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giovedì 13 gennaio 2022

Microrec. 16-20 del 2022: ritorno al misto … di gran qualità

Nella cinquina ci sono: un docufilm etnoantropologico spettacolare e interessantissimo girato in Mongolia, il 34° miglior film di sempre (secondo IMDb),  il mediometraggio d’esordio di Ron Fricke e due commedie fra demenziale e il geniale.

 
Delicatessen (Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet, 1991, Fra)

Geniale commedia macabra fra il surreale e il demenziale, proposta in stile quasi fumettistico. Personaggi fantastici, tutti fuori della norma per motivi diversi l’uno dall’altro, così come è fantastica e atterrente l’edificio nel quale abitano non tutti civilmente, mentre al di sotto delle fondamenta vivono i temibili trogloditi. Un macellaio assassino, un’aspirante suicida con tanta inventiva ma sfortunata, cannibali consapevoli, un circense, un postino troppo intraprendente, un allevatore/consumatore di rane ed escargots nello scantinato semiallagato, una famiglia con due figli terribili sono alcuni dei condomini. I volti degli interpreti (spesso già particolari) sono ulteriormente esaltati da primi e primissimi piani, anche con uso di grandangoli. Discorso a parte meriterebbe la scelta dei colori, dell’arredamento e dei costumi, per non parlare dei trogloditi, vegetariani che vivono nel sottosuolo. Vi ricordo che Marc Caro è un disegnatore fumettista (con una piccola parte da troglodita nel film) e Jean-Pierre Jeunet è il regista e sceneggiatore de Il favoloso mondo di Amélie (2001, 5 Nomination Oscar, al 119° posto fra i migliori film di sempre secondo IMDb). Per me Delicatessen è addirittura migliore e quindi imperdibile … ecco un trailer nel quale potrete ammirare parte dei personaggi e l’ambiente in cui vivono.

The Eagle Huntress (Otto Bell, UK-Mongolia, 2015)

Docufilm che ci deliziarci con gli immensi panorami mongoli, steppe e deserti, per lo più pietrosi, talvolta innevati, frequentati solo da pochi nomadi. La traduzione letterale sarebbe La cacciatrice con l’aquila, con termine vago e impreciso potrebbe essere stato La falconiera, ma i PESSIMI ideatori di titoli italiani l’hanno trasformato in “La principessa e l’aquila (!?!?). La protagonista richiamata nel titolo è una tredicenne (interpreta sé stessa) che si distingue in questa attività molto inconsueta, tradizionalmente riservata agli uomini, per di più adulti. I contrasti si limitano però allo scetticismo degli anziani cacciatori che nutrono dubbi in merito alle sue vere capacità e possibilità, e non vanno oltre i commenti maschilisti tipo “le donne devono restare a cucinare, accudire i figli e mungere le capre”. Le carrellate dei loro volti mentre sono intervistati prima e dopo il Festival sono significative e c’è non poca ironia nel modo nel quale sono presentati da Otto Bell. Oltre a godere della bellezza degli scenari naturali è interessante apprendere qualcosa della quotidianità dei nomadi che vivono in iurte (o ger, grandi tende a pianta circolare) d’estate e case in inverno, nonché seguire l’istruzione della ragazza, l’addestramento dell’aquilotto che lei stessa ha preso dal nido e la crescita del loro rapporto. Colpisce l’assoluta tranquillità con la quale la giovane cacciatrice Aisholpan faccia atterrare quell’aquila reale sul suo braccio, nonostante pesi circa 7 kg e abbia oltre 2 metri di apertura alare. Il film è stato girato interamente in Mongolia e le riprese sono pressoché impeccabili con opportuno generoso uso di droni; le immagini sono oltremodo affascinanti. L’ambientazione, i volti dei cacciatori ammantati in enormi pellicce e con copricapo decorati, le guance rosse delle paffute ragazzine, le scene di vita quotidiana, i costumi tradizionali sono tutti ben miscelati e l’ora e mezza non annoia minimamente.

Questo è il trailer, clicca qui per guardare il film; .

The Pianist (Roman Polanski, Fra, 2002)

Data la sua notorietà e acclarata qualità, non c’è bisogno di presentazione. Vorrei solo sottolineare che, pur essendo personaggio sempre molto discusso dentro e fuori l’ambiente cinematografico, Polanski con i suoi soli 25 film in una sessantina d’anni, è riuscito a distinguersi con ottimi prodotti, sia lavorando in spazi ristretti e con pochissimi attori, come per Il coltello nell'acqua (1966, Nomination Oscar), Cul-de-sac (1966) e Carnage (2011), sia in produzioni molto complesse come questa, spaziando nei generi più diversi dai film in costume (Tess, 1979), thriller (Chinatown, 1974), horror (Rosemary’s Baby, 1968), commedie (Per favore, non mordermi sul collo!, 1967) e storici come J'accuse (2019), l’ultimo arrivato in sala ma sappiate che è in lavorazione The Palace, che quindi uscirà quando il regista avrà quasi 90 anni! Terminate le lodi per Polanski, in questo film c’è da sottolineare l’eccellente interpretazione di Adrien Brody (per la quale ottenne l’Oscar) e tutta la drammaticità perfettamente riportata sullo schermo della vita a Varsavia dal 1939 al 1945. Fra gli innumerevoli riconoscimenti, The Pianist ottenne 3 Oscar e 4 Nomination e la Palma d’Oro a Cannes; attualmente si trova al 34° posto fra i migliori film di sempre secondo IMDb.

Red (R.E.D.) (Robert Schwentke, 2010, USA)

Gran cast scelto sapientemente per questa commedia fra il satirico ed il grottesco, parodia di tanti film d’azione, spionaggio e guerra che, non volendo, sono spesso ancora più ridicoli. Per limitarmi ai ruoli principali, Bruce Willis interpreta un super-agente CIA in pensione che, suo malgrado, deve rientrare in azione perché minacciato. Nelle scorribande che seguono coinvolge una inizialmente ignara e incolpevole impiegata (Mary-Louise Parker) e vari suoi ex colleghi CIA (il paranoico John Malkovich e Martin Freeman prelevato da una casa di riposo per anziani), ma anche omologhi d’oltreoceano come l’imperturbabile letale collega inglese Helen Mirren (del MI6) e una spia russa (Brian Cox). Non mancano, ovviamente, nemici spietati e amici infiltrati, anche loro interpretati da bravi attori caratteristi come Richard Dreyfuss, Ernest Borgnine, Karl Urban. Tutti assolutamente fuori di testa, oltre ad essere infallibili, irriducibili e invincibili a seconda dei casi, come i protagonisti dei film dei quali fanno la parodia. Arguta presa in giro.

Chronos (Ron Fricke, 1985)

Dopo essere stato direttore della fotografia di Koyaanisqatsi (1982, Godfrey Reggio) e prima di produrre i suoi unici 2 documentari Baraka e Samsara (vedi post del 7 gennaio), Ron Fricke si cimentò in questo lavoro che può essere considerato di prova e del quale ha riproposto alcune riprese nei successivi. Quindi, vale quanto scritto la settimana scorsa. Silly but funny, buona scelta per distrarsi per quasi un paio d’ore.

lunedì 27 dicembre 2021

Micro-recensioni 376-380: noir, crime e dark comedy di qualità

Tre sono diretti dai fratelli Joel e Ethan Coen (maestri del genere) terzo, quarto e sesto della loro ventina di film, anche se il nome di Ethan (il più giovane dei due) spesso non appare e quindi, come regista, viene solo citato uncredited ma è ufficialmente sceneggiatore e produttore. Completano la cinquina un ottimo crime spagnolo di pochi anni fa, che solo per essere tale non ha ottenuto il successo internazionale che avrebbe meritato, e il singolare terzo lungometraggio di Polanski.

 
La Isla Mínima (Alberto Rodríguez, 2014, USA)

Comincio con la presentazione della location, che fornisce anche il titolo. In effetti è solo una piccola parte emersa delle Marismas del Guadalquivir, che comprendono una vastissima area naturale di paludi ai lati del fiume, a sud di Siviglia e fino alla costa, estendendosi anche nelle province di Cadice e Huelva (nel Parque Nacional de Doñana). Viste aeree di esse sono state utilizzate come affascinante sfondo per i titoli di testa (vedi sotto). 

La Isla Mínima è relativamente giovane in quanto un canale (Corta de los Jeronimos, costruito circa 150 anni fa per facilitare la navigazione) la divise dall’isola alla quale apparteneva: Isla Menor (ovviamente, nei dintorni esiste anche la Isla Mayor). A parte questa particolare ambientazione naturale nella quale appaiono spesso tanti uccelli acquatici, risultano interessanti anche il tessuto sociale e le varie attività peculiari dell’area. Venendo alla trama, si tratta di una investigazione su un duplice feroce omicidio, resa particolarmente difficile non solo dall’omertà generale ma anche dal tentativo di nascondere altre attività illecite. Aggiungo anche che i due investigatori, mandati appositamente dalla capitale, non sono proprio degli stinchi di santo. Partecipò a pochi Festival al di fuori di quelli di lingua ispanica, ma dovunque fu presentato fece incetta di riconoscimenti: 60 premi e 43 nomination. Consigliato.

Cul-de-sac (Roman Polanski, 1966, UK) 

Singolare commedia grottesca, con pochi attori e completamente ambientata sulla Holy Island di Lindisfarne, collina collegata alla terraferma con la bassa marea, con l’alta diventa isola. Tre sono i personaggi principali: un rapinatore ferito (Lionel Stander), il proprietario dell’antico castello (Donald Pleasance) e la sua giovane moglie (Françoise Dorléac, sorella maggiore di Catherine Deneuve). Fra l’instabilità dei 3, la particolare location isolata dal resto del mondo, la quantità di volatili sempre presente e le varie visite inaspettate di personaggi altrettanto singolari, le situazioni sono spesso pressoché surreali. Polanski (anche co-sceneggiatore) riesce a rendere scorrevole e pieno di sorprese questo originale film, certamente di non facile gestione. Orso d’Oro a Berlino.

  
Fargo (J. Coen & E. Coen, 1996, USA)

Dopo lo straordinario successo della dark comedy di esordio (Blood Simple, 1984) i fratelli Coen tornano all’eccellenza con questa storia quasi pulp, trasposizione caricaturale di eventi tragici e violenti, in realtà non veri al contrario di quanto affermato nei titoli di testa. In effetti nel film pare ci sia solo una eliminazione di cadavere avvenne realmente in modo simile, ma evito lo spoiler. Abbondano i morti (con varie vittime assolutamente casuali) e non si lesina neanche il sangue, ma chiaramente finto, come quello di Tarantino. Personaggi caricaturali abbastanza fuori di testa, in particolare i due criminali da strapazzo (Steve Buscemi - ripetutamente descritto da testimoni come funny looking guy … e come dar loro torto? - e lo svedese Peter Stormare) assoldati da un inetto rivenditore di auto (William H. Macy) che troveranno però sulla loro strada la serafica l’incittissima poliziotta Frances McDormand che così ottenne primo dei suoi 4 Oscar. Il film ottenne l’Oscar per la sceneggiatura e 5 Nomination (miglior film, regia, fotografia, William H. Macy non protagonista e montaggio); attualmente si trova al i176° nella classifica IMDb dei migliori di sempre.

Barton Fink (Joel Coen, 1991, USA)

Più interessante e più satirico del precedente Miller's Crossing con un minor numero di personaggi e quindi con più possibilità di caratterizzarli. Qui John Turturro, dopo la striminzita parte nel film precedente, ha ruolo di vero protagonista, ma è il co-protagonista John Goodman a prendersi la scena. C’è molta satira in merito all’ambiente hollywoodiano, con produttori, registi, manager e soprattutto sceneggiatori assolutamente ridicolizzati.

Miller's Crossing (J. Coen & E. Coen, 1990, USA)

Troppo parlato e troppo confuso … tutti tradiscono tutti, sindaco e capo della polizia ridicolizzati come inetti yes-man nei confronti di chi è più potente in quel momento, doppiogiochisti, bugiardi e traditori hanno vita facile fin quando qualcuno non li uccide. Non fra i migliori prodotti dei fratelli.

sabato 10 luglio 2021

Micro-recensioni 151-155: conclusione del ciclo Hitchcock

Con questi ultimi 4 ho completato la filmografia di Hitchcock tutta di un fiato, vale a dire i suoi 53 film esistenti (fra muti, in b/n e a colori, girati in UK e USA) guardati in ordine cronologico. Alcune liste ne contano 56 ma, come forse i più sanno, Number 13 (1922) non fu mai completato, di The Mountain Eagle (1926) non esistono copie, ma pare che non si sia perso molto in quanto lo stesso Hitchcock (intervistato da Truffaut) lo definì awful (= pessimo, terribile, bruttissimo) e di Elstree Calling (1930) girò solo poche scene. Questi quattro, girati far il 1966 ed il 1976 sono di poco interesse e non ebbero neanche un gran successo all’uscita tranne, forse, Torn Curtain ma più che altro per le star protagoniste. Per completare la cinquina ho scelto un thriller-horror poco conosciuto, realizzato sotto forma di commedia leggero, un genere insolito per Polanski.

 
Frenzy (1972)

Film tutto inglese, ambientato e girato in UK, con cast completamente autoctono, attori pressoché sconosciuti. Rientra nel genere dell’uomo comune accusato di un crimine non commesso da lui e quindi si segue la solita routine della fuga, arresto e tentativo di incastrare il vero colpevole. Il personaggio più interessante (divertente ed ironico) è quello della moglie dell’ispettore, che continua a proporre al marito e agli occasionali ospiti quelle che secondo lei sono delle prelibatezze di alta cucina francese. Senza l’oppressione dei produttori e senza superstar fra i piedi, questo film è il più interessante di questo gruppo e Hitchcock sembra tornare al suo stile originale.

Family Plot (1976)

Ultimo film diretto da Hitchcock (all’epoca 77enne, sarebbe morto 4 anni più tardi), stavolta di nuovo in USA, una dark comedy senza star ma con vari giovani attori della American New Wave. Fra i protagonisti ritroviamo Bruce Dern (quasi esordiente in Marnie), Karen Black, presente in tanti film cult di quel periodo come Easy Rider (1970, Dennis Hopper), Five Easy Pieces (1970, Nomination Oscar, Bob Rafelson), Nashville (1975, Robert Altman) e Barbara Harris (Golden Globe per questo film e per il precedente Nashville). Per una serie di casi a dir poco fortuiti, due coppie di malviventi (una di truffatori quasi dilettanti e una più professionale dedita a rapimenti a fini di riscatto) entrano in contatto/contrasto con conseguenze inaspettate per tutti. Nettamente diverso da tutti precedenti, veramente in stile New Hollywood … si lascia guardare.

 
Torn Curtain (1966)

Inizio con il sottolineare l’ennesimo fuorviante titolo italiano … Il sipario strappato; infatti, non c’è nessun sipario notevole ai fini della trama. Pur essendo vero che curtain significhi anche sipario, in questo caso ci si riferisce alla iron curtain, vale a dire la cosiddetta cortina di ferro degli anni della guerra fredda, periodo nel quale si svolge il film, parzialmente ambientato a Berlino est. Noioso e per niente plausibile, l’interesse si riduce alla incredibile serie di intoppi che si presentano sulla strada dei due protagonisti (interpretati da Paul Newman e Julie Andrews) nel corso del loro tentativo di fuga.

Topaz (1969)

Ennesimo film a soggetto spionistico che si sviluppa fra Cuba e Parigi, presentando una serie di doppiogiochisti cubani, americani e francesi. Per la parte finale (ambientata in Francia) furono ingaggiati gli allora relativamente giovani Michel Piccoli e Philippe Noiret. Per lo più prevedibile, come del resto la maggior parte dei film di questo genere.

The Fearless Vampire Killers (Roman Polanski, 1967, UK/Pol)

Una delle tantissime parodie dei film di vampiri, nella quale lo stesso Polanski è protagonista, ma c’è anche da notare la presenza di Sharon Tate, sua futura moglie, trucidata dalla Famiglia Manson un paio di anni dopo. La storia è proposta in modo abbastanza originale, ma con tutti gli stereotipi possibili e immaginabili (aglio, mancati riflessi negli specchi, picchetti da conficcare nel cuore, croci, raggi di luce, il servitore deforme, la cripta con le bare, ecc.).

Questo l’ho messo in ultimo solo perché non fu diretto da Hitchcock ma, in quanto al mio gradimento, meriterebbe senz'altro il secondo o terzo posto in questa cinquina. Commedia leggera, piacevole da guardare, un buon modo per passare quasi un paio d’ore di svago.

mercoledì 6 gennaio 2021

micro-recensioni 1-5/2021: per iniziare bene l’anno …

… sono andato sul sicuro (con qualche ma ...), con 4 quotatissimi prodotti hollywoodiani distribuiti nell’arco di parecchi decenni e un tedesco di rating appena inferiore (IMDb 7,5 e RT 94%), secondo me attribuibile esclusivamente alla particolarità del soggetto: Nosferatu. Dopo aver guardato film tanto acclamati, è mia abitudine andare a leggere vari commenti, fra i migliori e i peggiori (che tutti hanno), tralasciando quelli nel mezzo, immaginando un confronto virtuale. Pur riconoscendo che la loro qualità sia di alto livello, non sono tanto d’accordo in merito alle posizioni relative nei vari rating, a cominciare dal film di Herzog, che comunque è un caso a sé.

Nosferatu: Phantom der Nacht (Werner Herzog, Ger, 1979)

Fra le principali critiche mosse a questo remake (molto fedele) del Nosferatu originale di F.W. Murnau (1922) ci sono quelle dei pochi movimenti di macchina e della scarsa originalità, quando questi sono invece proprio fra i suoi meriti. Si tratta di un omaggio a quel tipo di cinema, lavorando però con mezzi moderni e una delle sue eccellenze è quella di girare a colori ma spesso con varietà di tonalità di colori dello stesso gruppo, quasi come se fosse un bianco e nero virato. Anche la scelta del suo amico/nemico Klaus Kinski quale protagonista si rivela perfetta e l’attore interpreta il ruolo a meraviglia. Per apprezzare appieno questo film, penso sia indispensabile aver visto l’altro e si comprenderà che non fu prodotto per fargli concorrenza o stravolgere la storia, casomai inserendo effetti speciali certamente già possibili 40 anni fa ma neanche immaginabili un secolo fa. Herzog ancora una volta dimostra di trovarsi a suo agio proponendo personaggi solitari e assolutamente al di fuori della norma, che mirano a imprese straordinarie se non impossibili, contro ogni logica e contro tutti. Location, luci, arredamenti e costumi fanno il resto, vero cinema della miglior tradizione europea opposto alle americanate, per quanto possano essere ben realizzate.

 

There Will Be Blood (Paul Thomas Anderson, USA, 2007)

(IMDb 8,2 e RT 91%, 2 Oscar e 6 Nomination, 144°)

Questa parabola di un petroliere (titolo italiano) che si sviluppa nell’arco di vari decenni, i primi del secolo scorso, è basata su un romanzo di Upton Sinclair, splendidamente adattata da Paul Thomas Anderson. Al di là della bravura dimostrata dal solito Daniel Day-Lewis (al suo secondo Oscar) nei panni del protagonista, il regista-sceneggiatore riesce a dipingere alla perfezione l’ambiente, soci e antagonisti in particolare il suo persecutore interpretato alla perfezione da Paul Dano, attore per il quale non stravedo, ma perfetto per questo ruolo di viscido e infido, mascherato da buono e compassionevole. L’altro Oscar andò a Robert Elswit per la fotografia (assolutamente meritato, specialmente per le scene con poca luce) e, per la cronaca, in tre delle 6 candidature andarono (miglior film, regia e sceneggiatura) Anderson fu superato dai fratelli Coen per No Country for Old MenChiaramente imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

Chinatown (Roman Polanski, USA, 1974)

(IMDb 8,1 e RT 100%, 1 Oscar e 10 Nomination, 154°)

Ho sempre sostenuto che Polanski è un ottimo regista, capace di districarsi a meraviglia in ogni genere, con pochi attori o con set affollati, in ogni ambiente e in ogni epoca, e questo ne è un ennesimo esempio. Chinatown è un film ben bilanciato (fatto dimostrato dalle 11 candidature Oscar e non importa averne ottenuto Oscar) vantando un ottimo cast, nel quale non sfigura certo John Huston, anche se i più lo conoscono e lo ricorderanno come regista. La sceneggiatura è scorrevole ma piena di twist e sorprese (non sempre prevedibili), il cast è di ottimo livello e fotografia, scenografie e costumi accattivanti. Visto che li ho inseriti nello stesso gruppo, è impossibile non fare un riferimento (non un paragone …) a L.A. Confidential, anch’esso ambientato a Los Angeles anche se a qualche decennio di distanza. Questo ha storia e protagonisti più plausibili mentre l’altro, per quanto possa essere ben girato e interpretato, appare molto più campato in aria, troppi personaggi fuori di testa, violenza gratuita ed eccessiva, sparatoria interminabile (con il 90% di colpi a vuoto, pur essendo opera di professionisti), corruzione alle stelle … una vera americanata, anche se di ottimo livello.Anche questo imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

  

Anatomy of a Murder (Otto Preminger, USA, 1959)

(IMDb 8,0 e RT 100%, 7 Nomination)

Classico court room movie, ma con una buona vena ironica e con un crimine poco chiaro. Un avvocato quasi ritiratosi dall’attività (James Stewart), accetta di difendere un militare (Ben Gazzara) che avrebbe ucciso il presunto violentatore della sua provocante moglie (Lee Remick). Dovrete guardare il film fino alla fine per sapere, forse, come son andate verament le cose. Vari sono i personaggi quasi da commedia; oltre all’avvocato difensore, ci sono i suoi due assistenti e il giudice (nuovo per quel tribunale), mentre le parti più serie e drammatiche sono riservate al presunto colpevole e all’avvocato inviato a supporto del D.A. (George C. Scott), arrogante e minaccioso, ma spesso messo alla berlina dall’umile avvocato di provincia. Per oltre 2 ore Otto Preminger tiene alta l’attenzione degli spettatori fra le indagini dell’avvocato in ambiente ostile, le civetterie della donna e i battibecchi in tribunale. Ottimo film di genere che, per definizione, prevede poca azione. Consigliato a quelli ai quali piacciono argute discussioni, dialoghi, stilettate e arguzie verbali, condite con una certa suspense.

L.A. Confidential (Curtis Hanson, USA, 1997)

(IMDb 8,2 e RT 99%, 2 Oscar e 7 Nomination, 124°)

Come molti avranno già intuito, a prescindere dai giudizi di tanti altri, questo film che già mi lasciò qualche perplessità anni fa, continua a non convincermi. Lo trovo esagerato, con personaggi molto sopra le righe e di caratteri completamente opposti, che convivono nello stesso distretto di polizia, nel quale il senso della legge è quasi del tutto assente. Pestaggi selvaggi, si alternano a incontri con la femme fatale di turno (Kim Basinger), gli intrecci fra politica, soldi, potere e polizia sono troppo spinti ed i comportamenti dei singoli sembra poco plausibile. I tre poliziotti sono ben interpretati da Kevin Spacey, Russel Crowe e Guy Pearce, anche James Cromwell fa la sua brava figura, mentre assolutamente ridicolo appare Danny DeVito; secondo me, la cosa peggiore è la sceneggiatura e a ciò si aggiunge la regia di Curtis Hanson (solo 14 film in 40 anni, chissà come mai) che lascia abbastanza a desiderare.

 

#cinema #cinegiovis

lunedì 14 dicembre 2020

micro-recensioni 416-420: film molto diversi, quasi niente in comune

Dopo tante quasi-monografie o gruppi dedicati in prevalenza ad un regista, paese o genere, ecco una cinquina estremamente varia: 5 paesi differenti, generi diversi, fra gli anni ’30 e il 2007. Il film Berlanga è nettamente il migliore, sotto ogni punto di vista, Polanski conferma la sua abilità nei film con pochissimi personaggi, il crime di Haggis è sufficiente, Shimizu ha prodotto senz’altro di meglio, il portoghese Canijo molto deludente.

 

Los jueves, milagro (Luis García Berlanga, Spa, 1957)

Deliziosa comedia negra del realismo spagnolo prodotta con molto poco, utilizzando come set il piccolo paesino Alhama de Aragón (Fuentecilla nel film), noto per le sue acque termali che sono parte fondamentale della storia, insieme con San Dimas (San Disma in italiano, il ladrone buono crocifisso al lato di Gesù). Oggi conta poco più di 1.000 abitanti e non penso che all’epoca fossero molti di più e tanti interpretarono i loro personaggi reali, specialmente nelle scene in chiesa e quelle delle processioni. Le spese per il cast “di grido” fu fra le maggiori di questa produzione italo-spagnola evidenziata dalla presenza (al fianco degli onnipresenti spagnoli Isbert e López Vázquez) di Paolo Stoppa e Richard Basehart (che all'epoca lavorava in Italia essendo sposato con Valentina Cortese) … di conseguenza esiste la versione italiana (bravo chi la trova) con titolo Arrivederci Dimas.

Un’altra perla frutto della creatività e genialità di Berlanga, un maestro in questo genere, che riusciva a fare critica sociale mascherandola da commedia in modo da evitare la censura franchista (p.e. Bienvenido Mister Marshall e Placido). Visto per la prima volta meno di un anno fa, ho voluto guardarlo di nuovo per aver trovato copia migliore e sono stato molto contento di averlo fatto. I volti dei veri abitanti del paesino, i loro atteggiamenti e la descrizione dell'ambiente sono imperdibili ... consigliatissimo.

Death and the Maiden (Roman Polanski, UK/Fra, 1994)

Film con tre soli personaggi, che si svolge nel corso di una notte, in una casa isolata nei pressi di una scogliera, in un paese da poco uscito da un periodo di dittatura. Tre persone colte e formali, una coppia ed uno sconosciuto che ha aiutato l’uomo che era in difficoltà con la sua auto. Improvvisamente qualcosa cambia e la tensione sale rapidamente alle stelle, il rapporto fra i tre diventa violento, fra minacce, accuse e bugie. Purtroppo si perde nel finale e nel brevissimo seguito, con un salto temporale. Le star sono Sigourney Weaver e Ben Kingsley (l’uomo misterioso), ma il semisconosciuto Stuart Wilson non sfigura. Di chiara derivazione teatrale (dramma dell’argentina Ariel Dorfman, e si comprende il perché del tema), riesce comunque a mantenere sempre alta l’attenzione. Sembra che questo tipo di situazioni siano amate da Polanski visto che il regista polacco, fra suoi soli 24 film in oltre 50 anni, conta (a mia memoria) conta altri due film concettualmente simili: Il coltello nell’acqua (1962, suo esordio, Nomination Osca e FIPRESCI a Venezia) e il molto più recente Carnage (2011).


  

In the Valley of Elah (Paul Haggis, USA, 2007)

Crime in ambito quasi militare, incentrato sulla misteriosa scomparsa di un soldato da poco rientrato dall’Iraq e i titoli di testa ci fanno sapere che il soggetto è ispirato a fatti reali. Tommy Lee Jones (Nomination Oscar per questa interpretazione) è il padre alla ricerca della verità, Charlize Theron la detective (derisa da superiori e colleghi) che si fa carico dell’indagine e degli inevitabili scontri con le reticenze e ostacoli opposti dai militari. Molti personaggi non convincono del tutto e lo sviluppo è molto più lento del necessario, il film non riesce a coinvolgere più di tanto, anche se è ben realizzato. Se piace il genere può piacere, ma gli altri lo troverebbero noioso ... a voi la scelta.

Japanese Girls at the Harbor (Hiroshi Shimizu, Jap, 1933)

Shimizu fu uno di quei registi che fece storia nel cinema giapponese dirigendo ben 148 film, cominciando nel 1924 (a soli 21 anni) e fu uno di quelli che continuò a girare muti, come questo, ben oltre gli anni dell’avvento del sonoro. I suoi migliori furono senz’altro quelli realistici, con tanti bambini e giovani come protagonisti. Amico e collega di Ozu, fu anche molto apprezzato da Kenji Mizoguchi, ma questo, pur realizzato con il suo solito stile chiaro e descrittivo, non è riuscito a coinvolgermi; a chi non lo conosce consiglierei di cominciare con altri suoi film.

Sangue do meu sangue (João Canijo, Por, 1994)

Senza dubbio il più deludente di questa cinquina. Molto quotato in patria, dove ha ottenuto molti premi (ma l’attuale produzione lusitana non è di gran livello), si risolve nella descrizione di una famiglia mal assortita di ceto medio-basso nella quale sembra che si faccia a gara a chi si comporta in modo più irrazionale. Canijo (regista e sceneggiatore) ha voluto concentrare in una mezza dozzina di personaggi troppi problemi sociali e ciò, oltre a sembrarmi eccessivo per chiunque, non è assolutamente nelle sue capacità; oltretutto, oltre la brava Rita Blanco, il resto degli interpreti non è convincente. Risulta abbastanza deprimente e anche irritante per l’insulsaggine dei personaggi. Visione che si può evitare.

mercoledì 21 febbraio 2018

L’ultimo film di Igmar Bergman, gli svedesi e i registi crudeli


70 Fanny & Alexander (Ingmar Bergman)
tit. or. Fanny och Alexander” (Sve, 1982)
con Bertil Guve, Pernilla Allwin, Kristina Adolphson
4 Oscar (Miglior film non in lingua inglese, fotografia, scenografia, costumi) e 2 Nomination (regia e sceneggiatura)
IMDb  8,1  RT 100%

Ultima regia di Ingmar Bergman, ancora una volta su una sua sceneggiatura originale, ancora una volta con Sven Nykvist come direttore della fotografia. In questo caso non sono tanti i “soliti” attori del circolo di Bergman, ma c’è da segnalare l’ultima apparizione del sempre eccellente Gunnar Björnstrand, seppur in una parte molto secondaria.
Film insolito per Bergman, quasi un gran finale, con un budget spropositato per l’epoca (6 milioni di dollari) e un cast di centinaia di persone, agli antipodi dei suoi tanti film con solo 3 o 4 personaggi principali e poche comparse. Lo si potrebbe quasi vedere come un film corale, viste le varie decine di persone che compongono la famiglia Ekdahl, alla quale si aggiungono numerose cameriere e cuoche, il personale del teatro (attori e tecnici) e altri aggregati come il vescovo e l’usuraio ebreo Isak Jacobi (Erland Josephson), amante della matriarca.
Fanny & Alexander, che pur ha ottenuto ottime recensioni e ben 4 Oscar (Miglior film non in lingua inglese, fotografia, scenografia, costumi e altre 2 Nomination per regia e sceneggiatura), mi è sembrato soffrire della “indecisione” della produzione. Chiarisco: la versione cinematografica, già di per sé abbastanza lunga con le sue 3h08’, è una riduzione di quella integrale (director’s cut) di ben 5h12’, passata in televisione come mini-serie in due puntate. Non tutto quello pensato per il cinema va bene in televisione ed una sceneggiatura nata con l’obiettivo di una serie televisiva (al di là del formato) non può essere ridotta del 40% senza perdere qualcosa. Di conseguenza, nella versione cinematografica (quella che ho guardato) sembra che talvolta Bergman si dilunghi troppo su certi avvenimenti, per poi saltare di punto in bianco da una situazione all’altra a distanza di vari mesi. Tuttavia la lunghezza e il gran numero di personaggi forniscono la possibilità di raccontare tante storie di tipo assolutamente diverso, dalle scene quasi da commedia a quelle inquietanti nella spoglia casa/”prigione” del perfido vescovo Edvard Vergerus (Jan Malmsjö) che mi ha fatto tanto pensare a Robert Mitchum nel capolavoro che è The Night of the Hunter (1955, di Charles Laughton, tit. it. La morte corre sul fiume).
   
Altro argomento interessante è quello dei colori predominanti nelle scene che si svolgono nell’enorme magione della famiglia Ekdahl. Si inizia con il rosso (giustificato dal fatto che è Natale), poi si passa al nero per un lutto e si finisce con la festa per le due neonate per la quale vestono tutti in bianco. (vedi foto)
      
In varie situazioni sono le stanze e gli arredi e non gli abiti a fornire i colori preponderanti, di nuovo con tutta la gamma di rossi a casa Ekdahl (ricorda molto le scene di Sussurri e grida, 1973) tanto da far impallidire il buon Pedro Almodóvar e del grigiore assoluto della casa del vescovo.
   
Resta senz’altro un buon film e le altalenanti vicende di ogni genere fanno “pesare” le oltre tre ore di Fanny & Alexander meno dell’ora e mezza o 1h40’ di altri film di Bergman, esclusivamente drammatici e claustrofobici.

Avendo concluso questo blocco di 7 film del regista svedese, che si vanno ad aggiungere ad un’altra decina di sue pellicole già viste, al di là del giudizio generale che sto ancora elaborando, mi viene spontaneo chiedermi: gli svedesi nel corso dei secoli e nei vari ambiti sociali sono veramente come la media di personaggi proposti da Bergman, o è lui che tratta solo sceneggiature piene di persone che, a dispetto di un’apparente libertà di pensiero e di comportamento, soffre di gelosie, medita vendette, tradisce senza il minimo rimorso, non trova vere ragioni di vita, non ha precise credenze religiose, attraversa lunghi periodi di depressione, e via discorrendo?
Si sa che lui stesso, a seguito dei problemi con il fisco, fu ricoverato per oltre tre mesi in una clinica psichiatrica per depressione e da più parti ho letto che sul set quasi martirizzava attori e tecnici, facendoli a lavorare per ore infinite, talvolta al freddo ... ma della “crudeltà” dei registi si parla spesso (e pare che ciò che si dice sia vero) e ce ne sono tanti che in quanto a questo hanno pessima fama, perfino fra i più famosi, come Kubrick, Hitchcock, Kurosawa, Polanski, Herzog, Coppola, ...

giovedì 13 aprile 2017

Bela Lugosi (1882-1956), Christopher Lee (1922-2015) e Dracula (immortale ...)

Le leggende sui vampiri in genere risalgono alla notte dei tempi ... l’irlandese Sheridan Le Fanu (1814-1873) fu uno dei primi a scriverne, il suo compatriota Bram Stoker (1847-1912) con il suo romanzo Dracula (1897) le immortalò. Anche se ormai sono pochi quelli che (lo) leggono, da buon cinefilo ho scoperto che il personaggio compare o viene citato in oltre 600 film, secondo solo a Sherlock Holmes in questa particolarissima classifica.
   
Il primo film su Dracula potrebbe essere il sovietico Drakula del 1920 (notizie vaghe), o l’ungherese Dracula’s death (La morte di Dracula), ma quello che lanciò definitivamente il personaggio sul grande schermo fu Nosferatu: eine Symphonie des Grauens (1922, F.W. Murnau), capolavoro universalmente conosciuto semplicemente come Nosferatu. In questo film (la cui trama è molto fedele al romanzo di Stoker) non viene citato il nome Dracula in quanto gli eredi dello scrittore non ne permisero l’uso e vinsero anche la causa per l’utilizzo del soggetto con la conseguenza che venne ordinata la distruzione di tutte le copie del film, cosa che per fortuna non avvenne. Dalle varie pizze che scamparono allo “scempio” sono state ricavate le versioni restaurate che oggi possiamo ancora ammirare. Del film di Murnau fu realizzato uno splendido e molto fedele remake da Werner Herzog nel 1979, con Klaus Kinski nel ruolo del conte Dracula e non Orlok (come nel ’22), in quanto i diritti d’autore erano nel frattempo scaduti.
Il primo Dracula sonoro fu, ovviamente, hollywoodiano e fu diretto da Tod Browning il quale avrebbe voluto avere Lon Chaney come protagonista, ma questo grande trasformista, specializzato in personaggi horror, però morì nel 1930. Anche se Browning è conosciuto soprattutto per il suo famoso Freaks (1932), in passato aveva già diretto Lon Chaney in molti muti. L’improvvisa morte di quest’ultimo fece la fortuna di Bela Lugosi (1882-1956, ungherese, ma oggi sarebbe stato rumeno, quindi un “vampiro originale”) il quale, grazie a questo ruolo, divenne famoso nel mondo di Hollywood. La scelta cadde su di lui non solo in quanto già aveva partecipato a vari film in ruoli minori e aveva un passato di attore di muti in Ungheria prima degli anni ’20, ma soprattutto perché dal 1927 era stato protagonista a Broadway del Dracula di Deane e Balderston. Questo lavoro teatrale (non fedelissimo al romanzo di Bram Stoker) ebbe grande successo, tanto da restare in cartellone per ben 268 repliche prima di andare in tour per gli Stati Uniti e la sceneggiatura del film del 1931 si basava proprio sulla suddetta opera teatrale.
Subito dopo Lugosi si lasciò sfuggire un’altra grande occasione che (forse) lo avrebbe reso veramente "immortale" e per di più spianò la strada a colui che sarebbe divenuto un suo rivale. Infatti avrebbe dovuto interpretare “la creatura” in Frankenstein (1931, James Whale) ma per dissidi con la produzione abbandonò il progetto e gli subentrò Boris Karloff. Questi tuttavia rimase più legato al personaggio creato da Mary Shelley e agli horror-terror in genere ma non ai vampiri.
Chi subentrò a Lugosi come vampiro per antonomasia fu invece l’inglese Christopher Lee il quale, dopo aver interpretato vari ruoli di cattivo, nel 1957 cominciò a lavorare per la Hammer (casa di produzione specializzata in horror) guarda caso come “mostro” del Barone Frankenstein, nell’occasione interpretato da Peter Cushing. L’anno successivo fu consacrato nel ruolo in Dracula (1958, Terence Fisher) dopo aver interpretato Corridors of Blood al fianco di Boris Karloff. Sono oltre una dozzina i film nei quali Lee interpretò il più famoso conte della Transilvania.
Un altro famoso attore “horror” del secolo scorso fu Vincent Price (1911-1993), protagonista di tanti film di Roger Corman, tuttavia non ha mai impersonato Dracula.
Venendo ai film, oltre alle già citate pietre miliari del 1922 (Murnau - Shreck), 1931 (Browning - Lugosi) , 1958 (Fisher - Lee) e 1979 (Herzog - Kinski), sono senz’altro da menzionare:

  • Dracula (John Badham, 1979, con Frank Langella),
  • Dracula di Bram Stoker (Francis Ford Coppola, 1982, con Gary Oldman)
    
le parodie

  • Dance of the Vampires (Roman Polanski, 1967, aka The Fearless Vampire Killers, tit. it. Per favore non mordermi sul collo)
  • Dracula: Dead and Loving It (Mel Brooks, 1995, Dracula morto e contento) con Leslie Nielsen
e il misconosciuto

  • Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!! (Paul Morrissey, 1974, Blood for Dracula) prodotto in Italia, ma ideato da Andy Wharol, con Joe Dallesandro
Personalmente preferisco la trama originale ed in particolare quella proposta in Nosferatu (F.W. Murnau, 1922), secondo me il migliore di tutti con protagonista Dracula, forse eguagliato solo dal suo remake del 1979 di Werner Herzog.
Chiudo con una curiosità sul tema. La prima volta nella quale Christopher Lee interpretò Dracula dopo la serie per la Hammer, fu in Spagna nel 1969 (Dracula, di Jesse Franco) e in quell’occasione Renfield fu impersonato da Klaus Kinski.