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martedì 27 dicembre 2022

Microrecensioni 356-360: cult che non hanno quasi niente in comune

 Mettendo in ordine cronologico le ultime visioni programmate per il 2022, sono capitati insieme per puro caso. Paesi di produzione ben diversi, generi di molto differenti, solo le date ne accomunano tre (anni ’80). La cinquina è composta da un kolossal epico giapponese, una commedia grottesca che in Argentina tutti conoscono, un cult maledetto americano, una produzione internazionale tratta da un romanzo di Umberto Eco, il famoso film di Herzog girato fra Ande e Amazzonia. Media rating IMDb di questo gruppo: 7,8!

 
Freaks (Tod Browning, USA, 1932)

Tod Browning, dopo aver lasciato l’agiata famiglia a 16 anni per unirsi (per amore) ad una compagnia di circensi, entrò nel mondo del cinema come attore apparendo in una cinquantina di corti fra il 1913 e il 1915, ma la svolta ci fu con la partecipazione allo storico Intolerance (1916) di D. W. Griffith; lasciò definitivamente la recitazione per dedicarsi alla regia preferendo i generi crime, mistery e horror. I suoi pochi film muti che ebbero un vero successo furono quelli con il formidabile Lon Chaney (The Unholy Three, 1925, e The Unknown, 1927 – meritano entrambi una visione) e poi divenne famoso per il suo Dracula (1931, il primo americano su tale personaggio), con Bela Lugosi. Forte della fama ottenuta si imbarcò nel folle progetto di Freaks, in origine lungo 1h40’ ma quasi immediatamente ridotto a un’ora circa a seguito delle proteste e dello scandalo suscitato non solo per aver mostrato tanti deformi (che impersonavano i buoni) opposti alla bellezza e alla forza dei cattivi, ma anche per aver inserito torture e addirittura vivisezioni (nelle parti tagliate). Praticamente da allora sparì dalla circolazione lavorando pochissimo ed in incognito, così come del film se ne persero quasi le tracce fino alla riproposizione 30 anni più tardi. Nel 1962, infatti, cominciò a circolare di nuovo ricevendo soprattutto il plauso delle nuove correnti europee e diventando di fatto un cult.

Aguirre, furore di Dio (Werner Herzog, Ger, 1972)

Altro film diventato una pietra miliare, sia per l’ambientazione, che per qualità nonostante il ridottissimo budget, per come fu realizzato in ambiente naturale ostile con una troupe tecnica di sole 8 persone, per l’incontro/scontro fra il regista e Klaus Kinski … due geni fuori di testa che avrebbero lavorato insieme in vari altri film fuori della norma. L’essenza della trama è tratta da una relazione di metà ‘500 relativa alla ricerca del mitico El Dorado; Herzog elaborò la trama estrapolando solo la parte in cui Lope de Aguirre, nel 1561, decise di ribellarsi a Filippo II re di Spagna e conquistare gran parte dell’America meridionali per sé. Spettacolari le scene sulle Ande, nella foresta amazzonica e sulle zattere discendendo i corsi d’acqua, tutte più o meno improvvisate, adattandosi alle situazioni. Per fornire una minima idea della follia del progetto (brillantemente portato a termine, con buona dose di fortuna), sottolineo che il budget fu di appena 370.000 dollari, di cui un terzo era la paga di Kinski. La troupe dormiva sulle zattere o accampamenti di fortuna, il bagno era la piccola capanna che si vede nel film, non c’erano controfigure; per le riprese fu utilizzata la mitica cinepresa rubata da Herzog alla scuola di cinema di Monaco … altro che megaproduzioni e effetti speciali generati da CGI!

  
Il nome della rosa (J. Jacques Annaud, Ita/Fra, 1986)

Questa megaproduzione richiese 5 anni di preparazione, la costruzione di una replica dell’abbazia di Rocca Calascio su un colle presso Fiano Romano (il più grande set esterno dopo Cleopatra, 1963), lunghissime selezioni per il cast per cercare attori dai volti inquietanti. Gli interni furono invece girati in una vera abbazia fondata nel XII secolo, quella di Eberbach in Germania. Basato sul primo romanzo di Umberto Eco (l’unico ad avere un adattamento cinematografico) non soddisfece l’autore perché non riuscì a proporre tutti i complessi temi trattati nel libro, ma questo è quello che succede normalmente (e ovviamente) quando si tenta di concentrare in un paio d’ore i contenuti di centinaia di pagine che trattano argomenti vari, dal potere temporale della Chiesa alla persecuzione dei presunti eretici, fra filosofia e Inquisizione, senza dimenticare la ricerca degli autori di misteriosi omicidi. Film certamente intrigante, che certamente avvince la maggior parte del pubblico più per il lato crime che per quello puramente culturale.

Esperando la carroza (Alejandro Doria, Arg, 1985)

Commedia grottesca classica argentina che ruota attorno ad un’anziana signora che nessuno dei figli vuole in casa propria e le nuore ancora meno. La coppia che all’inizio del film la ospita è in ristrettezze finanziare e con una figlia di pochi mesi da accudire. In crisi isterica, Susana (che è la nuora più giovane) si precipita quindi a casa dei cognati che aspettano anche gli altri cognati per un pranzo domenicale per implorare (o costringere) una delle altre coppie a farsi carico della suocera e alle accesissime discussioni si aggiunge la comunicazione di una tragica notizia. Da apprezzare in lingua originale (castigliano rioplatense). Tratto da un lavoro teatrale di successo, non fu immediatamente ben accolto ma col passare degli anni è diventato un vero cult anche perché propone uno spaccato sociale degli anni ’70-’80. Continua ad essere proposto in tv e ci sono addirittura gruppi di fan che periodicamente si riuniscono per replicare i dialoghi del film, vestiti come i suoi personaggi, nei luoghi in cui fu girato.

Kagemusha (Akira Kurosawa, Jap, 1980)

Pur essendo grande estimatore di Kurosawa, devo dire che i suoi kolossal non valgono i suoi noir, né i suoi film di samurai, pur essendo comunque molto superiori alla media. Si perde un po’ nelle tante riprese delle masse di soldati in continuo movimento, sempre con i loro bravi vessilli attaccati sulle spalle. Certamente spettacolari sono i costumi ma, al contrario, sembra ci sia poca cura per gli interni e spesso il ritmo della narrazione rallenta a tal punto da considerare che forse le tre ore di durata non fossero strettamente necessarie. Nomination Oscar miglior film straniero e scenografia, Palma d’Oro a Cannes.

giovedì 28 aprile 2022

Microrecensioni 116-120: il cinema di Johnnie To (HK)

Con oltre una cinquantina di film diretti e ancor più prodotti, Johnnie To è da decenni rispettato e apprezzato non solo nella natia Hong Kong ma anche in tutto l’Oriente, avendo oltretutto avuto successo in vari generi. Cominciò con la TV, nel 1980 passò al cinema con film wuxia e commedie, verso la fine del secolo fondò con Wai Ka-Fai la Milkyway Image con un nuovo stile di noir e crime, nei primi anni del 2000 tornò alle commedie per poi arrivare ad un successo mondiale partecipando a grandi Festival internazionali come Cannes, Venezia e Berlino. I suoi film che hanno avuto maggior diffusione in occidente sono comunque quelli del genere noir/crime e fra questi ci sono Breaking News, Election e Triad Election (visioni previste nella prossima cinquina). Completa la cinquina una commedia grottesca diretta e interpretata da Robert Carlyle (Begbie in Trainspotting). 

 

PTU
(Johnnie To, 2003, HK) 

Storia concentrata in poche ore notturne, alla ricerca della pistola di ordinanza persa da un ispettore di polizia. I membri della squadra speciale PTU (Police Tactical Unit) si danno un termine per cercare di recuperare l’arma e far passare l’incidente sotto silenzio, levando cosi dai guai il collega. Ben girato, con una ottima fotografia notturna delle strade, palazzi e vicoli semi-illuminati, con il gruppo di agenti che si muove lentamente in assoluto silenzio. Nel poco tempo della ricerca c’è comunque spazio per vari eventi, incontri inaspettati, twist, elementi di disturbo e sorprese (fino all’ultima scena). La pecca mi è sembrata quella dello scontro a fuoco conclusivo, molto ben costruito in stile shootout da western, ma in effetti mal realizzato.

The Mission (Johnnie To, 1999, HK)

Similmente a PTU, Johnnie To costruisce lentamente la storia, presentando i protagonisti e mostrando le loro relazioni e rivalità, per poi arrivare al sorprendente confronto finale. Anche se è molto apprezzato da Quentin Tarantino, sappiate che è ben lontano dalla violenza fine a sé stessa e certamente non ha niente di splatter. Gli spettatori, specialmente quelli occidentali, si rendono ben presto conto conto che, seppur con molte somiglianze, i poteri sono diversi così come, il rispetto per i capi e le punizioni inflitte a chi non rispetta le regole. I metodi dei cinque guardaspalle del boss e il loro confronto finale sono senz'altro ben messi in scena.

  

My Left Eye Sees Ghosts
 (Johnnie To, 2002, HK)

Si tratta di una delle commedie più note di To, con una trama che riesce ad essere originale e piena di sorprese, pur sfruttando il tema del fantasma/angelo custode, visto e rivisto in innumerevoli commedie classiche americane ed europee del secolo scorso. Simpatica l’ambientazione nella vita della ricchissima classe dirigenziale (di un’azienda diretta da solo donne, tutte parenti o quasi) nella quale piomba la giovanissima vedova, dichiaratamente interessata esclusivamente al denaro. Singolari anche le caratterizzazioni dei vari fantasmi che interagiscono con i viventi, nonché quelle degli esorcisti e esperti dell’aldilà. Descritto così può sembrare uno stupido guazzabuglio, ma in effetti è molto ben congegnato e, pur non essendo certo un capolavoro, si può tranquillamente definire una buona commedia romantica fantasy.

Throw Down (Johnnie To, 2004, HK)

Questo film, proposto su MUBI, mi ha fatto scoprire Johnnie To del quale, sinceramente, non avevo mai sentito parlare (questo è il bello del cinema, non si finisce mai di scoprire …). Si tratta di un dichiarato omaggio ad Akira Kurosawa ed in particolare al suo film di esordio Sanshiro Sugata (1943) che aveva temi simili e, a differenza di tanti altri film del regista giapponese pieni di combattimenti con varie arti marziali, qui si pratica solo judo. Inoltre il simpatico e socievole figlio ritardato di un boss si presenta sempre agli altri dicendo “Io sarò Sanshiro Sugata e tu Higaki”, i due protagonisti del film di Kurosawa. Un po’ noir, un po’ commedia, scorre con molti combattimenti, ma tutti di brevissima durata. Nel complesso si evidenzia il grande rispetto per quell’arte e il costante rispetto delle regole. Buono, ma non fra i migliori, con un passo lento ci fa conoscere un certo ambiente notturno, popolato da piccoli malviventi agli ordini di improbabili boss, avventori occasionali, bevitori e giocatori d’azzardo. Stranamente, le strade nelle quali si svolge parte dell’azione, sono quasi sempre semideserte e silenziose, illuminate ma non troppo, e, complice un originale commento musicale, forniscono una suggestiva atmosfera di Hong Kong. La premiere mondiale coincise con la proiezione fuori concorso a Venezia nel 2004.

Barney Thomson (Robert Carlyle, 2015, UK)

Prima e unica regia di Robert Carlyle che, certamente, sarà ricordato più come attore essendo stato protagonista di film che hanno fatto storia come Trainspotting (1996) e The Full Monty (1997). Si fa notare Emma Thompson (molto invecchiata grazie al trucco) nei panni della stravagante madre del protagonista interpretato dallo stesso regista. I personaggi sono ben caratterizzati in modo molto ironico, ma la storia è proposta in troppo esagerata, anche se in essa sono ben inseriti alcuni originali twist. Nel complesso risulta appena sufficiente, può andare bene per una visione a tempo perso …

martedì 18 gennaio 2022

Microrec. 21-25 del 2022: altri probabili candidati Oscar, ma deludenti

Come già scritto in qualche post precedente, mi sembra che per questa edizione non ci siano superfavoriti, né film che avranno una decina di Nomination. Anche scorrendo i rating di quelli dati per probabili candidati, si trovano pochi nella novantina su RT e ancor meno con più di 8,0 su IMDb … e i Metascore sono spesso ancor più avvilenti. In questo gruppo volevo inserire i tre musical, ma non ho ancora recuperato il remake di West Side Story; ci sono invece gli altri due che hanno vari pinti in comune e si potrebbe aggiungere un film d’animazione. Infatti, Lin-Manuel Miranda, non conosciutissimo eppure famosissimo nell’ambiente musicale, specialmente come compositore, funge da trait d’union essendo regista di Tick, Tick … Boom!, autore della colonna sonora di Encanto ed è dal suo musical teatrale In the Heights (2007) che Jon M. Chu ha tratto l’adattamento cinematografico.

 

In the Heights
(Jon M. Chu, 2021, USA)

Film leggero, ambientato nella comunità latina di Washington Heights, quartiere all’estremo nord di Manhattan, NY. Essendoci soprattutto dominicani, cubani e portoricani non c’è da meravigliarsi se la musica caraibica la fa da padrona, con i suoi ritmi allegri che spaziano dal classico bolero a moderno hip-hop. Musica adatta per ballare e Chu non perde l’occasione per inserire coreografie abbastanza affollate per strada, nei cortili e perfino in piscina. Un buon passatempo, che negli anni passati non sarebbe stato notato ma, vista la concorrenza non è detto che rimanga fuori da tutto. Pur essendo inizialmente scettico l’ho trovato il più piacevole della cinquina.

The Last Duel (Ridley Scott, 2021, USA/UK)

Con questo Ridley Scott avrebbe potuto finire da dove ha iniziato, avendo esordito con il molto più essenziale eppure ottimo The Duellists nel 1977, ma a 84 anni suonati nella sua agenda ci sono già un film in pre-produzione e altri tre annunciati. La storia è vera ed è stata studiata e riportata da un letterato storico medievale e anche l'ambientazione si rifà a quanto descritto in altri suoi libri. In effetti quello del titolo non fu l'ultimo duello di Dio, sfida a morte nella quale la ragione veniva data al vincitore mentre il perdente veniva spogliato di titoli e proprietà e il suo cadavere veniva esposto (nudo) a testa in giù. I protagonisti e i fatti sono tuttavia veri e documentati, ciò non toglie che il film risulti lento e ripetitivo vista la scelta del regista e degli sceneggiatori (due dei quali anche interpreti: Ben Affleck e Matt Damon) di riproporre tre volte la stessa storia, narrata dai due contendenti e dalla donna contesa. Come la maggior parte dei cinefili sanno, questo schema narrativo è stato utilizzato più volte da oltre mezzo secolo, inaugurato alla perfezione da Akira Kurosawa nel suo Rashomon (1950, Oscar, 138° fra i migliori film sempre) nel quale, però si proponevano racconti molto più differenziati l'uno dall'altro e in solo un’ora e mezza. Inoltre il duello finale è tirato un po' troppo per le lunghe e contribuisce a far durare il film oltre due ore e mezzo, al contrario dell’abilità di sintetizzare i vari duelli del suo film d’esordio che avevo lodato poco tempo fa. In conclusione l'ho trovato poco avvincente, seppur con una buona messa in scena e nonostante le interpretazioni di Matt Damon e Adam Driver (meno convincente quella di Ben Affleck). Il film è stato più apprezzato dalla critica 86% RT che dal pubblico 7,4 su IMDb, rating comunque bassi per un Oscar.

  
King Richard (Reinaldo Marcus Green, 2021, USA)

Biopic tennistico presentato come relativo alle famose sorelle Williams, ma in effetti è incentrato sul loro megalomane padre Richard (qui definito King), mentre si parla poco di Venus (la maggiore) e ancora meno di Serena. Se si conosce un po' di storia del tennis moderno si riescono a seguire i riferimenti ai tanti atleti di spicco citati o inclusi nella sceneggiatura altrimenti restano nomi buttati lì senza alcun senso. Pare che il carattere del padre sia stato molto ammorbidito. Will Smith viene considerato favorito per l’Oscar come miglio attore protagonista. Fra sport e commedia … niente di particolarmente esaltante.

Tick, Tick … Boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021, USA)

Premesso che non conoscevo Lin-Manuel Miranda, non capisco come possa aver ceduto la regia di In the Heights a Jon M. Chu, per dirigere questo scialbo musical quasi senza coreografie e con un insopportabile protagonista. Si tratta di un ennesimo biopic, in particolare degli anni in cui Jonathan Larson (Andrew Garfield), poi autore di Rent, musical rock che fece storia, tentava di sfondare. Deludente e non solo per me, visti l’88% su RT e 7,6 su IMDb … non promettono bene per l’Oscar. 

The Lost Daughter (Maggie Gyllenhaal, 2021, Gre/UK)

Non ho mai apprezzato Maggie Gyllenhaal come attrice e questo suo esordio alla regia non migliora certo l’idea che ho di lei. Non ho neanche letto alcun romanzo di Elena Ferrante (il film è tratto da La figlia oscura, 2006) e non penso di farlo visto che capisco che le protagoniste dei suoi libri sono spesso donne impossibili, certamente in questo caso, che forniscono a chiunque buoni motivi per diventare misogini. Olivia Colman è certamente brava ad interpretare la protagonista falsa, umorale, introversa, intrigante. La situazione è peggiorata dai coprotagonisti di livello troppo inferiore, a cominciare da Dakota Johnson. Il film, nonostante le lodi dei critici (95% su RT) non è stato gradito dal pubblico tanto che, dei 546 commenti presenti oggi su IMDb, ben 124 gli hanno attribuito una stella e 77 appena 2 su 10, praticamente quasi 4 spettatori su 10 lo hanno stroncato senza pietà. È legittimo dedurre che qualcosa non vada, ma chissà se è attribuibile il film stesso o al romanzo dal quale è tratto in maniera abbastanza fedele. Personalmente non lo consiglio.

giovedì 25 novembre 2021

Interessanti e ottime proposte di film NOIR su Criterion

Sempre alla ricerca di buoni titoli, seguo vari siti e social di cineteche, piattaforme di streaming e distributori di film arthouse (anche se non disponibili in Italia) e, pur avendone guardati migliaia, trovo sempre qualcosa di nuovo e interessante o mi riportano alla mente film guardati vari decenni fa. Una raccolta di una settantina di titoli di qualità è apparsa di recente sul sito Criterion. Suggerisco di dare una scorsa ai titoli di questa pagina dedicata specificamente ai noir (per me specialmente interessante essendo appassionato del genere), non solo i classici americani in b/n degli anni ‘40 e ’50, ma anche più recenti fino agli anni ’90, oltre ad una buona collezione di giapponesi degli anni ‘60/70 e qualche europeo (dispiace non vedere titoli messicani … ce ne sono numerosi della Epoca de Oro che non hanno nulla da invidiare ai suddetti). I noir rappresentano uno stile più che un genere che ha avuto successo durante quali l’intera storia del cinema, tanto da meritarsi saggi, studi e perfino enciclopedie! 

 

Vi propongo anche questo video che esalta non solo i noir ma anche le potenzialità della fotografia in bianco e nero. Per chi non conoscesse Criterion, sappia che dal 1984 si dedica al recupero e distribuzione di film internazionali di qualità e da vari anni li rende disponibili anche in streaming, purtroppo ancora limitato a USA e Canada. In attesa di potere usufruire anche in Italia è comunque utile seguirlo per nuovi spunti, così come si seguono le programmazioni delle cineteche e di vari Festival, sia che si tratti di nuove uscite che di retrospettive. A Criterion è legato anche il distributore Janus Films (attivo dal 1956) che conta oltre 1.000 titoli internazionali (per lo più del secolo scorso) fra i quali tanti classici di Antonioni, Eisenstein, Bergman, Fellini, Kiarostami, Kurosawa, Sembène, Tarkovsky, Truffaut e Ozu.

Per trovare tanti altri buoni film si può visitare il sito MUBI che, ormai già da qualche anno, consente lo streaming anche in Italia a prezzi accessibilissimi. Oltre ad una regolare programmazione giornaliera di film che restano online per 30 giorni, propone tanti altri titoli divisi in varie categorie come La top 1000 di MUBI, film dei Festival di Cannes e Locarno, Palme, Leoni e Orsi d’Oro, retrospettive dedicate a singoli registi (ora online ci sono Ozu, Bergman, Tarkovsky, Varda, Kieslowsky).

Altro sito da seguire (ma solo per prendere spunto dal catalogo visto che le visioni sono purtroppo limitate al territorio UK) è quello del British Film Institute (BFI). Tante altre idee si possono avere seguendo le programmazioni di cineteche come quelle di Parigi, Madrid, Lisbona, Bologna, Ginevra, Ciudad de Mexico e infinite altre, di solito con un occhio di riguardo alla cinematografia del proprio paese.

venerdì 24 settembre 2021

Micro-recensioni 261-265 - World Cinema: Francia, Australia, Giappone, Romania e Argentina

Assortimento molto vario di epoche, provenienza e generi per questa cinquina abbastanza interessante. Fra tutti spicca un documentario sperimentale (giudicato fra i migliori di sempre) seguito da un quasi-documentario australiano.

 

Sans Soleil
(Chris Marker, 1983, Fra)

Si tratta di un originale montaggio di immagini di repertorio, accompagnato da un testo letto da voce fuori campo sotto forma di lettere di un viaggiatore. Le immagini si riferiscono soprattutto al Giappone in un arco temporale che va dalla II Guerra Mondiale all’epoca contemporanea, ma c’è anche molto della Guinea Bissau (ex colonia portoghese in Africa) e pochi clip di Francia e Islanda. A partire da eventi specifici si discutono idee generali applicabili quasi in qualunque era e luogo, dai suicidi giapponesi durante la guerra alla lotta di Liberazione congiunta di Guinea e Capo Verde. 

Non si risparmiano critiche a singolari attività ricreative giapponesi tipiche degli anni ’80 come i balli takenokozoku e il Whack-a-Mole (video sopra) che consiste nel colpire in testa, con un martello di gomma, le talpe che sbucano dai buchi del tavolo; la variante proposta indicava specifiche cariche, dal direttore generale ai suoi vice, funzionari e capi del personale. La voce fuori campo sottolinea che si era spesso obbligati a sostituire il pupazzo che rappresentava il direttore generale a causa della veemenza con la quale veniva colpito. Documentario premiato a Berlino.

Charlie's Country (Rolf de Heer, 2013, Aus)

David Gulpilil, aborigeno protagonista e co-sceneggiatore insieme con il regista Rolf de Heer, è la star del film e, con la sua flemma e stretta logica, mette in evidenza tutti i controsensi della politica di derivazione colonialista nei confronti dei nativi. Per quanto diversa, la situazione è molto simile a quella degli americani, ufficialmente protetti e appoggiati ma in effetti relegati in determinate aree e destinatari di continui tentativi di occidentalizzazione per rendendoli schiavi del sistema economico vigente. Il film non manca di ironia e spesso i dialoghi fra Charlie e i poliziotti o altri “bianchi” tendono al paradosso e all’assurdo, quasi surreali. Non c’è nessun set e la maggior parte delle scene sono girate fra piste polverose e ambiente naturale. David Gulpilil, miglior attore a Cannes e Nomination Un Certain Regard per Rolf de Heer.

  
Bacalaureat (Cristian Mungiu, 2016, Rom)

Dramma familiare molto ben proposto, ma il vero tema (che porta lo scompiglio fra i protagonisti) è l’onestà, che viene continuamente messa in discussione da situazioni contingenti. Intendiamoci, nessuno è un criminale o lucra fra mazzette e ricatti ma si discute appunto del limite dell’innocuo e sincero favore che chi lo riceve vuole poi ricambiare. Ciò, paragonato alla corruzione dilagante che pare regni in Romania, è cosa da poco ma comunque fa riflettere. Considerazioni pertinenti e facilmente applicabili in quasi qualsiasi società che non sia perfetta. Ben diretto e interpretato, piacevole sorpresa. Miglior regia a Cannes e Nomination Palma d’Oro.

Tokio Sonata (Kiyoshi Kurosawa, 2008, Jap)

Il regista e co-sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa, non imparentato in alcun modo con il ben più famoso Akira, include nella trama una serie pressoché irripetibile di eventi già di per sé insoliti affrontati dai vari soggetti in modo più o meno insulso. Chiunque potrebbe teoricamente trovarsi nelle varie situazioni proposte, ma è assolutamente impensabile che queste capitino tutte ai vari componenti della stessa famiglia nell'arco di poche ore, come succede verso la fine del film. Premio della Giuria a Cannes. Sostanzialmente deludente. Premio Un Certain Regard a Cannes.

Los guantes mágicos (Martín Rejtman, 2003, Arg)

Qualcuno parla bene di questa commedia, ma non è brillante, né grottesca; una serie di personaggi strani e depressi si incontrano, si associano, si danno consigli, ma sempre rimanendo nel campo dell’insulsaggine e ancor più spesso della depressione. La maggior parte di loro si scambiano notizie sui vari medicinali che assumono, talvolta uniti ad alcool, e a fantasiose terapie. Film sostanzialmente inutile, ancor più deludente in quanto il precedente lavoro del regista/sceneggiatore (Silvia Prieto, 1999) lasciava ben sperare, in quanto molto più arguto trattando di uno “scambio di vite” fra due giovani donne omonime, Silvia Prieto per l’appunto.

venerdì 4 giugno 2021

Tutto Hitchcock … visione dei suoi 53 lungometraggi esistenti

Come anticipato nel precedente post, ricomincio a guardare film con la solita frequenza (mediamente almeno uno al giorno) e mi sono riproposto di affrontare l’intera filmografia di Alfred Hitchcock, già vista alla rinfusa negli anni passati, stavolta in rigoroso ordine cronologico. 

La farò però precedere dalla visione del documentario basato sullo “storico” confronto (non furono certo interviste nel vero senso della parola) fra il maestro della suspense e Truffaut; una settimana di scambi di idee sulla regia che furono la base del famoso libro del regista francese. Nel 2015 Kent Jones ha montato parte delle suddette discussioni, intercalandole con spezzoni di interviste a tanti altri famosi cineasti, da Paul Schrader a Martin Scorsese, da Wes Anderson a Peter Bogdanovich, da Kiyoshi Kurosawa a Richard Linklater, ed in immagini d’archivio appaiono anche Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Vera Miles (Psycho e The Wrong Man) e Anny Ondra (The Manxman and Blackmail, ultimo muto e primo sonoro). Ci sono vari interessantissimi stralci nei quali mostrano spezzoni di loro film e ne valutano l'approccio e la realizzazione. Il documentario originale (in inglese e francese, questo sottotitolato in inglese) è disponibile online su diversi siti, questo è un esempio di streaming.

Un altro sostanziale supporto a questa piacevole ed interessante impresa cinefila sarà fornita dal libro Alfred Hitchcock (2018, 450 pagg., Cineteca Nacional Mexico), compilato dal regista messicano Guillermo del Toro, altro suo grande ammiratore.
Scrivo “compilato” in quanto è una precisa raccolta di schede che, in ordine cronologico, trattano di tutti i film del maestro, complete di credits, dati tecnici, trama e commenti di lunghezza molto variabile a seconda della qualità e notorietà, curiosità e perfino indicazione della scena nella quale compare il regista (i cameo erano il suo noto marchio di fabbrica). Oltre a questi, divisi nelle tre classiche sezioni (UK silent, UK sound, USA), ce n'è anche una quarta che raccoglie i telefilm.
Le schede possono portare all'attenzione del lettore particolari facilmente che altrimenti non sarebbero notati e specifiche dichiarazioni dello stesso regista in merito alla sua valutazione dei risultati. A conclusione di numerose schede si trovano anche citazioni di rispettatissimi cineasti come André Bazin, Marlene Dietrich, Truffaut, Del Toro e dello stesso Hitchcock come, per esempio:
  • Forbici che non luccicano sono come asparagi senza condimento (Dial M for Murder, 1953)
  • Diciamo che la prima versione (1934, n.d.r.) è il lavoro di un talentuoso dilettante e la seconda è realizzata da un professionista (The Man Who Knew Too Much, 1955)

Nel prossimo post scriverò quindi della prima metà del gruppo dei muti - da The Pleasure Garden a Easy Virtue e del documentario di Kent Jones. Questi è l’elenco dei silent movies di Hitchcock, nel quale ho incluso anche il primo (incompiuto) e quello disperso.

  • 1922 Number 13 (incompiuto)
  • 1925 The Pleasure Garden (Il labirinto della passione)
  • 1926 The Mountain Eagle (Aquila della Montagna) (scomparso)
  • 1926 The Lodger - A Story of London Fog (L'inquilino)
  • 1927 Downhill - When a Boy Leave Home (Il declino)
  • 1927 Easy Virtue (Fragile virtù)
  • 1927 The Ring (Vinci per me!)
  • 1928 The Farmer's Wife (La moglie del fattore)
  • 1928 Champagne (Tabarin di lusso)
  • 1929 The Manxman (L'isola del peccato)

Se qualche altro cinefilo (oltre ai mio solito sparuto gruppo di sodali) volesse partecipare (via Skype) alle chiacchierate informali successive alle visioni mi può contattare via blog o via email.

PS - da notare che già negli anni '20 si praticava la traduzione selvaggia dei titoli!

sabato 18 luglio 2020

Micro-recensioni 241-245: altri 4 film messicani e uno dei due famosi di Kusturica

Due film di spicco  e tre nella (buona) norma. Ognuno ha le sue ragioni di essere e i suoi meriti e quindi risultano essere interessanti visioni, specialmente se valutate nel loro contesto di tempo e di luogo di produzione.
  
Underground (Emir Kusturica, Yug, 1995)
Kusturica ha diretto solo una decina di film nel corso dei suoi 40 anni di carriera, ma partì con il piede giusto e molti suoi film hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Esordì nel 1981 con il poco conosciuto Ti ricordi di Dolly Bell? (4 premi a Venezia e Nomination Leone d’Oro), seguito 3 anni dopo da Papà... è in viaggio d'affari (Nomination Oscar e Palma d’Oro e e Premio FIPRESCI a Cannes) e nel 1988 da Il tempo dei gitani (Miglior regia a Cannes). Dopo aver tentato il salto a Hollywood (Arizona Dream, 1993) tornò a occuparsi di dei Balcani e dei gitani con i due film che gli hanno dato vera fama internazionale visto anche il successo di pubblico: Underground (1995) e Gatto nero, gatto bianco (1998). Ho quindi ri-guardato con molto piacere il primo anche se l’altro rimane il mio preferito per essere più graffiante, esplosivo e grottesco, oltre che conciso. In entrambe ha un ruolo fondamentale la musica, interpretata in scena dalla fantastica banda di ottoni Musika Akrobatika. Questo è forse è un po’ lungo e dispersivo, considerato che inizia con l’occupazione nazista, prosegue per tutta l’epoca di Tito e termina con le guerre interne della Iugoslavia in disfacimento, sotto il “controllo” delle forze ONU.
Senz’altro da guardare (e ascoltare), così come gli altri suoi migliori film.

Dos monjes (Juan Bustillo Oro, Mex, 1934)
Si distingue nettamente fra i messicani di questa cinquina, e per due motivi molto diversi. Uno è lo stile, fortemente influenzato dall’espressionismo tedesco del decennio precedente, nonché dall’emulazione dei registi russi che in quel periodo collaboravano con i messicani a cominciare da Eisenstein. L’altro è la sceneggiatura, che anticipa di quasi una ventina d’anni quella del ben più famoso Rashomon di Akira Kurosawa. Infatti, la storia si basa su due monaci che si ritrovano per caso in uno stesso convento molti anni dopo essersi scontrati per questioni di cuore, prima di prendere i voti. Nel corso delle confessioni al priore presenteranno diverse versioni degli eventi. Le scenografie sono in puro stile espressionistico, così come le luci e i forti contrasti. Purtroppo, le interpretazioni sono molto deludenti … peccato!
  
El Peñón de Las Ánimas (Miguel Zacarías, Mex, 1943)
Rosenda (Julio Bracho, Mex, 1948)
El brazo fuerte (Giovanni Korporaal, Mex, 1958)
Due degli altri 3 messicani sono diretti da registi di spicco della Epoca de Oro e interpretati da attori altrettanto noti, bravi e amati dal pubblico: Jorge Negrete e María Félix sono i protagonisti del primo e Fernando Soler e Rita Macedo del secondo. Senz’altro buoni ma non certo fra i migliori del loro genere.
Il terzo, invece, è quasi del tutto sconosciuto ai più, ma è tornato alla ribalta per essere stato di recente restaurato e la prima è stata proposta dalla Cineteca Nacional Mexico poche settimane fa. Si tratta di un film indipendente dell’allora esordiente Giovanni Korporaal, uno dei primi esempi di satira politica messicana (si parla di corruzione e usurpazione di potere) e per tal motivo addirittura bloccato dalla censura per oltre 15 anni.

sabato 4 luglio 2020

Micro-recensioni 231-235: film sovietici d’autore

Sull’entusiasmo derivante dalla visione di Sayat Nova - Il colore del melograno, ho guardato gli altri 3 film imprescindibili di Parajanov, girati nell’arco di una 20ina di anni. Ho completano questo gruppo con due film di lunghezza ridotta degli inizi di Tarkovsky (considerandoli un’unica visione) e uno dei tanti adattamenti dello shakespeariano Re Lear, ma di indiscusso pregio.
Shadows of Forgotten Ancestors (Sergei Parajanov, URSS, 1965)
The Legend of Suran Fortress (Sergei Parajanov, URSS, 1985)
Ashik Kerib (Sergei Parajanov, URSS, 1988)

Con questi 3 ho guardato quanto c’era da guardare di Parajanov. Di solito gli sono accreditati 10 film, ma il regista rinnegò quanto prodotto prima del ’65 (5 film in stile più o meno tradizionale) definendolo “spazzatura” e l’ultimo non si dovrebbe prendere in considerazione in quanto riuscì a girare solo parte di esso prima della morte. Ne restano così 4, in parte simili per stile ambientazione, basati su leggende e miti, fra il surreale e tableaux vivant, scenografie e location naturali, coloratissimi costumi tradizionali, tanti animali, uso della luce in modo molto espressivo colori forti e contrastanti, musica etnica. Per ognuno di essi si potrebbe scrivere tanto e comunque resterebbero parti non sufficientemente analizzate e molte altre misteriose o incomprensibili per i non esperti di tali culture.
Aggiungo solo che il suo ultimo film portato a termine Ashik Kerib (1988) mi è sembrato meno avvincente dei precedenti forse perché con trama più comprensibile e lineare. Inoltre, rispetto agli altri c’è una maggior continuità nella colonna sonora composta da brani musicali musica e canti tradizionali visto che il protagonista che dà il titolo al film è un menestrello, girovago per forza. Parajanov lo dedicò al suo amico Andrei Tarkovsky, deceduto due anni prima a soli 54 anni.
Comunque ribadisco che sono tutti film da guardare con attenzione, un piacere per gli occhi anche se non si riescono a carpire tutti i significati e i simbolismi.
Re Lear (Grigoriy Kozintsev, URSS, 1971)
Dramma shakespeariano molto ben messo in scena, in affascinanti location. Girato in b/n e in formato 2.35:1, conta su ottime interpretazioni di tanti attori di chiara origine teatrale. Al di là dell’ottima tecnica, come è immaginabile risulta un po’ “pesante” non tanto per la lunga e articolata storia quanto per l’eloquio aulico. Seppur adattato in modo totalmente diverso, regge più che bene il confronto con la versione nipponica di Kurosawa: Ran (1985).
Korol Lir, questo il titolo originale, fu l’ultimo dei soli 15 film diretti da Kozintsev in oltre 40 anni; il precedente era stato Gamlet (Amleto, 1964) ancor più elogiato di questo ed evidentemente basato su un’altra tragedia del famoso autore inglese. Mi dovrò mettere alla sua ricerca.

The Killers (Andrei Tarkovsky, Aleksandr Gordon, URSS, 1956)
Tarkovsky diresse due delle tre parti di questo corto di poco più di un quarto d’ora ed interpreta il secondo cliente, suo cognato, il coregista Aleksandr Gordon, diresse l’altro ed interpreta il barista, non è chiaro quale parte abbia avuto la terza co-autrice Marika Beiku. Il filmato fu prodotto mentre erano studenti Film Institute di Mosca e fu uno dei primi casi dell’epoca in cui fu concesso di utilizzare un soggetto americano; è infatti tratto da un racconto di Hemingway.

Violin and Roller (Andrei Tarkovsky, URSS, 1961)
Mediometraggio di circa un quarto d’ora nel quale già appaiono dei temi cari al regista: tanta acqua, riflessi e specchio. Tuttavia, manca la pacata lentezza che sarà un marchio di fabbrica per i successivi capolavori.

martedì 19 maggio 2020

Micro-recensioni 166-170: noir ottimi e/o particolari

Strane combinazioni … due noir diretti da Julien Duvivier (e sono i suoi più quotati), due con Jean Gabin protagonista, due hanno praticamente la stessa sceneggiatura, solo quello giapponese non ha alcun punto in comune con gli altri.
Panique (Julien Duvivier, Fra, 1946) premio speciale della critica a Venezia
Uno dei tanti ottimi film francesi d’epoca, un noir che tende al thriller, con una interessante sceneggiatura e una esemplare interpretazione di Michel Simon. Il suo personaggio è un uomo misterioso che, seppur molto compito e serio, è malvisto da tutto il vicinato. Dalla semplice idea di allontanarlo dal quartiere, si passa a sospettarlo di un omicidio e il film si sviluppa in un continuo crescendo di agitazione e minacce. Più che apprezzabili anche regia e fotografia. Basato sul romanzo di Georges Simenon (il creatore del Commissario Maigret) il film ottenne il Premio della Critica a Venezia.
Da non perdere … esiste anche versione italiana dal titolo (una volta tanto ben tradotto) Panico.

Pépé le Moko (Julien Duvivier, Fra, 1937)
Si tratta dell’altro famoso noir di Julien Duvivier, che collaborò anche all’adattamento dell’omonimo romanzo di Henri La Barthe. L’ambientazione esotica, fra vicoli della cosmopolita e malfamata casbah di Algeri, contribuì alla fama del film al quale fecero seguito remake e parodie. Il ruolo di Pépé è ovviamente ricoperto da Jean Gabin, Line Noro è la gelosissima gitana, Mireille Balin (star dell’epoca) è l’affascinante ricca straniera, Fernand Charpin l’ambiguo Regis. Pur essendo probabilmente sconosciuti ai più, tutti interpretano più che bene i loro personaggi che ruotano attorno a Gabin il quale, mi sembra, non è all’altezza delle sue migliori prove di genere drammatico come per esempio i successivi La grande illusion (1937, Jean Renoir), Le quai des brumes (1938, Marcel Carné) e La bête humaine (1938, Jean Renoir).
Da non perdere.
Algiers (John Cromwell, USA, 1938)
Altro non è che un pedissequo remake americano del suddetto film francese di grande successo dell’anno prima. Pur non valendo certamente l’originale, come la maggior parte dei remake americani di film stranieri, per il fatto di avere un budget di gran lunga superiore e un cast con tante star ottenne ben 4 Nomination Oscar (Charles Boyer protagonista, Gene Lockhart non protagonista, fotografia e scenografia). A questo seguì 10 anni più tardi Casbah (con Yvonne De Carlo, Tony Martin, Peter Lorre) e infine la parodia italiana Totò le Moko (1949, diretto da Bragaglia) della quale pochi conoscono gli illustri precedenti.
Algiers vanta un notevole cast internazionale nel quale, oltre al francese Charles Boyer, appena trasferitosi negli USA e al suo secondo film oltreoceano, e al canadese Gene Lockhart (entrambi candidati Oscar), ci sono due bellezze dell'epoca quali l’austriaca Hedy Lamarr (all’epoca definita “la donna più bella del mondo”), l’americana Sigrid Gurie e, nei panni dell’imperturbabile ispettore Slimane, il maltese Joseph Calleia (interprete di tanti ottimi noir per lui: The Touch of EvilGildaThe Glass Key, ...). Interessante la caratterizzazione dei personaggi, dai componenti della banda di Pépé ai vari membri della polizia, ai turisti in cerca di avventura.
Rivisto con molto piacere, lo consiglio anche se non vale l’originale.

Intimidation (Koreyoshi Kurahara, Jap, 1960)
Buon noir nipponico, non ambientato nel mondo del crimine organizzato e praticamente senza la presenza di polizia. Si basa quasi esclusivamente su ricatti (vari), palesi o posti sottilmente, nell’ambito di una filiale di banca. Buona e originale la sceneggiatura, regia precisa con ottima scelta dei tempi. Pur essendo ben lontano dal noir “ricattatorio” giapponese per eccellenza, (High and Low, 1963, Kurosawa) ha i suoi meriti e si lascia guardare con interesse. Merita una visione.

Moontide (Archie Mayo, Fritz Lang, USA, 1949)
Co-diretto da due noti registi di noir (anche se Lang è uncredited), è un noir anomalo sia per soggetto che ambientazione. Fu il primo dei due film hollywoodiani di Jean Gabin, entrambi di scarso successo; l’altro (The Impostor, 1944) fu diretto da Duvivier, anche lui fuggito dalla Francia occupata dai nazisti. La trama è debole e conta con varie inutili esagerazioni, c’è tensione solo in pochi momenti e a volte è la parte romantica a prendere il sopravvento. Certamente non memorabile se non per la fotografia (candidatura Oscar) e l’interpretazione di Thomas Mitchell (già Oscar per l’interpretazione del dottore alcoolizzato in Ombre rosse, 1939, John Ford).