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lunedì 14 settembre 2020

Micro-recensioni 301-305: "Sátántangó" di Bela Tarr vale per 3

Gruppo caratterizzato dall’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di Sátántangó, un arthouse movie apprezzatissimo dai cinefili di tutto il mondo, che ho guardato in tre parti così come è stato suddiviso per la distribuzione home video, visto che dura la bellezza di 7h19’!
Ho completato la cinquina con due film molto diversi, anche fra loro, ma notevoli nei rispettivi generi: un noir classico americano ed una ancor più classica commedia messicana con l’ineffabile Cantinflas.

Sátántangó (Bela Tarr, Hun, 1994)
IMDb 8,4 RT 100% * Premio Caligari a Berlino
Film senz’altro unico, non solo per la durata, ma anche per la struttura e, soprattutto, per lo stile assolutamente originale di Bela Tarr. Di questo regista ungherese avevo letto più volte e ricordo di aver sempre visto i cofanetti dei suoi film esposti in bella evidenza negli shop delle varie cineteche che ho frequentato (Paris, Ciudad de Mexico, Lisboa, …). Non per niente la sua reputazione su RottenTomatoes è eccellente, con 8 film quotati ha una media del 91%, 3 di essi al 100%, uno dei quali è Sátántangó, unanimemente considerato la sua opera più significativa, il suo capolavoro. Girato in bianco e nero e con presa diretta, è diviso in 12 capitoli lungi dall’essere uniformi visto che variando da meno di un quarto d’ora a quasi un’ora:
The News Is They Are Coming (41:23)
We Are Resurrected (31:05)
Knowing Something (59:07)
The Job of the Spider I (25:18)
Unraveling (52:02)
The Job of the Spider II (42:08)
Irimiás Gives A Speech (13:24)
The Perspective from the Front (51:33)
Going to Heaven? Having Nightmares? (29:11)
The Perspective from The Rear (30:28)
Just Trouble and Work (16:49)
The Circle Closes (28:23)
Caratteristiche sono le riprese con camera fissa (talvolta anche con attori assolutamente immobili) che si alternano a carrellate lente e infinite, in tutte le direzioni. I campi lunghi e lunghissimi si alternano a primi piani che durano spesso più del normale. In un’intervista Bela Tarr ha dichiarato che il film contiene circa 150 clip, il che equivale ad una durata media di 3 minuti a ripresa, ma ce ne sono tante fra gli 8 e i 12 minuti che però non possono essere considerati veri e propri piani sequenza visti i limitatissimi movimenti di macchina. Con questa struttura, è logico che molte azioni siano presentate in tempo reale, senza alcun montaggio.
Notevole anche il commento sonoro della fisarmonica (composizioni di Mihály Víg, che nel film interpreta un personaggio fondamentale, l’enigmatico Irimiás) che si affianca o sovrappone ai rumori d’ambiente in presa diretta, come per esempio quello della pioggia battente e pressoché incessante o il ticchettio dell’orologio nelle lunghe scene nella taverna. Negli esterni dominano distese e strade fangose, deserte, con pochi protagonisti o attraversate da animali quali maiali grufolanti, polli, cani e bovini.
Della trama dico solo che si tratta di come una dozzina di persone, già membri di una disciolta “fattoria collettiva”, tentano di gestire la loro consistente “liquidazione”, fra sospetti e tentativi di frode.
Non so quanti vorranno affrontare questa ardua eppure gratificante visione (assolutamente consigliata) ma, ammesso che abbiano tanto tempo disponibile, cerchino di guardare Sátántangó alla miglior definizione possibile e su uno schermo grande, oltre che tutto d’un fiato. Quanto detto è vero per quasi qualunque film, ma in questo caso, la qualità dell’immagine è fondamentale … lasciate perdere effetti speciali, 3D, digitale, CGI e altre diavolerie moderne … questo è cinema puro, con pellicola 35mm!
 
The Killers (Robert Siodmak, USA, 1946)
Recentemente ho guardato il cosiddetto remake diretto da Don Siegel nel 1964, che in effetti ha sviluppo ben diverso pur essendo basato sullo stesso racconto di Hemingway. Ricordo a chi legge che con lo stesso titolo anche Tarkowski nel 1956 ha diretto e interpretato insieme con alcuni suoi compagni di studi un corto che è quasi identico all’inizio di questo di Siodmak (evidentemente seguendo più fedelmente il testo).
Pur godendo di ottima critica ed essendo oggettivamente ben realizzato (4 Nomination Oscar per regia, sceneggiatura, montaggio e commento musicale) devo dire che l’adattamento proposto da Don Siegel risulta molto più avvincente. 

Ahí está el detalle (Juan Bustillo Oro, Mex, 1940)
Si tratta di una delle più amate e apprezzate commedie interpretate da Cantinflas, definito da Charlie Chaplinil più grande comico al mondo”. Lasciò gli studi per seguire un circo itinerante dove imparò a cantare e a ballare, ad esibirsi come acrobata e clown. Qualcuno lo ricorderà nei panni di Passepartout nella famosa versione del Giro del mondo in 80 giorni del 1956, al fianco David Niven.
I suoi personaggi caratteristici sono poveri, apparentemente incapaci, di buon cuore e in un modo o nell’altro riescono a trarsi d’impaccio in modi singolari. Altro segno distintivo è il suo linguaggio sconclusionato, con frasi mai concluse e interpretazioni improbabili di qualunque frase pronunciata da altri, illogico per la situazione ma logico per le parole in sé.
Questo film, basato su uno scambio di persona, un omicidio e un ricatto, è veramente godibile solo se si può comprendere il messicano, non essendo possibile tradurre i giochi di parole. Praticamente una situazione simile ai film dei fratelli Marx, nei quali le parole (volutamente equivocate e/o mal interpretate) sono la sostanza.
Il modo di parlare di Cantinflas generò addirittura il neologismo cantinflear, comunissimo oltreoceano ma poi accettato anche in Spagna perfino dalla Real Academia Española (equivalente della nostrana Crusca) con il significato di “parlare in modo illogico e incongruente, senza dire nulla di concreto”.

mercoledì 26 agosto 2020

Micro-recensioni 281-285: ultima cinquina noir, più che buona

Gruppo costituito dai più recenti fra i film noir americani che ho recuperato (li ho guardati in ordine cronologico), solo l’ultimo è degli anni ’60 ed è anche l’unico a colori. Dei 5 solo uno è stato deludente, gli altri 4 per un motivo o per l’altro sono senz’altro da raccomandare e non solo per gli ottimi interpreti e i buoni registi che li hanno diretti.
 
The Killers (Don Siegel, USA, 1964)
Singolare remake dell’omonimo film del 1946 diretto da Robert Siodmak e interpretato da Burt Lancaster e Ava Gardner, che ottenne ben 4 Nomination Oscar. Gli eventi sono più o meno gli stessi ma se nel primo l’interessato a scoprire chi fosse il mandante e perché la vittima non fosse scappata era un investigatore, in questa nuova versione sono gli stessi killer a chiederselo e cercheranno di venire a capo dell’intricata vicenda, supponendo che ci sia una grossa somma di denaro in ballo. Accanto ai protagonisti Lee Marvin (senior killer), John Cassavetes (la vittima) e Angie Dickinson (la vamp di turno), ci sono ottimi caratteristi dai volti ben noti ed anche Ronald Reagan (poi Presidente USA 1981-1989).
Entrambi i film meritano un’attenta visione anche conoscendo il finale della trama in qualunque ordine si guardino (il soggetto è adattato da uno stesso racconto di Ernest Hemingway); è interessante il diverso approccio e gli ovvi opposti punti di vista.

The Big Knife (Robert Aldrich, USA, 1955)
Dramma/noir di evidente derivazione teatrale, con un ottimo cast, ben diretto dal solito Aldrich. Al fianco dei mattatori Jack Palance, Rod Steiger e Ida Lupino (ben nota star dei noir, sia come attrice che come una delle poche donne regista dell’epoca) c’è ancora una volta la giovane Shelley Winters, ma anche ottimi caratteristi come Everett Sloane (famosi i suoi personaggi in due film di Orson Welles: Citizen Kane e The Lady from Shangai) e Wendell Corey (il poliziotto di Rear Window - La finestra sul cortile). Ottimo noir da guardare con attenzione anche se non ci sono assassini, poliziotti e inseguimenti.
  
The Scarface Mob (Phil Karlson, USA, 1959)
Primo e originale The Untouchables, presentato in due parti come film TV, subito dopo distribuito nelle sale con questo nome e poi divenuto una serie TV di successo. Basato sulle memorie di Eliot Ness (morto appena due anni prima, interpretato da Robert Stack nel film e nella serie) viene proposto in puro stile noir, con precisi riferimenti, nomi e date.
Solido noir-quasi documentario, per quanto sia essenziale è piacevole da guardare, ben diretto e ben interpretato.

Tight Spot (Phil Karlson, USA, 1955)
Ottima interpretazione di Ginger Rogers che, dopo aver ottenuto fama mondiale al fianco di Fred Astaire negli anni ’30 (10 film con lui), qui si distingue come attrice di ottimo livello, senza accennare alcun passo di danza. Girato soprattutto in interni, narra delle titubanze e paure di una reclusa prelevata dal carcere e tenuta sotto protezione poche ore prima di un processo contro un importante gangster, per essere una importante testimone d’accusa. Dovrà scegliere fra tentare di ottenere uno sconto di pena rischiando la vita o rinunciare a testimoniare sperando di essere lasciata in pace.
Nel ruolo del procuratore c’è il sempre impeccabile Edward G. Robinson, il poliziotto che la protegge è Brian Keith. Da guardare.

The Burglar (Paul Wendkos, USA, 1957)
Nettamente al di sotto degli agli 4 di questo gruppo, sia perché la storia è debole e mal messa in scena, sia perché il cast, pur includendo nomi di cartello per il genere (Dan Duryea, Jayne Mansfield, Martha Vickers) appare mal diretto o quantomeno “svogliato”. Evitabile.