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domenica 13 novembre 2022

Microrecensioni 316-320: strano mix, solo due connessi

A un turco di pregevole estetica , un australiano politico/razziale, un coreano drammatico ho affiancato due film unanimemente reputati pietre miliari del cinema, con tema per molti versi comune. I due vanno molto di pari passo, con folli dittatori avidi di conquiste, sottomissioni e progetti di genocidi e stermini come protagonisti. In entrambe i casi gli stessi attori (Charlie Chaplin e Peter Sellers) interpretano anche un ruolo ben diverso, impegnati a salvare il mondo da una catastrofe o, quanto meno, da tali pazzi guerrafondai. Ovviamente, per cogliere i vari riferimenti (per lo più grotteschi) alla realtà storica del momento è imprescindibile sottolineare l'anno di produzione: 1940 (inizio della II Guerra Mondiale) per quello con tanto di caricatura del Fuhrer, 1964 per Kubrick che invece fa satira sulla guerra fredda e minacce nucleari fra le due superpotenze palesemente indicate come USA e URSS. Con tutte le dovute differenze, personalmente preferisco di gran lunga il secondo, sia per la regia (Kubrick è regista, Chaplin doveva limitarsi a fare le sue solite macchiette che, a suo danno, porta anche nel film) sia per la qualità delle sceneggiature evidentemente non paragonabili per sagacia e dialoghi, sia perché Chaplin non può competere con Peter Sellers.

 
Time to Love (Sevmek Zamani, Tur, 1965)

Pellicola ottimamente restaurata, ed il fatto è significativo in quanto il film conta molto sull’estetica dell’ottima fotografia. La storia, veramente sui generis e ben proposta, narra di un imbianchino pittore di appartamenti che si innamora di una gigantografia del volto della proprietaria di un appartamento di villeggiatura su una della Isole dei Principi nel Bosforo, nei pressi di Istanbul. Solo dopo un anno, mentre lavora in un’altra villa, incontrerà la donna con la quale inizierà un insolito rapporto in quanto lui si dichiara innamorato esclusivamente dell’immagine, mentre lei è palesemente interessata all’uomo proprio per tale motivo. Interessanti i due co-protagonisti: il collega del pittore suonatore di ud (o oud che dir si voglia) e il gelosissimo pretendente della ragazza. Un po’ esagerato ed emblematico il finale che mette in risalto tutti i limiti di Süleyman Tekcan come attore, ma il resto del film merita certamente un’attenta visione per la qualità della fotografia.  

Slam (Partho Sen-Gupta, Aus/Fra, 2018)

Molto interessante per i temi affrontati: immigrazione, accoglienza dei rifugiati, legami famigliari, pregiudizi razziali, protesta tramite la poesia. La buona sceneggiatura e le buone interpretazioni mantengono costantemente vivo l’interesse per questa storia che comincia con la sparizione di una rifugiata siriana in Australia e influisce in modo drammatico non solo sulle vite della madre e del fratello (e della sua famiglia) ma anche sulla funzionaria di polizia che si interessa del caso e che ha i suoi bravi problemi, in qualche modo legati alla missione australiana in Siria. Si rivela un miscela di drammi familiari, indagini di polizia, razzismo. Merita la visione.

  
Dr. Strangelove (Stanley Kubrick, USA, 1964) tit. it. “Il dottor Stranamore” *

Kubrick è stato un regista che si è divertito a cimentarsi in nei generi più vari anche se ha forse avuto una predilezione per i film di guerra, mostrando sempre la sua avversione alla stessa. Questo è una feroce parodia dell'ambiente politico-militare, in particolare quello ai massimi gradi e dei loro rapporti internazionali. Più che il sempre bravo Peter Sellers (che interpreta 3 personaggi diversi), impressiona l'ottima prova di George C. Scott nei panni di un generale, ovviamente al limite della follia. Nel cast tanti altri bravi caratteristi (p. e. Sterling Hayden e Slim Pickens) che attuano alla perfezione le direttive del regista. I dialoghi sono di una logica stringente ma, partendo da presupposti fasulli o errati, giungono a conclusioni folli, esilaranti e allo stesso tempo tragiche. Il film segue tre storie parallele e interconnesse che si sviluppano contemporaneamente nell’arco di poche ore in una base militare americana, su un bombardiere B-52 diretto in Russia con armi nucleari e al Pentagono nella sala del Consiglio di guerra. Dr. Strangelove fu il primo film a trattare ampiamente il tema delle armi nucleari e fu aspramente criticato per il modo caricaturale in cui lo fece, con una esaltazione dell'illogicità della guerra in generale e delle minacce, delle rappresaglie e degli ordini irrevocabili in particolare. Se ci fosse qualcuno che ancora non lo ha visto, che rimedi al più presto. Al 68° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 4 Nomination Oscar (miglior film, regia, Peter Sellers protagonista e sceneggiatura).

The Great Dictator (Charlie Chaplin, USA, 1940) 61° 5N

Pur dovendo ammettere che non ho mai apprezzato più di tanto Chaplin, né come comico che come regista, penso che senza essere prevenuto sia più che onesto affermare che questo film è sempre stato nettamente sopravvalutato, indipendentemente dal paragone con Dr. Strangelove al quale qui l’ho abbinato. Non riesce mai a prendere una direzione decisa, barcamenandosi fra macchiette, capriole e parti serie; non convincono i due personaggi da lui interpretati nel film, il grande dittatore e il suo oppositore barbiere smemorato, né la storia romantica, né tutto il resto. Il discorso finale dichiaratamente pacifista è troppo forzato, ma certamente ha fatto storia nel cinema essendo ripreso per certi versi nei contenuti non solo dal film di Kubrick ma anche da un altro famoso film (messicano) quale Su excelencia (1967, Miguel M. Delgado, con Cantinflas come protagonista). Al 61° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 5 Nomination Oscar (miglior film, Charles Chaplin protagonista, Jack Oakie non protagonista, sceneggiatura e commento sonoro).

Peppermint Candy (Lee Chang-dong, Kor, 1999)

Veramente deludente, nonostante la tanto decantata costruzione cronologicamente al contrario, e con salti temporali irregolari. Il moderno cinema coreano, per nostra fortuna, conta su molti altri ottimi registi. Non lo consiglio.

martedì 18 gennaio 2022

Microrec. 21-25 del 2022: altri probabili candidati Oscar, ma deludenti

Come già scritto in qualche post precedente, mi sembra che per questa edizione non ci siano superfavoriti, né film che avranno una decina di Nomination. Anche scorrendo i rating di quelli dati per probabili candidati, si trovano pochi nella novantina su RT e ancor meno con più di 8,0 su IMDb … e i Metascore sono spesso ancor più avvilenti. In questo gruppo volevo inserire i tre musical, ma non ho ancora recuperato il remake di West Side Story; ci sono invece gli altri due che hanno vari pinti in comune e si potrebbe aggiungere un film d’animazione. Infatti, Lin-Manuel Miranda, non conosciutissimo eppure famosissimo nell’ambiente musicale, specialmente come compositore, funge da trait d’union essendo regista di Tick, Tick … Boom!, autore della colonna sonora di Encanto ed è dal suo musical teatrale In the Heights (2007) che Jon M. Chu ha tratto l’adattamento cinematografico.

 

In the Heights
(Jon M. Chu, 2021, USA)

Film leggero, ambientato nella comunità latina di Washington Heights, quartiere all’estremo nord di Manhattan, NY. Essendoci soprattutto dominicani, cubani e portoricani non c’è da meravigliarsi se la musica caraibica la fa da padrona, con i suoi ritmi allegri che spaziano dal classico bolero a moderno hip-hop. Musica adatta per ballare e Chu non perde l’occasione per inserire coreografie abbastanza affollate per strada, nei cortili e perfino in piscina. Un buon passatempo, che negli anni passati non sarebbe stato notato ma, vista la concorrenza non è detto che rimanga fuori da tutto. Pur essendo inizialmente scettico l’ho trovato il più piacevole della cinquina.

The Last Duel (Ridley Scott, 2021, USA/UK)

Con questo Ridley Scott avrebbe potuto finire da dove ha iniziato, avendo esordito con il molto più essenziale eppure ottimo The Duellists nel 1977, ma a 84 anni suonati nella sua agenda ci sono già un film in pre-produzione e altri tre annunciati. La storia è vera ed è stata studiata e riportata da un letterato storico medievale e anche l'ambientazione si rifà a quanto descritto in altri suoi libri. In effetti quello del titolo non fu l'ultimo duello di Dio, sfida a morte nella quale la ragione veniva data al vincitore mentre il perdente veniva spogliato di titoli e proprietà e il suo cadavere veniva esposto (nudo) a testa in giù. I protagonisti e i fatti sono tuttavia veri e documentati, ciò non toglie che il film risulti lento e ripetitivo vista la scelta del regista e degli sceneggiatori (due dei quali anche interpreti: Ben Affleck e Matt Damon) di riproporre tre volte la stessa storia, narrata dai due contendenti e dalla donna contesa. Come la maggior parte dei cinefili sanno, questo schema narrativo è stato utilizzato più volte da oltre mezzo secolo, inaugurato alla perfezione da Akira Kurosawa nel suo Rashomon (1950, Oscar, 138° fra i migliori film sempre) nel quale, però si proponevano racconti molto più differenziati l'uno dall'altro e in solo un’ora e mezza. Inoltre il duello finale è tirato un po' troppo per le lunghe e contribuisce a far durare il film oltre due ore e mezzo, al contrario dell’abilità di sintetizzare i vari duelli del suo film d’esordio che avevo lodato poco tempo fa. In conclusione l'ho trovato poco avvincente, seppur con una buona messa in scena e nonostante le interpretazioni di Matt Damon e Adam Driver (meno convincente quella di Ben Affleck). Il film è stato più apprezzato dalla critica 86% RT che dal pubblico 7,4 su IMDb, rating comunque bassi per un Oscar.

  
King Richard (Reinaldo Marcus Green, 2021, USA)

Biopic tennistico presentato come relativo alle famose sorelle Williams, ma in effetti è incentrato sul loro megalomane padre Richard (qui definito King), mentre si parla poco di Venus (la maggiore) e ancora meno di Serena. Se si conosce un po' di storia del tennis moderno si riescono a seguire i riferimenti ai tanti atleti di spicco citati o inclusi nella sceneggiatura altrimenti restano nomi buttati lì senza alcun senso. Pare che il carattere del padre sia stato molto ammorbidito. Will Smith viene considerato favorito per l’Oscar come miglio attore protagonista. Fra sport e commedia … niente di particolarmente esaltante.

Tick, Tick … Boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021, USA)

Premesso che non conoscevo Lin-Manuel Miranda, non capisco come possa aver ceduto la regia di In the Heights a Jon M. Chu, per dirigere questo scialbo musical quasi senza coreografie e con un insopportabile protagonista. Si tratta di un ennesimo biopic, in particolare degli anni in cui Jonathan Larson (Andrew Garfield), poi autore di Rent, musical rock che fece storia, tentava di sfondare. Deludente e non solo per me, visti l’88% su RT e 7,6 su IMDb … non promettono bene per l’Oscar. 

The Lost Daughter (Maggie Gyllenhaal, 2021, Gre/UK)

Non ho mai apprezzato Maggie Gyllenhaal come attrice e questo suo esordio alla regia non migliora certo l’idea che ho di lei. Non ho neanche letto alcun romanzo di Elena Ferrante (il film è tratto da La figlia oscura, 2006) e non penso di farlo visto che capisco che le protagoniste dei suoi libri sono spesso donne impossibili, certamente in questo caso, che forniscono a chiunque buoni motivi per diventare misogini. Olivia Colman è certamente brava ad interpretare la protagonista falsa, umorale, introversa, intrigante. La situazione è peggiorata dai coprotagonisti di livello troppo inferiore, a cominciare da Dakota Johnson. Il film, nonostante le lodi dei critici (95% su RT) non è stato gradito dal pubblico tanto che, dei 546 commenti presenti oggi su IMDb, ben 124 gli hanno attribuito una stella e 77 appena 2 su 10, praticamente quasi 4 spettatori su 10 lo hanno stroncato senza pietà. È legittimo dedurre che qualcosa non vada, ma chissà se è attribuibile il film stesso o al romanzo dal quale è tratto in maniera abbastanza fedele. Personalmente non lo consiglio.

lunedì 3 gennaio 2022

Micro-recensioni 386-388: ultimi 3 film del 2021

Post con i soli tre titoli con i quali ho concluso anche quest’anno oltre l’obiettivo di un film al giorno, superato per il sesto anno consecutivo a dispetto dei mancati viaggi e di una sosta di tre settimane, ma poi favorito dalle limitazioni covid che hanno limitato i movimenti. Anche se qualche giorno mi è capitato di guardarne 3 in un giorno, non ho le mire di Truffaut che affermava: 

“… Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte, che un giorno dovrà pure arrivare e che egoisticamente temo.

Venendo ai film, due sono diretti da Fritz Lang ed entrambi collegati in qualche modo a film degli anni ‘30 di Jean Renoir. Ho poi concluso l’anno in bellezza con il film d’esordio di Ridley Scott, statisticamente meno apprezzato di tanti suoi successivi, ma secondo me dovrebbe aver avuto maggior considerazione … e con questo comincio.

The Duellists (Ridley Scott, 1977, UK)

Per chi non ha presente la filmografia del regista è opportuno ricordare che appena due anni dopo diresse Alien (1979, oggi al 53° posto dei migliori film di sempre, IMDb), e poi Blade Runner (1982, al 172°), Gladiator (2000, al 44°), ma anche Thelma & Louise (1991), American Gangster (2007), The Martian (2015) e i recentissimi House of Gucci e The Last Duel. In quanto al film è doveroso sottolineare che si avvantaggia del soggetto tratto dal racconto The Duel di Joseph Conrad ma al regista vanno tutti i meriti di averlo messo in scena in modo eccellente senza indugiare più di tanto né sulle storie personali dei due eterni contendenti, né sui pur numerosi duelli (diversi per ambientazioni, armi e termini di sfida) che a volte fa durare anche meno di un minuto. Dovrebbero apprendere da lui i tanti che fanno durare anche la più semplice scazzottata 5 minuti e oltre con svenuti che resuscitano, quasi morti che atterrano l’avversario con un pugno e simili baggianate. I due ufficiali dell’esercito napoleonico protagonisti incrociano le lame per la prima volta nel 1801 e, pertinacemente, Harvey Keitel continua a sfidare Keith Carradine ogni volta che i loro reggimenti si trovano nella stessa località fino al duello conclusivo una quindicina di anni dopo, al termine dell’era napoleonica, dopo essersi affrontati perfino in Russia. Spettacolari sia la fotografia che la scenografia, come per esempio gli esterni del duello a cavallo, la preparazione dello stesso e gli attimi immediatamente precedenti preceduti da rapidissimi flashback. Anche tutto il resto merita, dalle ambientazioni negli accampamenti militari alle cittadine con taverne e prostitute, dai palazzi di comando alle rovine del duello finale. Più che convincenti sia i protagonisti che i coprotagonisti. Da non perdere.  

 

Human Desire
(Fritz Lang, 1954, USA)

Citato spesso come remake di La bête humaine (Jean Renoir, 1938, tratto dall’omonimo romanzo del 1890 di Émile Zola), è piuttosto un diverso adattamento del soggetto originale e non solo per la completamente diversa ambientazione ma anche per ruoli e caratteri dei protagonisti. I due film sono diversi per trama, sviluppi e conclusione e mancano di tante altre trame secondarie pur presenti nel libro; li accomuna l’ambientazione nel mondo dei ferrovieri, il tradimento, la passione e l’omicidio. In sostanza un buon noir, ma certamente Glenn Ford non vale Jean Gabin … interessante guardarli entrambi e, al di là della trama, apprezzare anche come i due registi hanno curato in modo quasi opposto la messa in scena.

The Woman in the Window (Fritz Lang, 1944, USA)

Questo collegamento con il lavoro di Renoir è più sottile e articolato. Stranamente, il film successivo Scarlet Street (1945) di Lang fu un remake di La Chienne (1938) di Jean Renoir ed ebbe lo stesso trio di protagonisti (Edward G. Robinson, Joan Bennett e Dan Duryea) e personaggi in parte simili. Tuttavia, in questo caso l’anziano professore (Robinson) si trova coinvolto in un crimine dopo aver incontrato la vamp (Bennett) a causa di un dipinto; nell’altro lui è pittore dilettante sfruttato dalla donna … Dan Duryea veste comunque ii panni del cattivo. Film certamente meno convincente degli altri due, anche se ha dei buoni momenti di classico crime/noir; deludente il finale.