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giovedì 26 marzo 2020

Micro-recensioni 81-90 del 2020: generi, epoche e nazionalità molto vari

Decina molto varia, fatto salvo il trio di giapponesi degli anni ’30. Fra gli altri 7 ci sono 3 candidati Oscar come miglior film straniero (per Spagna, Giappone e Germania), una coproduzione quasi tutta africana (2 Premi a Cannes), un franco-coreano (premio a Berlino e Nomination a Cannes), un argentino (pluripremiato, ma per lo più oltreoceano), un franco-inglese (Nomination Palma d’Oro). Comincio con i candidati Oscar, in ordine cronologico.
Plácido (Luis Berlanga, Spa, 1961)
Sandakan 8 (Kei Kumai, Jap, 1974)
Sophie Scholl (Marc Rothemund, Ger, 2005)
La comedia negra di Berlanga (anche in questo caso coadiuvato da Rafael Azcona per la sceneggiatura) si svolge in un solo giorno e gioca sui soliti contrasti fra ricca borghesia bigotta (e franquista), una famiglia di che si ingegna come può per tirare avanti e un gruppo di veri poveri che in occasione della Vigilia di Natale sono “adottati” da benestanti, uno per famiglia. L’asse portante è tuttavia il tentativo di pagare una cambiale prima che vada in protesto. Come altri ottimi film di quell’epoca, furono necessari “salti mortali” per fare satira politica senza incorrere nella severissima (ma in effetti disattenta) censura. Tuttavia, Plácido (IMDb 8,0, RT 100%) non viene considerato dagli aficionados il miglior film di Berlanga, superato nettamente da Bienvenido Mr. Marshall (1953, 2 Premi e Nomination Grand Prix a Cannes, IMDb 8,0) e El Verdugo (1963, con Nino Manfredi protagonista, Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia IMDb 8,1).
In Sandakan 8 (Premio a Berlino e Nomination Orso d’Oro) si apprezza una delle ultime interpretazioni di Kinuyo Tanaka (della quale ho trattato nel precedente gruppo) per la quale ottenne l’Orso d’Argento quale migliore attrice. Il film si svolge in luoghi ed epoche ben distinte e la protagonista (prostituta per forza, mandata dal Giappone in Borneo) è interpretata da due attrici diverse. Ovviamente Tanaka ricopre il ruolo dell’anziana che racconta la sua storia ad una giovane giornalista (in incognito). Interessante, ben costruito, veramente ottima la prova dell’attrice.
Il terzo candidato Oscar di questo gruppo è una ricostruzione degli ultimi giorni di vita di una studentessa tedesca facente parte del gruppo di propaganda anti-nazista (la Rosa Bianca), dal momento di un’azione dimostrativa all’università di Monaco, all’arresto, interrogatorio e infine giudizio. Interessante, ma mi è sembrato troppo romanzato … penso che fu una di quelle Nomination giustificate dal tema e non per reale valore del film.
Moolaadé (Ousmane Sembene, Sen/BuFa/Mor, 2004)
Une vie toute neuve (Ounie Lecomte, Fra/Kor, 2007)
Questi due film “etnici-sociali” affrontano due temi ben noti nella realtà, ma poco rappresentati cinematograficamente. Moolaadé fu l’ultimo dei 9 film del regista senegalese Ousmane Sembene, all’epoca già 81enne, e affronta il problema delle mutilazioni genitali, oltretutto eseguite da non professionisti in condizioni sanitarie pessime. Tutta l’azione si svolge in un piccolo villaggio dalla vita sociale apparentemente tranquilla e ordinata, ma sono ancora radicate gerarchie e tradizioni che una parte (soprattutto le donne, ma non tutte visto che le “carnefici” sono 7 donne di potere) vorrebbe modernizzare e gli anziani (soprattutto uomini) che si ostinano a difenderle a qualunque costo. Le pecche principali del film stanno nella sceneggiatura in quanto tutti gli avvenimenti seguono una precisa cadenza per essere “esemplari”, quindi quasi tutti prevedibili, e nel fatto che si mette troppa carne a cuocere … mercenari, corruzione nelle forze di pace, sciamanesimo e altro.
Interessante ma troppo edulcorato e quindi in più parti poco credibile.
L’altro film tratta invece delle adozioni internazionali e la regista Ounie Lecomte (nata in Korea, adottata in Francia) per il suo lavoro di esordio prende spunto dalla sua vita reale in orfanatrofio in attesa di adozione. Fra i tanti film con ragazzini protagonisti di storie che includono collegi, riformatori e simili questo non mi è sembrato particolarmente degno di nota se non per l’originalità e per non narrare le solite storie di mini bullismo e continui contrasti fra i piccoli ospiti. Tutto l’ambiente, per la verità, sembra molto ordinato e, una volta tanto, gli adulti prendono effettivamente a cuore l’educazione dei bambini.
Valentín (Alejandro Agresti, Arg, 2002)
Swimming Pool (François Ozon, Fra/UK, 2003)
Poche parole per questi due film; il primo è una garbata commedia infantile che vede protagonista un ragazzino di 8 anni “parcheggiato” dal padre con la nonna molto svagata (interpretata da Carmen Maura). Le discussioni di Valentín con il vicino (musicista con molti problemi di relazione) e con una possibile giovane matrigna (incontro organizzato dal padre) sono argute, logiche quanto bastano, divertenti, per non parlare dei suoi rapporti con la nonna alla quale fa quasi da badante.
Il film di Ozon mi è sembrata un’occasione perduta in quanto partendo da un soggetto pieno di sorprese, si sviluppa bene fra dramma psicologico e mistery, per poi passare al crime e, nonostante il colpo di scena quasi finale, la conclusione lascia molto a desiderare. Più che buona l’interpretazione di Charlotte Rampling.
Tokyo Chorus (Yasujirô Ozu, Jap, 1931)
The Water Magician (Kenji Mizoguchi, Jap, 1933)
The Actress and the Poet (Mikio Naruse, Jap, 1935)
Infine, i tre giapponesi che si vanno ad aggiungere a Sandakan 8: l’ennesimo muto di Ozu (sempre affidabile), uno degli ultimi e più apprezzati muti di Mizoguchi (visto in una versione doppiata) ed una rara commedia di Naruse che successivamente si sarebbe dedicato per lo più ai drammi. 

sabato 21 marzo 2020

Micro-recensioni 71-80 del 2020: Kinuyo Tanaka, Yasujirô Ozu e il cinese Mu Fei

Decina tutta dell’Estremo Oriente quasi totalmente giapponese completata da un raro film cinese del 1948, da molti giudicato fra i migliori, se non il migliore, del secolo scorso.
Ben 7 dei 9 giapponesi sono legati al nome di Kinuyo Tanaka una delle più famose e attive attrici nipponiche, 202 film in 42 anni. Ha lavorato con i migliori registi dell’epoca e fra il 1953 e il 1962 ha diretto 6 apprezzati film. In questo gruppo ci sono 4 film di Yasujirô Ozu (3 dei quali muti nonostante si fosse già negli anni ’30) che la vedono protagonista e 3 dei suoi film da regista (in due dei quali ha anche una piccola parte). Fra le sue più famose interpretazioni a livello internazionale, sono quelle nei capolavori di Mizoguchi (Oharu, Sansho, Ugetsu) e lei è la Orin di Narayama di Kinoshita.
   
Love Letters (Kinuyo Tanaka, Jap, 1953)
The Eternal Breast (Kinuyo Tanaka, Jap, 1955)
Love under the Crucifix (Kinuyo Tanaka, Jap, 1962)
Più interessanti i primi due, in classico stile giapponese del dopoguerra, nei quali si notano influenze sia di Ozu che di Mizoguchi; il primo, Love Letters (tit. or. Koibumi, 2 Nomination a Cannes) segna l’esordio alla regia di Tanaka. Entrambi si possono includere nel genere melodramma realistico del dopoguerra; anche il terzo (ultima regia dell’attrice che negli anni successivi sarebbe apparsa solo in un’altra 15ina di film) è un melodramma ma è ambientato alla fine del XVI secolo ed è a colori. 
Koibumi, pur avendo in effetti protagonisti maschili, è centrato sulle donne che, loro malgrado, si dovettero adattare ad accompagnarsi con i soldati americani. A questi sono indirizzate le lettere d’amore del titolo e ogni donna ha una storia diversa. Questa anomala attività di scrivano del protagonista lo farà rientrare in contatto con il suo amore perduto …
La protagonista assoluta di The Eternal Breast è invece una donna, forte, che porta avanti la sua privata lotta per la propria indipendenza, contro i tradizionali principi della buona società giapponese (per lo più maschilisti) e contro il cancro. Se il primo era più sentimentale, questo è certamente drammatico, ma senza dubbio ben realizzato come l’altro.
Il terzo, come anticipato, dà più spazio alla cinematografia approfittando anche del formato (2.35:1), con molti esterni e bella scenografia (costumi e ambienti). In questo caso si tratta di una vecchia passione che si riaccende dopo molti anni ma è inibita da questioni religiose (all’epoca i cattolici era praticamente banditi, se non perseguitati). Queste saranno utilizzate per mettere fuori gioco avversari politici e concorrenti nel fiorente commercio con l’Occidente. Manca di spessore e si muove fra lo scontato e il ripetitivo.

Dove sono finiti i sogni di gioventù?  (Yasujirô Ozu, Jap, 1932)
Woman of Tokyo (Yasujirô Ozu, Jap, 1933)
Dragnet Girl (Yasujirô Ozu, Jap, 1933)
A Hen in the Wind (Yasujirô Ozu, Jap, 1948)
Può sembrare strano, ma nella prima metà degli anni ’30, mentre tutti si davano da fare per adattarsi all’avvento e gran successo del sonoro che fece cadere nell’oblio molti registi e attori che avevano avuto enorme successo con il muto, Yasujirô Ozu continuò a dirigere film muti fino al 1935 e solo nel 1936 uscì il suo primo talkie, The Only Son (tit. or. Hitori musuko). I suoi muti erano di genere molto vario, commedie che includevano visioni ironico/critiche della società giapponese (p.e. Dove sono finiti i sogni di gioventù?), drammi nudi e crudi (Woman of Tokyo) e perfino noir ante litteram (Dragnet Girl). Nei primi due il protagonista è Ureo Egawa, un attore dal volto molto particolare derivante dall’essere nippo-tedesco; negli anni successivi non ebbe grande successo. Come detto, in questi 4 film di Ozu è protagonista (o tuttalpiù co-protagonista) anche l’allora poco più che ventenne Kinuyo Tanaka.
Nell’ambito del cinema giapponese di quei tempi, Dragnet Girl è senz’altro un film insolito e in esso molti hanno voluto vedere l’influenza di von Sternberg e non sono pochi quelli che lo etichettano come antesignano dello stile dei noir americani.
In A Hen in the Wind (1948) si ritrovano invece molti dei temi dominanti del dopoguerra, il ritorno di soldati e prigionieri in Cina che si riuniscono con mogli e a volte figli che non vedevano da molti anni e le riunioni non sono sempre facili.
Tutti film da guardare, sia i 4 diretti da Ozu che i 3 di Kinuyo Tanaka.

   
Spring in a Small Town (Mu Fei, Cina, 1948)
Introspection Tower (Hiroshi Shimizu, Jap, 1941)
Yellow Crow (Heinosuke Gosho, Jap, 1954)
Comincio con l’unico cinese, di un regista che non conoscevo assolutamente, prematuramente scomparso a soli 44 anni con soli 10 film al suo attivo, eppure considerato uno dei migliori registi cinesi di metà secolo scorso. Il suo Spring in a Small Town è tenuto in gran considerazione anche per non essere un film politicizzato o di propaganda come erano la maggior parte degli altri dell’epoca. Mu Fei dirige un ottimo dramma sentimentale in spazi ridotti e con soli 5 attori (3 veri protagonisti). Anche in questo caso c’è un re-incontro fra un medico ed una sua possibile sposa di una decina di anni prima, ora spostata con un suo amico gravemente malato. Tutto ruota attorno ad un sottile intreccio di gelosia, passione, rispetto per l’amicizia e per il coniuge. Una vera sorpresa.
Di Hiroshi Shimizu ho già parlato nei post precedenti ed anche in questo suo film c’è molto realismo che a tratti si avvicina quasi al documentario. Descrive la l’interazione in un collegio per minori “difficili” (quasi riformatorio ma senza alcuna barriera), sia fra i ragazzi e ragazze ospiti, sia fra i giovani e i loro tutori. Film quasi corale molto ben realizzato.
Infine, Yellow Crow di Gosho, del quale avevo apprezzato An Inn at Osaka (1954) visto qualche settimana fa. Per l’ennesima volta si tratta di un ritorno di un uomo che ritorna a casa dopo una decina d’anni ma non riesce a entrare in empatia con il figlio (nato subito dopo la sua partenza). Il protagonista è in effetti il ragazzo (oggettivamente un po’ difficile) che, abituato a vivere da solo con la madre, si trova ora ad avere un padre che non lo comprende ed anche una sorellina che, ovviamente, crea qualche gelosia. Non mi ha convinto più di tanto, ma non è certamente malvagio.

venerdì 1 novembre 2019

65° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (321-325)

In questo gruppo domina un “film dell’anno” americano (l’ultimo di Tarantino) che si distingue nettamente dagli altri, 4 film giapponesi (o tre, a seconda di come si voglia considerare quello di Mizoguchi) di genere completamente diverso fra loro, anche se uno li comprende quasi tutti ...
   

325  Once Upon a Time in Hollywood (Quentin Tarantino, USA, 2019) * con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie * IMDb  8,0  RT  85% 
E per questo film si dovrebbe aprire un discorso pressoché senza fine, dati i suoi tanti livelli di lettura, tanti ottimi, alcuni un po’ eccessivi. Cercherò di essere stringato per quanto possibile.
Senz’altro è diverso dai film precedenti di Tarantino, non solo come contenuti ma come struttura in quanto è più vicino a un collage che a una storia con una certa linearità … ma non è che critichi la scelta. Ciò che ho trovato un po’ sovrabbondante è la quantità di citazioni e non per immagini (come spesso accade) ma con tanti nomi di attori, registi, cantanti che ovviamente non possono essere tutti conosciuti, specialmente alle nuove generazioni. Oltretutto, molti si riferiscono a serie TV americane di oltre mezzo secolo fa e i B-movie la fanno da padrone. Per esempio, la parte “italiana” del film si riduce ad una serie di titoli e di nomi, appare qualche poster e nulla più.
Detto di ciò che non ho apprezzato, tutto il resto è di livello più che buono come era lecito aspettarsi da Quentin Tarantino, secondo me un genio innovativo seppur legato alla classicità della cinematografia. Leonardo DiCaprio e Brad Pitt offrono ottime performance e sembrano trovarsi assolutamente a proprio agio in coppia. Ho letto che in effetti anche loro hanno gradito e che sperano di lavorare di nuovo insieme, qualcuno ha aggiunto potrebbero essere una nuova coppia in stile Paul NewmanRobert Redford.
I volti noti sono tanti e non solo quelli della solita gang di Tarantino, quasi tutti comunque ridotti ad apparire in poche scene, ma in modo significativo. Per esempio Kurt Russel e Zoë Bell sono qui partner e non più avversari mortali come in Death Proof (2007, Tarantino), ma torniamo al cappello … bisogna saperlo. Al posto di Bruce Dern ci sarebbe stato Burt Reynolds (se non fosse morto prima dell’inizio delle riprese) e avremmo visto anche Tim Roth (se non avessero eliminato la sua parte). I dialoghi sono spesso taglienti e la sceneggiatura per lo più snella e divertente, ma il film prende il volo solo nell’ultima parte quando, dopo tanta reverente venerazione per gli anni ’60 (non solo film e tv, ma anche abbigliamento, auto e musica) esplode il Tarantino che conosciamo, in un crescendo di sorprese e colpi di scena (specialmente per chi conosce gli eventi legati al caso Tate/Manson), suspense e violenza esagerata di puro genere splatter.
Quindi giudizio più che positivo, pur essendo limitato da ciò che per la maggior parte degli spettatori è quasi ermetismo, vale a dire tante citazioni sicuramente significative, divertenti e sarcastiche che si è certi che Tarantino abbia accuratamente scelto e inserito al momento giusto (in questo campo non lascia niente al caso), ma che non tutti possono cogliere.
Potrei aggiungere qualche altro commento, ma sarebbero degli spoiler.
Da non perdere.

323-4  The 47 Ronin - I e II (Kenji Mizoguchi, Jap, 1941-1942) tit. or. “Genroku Chûshingura” * con Tetsurô Tanba, Gô Katô, Kensaku Morita * IMDb  7,4  RT  82p% 
Anche se in seguito furono proposti come unico lungo film, si tratta di due film girati separatamente, usciti a vari mesi di distanza ed è risaputo che Mizoguchi provvide ad alcuni adattamenti, tenendo conto di alcune critiche ricevute in merito al primo. Si tratta di una storia di onore e lealtà di samurai (divenuti ronin per non avere più padrone), adattamento di lavori teatrali di Mayama Seika basati su eventi reali.
I fatti si svolgono nei primi anni del 1700 ma, considerato il particolare periodo all’inizio della II Guerra Mondiale, il film fu commissionato con finalità di propaganda morale. Appena una settimana dopo la premiere della prima parte ci fu l’attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbour.
Film senz’altro ben realizzato ma, in puro stile di Mizoguchi, molto lento, in particolare nella prima parte. Al contrario di quanto molti possano pensare, non c’è alcun combattimento e solo una spada viene sfoderata nelle circa quattro ore totali. Tutto si sviluppa a livello di discussioni in merito a onore, giustizia, vendetta, politica … e harakiri. Suggestivi gli interni dei palazzi, i costumi e i tipici cerimoniali giapponesi.
Imperdibile per chi non abbia idiosincrasia per questo genere di film … tutti gli altri lo troveranno noioso.

   

321  Rage  (Sang-il Lee, Jap, 2016) tit. or. “Ikari” * con Ken Watanabe, Mirai Moriyama, Aoi Miyazaki * IMDb 7,1  RT  90%p 
Film dalla costruzione molto interessante, per la cui corretta interpretazione bisogna procedere abbastanza avanti nella visione. Il preambolo propone un omicidio multiplo e poi subito si passa ad un montaggio intrecciato di varie storie con giovani personaggi singolari e diversi fra loro (ma in un certo senso simili). Quale sia il legame fra loro non è chiaro, né si percepisce immediatamente se siano contemporanee o si tratti di flashback, né se, come e quando confluiranno in una storia unica. 
Sotto questo punto di vista, il film risulta avvincente e mantiene sempre viva l’attenzione dello spettatore, anche perché molti personaggi danno l’idea di mentire ma non è sempre così. Pur non essendo un poliziesco vero e proprio (c’è molto spazio per amore e passione), non mancano momenti di tensione e suspense.
Merita una visione.

322  The Happiness of the Katakuris (Takashi Miike, Jap, 2001) tit. or. “Katakuri-ke no kôfuku” * con Kenji Sawada, Keiko Matsuzaka, Shinji Takeda * IMDb  7,1  RT  66% 
L’impareggiabile Jeannie, factotum del Movie Museum che di solito raccomanda i film, stavolta mi aveva avvertito: “Questo film è molto strano” … ed aveva ragione! Assolutamente indefinibile, parrebbe una revisione di vari generi, fra parodia e surrealismo, personaggi caricaturali che più volte interagiscono con figure di plastilina animate (claymation), qualche pezzo in stile musical! Ovviamente, questa sua incredibile miscela ha ricevuto plausi da alcuni (forse maggiori conoscitori dei sottogeneri giapponesi) ma anche tantissime stroncature da parte di altri.
Personalmente, ho apprezzato solo poche trovate che comunque non giustificano valutazioni complessive positive ma, ripeto, potrebbe esserci tanto altro che i non giapponesi non possono apprezzare. 
Non lo consiglio, anzi suggerisco di evitarlo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 22 settembre 2019

57° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (281-285)

In questa cinquina mista ci sono un classico hollywoodiano del dopoguerra vincitore di 8 Oscar, con cast stellare (5 Nomination 2 delle quali tramutate in Oscar), 3 film giapponesi di uno stesso regista (Mikio Naruse) ed una commedia italo-francese di una cinquantina di anni fa che all’epoca ebbe un gran successo commerciale ma visto oggi appare troppo datato e, permettetemi, abbastanza stupido; tuttavia resta un cult per la "lezione di camminata", quella che poi è rimasta indissolubilmente legata ad Aldo Maccione

   

281  From Here to Eternity  (Fred Zinnemann, USA, 1953) tit. it. “Da qui all’eternità” * con Burt Lancaster, Montgomery Clift, Deborah Kerr, Frank Sinatra, Donna Reed  * IMDb  7,6  RT 92%  * 8 Oscar (miglior film, regia, Frank Sinatra e Donna Reed non protagonisti, sceneggiatura, fotografia, montaggio e sonoro) e 5 Nomination (Burt Lancaster, Montgomery Clift e Deborah Kerr protagonisti, costumi e commento musicale)
Fred Zinneman, regista a dir poco versatile vincitore di 4 Oscar, reduce dal grande successo ottenuto con High Noon, uno dei più famosi western di sempre (it. Mezzogiorno di fuoco, 1952), dirige alla perfezione questo dramma tratto dall’omonimo romanzo di James Jones (1951). Al margine di un ambiente militare confluiscono numerose storie personali assolutamente diverse. Dal pugile (Montgomery Clift) che si rifiuta di combattere per la sua compagnia, nonostante le minacce esplicite dei superiori e il bullismo da caserma, al suo commilitone ritrovato ma ribelle e alcolizzato (Frank Sinatra), dal loro diretto superiore (Burt Lancaster) che instaura una relazione con la moglie del colonnello (Deborah Kerr) al sergente violento e razzista (Ernest Borgnine), fino alla ragazza (Donna Reed) arrivata alle Hawaii con la speranza di mettere un po’ di soldi da parte lavorando in un club frequentato per lo più dai militari di stanza a Oahu (Hawaii) che finisce per innamorarsi del pugile, ricambiata.
Un’ottima sceneggiatura, nelle mani di un regista come Zinneman, con un cast comprendente gli attori appena elencanti, non poteva che trasformarsi in un film di grande livello.
Da non perdere, come tutti i buoni film di quell'epoca, con bravi attori ben diretti, senza bisogno di effetti speciali e/o trucchi di sorta.

283  Inazuma (Mikio Naruse, Jap, 1952) tit. int. “Lightning” * con Hideko Takamine, Mitsuko Miura, Kyôko Kagawa * IMDb  7,6 
Una settimana dopo aver guardato Older Brother Younger Sister mi sono messo alla ricera di altri film di Naruse, visto che avevo anche aprezzato altre sue direzioni in passato. Come già ebbi modo di dire, pur non essendo forse di pari livello con i suoi contemporanei - e per alcuni versi simili - Ozu o Mizoguchi, è un ottimo interprete del realismo, un ottimo narratore essenziale, preciso, avvincente nella semplicità delle trame. Inazuma è senz’altro il migliore di questo trio, grazie anche all’impeccabile interpretazione della sua musa Hideko Takamine e al soggetto, fornito da un romanzo di Fumiko Hayashi. Dramma familiare che vede protagonisti una madre e i suoi 4 figli (tutti adulti), avuti da 4 uomini diversi. Un fratello dedito più all’alcol che al lavoro, e tre sorelle: una appena diventata vedova, una adultera e la più giovane che tenta di prendere le distanze dal resto della famiglia.
Come altri registi asiatici, Naruse è stato a lungo trascurato, essendo poco conosciuto. Negli ultimi anni, grazie anche a vari restauri e alla promozione della Criterion, molti cinefili e critici lo stanno rivalutando e lo pongo alla pari dei suoi più famosi colleghi della metà del secolo scorso.
Ne consiglio la visione, può essere una buona introduzione ai suoi lavori e un incoraggiamento a recuperare anche altri suoi film come Floating Clouds (1955) e When a Woman Ascends the Stairs (1963), entrambi con Hideko Takamine nel ruolo di protagonista.

      


284  Anzukko  (Mikio Naruse, Jap, 1958) tit. int. “Little Peach” * con Sô Yamamura, Kyôko Kagawa, Isao Kimura * IMDb  6,9 
Terzo e ultimo di questo trio di film di Naruse, altro dramma familiare, più che altro di coppia, con una brava moglie dall’incredibile limite di sopportazione, prossimo alla santità (o alla stupidità). Suo marito è un aspirante scrittore che soffre di una condizione di ammirazione / odio viscerale per il padre di lei, famoso scrittore. Storia ben narrata e protagonisti ben delineati, non solo i due, ma anche i genitori di lei (disponibilissimi nei confronti della figlia, ma dell’idea che qualunque decisione debba essere la sua), l’editore e qualche altro  personaggio significativo. Per l’ennesima volta, Naruse resta nell’ambito del realismo e in particolare del ceto medio, con qualche problema economico (ma non sono certo poveri), di cultura medio-alta e con qualcuno con i soliti problemi di alcool.
Film drammatico ben costruito, che certamente merita la visione.

282  Hideko, the Bus Conductress  (Mikio Naruse, Jap, 1941) tit. or. “Hideko no shashô-san” * con Hideko Takamine, Kamatari Fujiwara, Daijirô Natsukawa * IMDb  7,0 
Altro film di Naruse con Hideko Takamine, una delle più famose (e brave) attrici del secolo scorso, 180 film nell’arco di una cinquantina d’anni, dopo aver debuttato all’età di 5 anni. 
Piacevole commedia che propone uno spaccato della vita dei dipendenti di un’azienda di trasporto pubblico. In effetti si tratta di un mediometraggio, durando appena 53 minuti, ma resta comunque un buon passatempo ben realizzato ed interpretato.
Visione non indispensabile, ma certamente non criticabile sotto alcun aspetto.

285  L'avventura è l'avventura (Claude Lelouche, Fra, 1972)  * con Lino Ventura, Jacques Brel, Aldo Maccione * IMDb  7,0  RT  95%p 
Come scritto nel cappello, L'avventura è l'avventura è stato un po’ una delusione. Visto da ragazzo con compagni di studio (e nei primi anni ’70) fu divertente, ma non regge assolutamente il peso degli anni. Per la verità, lo abbiamo riesumato e l’ho guardato senza grandi aspettative, ma solo per prendere un po’ in giro uno che pur essendo più piccoletto rispetto a Maccione e non avendo mai visto questo film, cammina esattamente come lui! Per chi non sapesse di cosa parlo, ecco la scena degli aspiranti tombeur de femmes sulla spiaggia.
Commedia grottesca, quasi surreale, che vede un quintetto di piccoli delinquenti male assortiti che si lancia nel mondo delle grandi truffe, fra rapimenti, guerriglia e traffico di armi.
Più che altro per i nostalgici, per chi vuole vedere Ventura al di fuori dei noir e polizieschi, chi vuole passare un paio d’ore assolutamente non impegnative, con “comicità d’epoca”.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 3 giugno 2018

Cinema classico giapponese: "L'arpa birmana" (1956)

Avendo trovato un buon “canale”, ho messo mano ad approfondire la mia conoscenza del cinema giapponese classico seguendo i suggerimenti riportati in questa pagina dell’ottimo sito mubi.com.
Dei 30 scelti in un ampio lasso di tempo (da The Only Son di Ozu del ‘36 a Audition di Miike del ’99), dei quali ben 23 appartengono al periodo 1949-1964 con tanti lavori di Kurosawa, Mizoguchi, Ozu, ne avevo già visti circa una metà e ho cominciato a colmare le mie lacune più o meno dall’alto della lista (che non definirei classifica) con un film che inseguivo da molto tempo: 

153 - L’arpa birmana (Kon Ichikawa, Jap, 1956) 
tit. or. Biruma no tategoto” 
IMDb  8,1  RT 91% 
con Rentarô Mikuni, Shôji Yasui, Tatsuya Mihashi
Nomination Oscar film non in lingua inglese
3 Premi speciali e Nomination Leone d’Oro a Venezia
   
Questo famoso film di (fine) guerra è stato definito, giustamente, non solo antibellico e pacifista, ma anche religioso, poetico e filosofico. La sceneggiatura, adattata dal romanzo di Michio Takeyama, narra della fine della II guerra mondiale ed in particolare di un plotone di soldati giapponesi che vengono a conoscenza della notizia mentre sono più o meno sbandati in Birmania. Il tutto è visto da un'ottica particolare, proponendo non solo i più o meno comuni episodi di cameratismo, disperazione, speranza di tornare a casa (in questo caso molto lontana), lotta per la sopravvivenza, eroismo e nazionalismo esasperato ma anche l'evoluzione della coscienza del protagonista, il soldato Mizushima (Shôji Yasui)
Le impressionanti immagini degli innumerevoli cadaveri abbandonati che coprono aree intere sono state riprese in tanti film moderni che tuttavia tendono spesso più al cruento e allo splatter dimenticandosi del vero messaggio.
Altro elemento fondamentale che accompagna il gruppo di soldati nel corso dell'intero film è il canto. Il loro capitano, infatti, ha compiuto studi musicali con particolare riferimento ai cori e quindi li usa per animare i suoi subalterni invitandoli a cantare tutti insieme. E i cori cantati a gran voce, di solito in un crescendo e solo in qualche occasione con l'accompagnamento dell'arpa birmana, sono utilizzati anche per comunicare e per mascherare altro. La colonna sonora nel suo complesso apporta ulteriore emotività al film nel suo complesso.
Ben caratterizzati tutti i personaggi principali, oltre al protagonista spiccano le personalità del capitano e dell'anziana "ambulante" birmana che commercia con i soldati giapponesi detenuti al termine della guerra e speranzosi di essere rimpatriati. 
In conclusione, un gran bel film, pregno di contenuti e molto ben realizzato, supportato da ottime interpretazioni e bella fotografia, specialmente se si considera dove e quando il film è stato girato. 
In questo caso, al contrario di alcune visioni di film recenti forti di ottime recensioni, le mie aspettative non sono state assolutamente deluse.
Curiosamente, lo stesso Ichikawa diresse un remake (a colori) nel 1984, con lo stesso titolo, ma con molto minor successo (nel caso qualcuno volesse recuperare questo film stia quindi attento alla data). A mia memoria sono a conoscenza di un solo altro caso di film originale e remake diretto da uno stesso regista: Hitchcock ripropose The Man Who Knew too Much” (1934, b/n, con Leslie Banks, Edna Best e Peter Lorre22 anni più tardi in una versione a colori e oggi più conosciuta, con la coppia protagonista interpretata da due star dell'epoca quali James Stewart e Doris Day.
   
Continuerò questo mio viaggio cinematografico in estremo oriente con "When a Woman Ascends the Stairs" (Mikio Naruse, 1960) e "Anatomia di un rapimento" di (Akira Kurosawa, 1963).
   

mercoledì 18 maggio 2016

Cercate buoni film? Non trascurate quelli del secolo scorso.

Torno a parlare di cinema, soprattutto di buon cinema. Qualche giorno fa ho visto il mio 150° film del 2016, in anticipo rispetto alla media che mi ero proposto di un film al giorno (oggi è il 139° giorno dell’anno,  ho già pubblicato 150 microrecensioni e mi appresto a guardare il 153° film).
La mia videoteca proviene in gran parte dal mercato dell’usato e da ciò che è disponibile legalmente in rete (ci sono un sacco di ottimi film di pubblico dominio da scaricare ... in versione originale, ma per molti ci sono anche i sottotitoli disponibili. 
  
Con le possibilità offerte dalla tecnologia (internet) e con la grande quantità di dvd in circolazione nuovi e a poco prezzo ma anche sul mercato del’usato (ce ne sono migliaia ex-noleggio in ottime condizioni) quasi chiunque ha la possibilità di guardare ottimi in buona definizione anche se non sempre vera HD. Per esempio, dal mio ultimo viaggio sono tornato con 23 dvd fra i quali tre film che cercavo da tempo in quanto sempre presenti nelle liste dei migliori di lingua spagnola (El orfanato, Celda 211 e Los cronocrimenes) e poi Kiss of the spider woman dell’argentino trapiantato in Brasile Babenco, i pluripremiati agli Oscar Million dollar baby e Gladiator, la graditissima sorpresa The last station, la pietra miliare del cinema Citizen Kane, la musica cubana di Buena vista social club e il francese Le mari de la coiffeuse. E non sto parlando di Parigi o altra grande città, ma semplicemente dei mercatini dell’usato di Mahon (Menorca, Baleari) piccola cittadina di meno di 30.000 abitanti.
In passato, in mercatini simili in Portogallo e alle Canarie ho trovato vere perle come Sansho Dayu di Mizoguchi, Intolerance di Griffith, Guerra e Pace (7 ore) di Sergey Bondarchuk, Oktyabr (Ottobre) di Sergei Eisentstein, Bande à part di Jean-Luc Godard, Hiroshima mon amour di Alain Resnais e potrei ancora continuare ... e quasi sempre a un solo euro per dvd!
      
Internet, e-commerce e mercatini sono le più importanti fonti di film della mia videoteca della quale sono più che soddisfatto, così come sono molto soddisfatto della terza cinquantina di visioni. Queste rientrano nella media e, come feci in occasione della centesima visione, tiro le somme proponendo alcuni dati statistici e facendo alcune considerazioni di carattere generale. Anche questo gruppo di film è estremamente vario in quanto a generi, paesi e anni di produzione. Ci sono commedie, vincitori di Oscar, thriller e film di fantascienza, 15 sono precedenti al 1990 e includono un muto, 24 appartengono al periodo 2000-2014, 12 dell’ultimo anno e mezzo. Provengono da 17 paesi diversi, ovviamente con una predominanza USA (19), ma il gruppo di lingua spagnola (inclusa quindi tutta l’America latina) ne conta ben 15.
Fornisco questi dati poiché penso che gli amanti della settima arte, a giudicare da post e commenti su blog e simili e in particolare i giovani che sono ancora al loro primo o secondo migliaio di film, sembrano essere troppo attenti alle novità e cerchino film solo fra le produzioni recenti trascurando le ottime produzioni del secolo scorso, a partire dai muti. 
Tornando ai miei ultimi 50, ho scelti i 12 che più mi sono piaciuti (con una cera elasticità) e mi sono ritrovato con 5 dei 15 “vecchi” (prima del 2000), solo 4 dei 24 degli anni 2000-2014 e 3 dei 12 recentissimi.
Ciò dimostra che non si può e non si deve prescindere dal passato, nel cinema come nella musica, nella pittura o in qualunque altra forma di arte, se si vuole veramente capire e valutare le produzioni più recenti. 
Proprio per questo motivo  ho celebrato il raggiungimento del traguardo dei 150 film con la ri-visione di Citizen Kane  (di Orson Welles, USA, 1941 - distribuito in Italia come Quarto potere), un film eccezionale.

In conclusione, mi sento di suggerire ai cinefili di frequentare i mercatini e di cercare fra i dvd usati film di anni fa, ce ne sono tantissimi di eccelsa qualità, tuttora in circolazione ... attendono solo un acquirente che sappia riconoscerne il valore.