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sabato 4 giugno 2022

Microrecensioni 156-160: film 2021 misconosciuti e dittico cult di Brooklyn

Ci sono tre film dell’anno scorso prodotti in Giappone, Germania e Georgia, tutti con la quasi totalità di recensioni positive e due produzioni indipendenti del 1995 strettamente collegate fra di loro, per alcuni uno sequel dell’altro (anche se non è proprio così), il primo apprezzati dalla critica, il secondo snobbato, comunque per molti diventati cult.

 

Wheel of Fortune and Fantasy
(Ryusuke Hamaguchi, 2021, Jap)

Nel 2021 Ryusuke Hamaguchi (regista e sceneggiatore di tutti i suoi soli 9 film) è balzato alla ribalta internazionale con due film: questo e Drive My Car (Oscar film straniero e 3 Nomination di cui due personali per regia e sceneggiatura, oltre ad una 70ina di altri Premi di cui 3 a Cannes). Se, complessivamente, possono sembrare molto diversi, entrambi sono centrati sui rapporti umani e sui trascorsi dei protagonisti; in particolare Wheel of Fortune and Fantasy utilizza interminabili pregnanti dialoghi, riservando minimo spazio all’azione e movimenti di camera, preferendo spesso lunghe inquadrature fisse. Ciò ne fa un lavoro quasi teatrale in tre atti essendo in effetti il film composto da 3 brevi racconti proposti cinematograficamente, con personaggi e situazioni completamente diversi fra loro. Come ogni short story che si rispetti, ognuna sfrutta al meglio le coincidenze e i twist, con quello conclusivo obbligatorio e spiazzante. Orso d’Argento per la regia e nomination Orso d’Oro a Berlino.

Ich bin dein Mensch (I'm Your Man) (Maria Schrader, 2021, Ger)

A leggere la sintesi della trama, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di una delle tante storie o commedie su umanoidi, robot, replicanti ecc., più o meno buoni (di solido abbastanza insensati, se non ridicoli). Al contrario, questo ha alcuni aspetti drammatici e altri degni di una commedia ma, in sostanza, affronta molto seriamente l’ipotesi della sostituzione di umani con macchine, seppur perfette. Si potrebbe dire che il discorso generale è da bioetica, ma nel dettaglio analizza solitudine, ambizioni, fallimenti, relazioni umane e ricordi personali che non possono in alcun modo essere sostituiti da un computer eccezionalmente potente e nonostante la quasi infinita quantità di dati statistici possa contenere la sua memoria. Alla fine si potrà propendere per una o un’altra soluzione ma senz’altro lo si farà tenendo conto dei vantaggi e delle carenze messi in evidenza dai turbolenti rapporti fra i protagonisti. Orso d’Argento a Maren Eggert come migliore e nomination Orso d’Oro a Berlino.

  
Wet Sand (Elene Naveriani, 2021, Geo)

Ennesimo interessante film prodotto in Georgia, una delle poche ex repubbliche sovietiche (se non l’unica) ad avere lunga tradizione cinematografica prima e dopo il regime e ad aver mantenuto il proprio idioma. Intrigante la trama che sviluppa a partire da un funerale in una piccolissima comunità sulle sponde del Mar Nero. La protagonista, nipote del deceduto, vi ritorna dopo molti anni proprio per prendersi cura della cosa, essendo l’unica parente. Pian piano scoprirà che il nonno non era esattamente ben visto dai più, intreccerà amicizie ma fomenterà anche l’odio verso la sua famiglia, fino a sfociare in atti violenti. Al centro della storia pone il tema dell’omosessualità che, evidentemente ritenuto scabroso dagli abitanti, non viene apertamente discusso né chi lo disprezza né da chi lo tollera. Ben girato e interpretato, vale la visione; Gia Agumava (la protagonista) migliore attrice a Locarno.

Smoke (Wayne Wang, 1995, USA)

“Piccolo grande” film indipendente, girato per lo più in un negozio di tabacchi e giornali (e poche altre cose) situato all’angolo di un trafficato incrocio di Brooklyn, NY. Non solo è quasi un passaggio obbligato per tanti residenti, ma anche punto d’incontro per fare quattro chiacchiere, filosofeggiare, prendersi in giro, quasi con un vecchio bar di paese. Il cast è composto da un bel gruppo di amici, ai quali regista e sceneggiatori lasciarono ampio spazio per l’improvvisazione. Comprende pochi attori di successo (Harvey Keitel, William Hurt e Forest Whitaker) e tanti caratteristi dai volti più che noti ma dai nomi sconosciuti ai più; eccone alcuni, habitué dei film ambientati a Little Italy o nel mondo della criminalità newyorkese. Le storie si intrecciano in modo inaspettato e, per la parte nella quale compare Forest Whitaker portano i protagonisti anche al di fuori di Brooklyn. Attenzione ai titoli di coda! Non interrompete la visione poiché, con un ottimo flashback in bianco e nero, si mostra che storia narrata in precedenza di cui è protagonista Harvey Keitel, con l’azzeccatissimo sottofondo di Innocent when you dream, di Tom Waits, interpretata dallo stesso cantautore. Orso d’Argento per la regia a Wayne Wang.

Blue in the Face (Wayne Wang, Paul Auster, 1995, USA)

Quasi un sequel di Smoke, riprese durate appena 5 giorni, poi montate con alcune scene non utilizzate nel suddetto film. Questo è diretto e sceneggiato insieme da Wayne Wang e Paul Auster, il primo solo regista e il secondo solo sceneggiatore del precedente. Non vi appaiono William Hurt e Forest Whitaker (impegnati in altri progetti), ma accanto al resto del cast sono inseriti tanti cameo di amici famosi, anche se non tutti attori a tempo pieno. Ci sono Lou Reed, Madonna, Jim Jarmusch, John Lurie, ma anche star di Hollywood come Mira Sorvino, Lily Tomlin e Michael J. Fox, seppur in brevissime parti. Ciò detto, è facile immaginare come il film appaia caotico, come una serie di sketches di personaggi che si confrontano nelle situazioni più diverse e quasi assurde con i protagonisti. Surreali anche i tentativi (supportati da dati statistici) di classificare gli abitanti di Brooklyn quasi come etnia a parte. Nel complesso fu abbastanza mal accolto da critica e pubblico (almeno a giudicare dai rating 6.6 su IMDb e 46% su RT), ma ha anche tanti estimatori (me compreso) fra quelli che ne apprezzano la creatività, la spontaneità e le situazioni fra il grottesco e il paradossale. 

domenica 24 aprile 2022

Microrecensioni 111-115: mix di film semisconosciuti, solo 3 più che buoni

Sembra strano che i tre che hanno il 100% di recensioni positive, non sono quelli che mi siano piaciuti. Secondo me l’argentino è sotto ogni aspetto di gran lunga inferiore al coreano che ha solo 83% … meglio non parlare del quinto, guardato solo per curiosità cinefila.

The Net (Geumul) (Kim Ki-Duk, 2016, Kor) tit. it. Il prigioniero coreano

Interessante dramma incentrato su una situazione kafkiana eppure assolutamente credibile e basato su una logica a dir poco perversa. Storicamente i sospetti o accuse infondate e i modi per “appurare la verità” hanno solo portato a violenze fisiche e psicologiche e finanche a torture … ma tali metodi non garantiscono certo la veridicità dei risultati, così come le confessioni forzate. Sullo sfondo degli arcinoti e ancora attuali attriti fra le due Coree si seguono le vicende di uno sfortunato pescatore che con la sua barchetta, a seguito di un problema al motore, viene trascinato dalla corrente oltreconfine. Passando dal nord al sud viene immediatamente sospettato di diserzione dai primi e di spionaggio mascherato con finta diserzione dagli altri. Pur tentando di convincere i servizi del sud della sua buona fede e della volontà di ritornare con la sua famiglia, il pescatore si rende conto che nel caso ci riuscisse dovrà subire simili interrogatori dall’altro lato del confine … comunque vada le prospettive non sono allettanti. Ben realizzato ed interpretato, affrontato più dal punto di vista psicologico che della inevitabile violenza, mostrata senza esagerazioni, merita la visione.

  

  • A Bread Factory: Part One (Patrick Wang, 2018, USA)
  • A Bread Factory: Part Two (Patrick Wang, 2018, USA)

Corposo film diviso in due parti di circa 2 ore ciascuna, di struttura doppiamente teatrale nel senso che oltre alla rappresentazione complessiva con tante inquadrature fisse, all’interno della trama sono inglobate prove e messa in scena della tragedia greca Ecuba, di Euripide, e in questo ricorda il recente vincitore di Oscar Drive My Car (di Hamaguchi) nel quale si preparava Zio Vania di Cechov. Ottimo cast e interessante sceneggiatura che segue parallelamente due argomenti: la gestione del centro culturale (prevalente in Part One) e la produzione teatrale (prevalente in Part Two). Per il primo tema si assiste allo scontro fra la cultura classica (con fondamentali artistici) e l’astratto teatro moderno con proposte spesso prive di contenuti ma con pretese artistiche e con grande interesse al lato economico. Molto interessanti i rapporti sociali e familiari non solo nell’ottica delle votazioni per l’affidamento della gestione del centro culturale, ma anche nella gestione del giornale locale e nella composizione del cast amatoriale per la tragedia greca. Strutturato quasi come una sitcom, con scene a sé stanti di argomenti spesso di diverso interesse: teatro, vita familiare, redazione del giornale, relazioni personali.

 

El perro que no calla
(Ana Katz, 2021, Arg)

Veramente deludente, privo di continuità, consiste in poco più di un’ora di brevi scene nelle quali il protagonista appare sempre in situazioni nuove, in ambienti diversi, in compagnie diverse. Un personaggio remissivo, senza aspirazioni, eppure di buona volontà, che si accontenta di tirare avanti onestamente cambiando mestiere e sostandosi da un lato all’altro dell’Argentina.

Flesh for Frankenstein (Paul Morrissey, 1973, USA/Ita)

Leggendo della mostra attualmente in scena a Napoli su Andy Wharol, mi sono ricordato dei suoi trascorsi cinematografici sia come regista (per lo più di lavori sperimentali), sia come produttore. Uno dei suoi accoliti più fedeli e produttivi della sua The Factory fu Paul Morrissey, che divenne famoso (con il suo attore feticcio Joe Dallesandro) per la sua trilogia Flesh (1968), Trash (1970) e Heat (1972) - che vidi all’epoca e ho reputato assolutamente inutile guardarli di nuovo – ma per curiosità ho voluto guardare questo suo film successivo. Se nei suddetti tre si poteva intravedere una logica e uno stile minimalista, provocatorio e di rottura (tutti film censurati e banditi), questo è semplicemente un pessimo horror, mal pensato e peggio prodotto. Cast pietoso, sceneggiatura e dialoghi assurdi e con effetti di scadentissimo livello ne fanno un film pessimo eppure (come ed insieme agli altri) chissà perché diventai cult (in verità per pochi), con titolo alternativo Andy Warhol's Frankenstein, proposto in Italia come Il mostro è in tavola... barone Frankenstein.

mercoledì 16 marzo 2022

Oscar 2022: previsioni, speranze e statistiche

Avendo avuto modo di guardare tutti i pluri-candidati e vari con singola Nomination qui riassumo le mie opinioni su tali film facendo anche riferimento alle previsioni degli esperti e ai rating ai quali sono sempre interessato. In quanto a questi ultimi, ho preso in considerazione le valutazioni riportate da IMDB (decine di migliaia di voti espressi dal pubblico) e da RT (RottenTomatoes, percentuali di recensioni positive da parte di critici professionisti). Noterete che molte volte i valori sono nettamente contrastanti come nel caso di Dune (apprezzato dal grande pubblico, meno dalla critica), al contrario di The Tragedy of Macbeth e The Lost Daughter apprezzati dalla critica, molto meno dal pubblico. Ovviamente si parla comunque di buoni film ma comunque è evidente che in generale la qualità sta scadendo se si considera che la media per IMDb risulta essere appena 7,4 e per RT 87,35% … per i possibili vincitori di Oscar (che si suppone siano i migliori al mondo) sarebbe lecito aspettarsi valutazioni migliori!

Comincio dalla testa della classifica ponderata dove inaspettatamente (per molti) si trovano due documentari, uno dei quali concorre anche nella categoria film stranieri e animazione. Flee, tuttavia, rischia di uscire a mani vuote avendo temibilissimi concorrenti (ufficialmente favoriti) in ciascuna delle 3 categorie, rispettivamente: Summer of Soul, Drive my car, Encanto. Se dovesse vincerne uno, penso (e spero) che sia per l’animazione anche perché il film della Disney non è un granché ed il tema di Flee è molto più serio e drammatico.

Seguono 3 film indubbiamente apprezzati da critica e pubblico, ma solo Drive my car per me è un vero ottimo film, ancorché apparentemente poco commerciale (per lunghezza, tema, poca azione e niente star), e spero che ottenga almeno qualche Oscar, sicuramente uno che conta visto che concorre come miglior film, miglior straniero, regia e sceneggiatura. Mi meraviglia che gli altri due (CODA e The Worst Person in the World) siano in quella posizione, il primo è un remake del francese La famille Bélier (2014) e l’altro una insulsa commedia norvegese, candidata anche per la sceneggiatura (bah!).

  
Proseguo con brevi commenti sparsi, scorrendo questa classifica che, come tutte, lascia il tempo che trova. Da un film di Spielberg, con un budget di 100 milioni di dollari, ci si aspettava di più di un remake, per molti neanche all’altezza dell’originale del 1961. Discorso simile per Dune (165 milioni) poco spettacolare, pochi buoni effetti speciali, cast non incisivo, estremamente noioso. Non vi fate ingannare dalle 10 Nomination, solo due sono importanti cioè miglior film (ma fra 10) e sceneggiatura non originale (la maggior parte del merito è del romanzo di Frank Herbert); nessuna candidatura per le interpretazioni del pur ricco cast, capitanato dal sempre più inespressivo Timothée Chalamet.

Licorice Pizza è, secondo me, fra i peggiori di questi 20 (insieme con Tick, Tick … Boom!, The Lost Daughter e The Eyes of Tammy Faye) e veramente non ne capisco i meriti che lo hanno portano ad ottenere 3 Nomination (miglior film, regia e sceneggiatura) ed a trovarsi davanti a film come The Tragedy of Macbeth (certamente troppo serio e intellettuale per il grande pubblico), The Power of the Dog (senz’altro fra i migliori, ma evidentemente poco gradito al pubblico, solo 6,9) e Belfast che sta nella mia top list e spero che sia giustamente ricompensato con più di un Oscar, visto che concorre in ben 7 categorie, per lo più importanti: miglior film, regia, sceneggiatura originale, 2 non protagonisti, sonoro e canzone. Fra i vari film poco quotati meraviglia l’insufficienza (RT 55%, unica fra i 20) per Dont’ look up, certamente commedia leggera ma almeno di attualità, con buon mirato sarcasmo in merito agli pseudo-scienziati negazionisti, conduttori televisivi saputelli e fake news; nettamente superiore ad altri film dei 20 presi in considerazione. 

In conclusione, ecco le previsioni e speranze per le due categorie principali, indubbiamente le più prestigiose, per le quali non avrei nulla da obiettare qualunque dei tre vinca; ovviamente uno potrebbe anche aggiudicarseli entrambi, ma certamente uno resterà senza.

  • Miglior film: Belfast, Drive My Car o The Power of the Dog
  • Miglior regia: Kenneth Branagh (Belfast), Jane Campion (The Power of the Dog) o Ryûsuke Hamaguchi (Drive My Car)

E passando ai film stranieri, sceneggiature ed interpretazioni:

  • Miglior film internazionale: Drive My Car (Giappone)
  • Miglior sceneggiatura originale: Belfast o Dont’ look up (improbabile)
  • Miglior sceneggiatura non originale: Drive My Car o The Power of the Dog
  • Miglior attrice protagonista: Nicole Kidman (Being the Ricardos) … poca concorrenza
  • Miglior attore protagonista: Benedict Cumberbatch (The Power of the Dog), Will Smith (King Richard) o Denzel Washington (Macbeth)
  • Miglior attrice non protagonista: Judi Dench (Belfast) o Kirsten Dunst (The Power of the Dog)
  • Miglior attore non protagonista: Ciaran Hinds (Belfast), Troy Kotsur (CODA) o Kodi Smit-McPhee (The Power of the Dog)
Di ciascuno dei succitati 20 film candidati Oscar ho scritto nei post delle precedenti settimane, quindi lì troverete maggiori dettagli.

giovedì 25 aprile 2019

32° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (156-160)

Cinquina con predominanza francese, 2 film molto singolari, oserei dire unici, prodotti a 50 anni di distanza, ai quali hanno fatto seguito tre pellicole che hanno un elemento comune, le protagoniste sono giovani ventenni (+ o -) che si trovano ad affrontare difficili situazioni non solo sentimentali ma anche sociali. 
Si va dal dramma vissuto in una famiglia pakistana radicata in Europa, ai fermenti giovanili in Tunisia appena prima della rivoluzione del 2010, al più romantico ma non meno complesso dramma ambientato in Giappone. Essendo troppo "diversi" i primi 2 ed equivalenti gli altri 3 li metto in ordine di visione.


   

156  Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (Jean-Luc Godard, Fra, 1965) tit. or. “Alphaville” * con Eddie Constantine, Anna Karina, Akim Tamiroff * IMDb  7,2  RT 91% * Orso d’Oro a Berlino
Film sui generis, molto Nouvelle Vague, molto godardiano. Si tratta del nono lungometraggio di Godard, dopo il suo esordio con A bout de souffle (1960), quasi contemporaneo a Bande à part (1964) e Pierrot le fou (1965), altri caposaldi dei suoi primi frenetici anni da regista (negli anni ’60 diresse 17 lungometraggio, 6 episodi di film e 12 corti). A mio modesto parere, dopo quel periodo (comunque fra alti e bassi) perse verve e genialità e degli anni successivi non ricordo molto di memorabile o veramente innovativo.
Si tratta di una quasi irrispettosa ma certamente ben miscelata parodia di vari generi: sci-fi, spy story, thriller, poliziesco, western. Non richiese nessuna scenografia particolare, Godard scelse semplicemente i set fra gli edifici di Parigi più all'avanguardia, e tanto bastò per la sua messa in scena minimalista.
Da sottolineare la partecipazione di Eddie Constantine (attore americano di B movie) nei panni del protagonista, agente CIA Lemmy Caution. Il personaggio era noto per essere stato già rappresentato in una mezza dozzina di film diretti da Bernard Borderie, sempre interpretato da Constantine.
Alterna versi surrealisti tratti da Capitale de la douleur (la copertina del libro viene mostrata in più occasioni) e battute da degne dei peggiori B-movie, azioni palesemente caricaturali e personaggi ridicoli, tutto assemblato con intento chiaramente dissacrante. 
Da guardare e riguardare attentamente, senza scervellarsi troppo.

157  Francofonía  (Aleksándr Sokúrov, Fra, 2015) * con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath, Vincent Nemeth  * IMDb  6,6  RT 86%
A metà strada fra documentario e fiction, questo ottimo lavoro di Sokúrov ci mette al corrente di come furono salvate tante opere d’arte del Louvre durante la II Guerra Mondiale, della simile sorte che ebbero altri lavori e monumenti, degli artefici di tale salvataggio. Lo fa con accuratezza e allo stesso tempo con ironia, facendo apparire più volte nelle sale del museo parigino Napoleone, il quale si vanta di aver portando innumerevoli statue, dipinti e reperti di ogni genere in Francia grazie alle sue guerre di conquista. Si alternano filmati d'epoca, documenti, riprese del museo ai giorni nostri, scene con attori che interpretano il direttore del museo (Jacques Jaujard) e l'ufficiale tedesco responsabile del settore artistico, il Conte Franz Wolff-Metternich.
Sokúrov coglie anche l'occasione per fare un discorso generale sulla preservazione delle opere d’arte e sulle conseguenze delle guerre e dei trasporti.
Certo non per tutti, ma chi ha un seppur minimo senso artistico non potrà fare a meno di apprezzarlo ... io l'ho trovato eccellente.

      

158  Noces  (Stephan Streker, Bel/Pak, 2016) tit. int. “A Wedding” * con Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi * IMDb  7,2  RT 100%
Se anche per questo film un eventuale distributore italiano cambierà il titolo, ne suggerirei almeno uno attinente, che potrebbe essere: "Chi è causa del suo mal, pianga se stesso", adatto a vari dei protagonisti. La ragione? Seguire ciecamente gli obblighi dettati dalle tradizioni, a dispetto del buonsenso, dei tempi che cambiano e, in questo caso, del trovarsi in una società sostanzialmente diversa. La protagonista è una giovane pakistana, musulmana, colta, di bell'aspetto, di famiglia relativamente benestante, che si trova a dover prendere molte decisioni importanti. Purtroppo per lei, si renderà conto che fare delle scelte (giuste o sbagliate che siano) e poco dopo tornare sui propri passi non porta nessun vantaggio. Noces è ben realizzato, sulla scorta di una buona sceneggiatura che mette in risalto molti dei controsenso derivanti da da tradizioni e religioni. Da come lo interpreto è un film “femminista” che tuttavia mette in risalto il peggio del comportamento di madri e sorelle maggiori, le quali, pur essendo passate per gli stessi problemi, non si schierano dalla parte delle più giovani, quasi a dire: ho sofferto io, adesso tocca a te. Ciò non per dire che padri e fratelli siano migliori, ma penso che le donne dovrebbero aspettarsi almeno un po' di solidarietà femminile. 
In conclusione, un film più che buono che mostra il peggio di un certo tipo di società.

159  À peine j'ouvre les yeux  (Leyla Bouzid, Tun, 2015) tit. it. “Appena apro gli occhi - Canto per la libertà” * con Lina El Arabi, Sébastien Houbani, Babak Karimi  * IMDb  6,8  RT 100% * Premio Label Europa Cinemas e Nomination a Venezia per Leyla Bouzid
Film tunisino, premiato a Venezia, 100% su RottenTomatoes come il per certi versi omologo Noces. L’azione si sviluppa nell’estate precedente la Rivoluzione dei Gelsomini (2010/11) quando era già evidente un certo fermento, soprattutto giovanile. In questo caso la storia d’amore è quasi secondaria, essendo più importante il vivace confronto fra la protagonista (aspirante cantante, che vorrebbe studiare musica) e i genitori che la vorrebbero medico. Alcune canzoni del gruppo del quale fa parte hanno contenuti chiaramente politici e da ciò derivano problemi con la polizia. La giovane Farah con la sua voglia di liberà ed indipendenza, dovrà fare quindi i conti con i genitori (soprattutto la madre), il suo ragazzo (componente della band e autore dei testi) e la polizia politica.
La tunisina Leyla Bouzid, figlia del regista e sceneggiatore Nouri Bouzid, è al suo primo lungometraggio dopo vari corti, un documentario e collaborazioni in varie vesti anche per produzioni importanti come La Vie d'Adèle (2012, Abdellatif Kéchiche).
Lungi dall’essere perfetto, è senz’altro ben realizzato e molto interessante. Come i recentemente visti Noces e Félicité, si può senz’altro credere a molto di come sono descritti gli ambienti sociali considerato che sono visti “dall’interno” e non sono le solite produzioni commerciali di altri paesi.

160  Netemo sametemo (Ryûsuke Hamaguchi, Jap, 2018) tit. int. “Asako I & II” * con Baya Medhaffer, Ghalia Benali, Montassar Ayari  * IMDb  6,6  RT 68% * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Film "giapponese" dal passo tranquillo, fra giovani garbati, cerimoniosi, anche se alcuni sono un po' stravaganti. Dei tre film giovanili di questo gruppo è senz’altro il più romantico e il meno drammatico, ma senz’altro è originale e ben strutturano. Si tratta della singolare storia di Asako, una ragazza che con un colpo di fulmine pensa di aver trovato l’amore della sua vita. Ben presto, però, il ragazzo sparisce misteriosamente; due anni dopo, la ragazza fortuitamente lo incontra ... ma è lui o è un sosia? Come andrà a finire? Senza svelare troppo dico solo che Asako dovrà prendere decisioni, alcune delle quali contrastanti, qualcuna giusta e qualche altra sbagliata.
Ryûsuke Hamaguchi è un regista che già si era fatto notare e si spera che adesso, a seguito della candidatura alla Palma d’Oro, gli sia dato maggior credito in quanto sembra sapere il fatto suo. 

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.