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martedì 5 luglio 2022

Microrecensioni 191-195: pietre miliari del cinema …

… per vari motivi, di diverse nazioni e periodi (dal 1922 al 1992). Dopo il corto sci-fi di Méliès, considerato il primo del genere, mi sono imbattuto in quello che è considerato il primo etno-documentario lungo; i due indiani sono il più grande colossal di sempre, campione di incassi, e uno dei film più rappresentativi del Parallel Cinema; completano il gruppo un lodatissimo, per quanto discusso, film rumeno dell’immediato dopo-Ceausescu e un cult demenziale della New Hollywood. Non a caso i rating medi dei 5 sono 7,8 su IMDb e 94% su RT.


Mughal-e-Azam
(K. Asif, Ind, 1960)

Dalla prima idea messa nero su bianco nel 1944, ci vollero oltre 15 anni per arrivare nelle sale, ma indubbiamente ne valse la pena. Fu la più grande produzione di sempre, uno dei più ricchi colossal al mondo, sia per budget che per impegno di manodopera e per persone impiegate. La costruzione del ricchissimo palazzo del Sultano impegnò oltre 150 carpentieri e decoratori per vari mesi, per le scene del campo di battaglia furono impiegati elefanti, 2.000 cammelli, 4.000 cavalli e 8.000 veri soldati dell’esercito indiano, una sola canzone delle 8 inserite nel film costò più di un intero film standard, la statua di Krishna era di vero oro, all’uscita del film i biglietti furono venduti a mercato nero a prezzi spropositati, la vendita fu presto sospesa per 3 settimane dopo aver esaurito in pochissimo tempo i biglietti, le cronache dell’epoca riportano assembramenti iniziali di 100.000 persone con molti di loro che rimasero i fila per 4 o 5 giorni per comprare i biglietti, il famoso teatro Maratha Mandir di Mumbai (1.100 posti) oltre che per la prima fece registrare il tutto esaurito per molti mesi e rimase in circolazione per 13 anni! Un cast eccezionale e la storia d’amore (fra leggenda e realtà storica), con lo scontro fra il Sultano e suo figlio innamorato di una semplice danzatrice fece gran presa sul pubblico; oltretutto nel film non mancavano belle canzoni composte all’uopo (con testi significativi) e battaglie campali, entrambe molto amate dagli spettatori. Come complessità e grandiosità, nonché durata, non ha niente da invidiare ai contemporanei hollywoodiani Ben Hur (1959, William Wyler) e Spartacus (1960, Stanley Kubrick) e al Guerra e pace di Sergey Bondarchuk (1965, URSS), seppur di culture ed epoche completamente differenti.

 

Nanook of the North (Robert J. Flaherty, Fra/USA, 1922)

Il regista visse con la famiglia di Nanook per vari mesi, girò una buona quantità di immagini nella penisola di Ungava, nel Canada nordorientale, ma non riuscì ad assemblare un documentario. Tornò con maggiore organizzazione e mise insieme questo straordinario doc-verité che mostra la vita di una famiglia Inuit semi-nomade, dalle scene di caccia alla costruzione di un igloo (in solo un’ora), dalla pesca al commercio delle pelli, dalla manutenzione del kayak alla manipolazione del cibo.

Atanka (Terror) (Tapan Sinha, Ind, 1986)

L’indiscusso trio di punta del Parallel Cinema indiano era composto da Tapan Sinha con Mrinal Sen e Satyajit Ray, essendo però solo quest’ultimo acclamato a livello mondiale. Interessante il tema, molto ben sviluppato, il drammatico dilemma di un padre che deve decidere fra coscienza e famiglia. Un maestro assiste ad un omicidio perpetrato da un suo ex-alunno e la sua gang, protetta da un politico e da poliziotti corrotti. Tarda a denunciare il fatto per proteggere i suoi due giovani figli, che comunque vengono aggrediti. Come quasi tutti i soggetti del Parallel Cinema, anche questo affronta temi scabrosi, dei quali all’epoca era difficile parlare.

 
Animal House (John Landis, UK, 1978)

Cult diretto da John Landis (regista ai massimi livelli in questo genere) che precede di 2 anni il suo ancor più famoso The Blues Brothers. Vi rimando al post che scrissi qualche anno fa.

Balanta (The Oak) (Lucian Pintilie, Rum, 1992)

Commedia grottesca che affronta l’argomento della diffusissima corruzione nel regime dittatoriale di Ceausescu, dal modus operandi della famigerata Securitate (la polizia politica) al sistema sanitario e alle esercitazioni militari. L’ho trovato un po’ troppo altalenante fra satira politica (di un recentissimo passato) e scene veramente demenziali. Comunque interessante, a tratti divertente per le imprese dei due protagonisti, una ribelle che deve seppellire le ceneri del padre e un medico praticamente anarchico, in totale contrasto con la società e ancor di più con il regime.

martedì 22 marzo 2022

Microrec. 81-85 del 2022: di nuovo un gruppo incredibilmente vario

Produzioni di cinque paesi, con 90 anni fra la più datata e la più moderna (1920-2010), due diretti da pietre miliari del cinema internazionale, uno sperimentale, due commedie grottesche, ...

 
You Are Here (Daniel Cockburn, 2010, Can)

Cercando di categorizzarlo, questo film è stato definito: fiction speculativo-filosofica, fantasia borgesiana, meta-detective story, iper-creativo. Certamente sperimentale, ma molto più per la sceneggiatura (sia come costruzione che come contenuti) che per le riprese; non mancano sarcasmo e humor nero. Dopo averlo guardato (bastano anche una dozzina di minuti degli 80 complessivi) si capisce anche perché non abbia avuto diffusione non essendo assolutamente adatto al grande pubblico, ma potenzialmente gradito solo a quella nicchia di spettatori disposti cercare di comprendere per poi elaborare, senza che vengano loro fornite risposte chiare e definitive. Pur essendo così lontano dagli standard e, oserei dire, assolutamente unico, fu bene accolto dalla critica ed ebbe successo ai pochi Festival internazionale nei quali fu presentato (Locarno, Toronto). Nello sviluppo della trama quasi circolare, appaiono vari protagonisti (che non si incontrano fra) propongono assunti filosofici quasi paradossali; mentre altri personaggi, per lo più secondari, sono indirizzato in un determinato luogo ma in modo passivo. Come anticipato, si tratta di film indubitabilmente difficile da descrivere e quindi non ci provo neanche a farlo in poche righe; a chi volesse saperne di più prima di affrontarne la visione consiglio di leggere questa ricca pagina Wikipedia (solo in inglese). A me non è per niente dispiaciuto, se siete aperti alle elucubrazioni non ve lo perdete.

Within Our Gates (Oscar Micheaux, 1920, USA)

Oscar Micheaux fu il primo regista-sceneggiatore-produttore afroamericano di Hollywood; questo fu il suo secondo lungometraggio ma, considerato che il primo è andato perduto, è il più datato tuttora esistente nel genere detto Black Movie, parte dei Race Film. Nelle sue intenzioni voleva essere una risposta all’arcinoto The Birth of a Nation (1915, D.W. Griffith), mettendo in mostra le persistenti differenze fra il nord (dove emergeva la figura del "New Negro" colto e inserito nella società) e il sud dove non solo si tentava di ostacolare la scolarizzazione, ma resisteva il razzismo, anche violento, fino ai linciaggi. Quindi un film di forti contenuti sociali, ancor più apprezzabili considerata l’epoca, con un epilogo che esalta la componente afroamericana degli USA moderni ricordando esplicitamente anche i loro sacrifici per la patria. Interessante e mai esagerato resta sempre abbastanza credibile, sia inserendo fra gli afroamericani anche dei poco di buono, sia non calcando la mano sul linciaggio e tentativo di stupro, ma citando sempre i luoghi nei quali si svolgono le scene per evidenziare le enormi differenze fra nord e sud.

  
Mahapurush (The Holy Man) (Satyajit Ray, 1965, Ind)

Dopo The Chess Player, ecco un’altra commedia di Ray, regista che, però, deve la sua indiscussa fama universale a film ben più seri, spesso drammatici. In questo caso si tratta di satira abbastanza feroce nei confronti sia dei ciarlatani molto abili che si improvvisano santoni, sia agli accoliti creduloni che si fanno raggirare, in particolare quelli che hanno potere, denaro e una certa posizione sociale, ma evidentemente poca cultura. Singolare e divertente.

Buffet Froid (Bertrand Blier, 1979, Fra)

Commedia grottesca tendente al surreale che mette insieme una serie di personaggi con caratteri fra lo psicopatico e la pura follia. Il terzetto dei veri protagonisti è composto da un paio di assassini seriali e un ispettore di polizia non meno schizzato, con il quale vanno sostanzialmente d’accordo. Il personaggio del poliziotto (Bernard Blier) in più occasioni ricorda il suo omologo tenente Practice di Little Murders (1971, tit. it. Piccoli omicidi) impeccabilmente interpretato da Alan Arkin, anche regista del film. La situazione è paradossale e gli avvenimenti (non solo omicidi) si susseguono rapidamente, con vittime e personaggi secondari talvolta squilibrati tanto quanto i protagonisti. Abbastanza insolito, spesso divertente, a tratti scontato, può far passare una piacevole ora e mezza.

Tilva Ros (Nikola Lezaic, 2010, Ser)

Per completare una cinquina così particolare ho scelto questo film serbo moderno, sviluppato in un ambiente giovanile che, evidentemente, si stava già globalizzando oltre 10 anni fa. Non ho mai guardato la serie Jackass originale (alla quale i dementi protagonisti del film si ispirano) ma non capisco il motivo per il quale ne è stato fatto un film, oltretutto senza né capo né coda. Assolutamente da evitare … peggiore dell’anno.

sabato 27 novembre 2021

Micro-recensioni 341-345: noir classici degli anni ‘40 (e gossip)

Numerosi attori furono indissolubilmente legati ai noir (2 per tutti: Humphrey Bogart e Edward G. Robinson) e ciò fece la loro fortuna. In questo gruppo, oltre a due presenze del duo Alan LaddVeronica Lake, ritroviamo 2 volte Robert Mitchum e ben 3 volte l’ineffabile caratterista William Bendix (foto al lato, con Alan Ladd, da The Blue Dahlia) al quale, seppur non vero protagonista, venivano affidati sempre ruoli importanti se non determinanti e spesso il suo nome appariva anche sui poster, in caratteri appena più piccoli delle star. Curiosità in merito agli interpreti: a proposito del succitato duo (ben 7 volte insieme) c’è da sottolineare che si formò a causa della loro statura, inusuale per la Hollywood di allora: circa 1,50 per Veronica Lake e 1,65 per Alan Ladd, mentre la media degli altri divi era vicina a 1,90! Quali esempi, allego un paio di foto nelle quali sono evidenziate tali differenze fra alcune star; convertendo piedi e pollici in cm, certamente Marylin Monroe (1,66, al centro) e Audrey Hepburn (1,70, terzultima) potevano più facilmente apparire al fianco di attori quali Gable e Lancaster (i più bassi nella foto, 1,85), Cary Grant (1,87), per non parlare di quelli di 6’3” (1,90) - fra i quali Gregory Peck e Gary Cooper - o di 6’4” (1,93) come John Wayne.


Tornando a Veronica Lake, nonostante la statura, divenne un’icona con la sua perenne aria di sufficienza e espressione da donna irresistibile, nonché per la sua usuale pettinatura (utilizzata per caratterizzare il disegno di Jessica Rabbit); tuttavia, malgrado il successo, forse si calò troppo nel personaggio tanto da guadagnarsi “la fama di persona difficile e fu etichettata come the bitch; Joel McCrea rifiutò di lavorare di nuovo con lei affermando che "la vita è troppo corta per girare due film con Veronica Lake; lo scrittore Raymond Chandler (creatore del personaggio del detective Marlowe), autore/sceneggiatore de La dalia azzurra, la definì sarcasticamente Moronica Lake (moron: ritardato mentale).” (da Wikipedia).

 

Crossfire
(Edward Dmytryk, 1947, USA) tit. it. Odio implacabile (!)

Secondo me il migliore del gruppo, pur discostandosi dall’ambientazione classica dei noir. Infatti tende più al crime e vede un gruppo di soldati da poco rientrati dal Pacifico coinvolti in un omicidio. Ottimo cast, curiosamente con tre Robert nei panni dei protagonisti: R. Ryan è l’imperturbabile ispettore, R. Ryan e R. Mitchum due dei militari coinvolti nelle indagini. Nel gruppo nessuno crede alla colpevolezza dell’indiziato e cercano in ogni modo di proteggerlo e nasconderlo. Crossfire ottenne 5 Nomination miglior film, regia, sceneggiatura e Robert Ryan e Gloria Grahame non protagonista.

They Live by Night (Nicholas Ray, 1948, USA) tit. it. La donna del bandito

Buon esordio con un noir quasi classico di Nicholas Ray, che nel 1955 si sarebbe poi definitivamente affermato con Gioventù bruciata, del quale fu anche sceneggiatore (Nomination Oscar). Personaggi ben delineati, trama abbastanza varia e con molte svolte, tante scene con un po’ di suspense e qualche scena romantica. In effetti delle attività criminali del trio si vede ben poco, l’adattamento del romanzo Thieves Like Us curato dal regista stesso è focalizzato più sui caratteri dei protagonisti che sugli avvenimenti. Fra i personaggi principali, tutti seppur sommariamente ben delineati, trovo credibili i più cattivi e falsi, mentre i due giovani innamorati appaiono troppo fuori dal mondo continuando ad agire in modo insulso. Nel complesso godibile, ma molto di genere, con buona fotografia.

  

The Big Steal
(Don Siegel, 1949, USA) tit. it. Il tesoro di Vera Cruz (!)

Singolare noir che si sviluppa quasi come un road movie, per di più in Messico. Fin dall’inizio si apprende che tale Fiske è inseguito (separatamente e per motivi diversi, comunque legati ai soldi) dalla sua ex Joan e dal ten. Halliday (Robert Mitchum), a sua volta inseguito dal cap. Blake (William Bendix), tutti controllati con apparente indifferenza e superficialità dall’ispettore generale Ortega. Come si può intuire, la storia corre al limite della commedia sia per il poli-inseguimento, sia per l’inevitabile parte romantica che coinvolge Joan e Halliday, sia per l’ironia nel proporre luoghi comuni (peraltro abbastanza veritieri) in merito alle differenze culturali fra americani e messicani. Nonostante il mix di generi, risulta essere una gradevole visione.

The Blue Dahlia (George Marshall, 1946, USA) tit. it. La dalia azzurra

Interessante sceneggiatura (Nomination Oscar) che unisce affari loschi, un pilota militare appena rientrato dalla guerra e, soprattutto, mogli tradite e traditrici. Aggiungendo un omicidio e un detective privato di un residence che non disdegna il ricatto sistematico, nonché i commilitoni del militare e l’immancabile acuto ispettore si ottiene un’intricata e buona trama per un noir. Veronica Lake è la moglie tradita e vendicativa, Alan Ladd il pilota e William Bendix il suo commilitone che ha sofferto uno shock da esplosione.  

The Glass Key (Stuart Heisler, 1942, USA) tit. it. La chiave di vetro

Buon noir la cui sceneggiatura avrebbe certamente meritato una miglior messa in scena, piena com’è di tradimenti, doppiogiochisti, colpi di scena e tempi scelti alla perfezione sia per gli incontri casuali che per quelli mancati per un soffio. Trovo che il personaggio del boss che aspira ad entrare in politica è un po’ troppo caricaturale e sopra le righe e, per tornare ai gossip di apertura, Alan Ladd non è adatto al ruolo di duro.

mercoledì 15 settembre 2021

Micro-recensioni 251-255 - World Cinema: 2 URSS anni ’30, Svezia, India e Georgia

Da MUBI altri recuperi molto interessanti: due commedie drammatiche russe dei primi anni ’30, con velata propaganda stalinista, la seconda e più moderna muta e quasi surreale; una commedia (proprio così) sorprendentemente diretta da Bergman; un ennesimo dramma (leggero) del regista indiano Ray (quasi unanimemente considerato fra i migliori di sempre, in tutto il mondo) ed un sorprendente e affascinante biopic di un artista georgiano.

Pirosmani (Giorgi Shengelaia, 1969, Geo)

Ancora una volta dalla Georgia arriva un film che conferma la tradizionale qualità del cinema della ormai ex repubblica sovietica, che vanta antica propria cultura, lingua e scrittura. Pirosmani è il nome con il quale è comunemente conosciuto il pittore primitivista georgiano Nikoloz Aslanis Dze Pirosmanashvili (1862-1918), notissimo in patria, molto meno in Europa e oltreoceano se non fra gli esperti del settore. Artista autodidatta veramente originale per le sue scelte di vita (da vagabondo), in linea di massima non interessato al denaro, praticamente senza legami anche se benvoluto da tutti. Spesso regalava i suoi quadri o riceveva in cambio cibo e bevande (vino e vodka) dipingendo in loco e ciò spiega l’abbondanza di soggetti come tavolate, cantine, trattorie e feste all’aperto, ma dimostra anche grande interesse verso animali domestici e non. Ma non solo le opere mostrate sono affascinanti, anche il film è molto ben realizzato con ottima scelta di ambienti e attività tradizionali, lavorative e ricreative. Anche la scelta dei colori è singolare (dipinti e film) con molto nero con il quale contrastano tinte brillanti e a ciò si aggiungono le particolari tonalità della pellicola probabilmente prodotta nei paesi dell’est. Il film (consigliato) si trova anche su YouTube e per invogliarvi a guardarlo e a scoprire lo stile dell’artista georgiano aggiungo foto di qualcuno dei suoi quadri.






 
The Coward (Kapurush) (Satyajit Ray, 1965, Ind)

Dramma basato sull’incontro del tutto casuale di due ex fidanzati, lei ora sposata con un coltivatore di tè, lui sceneggiatore. Nel corso dei pochi giorni passati dal giovane in casa della coppia è evidente la tensione fra i due, ma per lui si tratta di un risveglio della passione, per lei una ostentata indifferenza (sincera?). Un dovuto flashback mostra gli eventi passati e quindi giustifica gli atteggiamenti di Karuna (la padrona di casa) e Amitabha (l’inatteso ospite). Solita ottima regia di Satyajit Ray con le interpretazioni di Madhabi Mukherjee e Soumitra Chatterjee (già apprezzati insieme in Charulata, 1964) che non sono da meno. Nomination Leone d’Oro a Venezia per la regia.

Smiles of a Summer Night (Ingmar Bergman, 1955, Swe)

Chi fosse convinto che Bergman abbia diretto solo mattoni (a prescindere dalla qualità) si dovrà ricredere poiché qui si tratta di una commedia romantica, come esplicitamente messo in evidenza nei titoli di testa. I personaggi sono un affermato avvocato con una moglie molto giovane (apparentemente illibata) della quale è invaghito il figlio di lui, un’avvenente e navigata attrice contesa fra l’avvocato e un ufficiale di cavalleria pronto a sfidare a duello chicchessia, anche lui con giovane moglie, amica della moglie dell’avvocato; ma c’è anche una giovane, avvenente e intraprendente cameriera sempre pronta a provocare gli uomini che le stanno attorno. La commedia si concluderà nella ricca residenza della madre dell’attrice, donna di grande esperienza (in tutti i sensi, almeno a quanto lascia intendere) che dispensa saggi consigli (non sempre morali) a tutti i suoi ospiti. Certamente differente da qualunque film di Bergman abbiate visto!

 
  • Outskirts (Okraina) (Boris Barnet, 1933, URSS)
  • Happiness (Schaste) (Aleksandr Medvedkin, 1935, URSS)

Questi due film, come anticipato, alludono alla situazione della vita nelle campagne sovietiche con riferimenti ai dogmi rivoluzionari. Nel primo l’azione si svolge in una cittadina di confine nella quale la principale produzione sembra essere quella delle calzature; lì convivevano pacificamente russi e tedeschi ma con la guerra i rapporti cambiano e il giovane tedesco protagonista della storia viene aggredito da alcuni, protetto e difeso da altri, fra i quali una sua pretendente.

Nel secondo, muto pur essendo del 1935, si assiste invece ad una commedia grottesca dai risvolti talvolta surreali o semplicemente caricaturali. Ambientato all’epoca dell’Impero Russo, prima della rivoluzione d’ottobre, c’è l’avido prete, il pigro cavallo (a pois), il granaio portato in giro a spalla. C’era anche un’altra particolarità, purtroppo andata persa: la sequenza iniziale fu la prima filmata a colori dalla Mosfilm.

domenica 5 settembre 2021

Micro-recensioni 236-240: cinema asiatico fra classici e originalità

Altra cinquina tutta recuperata su MUBI, ma stavolta ci spostiamo in Asia, con 3 film indiani, uno dello Sri Lanka (assolutamente niente male) e un deludente ma interessante sino/americano modernissimo. Come gli esami (Eduardo De Filippo), le sorprese non finiscono mai.
  

Ankur (Shyam Benegal, 1974, Ind)

Uno dei cult dell’Indian Parallel Cinema, al quale il Festival Cinema Ritrovato di Bologna di quest’anno ha dedicato una sezione; avendo apprezzato questo mi sono messo alla ricerca di altri e ne ho trovati due che inserirò nella prossima cinquina. In rete potrete trovare molti articoli sul genere che dal resto non differisce molto nello stile, ma nei contenuti, puntando spesso ad una rivalutazione dei ruoli femminili e affrontando i problemi derivanti dalle relazioni fra le caste. Nel film tutti i protagonisti sono in un modo o nell’altro deprecabili anche se ognuno, in qualche momento, ha qualche momento di sano orgoglio e buonsenso. Senz’altro meritevole di una visione.

The Wasps are Here (Darmasena Pathiraja, 1978, LKA)

Anche se in questo caso i problemi fra i protagonisti derivano più da questioni sentimentali e sociali che da quelle economiche, questo non può non riportare alla mente altri ottimi film con soggetto pesca tradizionale e contrasti della comunità dei pescatori con i commercianti o armatori come due ottimi film messicani quali Redes (1936, esordio, seppur in co-regia, di Fred Zinnemann) e Janitzio (1935, Carlos Navarro, con Emilio El Indio Fernández) per non parlare di La terra trema (1948, Rossellini) ispirato dai Malavoglia di Verga e ambientato ad Acitrezza, Sicilia. Tutti e tre i film citati non solo sono ottimamente girati e interpretati (pur contando su molti interpreti non professionisti) ma sono di grande valore antropologico. Volendo trovare una pecca in questo mio primo film dello Sri Lanka, certamente il discorso politico del socialista appare un po’ fuori luogo anche se non sembra aver gran presa sugli astanti. Ben filmato e interpretato, nonché restaurato pochi anni fa, include parte documentaristica breve ma significativa. Consigliato.

  
The Chess Players (Satyajit Ray, 1977, Ind)

Inaspettatamente ci si trova davanti ad una commedia, certo non il genere solito di Ray, e si apprende che fu anche l’unico suo film parlato in hindi e non in bengali come tutti gli altri. Una parte del cast è inglese e, nelle vesti del General James Outram, c’è nientemeno che Richard Attenborough. La parte storica (date, luoghi e nomi) è vera, il resto è ovviamente romanzato se non di pura fantasia. Ma i veri indiscussi protagonisti sono i due amici appassionati di scacchi che, per una partita, dimenticano mogli, casa e perfino i gravi subbugli politici in corso. Adattamento di un romanzo di Tagore (Nobel per la letteratura nel 1913), il film mette in evidenza sia l’arroganza, la sostanziale ignoranza e l’avidità degli inglesi, sia la generale apatia e indifferenza degli indiani nei confronti della politica.

The Home and the World (Satyajit Ray, 1984, Ind)

Dramma a sfondo storico che fa conoscere gli ideali Swadeshi, movimento nazionalista indiano di inizio secolo scorso. Un leader del movimento si insedia in casa di un suo vecchio amico di studi (di idee certamente diverse) e riesce a coinvolgerne la moglie, che si lascia facilmente influenzare. Il concetto di libertà intellettuale si dimostrerà perdente rispetto alla vanagloria del dirigente politico disposto a trascurare i contrasti religiosi, sociali ed economici. Come per The Chess Players, pur cimentandosi in generi per lui non usuali, Satyajit Ray riesce a produrre film consistenti e tecnicamente pregevoli fornendo a noi occidentali nuove chiavi di lettura e spunti di riflessione in merito alla società indiana.

Dead Pigs (Cathy Yan, 2018, Cina/USA)

Commedia quasi dark che comincia bene presentando i vari personaggi principali (molto diversi fra loro) che poi si dimostreranno avere legami. Uno sguardo sulla Cina moderna, con tanti ricchi che vorrebbero vivere all’occidentale imitandone (male) lo stile. Il titolo si riferisce ad un vero fatto di cronaca, il ritrovamento di migliaia di maiali morti in un fiume alle porte di Shanghai ed alla storia si aggiunge la resistenza della proprietaria di una casa che si rifiuta di abbandonare, bloccando di fatto la costruzione del totalmente nuovo insediamento con replica della Sagrada Familia di Barcellona ma si pensa anche ad uno con Arco di Trionfo e Torre Eiffel più grandi delle reali strutture parigine! Fra un eccesso e l’altro il film perde di verve e di interesse, fino a scadere molto nel finale con karaoke (gli spettatori cinesi in sala avranno cantato?) e conclusione poco plausibile. Ai protagonisti appartenenti a vari settori dell’attuale Cina si aggiunge un giovane architetto americano, tutti palesemente esagerati; il sotterfugio del ragazzo per racimolare la somma del quale il padre ha bisogno, appare come una citazione/copia di Shônen (aka Boy, aka Il bambino, di Nagisa Oshima, 1969, Jap); il marketing ultracolorato con balletti e refrain demenziali è assolutamente kitsch; lasciano perplessi le tante scene di strade incredibilmente deserte (a Shanghai???) che fanno sparire milioni di cinesi dallo schermo. Guardabile per curiosità verso la Cina moderna, assumendo che buona parte di quanto mostrato sia vero.

giovedì 4 gennaio 2018

Le migliori sorprese fra i 443 film visti nel 2017

Chiarisco subito che non vengo a stilare classifiche, ma mi limito a segnalare agli appassionati di cinema film, cinematografie e registi solitamente meno frequentati (almeno da me) o addirittura in precedenza sconosciuti. Ho raggruppato i titoli in modo vario e non ho preso in considerazione quelli che hanno già fatto tanto parlare di sé e che quindi presumo tutti conoscano. 
Mi sono imbattuto in queste piacevoli “sorprese” seguendo i lavori di registi, attori o autori, cercando di approfondire la conoscenza di cinematografie poco conosciute, o guardandole per puro caso in cineteche o rassegne. I film che cito mi sono piaciuti e/o mi hanno colpito per vari motivi e appartengono a generi, epoche e stili molto diversi; pur non essendo certo tutti capolavori, meritano senza dubbio e comunque una visione per ampliare i propri orizzonti cinematografici.
     
Nel 2016 mi ero avvicinato a Satyajit Ray (regista indiano stimato e apprezzato dai critici e da tutti i migliori registi europei e americani) con la sua Trilogia di Apu e nel 2017 sono riuscito a guardare un’altra dozzina di suoi film, tutti di ottimo livello e di generi abbastanza diversi. Fra essi i miei preferiti sono stati Jalsaghar (The Music Room, 1958), Devi (The Goddess, 1960) e Agantuk (The Stranger, 1991). 
      
Restando in Asia, ho anche approfondito le mie conoscenze di cinema giapponese classico con una mezza dozzina di film di Yasujirô Ozu (particolari, ma mi sono piaciuti tutti) e tre di Masaki Kobayashi fra i quali l’eccezionale e imperdibile Seppuku (Harakiri, 1962), ma ho anche visto molto altro di HongKong, Korea e Taiwan. 
Fra i sudamericani ho visto tanti film abbastanza buoni, ma niente di memorabile; vale però la pena ricordare i lavori di Miguel Littin per quello che ha rappresentato nella cinematografia cilena durante il periodo di dittatura a causa della quale ha condotto una carriera nomade.
Risalendo l’America Latina fra alcuni buoni film colombiani, p.e. Los colores de la montaña (2011), e il guatemalteco Ixcanul (2015) arrivo alla cinquantina di film messicani con vari di Emilio Fernández “El Indio (una garanzia, in particolare quando il direttore della fotografia è Gabriel Figueroa, che “sintetizza tutta l’energia de l’Indio”) e altri della “Epoca de Oro”. Oltre a questi ho trovato varie vere sorprese come l’ultimo film di Luis Buñuel che mi mancava, poco visto e quasi disconosciuto dal regista Los ambiciosos (1959, aka La fiebre sube a El Pao) che mi è piaciuto più di quanto mi potessi aspettare, anche grazie alla fotografia dell’appena citato Figueroa.
       
Fra i più recenti segnalo il drammatico Sin nombre (2009, esordio di Cary Fukunaga, regista di Beasts of No Nation, del 2015) e le ottime comedias negras in puro stile messicano come Dos crimenes (1994), Todo el poder (2000) e, soprattutto, Matando Cabos (2004). Quest'ultima rivaleggia con l’omologa spagnola El mundo es nuestro (2012) per essere la migliore del genere del 2017 e quindi consiglio la visione di entrambe.
Sorprese dal vicino oriente sono arrivate da due film israeliani Remember (Atom Egoyan, 2015) e Women's Balcony (Emil Ben-Shimon, 2016) e, assolutamente inaspettate, dall’Egitto. 
      
Per puro caso durante un volo intercontinentale ho avuto occasione di guardare Hepta: The Last Lecture (2016) che mi ha affascinato e mi ha spinto a cercare altri titoli e così sono giunto al più famoso regista egiziano Youssef Chahine, del quale ho poi visto Bab el hadid (aka Cairo Station, 1958), Djamila (1958) e Al-Massir (Il destino, 1997) nonché a Al-mummia (di Chadi Abdel Salam, 1969).
      
Concludendo con l’Europa è strano che abbia visto i film che più mi sono piaciuti in Messico e se i moderni (come The Party e The Square, il primo veramente eccezionale) teoricamente dovrebbero circolare anche nelle sale italiane, certamente non è facile guardare La belle noiseuse (1991) di Jacques Rivette, forse il meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague, nella sua versione integrale di 3h58’ e non in quella ridotta di sole 2h05’. 
      
A questi aggiungo 1945 (di Ferenc Török, 2017) un bellissimo film ungherese in bianco e nero, degno della migliore tradizione magiara, che con una splendida fotografia e una sapiente regia racconta una storia piena di mistero e suspense in un piccolo villaggio, nell'arco ore diurne di un solo giorno.
Nel 2017 ho avuto anche occasione di guardare più documentari del solito, per la maggior parte ben fatti e molto interessanti, e due di essi, entrambi di argomento cinematografico, meritano una menzione particolare.
Genius: A Tribute to Erich von Stroheim è assolutamente anomalo in quanto esiste solo su YouTube ed è semi-amatoriale, realizzato da tale Robert Hicks il quale ha montato (molto bene) in ordine cronologico spezzoni di altri documentari (professionali) che si erano occupati del grande e bizzarro regista e attore austriaco trapiantato a Hollywood; il risultato è più che soddisfacente e le quasi due ore passano senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo. L’altro è l'eccellente e molto più professionale Lumière! (di Thierry Frémaux, 2016) che in circa 1 ora e mezza mostra un centinaio di film dei Lumière, dagli inizi fino al 1905, con un interessantissimo commento tecnico.
      
Infine l’animazione ... ho già scritto molto su Coco e sugli argomenti che tratta e ora che è arrivato in Italia certo non è più una sorpresa ma quando lo vidi lo un paio di mesi fa lo fu, e molto piacevole. Passo quindi a Loving Vincent che so che in Italia è stato distribuito in un numero limitato di sale, in pochi giorni infrasettimanali. Si tratta del primo film di animazione i cui disegni sono stati realizzati ad olio da un centinaio di pittori professionisti, nell’arco di una mezza dozzina di anni, con personaggi tratti direttamente dai dipinti di Vincent van Gogh ... assolutamente innovativo ed imperdibile.
   
Sono sempre più convinto che fra i film d'epoca, di paesi cinematograficamente sconosciuti o giudicati insignificanti, o indipendenti si possano trovare piccole perle, seppur con tutti i loro limiti dovuti a budget, tecnologia, situazione politica.

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