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sabato 2 luglio 2022

Microrecensioni 186-190: ancora gran varietà e qualità

Un corto sci-fi di 120 anni fa, considerato il primo del genere, certamente pietra miliare della Settima Arte, due classici del 1963 di taglio molto diverso (una commedia degna di Hitchcock e un dramma con tema quasi tabù per l’epoca), un film del tardo Parallel Cinema indiano e un documentario su un premio Oscar storico.

 
The servant (Joseph Losey, UK, 1963)

Seconda sceneggiatura cinematografica di Pinter, subito dopo The Caretaker, dello stesso anno (regia di Donner, con un ottimo trio di protagonisti: Alan Bates, Donald Pleasence, Robert Shaw). Da parte sua, Losey ha messo mirabilmente in scena il sottile gioco psicologico nel quale i ruoli iniziali vengono completamente sovvertiti, dirigendo un più che valido, seppur ridotto, cast nel quale spicca Dirk Bogarde con al lato la giovane Sarah Miles, appena al suo secondo film. Il regista americano (trasferitosi in UK dopo essere stato accusato di attività sovversive a seguito della tristemente nota caccia alle streghe del maccartismo) cura maniacalmente quasi ogni inquadratura e si è certamente sbizzarrito con originali punti di ripresa delle scale e nelle composizioni attorno agli specchi. Invito a leggere questo interessante articolo che spiega le origini di questo lavoro, derivato da una situazione reale trasformata in racconto da Robin Maugham (nipote del ben più famoso Somerset) e infine adattato a sceneggiatura da Pinter. L'originale era certamente più osé e necessariamente è stato edulcorato per il cinema ... infatti negli anni '60 l'omosessualità era ancora un reato.

Hearts of Darkness: A Filmmaker's Apocalypse (Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola, USA, 1991)

Documentario molto ben strutturato, che svela interessantissimi i retroscena relativi alla produzione di Apocalypse Now (1979, Francis Ford Coppola, 2 Oscar e 6 Nomination), uno dei migliori colossal di tutti i tempi, assemblati in un mix di interviste, brevi spezzoni del film, riprese amatoriali effettuate all’epoca dalla moglie di Coppola, Eleanor. Vengono alla luce l’infarto che colse Martin Sheen nel bel mezzo delle riprese, il timore di non poter portare a termine la produzione per problemi finanziari, l’imprevedibilità di Marlon Brando, i rapporti con gli indigeni sospettati di essere tagliatori di teste, motivazioni delle aggiunte e dell’eliminazione vi varie scene (alcune poi reinserite nella versione Redux), l’uso e l’abuso di alcool e droghe, i problemi delle riprese sul fiume e nelle foreste filippine (il film non fu girato in Vietnam), la correlazione con l’originale racconto Cuore di tenebra (Heart of Darkness, scritto da Joseph Conrad nel 1899 ma ambientato in Congo) e tanto altro. Consigliatissimo a chi ha già apprezzato il film, gli altri cominciassero a guardare almeno una delle due versioni.

  
The Kaleidoscope (Chaalchitra) (Mrinal Sen, USA, 1981)

Mrinal Sen è stato uno dei maggiori esponenti del Parallel Cinema indiano ed in questo film urbano e quasi neorealistico non solo tratta di temi sociali (come suo solito) ma sembra essere quasi chiaroveggente sollevando il problema dell’inquinamento atmosferico anche se si tratta di quello derivante dalle innumerevoli fornacelle a carbone casalinghe, che tuttavia a Calcutta erano centinaia di migliaia. L’ambientazione in un caseggiato popolare fornisce spunti per affrontare anche tanti altri aspetti della vita quotidiana familiare e delle prospettive sociali, oltre a quelli ovvi dei danni causati dai fumi ai polmoni e delle morti conseguenti ad intossicazione idi monossido di carbonio.

Charade (Stanley Donen, USA, 1963)

Commedia brillante fra il romantico e il crime, con un eccellente cast e una sceneggiatura niente male … molti sostengono che avrebbe meritato la regia di Hitchcock, il quale, ricordate, non ha diretto solo thriller ma anche commedie e non ha mai fatto mancare l’ironia nei suoi film. Una giovane e avvenente recentissima vedova (Audrey Hepburn), scopre di essere stata lasciata senza una lira dal ricco marito, che questi aveva traffici loschi e amici ancor più loschi i quali sostengono che il defunto avrebbe fatto sparire una ingente somma di denaro. Essendo tutti convinti che lei sappia dove sia il malloppo, inizia una caccia alla quale partecipano personaggi subdoli e più o meno minacciosi e violenti (molti dei quali non sono chi dicono di essere), in parte alleati fra loro, in parte ansiosi di eliminare i concorrenti. I colpi e cambiamenti di scena non si contano, rafforzati dalle incisive interpretazioni del romantico Cary Grant, del protettivo Walter Matthau e dei minacciosi James Coburn e George Kennedy e il solo apparentemente innocuo Ned Glass. Commedia classica d’altri tempi, ben diretta e interpretata, quasi per famiglie.

Le voyage dans la lune (George Méliès, USA, 1902)

Come scritto in apertura, con questo corto (13’-14’ a seconda delle versioni) di Méliès dimostrò che attraverso il cinema, con pochi semplici ingenui trucchi (oggi) più che evidenti, si potesse intrattenere ed affascinare il grande pubblico con fantasie e ipotesi scientifiche, molte delle quali, come in questo caso, erano già stata avanzate da Jules Verne vari decenni prima. La migliore versione attualmente disponibile è quella colorizzata (a mano) all’epoca, ritrovata nel 1993, restaurata digitalmente fotogramma per fotogramma (oltre 13.000) e fruibile dal 2010. Curiosità per cinefili, per questi imperdibile.

domenica 6 settembre 2020

Micro-recensioni 296-300: film di generi vari, quasi tutti eccellenti

Difficile, ma non troppo, metterli in ordine di gradimento. Le mie preferenze vanno senza alcun dubbio ad Apocalypse Now, nella versione Redux, vale a dire quella presentata a Cannes nel 2001, un director’s cut che aggiunge ben 53’ alla versione distribuita nelle sale 22 anni prima, portando la durata a circa 3h15’. Come mio costume, non mi faccio impressionare più di tanto da rating e recensioni e quindi senza pensarci due volte pongo al secondo posto di questo gruppo The Third Man, film rigoroso, con ottima fotografia (Oscar), luci e ombre sensazionali e originali angoli di ripresa, basato su una eccellente sceneggiatura originale di Graham Greene, poi pubblicata anche come romanzo.
Paragonato a questi due film GoodFellas si classifica buon terzo … non è la prima volta che l’ho guardato ma continua a non convincermi e in questo campo resto sostenitore del primo prodotto del genere di Scorsese (Mean Streets, 1973, inizio della fruttuosa collaborazione con Robert DeNiro).
Arsenico e vecchi merletti è commedia brillante (seppur con risvolti dark) conosciutissima anche in Italia, proposta centinaia di volte in tv a beneficio di milioni di spettatori. A prescindere dalla gran qualità degli altri “contendenti”, Murder My Sweet è stato deludente.
 
Apocalypse Now - Redux (Francis Ford Coppola, USA, 1979)
Al 54° della classifica IMDb dei migliori film di sempre * 2 Oscar (fotografia e sonoro) e 6 Nomination (miglior film, regia, sceneggiatura, Robert Duvall non protagonista, scenografia e montaggio.
Sicuro che tutti i cinefili abbiano visto almeno l’originale, ricordo le aggiunte principali della versione Redux, ma sappiate che nel 2019 è stata distribuita un’ulteriore versione accorciata rispetto a questa, indicata come Final cut (3h02’). Il grosso – quasi mezz’ora è rappresentato dall’incontro con una famiglia francese che da decenni conduce una piantagione di caucciù in Cambogia. C’è poca azione ma i dialoghi in merito al colonialismo in Indocina e le relative guerre sono più che interessanti. Una decina di minuti sono invece dedicati all’intrattenimento offerto da Willard all’equipaggio … un paio d’ore in compagnia delle playmate.
Film spettacolare e complesso, curato nei particolari, più che meritevole dei due Oscar, nonostante le oltre 3 ore di durata non ci si annoia di certo.
Imperdibile!

The Third Man (Carol Reed, UK, 1949)
178° nella classifica IMDb * Oscar fotografia, Nomination regia e montaggio
Non penso di essere stato condizionato dal fatto che la sceneggiatura sia del mio autore preferito, la regia è magistrale così come la scelta delle location (la maggior parte effettivamente a Vienna dell’immediato dopoguerra). Una pura curiosità (che non penso sia voluta): in Apocalypse Now il colonello Kurtz (Marlon Brando) è l’obiettivo della missione segreta di Willard (Martin Sheen), in The Third Man il barone Kurtz (Ernst Deutsch, il rabbino di Der Golem, 1920) è socio nei traffici di Harry Lime (Orson Welles).
Ogni commento sarebbe sprecato … da guardare assolutamente; gli appassionati di fotografia b/n probabilmente lo vorranno vedere più di una volta.
  

GoodFellas (Martin Scorsese, USA, 1990)
17° nella classifica IMDb * Oscar Joe Pesci non protagonista, 5 Nomination (film, regia, Lorraine Bracco non protagonista, sceneggiatura e montaggio)
Vale quanto detto per Apocalypse Now, penso che tutti lo conoscano ed ognuno abbia la sua opinione e quindi, dopo quanto scritto nel cappello, non mi addentro in ulteriori commenti, non dovendo convincere nessuno a guardarlo.

Arsenic and Old Lace (Frank Capra, USA, 1944)
Oltre l’ottimo adattamento cinematografico dell’omonima commedia (1941) di Joseph Kesselring e la precisa regia di Frank Capra, no si può fare a meno di lodare l’intero cast, con ogni attore scelto alla perfezione per il suo personaggio; forse il più famoso (Cary Grant) è quello che recita un po’ troppo sopra le righe, ma il resto della famiglia Brewster, i poliziotti, il Dr. Einstein (Peter Lorre), il tassista, il direttore della clinica e altri sono impeccabili.
Consigliato per un paio d’ore di puro svago.

Murder My Sweet (Edward Dmytryk, USA, 1944)
Il personaggio principale è Philip Marlowe, quindi ripeto quanto scrissi un paio di settimane fa in merito a Kiss Me Deadly (Robert Aldrich, USA, 1955). Quando il protagonista è un noto detective si sa che supererà più o meno indenne qualunque prova e qualunque avversità “spesso in modo a dir poco incredibile facendo venire a mancare la vera suspense”.
Noir del quale si può fare a meno.

#cinegiovis #cinema #film

martedì 17 marzo 2020

Micro-recensioni 61-70 del 2020: "The Big Red One" di Fuller è migliore di "1917"

Strana decina questa … molti buoni film, ma nessuna eccellenza e solo uno a mio parere scadente (Cotton Club) ma ormai è noto a tutti che Coppola ha i suoi alti e bassi.

   

Ci sono 3 americani degli anni ’80 e di genere molto diverso fra loro, ma tutti diretti da registi che hanno fatto storia, due quali emblemi del Nuovo Cinema Americano (Coppola e Spielberg, ancora sulla breccia) e da un anarchico (per il cinema) quale Samuel Fuller.
The Big Red One (Samuel Fuller, USA, 1980-2004)
The Cotton Club (Francis Ford Coppola, USA, 1984)
Empire of the Sun (Steven Spielberg, USA, 1987)
In quanto al primo c’è da precisare che l’edizione del 1980 giunse in sala drasticamente tagliata dalla produzione (1h53’) ma nel 2004 le riprese furono riassemblate in 2h42’, in base al progetto originale di Fuller (morto nel 1997). Inizialmente il regista aveva presentato un film di circa 4 ore, poi ridotte alla metà, ma la produzione lo estromise completamente e fecero di testa loro. The Big Red One reconstruction fu curato da Richard Schickel, assistito dal montatore Bryan McKenzie e da Peter Bogdanovich. Da questa opera di restauro e ricostruzione è stato prodotto anche un documentario di 5h16’. Non da ultimo, si deve sottolineare che Fuller partecipò attivamente alle campagne europee della WWII tanto da essere anche pluridecorato, mentre Lee Marvin (protagonista) partecipò come marine alle azioni nel Pacifico; varie esperienze reali sono state riprodotte in questo eccellente B-movie bellico. Come sottolineò un critico, le grandi produzioni si basano sulla guerra e le grandi manovre, i B-movie sui combattenti, ma non per questo sono di qualità inferiore. Nel complesso, lo giudico migliore e certamente più credibile dell’acclamatissimo 1917, pur essendo costato solo 4,5 milioni (equivalenti a 14 attuali) contro i 100 milioni del film di Sam Mendes.
Gli altri due sono ben noti e quindi scrivo solo poche parole. Il primo è limitato non solo da sceneggiatura scadente ma anche da un cast mal assortito, guidato dall’incapace Richard Gere; l’altro mi è sembrato un po’ troppo fuori dalla realtà, a tratti quasi onirico/allegorico ma si può riconoscere il merito a Spielberg di aver scoperto e lanciato Christian Bale, all’epoca 13enne.

 
Gli altri due di Hollywood sono western degli anni ’50 con registi e attori di grido:
Vera Cruz (Robert Aldrich, USA, 1954) 
Warlock (Edward Dmytryk, USA, 1959)
Entrambi sono singolari anche se il secondo ricalca la trama classica del pistolero-sceriffo con spalla. La sua singolarità consiste nell’essere un adattamento del romanzo di Oakley Hall che fece storia nel 1958 per essere fra i finalisti del Premio Pulitzer pur essendo del solitamente disprezzato genere “western”. Henry Fonda è il pistolero, Anthony Quinn la sua spalla, Richard Widmark il terzo incomodo. Ovviamente ottimamente interpretato, ben orchestrato e con una trama dai vari risvolti non proprio scontati.
Anche l’altro conta su due ottimi attori quali Gary Cooper e Burt Lancaster, soci ma anche in costante antagonismo, diretti dall’affidabile Aldrich, ma la storia ambientata in Messico fra rivoluzionari, austriaci di Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Messico in fuga e avventurieri americani è ben poca cosa, di una banalità a volte sconcertante.
 
L’altra metà è composta da 2 giapponesi, 2 svedesi aventi in comune Hasse Ekman e un film d’animazione sulle conseguenze di un ipotetico attacco nucleare.
Children in the Wind (Hiroshi Shimizu, Jap, 1937)
Cash Calls Hell (Hideo Gosha, Jap, 1966)
Sete - Thirst (Ingmar Bergman, Swe, 1949)
Girl with Hyacinths (Hasse Ekman, Swe, 1950)
When the Wind Blows (Jimmy T. Murakami, UK, 1986)
Quello di Shimizu propone l’ennesimo spaccato della società giapponese degli anni ’30, girato con garbo e mano sicura pur senza contare su avvenimenti notevoli. L’altro giapponese è un buon noir, ben girato, ma con la pecca di avere varie lacune e banalità intercalate in una storia al contrario originale e con vari twist.
   
Interessanti e rigorosi i due svedesi, che sono in un certo senso collegati fra loro in quanto uno dei protagonisti del film di Bergman (allora ancora poco conosciuto) è il regista dell’altro.
L’ultimo è un film d’animazione inglese che si va ad aggiungere alla serie di produzioni che negli anni ’80 trattarono del rischio di guerra nucleare e delle ipotetiche conseguenze. Giustamente drammatico, certamente non per giovincelli, risulta un po’ limitato negli spazi e ripetitivo nei discorsi e azioni della coppia di anziani (un po’ svagati) che vivono in una casa isolata di campagna.

giovedì 18 luglio 2019

45° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (221-225)

Complessivamente una buona cinquina, ma senza eccellenze. Ognuno dei cinque risulta meritevole per aspetti diversi, ma nessuno mi ha completamente convinto ... nonostante gli Oscar, i riconoscimenti ottenuti e la fama di alcuni di essi. 
Avendo tutti notevoli pro e contro, che spesso quasi si bilanciano, stavolta elenco i 5 film in ordine di visione (cronologica) ed essendo tutti ben noti mi limito a sottolineare brevemente aspetti positivi e negativi.

   

221  Amadeus (Milos Forman, USA, 1984) * con F. Murray Abraham, Tom Hulce, Elizabeth Berridge * IMDb  8,3  RT 95%  *  8 Oscar (miglior film, regia, F. Murray Abraham protagonista, sceneggiatura, scenografia, costumi, sonoro e trucco) e 3 Nomination (Tom Hulce protagonista, fotografia e montaggio) *  81° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Quasi un biopic kolossal, ma troppo tendente alla commedia; senza dubbio ricchi i costumi, gli ambienti e gli arredi, ma ho trovato il trucco di Salieri anziano (interpretato da F. Murray Abraham sia da adulto che da vecchio) veramente pessimo; il cast lo definirei scadente, almeno per le prove offerte, in contrasto con la colonna sonora, ovviamente ottima; interessante il soggetto, molto meno la sceneggiatura e i dialoghi. Certamente la regia di Milos Forman non è di livello pari a quella di Qualcuno volò sul nido del cuculo che aveva diretto con grande successo 9 anni prima, nel 1975.
Già visto all'epoca dell'uscita, resta in sostanza abbastanza deludente rispetto alle aspettative, alle recensioni e ai rating.

222  Unforgiven (Clint Eastwood, USA, 1992) tit. it. “Gli spietati” * con Clint Eastwood, Morgan Freeman, Gene Hackman, Richard Harris  * IMDb  8,3  RT 97%  *  4 Oscar (miglior film, regia,  Gene Hackman non protagonista e montaggio) e 5 Nomination (Clint Eastwood protagonista, sceneggiatura, fotografia, scenografia e sonoro)  *  122° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Pur essendo un estimatore di Clint Eastwood, questo Unforgiven è secondo me molto sopravvalutato, nonostante il cast di alto livello. La palla al piede è secondo me la sceneggiatura, mal trattata e con dialoghi scadenti. Il personaggio interpretato da Richard Harris (English Bob) resta avulso dal contesto e non mi sembra fosse strettamente necessario per introdurne un altro (quello del biografo/cronista), egualmente abbastanza insulso e inutile per le vicende narrate. Ridicola la presentazione del di Bill Munny (Clint Eastwood) che cade continuamente, sia nel letame dei maiali, sia tentando di salire a cavallo.
Western revisionista dove trovano posto un afroamericano indipendente, le prostitute quasi santificate, un cronista incapace, un fanfarone aspirante mito del west, un pistolero/vendicatore solitario estremamente miope, insomma troppe falle in una sceneggiatura raffazzonata. Secondo me è un passo falso del buon Clint, veramente non comprendo l'entusiasmo di tanti.

      

223  A Few Good Men (Rob Reiner, USA, 1992) tit. it. “Codice d'Onore” * con Tom Cruise, Jack Nicholson, Demi Moore * IMDb  7,7  RT 82%  *  4 Nomination (miglior film, Jack Nicholson non protagonista, montaggio e sonoro)
La regia è quasi televisiva con troppi primi piani dell’incapace Tom Cruise e della belloccia di turno Demi Moore, anche lei non una grande attrice; per fortuna ci hanno risparmiato una love story fra i due.
Si tratta di courtroom movie (in ambito militare) che segue uno schema troppo semplice e prevedibile, visto e rivisto in tutte le salse. Nel cast si distingue ovviamente Jack Nicholson, certamente oltre una spanna al di sopra dei protagonisti, e vari altri interpreti di personaggi secondari.

224  Dracula (Francis Ford Coppola, USA, 1992) * con Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins * IMDb  7,5  RT 72%  *  3 Oscar (costumi, effetti speciali e trucco) e Nomination per la scenografia
Se per gli effetti speciali probabilmente ha meritato l’Oscar, e forse anche per i costumi, il trucco mi è sembrati esagerato in questa versione di Dracula fra il romantico e l’erotico.
Pur vantando uno delle sceneggiature più attinenti al romanzo originale di Bram Stoker, il film resta di gran lunga inferiore ai più essenziali (e liberamente adattati) Nosferatu - Il Vampiro di Murnau (1922) e Nosferatu - Il principe della notte di Herzog (1979, praticamente un remake del film di Murnau), giustamente molto più famosi.

225  Legends of the Fall (Edward Zwick, USA, 1994) tit. it. “Vento di Passioni”  * con Brad Pitt, Anthony Hopkins, Aidan Quinn * IMDb  7,5  RT 57%  *  Oscar fotografia e 2 Nomination (scenografia e sonoro)
Una vera pappolata ... gli splendidi scenari del Montana e vari nomi di richiamo (come Brad Pitt e Anthony Hopkins) non bastano a fare un buon film.
Storia quasi melodrammatica, nella quale sono stati inseriti argomenti tipici dei western revisionisti come la il nativo (che funge anche da narratore) e la sua famiglia mezzosangue. Trama debole seppur non tutta scontata; ma ogni nuova situazione ha sempre una conclusione abbastanza prevedibile.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 28 aprile 2019

33° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (161-165)

Cinquina nella quale ho voluto includere una conferenza di grande interesse su Jean Vigo e l’ho affiancata a un’altra pietra miliare del cinema: Napoleon (1927) di Abel Gance. Completano il gruppo 2 film di epoche molto diverse, ma entrambi più che buoni, ed il peggior film visto quest’anno. 

   

165 Napoleon (Abel Gance, Fra, 1927) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Albert Dieudonné, Vladimir Roudenko, Edmond Van Daële  * IMDb 7,6  RT 93%
Film epico sia per il soggetto sia per il suo valore nella storia della cinematografia, anche se è doveroso precisare che oramai non si capisce più quale possa essere stata la vera versione di Abel Gance. Come spesso è accaduto per simili kolossal del muto, le copie sono sparite, sono state ritrovate, sono state ri-aggiunte scene tagliate dai produttori e via discorrendo. Io ho guadato la versione restaurata prodotta da Francis Ford Coppola nel 1981, con commento musicale composto e diretto da suo padre, Carmine Coppola.
Pensate che se ne conoscono almeno una ventina di edizioni, a 9,5, 16 e 35mm, virate e non, sonorizzate e non, a 18, 20 e 24 fps, per durate che vanno dalle 3 ore alle 5 ore e mezza.
Un resoconto dettagliato lo trovate in questo esauriente post.
Senza scendere in dettagli (non si finirebbe mai), cito solo una delle varie sperimentazioni di Gance, quella conosciuta come trittico. Si trattava di proiettare tre filmati diversi di dimensioni più o meno quadrate, allineati orizzontalmente in modo da creare un’immagine di proporzioni 3:1, molto vicino a quello che sarà, veri decenni più tardi, il Cinerama (3:1) e il fratello minore Cinemascope (2,55:1, poi ridotto a 2,35:1)
In alcuni casi Gance propone continuità di immagine come se si trattasse di una pellicola unica, altre volte i laterali sono uguali o a specchio, mentre al centro mostra  l’azione principale, altre volte ancore le tre immagini sono indipendenti ed ad un certo momento le immagini laterali sono virate una in blu e l’altra in rosso, lasciando in bianco e nero sola la quella centrale, formando così una bandiera francese.
Al momento, la migliore versione disponibile dovrebbe essere quella su Blu Ray della BFI (5h32’), messa in circolazione nel 2016. Questo era il primo film di un progetto che ne prevedeva 6 sulla vita di Napoleone, ma rimase l'unico. Abel Gance compare nel film in un ruolo relativamente importante, interpretando Louis Saint-Just. 
Secondo me è da guardare ance se non si è proprio appassionati di muto.

161  Jean Vigo: El verdadero énfant térrible  (conferenza) * relatore: José Antonio Valdés Peña (ricercatore, sceneggiatore, critico e docente cinematografico)
Ero indeciso se considerare come visione o meno la conferenza su Jean Vigo, ma ho deciso per il sì dopo le 2 interessantissime ore ben gestite, durante le quali sono stati mostrati un corto per intero, un altro per metà e varie scene significative del mediometraggio Zero in condotta e del suo unico vero film, L'Atalante, praticamente quasi la metà della sua intera produzione, che ammonta a sole 2h47'.
Ecco ciò che Vigo ci ha lasciato: A propos de Nice (1930, 25', documentario che  stravolge gli schemi di quelli turistici dell'epoca); Taris, roi de l'eau (1931, 9'); Zéro de conduite (1933, 44', giudicato sovversivo e per questo proibito fino al '46); L'Atalante (1934, 89', che riuscì appena a terminare, dirigendo le ultime scene in barella). Morì il 5 ottobre 1934, a 29 anni.
Il relatore ha aperto con l'inquadrare pregevolmente e con competenza il periodo di particolare fermento fra innovazioni tecniche, sperimentazioni, passaggio dal muto al sonoro, surrealismo e realismo poetico francese con le sue storie di legionari, criminali, prostitute, origini del noir. Epoca in cui, sulla scia di Abel Gance e Julien Duvivier, muovevano i primi passi i vari Jean Renoir, René Clair, Marcel Carné e a questi si unì (per poco) anche Luis Buñuel, accolto a braccia aperte dai surrealisti.
Jean Vigo è stato presentato come una persona allegra e gioviale, a dispetto dei gravi problemi di salute che lo affliggevano, sempre pronto a creare nuove idee di ripresa. Nel curioso quasi mockumentary sul nuoto (Taris) propone varie scene sott'acqua, all'avanguardia per quei tempi, tecnica che poi perfezionerà in L'Atalante, nella famosissima scena dell'uomo che si tuffa dalla peniche e ne viene mostrato il volto in immersione mentre appare la sposa vestita di bianco, proprio quella che avrete visto migliaia di volte nella sigla di Fuori Orario di Enrico Ghezzi.
Da notare che chi assecondava Vigo in tutte le sue idee, era Boris Kaufman che diresse la fotografia in tutti e 4 i suoi film. Nato in Polonia, all’epoca facente parte dell’Impero Russo, dopo la Francia si trasferì in USA dove fu molto apprezzato, vinse l’Oscar per On the Waterfront (1954, Elia Kazan) e ottenne la Nomination per Bay Doll (1956, Elia Kazan), ma firmò anche altri famosi film come 12 Angry Men (1957, Sidney Lumet) e Splendor in the Grass (1961, Elia Kazan).  Boris era fratello di un altro genio del cinema noto con lo pseudonimo Dziga Vertov, del quale parlerò nel prossimo post.
Serata molto piacevole ed interessante.

      

162  El angel (Luis Ortega, Arg, 2018) * con Lorenzo Ferro, Cecilia Roth, Chino Darin, Daniel Fanego,  Luis Gnecco, Mercedes Morán  * IMDb  7,1  RT 73% * 2 Nomination a Cannes
L’anno di fuoco di Carlos Eduardo Robledo Puch, meglio conosciuto come Ángel Negro o el Ángel de la Muerte, il maggior assassino seriale argentino. Fra marzo 1971 e febbraio 1972, ancora 19enne, con efferata freddezza e indifferenza uccise una dozzina di persona (fra loro anche qualche complice); arrestato, fu accusato di 10 omicidi aggravati e uno semplice, ma lui stesso se ne attribuì 20, di tentato omicidio, di complicità in due stupri, 17 furti con scasso, sequestro di persona e fu condannato all'ergastolo (e sta ancora in carcere, dopo 47 anni). Un paio di anni fa, nel corso di una udienza per ottenere la condizionale gli fu chiesto "Cosa pensi di fare fuori?" "Uccidere la Kirchner" (ex presidente argentina). Ovviamente non gli fu concessa, ma é indicativo in merito al suo carattere.
Il film tratta solo di quest’anno, da quando si associa con il suo primo complice, fino all’arresto. Di famiglia piccolo borghese, si presentava con un aspetto angelico, faccia pulita contornata da boccoli biondi ma era spietato e privo di ogni morale; ma non era avido, rubava per vocazione, tanto che spesso regalava la refurtiva o la abbandonava. A quanto dicono i giornali argentini, gli sceneggiatori, pur mostrando vari suoi crimini a dir poco efferati e violenti, ne hanno proposto un ritratto edulcorato, pare che in  realtà fosse ancora peggiore. Il merito del film, che conta su un cast perfettamente scelto, è quello di non crogiolarsi nella violenza o in scene splatter, ma essere essenziale e mettere in risalto l'apparente calma di un soggetto indubbiamente disturbato, tendente al paranoico.
Tutti i personaggi sono ben delineati, dai “buoni” ai criminali. Oltre alle ottime interpretazioni di tutti i protagonisti (le due coppie di genitori e i figli criminali) è doveroso menzionare  anche la perfetta colonna sonora con tanta musica rock e pop d'epoca, con cover in spagnolo di canzoni ben note che vanno House of the Rising Sun (lanciata da The Animals, qui nella versione argentina di Palito Ortega) a Non ho l'età (cantata in spagnolo proprio da Gigliola Ginguetti). 
Senz'altro molto buono, di passo rapido e bilanciato. Molti prevedono un futuro di successi per l'esordiente Lorenzo Ferro

164  Les Anges du péché (Robert Bresson, Fra, 1943) tit. it. "La conversa di Belfort“ * con Renée Faure, Jany Holt, Sylvie  * IMDb 7,6  RT 83%
Film d’esordio di Bresson, regista di qualità ma (come molti suoi pari) con una limitata produzione, appena 13 lungometraggi in una quarantina di anni (1943 - 1983).
Non fatevi ingannare dal titolo e dall'ambientazione in un convento di suore domenicane ... la religione c'entra relativamente poco. Si tratta di un ben congegnato dramma psicologico nel quale la regola conta, ma le personalità enigmatiche delle protagoniste e i loro fini sono gli elementi fondamentali attorno ai quali si sviluppa e monta l'intera trama.
Questo ed il successivo sono i soli film di Bresson con un cast si soli attori professionisti. La fotografia è particolarmente precisa e curata, evidente retaggio degli trascorsi del regista come pittore e fotografo. Girato in pieno periodo di guerra, giunse in Italia solo nel 1950 come La conversa di Belfort.
Un ottimo film d’esordio, in precedenza aveva diretto solo Affaires publiques (1934 - un corto di 25 minuti, stranamente una commedia) e aveva collaborato a varie sceneggiature; successivamente fu co-sceneggiatore di tutti i suoi film tranne il singolare Lancelot du Lac (1974).  
Pur avendolo guardato l’anno scorso (ma da file) non ho voluto perdere l’occasione di ri-guardarlo su schermo grande in un’accogliente sala della Cineteca Nacional Mexico.


163  Las tetas de mi madre (Carlos Zapata, Col, 2015) * con Alejandro Aguilar, Joseph Barrios, Angelica Blandon * IMDb  6,4 
Storia insulsa, poco credibile, mal rappresentata, peggio interpretata, regia assente ... dove sono finiti i film colombiani più che decenti? Sembra si tratti di un esordio autoprodotto, IMDb riporta che successivamente Carlos Zapata si è solo occupato del montaggio di due corti ... qualcuno, per fortuna, gli avrà spiegato che non era mestiere suo. Mi meraviglia che la Cineteca l’abbia proiettato.
Chiaramente, è da evitare ad ogni costo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 21 febbraio 2018

L’ultimo film di Igmar Bergman, gli svedesi e i registi crudeli


70 Fanny & Alexander (Ingmar Bergman)
tit. or. Fanny och Alexander” (Sve, 1982)
con Bertil Guve, Pernilla Allwin, Kristina Adolphson
4 Oscar (Miglior film non in lingua inglese, fotografia, scenografia, costumi) e 2 Nomination (regia e sceneggiatura)
IMDb  8,1  RT 100%

Ultima regia di Ingmar Bergman, ancora una volta su una sua sceneggiatura originale, ancora una volta con Sven Nykvist come direttore della fotografia. In questo caso non sono tanti i “soliti” attori del circolo di Bergman, ma c’è da segnalare l’ultima apparizione del sempre eccellente Gunnar Björnstrand, seppur in una parte molto secondaria.
Film insolito per Bergman, quasi un gran finale, con un budget spropositato per l’epoca (6 milioni di dollari) e un cast di centinaia di persone, agli antipodi dei suoi tanti film con solo 3 o 4 personaggi principali e poche comparse. Lo si potrebbe quasi vedere come un film corale, viste le varie decine di persone che compongono la famiglia Ekdahl, alla quale si aggiungono numerose cameriere e cuoche, il personale del teatro (attori e tecnici) e altri aggregati come il vescovo e l’usuraio ebreo Isak Jacobi (Erland Josephson), amante della matriarca.
Fanny & Alexander, che pur ha ottenuto ottime recensioni e ben 4 Oscar (Miglior film non in lingua inglese, fotografia, scenografia, costumi e altre 2 Nomination per regia e sceneggiatura), mi è sembrato soffrire della “indecisione” della produzione. Chiarisco: la versione cinematografica, già di per sé abbastanza lunga con le sue 3h08’, è una riduzione di quella integrale (director’s cut) di ben 5h12’, passata in televisione come mini-serie in due puntate. Non tutto quello pensato per il cinema va bene in televisione ed una sceneggiatura nata con l’obiettivo di una serie televisiva (al di là del formato) non può essere ridotta del 40% senza perdere qualcosa. Di conseguenza, nella versione cinematografica (quella che ho guardato) sembra che talvolta Bergman si dilunghi troppo su certi avvenimenti, per poi saltare di punto in bianco da una situazione all’altra a distanza di vari mesi. Tuttavia la lunghezza e il gran numero di personaggi forniscono la possibilità di raccontare tante storie di tipo assolutamente diverso, dalle scene quasi da commedia a quelle inquietanti nella spoglia casa/”prigione” del perfido vescovo Edvard Vergerus (Jan Malmsjö) che mi ha fatto tanto pensare a Robert Mitchum nel capolavoro che è The Night of the Hunter (1955, di Charles Laughton, tit. it. La morte corre sul fiume).
   
Altro argomento interessante è quello dei colori predominanti nelle scene che si svolgono nell’enorme magione della famiglia Ekdahl. Si inizia con il rosso (giustificato dal fatto che è Natale), poi si passa al nero per un lutto e si finisce con la festa per le due neonate per la quale vestono tutti in bianco. (vedi foto)
      
In varie situazioni sono le stanze e gli arredi e non gli abiti a fornire i colori preponderanti, di nuovo con tutta la gamma di rossi a casa Ekdahl (ricorda molto le scene di Sussurri e grida, 1973) tanto da far impallidire il buon Pedro Almodóvar e del grigiore assoluto della casa del vescovo.
   
Resta senz’altro un buon film e le altalenanti vicende di ogni genere fanno “pesare” le oltre tre ore di Fanny & Alexander meno dell’ora e mezza o 1h40’ di altri film di Bergman, esclusivamente drammatici e claustrofobici.

Avendo concluso questo blocco di 7 film del regista svedese, che si vanno ad aggiungere ad un’altra decina di sue pellicole già viste, al di là del giudizio generale che sto ancora elaborando, mi viene spontaneo chiedermi: gli svedesi nel corso dei secoli e nei vari ambiti sociali sono veramente come la media di personaggi proposti da Bergman, o è lui che tratta solo sceneggiature piene di persone che, a dispetto di un’apparente libertà di pensiero e di comportamento, soffre di gelosie, medita vendette, tradisce senza il minimo rimorso, non trova vere ragioni di vita, non ha precise credenze religiose, attraversa lunghi periodi di depressione, e via discorrendo?
Si sa che lui stesso, a seguito dei problemi con il fisco, fu ricoverato per oltre tre mesi in una clinica psichiatrica per depressione e da più parti ho letto che sul set quasi martirizzava attori e tecnici, facendoli a lavorare per ore infinite, talvolta al freddo ... ma della “crudeltà” dei registi si parla spesso (e pare che ciò che si dice sia vero) e ce ne sono tanti che in quanto a questo hanno pessima fama, perfino fra i più famosi, come Kubrick, Hitchcock, Kurosawa, Polanski, Herzog, Coppola, ...

martedì 20 settembre 2016

Gli incredibili esordi di Stanley Kubrick e Francis Ford Coppola


Torno a parlare della settima arte trattando di due opere prime, una dubbia (potrebbe essere la seconda), entrambe quasi rinnegate dai rispettivi registi che successivamente sono divenuti pietre miliari della storia del cinema e pertanto non mi soffermerò sulle loro carriere colme di successi, essendo note a tutti. Mi riferisco alle opere prime di Stanley Kubrick (Fear and desire, 1952, tit. it. Paura e desiderio) e di Francis Ford Coppola (Tonight for sure, 1962). Parafrasando il titolo di un famoso (fra i cinefili) film di Herzog si potrebbe dire “anche grandi registi hanno avuto sciagurati inizi”.
Andiamo in ordine cronologico. Fear and desire fu scritto, prodotto, filmato, montato e diretto da Kubrick il quale, pur investendo tutti i suoi soldi, dovette arrangiarsi con un budget molto ridotto. Egli stesso successivamente lo definì: “un maldestro esercizio filmico dilettantesco, scritto da un poeta fallito, affiancato da pochi amici e con astrusità assolutamente inetta”.
Il film ebbe scarso successo sia di critica che di pubblico ed ebbe scarsa e breve circolazione solo negli States. Una notizia non documentata, ma pare sia quasi certa, riporta che il regista “pentito” avrebbe tentato di comprare e/o far sparire tutte le copie e i negativi della pellicola e sembrava che ci fosse quasi riuscito. Per anni si è pensato che ne fossero rimaste solo due copie, una nelle mani di Kubrick e un’altra pressoché inutilizzabile per essere di pessima qualità. Purtroppo per lui, ma non per i suoi fan e gli storici e appassionati di cinema, nel 2010 - comunque dopo la sua morte -, in un laboratorio cinematografico di Puerto Rico fu trovata  inaspettatamente un’altra copia. Vista la fama ormai universale di Kubrick, la pellicola fu prontamente restaurata e l’anno successivo la TCM la mandò anche in onda e a fine 2012 la Kino Video lo mise in commercio su DVD e Blu-ray. Su YouTube è disponibile la versione restaurata in HD (720p) preceduta da qualche notizia in merito al film e dall’audio di un’intervista di circa 5 minuti rilasciata da Kubrick a Jeremy Bernstein il 26 novembre 1966 e rientra nel “pubblico dominio” per scadenza dei diritti.
Della pellicola in sé e per sé ho appena pubblicato la micro-recensione accompagnata da numerose foto al n. 277 della raccolta 2016: un film al giorno
Venendo ai rating attuali, sempre interessanti ma da interpretare correttamente, c’è da notare che su IMDb (sensibile quasi esclusivamente ai giudizi degli spettatori) non raggiunge la sufficienza, fermandosi ad un misero 5,6 (su 10), mentre va molto meglio su RottenTomatoes (% di recensioni positive) con un 83. Questo tuttavia è il risultato di solo 12 opinioni, ovviamente scritte negli ultimi 4 anni mentre solo il 37% di quelli che l’hanno visto gli hanno dato la sufficienza. Quanti di quei 12 “critici” avrebbero scritto le stesse cose nel 1953, non conoscendo i lavori successivi di Kubrick come Spartacus, 2001: a Space Odyssey, Arancia meccanica, The Shining,...?
Da grande regista quale è stato Kubrick aveva ragione nel suo severo giudizio, ma umanamente avrebbe potuto essere più flessibile e consentire agli appassionati di guardare Paura e desiderio (questo il titolo italiano) ... chi di noi non ha fatto errori dovuti a un po’ di presunzione? L’importante è rendersene conto e migliorarsi e il regista newyorkese c’è indubbiamente riuscito.
Discorso ben diverso per Francis Ford Coppola che iniziò in modo molto più scanzonato e assolutamente senza pretese. Nel 1962, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, uscirono in sala due suoi film: The Bellboy and the Playgirls e Tonight for sure. Il primo, tuttavia, non può essere considerato un vero film di Coppola in quanto questi si limitò a ri-montare una commedia tedesca del 1958 e ad aggiungervi vari inserti girati da lui (per lo più nudi). Per questo motivo nei credits al suo nome viene affiancato quello di Fritz Umgelter, regista dell’originale Mit Eva fing die Sünde. Quindi si tende a considerare Tonight for sure il suo primo vero film essendone sceneggiatore, produttore e unico regista.
Se nel film d’esordio di Kubrick si potevano apprezzare alcune inquadrature e sequenze, in questo di Coppola non c’è veramente niente sa salvare. Senza né capo né coda, con due improbabili protagonisti che chiacchierano delle loro idee strampalate e si raccontano le proprie (ridicole) avventure, le scene delle loro conversazioni vengono intervallate con inquadrature di spogliarelliste che ballano o di giovani e prosperose ragazze a seno nudo nel deserto del Nevada.
Negli anni 60’ proliferava questo genere conosciuto come nudie che non ha prodotto niente di memorabile e che ha visto il suo massimo esponente in Russ Meyer (Vixen!, Supervixens e Faster, Pussycat! Kill! Kill!) ovviamente ben conosciuto e ammirato da Tarantino il quale l’ha anche citato e ringraziato ufficialmente nei titoli di Death Proof.
   
Forse si salva la musica ... composta ed eseguita da Carmine Coppola, padre del regista, il cui nome nei titoli però, come in altri film dell’epoca, risulta essere Carmen Coppola.
Curiosità: nelle scene iniziali, quelle che fungono da sfondo per i lunghi titoli di testa (3’, lunghissimi se si considera che l’intero film è di 65’) appare un’auto rossa con tettuccio apribile che somiglia tanto ad una Fiat 600 ... che ci faceva nelle strade di Las Vegas? Autocelebrazione delle proprie origini da parte di Coppola?
   
Senza volermi atteggiare a “critico”, mi permetto di dire che Tonight for sure è sul serio indecente e non certo per i tanti seni al vento, ma per essere assolutamente improponibile. Non per niente questa sua prima produzione (certa) su IMDb vanta un eccezionale 3,3 (su 10), mentre in RottenTomatoes addirittura non è neanche menzionato.
Il film è disponibile su YouTube e, anche se la qualità è molto scadente, penso che i cinefili debbano degnarlo almeno di uno sguardo, anche se saltellando da una scena all’altra.
Della pellicola in sé e per sé ho appena pubblicato la micro-recensione accompagnata da tante foto al n. 275 della raccolta 2016: un film al giorno