Visualizzazione post con etichetta western. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta western. Mostra tutti i post

lunedì 11 luglio 2022

Microrecensioni 196-200: iconico curry western e 4 Cantinflas

Restando in tema pietre miliari del cinema indiano, ai precedenti 2 ho aggiunto Sholay, film cult e di cassetta, ma certamente di valore artistico inferiore agli altri. Mi sono poi imbattuto in una raccolta di commedie di Cantinflas fra le quali ne ho scovate 4 non ancora viste, alcune in HD e con rating medi 7,1 su IMDb, e così ho completato il secondo centinaio di film del 2022!

Sholay (Ramesh Sippy, Ind, 1975)

Oltre a dare la stura al genere del cosiddetto curry western (film indiani, ambientati in India, in stile spaghetti western) questo fu quello che dopo ben 15 anni superò il primato di Mughal-e-Azam al botteghino, anche perché il prezzo dei biglietti era ovviamente aumentato. C’è uno spietato villain che, con la sua banda, taglieggia gli abitanti di un villaggio, c’è un ex poliziotto in cerca di rivincita nei suoi confronti, due criminali ingaggiati da quest’ultimo per catturare il cattivo e, ovviamente, un paio di conne per due storie d’amore. Come in ogni Bollywood classico sono aggiunti intermezzi musicali e da commedia. Queste ultime sono la pecca, anche perché inutilmente stiracchiate in un film di 3h30’ … ma evidentemente avevano ragione i produttori visto che hanno avuto tanto successo.

 
Come già scritto in una precedente occasione, penso sia necessario ripetere che Cantinflas è stato il più amato comico messicano con un suo attivo una cinquantina di film; ha lavorato anche a Hollywood e a sua più famosa interpretazione internazionale (per la quale vinse il Golden Globe come miglior attore) è quella nei panni di Passepartout in Il giro del mondo in 80 giorni (1956, di Michael Anderson, 5 Oscar e 3 Nomination) al fianco di David NivenNella maggior parte dei casi ha interpretato personaggi popolari di buon cuore, sempre abbastanza illetterato da poter avere la possibilità di esibirsi nel suo eloquio contorto e inconcludente, pieno di errori grammaticali e sintattici, interpretando le parole con il significato che più gli convenisse. Molti dei suoi discorsi sono quindi intraducibili in altri idiomi e per questo i suoi film vengono talvolta associati a quelli dei fratelli Marx. Questa particolarità ha addirittura a generato una serie di vocaboli poi accreditati perfino dalla Real Academia Española; nel dizionario ufficiale sono quindi inseriti il sostantivo cantinflas (“persona che agisce o parla come Cantinflas, in modo insensato e incongruente senza dire niente di concreto”) e vari derivati fra i quali il sostantivo cantinfleo e il verbo cantinflear. Sta sempre dalla parte dei poveri degli sfortunati e di quelli comunque oppressi da potenti e malavitosi o dal sistema in generale. Charlie Chaplin affermò disse di considerare Cantinflas il più bravo comico vivente.

 
¡Así es mi tierra! (Arcady Boytler, Mex, 1937)

Secondo suo film, quindi non ancora vero protagonista pur risaltando nel cast; la sua strepitosa carriera sarebbe iniziata 3 anni dopo con Ahí está el detalle, diretta da Miguel M. Delgado con il quale poi collaborò in altri 32 casi. Il film non fu molto apprezzato avendo molti alti e bassi nella sceneggiatura, nonostante il cast con tanti affermati caratteristi e la buona regia di Arcady Boytler, uno dei russi immigrati in Messico, noto soprattutto per La mujer del puerto (1934).

Un día con el diablo (Miguel M. Delgado, Mex, 1945)

Cantinflas viene incastrato con una sostituzione di persona; viene arruolato di forza, vola al cielo e dopo essere stato accettato da San Pietro ha anche un incontro con il diavolo. Non fra i migliori, troppo surreale rispetto alle più apprezzate farse in stile quasi neorealistico.

El bombero atómico (Miguel M. Delgado, Mex, 1952)

Nei suoi film Cantinflas ha interpretato quasi ogni tipo di professionista (perfino deputato, medico, sacerdote e ambasciatore) e lavoratore (spazzino, fotografo, charro o semplicemente un analfabeta o profugo). A volte la bontà dei suoi personaggi si rifletteva anche nella vita reale come nel caso della produzione di questo film; dopo essersi reso conto del pessimo stato della caserma dei pompieri e della mancanza di automezzi decenti, ne comprò di nuovi e fece ricostruire la caserma donando poi il tutto alla città. In effetti interpreta un pompiere solo in parte del film in quanto inizia come strillone per poi diventare pompiere e infine ispettore di polizia. Nonostante i disastri che combina, riesce sempre a far carriera e infine a sgominare una pericolosa banda di criminali.

El portero (Miguel M. Delgado, Mex, 1953)

L’essere portiere tuttofare in un condominio popolare e molto movimentato, pone Cantinflas al centro di questo mondo fra feste in cortile, corteggiamenti, morti, prepotenze, gelosie e chi più ne ha più ne metta.

E questo è un esempio dell'eloquio di Cantinflas nella lunga scena del tribunale in Ahí está el detalle, nella quale, alla fine, anche gli avvocati di accusa e difesa nonché il giudice vengono contagiati e cominciano a cantinflear.

venerdì 31 dicembre 2021

Micro-recensioni 381-385: solo Messico … un anti-western, 2 noir e 2 commedie

Ultimo post del 2021, ma non sono gli ultimi film di quest’anno. Entrambi i noir sono diretti da Roberto Gavaldón (un maestro del genere) e interpretati da Arturo de Córdova e appartengono al periodo della Epoca de Oro del Cine Mexicano. L’anti-western (o western revisionista che si voglia chiamare) si basa su evento che può sembrare banale e già utilizzato, ma gli sviluppi e la morale sono ben differenti. Infine le due commedie sono le ultime di buon livello di Cantinflas, nel periodo ne quale abbandonò i ruoli più ridicoli di povero diavolo, buono ma pasticcione e a volte incapace, per impersonare personaggi normalmente rispettati nella società che gli fornivano la possibilità di ridicolizzare i formalismi e criticare alcuni comportamenti.

 

La diosa arrodillada
(Roberto Gavaldón, 1947, Mex)

In questo film Arturo de Córdova è un ricco industriale con una casa immensa (sale enormi, scaloni e giardino) che si trova a dover scegliere fra sua moglie (Rosario Granados) ed una modella (Maria Felix) non del tutto onesta. Fra vari tira e molla, bugie, feste e troppo alcool il protagonista percorre una strada molto pericolosa e la precaria salute di sua moglie si rivela essere un ulteriore rischio. Non aggiungo altro per evitare spoiler, ma confermo solo che questo noir è valido sotto tutti i punti di vista: regia, fotografia di Alex Phillips (all’epoca secondo solo a Gabriel Figueroa), interpretazioni e sceneggiatura di Tito Davison (rispettato anche come regista). Nei primi 40 posti fra i migliori film messicani sia nella classifica del 1994 che nel 2020.

En la palma de tu mano (Roberto Gavaldón, 1950, Mex)

Al contrario dell’altro, qui Arturo de Córdova è quello che tenta di circuire/ricattare e non quello che subisce. Interpreta un sedicente veggente (il Prof. Jaime Karin) che, per un colpo di fortuna viene a conoscenza di fatti che pensa di poter sfruttare a proprio vantaggio (economico). Ma nessuno dei due ricattati è uno stinco di santo e così inizia un pericoloso gioco a tre, con obiettivi omicidi che si concluderà con interessanti colpi di scena. Rispetto al precedentemente commentato, questo volge più al crime ed alla violenza palese, non subdola. Buon noir con ottimi momenti di suspense.

  

Los hermanos Del Hierro
(Ismael Rodriguez, 1961, Mex)

Nella nota prima classifica dei migliori 100 film messicani (1994) si trovava al 15° posto ed in quella del 2020 resisteva ancora al 22°, nonostante l’ingresso dei nuovi registi compresi los tres amigos (Del Toro, Iñárritu e Cuarón) di caratura internazionale. Uno dei rari film messicani candidati ai Golden Globes (per la regia). Come anticipato, l’evento iniziale (un assassinio a sangue freddo) e il filo conduttore (i figli presenti al fatto quando erano piccoli spinti dalla madre a vendicarsi) possono sembrare banali, ma il rapporto che si sviluppa fra i due fratelli - di carattere quasi completamente opposti e con morali di vita ben differenti – sarà causa di numerosi scontri. Molto ben interpretato, non solo da Columba Domínguez nel ruolo della madre ma anche da Antonio Aguilar che qui non appare nelle sue usuali vesti di attore/cantante. Inoltre, in piccole parti appaiono tanti famosi attori dell’epoca fra i quali Emilio Fernández, Ignacio López Tarso, David Silva e José Elías Moreno. Apprezzabile anche la fotografia (b/n) e l’ambientazione.

El padrecito (Miguel M. Delgado, 1964, Mex)

Questo è uno dei miei preferiti di Cantinflas, trovandosi a metà strada fra i classici che gli diedero fama e quelli con chiari risvolti morali, politici o sociali. Il padrecito è un sacerdote non proprio giovanissimo che ha il suo primo incarico da parroco e dovrebbe sostituire un anziano collega in una piccola cittadina. Per motivi molto diversi si trova ad avere tutti contro: la sorella del parroco, il parroco stesso che non vorrebbe lasciare l’incarico, il ricco possidente che lo raggira e istiga la popolazione ad opporsi al nuovo arrivato. Questa situazione dà luogo ad una serie infinita di gag e di discussioni con personaggi sicuramente peculiari, ma in questo ruolo Cantinflas ha anche modo di reinterpretare a proprio modo religione e sacre scritture secondo la sua logica molto particolare esposta con la solita quasi incomprensibile logorrea.

Su excelencia (Miguel M. Delgado, 1967, Mex)

Molti associano questo film a Il dittatore (1940, di Charlie Chaplin) per la presentazione in chiave satirica della contrapposizione dei grandi blocchi politici, ma se allora si era agli inizi della WWII con i noti schieramenti e con protagonista un dittatore professionista, qui Cantinflas, interpreta un ambasciatore per caso, di una repubblica senza potere economico né militare, in piena guerra fredda. La prima parte è un po’ farraginosa e poco avvincente ma dal momento in cui, esauriti tutti i possibili candidati il funzionario Lopitos viene nominato ambasciatore, la storia prende tutt’altra piega. Si deve conoscere la lingua per apprezzare tutti i nomi dei diplomatici e delle repubbliche che rappresentano, ma alcuni sono facilmente comprensibili. Oltre a ridicolizzare tutte le cerimonie, etichette, onorificenze, ecc. ci sono intrighi, talpe e spie, e nel discorso conclusivo all’Assemblea (ONU) divisa fra rossi e verdi il protagonista non risparmia nessuno. Come tutti gli altri film di Cantinflas si dovrebbe guardare in versione originale.

lunedì 22 novembre 2021

Micro-recensioni 336-340: cinquina assortita del 1984

Avendo iniziato per caso con due film dell’84, ho deciso di continuare con produzioni dello stesso anno di buona qualità, o almeno fama. Ne è risultato un mix molto vario con commedie di generi molto diversi (romantica, drammatica, fantasy demenziale), un noir e uno con struttura tipo western adattato all’ambiente del rock e delle biker gang.

 
Blood simple (Joel Coen, 1984, USA)

Esordio alla regia per Joel, su sceneggiatura scritta a quattro mani con suo fratello Ethan. Questo cult dei fratelli Coen segnò anche l’esordio di Frances McDormand (vincitrice di 4 Oscar) che sarebbe stata poi una presenza ricorrente nei loro film. Gli ormai famosi e apprezzati fratelli già dai primi passi dimostrarono di saper scegliere gli interpreti dei loro prodotti, puntando sulla qualità e su volti interessanti e non per forza belli. Ciò vale anche per i personaggi di contorno, in questo caso M. Emmet Walsh e Dan Hedaya. La storia procede fra noir e dark comedy, con vari omicidi tentati, presunti e portati a termine. La innegabile lentezza di alcune scene è perfetta per creare suspense … secondo me uno dei migliori film dei Coen, nonostante qualche falla. Consigliato.

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984, USA)

Cercando fra i film del 1984 mi sono reso conto che non l’avevo mai più guardato dopo gli anni ’80 e, dopo attenta visione, devo dire che mi ha di nuovo divertito. Certo la maggior parte del merito è da attribuire agli sceneggiatori/protagonisti Dan Aykroyd e Harold Ramis, ma pare anche Rick Moranis (uncredited), e agli scenografi (inclusi i responsabili delle apparizioni degli originalissimi ectoplasmi). Tutto funziona, dalla storia ai vari personaggi grotteschi, esagerazioni di stereotipi newyorchesi del tempo; i dialoghi e i nomi di esseri diabolici e i loro ruoli evidenziano una creatività non comune; le citazioni da Metropolis a King Kong. Ai giovani che guardano solo le moderne serie di alieni e Co. consiglio di dare uno sguardo a Ghostbusters … se hanno un minimo senso dell’ironia si accorgeranno delle baggianate che continuano a tenerli incollati allo schermo. A chi, come me, piacque allora consiglio di guardarlo di nuovo; anche se conoscono la storia sono certo che passeranno oltre un’ora e mezza di relax e, probabilmente, apprezzeranno qualcosa che sfuggì loro durante la prima visione. Nomination Oscar per effetti e musica.

  

Stranger Than Paradise
(Jim Jarmusch, 1984, USA)

Secondo lungometraggio di Jarmusch che l’anno precedente ne aveva proposto la prima parte come corto. Molto slegato, tante interruzioni con pezzi di storia divisi da classiche lunghe dissolvenze al nero (talvolta con parlato), praticamente tre soli attori più la breve apparizione dell’impagabile zia ungherese del protagonista (il solito John Lurie). Con lui ci sono Eszter Balint (la cugina inaspettatamente arrivata dall’Ungheria) e l’ineffabile Richard Edson che in alcuni atteggiamenti somiglia tanto al giovane De Niro con le sue smorfie derisorie e indisponenti viste in Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976). Come detto soffre della poca continuità (in stile di alcune sitcom) e di un finale vago e confuso oltre che (sembra) affrettato. Comunque caratteristico, non inquadrabile facilmente in un preciso genere; Golden Camera a Cannes.

Les nuits de la pleine lune (Éric Rohmer, 1984, Fra)

Dopo Le rayon verte, ho voluto vedere il precedente elemento del sestetto Commedie e Proverbi, dai più giudicato fra i migliori di Rohmer, ma per me non del tutto soddisfacente, forse per i caratteri dei tre insopportabili personaggi principali: la ragazza, il suo compagno ufficiale, il suo amico/corteggiatore. Per la prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma fu il miglior film dell’anno; Pascale Ogier fu giudicata miglior attrice a Venezia dove Rohmer ebbe nomination Leone d’Oro. Comunque, è un buon classico con tutte le caratteristiche tipiche dello stile narrativo del regista.

Streets of Fire (Walter Hill, 1984, USA)

Film talmente scadente e sopra le righe da diventare un cult (ma penso solo oltreoceano). Una storia sostanzialmente da western adattata nella seconda metà del secolo scorso, in epoca vagamente definita, comunque fra gli anni ’50 e gli ’80. Protagonista è il belloccio sconosciuto Michael Paré (che per fortuna ebbe breve carriera) nei panni del buon giustiziere invincibile. Si nota invece la presenza di Rick Moranis (che nello stesso anno ebbe il ruolo più importante della sua vita in Ghostbusters) e il giovane e allora sconosciuto Willem Dafoe (all’inizio della sua carriera, al 6° di 121 film … finora). Si inizia con il rapimento in palcoscenico di una cantante star del rock e si finisce con una classica chiusura western con tanto di sfida in strada fra la banda di cattivi (i bikers capitanati da Willem Dafoe) e il buono che viene appoggiato dai bravi cittadini.

venerdì 2 luglio 2021

Post x cinefili curiosi: classici sudcoreani degli anni '60


Riporto quasi integralmente la traduzione della presentazione della rassegna Flores en el infierno. La edad de oro del cine coreano organizzata dalla Filmoteca Española in collaborazione con la Filmoteca Vasca e il Centro Cultural Coreano en España. Tale retrospettiva dell'Epoca d’oro del cinema coreano era programmata per l'anno scorso nell'ambito del Festival di San Sebastián e poi rimandata a quest'anno causa covid. Ma, per quanto ci riguarda, il fatto interessante è che i 10 film restaurati sono disponibili su YouTube, quasi tutti in HD e con sottotitoli inglesi, in vari casi anche italiani. La considero come un'occasione imperdibile non solo per conoscere gli albori della cinematografia sudcoreana i cui meriti, in occidente, vengono riconosciuti solo da pochi decenni a questa parte (da Park Chan-wook, regista del ben noto Oldboy, 2003, fino a Bong Joon-ho che con Parasite, 2019, l’anno scorso si aggiudicò ben 4 Oscar), ma anche per rendersi un po' conto della situazione sociale negli anni successivi alla guerra (1950-53) e alla definitiva separazione dalla Corea del Nord e della sua evoluzione. Le micro-recensioni relative ai film della rassegna saranno pubblicate in due post fra un paio di settimane, al termine del megaciclo Hitchcock; nel frattempo i più "audaci" sono invitati a iniziare ad esplorare ... questo è il trailer della rassegna:

Cine coreano: l’epoca d'oro degli anni '60

Anche se il cinema sudcoreano è ormai una presenza costante nei Festival internazionali e integrato nel cinema contemporaneo, la storia di questa cinematografia resta sconosciuta al pubblico occidentale e la nostra conoscenza solitamente si limita ai titoli degli ultimi 30 anni. Questo ciclo si focalizza sulla cosiddetta epoca d’oro del cinema sudcoreano, quando, nonostante la precaria situazione economica del dopoguerra e il controllo della dittatura militare di Park Chung-hee, si sviluppò una industria cinematografica capace di soddisfare la domanda di film popolari per la gran parte del pubblico e di consolidare le carriere di registi di stili diversi: alcuni mostravano una immagine della società moderna in via di sviluppo, mentre altri denunciavano le dure condizioni di vita dell’epoca. La selezione include 10 film prodotti fra il 1958 ed il 1968 e mira a rivalutare un gruppo di cineasti che possono essere considerati i più indicati a rappresentare il cinema classico sudcoreano e fornire un panorama dei generi più comuni del periodo, alcuni dei quali ispirati al cinema americano e adattati alla realtà locale, altri propriamente autoctoni.

Fra i film della retrospettiva sono stati inclusi i più emblematici dell’epoca:

  • Hanyeo / The Housemaid (1960, di Kim Ki-young), considerato un capolavoro del cinema sudcoreano;
  • cronache dure e realiste della vita in Corea del Sud del dopoguerra come Ji-okhwa / The Flower in Hell (1958) e Obaltan / Aimless Bullet (1961);
  • classici melodrammi come Gwiro / Homebound (1967), Angae / Mist (1967) e Hyu-il / A Day Off (1968);
  • il noir Geom-eun meori / Black Hair (1964);
  • il thriller Ma-ui gyedan / The Devil’s Stairway (1964);
  • il film romantico/drammatico/giovanile Maenbal-ui cheongchun / The Barefooted Young (1964);
  • il bellico/partigiano Dumangang-a jal itgeora / Farewell Duman River (1962), film d’avventura ambientato in Manchuria, in stile western americano.

NOTA BENE – tutti i film citati sono disponibili online su YouTube con sottotitoli. La maggior parte di essi sono restaurati e caricati in HD, 720p o anche 1080p.

sabato 13 febbraio 2021

micro-recensioni 41-45: film d’animazione italiani e francesi ‘60-‘70

Anche nei decenni in cui la Walt Disney aveva quasi il monopolio dei film d’animazione, esistevano altre realtà con disegni dai tratti ben diversi e spesso non destinati ai bambini o, almeno, non esclusivamente a loro. Solo due derivano da strisce a fumetti e nel complesso sono nettamente inferiori. Tre sono di Bruno Bozzetto, reinterpretazioni italiane di classici USA: un film (Fantasia, 1940, Walt Disney) e un genere, i western. Solo uno è completamente fuori da ogni schema e, seppur firmato da René Laloux, deve la maggior parte dei sui meriti ai disegni di Roland Topor, eclettico artista per lo più surrealista, molto attivo anche in campo cinematografico con i suoi amici Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, ma talvolta anche attore in film come Nosferatu di Herzog (1979), nel quale interpreta il folle Renfield.

 

La planète sauvage (René Laloux, Fra, 1973)

Una storia assolutamente fantastica racconta dei contrasti fra due comunità apparentemente simili ma di dimensioni estremamente diverse: gli enormi Draags e i minuscoli Oms. I problemi relazionali si possono facilmente interpretare come quelli padroni/schiavi o ricchi/poveri, con ovvi tentativi di ribellione e conseguenti repressioni; da non sottovalutare il tema dell’accesso al sapere. Interessantissime sono le rappresentazioni degli elementi di contorno, una miscela di parvenze animali che richiamano alla mente i disegni di surrealisti moderni come Salvador Dalì, ma anche quelli di Hieronymus Bosch (1450-1516), e per restare nell’ambito dell’animazione sembrano essere antesignani dei draghi volanti di Dragon Trainer (2010). Penso risulti chiaro che il film offre molti spunti, di genere completamente diversi e certamente non è un prodotto destinato al pubblico infantile. Da guardare senz’altro, e con attenzione.

Allegro non troppo (Bruno Bozzetto, Ita, 1976)

Il richiamo a Fantasia (1940, Walt Disney) è esplicitamente espresso dal protagonista umano interpretato da Maurizio Nichetti. E sì, perché questo è un film con attori e disegni animati, i primi compaiono solo nelle scene in teatro, i disegni sono destinati ad illustrare i vari brani di musica classica di Sibelius, Dvorak, Vivaldi, Debussy, Stravinsky e Ravel. Il famosissimo Bolero di quest’ultimo offre a Bozzetto lo spunto per mostrare una sua interpretazione dell’evoluzione, a partire da una chiara citazione di 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick) inserendo anche una bottiglia dell’americanissima Coca Cola. (clip qui in basso)

Molto originali sia i disegni che le sceneggiature dei sei racconti musicali, quasi tutti con un sottile, eppure evidente, black humor. Ciò è ancor più presente nelle parti recitate in teatro, con un manager / direttore d’orchestra despota, aguzzino del disegnatore (Nichetti). Ci sono anche un insulso presentatore (Maurizio Micheli), una orchestra composta da decine di ottuagenarie ed una ragazza addetta alle pulizie. Queste parti che si alternano all’animazione, pur fornendo occasioni per situazioni grottesche e battute argute, risultano talvolta stucchevoli e un po’ più lunghe del necessario. Anche questo da guardare, godendosi soprattutto musica e animazione.

  

West and Soda (Bruno Bozzetto, Ita, 1965)

Trovandosi nello stesso gruppo, è impossibile non fare un paragone fra questo film e quello di Goscinny (creatore, con Uderzo, della saga di Asterix). Come anticipato, Bozzetto riunisce in West and Soda molti degli stereotipi dei western classici hollywoodiani e inserisce alcune scene e battute con specifici riferimenti a film e personaggi, al contrario del francese che presenta un protagonista famoso nei paesi francofoni, per apparire in strisce già da oltre 30 anni. Ci sono tutti i personaggi indispensabili: il cattivo e i suoi scagnozzi, il pistolero infallibile che non vuole uccidere, la giovane e avvenente, da donna del saloon, il pianista, i becchini, gli indiani al perenne inseguimento della diligenza e lo squadrone di cavalleria che giunge in aiuto. Film di passo snello e arguto, di sicuro molto più apprezzabile da chi conosca abbastanza western classici. Consigliato, leggero e divertente.

Vip - Mio fratello Superuomo (Bruno Bozzetto, Ita, 1968)

Se nel suo primo lungometraggio Bozzetto presentò una parodia (molto ben riuscita) del genere western, qui si occupa dei supereroi … ma con molto minor successo. Non riesce ad essere incisivo né ad avvincere, storia molto banale e prevedibile, disegni direi deludenti. Non malvagio, ma certamente evitabile.

Lucky Luke - La ballata dei Dalton (René Goscinny, Henri Gruel, Fra, 1978)

Qualcosa ho già detto nel commento a West and Soda e non c’è molto altro da aggiungere. Come la maggior parte delle trasposizioni da striscia a fumetti a lungometraggio non riesce a rendere. Le strutture delle storie sono necessariamente diverse, i caratteri dei personaggi sono ben conosciuti e sia che si dia ciò per assodato, sia che li si voglia riproporre, buona parte del pubblico resta scontento. Evitabile, specialmente se prima guardate il western di Bozzetto.

domenica 10 gennaio 2021

micro-recensioni 6-10: 2 noir e 3 western … atipici (con trailer)

Proseguendo nella mia continua ricerca di buoni titoli fra cult semisconosciuti, trascurati dai più e segnalati come sottovalutati da aficionados e cinefili, sono giunto a un paio di western a dir poco atipici, in particolare quello Jim Jarmusch che rientra nella nel sottogenere degli acid western. Di questo ulteriore gruppo, spesso combinato con quelli revisionisti, non avevo mai letto alcunché ma ho scoperto che vi rientrano film, come El topo (1970, Alejandro Jodorowsky) e The Shooting (1969) e Ride in the Whirlwind (1968) entrambi diretti da Monte Hellman nel 1966 e con un giovane Jack Nicholson, tutti a me noti e visti più di una volta. Antesignano del genere viene considerato l’ottimo The Ox-Bow Incident (1942, Wellman, aka Alba fatale, con Henry Fonda). All'altro invece ci sono arrivato seguendo la filmografia dell’ungherese André De Toth, uno dei tanti valenti cineasti mitteleuropei emigrati negli Stati Uniti. I suoi maggiori successi sono noir e western, ma forse quello più conosciuto è un horror, House of Wax (1955, con Vincent Price), storico per essere il primo film in 3D con suono stereofonico.

 

Dead Man (Jim Jarmusch, USA, 1995)

Una vera sorpresa, relativamente moderno ma mai sentito nominare … grande flop al botteghino (9 milioni di budget, circa 1 di incassi). Eppure contava su Johnny Depp come protagonista e un cameo del quasi 80enne Robert Mitchum, diretto dallo stimato Jim Jarmusch, con un più che avvincente commento musicale originale di Neil Young. Anche la fotografia in bianco e nero è ottima ma, ovviamente, se ne accorsero solo quelli che guardarono il film; candidato alla Palma d’Oro a Cannes e 6° miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Cos’è quindi che andò storto? Probabilmente, oltre a un cattivo lancio e scadente distribuzione, influirono i singolarissimi personaggi e la trama quasi surreale, che include molto humor negro e anche macabro, tante dotte citazioni (tipiche di Jarmusch, ma non per tutti), lo stravolgimento dei canoni dei western, sia classici, che spaghetti che revisionisti, allucinazioni, travestitismo, cannibalismo e cultura dei nativi. Personalmente non apprezzo Depp e anche in questo caso sembra assolutamente fuori contesto, ma potrei anche pensare che fu scelto apposta per apparire un ingenuo spaesato cittadino (almeno nella prima parte) al contrario di tanti altri volti dalle forti connotazioni, certamente poco rassicuranti.

Per fornire una vaga idea del film, ecco il trailer originale. Senz’altro lo consiglio a chiunque abbia mente aperta e sia interessato a guardare buoni film anche se fuori dei canoni.

Day of the Outlaw (André De Toth, USA, 1954)

Senza dubbio il migliore dei 3 film di De Toth inseriti in questo gruppo; guardandolo non si può fare a meno di pensare a The revenant (2015, Iñárritu) e a The Hateful Eight (2015, Tarantino) per avere gli esterni girati in lande inospitali e pesantemente innevate. A questa particolarità si aggiunge l’atipica trama pur avendo personaggi più o meno canonici. In un piccolo agglomerato di case in mezzo alla valle innevata è in corso una violenta diatriba fra due allevatori (divisi anche dall’amore per la stessa donna) che monta rapidamente verso uno scontro a fuoco quando arriva un gruppo di banditi in fuga (con bottino, dopo aver assalto una banca) e si impadroniscono del villaggio. Si passa così da una questione personale fra due uomini (facilmente risolvibile) al confronto fra una mezza dozzina di banditi armati a stento tenuti a freno dal loro capo (un ottimo Burl Ives) e una ventina di abitanti (che sono stati disarmati) compresi donne e bambini. 

Anche di questo film propongo il trailer che mi sembra abbastanza significativo.

  

Ramrod (André De Toth, USA, 1947)

Altro western del regista ungherese e anche questo si distingue dai canoni classici per avere per protagonista una donna (un’inadatta Veronica Lake) che in modo a volte ingenuo e a volte subdolo riesce a mettere gli uni contro glia altri, opponendosi anche al suo ricco padre e ottenendo quello che vuole … ma forse non tutto. Per il resto è una tipica guerra fra allevatori senza esclusione di colpi, con un bando che vorrebbe agire secondo legge e l’altro che non esita a far fuori personaggi scomodi. Buon western non banale, senz’altro sopra la sufficienza.

Crime Wave (André De Toth, USA, 1953)

Uno dei tanti noir diretti da De Toth, e anche questo film non è semplice variante di altri già visti. Un ex galeotto redento viene raggiunto da un suo vecchio compagno di cella ferito nel corso di una rapina e da quel momento in poi si susseguiranno una serie di eventi che lo implicheranno sempre di più. Interessanti personaggi, ben interpretati e ben diretti. Per appassionati dei noir degli anni ’50, vanta un buon 7,4 su IMDb e 67% su RT.

Railroaded (Anthony Mann, USA, 1947)

Certamente Anthony Mann ha diretto film migliori e non è questo quello per il quale sarà ricordato. Lavoro onesto, ma con sceneggiatura abbastanza banale e anche le interpretazioni non sono di quelle memorabili. Guardabile.

lunedì 3 agosto 2020

Micro-recensioni 251-255: 3 noir, 1 western e 1 dark comedy

Essendomi attardato nel pubblicare le recensioni precedenti, arriva subito la nuova cinquina, iniziata con una visione HD di The Party (già guardato in aereo, quindi non goduto, ancor prima che giungesse in Italia) e continuata con una serie di noir statunitensi.
Anticipo che, avendo trovato una ricca collezione di noir americani classici sul sito ok.ru, fra i quasi 200 proposti ne ho scelti una trentina fra quelli di buona reputazione e spesso diretti da ottimi registi (Aldrich, Siodmak, Dassin, Sirk, Hathaway, Mann, …) e interpretati da noti attori e caratteristi del genere fra i quali James Cagney, Robert Mitchum, Jack Palance, Ida Lupino, Edward G. Robinson, Joan Fontaine, Jayne Mansfield, Burt Lancaster, Dan Duryea, Robert Taylor … saranno quelli che guarderò a seguire.
Agli interessati segnalo che nella pagina sono linkati anche tanti classici ancora migliori: Detour, Suddenly, Brighton Rock, Laura, The Lady from Shangai, The Killers, The Killing, The Third Man, Sweet Smell of Success, Mildred Pierce, Compulsion, The Night of the Hunter, This Gun for Hire, tutti film da non perdere.
 

The Naked City (Jules Dassin, USA, 1948)
Visto tanti anni fa, l’ho trovato in HD e quindi ri-guardato con piacere. Si tratta di un ottimo film che ottenne 2 Oscar (fotografia b/n e montaggio, nonché Nomination per il soggetto) ed è uno dei pochi, se non l’unico, nei quali l’inconfondibile caratterista Barry Fitzgerald riveste il ruolo di protagonista. Tanta voce narrante accompagna gli spettatori nell’indagine sulla misteriosa morte di una modella che vedrà coinvolti ladri, ricettatori e membri dell’alta società.

The Party (Sally Potter, UK, 2017)
Chi va a scorrere i commenti pubblicati in IMDb troverà poche valutazioni mediocri o appena sufficienti, ma tante fra 9 e 10 e altrettante fra 1 e 3. Fra questi ultimi ce ne sono parecchi che lo criticano semplicemente per essere in b/n (per altro ottimo) o per essere troppo breve (1h11') quindi insensati. I diversi punti di vista più pertinenti sono invece focalizzati sulla banalità dei dialoghi e prevedibilità di alcuni eventi, negative per alcuni, pregio per altri che le interpretano come satira critica di tale ambiente assimilabile al radical chic. Io propendo per la seconda interpretazione.
Il cast (solo 7 Attori) non si discute e per l'ambientazione in un unico appartamento ha fatto sì che molti lo accostassero a Carnage (2011, Polanski).
   
The Lineup (Don Siegel, USA, 1958)
I primi 50" sono memorabili, con poche grida (niente dialoghi) e una decina di rapide scene Don Siegel racconta una storia, perfettamente comprensibile, che è alla base di tutto il film. Nei panni di un killer psicopatico si fa notare Eli Wallach, allora alla sua seconda apparizione dopo aver esordito in Baby Doll (1956, di Elia Kazan); seguirono Seven Thieves (di Henry Hathaway, con Edward G. Robinson, Rod Steiger e Joan Collins) e poi The Magnificent Seven (di John Sturges) … quando si dice partire con il piede giusto.
In questo film non mancano suspense, traffico internazionale di opere d’arte (e droga), ostaggi, omicidi e gli inevitabili inseguimenti tanto amati dagli americani. Semisconosciuto, ma senz’altro meritevole di una visione.

The Mob (Robert Parrish, USA, 1951)
L’assassinio di un poliziotto porta un suo collega (fortuitamente sulla scena del delitto) a diventare un infiltrato. La trama abbastanza originale e la buona messa in scena rendono The Mob una gradevole visione.

Blood on the Moon (Robert Wise, USA, 1948)
Robert Wise inziò nel 1942 come assistente di Orson Welles in The Magnificent Ambersons, si cimentò in vari generi per poi giungere alla fama internazionale con i film per i quali vinse 4 Oscar: West Side Story (1961) e The Sound of Music (1965). Questo film è a tutti gli effetti un western classico, tendente al tipo psicologico, ma fu pubblicizzato come noir western, per i vari riferimenti a tale genere. Quando si mischiano troppo i generi raramente si ottengono grandi risultati, tuttavia è un film ben realizzato e senz’altro una interessante visione per gli appassionati.

venerdì 8 maggio 2020

Micro-recensioni 151-155: altri 5 film sovietici ben quotati

Dopo le commedie di Gaidai sono passato a guardare alcuni dei film ufficialmente più quotati (fra 7,9 e 8,2 su IMDb) prodotti in URSS negli ultimi due decenni della sua esistenza, fra essi il terzo e ultimo Oscar sovietico, secondo me immeritato dopo quelli molto più giusti ottenuti da Guerra e pace (1966, Sergei Bondarchuk) e Dersu Uzala (1975, Akira Kurosawa).
Completano la cinquina un candidato Oscar di genere bellico, uno “spaghetti western” in piena regola seppur sui generis e un paio di film sentimentali, uno tendente al drammatico, l’altro alla commedia.
Si trovano tutti in streaming gratuito in HD.

Il bianco sole del deserto (Vladimir Motyl, URSS, 1970)
Ufficialmente il meno quotato, è quello che mi è piaciuto di più … per la fotografia, i personaggi, l’ambientazione delle sparatorie fra (quasi) uno contro tutti e un gruppo di fuorilegge (classiche degli spaghetti western) all’incredibile e quasi surreale ambientazione sulle rive desertiche del Mar Caspio. I fatti si svolgono alla fine della guerra civile russa e trattano di un militare sulla via del ritorno a casa al quale viene affidato l’incarico di controllare l’harem (9 mogli) di un bandito in fuga. La cosa non rivelerà per niente facile. Altri personaggi oltre ai suddetti sono il responsabile di un museo, un ex doganiere e sua moglie, tre anziani che attendono immobili la morte di un quarto. Un’atmosfera veramente surreale che fa da sfondo alle solite esagerazioni degli spaghetti western. Originale e ben realizzato e interpretato … consigliato.

The Dawns Here are Quiet (Stanislav Rostotsky, URSS, 1972)
Nomination Oscar per questo film inusuale bellico. Basato sull’omonimo romanzo di Boris Vasilyev, narra del caporale Vaskov di stanza in un piccolo villaggio della Karelia, ai confini con la Finlandia, al quale viene rimpiazzata la guarnigione con una squadra di giovani reclute … tutte donne. Superati i primi ovvi problemi pratici oltre a quelli interpersonali, la tranquillità viene interrotta dall’avvistamento di alcuni tedeschi che avanzano nel bosco. Il caporale, insieme con 5 soldatesse, si avventurerà fra boschi e paludi per tentare di fermarli. Belle riprese dell’ambiente nordico, si alternano a scene di azione, dopo aver lasciato alle spalle la parte iniziale, quasi di commedia.

We'll Live Till Monday (Stanislav Rostotsky, URSS, 1968)
Altro film di Rostotsky, ma di genere completamente diverso. La storia narra in modo rapido e conciso una mezza settimana di avvenimenti in una scuola superiore. Una storia romantica fra uno stimato professore e una sua ex allieva, ora collega, si intreccia con i problemi fra studenti e professori e fra i professori stessi. Interessante descrizione psicologica non solo dei due protagonisti ma anche dei numerosi personaggi di contorno. Ben realizzato, buone interpretazioni.

Ed ecco i film di Menshov, il primo è quello premiato con l’Oscar (un autentico furto, scippato a Kagemusha di Kurosawa), comunque serio e ben realizzato, l’altro pende più dal lato della commedia, ma senza mordente.

Moscow Doesn’t Believe in Tears (Vladimir Menshov, URSS, 1980)
Love and Doves (Vladimir Menshov, URSS, 1985)
Mosca non crede alle lacrime (questo il titolo italiano) è propone la storia di tre compagne di studi che prendono strade completamente diverse e poi si ritrovano dopo una ventina d’anni, sostanzialmente divisa in due parti ben distinte. Nella prima appaiono vari degli uomini che poi si rivedranno in seguito ben cambiati. Chi ha scelto la vita apparentemente più semplice e “banale” è stata la più avveduta o fortunata? Le altre due hanno avuto gioie e dolori, alti e bassi. Descritta così sembra una buona sceneggiatura, ma il problema è che tutta l’ultima parte, nella quale una delle tre diventa protagonista assoluta, è di una inconsistenza e scarsa credibilità inusitata. In sostanza mi ha deluso e non poco.

Love and Doves, come detto, si sviluppa sulla falsariga dei problemi coniugali di una coppia di campagna con figli e parenti molto “vivaci”. Sostanzialmente banale, si rianima solo nelle accese e movimentate discussioni fra i protagonisti (qualcuno sempre con una bottiglia di vodka a portata di mano), con atteggiamenti esagerati, urla, strepiti, pianti e minacce di morte. Queste parti sono relativamente divertenti.

giovedì 28 novembre 2019

73° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (361-365)

Gruppo relativamente vario, con due dei migliori film di Jean Cocteau, due sagaci commedie di confronto etnico (una fra cinesi americani e cinesi asiatici e l’altra fra israeliani e palestinesi) e, per finire, un giapponese dal quale si sarebbe potuto trarre un eccezionale spaghetti western.
Con questa cinquina ho raggiunto, con oltre un mese di anticipo la media di un film al giorno, traguardo ormai abituale da vari anni.

   

364  Orphée (Jean Cocteau, Fra, 1950) tit. it. “Orfeo” * con Jean Marais, François Périer, María Casares * IMDb 8,0 RT 97% 
Eccellente film del poliedrico artista francese Jean Cocteau, da molti giudicato il suo capolavoro. Dopo aver guardato il suo surrealista/sperimentale Sang d’un poet, mi sono avventurato nella visione di questa versione della storia di Orfeo ed Euridice e del successivo La belle et la bête (commentato in questo stesso post). Il racconto mitologico (un classico della mitologia greca, poi ripreso da Virgilio e Ovidio) è riproposto in tempi contemporanei (al momento della realizzazione) ed è ampiamente modificato non solo nella struttura, ma anche nel finale. La versione proposta da Cocteau è un ottimo noir/fantasy, molto ben articolato, realizzato e interpretato, e conta su una eccellente fotografia.
La storia è tanto piena di sorprese e personaggi, da far diventare Euridice quasi una figura secondaria. Per evitare spoiler mi limiterò a dire che l’Orfeo del film è un poeta famoso osannato dal pubblico (specialmente quello femminile) tanto odiato dai suoi colleghi da arrivare anche all’aggressione fisica.
Singolari i titoli di testa, scritti a mano dallo stesso Cocteau, con gesso su una lavagna.
Film imperdibile per gli amanti del vero cinema!

365  La belle et la bête (Jean Cocteau, Fra, 1956) tit. it. “La bella e la bestia” * con Jean Marais, Josette Day, Mila Parély * IMDb 7,9 RT 95%  *  Nomination a Cannes
Confesso di non aver mai visto alcuno dei tanti adattamenti cinematografici e di non conoscere neanche una delle numerose varianti della storia nel dettaglio, pur conoscendo i punti essenziali della favola. Di conseguenza non farò riferimenti o paragoni, mi limiterò a commentare brevemente solo quanto visto.
La scenografia è accattivante, in particolare per quanto riguarda i magici interni della dimora della Bestia, dai candelabri viventi alle statue osservanti. Anche l'aspetto della mostruosa creatura, considerata l'epoca, è assolutamente notevole; ho letto che Cocteau ci lavorò per vari anni prima di ottenere il risultato voluto.
Per pura curiosità, sono andato ad indagare in merito alle varie versioni (scritte, teatrali e cinematografiche) e questa di Cocteau (suoi adattamento, sceneggiatura e dialoghi) mi sembra che si distacchi in più punti da quelle più tradizionali riuscendo ad essere quindi abbastanza originale.
Se si è interessati al genere vale senz’altro la visione, pur sapendo già come va a finire. Dal punto di vista strettamente cinematografico non penso sia facile realizzare qualcosa di meglio.

      

363  Tel Aviv On Fire (Sameh Zoabi, Lux/Bel/Isr/Fra, 2019) tit. it. “Tutti pazzi a Tel Aviv” * con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton * IMDb 6,9 RT 91%  -  2 Premi e una Nomination a Venezia
Divertente commedia satirica sui rapporti fra israeliani e palestinesi, basata sulle loro differenze culturali e non solo politiche, ma soprattutto sulla dipendenza (da entrambe le parti) dalle serie televisive locali che riproducono parte dei problemi effettivamente esistenti fra le due comunità.
La storia è sostanzialmente semplice e lineare, ma riserva tante sorprese, ben distribuite, alcune sono più o meno prevedibili (piacevolmente, anche l'attesa di qualcosa che si è certi che avverrà ha i suoi pregi, se rimandata più volte) altre sono davvero ingegnose trovate. I dialoghi sono spesso taglienti, specialmente quando in modo più o meno esplicito si riferiscono agli "attriti" palestino-israeliani; i personaggi sono molto vari e ben caratterizzati. Ognuno, a modo suo e per quanto nelle sue possibilità, tenterà di condizionare un novello sceneggiatore per far proseguire una telenovela (con militari, spie e “terroristi”) secondo i propri desideri.
Piacevole commedia palesemente e volutamente non schierata; penso che nessuno con un minimo di senso umoristico possa sentirsi offeso, tutto rimane ampiamente nell'ambito di una sana arguta ironia.
Piacevole intrattenimento, merita la visione.

362  The Hoodlum Priest (Kimiyoshi Yasuda, Jap, 1967) tit. or. “Yakuza bozu” * con Shintarô Katsu, Mayumi Ogawa, Hôsei Komatsu * IMDb 6,5
Parafrasando il termine “spaghetti western”, lo si potrebbe tranquillamente definire un “ramen (o udon) western”. Sapendo quanto è stato attinto da questo genere di film giapponesi da parte di sceneggiatori e registi occidentali, meraviglia non trovare menzione di un remake, riconosciuto come tale, al di là del Pacifico. Si deve tuttavia precisare che il film non ha mai avuto grande successo ed è rimasto a livello di cult, ma non lo definirei assolutamente un B-movie.
Un protagonista estremamente combattivo, sempre al limite (o oltre) la legge si confronta con chi è più prepotente, avido, violento e corrotto di lui. Pur essendo palesemente un arrogante fuorilegge, quando può aiuta i più deboli vessati da yakuza e funzionari corrotti e collusi, una specie di Robin Hood travestito da prete, in fondo simpatico pur essendo un ubriacone frequentatore di postriboli, ricattatore, ladro e (probabilmente) baro. Certamente abilissimo nelle arti marziali.
La sua snellezza, la buona narrazione, l’ottimo intreccio di storie, la trama non scontata e la giusta quantità di combattimenti (vari ma tutti di breve durata) lo rendono una piacevole visione.
Non penso che sarà facile trovarlo ma, se vi capitasse, non ve lo perdete.

361  The Farewell (Lulu Wang, USA/Cina, 2019) tit. it. “Una bugia buona” * con Shuzhen Zhao, Awkwafina, X Mayo * IMDb 7,9 RT 99%  *  Premio del pubblico al Sundance
Commedia più che altro cinese per essere quasi tutti i protagonisti di tale etnia. Con la scusa ufficiale di un matrimonio, una intera famiglia si ritrova al lato di una combattiva nonna per la quale si prevedono pochi altri mesi di vita. Dopo una trentina di anni torna così in Cina uno dei suoi figli, con famiglia al seguito, e con mentalità abbastanza occidentalizzata. Lo scontro, fra il drammatico e l’ironico, è quindi servito ed il ruolo più importante sarà quello della giovane Billi (Awkwafina), affezionatissima alla nonna ma quasi del tutto integrata nella American way of life, che si troverà in disaccordo quasi con tutti.
Alcune esagerazioni sono proprie delle nonne, di qualunque parte del mondo siano, così come quelle dei giovani nei confronti di genitori e nonni. In sostanza personaggi credibili e realistici, sostenuti da buone interpretazioni.
Può valere la pena guardare questa commedia piacevole e arguta, almeno per gli occidentali … non so se i cinesi avranno qualcosa da obiettare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.