il più famosi dei narcos) in quanto, mentre rinoceronti, giraffe e altri animali furono presto individuati, i suoi quattro ippopotami si fecero vedere solo dopo che tutti gli altri suoi beni erano stati inventariati, sequestrati e trasferiti. Da allora si sono adattati alla perfezione e si sono riprodotti fino a diventare di certo oltre una cinquantina, ma potrebbero essere molti di più. Questi sì che sono pericolosi e quindi il progetto di individuazione, cattura e trasferimento è estremamente difficile da portare a termine. Nel 2009 un gruppo di soldati sparò all’unico maschio dei 4 ippopotami originali di Escobar, immediatamente gli “ecologisti” scesero in campo ed un giudice proibì la loro caccia (ovviamente senza curarsi di tutti gli altri animali autoctoni). 
Nel frattempo questi pachidermi hanno già alterato l’ecosistema dei corsi d’acqua della regione di Antioquia visto che mangiano fino a 50 kg di cibo al giorno, con le loro 3 tonnellate causano gravi danni al suolo dei boschi ed hanno praticamente cacciato nutrie, chigüiros y e manatí dal loro habitat naturale. Oltre a non avere problemi di riproduzione, a sopportare scarsezza di acqua e cibo, in Colombia gli ippopotami hanno l’ulteriore vantaggio di non doversi difendere da alcun predatore.
2 * Pitoni birmani in Florida (USA)
Nell’Everglades, parco nazionale americano di rilievo mondiale in quanto pressoché unico nel suo genere (World Heritage Site, International Biosphere Reserve, Wetland of International Importance), si stima che oggi ci siano parecchie decine di migliaia di Pitoni birmani. Questi serpenti sono fra le 5 specie più grandi al mondo, possono superare i 6 metri di lunghezza, pesare anche un quintale e, pur non essendo velenosi, sono dei formidabili predatori. Già dagli anni ’70 era stata notata la loro presenza ed era stata attribuita ai soliti idioti che li comprano e poi li abbandonano quando diventano troppo grandi per poter essere gestiti in un comune terrario. A questi si aggiunsero, nel 1992, circa 900 giovani pitoni che furono “sparsi” nei 3.800 kmq del parco dall’uragano Andrew che distrusse l’allevamento nel quale si trovavano; da allora si sono perfettamente adattati nell’area umida del parco e in alcune zone di Everglades si è registrata la quasi totale sparizione di mammiferi, evidentemente divorati o costretti a trasferirsi altrove.


Al momento è in atto un programma ufficiale di “cattura di pitoni” diretto dal biologo Mike Kirkland il quale, dopo aver provato a cacciarli con trappole, con cani specificamente addestrati, ad attirarli con feromoni, impiantando gps per localizzare le tane, ha dovuto ricorrere alla caccia vera e propria, addestrando 25 cacciatori e pagandoli. Questi, oltre al salario minimo  di 8,25 dollari per ora di caccia, ricevono 50$ per ogni pitone lungo più di 1,20 metri, ulteriori 25$ per ogni 30 cm in più e addirittura 200$ se trovano una tana con uova. Alcuni di loro, che catturano i serpenti con le mani, sono ormai personaggi quasi leggendari e la coppia più famosa è composta da Greg Morris e Dusty CrumWildman” (il Selvaggio) che hanno già eliminato varie centinaia di pitoni. Prima di partecipare a questo programma non erano cacciatori, dicono di amare gli animali, ma stanno dalla parte della fauna locale e non degli “invasori”.
Un cacciatore indipendente di pitoni, tale Wasilewski che collabora con vari enti scientifici e con l’Università della Florida, un anno fa invitò e ospitò per due mesi Masi Sadaiyan e Vladivel Gopal, due indiani specializzati nelle tecniche tradizionali per la cattura dei serpenti.
Questi pitoni sono capaci di percorrere anche decine di km e ormai si stanno avvicinando alle aree abitate e gli “incidenti” sono sempre più frequenti. Il 12 gennaio alcuni golfisti ne trovarono uno avviluppato attorno ad un caimano (Caiman crocodilus) sul prato vicino ad una buca, il giorno prima la polizia ne aveva catturato uno in una superstrada urbana di Miami, nella cui baia un canoista ne aveva avvistato uno arrotolato su un tubo.
Il biologo Mike Kirkland dice che nessuna persona è mai stata attaccata ma non esclude che possa accadere, specialmente se continuano a riprodursi e ad allargare la loro area di caccia. Per ora hanno già certamente alterato gli equilibri dell’ecosistema dell’Everglades.

Se si lasciassero gli animali "selvatici" nei loro ambienti originali, naturali e quindi più o meno equilibrati, si eviterebbero non solo tanti problemi immediati ma anche alcuni successivi, ancor più gravi.

sabato 25 luglio 2015

1750km in kayak, da Dunkerque a Bordeaux (1986)

I pochi che hanno letto di quella che ho citato come “impresa memorabile” nel mio profilo Google+ sanno che nel 1986 organizzai e guidai una spedizione canoistica in Francia attraversandola da nord a sud e poi a nordovest. Anche quelli che all’epoca bazzicavano per Massa e soprattutto navigavano lungo le coste lubrensi se ne ricorderanno o almeno ricorderanno le decine di kayak che ogni giorno lasciavano il porticciolo della Lobra pagaiando verso Puolo e Sorrento, ma sopratutto verso sud per andare a Mitigliano, Jeranto o Marina del Cantone anche se non mancavano quelli che si spingevano ben oltre fino a Crapolla, Li Galli, Positano e – lungo altra rotta, a Capri.
L’idea di questo lungo raid sull’acqua, a forza di braccia, risale al 1983, pochi anni dopo aver cominciato a pagaiare. A giugno feci un tentativo (abbastanza azzardato) di andare da Dunkerque (sulla Manica) ad Arles (quasi sul Mediterraneo) in solitario, ma una volta in Francia scoprii che, al contrario di quanto mi era stato riferito, il passaggio delle chiuse in kayak non era garantito e talvolta addirittura proibito. Essendo impensabile trasbordare ad ogni passaggio di chiusa, oltretutto con una canoa abbastanza piena e quindi pesante, rinunciai all’impresa senza dare neanche il primo colpo di pagaia, ma prima di rientrare in Italia raccolsi informazioni, comprai varie guide specifiche e fotocopiai le mappe e i dati delle chiuse dei tratti non compresi nelle guide. Già allora ero ben deciso a portare a termine il raid, in un modo o nell’altro.
Negli anni successivi il club FoKa (Folgore Kayak) crebbe, feci tanta esperienza e mi abituai a percorrere lunghe distanze in mare e, oltre a pianificare dettagliatamente il percorso, cominciai cercare compagni di avventura. Il tratto Arles-Bordeaux (dal Mediterraneo all’Atlantico, opzionale nell’83) divenne parte integrante del progetto e l’altro elemento nuovo e certo era quello di viaggiare con un camper appoggio.

Finalmente nella primavera del 1986 il progetto era pronto, avevo cartine dettagliate di tutti i canali e fiumi da percorrere, avevo stretto rapporti di collaborazione con Andrea Alessandrini (canoe
ASA) il quale si impegnò a fornirci i kayak, durante il mio soggiorno a Eugene, Oregon (U.S.A.) avevo studiato una dieta con l’aiuto di una allenatrice di livello nazionale, c’era anche qualche sponsor e il gruppo era in via di formazione. 
Da maggio ad agosto aumentammo le distanze medie delle uscite in mare, ci fu qualche defezione, trovammo sostituti (una veramente all’ultimo momento, come si può notare sul flyer di presentazione) e a inizio settembre partimmo.
Se qualcuno si sta chiedendo perché solo ora parlo di questo raid (che fornì grandi soddisfazioni e divertimento a tutti i partecipanti) ecco il motivo: dopo quasi 30 anni ho riordinato le varie centinaia di diapositive, quasi tutte scattate da Ernesto, e ne ho fatto eseguire delle buone scansioni. Nelle prossime settimane ne pubblicherò una buona parte, in gruppi di immagini in qualche modo connesse fra loro, accompagnati da post di approfondimento (vita lungo i canali, funzionamento delle chiuse, turismo fluviale, l'incredibile costruzione del Canal du Midi, deviazione alle Gole dell'Ardeche, ...) o da post descrittivi sui quali probabilmente (spero) i miei compagni di viaggio di allora avranno qualche commento da fare.
      
Per ora allego il flyer che comprendeva la copertina (di presentazione), un saluto/augurio del Sindaco, un breve scritto di Carlo Franco e un mio commento in qualità di promotore/organizzatore. Prossimamente aggiungerò una rassegna stampa e forse il filmato del servizio del TG3 sulla 1750km in kayak.