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lunedì 16 agosto 2021

Micro-recensioni 206-210: crime/mistery/fantasy spagnoli notevoli

Un buon mix, con un paio di crime ispirati a fatti reali (ma uno drammatico e l'altro adattato a commedia), un paio di fantasy di gran qualità e un film crime/sci-fi da metabolizzare con attenzione per cercare di venirne a capo ...

 

El extraño viaje
(Fernando Fernan Gomez, 1964, Spa)

Si sarebbe dovuto chiamare El crimen de Mazarrón essendo vagamente ispirato ad un fatto di cronaca nera, a tutt’oggi irrisolto. Su una spiaggia vicina alla cittadina in questione, nel gennaio 1956, un pescatore trovò due cadaveri e tre coppe di champagne (o forse cava), due delle quali erano state avvelenate. Non avendoci messo mano Rafael Azcona (strano) l’idea per questo film venne al suo grande amico Luis Berlanga, regista e sceneggiatore di tanti film che si trovano sempre citati fra i migliori spagnoli in assoluto e del periodo franchista in particolare. E anche in questo caso nella ben articolata storia inserì tanti personaggi e particolari “contrari alla morale del regime” tanto che appena uscito fu ufficialmente censurato e rimase nei magazzini dei produttori per 6 anni prima di tornare con gran successo nelle sale e diventare il cult che è adesso. Per evitare spoiler, dico solo che la caratterizzazione dei personaggi del piccolo paesino spagnolo è perfetta per una comedia negra (e critica di costume) spaziando dai giovani che seguono le nuove mode (con gran disapprovazione delle più anziane e interesse degli anziani) ai ricchi e avidi del paese che fanno vita riservata spiando ed essendo spiati, dai pettegolezzi da bar a quelli bigotti da chiesa, ma probabilmente ciò che portò alla censura fu l’uomo che indossa abiti femminili, apparendo anche con solo indumenti intimi. La storia è piena di sorprese e passa da un quasi mistery iniziale ad un chiaro thriller finale. Da non perdere, ma dovrete guardare la versione originale; infatti, il film non è mai arrivato in Italia ma d’altro canto potrete apprezzare al meglio le interpretazioni degli ottimi caratteristi protagonisti del film.

El orfanato (J.A. Bayona, 2007, Spa/Mex)

Nonostante la garanzia di Guilermo del Toro che ha prodotto questo esordio alla regia e nonostante il successo ottenuto, a tutt’oggi Bayona ha diretto solo 4 film; dopo questo iniziale e di pari livello Lo imposible (2012, ambientato nei giorni dello tsunami in Thailandia) e A Monster Calls (2016, fantasy concettualmente simile a Il labirinto del fauno), per concludere con il deludente Jurassic World: Fallen Kingdom (2018). I primi tre furono pluripremiati e hanno rating medi di 7,5 (IMDb) e 85% (RT). Tornando a El orfanato c’è da dire che qualcuno lo classifica come horror ma in realtà è tutt’altro, posizionandosi fra un mystery e un thriller, senza vere scene horror. Ben interpretato e con un’ottima ambientazione in un enorme ex-orfanatrofio immerso in un parco, richiama nel complesso The others (2001, Amenábar), ma ci sono anche vere e proprie citazioni di The shining (1980, Kubrick). A chi piace questo genere di storie ambientate in grandi edifici isolati con una propria storia ma al momento abitati solo da poche persone con qualcuno che confonde realtà, ricordi e visioni, suggerisco di guardare i tre film in relativamente rapida successione e paragonare gli stili di Bayona, Amenábar e del maestro Kubrick nel rappresentare corridoi e stanze vuote (o quasi) con il sottofondo di sinistri scricchiolii o nell’assoluto silenzio, nell’interrompere l’apparente calma con improvvise apparizioni, far vedere per pochissimi fotogrammi dettagli importanti nel contesto della storia, creare una vera suspense senza aver bisogno di urla, cadaveri, sangue e mostri pur parlando di morte. Da non perdere.

  

Los cronocrímenes
(Nacho Vigalondo, 2007, Spa)

Dovuta, prevista e gratificante visione di questo film che già mi aveva piacevolmente sorpreso, dopo esserci arrivato leggendo molti commenti positivi e trovandolo spesso nelle liste migliori film. Difficile porlo in una categoria specifica, certamente mistery, thriller e sci-fi, alcuni hanno aggiunto horror (ma non sono assolutamente d’accordo), altri dramma psicologico. In estrema sintesi, si tratta di un brevissimo e casuale viaggio nel tempo di un tranquillo professionista che (ahilui) si trova ad essere inseguito da uno strano individuo con la testa completamente fasciata nel bosco vicino casa sua. Si troverà ad affrontare situazioni assolutamente imprevedibili prima e perfettamente conosciute poi, avendo a che fare con personaggi praticamente irreali e dovrà fare i conti anche con sé stesso. Sceneggiatura a dir poco geniale scritta dallo stesso Vigalondo (qui anche attore, interpreta il giovane scienziato/ricercatore) già candidato Oscar 2005 per il suo corto 7:35 de la mañana. Mi ero ripromesso di guardarlo di nuovo per raccapezzarmi (meglio della prima volta) fra tutti i salti temporali in avanti, all’indietro e ... laterali. Penso che siano in pochi quelli che alla fine del film possano essere certi dell’identità del sopravvissuto e che quindi sia necessario guardare il film - con attenzione - almeno un paio di volte prima di trovare il bandolo della matassa ed interpretare il finale. Nonostante non sia un appassionato di questo genere, consiglio senz’altro la visione di Los cronocrímenes.

El laberinto del fauno (Guillermo Del Toro, 2006, Spa/Mex)

Si tratta del film con il quale Guillermo Del Toro si affermò definitivamente a livello internazionale, ottenendo 3 Oscar (fotografia, scenografia e makeup) e 3 Nomination (miglior film straniero, sceneggiatura e commento musicale); attualmente si trova al 146° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi. Ne fu anche unico sceneggiatore e produttore per poi passare subito dopo a produrre El orfanato del quale ho già scritto in questo post e che, in verità, preferisco a questo per la semplice ragione che è più compatto e focalizzato su una trama più lineare. Al contrario, El laberinto del fauno viaggia un doppio binario mescolando il dramma della guerra civile con il sadico capitano Vidal (Sergi López), che persegue gli ultimi partigiani repubblicani, alla parte fantasy che vede protagonista sua figliastra Ofelia (Ivana Baquero) con i suoi incontri con il Fauno. Seppur ben bilanciato e altrettanto ben realizzato, in fin dei conti i due argomenti di interesse non riescono a fondersi e quindi la narrazione non risulta fluida. Comunque da non perdere per gli amanti dei fantasy, me per l’argomento guerra civile spagnola e ascesa al potere di Franco è stato prodotto di meglio in quanto a contenuti.

El 7° dia (Carlos Saura, 2004, Spa)

Come El extraño viaje, questo misconosciuto film di Saura, uno dei suoi pochi di questo secolo a soggetto non musicale, è tratto da un fatto di cronaca nera dell’agosto 1990 che fece molto scalpore e tuttora viene ricordato come “il massacro di Puerto Hurraco”. Interessante descrizione della vita di un piccolo centro rurale dell’Estramadura, fra le tradizioni mantenute dagli anziani e la modernità dei giovani del postfranchismo. Fra salti temporali e qualche flashback copre una trentina di anni di storia della faida fra due famiglie, segnata da vari assassinii fino alla strage finale. Bella la fotografia e la ricostruzione degli ambienti (molti probabilmente quasi originali), avvincente e pertinente la colonna sonora (Saura non poteva deluderci) con i protagonisti che spesso canticchiano coplas famose ascoltando la radio; buone le interpretazioni. Consigliato.

giovedì 19 novembre 2020

micro-recensioni 391-395: un capolavoro e due uncredited di Buñuel

Il capolavoro è L’angelo sterminatore, i due unanimemente attribuitigli sono gli ultimi da lui prodotti in Spagna prima di spostarsi oltreoceano. Completano la cinquina un folle film messicano (da prendere così com’è, senza mezze misure) e uno dei primi di Saura.

El Angel Exterminador (Luis Buñuel, Mex, 1962)

Uno dei più famosi e enigmatici film del periodo messicano di Buñuel, durante il quale scrisse e diresse due terzi della sua intera produzione. Caustica descrizione delle miserie e ipocrisie della società borghese. Ripropongo quanto scritto un paio di anni fa.

"Un film che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, in merito al quale sono stati scritti fiumi di parole pur senza giungere ad alcuna conclusione. Buñuel, oltre 30 anni dopo il suo corto Un chien andalou, quasi un manifesto del surrealismo cinematografico, torna a spiazzare critica e pubblico con un film pieno di oggetti, animali, frasi, situazioni e atteggiamenti senza dubbio allusivi e simbolici, ma ciascuno si presta a molteplici interpretazioni ed è impossibile dare un sicuro senso complessivo a tale combinazione. A chi gli chiedeva lumi, Buñuel soleva ripetere che se il film sembra enigmatico anche la vita lo è, e come essa è ripetitivo e soggetto a molte interpretazioni. “La migliore spiegazione per L'angelo sterminatore è che, ragionevolmente, non ne ha alcuna”.

Fra i più frequenti argomenti di (accesissime) discussioni, oltre alla inspiegabile impossibilità delle persone di valicare soglie (invitati intrappolati nel salone, polizia, servitù e curiosi che non possono entrare nel parco, devoti in chiesa), ci sono le singolari ripetizioni di scene e dialoghi (che qualche operatore talvolta tagliava pensando si trattasse di un errore di montaggio), varie apparizioni di agnelli e di un orso, zampe di gallina, una mano mozzata che ricorda senz’altro quella con la quale “giocava” per strada l’androgino di Un chien andalou, la perdita della decenza borghese e del senso del tempo, e i mille riferimenti alla sensualità e alla religione, quest’ultima già tirata in ballo non solo nel titolo definitivo (l’angelo sterminatore è descritto nell’Apocalisse) ma anche in quello previsto inizialmente Los náufragos de la calle Providencia.

Dopo la breve e travagliata parentesi europea con Viridiana e prima di iniziare il suo lungo e conclusivo periodo francese, Buñuel tornò a girare in Messico, dove già c’era una certa crisi economica e si dovette “arrangiare” con mezzi e budget molto limitati. Più volte asserì che il film l’aveva pensato per una produzione europea, possibilmente in Francia. Anche per il soggetto di questo film contò sulla collaborazione del fedele Luis Alcoriza, ma solo lui si occupò della sceneggiatura ... e si vede che si tratta di un’opera tutta sua. Pur essendo stato presentato a Cannes nel 1962 (Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro), solo nel ’66 poté circolare in Messico mentre sia in Spagna che in Italia giunse solo nel 1968. Per Cahiers du Cinéma fu il 3° miglior film dell’anno, dopo Le mépris di Godard e The Birds di Hitchcock. Film assolutamente imperdibile! A prescindere dal gradimento, poi non si potrà fare a meno di discuterne."

Salvando al Soldado Pérez (Beto Gómez, Mex, 2011)

Film inaspettato che non è esattamente quanto lasci intuire il titolo che palesemente fa il verso a Salvate il soldato Ryan (1998) di Spielberg. Solo il recupero del soldato è in effetti in comune, ma questi è prigioniero in Iraq e quelli che lo vanno a salvare non sono suoi commilitoni ma uno sparuto gruppo di messicani, guidati da suo fratello maggiore, temuto capo di un cartel di narcos. Avrete capito che si tratta quindi di una commedia, ma non è esagerata quanto si potesse temere e l’elemento principale è la famiglia, l’amicizia e lo spirito di gruppo. Chi guarda il film non conoscendo i messicani e la loro cultura (sia tradizionale che moderna) si perde molto, la parodia è soprattutto sui personaggi (una collezione di stereotipi) spesso esagerazioni della realtà. Ma le caricature continuano anche all’estero (Turchia e Iraq) con turchi, russi e americani e relativi scontri a fuoco con ogni tipo di armi. Splendida la scenografia della “reggia” del protagonista, con zoo privato, oro a bizzeffe, ecc, così come il medaglione di Jesus Malverde, il santo (ovviamente non riconosciuto dalla chiesa) protettore dei narcos e la preghiera nella cappella con la sua tomba, promesse di funerali con mariachi e la conclusione con un narcocorrido scritto appositamente da Los Tucanos de Tijuana, con il perfetto riassunto della trama (è associato ai titoli di coda), quindi non ascoltate il pezzo se volete evitare spoiler.

Si comprende facilmente il 5,9 su IMDb, semplicemente media fra i tanti 10 e i vari 1 e 3 (quelli che probabilmente non lo hanno capito). Se si va a vedere una parodia di generi, personaggi e culture non ci si può aspettare altro. Senza voler assolutamente proporre paragoni, sappiate che anche Monty Python and the Holy Grail (1975, 8,2 e 126° miglior film di sempre su IMDb) ha ricevuto oltre 30 recensioni da 1! Gente che sbaglia film!

Stress-es tres-tres (Carlos Saura, Spa, 1968)

E continuando nei recuperi di film semisconosciuti di registi affermatisi in seguito, ho trovato questo, quinto film di Saura che 2 anni prima, con uno striminzitissimo budget, aveva diretto uno dei suoi migliori film in assoluto: La caza (Orso d’argento per la regia a Berlino). In Lo stress è tre, Tre (tit. it.) praticamente ci sono solo tre personaggi, una coppia e un amico/socio di lui. Lei è Geraldine Chaplin (al suo secondo dei 9 film con Saura, suo compagno per oltre un decennio) che, a mio parere, ha lavorato nel cinema solo per essere figlia di tale padre e non certo per meriti propri. Il marito è convinto che la moglie abbia una tresca con l’amico e nel corso di un viaggio in auto verso il mare diventa sempre più paranoico. Una tensione crescente ben descritta, che in un certo senso ricorda quella fra i tre amici in La caza, ma è assolutamente di livello e intensità inferiore. Per i migliori film di Saura si dovrà aspettare la metà degli anni ’70 con Ana y los lobos (1973), Cria cuervos (1974), La prima Angelica (1976) e Elisa vida mia (1977), prima che si dedicasse quasi esclusivamente a film/doc di vari generi musicali (flamenco, fado, tango).

 

¿Quién me quiere a mí? (J. L. Sáenz de Heredia, Luis Buñuel, Spa, 1936)

¡Centinela, alerta! (Jean Grémillon, Luis Buñuel, Spa, 1937)

Ne scrivo insieme in quanto si tratta di due film spesso inclusi nella filmografia di Luis Buñuel, ma il regista fu ufficialmente solo sceneggiatore e produttore (per la Filmófono compagnia co-fondata con Urgoiti nel 1935) anche se è ampiamente documentato che collaborò alla regia o, in particolare per il primo, disponeva scena per scena cosa dovesse fare il regista. Ricardo María de Urgoiti aveva brevettato un suo sistema di sincronizzazione del sonoro (Filmófono) e oltre alla produzione di film commerciali furono anche distributori; in quanto agli attori contarono su star dell’epoca quali il cantante Angelillo e la famosissima bailaora de flamenco Carmen Amaya. Dopo aver prodotto appena 4 film lasciarono la Spagna a causa della guerra civile.

Questi due film non sono gran cosa eppure sono girati in modo più che decente. ¿Quién me quiere a mí? tratta di una profonda crisi familiare con tanto dii minacce e sottrazione di minore, in ¡Centinela, alerta! ha gran peso la musica avendo nel ruolo principale Angelillo, all’epoca acclamato interprete di flamenco con un suo proprio stile, di coplas aflamencadasfandangos.

Entrambi si lasciano guardare ma più che altro per curiosità cinefila.

#cinema #cinegiovis

giovedì 21 maggio 2020

Micro-recensioni 171-175: dal Senegal al Giappone, con due perle europee di mezzo

La caza (Carlos Saura, Spa, 1966) Orso d'argento a Berlino per la regia
Un ottimo film visto solo una volta, una quarantina di anni fa. Pur sapendo come va a finire, mantiene tutta la sua carica drammatica; con questa nuova visione e con una molto migliore conoscenza della storia politica e sociale spagnola rispetto ad allora, risultano molto più evidenti i tanti riferimenti all’era franchista e alla guerra civile. L’abbondanza di simboli, allusioni e similitudini ne fanno quasi un film allegorico.
A chi conosce Saura solo per i suoi famosi film e documentari a tema musicale, ricordo che la sua miglior produzione in quanto a cinema a soggetto è quella precedente quando, nonostante la censura franchista, riusciva a produrre interessanti film polemici e relativamente audaci mascherando le critiche al regime nel simbolismo. Agli stessi ricordo anche che Saura fu pupillo e poi amico di Buñuel che aveva grande stima dell’allievo. Per esempio, quando sospese Simón del desierto propose a Saura di continuarlo e poi nel contratto per La via lattea incluse una clausola nella quale si stabiliva che nel caso fosse impossibilitato a continuare le riprese queste sarebbero state affidate a Saura. Ad un occhio attento non sfugge l’influenza del maestro sull’allievo.
Senz’altro consiglio la visione di almeno questi 3 suoi film degli anni ’70: Ana y los lobos (1973), Cria cuervos (1976, Gran Premio Giuria a Cannes) e Mamá cumple 100 años (1979, Nomination Oscar).

Il diritto del più forte (Rainer Werner Fassbinder, Ger, 1975)
Fra i registi di spicco del Nuovo Cinema Tedesco fu superato per fama e stravaganza sono da Werner Herzog. Dichiaratamente omosessuale, si sposò due volte e nei suoi film comparvero più volte le sue mogli e suoi amanti; esperto in ogni settore del cinema si occupava spesso di molti aspetti oltre la regia ed ha al suo attivo una 40ina di film, in questo è protagonista. Molti suoi lavori affrontano temi forti, a volta scabrosi, come omofobia, razzismo, differenze sociali e dal punto di vista della morale comune sono spesso reputati osceni. Questo Fox and His Friends (titolo alternativo internazionale) si svolge quasi esclusivamente in ambiente omosessuale fra amori mercenari, conquiste, gelosie e tradimenti, tuttavia il tema centrale sono le differenze di classe, di cultura e di potere economico (come sottolineato nel titolo originale). Senz’altro sopra la media, vivamente consigliato a chi non è troppo puritano e bigotto.
Wife! Be Like a Rose! (Mikio Naruse, Jap, 1935)
Classico film di Naruse (1905-69), ottimo regista che ebbe la sfortuna di essere contemporaneo del gran maestro Yasujirô Ozu (1903-63) e di trattare temi comuni, con stile relativamente simile, risultando quindi sempre offuscato dalla sua fama.
Storia ben narrata e da lui stesso adattata a partire da un lavoro teatrale. Una giovane ed indipendente donna di Tokyo che vive con sua madre va a trovare il padre (che le ha abbandonate già da molti anni ed ha una nuova famiglia in campagna) per avere il suo tradizionale consenso alle nozze. Ciò che ognuno immaginava degli altri si rivelerà sbagliato e molti dovranno ricredersi e agire di conseguenza.
Si nota, in positivo, l’origine teatrale della sceneggiatura e dei dialoghi. Se gradite il genere, è un film da non perdere.

La noire de ... (Ousmane Sembene, Sen, 1966)
Dopo aver guardato un paio di mesi fa l’ultimo dei soli 9 film del senegalese Ousmane Sembene (Moolaadé, 2004), ho trovato il suo primo lungometraggio, di quasi 40 anni precedente. Notevole, specialmente in considerazione che si tratti di un esordio, mostra evidenti caratteristiche proprie della Nouvelle Vague francese, tanto in voga in quegli anni. A differenza dell’altro (e della maggior parte dei suoi film) questo si svolge quasi interamente a Parigi dove una giovane senegalese raggiunge la famiglia francese presso la quale già lavorava in Senegal come babysitter, ma ben presto le aspettative della ragazza andranno deluse.
Ben girato e ben fotografato in bianco e nero, evidenzia una regia molto attenta con buone inquadrature, montaggio snello e qualche dettaglio pregevole come la maschera di legno. Interessante visione.

Touki-Bouki (Djibril Diop Mambéty, Sen, 1973)
Di tutt’altro genere quest’altro senegalese, in bilico fra surrealismo e avant-garde, certamente meno incisivo del film di Ousmane Sembene. A volte risulta confuso per mancanza di continuità spazio-temporale e per gli inserti onirici. Apprezzabili tentativo, ma per surrealismo e avanguardia di rilievo ci vuole molto di più.

martedì 7 maggio 2019

37° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (181-185)

Dopo la cinquantina di film visti in neanche 20 giorni alla Cineteca Nacional Mexico e durante i lunghi viaggi, torno a ritmi più normali con 3 muti (due dei quali di Fritz Lang), un lavoro georgiano quasi d’avanguardia e uno stranissimo film di Carlos Saura, che vede come personaggio principale un giovane Luis Buñuel, con i suoi amici dell’epoca Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca.

   

181  Una donna sulla luna (Fritz Lang, Ger, 1924) tit. it. “Frau im Mond” * con Klaus Pohl, Willy Fritsch, Gustav von Wangenheim * IMDb 7,4  RT 71%
Ottimo film di Lang, a me precedentemente del tutto sconosciuto, ben diverso dai suoi soliti drammi. Si sviluppa brillantemente fra i generi sci-fi, crime, romantico, avventura, drammatico e perfino un po’ di commedia. Trama avvincente, piena di sorprese, narrata con perfetta scelta di tempi e con una grammatica filmica tanto chiara da rendere quasi inutili i cartelli, a prescindere dalle buone prove degli interpreti. Le visioni futuristiche alla Verne risultano particolarmente interessanti così come le soluzioni scenografiche per il viaggio spaziale, con fondali e disegni che riprendono in parte quelli di Méliès.
Buona parte del film tratta degli avvenimenti che precedono la spedizione, che parte in fretta e furia con un equipaggio eterogeneo, assortito all’ultimo istante. Considerato che il titolo anticipa che il viaggio di andata avrà successo, resta il dubbio (fino all’ultimo minuto) in merito a chi tornerà sulla terra .... forse. I singolari personaggi sono tutti ben descritti, così come la rapida sequenza di incidenti concernenti il manoscritto degli studi, progetti e disegni del prof. Manfeldt.
La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Thea von Harbou, moglie di Lang dal 1922, e curata dalla stessa, che fu coautrice di quasi tutti i muti diretti dal consorte e anche del successivo eccezionale M - Il mostro di Düsseldorf (1931), in precedenza era stata anche seceneggiatrice di Phantom (1922, Murnau).
Le 2h40’ passano velocemente e piacevolmente. In rete si trovano versioni di buona qualità 

185  La chute de la maison Usher (Jean Epstein, Fra, 1928) tit. it. “La caduta della casa Usher” * con Jean Debucourt, Marguerite Gance, Charles Lamy* IMDb 7,4  RT 100%
Un classico fra i muti francesi, chiaramente tratto dal famoso omonimo racconto di Edgar Allan Poe, con la seconda parte molto “sperimentale”. Non troppo fedele alla storia originale, il regista Jean Epstein (nato in Polonia, all’epoca Impero russo) propone pochissima azione scegliendo di concentrarsi sulla descrizione dei tetri ambienti della magione e nella creazione di un’aria di mistero e di angoscia. I cartelli sono pochissimi e accade molto poco, ma le sequenze di dettagli, ombre sinistre, ralenti situati ad arte, particolari quasi macro, sono certamente notevoli e creano l’atmosfera desiderata senza aver bisogno di effetti speciali e musica da thriller-horror.
Chi legge i credits non può fare a meno di notare che l’adattamento del racconto è di Luis Buñuel e che l’attrice protagonista è Marguerite Gance, che l’anno prima aveva interpretato Charlotte Corday in Napoléon (1927), diretto da suo marito Abel Gance , il quale compare nelle prime scene di questo La caduta della casa Usher nei panni di uno degli avventori del bar.
Interessante esercizio di stile, soprattutto per i cinefili e/o per gli appassionati di horror che sono incuriositi anche dai film degli albori di tale genere.
 
      

182  Quattro intorno a una donna (Fritz Lang, Ger, 1921) tit. it. “Vier um die Frau” * con Hermann Böttcher, Carola Toelle, Lilli Lohrer * IMDb 6,4
Girato pochi mesi prima di Destino (1921), è l’ultimo film “minore” del periodo tedesco di Lang.   
Sceneggiato come tanti altri dal regista insieme con la moglie Thea von Harbou, soffre un po’ della sua origine teatrale e la precisa direzione e l’ottima fotografia non sempre sono sufficienti a superare questa “staticità”. Vier um die Frau fu stato considerato perso per molti anni, fin quando, nel 1986, nei depositi della a Cinemateca de Sâo Paulo (Brasile) ne fu ritrovata una copia locale con titolo Corações Em Luta (lett. Cuori in lotta).

183  Mizerere (Zaza Khalvashi, Georgia, 1996) tit. int. “Miserere” * con Zura Sturua, Manana Davitashvili, Nino Kasradze
Secondo film del regista del sorprendente Namme (2017) del quale ho scritto qualche giorno fa. Venti anni prima Zaza Khalvashi aveva già buone idee ma fra budget limitato e idee ancora “confuse” Mizerere è ben distante dalla sua opera più recente. Sembra che fosse ancora indeciso su che strada prendere, a tratti sembra sperimentale in stile Godard, in altri casi già lascia intuire la sua ammirazione per Tarkovski. Trama e dialoghi volutamente vaghi trattano di politica e rivoluzione non collocabili in nessun luogo e periodo particolare. Il regista affermò che voleva descrivere i "demoni che vivono dentro e tra noi" invitando tutti a “vergognarsi delle atrocità contro sé stessi e contro altri”.
Interessante, ma ben distante dalla qualità del suo più recente lavoro.

184  Buñuel y la mesa del rey Salomón (Carlos Saura, Spa, 2001) tit. it. “Buñuel e la tavola di re Salomone” * con El Gran Wyoming, Pere Arquillué, Ernesto Alterio * IMDb 5,7  RT 36%p
Un film di Saura con Buñuel come personaggio principale, affiancato dai suoi amici di gioventù Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca, non me lo potevo lasciar scappare, pur sapendo che  che gode di scarsa reputazione. In effetti non sono ancora riuscito a capire perché Saura (notoriamente amico e grande estimatore del regista aragonese) abbia avuto l’idea di co-sceneggiare e dirigere questo film, fra il surreale, il fantasy e il dramma. Il soggetto potrebbe anche essere considerato meritevole ma, per come è stato sviluppato in sceneggiatura, è diventato una serie di citazioni verbali e visive (molte addirittura troppo evidenti) di tanti film di Buñuel e alcuni di Saura (ma anche di altri come Metropolis, di Lang) e dei rapporti fra i 3 che furono amici solo fino alla Guerra Civile spagnola degli anni ’30 (Buñuel dovette fuggire oltreoceano, Dalì rimase a sostenere il franchismo, Lorca fu fucilato per essere omosessuale e socialista). Alcune ambientazioni e scene rimandano invece direttamente a film di avventura, tipo Indiana Jones.
Come se non bastasse, il cast è mal assortito e di livello non proprio eccellente, comprende addirittura 2 “grandi attori” italiani: Armando de Raza e Valeria Marini!
Può divertirsi (molto relativamente, cogliendo la tante citazioni) solo chi conosca l’intera filmografia di Buñuel e sa un poco dei lavori degli altri due, nonché dei classici del cinema in generale; a chi è poco ferrato in tali campi la maggior parte del film sembrerà puro nonsense.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 13 aprile 2019

25° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (121-125)

Dopo le commedie leggere del gruppo precedente, propongo una cinquina estremamente varia e certamente di migliore qualità, con film di nazionalità ed epoche diverse (dal 1920 al 2008). In quanto alle mie preferenze (l’ordine nel quale li commento) non avuto dubbi in merito ai primi due, gli altri 3 li vedo a pari merito considerando nel complesso i pregi e le indubbie insufficienze. 
   

122  Das Cabinet des Dr. Caligari (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. “Il gabinetto del Dr. Caligari”  * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb  8,1  RT 100%
Uno dei film più significativi dell’epoca del muto, pietra miliare della storia del cinema, finalmente ammirato in sala in versione restaurata 4k. Pur avendolo guardato numerose volte, continuano ad affascinarmi le scene, le ombre e fondali nei quali è difficilissimo trovare elementi verticali o simmetrici, essendo tutto distorto ad arte, puro Espressionismo. 
   
Il programma degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento lo aveva inserito fra gli eventi speciali e lo annunciava con “sonorizzazione dal vivo”. Avevo immaginato di trovare un solo artista (al piano o al violino, per esempio) o al massimo un trio, un po’ in disparte, e non due membri dell’Edison Studio sul palco, dietro a due laptop. Ho trovato questa sonorizzazione troppo invadente per l’eccessivo utilizzo del sintetizzatore, l’aggiunta di “parlato” ad un film muto assolutamente fuori luogo, con la voce di Caligari tanto gracchiante (volutamente, altre erano quasi normali) da somigliante a quella di un robot di scadente qualità.
In conclusione, eccezionale la qualità del restauro con immagini ben definite e di tanti “colori” (virate al seppia, ocra, tonalità di grigio, verdine, ...) ma la combinazione con questa “sonorizzazione” l’ho trovata un assoluto disastro.

125  Fados (Carlos Saura, Por, 2007) * con Camané, Carlos do Carmo, Mariza, Carminho * IMDb  7,2  RT 96%
Buona scelta di pezzi di fado, messi insieme nel solito sapiente stile di Saura. Conoscendo abbastanza il genere musicale, ed essendo appassionato di quello tradizionale o quasi, non ho particolarmente gradito l’intrusione di stranieri che lo rivisitano in stile troppo estemporaneo. Al contrario, la combinazione di cantanti portoghesi di fado castizo (dal 70enne Carlos do Carmo alle nuove leve come Carminho (classe ‘84), alle immagini d’archivio di Amália Rodrigues (1920-1999) e dell’inconfondibile Alfredo Marceneiro (morto nell’82 a 91 anni), è più che buona anche se, ovviamente, lungi dall’essere esaustiva.
Non c’entra con lo stile con il quale è stato realizzato il film ma, da aficionado, avrei preferito che Saura avesse approfondito il lato amatoriale invece che le cover. Esiste un mondo estremamente variegato di fadisti che si esibiscono in piccoli locali, in piccoli paesi, spesso senza neanche essere pagati. Inoltre, ogni anno si svolgono innumerevoli concorsi di Fado amador (amatoriale) che coinvolgono un gran numero di interpreti ed attirano un folto pubblico estremamente competente. Ad Alfama (Lisbona), al lato dell’ingresso di una Casa de Fado fa bella mostra di sé la l’azulejo qui al lato nel quale si afferma che “è fadista sia chi lo canta che chi lo sa ascoltare”.  
Per gli appassionati Fados è imperdibile, per gli altri è un eccellente maniera per avvicinarsi a questo tipo di musica tradizionale.
  
      

121  A Lustful Man (Yasuzô Masumura, Jap, 1961) tit. or. “Koshoku ichidai otoko”  * con Raizô Ichikawa, Ayako Wakao, Tamao Nakamura, Michiko Ai * IMDb  6,7 
Ennesima originale messa in scena di Masumura, che in questo caso tratta di un donnaiolo impenitente, disposto a tutto per le donne, dal mettere a rischio la propria vita al dilapidare l’immensa fortuna di famiglia.
Solito piacevole ritmo estremamente rapido, con una serie di scene composte di riprese brevi e concise. Una “commedia erotica” molto soft, assolutamente non di cattivo gusto, niente a che vedere con le “commedie sexy” italiane che imperversavano qualche decennio fa o con i cinepanettoni.
Masumura, del quale parlai più volte a ottobre dell’anno scorso in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla Filmoteca Española, si è cimentato in film dei generi più diversi, tutti abbastanza buoni e congruenti con le sue idee, dirigendo ben 50 film in 15 anni.

123  Teorema (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1968) * con Silvana Mangano, Terence Stamp, Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Anne Wiazemsky, Laura Belli * IMDb  7,3  RT 90%
Vidi il film qualche anno dopo l’uscita e non lo capii più di tanto. Dopo quasi 50 anni ho voluto guardarlo di nuovo, ho colto (forse) qualche significato in più, ma resto con il dubbio di quale sia l’enunciato del “teorema” e non ne capisco la “dimostrazione”.  Non sono riuscito ad entrare in sintonia con i protagonisti e quindi non comprendo molte delle loro reazioni.
Tuttavia, rinunciando al voler trovare una logica, Teorema ha comunque degli aspetti positivi, soprattutto per la costruzione non lineare. In quanto a ciò, mi ha colpito il monologo di Pietro (il figlio) in merito alla sua analoga visione dell’arte astratta, casuale e irripetibile. La figlia Odetta è interpretata da Anne Wiazemsky che appena due anni prima aveva acquisito una buona notorietà al suo esordio, come protagonista di Au hasard Balthazar (1966, Robert Bresson). Anche in questo caso bisogna sorbirsi la presenza dell’incapace Ninetto Davoli, oltretutto in un ruolo insignificante, ovviamente per i suoi noti legami con il regista.
Come scrissi il mese scorso commentando Uccellacci e uccellini, fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi).
Vale la pena di guardare Teorema più che altro per avere una visione esaustiva dei lungometraggi di Pasolini, compito relativamente facile trattandosi di soli 13 film.

124  Two-legged Horse (Samira Makhmalbaf, Iran, 2008) tit. or. “Asbe du-pa”  * con Ziya Mirza Mohamad, Haron Ahad, Gol-Ghotai * IMDb  7,1 
Pur essendo interessante dal punto di vista sociale ed antropologico, come altri film simili ambientati nel pressoché sconosciuto Medioriente, Two-legged Horse non mi ha convinto. L’ho trovato ripetitivo, mal montato, eccessivo nel ricorrente indugiare sul puledro neonato, le gare fra i ragazzini in groppa alle loro “cavalcature” (tutti asini tranne il “cavallo a due zampe”) sono realizzate in modo molto approssimativo, la piccola mendicante è troppo poco credibile. C’è da dire che la sceneggiatura ed il montaggio sono opera del padre, il regista Mohsen Makhmalbaf (Gabbeh, Kandahar, Il silenzio, ...), produttore di film come Osama (Golden Globe, pluripremiato a Cannes), genitore anche di Hana (di 8 anni più giovane di Samira) che nel 2007 diresse il suo secondo e - al momento - ultimo film: Sotto le rovine del Buddha (2 premi a Berlino). L’interesse di questa famiglia di cineasti sembra essere indirizzato quasi esclusivamente alle aree rurali più povere dell’Afghanistan.
Samira aveva precedentemente ricevuto numerosi riconoscimenti a Cannes per i suoi primi 3 lungometraggi - Sib (1998, La mela), Takhté siah (2000, Lavagne) e Panj é asr (2003, Alle 5 della sera) - ma questo Two-legged Horse sembra che non sia stato egualmente apprezzato e, non so se è solo un caso, è stato l’ultimo dei suoi quattro. Tuttavia, si deve sottolineare che nel 2002 le fu affidata la realizzazione del primo degli 11 corti che compongono il film 11 settembre 2001, presentato e premiato a Venezia, e guardate in che ottima compagnia si trovava: Claude Lelouch, Youssef Chahine, Alejandro González Iñárritu, Ken Loach, Amos Gitai, Mira Nair, Shōhei Imamura, Sean Penn, Danis Tanović e Idrissa Ouédraogo.
Mi riprometto di cercare altri film diretti dai membri di questa famiglia (oltre a quelli già visti) e guardare quanto riuscirò a recuperare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

domenica 10 febbraio 2019

11° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (51-55)

Nessuno dei 5 film di questo gruppo mi ha pienamente convinto, nonostante Oscar, Nomination e reputazione di registi e attori. In ognuno di essi ho visto sia pregi che aspetti deludenti, ma almeno sono tutti ben sopra la sufficienza. Essendo più difficile del solito proporli in ordine di preferenza, seguo quello di visione.
   

51  Rumble Fish  (Francis Ford Coppola, USA, 1983) tit. it. “Rusty il selvaggio” * con Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane * IMDb  7,2  RT 72 (complessivo, ma appena 33% dei top critics)
Questo  cast è molto vario e, con il senno di poi, interessante visto che riunisce tanti giovani più o meno esordienti che successivamente si sarebbero fatti strada, come Dillon (19 anni), Cage (19, nipote di Coppola), Chris Penn (18), Laurence Fishburne (22), Mickey Rourke (31 anni, ma ancora a inizio carriera) e i “veterani” (in confronto ai precedenti) Denis Hopper e Tom Waits che si potrebbero considerare eterni ottimi caratteristi.
La sceneggiatura (tratta da un romanzo di S.E. Hinton) non mi è piaciuta per niente e meno che mai la caratterizzazione del personaggio di Mickey Rourke, che già allora si presentava con quell’insopportabile sorrisetto serafico e sornione e parlava con voce calma e suadente.
Di contro, ho trovato piacevolmente originale la regia di Coppola, assolutamente padrone delle scene e delle riprese, che propone interessantissime immagini in bianco e nero nel quale rare volte spiccano il rosso e il blu dei “pesci combattenti” (rumble fish), mentre sembra anche  rendere omaggio all’espressionismo dei muti tedeschi.
Se si sopporta la pochezza della trama e varie interpretazioni a dir poco scadenti, merita certamente una visione.

52  Green Book (Peter Farrelly, USA, 2018) * con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini * IMDb  8,3  RT 82%  *  5 Nomination (miglior film, Viggo Mortensen protagonista, Mahershala Ali non protagonista, sceneggiatura, montaggio)
Non è che sia male, ma direi che le 5 Nomination siano proprio esagerate ... tuttavia, considerando alcuni degli altri candidati, forse giustificate. 
Essendo basato su una storia vera nella quale si intrecciano vari tipi di razzismo, mi sembra che i 3 sceneggiatori si siano fatti prendere troppa la mano trasformandola in una commedia mediocre. Del resto Peter Farrelly ha fatto carriera e soldi con commedie demenziali iniziando con Scemo & più scemo e i più recenti prima di Green Book sono stati il Scemo & più scemo 2I tre marmittoni; Nick Vallelonga (figlio del vero Tony Lip, protagonista del film), nato e cresciuto nel classico ambiente italoamericano del Bronx, si è troppo rifatto ai personaggi della serie TV The Sopranos nella quale il padre interpretava Carmine Lupertazzi; Brian Hayes Currie è appena alla sua seconda sceneggiatura dopo una commedia di poco successo di una dozzina di anni fa (Two Tickets to Paradise, 2006). I tre sono anche i produttori del film insieme con Jim Burke e Charles B. Wessler e con loro sono candidati all’Oscar per il miglior film.  
La storia raccontata in Green Book non può considerarsi un biopic in quanto narra, sommariamente, di appena un paio di mesi durante i quali Tony Lip fu autista e guardia del corpo del pianista afroamericano Dr. Don Shirley. Senza dubbio avrebbe meritato altra sorte ma la sceneggiatura è basata su appunti e lettere di Vallelonga padre e sui ricordi del figlio, che quindi aveva i diritti sul soggetto.
Sia Nick Vallelonga che Brian Hayes Currie (co-sceneggiatori e coproduttori) hanno voluto anche avere un piccolo ruolo nel film. Questo si regge sui due buoni attori protagonisti che tuttavia non offrono prove memorabili, ma molto probabilmente la colpa è dei ruoli caricaturali a loro imposti. Più che onorevole l’interpretazione di Linda Cardellini nel ruolo di Mercedes, la moglie di Tony Lip. Per il resto, risulta evidente che italoamericani immigrati di prima o seconda generazione si contano ormai sulla punta delle dita, sia guardando quelli proposti nel film sia per essersi dovuti affidare ad un attore di origini scandinave nel ruolo principale.
Intendiamoci, il film non è da bocciare, molte delle mie osservazioni mirano solo a ridimensionare le spropositate lodi, le 5 Nomination, i rating eccessivi che addirittura lo pongono  al 135° posto nella classifica dei migliori film di sempre! Almeno su quest'ultimo punto penso chiunque mi dia ragione ... è un’eresia bella e buona!


      

53  Mamá cumple 100 años (Carlos Saura, Spa, 1979) tit. it. “Mamà compie 100 anni” * con Geraldine Chaplin, Rafaela Aparicio, Amparo Muñoz, Fernando Fernán Gómez * IMDb  7,5  *  Nomination Oscar miglior film non in lingua inglese
In effetti è un sequel dell’ottimo Ana y los lobos (Carlos Saura, 1973), ma di gran lunga inferiore. Soliti riferimenti più o meno velati a clero e potere militare ma non c’è da meravigliarsi considerato che si tratta di Saura e che il dittatore Franco era morto appena 3 anni prima e si era in piena “transizione”. Buone le interpretazioni fra le quali spicca quella dell’impareggiabile Rafaela Aparicio, con la solita eccezione di Geraldine Chaplin che, come è noto, era la compagna di Saura ed è opinione comune che solo per tal motivo comparisse nei suoi film. Alcuni personaggi sono ben delineati e qualche gag è ben riuscita, ma poco di più.

54  Last Train from Gun Hill (John Sturges, USA, 1959) tit. it. “Il giorno della vendetta” * con Kirk Douglas, Anthony Quinn, Carolyn Jones * IMDb  7,4  RT 80%
Western dalla struttura molto strana, oserei dire quasi teatrale, trattandosi quasi di un “uno contro tutti”, per di più “fuori casa”.  Gli spari sono pochi e si fanno attendere in quanto  procede fra mille discussioni nell'attesa dell'inevitabile scontro a fuoco conclusivo.
Storia poco plausibile, che viene proposta quasi come una partita di poker fra chi ha buone carte e uno che (almeno in apparenza) bluffa. Non si discutono le capacità di Kirk Douglas e neanche quelle di Anthony Quinn, che fa la sua brava figura, ma è la descrizione della società di Gun Hill che lascia molto a desiderare. Ben girato in un Technicolor  molto luminoso, proposto come al solito con titolo italiano fantasioso, merita una visione se non altro per la sua originalità.

55  Little Miss Sunshine (Jonathan Dayton, Valerie Faris, USA, 2006) * con Steve Carell, Toni Collette, Greg Kinnear, Alan Arkin * IMDb  7,8  RT 91%  * 2 Oscar (Alan Arkin non protagonista e sceneggiatura) e 2 Nomination (miglior film e Abigail Breslin non protagonista)
Guardandola come una satira di costume ha qualche pregio ma sembra un’occasione mancata. Come spesso accade, mettendo troppa carne a cuocere, si perdono di vista gli obiettivi principali e quindi l’occasione per essere più incisivi. Limitando le esagerazioni e pur restando nel genere commedia, gli sceneggiatori avrebbero dovuto scegliere per il soggetto un numero limitato di manie o vizi americani: i concorsi, il migliore, il numero 2, il disprezzo per tutti quelli che hanno una vita normale ma, non ottenendo grandi successi, sono definiti losers (perdenti). Invece hanno aggiunto droga, sesso, burocrazia, psicologia e tanto altro e il minestrone è servito. 
Meritava i 2 Oscar? Della sceneggiatura ho già detto, Arkin (che apprezzo) ha fatto molto di meglio. 

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

domenica 30 settembre 2018

Ingegnoso adattamento di un gioco delle feste di piazza

Da buon cinefilo, ho sempre guardato i film anche per quanto mostravano della vita quotidiana di tempi e luoghi distanti, includendo cibi e loro preparazione, feste, riti, tradizioni e giochi popolari. In particolare questi mi hanno sempre appassionato e attirano la mia attenzione per mantenersi simili nei secoli e a migliaia di chilometri di distanza. Proprio pochi mesi fa scrissi del gioco Cavallo cavallo mantieneme ‘ntuosto, già rappresentato in un dipinto di Bruegel nel lontano 1560 e al quale in Corea sono stati addirittura dedicati monumenti.
Questo post nasce invece dall’essermi imbattuto in una geniale variante di un gioco popolare, per lo più estivo, praticato nelle feste di piazza dalle mie parti: ‘a mazza ‘int ‘o purtuso (lett. la mazza nel buco, italianizzato come "gioco del bugliolo"). 
Nel film Peppermint frappé (Carlos Saura, Spa, 1967) due amici d’infanzia si ritrovano dopo vari decenni e tornano nella residenza estiva di uno dei due, circondata da un ampio parco. Mentre ricordano i tempi andati, viene inquadrata l'insolita struttura della foto in basso, penso misteriosa per chiunque. 

Poche scene più in là l’arcano è svelato quando Pablo (Alfredo Mayo) decide di utilizzare di nuovo il marchingegno per dimostrare la sua bravura, dopodiché toccherà a Julián (José Luis López Vázquez), sempre sotto lo sguardo fra il divertito e l’eccitato di Geraldine ChaplinGuardate il video per capire come funzionava e come va a finire ... nonché le allusioni, esplicite nel nome popolare del gioco.

A maggior chiarimento, riassumo il funzionamento del "diabolico marchingegno": una sedia è fissata su binari che, dal punto di partenza, prevedono una discesa per farle prendere velocità e una breve risalita per frenare dolcemente la "corsa". Al termine c'è una sagoma rigida basculante con un piccolo foro nella parte bassa, nel quale deve essere infilata una qualunque asta, diretta da chi sta sulla sedia. Sulla testa del fantoccio è sistemato contenitore d'acqua che quindi si rovescia sulla testa di chi non centra il bersaglio e invece colpisce la sagoma.
In questo modo non c'è bisogno di essere portati sulle spalle da qualcuno (come nel gioco popolare) e oltretutto si può anche evitare di riempire di acqua il contenitore, eliminando a priori la possibilità di bagnarsi ... ma ovviamente ciò significa barare e per di più si perde il thrill del rischio!
Per saperne di più in merito alla mazza ‘int ‘o purtuso , ecco invece il testo estratto dal mio libro sui giochi di strada proposto in formato pdf.