Visualizzazione post con etichetta Azcona. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Azcona. Mostra tutti i post

domenica 25 settembre 2022

Microrecensioni 276-280: comedias negras di Berlanga e drammi di J. A. Bardem

Come burlare la censura franchista … fra i maestri di questa attività, oltre ai due registi menzionati nel titolo del post è indispensabile citare Rafael Azcona, frequente collaboratore di Berlanga (fra quelli di questo gruppo per Placido e per El verdugo), ma anche di Marco Ferreri che proprio in Spagna diresse El pisito (1958) e El Cochecito (1960), scritti a quattro mani con lui. Una analisi di alcuni di questi film, ottimi esempi di come arguti e abili registi riuscirono a aggirare la censura del regime del Caudillo Francisco Franco barcamenandosi fra realismo e commedia, è ben esposta nel saggio Disidencia en el franquismo

 

Placido
(Luis Berlanga, Spa, 1961)

Secondo film spagnolo candidato Oscar fra gli stranieri, dopo il drammatico La venganza di Bardem (1959). Scoppiettante comedia negra che più negra non si può, quasi in tempo reale, nel senso che tutti gli eventi avvengono durante una concitata vigilia di Natale in una cittadina di provincia. Il protagonista, Placido, utilizza il suo motociclo a 3 ruote per qualunque lavoro, trasportando cose, persone e perfino un morto. Per questo giorno speciale il motocarro è abbellito con ghirlande per essere di appoggio ad una manifestazione di beneficenza che vede impegnate alcune attrici venute dalla capitale e messe all’asta per averle come ospiti per la cena della vigilia. Oltre ai soldi così raccolti per beneficenza, gli organizzatori hanno previsto che famiglie benestanti ospitassero un indigente (povero, senzatetto o anziano dell’ospizio). In questo ambito inizia, e prosegue fino al termine, il dramma di Placido che deve pagare una cambiale per non farsi pignorare il veicolo. In questa storia Berlanga e Azcona hanno dato libero sfogo alla loro geniale fantasia e satira creando tante situazioni diverse nelle quali appaiono una miriade di personaggi reali ma tendenti al grottesco, prendendo in giro (per quanto consentito dalla censura) le ipocrisie del perbenismo, della religione e della burocrazia nei confronti dei meno fortunati. Film da guardare e ascoltare con attenzione poiché ogni gesto, ogni sguardo e ogni parola è significativo. Nomination Palma d’Oro a Cannes.

El verdugo (Luis Berlanga, Spa, 1963) tit. it. La ballata del boia

Un film geniale realizzato alla perfezione, ancor più pregevole se si considerano ambiente e periodo storico, ma gran merito va senz’altro attribuito agli sceneggiatori (lo stesso Luis Berlanga e il sempre sorprendente Rafael Azcona, con la collaborazione ai dialoghi di Ennio Flaiano). Senza dire troppo della trama, voglio comunque accennare a questa storia di un necroforo (evitato dai più) che si innamora della figlia del boia (e per questo evitata da tutti). Queste sono le ottime premesse per un eccezionale comedia negra in puro stile latino. Per questioni familiari, economiche e sociali, l’anziano verdugo vuole che il genero (assolutamente contrario ad ogni forma di violenza) prenda il suo posto. Per amore José Luis Rodríguez (Nino Manfredi) arriverà, seppur controvoglia, alla sua prima esecuzione? Grazie a questa incertezza, la seconda parte del film diventa quasi un thriller. Fra i protagonisti si fanno notare anche l’ineffabile José Isbert, Emma Penella, l’onnipresente José Luis López Vázquez. Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia.

  
Bienvenido Mr. Marshall (Luis Berlanga, Spa, 1953)

Questo è un film cult apprezzato anche oltreconfine per la furbizia e l’acume con i quali riuscì a rappresentare personaggi, mestieri, ambiente e i vari responsabili dei poteri senza incorrere in troppi ostacoli, che comunque ci furono. La cosa non era facile in quanto nel film compaiono il Delegado General (portavoce delle disposizioni della dittatura), l’alcalde, il parroco, l’hidalgo senza un soldo ed eterno bastian contrario; si parla anche (come intuibile dal titolo) del non sempre efficace Piano Marshall e quindi degli americani ... che protestarono per l’allusione di una bandiera portata via dalla corrente. Durante i primi 7 minuti la voce narrante di Fernando Rey mostra i vari ruoli dei protagonisti, ma descrive anche le attività di farmacista, maestra e allievi, autista della corriera, barbiere, impresario con cantante al seguito, banditore con l’immancabile trombetta e via discorrendo. L’ora e poco più del resto del film è pieno di battute sagaci ed equivoci, fino ad arrivare al mesto eppure significativo finale. L’unica parte secondo me discutibile è quella onirica, nella quale Berlanga mostra sogni e incubi dei vari protagonisti durante la notte prima dell’arrivo degli americani. Spunti geniali si alternano a idee banali e talvolta scontate. Bienvenido Mr. Marshall si rifà in parte al neorealismo, ma all’epoca non si poteva eccedere in quanto era assolutamente proibito di mostrare povertà e situazioni disdicevoli per il governo, ma c’è anche un evidente omaggio al cinema classico russo con un perfetto piano Pudovkin (folla di persone con cappelli, ripresi di spalle). 2 premi e Nomination al Gran Prix a Cannes.

Muerte de un ciclista (Juan Antonio Bardem, Spa, 1955) tit.it. Gli egoisti

Dramma psicologico che colpisce una coppia di amanti della ricca borghesia dopo che questi hanno investito e ucciso un ciclista, lasciandolo sul posto (non è uno spoiler, è la prima scena). Il rimorso e dubbi che li attanagliano, aggravati da un vago tentativo di ricatto di una comune conoscenza, li portano sull’orlo di una crisi di nervi. Molto ben girato, il film include una scena a mio parere esemplare dal punto di vista didattico: durante una festa il possibile ricattatore parla separatamente con il marito della donna, con questa e con il suo amante, ma non si percepisce una sola parola. Eppure le sensazioni sono perfettamente descritte con una serie di primi piani e sguardi che i 4 a turno si scambiano, comunicando preoccupazioni, minacce, dubbi, cenni di complicità. Essenza del cinema, altro che effetti speciali. Juan Antonio Bardem (nato in una famiglia di attori e cineasti, zio di Javier) ha diretto vari film notevoli, e ne ha sceneggiato molti altri, anche questi di buon livello.

Calle Mayor (Juan Antonio Bardem, Spa, 1956)

In questo dramma neorealista, più che la vena drammatica risalta quella amara in quanto niente di ciò che accade è ineludibile o dovuto a pura sfortuna, ma è conseguenza della superficialità, dei vincoli del conformismo e soprattutto della cattiveria umana e della mancanza di principi morali. Un tardivo ripensamento del protagonista non riuscirà a sanare la situazione, ormai spinta troppo all’estremo, e quindi qualunque “soluzione” lascerà conseguenze per niente piacevoli, forse disastrose. L’ambiente è quello di una cittadina qualunque, in una qualunque regione con differenti problemi sociali (come dice la voce narrante all’inizio del film); i vitelloni locali, nullafacenti, perditempo e privi di alcuna considerazione per gli altri (la scena iniziale è eloquente). Per prendere in giro una zitella, nei suoi confronti architettano un piano forse peggiore del bullismo, l'illudono per poi umiliarla ... situazione certo sfruttata anche in altri film, di solito conseguenza di stupide scommesse. Betsy Blair (Nomination Oscar per Marty, 1954) qui, stranamente, interpreta di nuovo la zitella di buona famiglia e sani principi, ma in questo caso, dopo essersi illusa di aver trovato l'amore della vita dovrà presto ricredersi. Ottima la sceneggiatura (dello stesso Bardem) che, oltre a rappresentare egregiamente un certo tipo di società piccolo-borghese di provincia, inserisce anche vari espliciti riferimenti alla censura spagnola e anche al famoso Hays Code americano. Per aver preso posizione contro la censura, Bardem fu arrestato proprio mentre girava Calle Mayor ... qualcuno dice che il fatto lo aiutò ad avere successo internazionale. Presentato al Festival di Venezia, ottenne 3 Premi e fu preso in seria considerazione per l’attribuzione del Leone d’Oro, che tuttavia quell’anno non fu assegnato.

domenica 14 novembre 2021

Micro-recensioni 331-335: interessanti film su condizionamenti sociali molto vari

Film di provenienza molto diversa (5 paesi diversi, di 3 continenti), ognuno con una sua storia particolare sostanzialmente semplice ma condizionata da modi di pensare, tradizioni, convenzioni. Si passa dagli indigeni dell’Amazzonia brasiliana a chi scappa dai guerriglieri narcos colombiani, dagli uomini d’onore mafiosi a chi tenta di isolarsi nella Turchia asiatica interiore; completa il gruppo la storia di una ragazza vittima delle convenzioni sociali degli anni ’80. Essendo tutti interessanti e più che sufficienti, procedo in ordine cronologico.

 
Mafioso (Alberto Lattuada, 1962, Ita)

Ci sono arrivato per mia curiosità dopo aver notato che i grandi amici Rafael Azcona e Marco Ferreri (dei quali ho parlato nel post che includeva La vaquilla) avevano collaborato alla sceneggiatura di questa commedia grottesca. Un siciliano trapiantato con successo a Milano torna al paesino natio dopo vari anni per due settimane di vacanza e per far conoscere ai genitori sua moglie (bionda e settentrionale) e le due figlie. Non solo il culture clash sarà al centro di tutto, ma si scopre anche un passato di picciotto d’onore del protagonista (Alberto Sordi) al quale vengono ricordati privilegi e oneri del suo ruolo. L’idea (di Bruno Caruso) era più che interessante, ma penso che la scelta dell’interprete (come quasi sempre sopra le righe) non mi sembra che fu la più felice. Chiaramente si sguazza fra i tanti stereotipi e luoghi comuni relativi ai siciliani, specialmente quelli di metà secolo scorso.

Le rayon vert (Éric Rohmer, 1986, Fra)

Ottimo classico rohmeriano, quinto dei sei che compongono la serie Commedie e proverbi che era stata preceduta dai Sei racconti morali e fu seguita dai Racconti delle quattro stagioni. A Venezia vinse il Leone d’Oro e altri 3 premi (Golden Ciak, FIPRESCI, Marie Rivière miglior attrice) e miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Marie Rivière, che aveva esordito proprio con Rohmer in Perceval le Gallois (1978), in questo film oltre ad interpretare la protagonista ebbe un ruolo fondamentale nella stesura della sceneggiatura conoscendo alla perfezione quella generazione di giovani irrequieti, spesso indecisi e volubili. Commedia romantica che segue per qualche settimana la vita movimentata (ma solo per i km percorsi) della 30enne Delphine che deve riorganizzare le sue vacanze estive dopo che salta un viaggio in Grecia con amici. Da Parigi (dove ritorna quasi ogni volta) andrà in campagna, a Cherbourg, La Hague, Biarritz, Saint-Jean-de-Luz.


Watchtower
(Pelin Esmer, 2012, Tur)

Doppio dramma umano diretto da una giovane regista turca, già apprezzata per i suoi precedenti lavori. Casualmente si incrociano le vite dei due protagonisti che tentano di isolarsi da famiglia e resto del mondo, uno cercando di sfuggire ai suoi sensi di colpa accetta di buon grado una vita quasi da eremita in una isolata torretta di avvistamento antincendi, l’altra fugge da una vergogna che non sente ma che sa le verrebbe addebitata dalla chiusa mentalità arretrata e imperante nella provincia turca. Buone le interpretazioni e il modo in cui la regista svela il passato dei due poco alla volta. Certamente è il personaggio della ragazza quello più sfaccettato, che a volte diventa un po’ disturbante quando esplicita quello che sembra essere un odio generalizzato, per il mondo intero, anche verso chi tenta di aiutarla.

La sirga (The Towrope) (William Vega, 2012, Col)

Ambientazione minimalista in una capanna sulle rive di un lago andino della Colombia meridionale. Dopo che il suo villaggio è stato dato alle fiamme e la sua famiglia sterminata (ma niente di ciò viene mostrato), una ragazza si presenta a casa dell’unico parente conosciuto, tale Oscar, pescatore e proprietario di una improbabile guesthouse molto malandata. Pochi personaggi, ognuno con i propri problemi che si vanno ad aggiungere a quelli della totale insicurezza dovuta alla guerriglia. Le cose si complicano ulteriormente con il ritorno a casa del figlio di Oscar e gli avvenimenti diventano ancor più misteriosi, volutamente accennati e lasciati all’intuizione dello spettatore. Bella fotografia molto naturale che si avvantaggia degli scenari lacustri; buone anche le interpretazioni degli attori non professionisti (a tutt’oggi unico film per loro), due Nomination a Cannes.

Chuva é cantoria na aldeia dos mortos (The Dead and the Others) (Renée Nader Messora, João Salaviza, 2018, Bra)

Primo film in lingua (comune a molti indigeni dell’Amazzonia) con la maggior parte degli interpreti (compresi tutti i protagonisti) appartenenti all’etnia Krahô; secondo Wikipedia l’intera popolazione censita non raggiunge i 3.000 individui. Tranne i pochi bianchi che compaiono nella seconda parte quando il protagonista si reca nella cittadina di riferimento, tutti gli altri interpreti appartengono allo stesso villaggio e nei titoli si può notare che oltre la metà dei loro nomi terminano con Krahô, evidentemente secondo cognome che identifica l’etnia. Considerato che si segue molto la vita del villaggio, quotidiana e religiosa (animista), con rito dei morti e sciamani, il film risulta essere in buona parte documentaristico, il che aggiunge interesse e non sminuisce certo la qualità. Bravi i registi per le riprese in quella parte dell’Amazzonia (fra le foreste della parte alta e le savane di quella bassa) e per gestire alla perfezione gli attori non professionisti, sia i pochi protagonisti sia le numerose comparse fra i quali tanti bambini e anziani, quasi tutti spesso seminudi (o nudi) che per loro è la normalità.

domenica 7 novembre 2021

Micro-recensioni 321-325: docu-film iraniano, classico macabro americano e 3 comedias negras spagnole uniche

Pur appartenendo a generi spesso sottostimati, tutti e cinque sono stati generalmente apprezzati e ricordati dal grande pubblico anche grazie alle buone regie e alle partecipazioni di noti e bravi attori.

 

Dah (10)
(Abbas Kiarostami, 2002, Iran)

Ancora una volta Kiarostami propone personaggi molto realistici che rappresentano determinati atteggiamenti della vita e umanità iraniana. Ennesimo suo film prodotto con minimo budget, in questo caso gli sono bastate due piccole telecamere montate nell’abitacolo di un’auto, una puntata sulla donna alla guida e l’altra sul passeggero/a. Il titolo si riferisce al numero di percorsi della donna, 4 con il figlio capriccioso ed indisponente, 2 con una giovane sconosciuta abbandonata a pochi giorni dal matrimonio e altrettanti con una devotissima anziana, e poi con la sorella e con un’allegra prostituta soddisfatta e quasi fiera della sua attività. La protagonista è divorziata ed ha un rapporto molto conflittuale con il pestifero figlio, nei discorsi che le altre donne si affrontano temi quali religione, matrimonio, indipendenza delle donne, sessualità. In particolare nei discorsi con il bambino, risalta un modo di discutere che (a giudicare dai film) sembra essere comune fra i mediorientali: ognuno ripete lo stesso concetto sempre più ad alta voce, senza alcuna discussione effettiva. Molto interessante, da questo prese chiaramente ispirazione Jafar Panahi per il suo Taxi Teheran (2011).

The Body Snatcher (Robert Wise, 1945, USA)

Qui troviamo Boris Karloff e Bela Lugosi, due icone dell’horror, a confronto, anche se il vero protagonista del film è interpretato da Henry Daniell, che comunque all’epoca aveva di solito ruoli di villain. Non è un vero e proprio horror, bensì un crime/noir sulla pratica (sembra) relativamente diffusa in secoli passati di dissotterrare cadaveri freschi per fornirli a medici di pochi scrupoli e pseudo-scienziati; adattamento di un racconto di Stevenson, proprio quello di Dr. Jeckill e Mr. Hyde e L’isola del tesoro. Certamente si distingue per qualità dalla massa di film di generi simili, sia per la regia di Robert Wise (vincitore di 4 Oscar) regista di West Side Story e Sound of Music fra gli altri, montatore di Citizen Kane, nonché per l’ottima interpretazione di Boris Karloff.

  

La vaquilla (Luis Berlanga, 1985, Spa)

Questa commedia grottesca diretta da Berlanga e scritta dallo stesso in collaborazione con il genio di tale genere Rafael Azcona, dovette aspettare quasi 40 anni per essere portata sullo schermo; prima bloccata dalla censura franchista e poi anche nel dopo-Franco perché trattava dei troppi temi ancora scottanti come quello della guerra civile nonché del ruolo del clero, dei militari e dei latifondisti in modo troppo caricaturale, pur senza prendere posizione per uno o l’altro bando. Vale la pena spendere qualche parola in merito all’attività di Rafael Azcona (oltre 100 sceneggiature) che iniziò la sua carriera con Marco Ferreri (primi film per entrambi El pisito e El cochecito) con il quale continuò a collaborare in un’altra quindicina di film fra i quali L’ape regina (1963), L’udienza (1971), La grande abbuffata (1973), Non toccare la donna bianca (1974), L’ultima donna (1976), Ciao Maschio (1978), e notevoli furono anche una dozzina di collaborazioni con Berlanga prima di questo, fra le quali i ben noti Placido e El verdugo. Da dire che, purtroppo, La vaquilla è veramente godibile solo in versione originale e con una seppur minima conoscenza della storia e cultura spagnola.

Amanece, que no es poco (José Luis Cuerda, 1989, Spa)

Commedia surreale cult, tanto da meritarsi un’annuale rappresentazione storica nei luoghi nei quali fu girato, dove sono stati preservati i set originali e aggiunte varie statue commemorative. Vi rimando al post che pubblicai nel 2015, nel quale sono incluse anche alcune foto e vari link interessanti.

El dia de la bestia (Alex de la Iglesia, 1995, Spa)

Con questo film (il suo secondo) Alex della Iglesia ottenne grande successo commerciale e conquistò immediata notorietà e consolidò la sua fama di regista/sceneggiatore specializzato nel filone dark humor con i successivi La comunidad (2000, Intrigo all'ultimo piano), Crimen ferpecto (2004, Finché morte non li separi) e il recente El bar (2017). La folle trama di questo film mette insieme un sacerdote fissato con l’Apocalisse e l’Anticristo, un volenteroso metallaro satanista (penso si dica così) e un ciarlatano televisivo cooptato a forza. La violenza (chiaramente finta) insensata ed esagerata e presente quasi in ogni scena ma non disturba proprio per la sua manifesta implausibilità. Divertente e sorprendente a patto che si accettino i suddetti presupposti.

martedì 26 ottobre 2021

Micro-recensioni 306-310: un musical-non-musical e una comedia negra su tutti

Si tratta del famosissimo Gli ombrelli di Cherbourg che portò all’attenzione mondiale Jacques Demy e di una commedia grottesca del 1962 che tutti gli spagnoli conoscono; trattandosi di rapinatori assolutamente non professionisti e oltretutto incapaci, potrebbe equivalere al nostrano I soliti ignoti (1958, di Monicelli) nel quale però i protagonisti si atteggiavano a professionisti.


Les parapluies de Cherbourg (Jacques Demy, 1964, Fra)

Stavolta comincio con Nomination e Premi; questo musical molto sui generis (non poteva essere diversamente considerato che il regista/sceneggiatore condivideva le idee di rottura della Nouvelle Vague pur non essendo fra i fondatori né fra i più rigorosi) ottenne 5 Nomination Oscar, stranamente quella come miglior film straniero nel 1965 e solo l’anno successivo le altre 4 (sceneggiatura, canzone, musiche e commento musicale). Mi sembra che le ultime 3 elencate siano troppo simili e direi che ne mancano un paio in categorie più importanti quali scenografia e costumi. L’intero film è un’esplosione di colori sgargianti, contrastanti, pieno di abbinamenti oserei dire kitsch, dall’incrocio dei tanti ombrelli visti dall’alto durante i titoli di testa agli abiti dei protagonisti, dai parati alle suppellettili. Trama certamente originale e non sempre scontata. La palla al piede del film (secondo molti) è che i dialoghi sono interamente cant(icchi)ati e, di contro non si vede un singolo passo di danza, certamente un’anomalia per un musical classico, ma qui non se ne sente la mancanza. Palma d’Oro e altri due premi a Cannes per Jacques Demy.

 

Atraco a las tres
(José María Forqué, 1962, Spa)

Nei decenni ’50-’60 in Spagna si produssero con gran successo numerose commedie fra il satirico e il grottesco, con critiche sociali e politiche relativamente velate, abbastanza da essere comprensibili ma non tanto da essere censurate dal franchismo. Maestri nell’eludere gli ottusi ma inflessibili censori furono Berlanga e Azcona, ma a quel periodo appartengono anche altri film come questo che rimangono nella storia del cinema spagnolo insieme con Bienvenido Mister Marshall!, El Verdugo, Placido, quest’ultimo addirittura ottenne anche la Nomination Oscar come miglior film in lingua non inglese. Il cast, raccogliendo numerosi attori e caratteristi fra i più noti e bravi dell’epoca, già è indice di garanzia, ma la trama con tante sorprese, i personaggi molto realistici e le scene con i piccoli problemi di vita quotidiana nei quali tutti si riconoscono aggiungono ulteriore sapore a questa commedia. Da non perdere!

Lust, Caution (Ang Lee, 2007, Tai)

Penso che nessuno metta in dubbio l’abilità di Ang Lee nella regia e nella messa in scena, ma talvolta si imbatte (o sceglie di cimentarsi) in sceneggiature poco solide, per non dire abbastanza sconclusionate, come in questo caso. E sembra non essere solo mia opinione visto che fra le 85 nomination solo 2 sono per la sceneggiatura, mentre – ovviamente – la maggior parte sono relative a miglior film, regia, fotografia, scenografia, costumi. Fra i tanti premi, Lussuria - Seduzione e tradimento (titolo italiano) ottenne anche il Leone d’Oro per Ang Lee e il Premio Osella per il direttore della fotografia Rodrigo Prieto (3 Nomination Oscar per The Irishman, Silence, Brokeback Mountain). Bravi gli attori a cominciare da Tony Leung (apprezzato in tanti film diretti da Wong Kar-wai, ben 7) ma ciò che più colpisce sono gli ambienti, arredamenti e costumi, ben messi in evidenza da una fotografia di alta qualità.  

 

  • documentari sociali e politici di Cecilia Mangini (1959-1964, Italia)
  • documentari etnografici di Cecilia Mangini (1965-1969, Italia)

Molto pubblicizzati dalla Cinemateca Portuguesa, questi corti (per lo più documentari) di Cecilia Mangini (prima donna documentarista italiana) e dei suoi colleghi Lino Del Fra e Gian Franco Mingozzi mi sono sembrati troppo artefatti e un po’ superficiali, pur rimanendo interessanti. In un primo gruppo sono stati presentati da collaboratori della regista (scomparsa a gennaio di quest'anno) filmati erano del primo periodo della cineasta, datati fra 1959 e 1964, tutti relativi alla cultura rurale meridionale essendo lei pugliese di nascita. I documentari affrontano (sulla carta) temi interessanti, ma non riescono a coinvolgere veramente e spesso risultano ripetitivi. Ecco i titoli:

  • Maria e i giorni di Cecilia Mangini, 1959 10’
  • L’inceppata di Lino del Fra, 1960, 10’
  • La taranta di Gian Franco Mingozzi, 1961, 19’
  • La passione del grano di Lino del Fra e Cecilia Mangini, 1963 10’
  • Divino amore de Cecilia Mangini, 1964, 11’
  • Stendalì di Cecilia Mangini, 1965, 11’

Per quanto riguarda quelli sociali, quasi in ogni momento risulta evidente lo spirito propagandistico e certamente la sua fede politica. Infatti sono tutti vicini agli ideali della sinistra, dal PSI a Rifondazione; alcuni le furono specificamente commissionati dai partiti. 

  • Essere donne di Cecilia Mangini, 1965, 31’
  • Tommaso di Cecilia Mangini, 1965, 11’
  • La scelta di Cecilia Mangini, 1967, 13’
  • Brindisi’65 di Cecilia Mangini, 1967, 16’
  • V&V di Lino del Fra, 1969, 15’

lunedì 16 agosto 2021

Micro-recensioni 206-210: crime/mistery/fantasy spagnoli notevoli

Un buon mix, con un paio di crime ispirati a fatti reali (ma uno drammatico e l'altro adattato a commedia), un paio di fantasy di gran qualità e un film crime/sci-fi da metabolizzare con attenzione per cercare di venirne a capo ...

 

El extraño viaje
(Fernando Fernan Gomez, 1964, Spa)

Si sarebbe dovuto chiamare El crimen de Mazarrón essendo vagamente ispirato ad un fatto di cronaca nera, a tutt’oggi irrisolto. Su una spiaggia vicina alla cittadina in questione, nel gennaio 1956, un pescatore trovò due cadaveri e tre coppe di champagne (o forse cava), due delle quali erano state avvelenate. Non avendoci messo mano Rafael Azcona (strano) l’idea per questo film venne al suo grande amico Luis Berlanga, regista e sceneggiatore di tanti film che si trovano sempre citati fra i migliori spagnoli in assoluto e del periodo franchista in particolare. E anche in questo caso nella ben articolata storia inserì tanti personaggi e particolari “contrari alla morale del regime” tanto che appena uscito fu ufficialmente censurato e rimase nei magazzini dei produttori per 6 anni prima di tornare con gran successo nelle sale e diventare il cult che è adesso. Per evitare spoiler, dico solo che la caratterizzazione dei personaggi del piccolo paesino spagnolo è perfetta per una comedia negra (e critica di costume) spaziando dai giovani che seguono le nuove mode (con gran disapprovazione delle più anziane e interesse degli anziani) ai ricchi e avidi del paese che fanno vita riservata spiando ed essendo spiati, dai pettegolezzi da bar a quelli bigotti da chiesa, ma probabilmente ciò che portò alla censura fu l’uomo che indossa abiti femminili, apparendo anche con solo indumenti intimi. La storia è piena di sorprese e passa da un quasi mistery iniziale ad un chiaro thriller finale. Da non perdere, ma dovrete guardare la versione originale; infatti, il film non è mai arrivato in Italia ma d’altro canto potrete apprezzare al meglio le interpretazioni degli ottimi caratteristi protagonisti del film.

El orfanato (J.A. Bayona, 2007, Spa/Mex)

Nonostante la garanzia di Guilermo del Toro che ha prodotto questo esordio alla regia e nonostante il successo ottenuto, a tutt’oggi Bayona ha diretto solo 4 film; dopo questo iniziale e di pari livello Lo imposible (2012, ambientato nei giorni dello tsunami in Thailandia) e A Monster Calls (2016, fantasy concettualmente simile a Il labirinto del fauno), per concludere con il deludente Jurassic World: Fallen Kingdom (2018). I primi tre furono pluripremiati e hanno rating medi di 7,5 (IMDb) e 85% (RT). Tornando a El orfanato c’è da dire che qualcuno lo classifica come horror ma in realtà è tutt’altro, posizionandosi fra un mystery e un thriller, senza vere scene horror. Ben interpretato e con un’ottima ambientazione in un enorme ex-orfanatrofio immerso in un parco, richiama nel complesso The others (2001, Amenábar), ma ci sono anche vere e proprie citazioni di The shining (1980, Kubrick). A chi piace questo genere di storie ambientate in grandi edifici isolati con una propria storia ma al momento abitati solo da poche persone con qualcuno che confonde realtà, ricordi e visioni, suggerisco di guardare i tre film in relativamente rapida successione e paragonare gli stili di Bayona, Amenábar e del maestro Kubrick nel rappresentare corridoi e stanze vuote (o quasi) con il sottofondo di sinistri scricchiolii o nell’assoluto silenzio, nell’interrompere l’apparente calma con improvvise apparizioni, far vedere per pochissimi fotogrammi dettagli importanti nel contesto della storia, creare una vera suspense senza aver bisogno di urla, cadaveri, sangue e mostri pur parlando di morte. Da non perdere.

  

Los cronocrímenes
(Nacho Vigalondo, 2007, Spa)

Dovuta, prevista e gratificante visione di questo film che già mi aveva piacevolmente sorpreso, dopo esserci arrivato leggendo molti commenti positivi e trovandolo spesso nelle liste migliori film. Difficile porlo in una categoria specifica, certamente mistery, thriller e sci-fi, alcuni hanno aggiunto horror (ma non sono assolutamente d’accordo), altri dramma psicologico. In estrema sintesi, si tratta di un brevissimo e casuale viaggio nel tempo di un tranquillo professionista che (ahilui) si trova ad essere inseguito da uno strano individuo con la testa completamente fasciata nel bosco vicino casa sua. Si troverà ad affrontare situazioni assolutamente imprevedibili prima e perfettamente conosciute poi, avendo a che fare con personaggi praticamente irreali e dovrà fare i conti anche con sé stesso. Sceneggiatura a dir poco geniale scritta dallo stesso Vigalondo (qui anche attore, interpreta il giovane scienziato/ricercatore) già candidato Oscar 2005 per il suo corto 7:35 de la mañana. Mi ero ripromesso di guardarlo di nuovo per raccapezzarmi (meglio della prima volta) fra tutti i salti temporali in avanti, all’indietro e ... laterali. Penso che siano in pochi quelli che alla fine del film possano essere certi dell’identità del sopravvissuto e che quindi sia necessario guardare il film - con attenzione - almeno un paio di volte prima di trovare il bandolo della matassa ed interpretare il finale. Nonostante non sia un appassionato di questo genere, consiglio senz’altro la visione di Los cronocrímenes.

El laberinto del fauno (Guillermo Del Toro, 2006, Spa/Mex)

Si tratta del film con il quale Guillermo Del Toro si affermò definitivamente a livello internazionale, ottenendo 3 Oscar (fotografia, scenografia e makeup) e 3 Nomination (miglior film straniero, sceneggiatura e commento musicale); attualmente si trova al 146° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi. Ne fu anche unico sceneggiatore e produttore per poi passare subito dopo a produrre El orfanato del quale ho già scritto in questo post e che, in verità, preferisco a questo per la semplice ragione che è più compatto e focalizzato su una trama più lineare. Al contrario, El laberinto del fauno viaggia un doppio binario mescolando il dramma della guerra civile con il sadico capitano Vidal (Sergi López), che persegue gli ultimi partigiani repubblicani, alla parte fantasy che vede protagonista sua figliastra Ofelia (Ivana Baquero) con i suoi incontri con il Fauno. Seppur ben bilanciato e altrettanto ben realizzato, in fin dei conti i due argomenti di interesse non riescono a fondersi e quindi la narrazione non risulta fluida. Comunque da non perdere per gli amanti dei fantasy, me per l’argomento guerra civile spagnola e ascesa al potere di Franco è stato prodotto di meglio in quanto a contenuti.

El 7° dia (Carlos Saura, 2004, Spa)

Come El extraño viaje, questo misconosciuto film di Saura, uno dei suoi pochi di questo secolo a soggetto non musicale, è tratto da un fatto di cronaca nera dell’agosto 1990 che fece molto scalpore e tuttora viene ricordato come “il massacro di Puerto Hurraco”. Interessante descrizione della vita di un piccolo centro rurale dell’Estramadura, fra le tradizioni mantenute dagli anziani e la modernità dei giovani del postfranchismo. Fra salti temporali e qualche flashback copre una trentina di anni di storia della faida fra due famiglie, segnata da vari assassinii fino alla strage finale. Bella la fotografia e la ricostruzione degli ambienti (molti probabilmente quasi originali), avvincente e pertinente la colonna sonora (Saura non poteva deluderci) con i protagonisti che spesso canticchiano coplas famose ascoltando la radio; buone le interpretazioni. Consigliato.

lunedì 9 novembre 2020

Micro-recensioni 376-380: un thriller e 4 a soggetto filosofico - religioso

I quattro (di 4 paesi diversi) hanno tuttavia approccio e stile completamente diverso, dal rigoroso rispetto delle sacre scritture al confronto con idee eretiche, dal confronto Dio / Diavolo / Morte alla satira dissacrante che propone un ampliamento della Trinità e tira in ballo Apocalisse e Paradiso. Per quanto riguarda i contenuti è inutile approfondirli in quanto, ovviamente, ognuno di noi ha le proprie idee e convinzioni e non sono argomenti da esaurire in poche righe. Tutti risultano più interessanti e comprensibili a chi ha almeno discrete conoscenza religiose.

Sono film da guardare e, soprattutto, ascoltare con attenzione e poi discuterne in buona compagnia. Nel complesso si tratta di 5 ottimi film, 3 dei quali candidati Oscar e hanno rating medi del 98% su RT. Per essere tanto diversi, mi è difficile metterli in ordine di gradimento e quindi procederò in ordine cronologico.

 

The Fallen Idol (Carol Reed, UK, 1948)

Un ottimo film tratto da un ottimo racconto (The Basement Room, 1936) di Graham Greene; essendo uno dei miei autori preferiti avevo letto prima la short story e poi scoprii l’esistenza del film, dal titolo diverso. Notevoli anche le interpretazioni di Ralph Richardson e Michèle Morgan, nonché il piccolo Bobby Henrey (9 anni) perfetto nel ruolo dell’insopportabile figlio dell’ambasciatore, intrigante e bugiardo seppur (secondo lui) a fin di bene. Comportamento che ricorda molto quello di Bobby Driscoll, protagonista in The Window (1949, di Ted Tetzlaff) che non viene preso nella debita considerazione dalla polizia e neanche dai propri genitori (consiglio di recuperarlo e guardarlo, Nomination Oscar per il montaggio). La storia di The Fallen Idol è perfetta, con tanti incidenti di percorso, incontri casuali quanto inopportuni e colpi di scena. Le situazioni nella parte finale, con gli interrogatori del sospettato, della presunta complice e del testimone, cambiano vorticosamente considerato che tutti mentono, seppur per motivi diversi. Non ve lo perdete … 100% su RT e 2 Nomination Oscar (regia e sceneggiatura)

Macario (Roberto Gavaldón, Mex, 1959)

Questo è il film “filosofico” del gruppo in quanto al poverissimo e affamatissimo protagonista viene chiesto in successione da Dio, dal Diavolo e dalla Morte, di offrire parte del suo sognato, e finalmente ottenuto, tacchino al forno tradizionale del Dìa de Muertos. Lo dividerà solo con uno e da ciò deriveranno fama e denaro con conseguenti problemi. Ottenne la Nomination Oscar come miglior film straniero (prima candidatura per il Messico), ma il premio andò a La fontana della vergine (Ingmar Bergman); questo non è il suo solo legame con il regista svedese visto che molti vedono in Macario molti punti in comune con uno dei suoi migliori film: Il Settimo sigillo (1957).

  

Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1964)

Terzo lungometraggio di Pasolini, diretto un anno dopo RoGoPaG nel quale è compreso La ricotta, corto che diede la stura a feroci polemiche e, in parte trattava argomento simile (rappresentazione di ultima cena e crocefissione). Tuttavia il taglio in questo caso è totalmente diverso e i testi sono ripresi alla lettera da una versione approvata del Vangelo. Certamente il contesto e la messa in scena conta e per questo ebbe qualche critica, ma in linea di massima ebbe il plauso anche degli ambienti e alte sfere religiose. A parte ciò, tecnicamente è un gran bel film che conta sulla fotografia (b/n) di Tonino delli Colli, una eccellente direzione di attori non professionisti, i costumi di Danilo Donati e suggestiva e calzante colonna sonora che spazia dalla musica classica, al gospel e al Gloria della Missa Luba. Interessantissima anche la scelta delle location fra le quali spicca la Gerusalemme ambientata nei Sassi di Matera, sfollati nel decennio precedente. Ottenne 3 Nomination Oscar (costumi, scenografia e colonna sonora).

La via lattea (Luis Buñuel, Fra, 1968)

Anche Buñuel si attenne esattamente ai testi e cronache ufficiali, ma si occupò soprattutto delle eresie e quindi delle diverse interpretazioni della Bibbia e ciò è messo ben in chiaro nei titoli di coda nei quali appare questa dichiarazione: “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.” Per collegare i vari eventi e teorie sviluppatesi in secoli diversi la narrazione segue il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela di due francesi che si troveranno “miracolosamente” in luoghi ed epoche diverse. Film premiato a Berlino.

Así en el cielo como en la tierra (José Luis Cuerda, Spa, 1995)

Infine, il più moderno, il più folle e irriguardoso, fedele allo stile di Cuerda. Anche lui si basa sulle sacre scritture, richiamate numerose volte, ma soprattutto sull’Apocalissi di Giovanni. In questa commedia grottesca si immagina che ogni paese abbia il proprio Paradiso e che questo ne rispecchia tradizioni, cultura e stato sociale (in questo caso la Spagna). Dio (Fernando Fernán Gómez), insoddisfatto della situazione sulla terra decide di avere un secondo figlio ma ben presto si rende conto che la cosa non è semplice e le conseguenze potrebbero portare a più gravi problemi. Nello stile classico della comedia negra spagnola, sulla scia di Berlanga e Azcona, Cuerda (sceneggiatore unico) propone in maniera ironica i mille problemi e contraddizioni derivanti dall’interpretazione letterale delle Bibbia in contrasto con i tempi attuali. Spiccano le interpretazioni di Paco Rabal (San Pietro) e dell’ineffabile Luis Ciges nei panni di un gioviale ubriacone appena giunto in Paradiso.


#cinema #cinegiovis

mercoledì 2 settembre 2020

Micro-recensioni 291-295: due commedie sui generis e 3 film di Curtiz

Il pezzo forte di questo gruppo è senz’altro The Sea Wolf, ma anche gli altri 2 diretti da Curtiz (noir classici) sono notevoli. Le due commedie sono interessanti specialmente per i conoscitori e appassionati dei rispettivi settori: il capolavoro di Cervantes e la gastronomia.

  
The Sea Wolf (Michael Curtiz, USA, 1941)
Uno dei personaggi più inquietanti fra i tanti interpretati dall’ottimo Edward G. Robinson, il capitano di un veliero pressoché pirata (ma all’inizio del XX secolo) con parte dell’equipaggio forzatamente tenuto a bordo. Fra il folle e lo psicopatico, a tratti ricorda il capitano Achab (Moby Dick). Tranne le poche scene iniziali, tutto si svolge in mare aperto. Nel cast, che comprende tanti buoni caratteristi, si fanno onore Ida Lupino, John Garfield, Barry Fitzgerald, Alexander Knox e Gene Lockhart.
Consigliato.

Flamingo Road (Michael Curtiz, USA, 1949)
Noir politico, che vede protagonisti la più che combattiva Lane Bellamy, artista di fiera itinerante (Joan Crawford), e il viscido sceriffo Titus Semple, magistralmente interpretato da Sydney Greenstreet. Tutto l’entourage politico che si prepara alle elezioni e i successivi sviluppi sono molto ben descritti e, adattati in tempi e luoghi differenti, sono in ogni momento molto credibili.
Fra i tre, questo ha rating inferiori agli altri due che vantano un identico 7,5 su IMDb e 100% su RottenTomatoes, ma a mio parere non è di molto inferiore, quindi lo consiglio. 

The Breaking Point (Michael Curtiz, USA, 1950)
Terzo recupero della filmografia di Curtiz, si torna in mare e di nuovo lungo le coste del Pacifico, ma stavolta non si tratta di un veliero bensì di una piccola imbarcazione utilizzata per charter, per lo più per la pesca. Ritroviamo John Garfield (appena visto in The Sea Wolf) nei panni del quasi-proprietario della barca (deve finire di pagarla) il quale accetta lavori a dir poco loschi pur di non perderla. Chiaramente si ritroverà in un mare di guai e ci saranno numerosi morti, buoni e cattivi. Ottimo il finale, in particolare l’ultima scena. Sceneggiatura tratta da un racconto di Hemingway!
Consigliato.
 
La grande bouffe (Marco Ferreri, Fra/Ita, 1973)
Famosa commedia drammatica di Ferreri, ancora una volta in collaborazione con Rafael Azcona (scrittore dai testi estremamente graffianti) al quale si era affidato anche per i suoi primi film El pisito (1958) e El cochecito (1960). Cast d’eccezione con primi attori francesi e italiani fra i migliori dell’epoca: Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi. Fu anche la prima apparizione ufficiale della simpatica e abbondante Andréa Ferréol dopo una mezza dozzina di uncredited.
Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro a Cannes.
Quattro professionisti (nel film portano i nomi dei propri interpreti), si ritirano in una villa parigina per suicidarsi … mangiando (ovviamente piatti di alta cucina accompagnati da bevande pregiate) e non disdegnando compagnie femminili.
Commedia grottesca unica nel suo genere, da guardare solo se interessati a mangiate pantagrueliche, altri potrebbero disgustarsi …

Don Quijote cabalga de nuevo (Roberto Gavaldón, Spa/Mex, 1973)
L’ho voluto recuperare e guardare nonostante le recensioni non proprio stimolanti … la combinazione di due attori amati e apprezzati nei rispettivi paesi (Messico e Spagna) diretti da un affidabile regista della Epoca de Oro del cinema messicano, negli anni ’50 ogni anno presente a Berlino, Cannes o Venezia, mi aveva incuriosito molto. In effetti il film non è un granché, è molto slegato anche se la sceneggiatura include buone trovate che propongono una possibile diversa lettura delle deliranti azioni di Don Chisciotte (Fernando Fernán Gómez) e Sancho Panza (Cantinflas). Si lascia guardare solo per curiosità, se si conoscono personaggi e attori.

#cinegiovis #cinema #film

venerdì 7 febbraio 2020

Micro-recensioni 21-30 del 2020: i quattro in spagnolo sono i migliori

Vagando fra mediateche e internet, mi sono imbattuto in vari altri film particolari e a me sconosciuti, quasi tutti degli anni ’50 e ’60, di produzione molto varia.
   

Pedro Páramo (di Carlos Velo, Mex, 1967) è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Juan Rulfo, rinomato per il suo stile innovativo che influenzò quello di Gabriel García Márquez per Cent'anni di solitudine, specialmente in quanto alla gestione di tempi e descrizione di personaggi. Proprio per la particolarità del soggetto, che include tanto andirivieni temporale e una continua alternanza fra fantasia e realtà, non è sempre di immediata comprensione e bisogna prestare grande attenzione per distinguere i vivi dai morti e situarli all’epoca giusta. Si ha la chiara sensazione che sarebbe necessario leggere il testo per apprezzarlo appieno; è quasi impossibile difficile rendere una trama così articolata e complicata in un film di neanche due ore.
Gli fa buona compagnia il film argentino La ventana (di Carlos Sorín, Arg, 2008), ben scritto, ben diretto e ben interpretato, eppure prodotto con molto poco; regista è quello stesso Carlos Sorin che si fece conoscere a Venezia al suo esordio con La película del rey (1986) premiato come miglior opera prima. Sarò ripetitivo, ma torno a sottolineare che per buoni film non servono grandi attori (ammesso che siano effettivamente capaci), né scenografie grandiose e tantomeno effetti speciali e spropositati budget. In questo caso bastano pochi attori, una grande casa in Patagonia e i relativi paesaggi per ottenere un 92% su RottenTomatoes.
   

Ho continuato con lo spagnolo guardando i primi film di Marco Ferreri (El pisito, 1959 e El cochecito, 1960, Premio FIPRESCI a Venezia) ai quali ho aggiunto Dillinger è morto (Ita/Fra, 1969) da qualcuno etichettato come sperimentale con Michel Piccoli protagonista. Nei primi due già si nota l’innato humor nero del regista, certamente influenzato dal lavorare gomito a gomito con altri autori come Berlanga e Azcona, che con grande abilità riuscirono ad eludere in gran parte la censura franchista e produssero degli ottimi film di critica sociale mascherati da commedia che rimangono nella storia del cinema iberico come Placido (Nomination Oscar e Palma d’Oro a Cannes) e Bienvenido Mr. Marshall (2 Premi e Nomination Grand Prix a Cannes). I primi due, già visti più di una volta, continuano a divertire anche perché si scoprono sempre nuovi piccoli dettagli, il terzo non riesce ad appassionare.
Tornando in Sudamerica, ho recuperato anche un altro famoso film d'epoca vale a dire Orfeu negro (di Marcel Camus, Bra/Fra/Ita, 1959, Oscar come miglior film straniero per la Francia). Un po’ deludente rispetto alle aspettative, soprattutto per la debole sceneggiatura e per contare troppo sulla parte folklorica. Secondo me sopravvalutato.
 

Gli altri 4 film del gruppo sono:
Week end (di Jean-Luc Godard, Fra, 1967)
Judy (di Rupert Goold, UK, 2019)
Et Dieu ... créa la femme (di Roger Vadim, Fra, 1956)
One Touch of Venus (di William A. Seiter, USA, 1948)

Nessuno du questi mi ha colpito particolarmente. Il film di Godard, che a leggere i rating sembrava interessante, si è rivelato esagerato, sempre sopra le righe, sangue e cadaveri in quantità, con declamazioni di manifesti di chiara tendenza di sinistra, ripetitivo e in fin dei conti noioso.  
Judy conta con due candidature per gli ormai imminenti Oscar (Renée Zellweger attrice protagonista e trucco) ma è lento e poco convincente. La performance dell’attrice già vincitrice di un Oscar non protagonista (Cold Mountain, 2003) non mi sembra meritevole di una statuetta, fa troppe esagerate smorfie e non penso che rimarrà nella storia del cinema.
Quasi a dimostrare quanto detto in precedenza in merito a film buoni prodotti con poco questi ultimi due furono certamente prodotti pensando al botteghino contando con star di richiamo mondiale del calibro di Ava Gardner e Brigitte Bardot che di lor ci mettono la sola presenza. La commedia americana è davvero poca cosa, l’altro è senz’altro migliore, ma il soggetto avrebbe meritato una sceneggiatura migliore.