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lunedì 23 novembre 2020

micro-recensioni 396-400: eccomi a 400 i film guardati nel 2020

Cinquina quasi tutta dedicata a Luis Buñuel, con 4 suoi film messicani spesso sottovalutati. Il quinto è il secondo sonoro di Jean Renoir, ripescato per essere l’originale di Scarlet Street (1955, Fritz Lang) suo remake americano, menzionato pochi giorni fa. Dei 4 di Buñuel, due sono di genere vagamente “passionale", gli altri due certamente di genere religioso. Comincio da questi ultimi.

 

Nazarin (Luis Buñuel, Mex, 1959)

Se gli altri 3 sono fra i meno conosciuti del regista di Calanda, Nazarin pur non essendo famosissimo ha certamente recensioni e valutazioni molto superiori (IMDb 7,9 * RT 86%, Premio Internazionale e Nomination Palma d’Oro a Cannes). Un sacerdote "rivoluzionario" (Francisco “Paco” Rabal) osteggiato dai più diventa un vagabondo ma senza rinunciare ad assistere il prossimo a sopportare qualunque offesa interpretando nel migliore dei modi il messaggio della bibbia. Illuminate dalla sua apparente santità, lo seguono 2 prostitute. I tanti incontri ed avvenimenti forniranno lo spunto per trattare argomenti sociali e religiosi. Come per Simón del desierto e The Young One il direttore della fotografia fu Gabriel Figueroa, ulteriore ragione per guardare questo film.

Simón del desierto (Luis Buñuel, Mex, 1965)

La storia è al limite del surreale e presenta l'anacoreta Simón (Claudio Brook) che vive da anni in cima ad una colonna, nel deserto. Tanti sono quelli che lo venerano come santo, che chiedono consigli, che lo sfidano su temi teologici e c'è anche il diavolo (Silvia Pinal) che appare sotto diverse spoglie e lo tenta nei modi più svariati. Ci sono anche varie citazioni come la bara che si muove velocemente fra le dune (che fa pensare a Nosferatu, 1922) e le formiche che escono a frotte dalla tana (dalla mano mozzata in Un chien andalou). (IMDb 8,0 * RT 86%, Premio FIPRESCI, Premio Speciale della Giuria e Nomination Leone d’Oro a Venezia).

Aggiungo alcune notizie in merito alla produzione. Si trovano due motivazioni molto diverse fra loro come giustificazione della durata anomala del film. Quella più comune (vaga e non documentata) è la riduzione della durata per mancanza di fondi ma Silvia Pinal (protagonista e moglie del produttore Gustavo Alatriste) in un’intervista raccontò tutt’altra storia che tirava in ballo grandi nomi del mondo del cinema. Il progetto originale prevedeva tre storie e questa diretta da Buñuel era una di esse. Gli altri due registi avrebbero dovuto essere Federico Fellini, entusiasta ma pretendeva di avere sua moglie Giulietta Masina come protagonista, e Jules Dassin che avanzò simile richiesta proponendo sua moglie Melina Mercouri. A questo punto Alatriste dichiarò di voler dirigere anche lui sua moglie (che nell’idea iniziale doveva essere protagonista di tutti e tre gli episodi) ma Silvia Pinal si oppose volendo essere diretta di nuovo da Buñuel come negli pochi anni prima negli apprezzatissimi Viridiana (1961) e El ángel exterminador (1962). La stessa attrice propose due registi di primissimo livello quali Vittorio de Sica e Orson Welles per i restanti segmenti ma non se ne fece niente. C’è ancora un punto di contatto fra i mancati protagonisti di questa intricata vicenda in quanto in alcuni circuiti Simón del desierto fu distribuito in programma unico insieme con The Immortal Story (1968, 58’) diretto da Orson Welles.

  

Abismos de pasiòn (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Non conosco il libro, ma la maggior parte di quelli che lo hanno letto sostengono che si tratti dell'adattamento che meglio rappresenta l'essenza di Cime tempestose (Wuthering Heights, 1847, di Emily Brontë), con i suoi personaggi tormentati e le sue passioni violente, perfettamente rese dal regista (artefice principale della sceneggiatura), come suo solito quando si tratta di temi forti e viscerali. Ottime le interpretazioni anche se gli attori non sono famosissimi; avvincenti anche le scenografie, così come la trasposizione in ambiente messicano. 

The Young One (La joven) (Luis Buñuel, Mex, 1960)

Storia torbida, violenta e scabrosa, con componenti di religione e razzismo, tutta messa in scena su un’isola con due case di legno e 5 attori in tutto. L’unica presenza femminile è quella della modella Key Meersman (la giovane) che poi, curiosamente, è apparsa solo in un altro film, anch'esso ambientato su un'isola (L'isola di Arturo, 1962, di Damiano Damiani, dal romanzo di Elsa Morante). Si tratta di uno dei soli due film con cast internazionale girati in inglese, l'altro è Robinson Crusoe (1954).

La chienne (Jean Renoir, Fra, 1931)

I fatti salienti sono praticamente molto simili ma i caratteri dei personaggi principali molto diversi. Qui il travet-pittore (Michel Simon) vessato dalla moglie è meno docile e condiscendente di E. G. Robinson in Scarlet Street, ed è più intraprendente con Lulù (Janie Marèse) che è invece molto più remissiva nei confronti del suo amato Dédé. La questione dei quadri è quasi del tutto tralasciata e anche il finale è abbastanza diverso. In conclusione, vale la pena guardarli entrambi per essere film più che buoni, con ottimi protagonisti (Simon e Robinson); sono godibilissimi anche se (più o meno) si sa come andrà a finire la storia. La cagna (1972, di Marco Ferreri) è omonimo film italiano ma con tutt'altra trama … è infatti adattamento del romanzo di Ennio Flaiano.

 

#cinema #cinegiovis

giovedì 9 aprile 2015

I “pagghiari” dell’Etna

Nella mia recente breve escursione fra i coni craterici lungo i pendii del Mongibello, a monte di Bronte, ho notato degli originali capanni. Ho già pubblicato alcune loro foto in questo album Google+, ma per semplicità le inserisco anche in questo post. Effettuata una rapidissima indagine, aiutato dal mio omonimo e compagno di escursione che mi ha messo in contatto con Giuseppe Rannisi, da quest’ultimo ho saputo che le costruzioni 
“erano tipiche del mondo pastorale e sono dei ricoveri per i pastori. Si trovano quasi essenzialmente nel versante ovest dell'Etna dove la pastorizia è stata da sempre una attività economica trainante. Ve ne erano anche in legno, che ovviamente sono andati distrutti, ad eccezione di uno che si trovava a Monte Fontane e che non so se esiste ancora. Questi ultimi realizzati con pali di legno e frasche con un piano orizzontale”.
   
E alla mia domanda se fossero ancora utilizzati, e quindi originali, o fatti ricostruire dall’Ente Parco dell’Etna, Giuseppe mi ha risposto:
“I capanni nel Parco dell'Etna sono veri, in alcuni casi parzialmente ricostruiti dall'Azienda Foreste con propri operai; in altre aree sono ancora intatti. Non sono più utilizzati, che io sappia, perché le autorizzazioni di pascolo nel Parco sono notevolmente diminuite, anche a causa della diminuzione delle greggi. Sono pochi i pastori che salgono sull'Etna in estate per far pascolare le loro greggi. I pali di costruzione potevano essere di castagno o di ginestra dell'Etna (Genista aetnensis), i primi perché dritti, i secondi perché contenevano ancora i rami laterali (frasche) che servivano anche a fare da tetto.”
Ovviamente non mi sono limitato a questo e, allargando il campo di indagine, ho scoperto che quelli che ho fotografato lungo i sentieri che si sviluppano attorno a Monte Minardo e Monte Ruvolo sono una variante particolare dei pagghiari n'petra originali (completamente in pietra) presenti in varie forme e dimensioni in tutte le zone frequentate da pastori e greggi. Ne esistono in quasi tutta la Sicilia, sugli Appennini e anche in altri paesi mediterranei considerato che ne ho visti anche a Menorca. Alcuni li collegano direttamente anche a strutture antichissime, utilizzate talvolta come abitazioni, come i famosi trulli e nuraghi.
Come diceva Giuseppe, e come ho constatato, questi sui pendii occidentali dell’Etna presentano una solida base circolare, costituita da un muretto verticale in pietra lavica, e una parte superiore perfettamente conica costruita con pali ricavati da tronchi di castagno e/o ginestra, poi coperti di frasche e terra sulla quale cresce erba rendendo ancor meno permeabile la struttura. A quanto ho avuto modo di osservare, la punta del pagghiaru ha un foro per lasciar fuoriuscire il fumo (chiaramente i pastori dovevano riscaldarsi e cucinare). Nella foto in basso si nota che questo era riparato da una specie di “tappo” e si vedono anche le cime dei pali dai quali si è staccata la copertura.
Navigando in rete, ho anche letto che in pianura se ne costruivano di molto simili con basi di muretti a secco in pietra calcarea, talvolta rinforzati con fango, e utilizzando canne per la copertura non avendo a disposizione castagni e ginestre.

Questo è quanto, ma solo per cominciare visto che la ricerca si può allargare a molte altre regioni e che si può andare molto indietro nel tempo. Comincio col segnalarvi un paio di pagine (ma ce ne sono tante altre) nelle quali troverete ulteriori notizie:

martedì 31 marzo 2015

Sabato alle falde dell’Etna

Ancora in Sicilia, sono andato per l’ennesima volta in un’altra area protetta completamente differente da Vendicari (oggetto del precedente post), molto più vasta, anch’essa varia e assolutamente affascinante. Sto parlando del Parco dell’Etna, che comprende quasi tutta la parte alta dell’omonimo vulcano. Questo, con i suoi circa 3350m di altitudine (varia con le eruzioni), è il più alto d’Europa anche se gli spagnoli reclamano questo primato con i 3.718m del Teide (Tenerife, Canarie) che però geograficamente appartiene all’Africa e solo amministrativamente al nostro continente. Proprio a causa della sua altezza offre la possibilità di effettuare interessanti e piacevoli escursioni in ogni periodo dell’anno. Considerate che normalmente fra il margine inferiore del Parco (sotto i 1.000m) e la vetta del vulcano c’è una differenza di una quindicina di gradi. La percezione di queste variazioni sono talvolta ridotte per il soleggiamento, ma più spesso accentuate a causa del quasi costante vento in quota. Sono tanti gli sprovveduti che, fuggendo dal caldo della costa, si presentano al Rifugio Sapienza (circa 1.900m, punto più alto raggiungibile in auto) in pantaloncini e magliettina e ovviamente “si cioncano di freddo”. In questa mia breve visita di fine marzo, mi sono ovviamente limitato alla parte bassa, visto che le prime chiazze di neve erano al di sotto dei 1.500m. 
Giornata escursionistica divisa in due parti, separate dalla sosta “obbligatoria” a Bronte (capitale del Pistacchio) per rifocillarci gustando i famosi, seppur poco diffusi, arancini al pistacchio. Nonostante il cielo coperto e le nuvole molto minacciose, guidato dal mio omonimo “il professore”, ho effettuato un bel giro a monte di Bronte, in parte nuovo per me. Tutte le foto di sabato 28 marzo 2015
   
Non mi era mai capitato di salire da quel lato a marzo e quindi è stata la prima volta che finalmente ho visto tantissima Euforbia rigida (Euphorbia rigida) in fiore, con il suo giallo assolutamente predominante sugli altri colori. Appena usciti da Bronte e fino alla fine della spettacolare strada in basolato lavico i campi ai lati ne sono pieni. A valle dei Monti (ex coni vulcanici) Minardo, Ruvolo, Peloso e Tre Frati (che abbiamo “circumnavigato”) gli stradoni di sabbia vulcanica sono invece bordati da enormi Ginestre dell’Etna (Genista aetnensis), una specie endemica che, avendo spazio e tempo, può raggiungere anche i 10m di altezza. Non per niente questa ampia valle dalle pendenze minime viene chiama Piana delle Ginestre.
Ingollati gli arancini - fritti al momento – siamo andati in un’altra area a me sconosciuta: le Favare di Maletto. Un ambiente assolutamente inusuale per il l’Etna in quanto è l’acqua che la fa da padrona. Pare che sia un riaffioramento delle acque generate dallo scioglimento delle nevi che corrono sotto i campi di lava e qui, incontrando uno strato basaltico impermeabile vengono in superficie. Ma per poco … infatti si ingrottano nuovamente e il percorso successivo fino al mare non è certo. Alcuni dicono che vadano a confluire nel Simeto (il fiume che scorre nel fondovalle), come sarebbe logico presupporre, mentre altri sostengono che si versino direttamente in mare presso Catania seguendo un loro percorso indipendente.
   
Comunque sia, è strano vedere questi ruscelletti scorrere placidamente, ma allegramente, fra rocce, prati, fiori e piccole paludi, al limite di un territorio caratterizzato dall'estrema aridità caratteristica delle aree vulcaniche. Se da un lato mi è andata male per il cielo molto nuvoloso e scuro, dall'altro sono stato fortunato ad andare alle Favare alla fine di un inverno caratterizzato da notevoli precipitazioni e quindi trovando tanta acqua. Osservando la carta generale del Parco, questa piccolissima area si trova nella lingua a nord-ovest, al limite inferiore dello stesso. Pur non essendoci indicazioni è semplicissimo arrivarci: da Maletto scendete per circa 4km lungo la SP159 e le troverete alla vostra destra, all’incrocio con la SS120 fra Cesarò e Randazzo, non potete non vederle.