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lunedì 17 ottobre 2022

Microrecensioni 296-300: due commedie romantiche e 3 splatter

Avevo cominciato con l’ultimo dei Contes des quatre saisons di Rohmer che ho abbinato ad una commedia muta di un altro maestro del genere: Ernst Lubitsch. Su MUBI è poi apparso un horror giapponese diventato subito un cult per aver incassato 1.000 volte la somma investita per la produzione. La mente è quindi andata ad un altro cult a bassissimo budget che ho voluto guardare di nuovo e ho completato la cinquina con uno splatter molto dark di Tim Burton.

One Cut of the Dead (Shinichirô Ueda, Jap, 2017) tit. it. Zombie contro zombie

La traduzione letterale del titolo originale è: Non fermare la ripresa! e si riferisce ovviamente al piano sequenza iniziale di 37 minuti realizzato per un programma televisivo in diretta. In effetti il film si può dividere in due parti ben distinte pur essendo sostanzialmente molto simili. Il tecnicamente molto pregevole (ancorché quasi amatoriale) piano sequenza con il quale si apre il film viene proposto come un programma in diretta sul tema zombie. Appena terminato, inizia un flashback che farà scoprire agli spettatori le origini dell’idea, il reclutamento del cast e infine come si è riusciti a portare a termine il lavoro nonostante i mille imprevisti che, ovviamente, non svelo. Di conseguenza, la prima parte si presenta veramente come un B-horror sgangherato, mentre la seconda appare molto più creativa e divertente svelando trucchi, improvvisazioni e incidenti … fino alla fine. Sostanzialmente è un’operazione perfettamente riuscita (100% di recensioni positive su RT, e sono 95, non due o tre) per questo gruppo composto per lo più da esordienti che hanno pagato loro stessi per produrre il film che è costato 25.000 $ e ne ha incassati 25 milioni! Un simile successo basato sull’idea di mostrare le riprese di un film amatoriale nel film fu The Blair Witch Project (1969) con 248 milioni incassati a fronte di 60.000$ investiti, anche se dopo l’enorme successo al Sundance fu sottoposto ad un gran lavoro di post-produzione raggiungendo il ½ milione). Fra gli altri film a ridottissimo budget diventi cult posso ricordare il geniale Tangerine (2015, di Sean Baker, girato con 3 iPhone) e El Mariachi (1992, esordio di Robert Rodriguez), che per tal motivo ho inserito in questa cinquina.

 
Conte d'automne (Éric Rohmer, Fra, 1998)

Ultimo dei Contes des quatre saisons che, a differenza degli altri, vede come protagonisti personaggi di mezza età, trattando solo marginalmente gli amori giovanili. Ambientato nelle campagne della valle del Rodano, propone un intreccio di relazioni amorose; varie amiche (ognuna senza dir niente alle altre) tentano di trovare un compagno ad una vedova che vive semi-isolata prendendosi cura del suo vigneto nell’Ardeche. Equivoci, casualità, discorsi accademici sull’amore e vita di coppia, aspirazioni, corteggiamenti e matrimoni, non fanno certo annoiare gli spettatori. Abbastanza più vario rispetto agli altri del ciclo.


El Mariachi (Robert Rodriguez, Mex/USA, 1992)

Primo lungometraggio di Robert Rodriguez, che diede seguito alla storia con Desperado (1995) nel quale inserì un cameo di Quentin Tarantino e da allora i due divennero collaboratori a tutti gli effetti. Infatti seguirono Dal tramonto all’alba (1996, sceneggiatura di Tarantino), l’ottimo Sin City (2005, co-diretto con Frank Miller e Quentin Tarantino come special guest director), Grindhouse (2007) doppio spettacolo con Planet Terror diretto da Rodriguez e Death Proof da Tarantino. Il regista aveva cominciato da piccolo a produrre short casalinghi e grazie a tale esperienza riuscì a girare questo film spendendo solo 7.000 dollari fungendo da produttore, regista, sceneggiatore, responsabile degli effetti speciali e operatore. La storia si basa su un classico scambio di persona: un mariachi itinerante con la sua chitarra e un pericoloso criminale che in una custodia simile nasconde un arsenale. Recitazione molto scadente ma per questo tipo di operazione, e a questi costi, tutto è giustificato. Premio del pubblico al Sundance.

 
The Marriage Circle (Ernst Lubitsch, USA, 1924)

Regista berlinese già applaudito in patria, nel 1923 iniziò la sua carriera hollywoodiana con Rosita (con Mary Pickford) e questa commedia sofisticata fu il suo secondo successo. Un intreccio di tentati corteggiamenti, speranze di divorzi, pedinamenti, quasi scambi di mogli e amicizie tradite nell’ambiente dell’alta società. Rispetto a molti film della stessa epoca, si distingue la moderazione nella recitazione, senza attori che si agitano in modo esagerato, controllo dei tempi e giusta quantità di cartelli. Non per niente Lubitsch fu un modello per tanti, ottenendo 3 Nomination Oscar e infine insignito dell’Oscar alla carriera nel 1947. Fra i suoi film più noti Ninotchka (1939), Il cielo può attendere (1943) Vogliamo vivere (1942, 228° miglior film di tutti i tempi).

Sweeney Todd (Tim Burton, USA/UK, 2007)

Penso che se Tim Burton avesse rinunciato proporlo in chiave musical, il film avrebbe potuto ottenere miglior successo. Troppe sono le canzoni e per niente avvincenti; a qualcuno probabilmente ha dato anche fastidio l’eccessivo spargimento di sangue conseguenza dei tanti sgozzamenti e lo “stile della cucina”. La sceneggiatura, comunque molto dark e con vari twist, è al contrario interessante e avvincente, con vari personaggi grotteschi interpretati da bravi attori, il tutto inquadrato nelle ottime scenografie completate da arredamenti e costumi di qualità.  Oscar per le scenografie a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, Nomination per i costumi e a Johnny Depp protagonista.

martedì 21 giugno 2022

Microrecensioni 176-180: 3 film fuori dagli schemi e 2 standard

Già si intuisce che questo gruppo è molto vario, con due film di genere, di quelli che si producevano quasi in serie rispettivamente in Messico e Giappone nel secolo scorso, e tre recentissimi che trattano di argomenti che vanno dall’immigrazione al razzismo, guerre civili e produzioni porno.

 
Farewell Amor (Ekwa Msangi, 2020, USA)

Storia di un ricongiungimento familiare dopo 18 anni … il padre, integrato tassista a New York, riceve moglie e figlia rimaste in Angola per tutto quel tempo. Le moderne idee di indipendenza della ragazza cozzano con il fanatismo religioso della madre che, ovviamente, si scontra anche con suo marito ampiamente americanizzato, incredibilmente paziente e pacificatore. La regista è una tanzaniana-americana, nata in California, cresciuta in Kenya, attualmente insegna alla New York University. Con buon garbo sottolinea l’inevitabile cultural clash all’interno della stessa famiglia, anche se tutto sembra un po’ troppo edulcorato. Molto convincenti gli attori, specialmente Ntare Guma Mbaho Mwine e Zainab Jah, rispettivamente nei ruoli di padre e madre. Positive ben il 97% delle 72 recensioni professionali raccolta su RT.

Pleasure (Ninja Thyberg, 2021, Swe)

Questo film molto sui generis è proposto su MUBI e tratta del mondo del cinema porno, soprattutto dal punto di vista degli attori. Ho scritto sui generis in quanto visivamente si propone meno di tanti film erotici appena spinti e sono messi in evidenza più membri maschili che parti intime femminili. La protagonista è una giovane svedese che arriva in California con il preciso scopo di diventare una superstar del porno e fra successi e delusioni farà molta strada. Penso che in ogni ambiente si trovino i buoni e i cattivi, professionisti ed avventurieri, e qui si mettono in risalto i preliminari nei quali si concorda cosa l’attrice è disposta a fare e cosa no, nonché il suo cachet. Anche nelle scene più violente c’è un codice con il quale si chiede di interrompere le riprese. Si parla di come vengono valutate le star, con followers sui social, visualizzazioni su YouTube e su che tipo di scene di sesso spinto sono disposte ad interpretare. Gli spettatori potranno anche riflettere sugli enormi guadagni realizzati in questo campo nel quale si producono film (meglio dire corti o videoclip) in poche ore e con solo due o tre interpreti ed uno staff composto da regista (talvolta anche operatore) e uno o due tecnici luci/suono, contro le centinaia di persone impiegate per la realizzazione di un vero film le cui riprese durano settimane se non mesi e spesso vanno in perdita. Per fortuna ci sono alcuni indipendenti che riescono a combinare le due cose proponendo buoni prodotti con staff e cast ridotti all’osso e attrezzature non troppo sofisticate, come il pluripremiato Tangerine (2015, di Sean Baker, 96% su RT) girato con tre iPhone 5s e con una app da $8; la gran parte dei 100.000 dollari del budget furono utilizzati per convertire le immagini in un formato professionale, proiettabile nelle sale.

  
Notre-Dame du Nil (Atiq Rahimi, 2019, Fra/Bel)

Un regista afghano ci porta in Ruanda una ventina di anni prima della sanguinosa guerra civile nota come genocidio del Ruanda, quando gli hutu uccisero quasi un milione di tutsi. Sono gli anni 70, il Ruanda (ex colonia belga) è già una repubblica da una decina di anni, ma il fuoco dell’odio razziale cova sotto la cenere, anche nell’isolato collegio femminile riservato alle figlie di politici e militari. Gli attriti fra le ragazze appartenenti alle due etnie ricalcano un po’ i soliti schemi, ma la parte interessante trattata nel film è quella della interferenza alternata a indifferenza delle istituzioni religiose (nel collegio c’è una superiora bianca e un sacerdote nero) e la presenza di coloni europei rimasti in Ruanda. Le adolescenti crescono quindi lontane dalla realtà quotidiana ma indottrinate contemporaneamente dalle proprie famiglie (spesso con idee razziste sia nei confronti dei bianchi che dell’altra etnia), dalle regole religiose imposte dal cattolicesimo e dalle credenze nei riti e magie tradizionali. Fu premiato con l’Orso d’argento a Berlino e giudicato miglior film a Giffoni (+16).

Isla para dos (Tito Davison, 1959, Mex)

Classico melodramma romantico che vede protagonista uno dei migliori attori della Epoca de Oro del Cine Mexicano: Arturo de Córdova. Senza infamia e senza lode, quasi teatrale per avere pochissimi personaggi e (tranne la prima breve parte in ambiente ricco/borghese) per svolgersi in un resort isolato fra le montagne (l’isola immaginaria). Il maturo protagonista (pittore) è l’unico ospite oltre ad una giovane pianista e i due sono accuditi dalla famiglia dei gestori composta da un giovane insulso, un padre paziente ed una madre logorroica e intrigante (qui la parte di commedia). Piacevole.

Yakuza Soldier Rebel in the Army (Yasuzô Masumura, 1972, Jap)

Nono e ultimo film di Masumura della serie Hoodlum Soldier con Shintarô Katsu e Takahiro Tamura, nei panni dell’ex-yakuza Omiya e del sottufficiale intellettuale Arita, l’unico che riesce a tenerlo a bada senza violenza. Di quello iniziale del 1965 (il cui successo favorì le produzioni successive con i medesimi personaggi) scrissi nel post precedente, ma in questo si nota che si è perso il piglio iniziale e che alcune situazioni appaiono ripetitive. Pur riconoscendo al regista giapponese la buona qualità media dei suoi film, di qualunque genere, penso proprio che anche gli altri 7 furono girati in modo abbastanza simile. Sufficiente, ma certamente non fra i migliori di Masumura.

sabato 14 maggio 2022

Microrecensioni 131-135: 10 Asian-American movies (6-10)

Seconda cinquina dei 10 film scelti dalla classifica Rotten Tomatoes The 81 Best Asian-American Movies (vedi post del 7 maggio).

Searching (Aneesh Chaganty, 2018, USA)

Film veramente sui generis, con storia narrata quasi esclusivamente attraverso schermate di cellulari e laptop. Ero abbastanza perplesso prima di affrontarne la visione ma i più che buoni rating (7,6 su IMDb e 91% RT) mi hanno convinto e non me ne sono assolutamente pentito. Ottimo thriller, con tanti twist, eventi, deduzioni e sospetti derivanti dalla spasmodica ricerca di indizi e tracce per ritrovare una 16enne misteriosamente scomparsa. Il padre riesce ad accedere alle pagine, chat e account della ragazza attraverso il computer lasciato a casa e, da un certo punto in poi, è affiancato da una detective della polizia, specializzata nella ricerca di persone scomparse. Attraverso messaggi testuali e vocali, registrazioni di dirette, video YouTube, telefonate, email e rubriche, agli spettatori vengono fornite le stesse informazioni a disposizione del padre, in contemporanea. Fino alla fine ognuno potrà fare le sue illazioni, spaziando fra rapimento, allontanamento volontario, incidente e altre ipotesi. Un minimo di conoscenza in merito all’uso di smartphone, laptop, app e social facilita la visione e la rende ancor più interessante, dando quasi l’idea di partecipare alle ricerche. Questo è il film di esordio di Aneesh Chaganty (classe 1991, di origini indiane ma nato in USA), geniale giovane che a 23 anni realizzò uno spot per Google Glass, subito virale con un milione di visualizzazioni nelle prime 24 ore. Subito ingaggiato dal Google Creative Lab di New York, per un paio di anni si è dedicato ai corti prima di scrivere e dirigere Searching. Per varie versioni straniere (inclusa quella italiana) sono state replicate nei relativi idiomi tutti le chat e schermate ma chi ne volesse usufruire dovrà sorbirsi il solito pessimo doppiaggio …

 
Columbus (Kogonada, 2017, USA)

Molto lento ma interessante e girato con gran gusto e tecnica. Kogonada è in effetti più saggista e critico cinematografico che regista, regolare collaboratore della rivista Sight & Sound di The Criterion Collection, che in questo suo primo lungometraggio (del quale è anche sceneggiatore e responsabile del montaggio) si diletta a dividere nettamente le inquadrature con tante linee ben definite, spesso nascondendo i protagonisti che stanno parlando o duplicandoli con sapienti giochi di specchi. Fa anche scoprire agli spettatori molti dei peculiari edifici modernisti per i quali la città di Columbus (Ohio, USA) è nota nel mondo dell’architettura e per questo detta “la Mecca del Midwest per l’architettura”. Indiscutibilmente un art house film vale a dire di quelli, di solito indipendenti, diretti a un pubblico di nicchia; “lavori seri, artistici e spesso sperimentali non destinati alle masse”, “prodotti soprattutto per fini estetici e non commerciali”.

Driveways (Andrew Ahn, 2019, USA)

Film quasi rohmeriano, basato sui rapporti interpersonali fra persone che poco si conoscono, di differenti culture ed età. Una giovane madre single di origini indocinesi con suo figlio di 9 anni si trova a dover svuotare e ripulire la casa di sua sorella, appena deceduta e con la quale aveva pochi rapporti. La cosa non è semplice in quanto si rende subito conto che era una hoarder (accumulatrice seriale, compulsiva) che aveva riempito ogni stanza di oggetti accatastati. Nei pochi giorni di permanenza i due avranno a che fare con vicini socievoli e non, fra i quali spicca il veterano Del (Brian Dennehy, deceduto prima dell’uscita del film) che un rapporto particolare con il ragazzino. Ben realizzato e interpretato, ma sappiate che non c’è quasi azione … come nei film di Rohmer.

 
Crazy Rich Asians (Jon M. Chu, 2018, USA)

Commedia divertente solo a tratti, che pone in ridicolo le manie di grandezze di una famiglia di Singapore e del loro entourage. Un’americana (seppur di origini cinesi) si trova in mezzo a quella banda di giovani orientali straricchi e scatenati e meno giovani fuori di testa e viene bullizzata quasi da tutti per non essere considerata del loro stesso livello (ricchezza).

Gook (Justin Chon, 2017, USA)

Ben filmato con tanta camera a spalla e in bianco e nero, purtroppo con una sceneggiatura scadente e scadenti dialoghi (si possono definire cosi brevi scambi di battute per lo più pieni di f**k e f**king?). Oltretutto i due fratelli coreani protagonisti appaiono come degli assoluti imbecilli e ci si chiede come abbiano potuto mantenere la loro attività di commercio di scarpe, considerato anche il fatto che siano continuamente bullizzati da un gruppetto di balordi afroamericani. A ciò si aggiunge che il contrasto non è solo fra i rappresentanti delle due comunità ma anche fra di loro, seppur parenti stretti. Per bocca di un anziano commerciante coreano e della sorella undicenne di uno dei delinquenti (la vera protagonista, ben interpretata da Simone Baker) vengono fuori considerazioni sul razzismo fra i non-bianchi, che pure esiste anche se raramente se ne parla.

giovedì 31 marzo 2022

Microrec. 91-95: film del 2021, mediamente più che buoni ma poco conosciuti

Fra essi c’è un candidato Oscar (di animazione) unanimemente lodato eppure poco preso in considerazione, il più recente film di Sean Baker (quello di Tangerine e The Florida Project) e una commedia drammatica culinaria in costume ambientata in piena Rivoluzione Francese, ma le vere rarità sono un film indiano con rating altissimo e uno indonesiano da non disprezzare assolutamente!

 
Maanaadu (Venkat Prabhu, 2021, Ind)

Grandissimo successo di critica e di pubblico (8,8 su IMDb, il budget di produzione fu coperto con gli incassi dei soli primi 4 giorni) per questo film girato in lingua Tamil e non nei più comuni idiomi Hindi o Bengali. Colonna sonora galoppante che richiama i ritmi bollywoodiani (ma c’è una sola coreografia all’inizio) e che risulta perfetta per il montaggio rapido di questa thriller politico che ruota attorno ad un time loop quasi senza fine. Prima il protagonista e poi il suo antagonista si rendono conto della situazione e dopo un po’ anche di come cercare di controllarla. Il ciclo temporale viene riavvolto decine di volte riprendendo sempre da momenti diversi, con uno che tenta di impedire un attentato e l’altro che deve contrastarlo per portare a termine il progetto criminale. Qui e là sono inseriti vari combattimenti in stile kung fu, frequenti ralenti e inseguimenti. Non mancano le sorprese sia nel campo dei veri ruoli dei vari personaggi, sia in quello degli avvenimenti apparentemente fortuiti. Con stile, recitazione e ambiente tipicamente indiani moderni Maanaadu risulta una piacevole e mai noiosa commedia d’azione che non ha nulla da invidiare ai blockbuster occidentali, senz’altro consigliata.

The Mitchells vs the Machines (Michael Rianda, Jeff Rowe, 2021, USA)

Vari siti lo davano come possibile outsider per l’Oscar, ma alla fine Disney ha prevalso su questa produzione Sony, già pronta nel 2020 ma poi distribuita da Netflix solo nel 2021 (sembra non sia mai arrivata in sala in Europa). Classica famiglia americana da cartoon, padre sovrappeso che pensa di sapere tutto, madre saggia che fa il possibile per sanare gli inevitabili dissidi, due figli con le loro passioni e i problemi dell’età, l’immancabile cane (strabico). La palese satira (al di là delle solite convenzioni sociali) si focalizza soprattutto sull’iper-connettività e quindi con i problemi derivanti dall’uso di laptop, cellulari, wi-fi, YouTube, Instagram, AI e via discorrendo ma sottolinea anche quanto siano indispensabili i cacciavite a stella! Uno dei quei cartoon che strizzano l’occhio anche agli adulti, specialmente quelli che, volenti o nolenti, utilizzano quotidianamente le reti e si trovano ad affrontare i più disparati problemi nei momenti meno opportuni. Consigliato, di gran lunga più gradevole e arguto di Encanto (Oscar 2022).

  
Red Rocket (Sean Baker, 2021, USA)

Questo regista newyorkese propone ancora una volta protagonisti e situazioni familiari / sociali particolari. Fermo restando che degli ultimi tre suoi film (quelli generalmente molto apprezzati) il migliore e certamente più sorprendente è Tangerine (2013, girato con iPhone5), in questo propone personaggi poco convenzionali anche se ben diversi dai trans protagonisti del suddetto. Dopo anni di assenza, una star del porno torna in Texas e chiede ospitalità a sua moglie, che vive con la madre. In realtà è un povero diavolo senza un soldo (inizialmente molto mal accolto dalle due donne) che cerca di rimettersi in sesto con molta buona volontà, in parte ci riesce ma gli imprevisti sono dietro l’angolo. Anche gli altri comprimari sono personaggi molto particolari eppure credibili, dalla famiglia di spacciatori, ai finti veterani, ai falsi puritani, … questa è America! Tutti ben descritti, guardando (ascoltando) la versione originale si apprezzano anche i vari modi di parlare che gli stessi protagonisti sottolineano prendendo in giro l’attore che ha acquisito l’accento californiano, per non parlare dello slang degli afroamericani. Non all’altezza dei precedenti (l’altro è The Florida Project, 2017, Nomination Oscar per Willem Dafoe) ma senz’altro interessante, ben scritto e diretto da Sean Baker.

Photocopier (Wregas Bhanuteja, 2021, Idn)

Primo film indonesiano che vedo … piacevole sorpresa per modernità della storia (applicabile a quasi qualunque paese occidentale) per come è girato e per come è interpretato. Dopo una serie di corti presentati e premiati anche a Cannes, Berlino e al Sundance, questo è stato il primo lungometraggio di questo regista sceneggiatore non ancora trentenne nato e formatosi a Jakarta. In breve, la storia tratta della ricerca della verità da parte di una universitaria che perdita la borsa di studio a causa di sue foto apparse online mentre è palesemente ubriaca. In un paese nel quale l’alcool è per lo più ufficialmente bandito, il fatto viene considerato un disonore per la facoltà e anche per la famiglia. Ma chi l’ha fatta ubriacare e perché? Riuscirà a scoprire i colpevoli e a farli condannare? Affronta così temi quali maschilismo e potere economico, religione, posizione sociale e prevaricazione della polizia. Interessante film drammatico-investigativo (quasi crime) che apre una finestra sull’Indonesia moderna non turistica.

Délicieux (Éric Besnard, 2021, Fra)

Storia molto campata in aria, poco credibile eppure piacevole da seguire se ci si concentra solo sulla scenografia, i costumi, gli utensili da cucina e la preparazione di dolci e pietanze. E sì, perché, come si può intuire dal titolo, il tema centrale è il cibo. Bella fotografia che spesso rimanda alla pittura classica delle nature morte e delle cucine ben fornite.

mercoledì 2 novembre 2016

Dalla “Cannonball Run” alla “C2C Express” ... epopee americane (1)

Quelli interessati ad aspetti particolari e strani della cultura (o sub-cultura o "mitologia") americana e non conoscono questa corsa devono assolutamente leggere questo post introduttivo e poi approfondire l’argomento consultando almeno parte del materiale presente in rete. Molti sostengono che ognuno, almeno una volta nella vita, dovrebbe attraversare gli Stati Uniti da costa a costa, su strada. Per alcuni è un rivivere i momenti dell'espansione verso ovest, il viaggio dei pionieri, la costruzione delle prime strade ferrate, la cosa all'oro ecc. storie che tutti noi, bene o male, conosciamo per averle viste e riviste in tanti film.
Forse è proprio per questo che la maggioranza di quelli che intraprendono il viaggio, se non prevedono un'andata e ritorno, procedono dall'Atlantico al Pacifico, alla conquista del West.
A partire dagli anni '20 già in molti percorsero le strade americane in auto o moto e, seppur non ufficiale, esiste un albo dei record, ma solo nel novembre 1971 viene organizzata la prima corsa dal pilota di auto Brock Yates, il quale a maggio dello stesso anno aveva completato il coast-to-coast con suo figlio, un giornalista della rivista Car and Driver e un suo amico.
La gara fu denominata The Cannonball Baker Sea-To-Shining-Sea Memorial Trophy Dash, più semplicemente nota come Cannonball Baker or Cannonball Run. Il nome della corsa si riferisce a Erwin George "Cannon Ball" Baker che nel 1933 guidò da costa a costa una Graham-Paige model 57 Blue Streak 8 (foto a sx) in 53 ore e mezza a una media di oltre 80 km/h, record che resistette per quasi 40 anni.
La gara era chiaramente illegale e per questo veniva chiamata “corsa” (run a non race, sottile ma sostanziale differenza) e voleva anche essere una specie di protesta contro la legge da poco introdotta del limite di 55mi/h (88km/h). Per questo fin dalla prima edizione l’abilità degli equipaggi nel condurre doveva essere necessariamente affiancata dalla loro capacità di sfuggire ai controlli della polizia.
Da appassionato di cinema, devo ovviamente sottolineare che l’aspetto spettacolare di questa gara attirò l'attenzione dei produttori hollywoodiani che avevano subito preso atto dell’enorme interesse suscitato dai resoconti e brevi articoli che i vari equipaggi pubblicavano su giornali e riviste. Ma prima che lo stesso Yates riuscisse a completare la sceneggiatura del film che aveva in mente, ne furono prodotti altri due (Cannonball and The Gumball Rally) ed infine arrivò l'ufficiale Cannonball Run (tit. it. “La corsa più pazza d’America”, con Burt Reynolds, Roger Moore, Dean Martin, Dom DeLuise, ...) che ebbe anche un seguito con altri due film, ancora con Reynolds come protagonista.

Negli anni ’70 furono organizzate 5 edizioni della corsa finché Yates non decise che era troppo pericoloso (legalmente) continuare ad esserne il promotore. Dopo vari anni di abbandono, sono state riproposte varie versioni della Cannonball seppur con nomi diversi. Il più recente è C2C Express dove l’acronimo C2C sta per Coast-to-Coast, la cui edizione 2017 si è svolta poche settimane fa, ma di ciò parlerò nel prossimo post riprendendo varie notizie e aneddoti dal lungo e divertente articolo apparso su The Washington Post il 28 ottobre.
Se siete interessati, e conoscete abbastanza bene l’inglese US, vi suggerisco di leggere l’articolo originale, senza aspettare i miei riassunti e commenti, accompagnati da qualche precisazione, altrimenti tornate su Discettazioni Erranti fra un paio di giorni.