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lunedì 3 gennaio 2022

Micro-recensioni 386-388: ultimi 3 film del 2021

Post con i soli tre titoli con i quali ho concluso anche quest’anno oltre l’obiettivo di un film al giorno, superato per il sesto anno consecutivo a dispetto dei mancati viaggi e di una sosta di tre settimane, ma poi favorito dalle limitazioni covid che hanno limitato i movimenti. Anche se qualche giorno mi è capitato di guardarne 3 in un giorno, non ho le mire di Truffaut che affermava: 

“… Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte, che un giorno dovrà pure arrivare e che egoisticamente temo.

Venendo ai film, due sono diretti da Fritz Lang ed entrambi collegati in qualche modo a film degli anni ‘30 di Jean Renoir. Ho poi concluso l’anno in bellezza con il film d’esordio di Ridley Scott, statisticamente meno apprezzato di tanti suoi successivi, ma secondo me dovrebbe aver avuto maggior considerazione … e con questo comincio.

The Duellists (Ridley Scott, 1977, UK)

Per chi non ha presente la filmografia del regista è opportuno ricordare che appena due anni dopo diresse Alien (1979, oggi al 53° posto dei migliori film di sempre, IMDb), e poi Blade Runner (1982, al 172°), Gladiator (2000, al 44°), ma anche Thelma & Louise (1991), American Gangster (2007), The Martian (2015) e i recentissimi House of Gucci e The Last Duel. In quanto al film è doveroso sottolineare che si avvantaggia del soggetto tratto dal racconto The Duel di Joseph Conrad ma al regista vanno tutti i meriti di averlo messo in scena in modo eccellente senza indugiare più di tanto né sulle storie personali dei due eterni contendenti, né sui pur numerosi duelli (diversi per ambientazioni, armi e termini di sfida) che a volte fa durare anche meno di un minuto. Dovrebbero apprendere da lui i tanti che fanno durare anche la più semplice scazzottata 5 minuti e oltre con svenuti che resuscitano, quasi morti che atterrano l’avversario con un pugno e simili baggianate. I due ufficiali dell’esercito napoleonico protagonisti incrociano le lame per la prima volta nel 1801 e, pertinacemente, Harvey Keitel continua a sfidare Keith Carradine ogni volta che i loro reggimenti si trovano nella stessa località fino al duello conclusivo una quindicina di anni dopo, al termine dell’era napoleonica, dopo essersi affrontati perfino in Russia. Spettacolari sia la fotografia che la scenografia, come per esempio gli esterni del duello a cavallo, la preparazione dello stesso e gli attimi immediatamente precedenti preceduti da rapidissimi flashback. Anche tutto il resto merita, dalle ambientazioni negli accampamenti militari alle cittadine con taverne e prostitute, dai palazzi di comando alle rovine del duello finale. Più che convincenti sia i protagonisti che i coprotagonisti. Da non perdere.  

 

Human Desire
(Fritz Lang, 1954, USA)

Citato spesso come remake di La bête humaine (Jean Renoir, 1938, tratto dall’omonimo romanzo del 1890 di Émile Zola), è piuttosto un diverso adattamento del soggetto originale e non solo per la completamente diversa ambientazione ma anche per ruoli e caratteri dei protagonisti. I due film sono diversi per trama, sviluppi e conclusione e mancano di tante altre trame secondarie pur presenti nel libro; li accomuna l’ambientazione nel mondo dei ferrovieri, il tradimento, la passione e l’omicidio. In sostanza un buon noir, ma certamente Glenn Ford non vale Jean Gabin … interessante guardarli entrambi e, al di là della trama, apprezzare anche come i due registi hanno curato in modo quasi opposto la messa in scena.

The Woman in the Window (Fritz Lang, 1944, USA)

Questo collegamento con il lavoro di Renoir è più sottile e articolato. Stranamente, il film successivo Scarlet Street (1945) di Lang fu un remake di La Chienne (1938) di Jean Renoir ed ebbe lo stesso trio di protagonisti (Edward G. Robinson, Joan Bennett e Dan Duryea) e personaggi in parte simili. Tuttavia, in questo caso l’anziano professore (Robinson) si trova coinvolto in un crimine dopo aver incontrato la vamp (Bennett) a causa di un dipinto; nell’altro lui è pittore dilettante sfruttato dalla donna … Dan Duryea veste comunque ii panni del cattivo. Film certamente meno convincente degli altri due, anche se ha dei buoni momenti di classico crime/noir; deludente il finale.

sabato 23 ottobre 2021

Micro-recensioni 301-305: geniale Ulrike Ottinger, pessimo Clint Eastwood

Altri 3 titoli della rassegna Filmare la catastrofe, una sorprendente rarità di Ulrike Ottinger girata in Mongolia e il pessimo ultimo film di Clint Eastwood.

 

Johanna D'Arc of Mongolia (Ulrike Ottinger, 1989, USA)

Il film che non ti aspetti … ero stato attratto in particolare dalla location in Mongolia e dalle poche anticipazioni della trama, ma si è rivelato migliore di ogni mia più rosea aspettativa. In breve: si inizia nei vagoni della Transiberiana con un nutrito gruppo di personaggi a dir poco fuori del comune e si continua a seguire un gruppo di donne che trasbordano sulla Transmongolica finché il treno non viene assalito da “bandite” che le prendono in ostaggio. A questo punto il film cambia registro e comincia ad essere più documentaristico, ma senza rinunciare a situazioni da commedia derivanti dall’evidente cultural clash. Lo humor non viene meno, senza mai essere grossolano, i costumi mongoli dai colori sgargianti e gli infiniti spazi aperti (che includono deserti, steppe e pietraie) sono a di poco spettacolari. La prima parte, grazie ad una geniale scelta di personaggi, già difficile da incontrare separatamente immaginateli tutti insieme su un treno, risulta ironica e graffiante! L’incontro fra l'antropologa, la backpacker, l’insegnate di liceo, il trio di cantanti (le Kalinka Sisters), il superdecorato generale sovietico con attendente, l’artista, la star americana è esplosivo, e al gruppo si aggiungono i membri del personale delle carrozze vip del treno, che non sono meno eccentrici. Come metro di paragone pensate che l'ora è mezza di Cry Macho, mi è sembrata quasi più lunga delle 2h45' di questo film di Ulrike Ottinger, una delle poche rappresentanti del nuovo cinema tedesco insieme con Margarethe von Trotta, al fianco dei tanti bravi registi molti dei quali, però, si sono poi convertiti al cinema più commerciale come Wim Wenders e, saltuariamente, Herzog. La regista e sceneggiatrice del film era in sala e ha introdotto la visione del film, evidenziando il particolare coinvolgimento del cast mongolo.

Deluge (Felix E. Feist, 1933, USA)

Dopo che scadenti copie sono state le uniche disponibili per molti anni, nel 2016 è stato infine ritrovato un ottimo negativo completo, poi anche restaurato e digitalizzato. Non è certo un capolavoro, ma trova un suo spazio nella storia del cinema per gli innovativi effetti speciali, e più specificatamente per le catastrofi naturali, mostrati nella prima parte. Una decina di minuti fra terremoti e tsunami con una estesa miniatura di New York che pian piano viene distrutta dagli eventi catastrofici. Pur essendo un prodotto low budget ebbe subito grande successo arrivando nelle sale pochi mesi dopo il famoso primo King Kong che tanto aveva impressionato il pubblico per simili motivi. In verità gli effetti si fermano lì e poi il film continua accostandosi a vari generi, prima avventura, poi western dei pionieri e infine sentimentale.



  
Dead Man's Letters
(Konstantin Lopushanskiy, 1986, URSS)

Il caso volle che questo film, che narra di una società che vive praticamente segregata in una città distrutta da esplosioni nucleari, uscisse nello stesso anno del vero incidente di Chernobyl. Il regista era stato in precedenza assistente di Tarkovskij e, guardando il film, sembra ne sia stato influenzato in quanto a stile. Forse è più filosofico-morale che fantascientifico (specialmente con il senno di poi), le lettere lette dal protagonista sono indirizzate a suo figlio che, tuttavia, non compare mai.

Soylent Green (Richard Fleischer, 1973, USA)

Ultimo film interpretato, in un ruolo secondario, da Edward G. Robinson che morì prima dell’uscita del film che fu anche l’ultimo prodotto negli studios della MGM. Il protagonista di questa storia è un poliziotto onesto e cocciuto (Charlton Heston) che, a partire da un misterioso omicidio che si vuole far passare come conseguenza di rapina, risale ai gestori di un diabolico progetto di nutrizione (il cibo convenzionale è sparito da anni e si trova solo a mercato nero).

Cry Macho (Clint Eastwood, 2021, USA)

Avevo già notato le stroncature di critica (appena 60% su RT e 59 su Metascore) e di pubblico (5,5 su IMDb) ma avendo rispetto per i trascorsi di Clint Eastwood ho voluto guardare comunque questo film prima di rifiutarne la visione alla cieca. Essendo poi andato a scorrere i commenti su IMDb, penso che molti siano stati troppo buoni nei loro giudizi … storia senza senso, dialoghi pessimi, attori scadenti (anche Clint, anche se a 91 anni può avere le sue ragioni, non è per questo giustificato) a cominciare da quello che dovrebbe essere un tredicenne messicano ribelle. Di tramonti nel deserto ne abbiamo visti tanti, superfluo riproporne altri inutilmente. Le scene migliori sono forse quelle quando il film diventa sdolcinato nel corso della prolungata sosta in un paesino messicano. Un film di circa un’ora e mezza che mi è sembrato lunghissimo; un nonsense assoluto ma certamente non del tipo geniale di commedie come quelle dei Monty Python. Scegliete voi se andare a guardarlo o meno … ma ricordate che siete stati avvertiti!

lunedì 13 settembre 2021

Micro-recensioni 246-250: 10 noir USA classici (1: ’41-’49)

Prima parte di una selezione di 10 noir dell’epoca d’oro del genere, scelti fra i più quotati e che non guardavo da vari anni. L’eccezionale lista dei registi è composta da nomi che hanno fatto la storia del cinema americano e non solo: Huston (2), Wilder (2), Curtiz, Hawks, Walsh, Lang, Laughton e Welles. Non è da meno l’elenco delle star che comprende Humphrey BogartEdward G. Robinson, James Cagney, Kirk Douglas, Glenn Ford, Robert MitchumCharlton HestonOrson Welles. I loro rating medi sono 8,1 su IMDb e 96% su RT che quindi suggeriscono di guardarli tutti (qui proposti in ordine cronologico) a prescindere dai miei consigli, comunque tutti positivi.

The Maltese Falcon (John Huston, 1941, USA) aka Il mistero del falco

Un vero classico sempre inserito ai primi posti nelle classifiche dei film del genere e dell’epoca che però, pur parlando di ottimi film, non è fra i miei preferiti. Praticamente tutti i personaggi principali sono esagerati, in un senso o nell’altro: Bogart uomo irresistibile (?) dal pugno fulminante, la sua cliente per niente credibile, il grassone troppo caricaturale per quanto divertente (soprattutto nei dialoghi), il guardaspalle assolutamente incapace e Peter Lorre nel solito stereotipo di subdolo viscido. Eppure grazie alla regia di Huston e nonostante la trama a dir poco fantasiosa si lascia guardare con interesse fino alla fine. Nomination Oscar miglior film, sceneggiatura Sydney Greenstreet (il grassone) non protagonista.

Double Indemnity (Billy Wilder, 1944, USA) aka La fiamma del peccato

Altro film citato sempre fra i migliori (veri) noir, distribuito in Italia con un titolo assurdo, considerato che l’originale si riferisce invece al nocciolo della questione, il pagamento di un doppio indennizzo da parte dell’assicurazione. Al contrario di The Maltese Falcon, qui ci sono tanti personaggi comuni e credibili che quindi non obbligati ad essere supereroi o furbissimi. Grazie alla loro presenza e alle casualità ben congegnate si creano varie situazioni quasi da thriller. La buona regia, la bella fotografia b/n e le interpretazioni hanno contribuito ulteriormente a farne un cult. Al 113° posto fra i migliori film di tutti i tempi, ottenne 7 Nomination Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, Barbara Stanwyck protagonista, commento musicale e sonoro)

  
Mildred Pierce (Michael Curtiz, 1945, USA) aka Il romanzo di Mildred

Questo è forse il meno conosciuto di questo gruppo ma certo non sfigura in confronto agli altri, a differenza dei quali ha una maggior componente romantica e la vera protagonista è la donna del titolo, interpretata da Joan Crawford. Inizia con un omicidio a sangue freddo e la storia che potrebbe sembrare semplice in un primo momento si complica sempre di più nel racconto dei precedenti di Mildred, narrati in flashback. Vi compaiono tanti personaggi di vario genere, che spariscono per un certo tempo per poi ricomparire. Ad ulteriore differenza degli altri ci sono anche due co-protagoniste, la figlia di Mildred, croce e delizia della madre, causa scatenante di mille problemi e la sua assistente. Oscar a Joan Crawford protagonista e 5 Nomination (miglior film, sceneggiatura, fotografia e a Eve Arden e Ann Blyth non protagoniste)

The Big Sleep (Howard Hawks, 1946, USA) aka Il grande sonno

Tratto dall’omonimo romanzo di Chandler in cui per la prima volta appare il detective Philip Marlowe, che successivamente sarà protagonista di altri romanzi e film. Non riuscendo a giustificare il titolo ho effettuato una breve ricerca scoprendo che il protagonista si riferisce alla morte come grande sonno in una sua considerazione al termine del romanzo … ora lo sapete anche voi. Storia molto articolata e intricata, piena di doppiogiochisti, tradimenti e minacce che garantisce di non annoiarsi assolutamente durante la visione. Certamente più violento dei precedenti, ma questa è una caratteristica delle storie in cui appare Marlowe il quale, ad un certo punto, viene regolarmente pestato … ma non mancano i morti. Gossip: su questo set nacque la passione fra Bogart e Lauren Bacall che convolarono a nozze pochi mesi dopo.

White Heat (Raoul Walsh, 1949, USA) aka La furia umana

Qui il protagonista è James Cagney in uno dei suoi tanti ruoli di cattivo, spietato e psicopatico, con un rapporto quasi morboso con l’anziana madre. Mettendo in atto un piano teoricamente ben congegnato, finisce in galera dove, però, viene controllato da un agente sotto copertura. Snella e veloce la prima parte con il colpo al treno, piena di tensione quella centrale in prigione, da thriller l’ultima audace rapina, con finale letteralmente esplosivo. Bravi tutti gli attori della gang (anche se i loro nomi non sono molto noti) nonché le sole due attrici: Margaret Wycherly (già quasi 70enne, nel ruolo della madre) e Virgina Mayo (l’avvenente bionda di turno). Nomination Oscar per la sceneggiatura.

lunedì 23 novembre 2020

micro-recensioni 396-400: eccomi a 400 i film guardati nel 2020

Cinquina quasi tutta dedicata a Luis Buñuel, con 4 suoi film messicani spesso sottovalutati. Il quinto è il secondo sonoro di Jean Renoir, ripescato per essere l’originale di Scarlet Street (1955, Fritz Lang) suo remake americano, menzionato pochi giorni fa. Dei 4 di Buñuel, due sono di genere vagamente “passionale", gli altri due certamente di genere religioso. Comincio da questi ultimi.

 

Nazarin (Luis Buñuel, Mex, 1959)

Se gli altri 3 sono fra i meno conosciuti del regista di Calanda, Nazarin pur non essendo famosissimo ha certamente recensioni e valutazioni molto superiori (IMDb 7,9 * RT 86%, Premio Internazionale e Nomination Palma d’Oro a Cannes). Un sacerdote "rivoluzionario" (Francisco “Paco” Rabal) osteggiato dai più diventa un vagabondo ma senza rinunciare ad assistere il prossimo a sopportare qualunque offesa interpretando nel migliore dei modi il messaggio della bibbia. Illuminate dalla sua apparente santità, lo seguono 2 prostitute. I tanti incontri ed avvenimenti forniranno lo spunto per trattare argomenti sociali e religiosi. Come per Simón del desierto e The Young One il direttore della fotografia fu Gabriel Figueroa, ulteriore ragione per guardare questo film.

Simón del desierto (Luis Buñuel, Mex, 1965)

La storia è al limite del surreale e presenta l'anacoreta Simón (Claudio Brook) che vive da anni in cima ad una colonna, nel deserto. Tanti sono quelli che lo venerano come santo, che chiedono consigli, che lo sfidano su temi teologici e c'è anche il diavolo (Silvia Pinal) che appare sotto diverse spoglie e lo tenta nei modi più svariati. Ci sono anche varie citazioni come la bara che si muove velocemente fra le dune (che fa pensare a Nosferatu, 1922) e le formiche che escono a frotte dalla tana (dalla mano mozzata in Un chien andalou). (IMDb 8,0 * RT 86%, Premio FIPRESCI, Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia).

Aggiungo alcune notizie in merito alla produzione. Si trovano due motivazioni molto diverse fra loro come giustificazione della durata anomala del film. Quella più comune (vaga e non documentata) è la riduzione della durata per mancanza di fondi ma Silvia Pinal (protagonista e moglie del produttore Gustavo Alatriste) in un’intervista raccontò tutt’altra storia che tirava in ballo grandi nomi del mondo del cinema. Il progetto originale prevedeva tre storie e questa diretta da Buñuel era una di esse. Gli altri due registi avrebbero dovuto essere Federico Fellini, entusiasta ma pretendeva di avere sua moglie Giulietta Masina come protagonista, e Jules Dassin che avanzò simile richiesta proponendo sua moglie Melina Mercouri. A questo punto Alatriste dichiarò di voler dirigere anche lui sua moglie (che nell’idea iniziale doveva essere protagonista di tutti e tre gli episodi) ma Silvia Pinal si oppose volendo essere diretta di nuovo da Buñuel come negli pochi anni prima negli apprezzatissimi Viridiana (1961) e El ángel exterminador (1962). La stessa attrice propose due registi di primissimo livello quali Vittorio de Sica e Orson Welles per i restanti segmenti ma non se ne fece niente. C’è ancora un punto di contatto fra i mancati protagonisti di questa intricata vicenda in quanto in alcuni circuiti Simón del desierto fu distribuito in programma unico insieme con The Immortal Story (1968, 58’) diretto da Orson Welles.

  

Abismos de pasiòn (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Non conosco il libro, ma la maggior parte di quelli che lo hanno letto sostengono che si tratti dell'adattamento che meglio rappresenta l'essenza di Cime tempestose (Wuthering Heights, 1847, di Emily Brontë), con i suoi personaggi tormentati e le sue passioni violente, perfettamente rese dal regista (artefice principale della sceneggiatura), come suo solito quando si tratta di temi forti e viscerali. Ottime le interpretazioni anche se gli attori non sono famosissimi; avvincenti anche le scenografie, così come la trasposizione in ambiente messicano. 

The Young One (La joven) (Luis Buñuel, Mex, 1960)

Storia torbida, violenta e scabrosa, con componenti di religione e razzismo, tutta messa in scena su un’isola con due case di legno e 5 attori in tutto. L’unica presenza femminile è quella della modella Key Meersman (la giovane) che poi, curiosamente, è apparsa solo in un altro film, anch'esso ambientato su un'isola (L'isola di Arturo, 1962, di Damiano Damiani, dal romanzo di Elsa Morante). Si tratta di uno dei soli due film con cast internazionale girati in inglese, l'altro è Robinson Crusoe (1954).

La chienne (Jean Renoir, Fra, 1931)

I fatti salienti sono praticamente molto simili ma i caratteri dei personaggi principali molto diversi. Qui il travet-pittore (Michel Simon) vessato dalla moglie è meno docile e condiscendente di E. G. Robinson in Scarlet Street, ed è più intraprendente con Lulù (Janie Marèse) che è invece molto più remissiva nei confronti del suo amato Dédé. La questione dei quadri è quasi del tutto tralasciata e anche il finale è abbastanza diverso. In conclusione, vale la pena guardarli entrambi per essere film più che buoni, con ottimi protagonisti (Simon e Robinson); sono godibilissimi anche se (più o meno) si sa come andrà a finire la storia. La cagna (1972, di Marco Ferreri) è omonimo film italiano ma con tutt'altra trama … è infatti adattamento del romanzo di Ennio Flaiano.

 

#cinema #cinegiovis

lunedì 16 novembre 2020

micro-recensioni 386-390: il peggiore di questi noir ha 96% su RT …

Gruppo di noir classici dell’immediato dopoguerra, 4 USA ed un UK, tutti con ottimi rating su IMDb (media 7,6) e 100% su RT (tranne l’inglese, comunque uno dei miei preferiti). Torno ad elencare i film in ordine di mio gradimento e, al contrario di IMDb, gli “ultimi” sono i “primi”!

 

The Stranger (Orson Welles, USA, 1946)

Un ottimo film, costruito alla perfezione, magistralmente diretto e interpretato da Orson Welles, con scene cult come quella del campanile per non parlare del finale. In quanto alla regia, la sola brevissima scena dell'attizzatoio è di per sé un capolavoro. Tanti i colpi di scena e le coincidenze che causano svolte decisive nello sviluppo della storia. Chiaro anche il messaggio storico/politico con riferimenti al nazismo rafforzati da filmati di repertorio. Tutto il cast funziona alla perfezione, dai protagonisti E. G. Robinson a Loretta Young ai personaggi di contorno come Billy House nei panni dell’ineffabile Mr. Potter, in particolare quando indossava la visiera per giocare a dama. Da non perdere.

Brighton Rock (John Boulting, UK, 1948)

L’unico inglese del gruppo ma non certo il solo buon noir britannico dell’epoca. Anche questo (come il recentemente citato The Fallen Idol) è tratto da un romanzo di Graham Greene, che collaborò anche alla sceneggiatura. Chi conosce l’autore può facilmente prevedere la buona descrizione di personaggi molto realistici, ben distanti dagli indistruttibili americani, nonché i tanti eventi assolutamente imprevisti che punteggiano il film, fino alla geniale conclusione in stile short story. Ambientato nei bassifondi di Brighton, fornisce uno sguardo inusuale sulla nota località costiera inglese, fra gente comune in cerca di svago, allibratori e piccoli malviventi. Volti poco conosciuti a grande pubblico, eppure ottimi attori e caratteristi. Anche questo è da non perdere.

  

Out of the Past (Jacques Tourneur, USA, 1947)

Con il suo 8,0 su IMDb e 100% su RT dovrebbe essere il migliore di questo gruppo ma, come anticipato, sono in disaccordo. Certamente è di più che buon livello ma il personaggio interpretato da Robert Mitchum (sempre con il suo trench ben stretto in vita, in qualunque occasione) è troppo poco credibile e tutta la storia è a dir poco traballante. Kirk Douglas è relegato in un ruolo secondario, ma non si deve dimenticare che era appena al suo terzo film dopo l’ottimo esordio in The Strange Love of Martha Ivers. Ci sono anche ben due femmes fatale (Jane Greer e Rhonda Fleming) ma anche in questo caso le situazioni in cui abbindolano uomini di potere con un solo sguardo sollevano non pochi dubbi. Buona regia e fotografia, la sceneggiatura è la palla al piede.

Scarlet Street (Fritz Lang, USA, 1945)

Al limite della commedia per avere come protagonista un uomo di mezza età (neanche un Adone) che si illude di poter conquistare una avvenente giovane donna. Aggiungete il fatto che non ha grandi disponibilità economiche e che è sposato con un’arpia. Anche questo gode di ottime critiche, ma secondo me non vale i primi due del gruppo. Come in The Stranger, anche in questo caso (e in tanti altri film) spicca la bravura e la versatilità di E. G. Robinson, infatti riesce bene anche interpretando un personaggio ridicolo.  

Detour (Edgar G. Ulmer, USA, 1945)

Film apprezzato dai fanatici dei noir soprattutto per la struttura insolita basata soprattutto su due eventi unici e incredibili, quelli di una possibilità su un miliardo, ancorché assolutamente possibili. Ciò che non mi piace del film è l’eccessiva narrazione con voce fuori campo, caratteristica di molti film del genere, ma in questo caso esagerata. Tuttavia è bene sapere che, a detta di Peter Bogdanovich, “Nessuno ha mai fatto buoni film in meno tempo e con meno denaro di Edgar G.Ulmer” e che Detour è "uno degli esempi più leggendari di B-movie". Immigrò in USA come assistente di Murnau e successivamente fu secondo di altri apprezzati registi centroeuropei come Siodmak, Zinneman e Wilder, dal che si può dedurre il rimanere indipendente fu una sua precisa scelta.

#cinema #cinegiovis

mercoledì 2 settembre 2020

Micro-recensioni 291-295: due commedie sui generis e 3 film di Curtiz

Il pezzo forte di questo gruppo è senz’altro The Sea Wolf, ma anche gli altri 2 diretti da Curtiz (noir classici) sono notevoli. Le due commedie sono interessanti specialmente per i conoscitori e appassionati dei rispettivi settori: il capolavoro di Cervantes e la gastronomia.

  
The Sea Wolf (Michael Curtiz, USA, 1941)
Uno dei personaggi più inquietanti fra i tanti interpretati dall’ottimo Edward G. Robinson, il capitano di un veliero pressoché pirata (ma all’inizio del XX secolo) con parte dell’equipaggio forzatamente tenuto a bordo. Fra il folle e lo psicopatico, a tratti ricorda il capitano Achab (Moby Dick). Tranne le poche scene iniziali, tutto si svolge in mare aperto. Nel cast, che comprende tanti buoni caratteristi, si fanno onore Ida Lupino, John Garfield, Barry Fitzgerald, Alexander Knox e Gene Lockhart.
Consigliato.

Flamingo Road (Michael Curtiz, USA, 1949)
Noir politico, che vede protagonisti la più che combattiva Lane Bellamy, artista di fiera itinerante (Joan Crawford), e il viscido sceriffo Titus Semple, magistralmente interpretato da Sydney Greenstreet. Tutto l’entourage politico che si prepara alle elezioni e i successivi sviluppi sono molto ben descritti e, adattati in tempi e luoghi differenti, sono in ogni momento molto credibili.
Fra i tre, questo ha rating inferiori agli altri due che vantano un identico 7,5 su IMDb e 100% su RottenTomatoes, ma a mio parere non è di molto inferiore, quindi lo consiglio. 

The Breaking Point (Michael Curtiz, USA, 1950)
Terzo recupero della filmografia di Curtiz, si torna in mare e di nuovo lungo le coste del Pacifico, ma stavolta non si tratta di un veliero bensì di una piccola imbarcazione utilizzata per charter, per lo più per la pesca. Ritroviamo John Garfield (appena visto in The Sea Wolf) nei panni del quasi-proprietario della barca (deve finire di pagarla) il quale accetta lavori a dir poco loschi pur di non perderla. Chiaramente si ritroverà in un mare di guai e ci saranno numerosi morti, buoni e cattivi. Ottimo il finale, in particolare l’ultima scena. Sceneggiatura tratta da un racconto di Hemingway!
Consigliato.
 
La grande bouffe (Marco Ferreri, Fra/Ita, 1973)
Famosa commedia drammatica di Ferreri, ancora una volta in collaborazione con Rafael Azcona (scrittore dai testi estremamente graffianti) al quale si era affidato anche per i suoi primi film El pisito (1958) e El cochecito (1960). Cast d’eccezione con primi attori francesi e italiani fra i migliori dell’epoca: Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi. Fu anche la prima apparizione ufficiale della simpatica e abbondante Andréa Ferréol dopo una mezza dozzina di uncredited.
Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro a Cannes.
Quattro professionisti (nel film portano i nomi dei propri interpreti), si ritirano in una villa parigina per suicidarsi … mangiando (ovviamente piatti di alta cucina accompagnati da bevande pregiate) e non disdegnando compagnie femminili.
Commedia grottesca unica nel suo genere, da guardare solo se interessati a mangiate pantagrueliche, altri potrebbero disgustarsi …

Don Quijote cabalga de nuevo (Roberto Gavaldón, Spa/Mex, 1973)
L’ho voluto recuperare e guardare nonostante le recensioni non proprio stimolanti … la combinazione di due attori amati e apprezzati nei rispettivi paesi (Messico e Spagna) diretti da un affidabile regista della Epoca de Oro del cinema messicano, negli anni ’50 ogni anno presente a Berlino, Cannes o Venezia, mi aveva incuriosito molto. In effetti il film non è un granché, è molto slegato anche se la sceneggiatura include buone trovate che propongono una possibile diversa lettura delle deliranti azioni di Don Chisciotte (Fernando Fernán Gómez) e Sancho Panza (Cantinflas). Si lascia guardare solo per curiosità, se si conoscono personaggi e attori.

#cinegiovis #cinema #film