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martedì 13 gennaio 2026

Alzati e cammina (ossia: Escursionismo e Serendipity)

Articolo redatto per la I ed. di L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007)

"Alzati e cammina" non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.

Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:

* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;

rallentando, o addirittura sostando in silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.

Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.

In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.

L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo. 

La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa salvarono la vita e divennero ricchi. 

Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. 

Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi come The Serendipity Mindset ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.

Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.

La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. © Giovanni Visetti

martedì 17 novembre 2020

Alzati e cammina (ossia: Escursionismo e Serendipity)

"Alzati e cammina" non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.

Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:

* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;

* rallentando, o addirittura sostando in silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.

Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.

In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.

L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo. 

La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa salvarono la vita e divennero ricchi. 

Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. 

Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi (vedi copertina a sx) ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.

Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.

La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. © Giovanni Visetti

Articolo pubblicato nel catalogo della prima edizione dalla manifestazione L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007), ideata e organizzata da Francesca Mauro e Luciano Stella.

lunedì 15 maggio 2017

Serendipity: come è bello trovare qualcosa di inatteso

Ne ho parlato più volte, nell’accezione moderna il termine inglese “serendipity” viene definito così dalla Treccani:
"capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.
Quasi ogni giorno ognuno ha occasioni favorevoli, ma tantissimi non sono abbastanza attenti a notare il diverso e restano passivamente nell’ordinario e nella routine, focalizzandosi solo su quanto programmato.
Per quanto mi riguarda, sono arrivato a fare tante scoperte, a venire a conoscenza di nuove attività, a prendere in considerazione destinazioni insolite, a praticare sport semisconosciuti o semplicemente sottovalutati fino a quel momento. Ovviamente, più ci si muove, si viaggia, si cammina, si legge, si parla con la gente, più ci sono occasioni di essere sorpresi e affascinati.  
Nella fattispecie mi riferisco ad una passeggiata di un paio di giorni fa, a pochi chilometri da casa, armato di obiettivo macro e cavalletto. 
Partito per andare a fotografare qualche Centaurium erythraea (Centauro, foto a sinistra), non comunissimo dalle nostre parti e meno che mai quest’anno con la siccità che stiamo soffrendo, ho poi deciso di fotografare un interessante fiore di cardo (foto in basso a sinistra), affiancato da un altro pronto a sbocciare e, all’improvviso, si è presentata un’ape molto socievole, quasi esibizionista, che si è lasciata fotografare in tutte le pose possibili e immaginabili.
   
Grazie al macro si riescono ad osservare tanti particolari dell’animale assolutamente non rilevabili ad occhio nudo, per esempio, osservate quelle specie di "uncini" con i quali l'ape si aggancia al fiore mentre sugge il nettare. 
Nel caso vi possano interessare, altre foto macro del "bottino" dell'escursione di sabato scorso sono nella mia raccolta Google Foto macro, per lo più fiori, e comprendono valeriana rossa, euforbia arborea, becco di gru, rosolaccio, ...

lunedì 18 aprile 2016

Sensazionale scoperta botanica? poco probabile ...

... eppure notare qualcosa di inusuale in specie normalmente presenti in un determinato ambiente è sempre evento che causa una certa soddisfazione.
Ciò non solo per la “scoperta” in sé e per sé, ma anche per la successiva indagine per determinare quale sia la causa dell’anomalia se di questo si tratta o quale sia la specie diversa da quella solita, da quella che uno si aspetta. Tutto questo ovviamente vale per le persone che abbiano un certo “occhio” e abbiano nozioni basilari di botanica e sappiano distinguere un fiore dall’altro anche se non ne conoscono il nome, insomma basta avere un po’ di spirito di osservazione.
Veniamo ora ai fatti nei quali entra anche, come quasi sempre accade la serendipity. Procedendo velocemente lungo un sentiero a me ben noto, con il preciso scopo di andare a scattare alcune foto panoramiche, sulla via del ritorno l’occhio mi è caduto su una orobanche di una conformazione estremamente particolare e chiaramente mi sono fermato a scattare qualche foto. In quella a sinistra vedete una “normale“ Orobanche e a destra quella strana, con la cima piatta e con un numero incredibile di fiori ammassati, invece dei pochi disposti piramidalmente (descrizione assolutamente senza alcuna pretesa scientifica, ma semplicemente divulgativa, attinente alla realtà osservata).
   
Allertati vari amici botanici, le prime risposte hanno confermato l’originalità dell’infiorescenza ma, essendo seri professionisti, nessuno si è pronunciato a titolo definitivo basandosi solo sulle foto inviate e per ora si sono limitati a suggerirmi varie ipotesi. Dovrebbe trattarsi di una O. lavandulacea , nome italiano Succiamele della psoralea (P. bituminosa). 
Per cercare di venire a capo della situazione, a distanza di 3 giorni sono tornato sul luogo e ovviamente non ho trovato la stessa Orobanche ma ne ho trovate numerose altre non esattamente uguali alla prima, ma comunque diverse dalla loro struttura normale così come descritta nei testi di botanica. 
Di conseguenza, dopo una attenta osservazione di numerose Orobanche, mi sono convinto di aver trovato non solo una O. lavandulacea con infiorescenza particolare, ma anche altre di colore e dimensioni simili però con portamento diverso, probabilmente un'altra varietà. 
Mi hanno colpito vari esemplari stranamente ramificati, in particolare alcuni anomali in quanto assolutamente asimmetrici.
Continuerò ad indagare, a sottoporre quesiti ai miei amici botanici e ad avere una ennesima scusa per andare in giro, anche lungo gli stessi sentieri, al fine di venire a capo di questi "misteri". 
E molto probabilmente, anche concentrandomi sull'osservazione delle Orobanchaceae, mi capiterà di trovare qualche altro elementi che susciti curiosità e dia inizio ad una nuova indagine ... serendipity.

Precisazione per i più curiosi: 
“L’orobanche è una fanerogama annuale parassita obbligata in quanto priva di clorofilla, il cui ciclo vitale dipende totalmente dal suo ospite. Non potendo svolgere la fotosintesi clorofilliana e mancando di un vero e proprio apparato radicale deve assumere necessariamente sostanze elaborate e acqua dalla pianta ospite che parassitizza.” (V. Testi)

mercoledì 24 giugno 2015

Metodo investigativo, scientifico e poliziesco, Pierce e Holmes

Come in altri casi simili, con questo post miro solo ad incuriosire i lettori e non certo ad analizzare a fondo teorie e processi logico-filosofici che negli anni sono stati oggetto di studi approfonditi, tesi e che hanno riempito libri interi. 
A partire dalla teoria elaborata da Charles Sanders Pierce (matematico, filosofo, semiologo, logico e scienziato statunitense, 1839-1914) passerò a parlare brevemente di Sherlock Holmes il quale, seppur solo nei casi immaginari descritti da Sir Arthur Conan Doyle, applica alla perfezione la logica dell’abduzione.
Questa, secondo Pierce, è il solo processo logico che permette di ampliare le nostre conoscenze in quanto ci spinge a cercare leggi e regole che ci permettano di prevedere le conseguenze certe di una azione o situazione.  Non ha una validità logica assoluta, ma porta i ricercatori ad elaborare e poi investigare una teoria plausibile, a partire dai dati ed eventi osservati.
Nel sistema logico di Pierce l’abduzione e la deduzione contribuiscono alla comprensione di un fenomeno, con l’induzione che apporta una quantità di verifiche e riscontri. Pierce, pur giustificando la validità dell’induzione in quanto processo auto correttivo, affermò che né induzione deduzione possono aiutare a svelare la struttura interna del significato.
Nella logica dell’abduzione lo scopo è quello di analizzare i dati, trovare uno schema, e suggerire una ipotesi plausibile. La deduzione perfeziona le ipotesi basate su premesse plausibili l’induzione è la prova sperimentale. Il costante riproporsi di esiti identici consolida la teoria ipotizzata con l’abduzione, senza fornirne tuttavia certezza assoluta, mentre un solo insuccesso dimostrerebbe che essa non è valida e, se non del tutto errata, deve quindi essere rielaborata tenendo conto dei risultati non congrui. Confermando l’ipotesi, si ricavano leggi e regole dalle quali potranno conseguire nuove deduzioni (per definizione, certe). 

Chi ha reso famoso questo tipo di processo logico (anche se i più non lo riconoscono e non ne colgono l’enorme valore) è stato Sir Arthur Conan Doyle con il sua creatura Sherlock Holmes, personaggio apparso  nel 1887 nel romanzo A Study in Scarlet (Uno studio in rosso). 
L’abilità di Holmes risiede essenzialmente nel notare un gran numero di particolari che, seppur apparentemente insignificanti, messi in relazione fra loro gli consentono di escludere ipotesi e conclusioni a prima vista ovvie e, per eliminazione, di giungere ad una soluzione plausibile, spesso quella giusta.
Certamente lo scrittore scozzese, medico prima di dedicarsi alla prosa, doveva conoscere molto bene le teorie di Pierce e vari assiomi di queste sono citati, più o meno esplicitamente, in alcune famose affermazioni di Sherlock Holmes:
  • Teorizzare senza avere dati è un errore madornale. Insensatamente si distorcono i fatti per giustificare una teoria, invece di elaborare una teoria plausibile che spieghi i fatti
  • Dopo aver eliminato l’impossibile, qualunque cosa rimanga, per quanto improbabile, deve essere la verità
  • Non faccio mai eccezioni. Una eccezione invalida la regola
  • Non esiste nulla di più fuorviante di un fatto ovvio
  • Le emozioni sono antagoniste di un ragionamento limpido

A puro titolo di curiosità e giusto per sottolineare la notorietà mondiale del personaggio di Sherlock Holmes, sappiate che in moltissimi paesi gli sono stati addirittura dedicate serie di francobolli e non solo nel Regno Unito ma anche in luoghi lontani come la Polinesia e nazioni non anglofone come il Nicaragua.

Chi vorrà saperne di più, in particolare nel campo della logica, potrà effettuare una ricerca in rete utilizzando, oltre abduzione (che può portare ad alcuni risultati relativi alla fisiologia), parole chiave come inferenza abduttiva, Pierce, logica. Se poi la ricerca si effettua in inglese, l’aggiunta di ulteriori keywords è indispensabile in quanto la parola “abduction” è comunemente riferita a rapimento, spesso per fini sessuali, in seconda battuta al campo della fisiologia e solo in ultimo al processo logico. Quindi, per giungere a pagine interessanti, è fondamentale aggiungere almeno una seconda parola come Pierce, logic, philosophy, reasoning, inference o altre simili. Oltre ai molti testi “seri”, che spesso risultano troppo filosofici ed eruditi per essere letti piacevolmente, ci sono articoli più divulgativi che comunque riescono a fornire un’idea della valenza, e soprattutto del fascino, dell’inferenza abduttiva.  Vi segnalo alcuni articoli
Per chi ha familiarità con l’inglese, potrà essere interessante leggere questo articolo a firma John Gray (BBC News magazine) www.bbc.com/news e un post che lo critica apertamente thinkofhappysquirrels.wordpress.com/