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giovedì 10 febbraio 2022

Microrec. 46-50 del 2022: 2 candidati Oscar, 2 revenge e un sorprendente bio-doc

I candidati sono un outsider norvegese fra gli stranieri (che, però, difficilmente avrà la meglio sul favoritissimo giapponese Drive My Car) e il noiosissimo e deludente Dune; poi un originale arthouse tunisino in b/n con una serial killer che subdolamente adesca uomini così come (con differenti motivazioni) la protagonista del revenge di Emerald Fennell, e completa ill gruppo un geniale documentario francese interamente girato in Afghanistan (non vi perdete il trailer!).

 
Promising Young Woman (Emerald Fennell, 2020, UK/USA)

Nonostante l’Oscar, mi era sfuggito e ci sono arrivato in quanto più volte citato nelle recensioni di Black Medusa. In effetti, pur avendo vari punti in comune, la differenza fra i due è sostanziale ed evidente non solo per l’ambientazione ma anche per le motivazioni delle protagoniste e il loro modus operandi. Questo film dell’esordiente Emerald Fennell (regista e sceneggiatrice) è spesso quasi una commedia, ma del genere dark che con ironia abbastanza esplicita critica stereotipi, superficialità e il ricorrente malcostume di giustificare i predatori, che comunque si autogiustificano. In sostanza una dramedy certamente di qualità che affronta temi seri e talvolta tragici in modo leggero ma assolutamente non superficiale. Non mancano i riferimenti agli stili di vita e aspettative delle famiglie borghesi americane e vita da college. Oscar miglior sceneggiatura e 4 Nomination (film, regia, Carey Mulligan protagonista e montaggio) oltre a 113 premi e altre 188 nominations.

Nothingwood (Sonia Kronlund, 2017, Fra)

Apparso su MUBI, mi ha incuriosito la presentazione e ho voluto guardarlo. Si tratta di bio-doc girato da una giornalista e regista francese sul peculiare regista/produttore/attore afghano Salim Shaheen che ha diretto oltre 100 film fra attentati, bombe e granate, nelle location più strane e pericolose, avvalendosi di mezzi poco professionali e improbabili attori. Conosciutissimo in patria, proietta i suoi film anche in piccoli villaggi e contemporaneamente ne gira almeno un altro paio. Il documentario non mostra solo i suoi (forzatamente) originali metodi di lavoro, ma anche brevi interviste a spettatori, militari, talebani, famiglie, fornendo nel complesso una varietà di inaspettati puti di vista. Al fianco del regista spesso compare il suo attore feticcio Qurban Ali Afzali (il solo professionista) che, almeno nel film, è esplicitamente effeminato e per questo interpreta ruoli comici o addirittura di donne (che hanno ancor più difficoltà ad apparire sullo schermo). Presentato a Cannes, con 3 Nomination: Golden CameraGolden Eye e Queer Palm

Ho aggiungo il trailer per darvene un’idea, anche se non rende il giusto merito al film nel suo complesso. Il titolo è una chiara e ironica allusione a Hollywood e Bollywood.

   

Black Medusa (Youssef Chebbi, Ismaël, 2021, Tun)

Interessante la fotografia in bianco e nero, ma con prevalenza di grigi e tante sfocature totali. Pochissimi i dialoghi in questo discusso film nel quale i registi (entrambi al loro primo lungometraggio) hanno curato più la parte artistica che la sostanza. Singolare anche il commento sonoro, quasi tutto in musica elettronica. La storia si sviluppa nel corso di 9 notti durante le quali viene mostrata una inaspettata vita notturna tunisina, fra tradizione e modernità. La protagonista frequenta da sola locali nei quali non mancano musica e alcool, a caccia della sua prossima vittima.

Dune (Denis Villeneuve, 2021, USA/Can)

Premesso che i miei commenti per questo genere di film sono ancor meno affidabili del solito, l’ho trovato banale, lento e molto meno spettacolare di quanto pubblicizzato. Anche le interpretazioni sono molto al di sotto della media a cominciare da quella dell'esageratamente sopravvalutato Timothée Chalamet. Non per niente delle 10 Nomination appena ottenute solo 2 sono importanti (miglior film e sceneggiatura) e solo per merito del libro dal quale è tratto. Giustamente Jodorowski lo ha definito “commerciale e prevedibile”; ricordo a quanti non lo sapessero che il geniale regista cileno negli anni ’70 ha lavorato ad un mega-adattamento di questo romanzo del 1965 di Frank Herbert, ma in stile molto più “psichedelico”, con attori professionisti e non, del calibro di Orson Welles, Salvador Dalì e Mick Jagger, con una durata prevista di circa 14 ore! Su tale idea nel 2013 fu prodotto un documentario dal titolo Jodorowski's Dune, diretto da Frank Pavich; nel trailer che vi propongo potrete vedere che varie idee di allora sono state riprese nel film di Villeneuve

Una volta abbandonata l’idea per non aver ottenuto il budget necessario, i diritti furono ceduti e la storyboard realizzata con i disegni di Moebius fu saccheggiata sotto ogni punto di vista, anche da film di grande successo come Star Wars (1977) e Alien (1979). Guardate Dune 2021 solo se siete proprio appassionati di sci-fi, ma anche in questo caso vedrete che nel recente passato è stato prodotto di meglio.

The worst person in the world (Joachim Trier, 2021, Nor)

Non sarà la peggiore in assoluto, ma certamente sembra una persona de evitare. Al di là di come si presenta, spesso con un sorriso smagliante (ebete), si rivela essere una persona incostante ed inaffidabile, bugiarda e ipocrita. Ennesimo film in cui si dimostra che il politically correct a tutti i costi e/o il voler appoggiare, giustificare e comprendere tutto e tutti alla fine non paga. Come già scritto, molte di queste società nordiche che vengono portate ad esempio come vicine alla perfezione, lo sono spesso solo come struttura sociale, ma nei rapporti personali e familiari sono mediamente perdenti nei confronti dei paesi più al sud. Le Nomination per miglior film straniero e sceneggiatura originale dimostrano ancora una volta che non c’è molto qualità nella cinematografia di questi anni ‘20; ha ottenuto anche la Nomination Palma d’Oro a Cannes, dove Renate Reinsve è stata giudicata miglior attrice. 

lunedì 14 settembre 2020

Micro-recensioni 301-305: "Sátántangó" di Bela Tarr vale per 3

Gruppo caratterizzato dall’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di Sátántangó, un arthouse movie apprezzatissimo dai cinefili di tutto il mondo, che ho guardato in tre parti così come è stato suddiviso per la distribuzione home video, visto che dura la bellezza di 7h19’!
Ho completato la cinquina con due film molto diversi, anche fra loro, ma notevoli nei rispettivi generi: un noir classico americano ed una ancor più classica commedia messicana con l’ineffabile Cantinflas.

Sátántangó (Bela Tarr, Hun, 1994)
IMDb 8,4 RT 100% * Premio Caligari a Berlino
Film senz’altro unico, non solo per la durata, ma anche per la struttura e, soprattutto, per lo stile assolutamente originale di Bela Tarr. Di questo regista ungherese avevo letto più volte e ricordo di aver sempre visto i cofanetti dei suoi film esposti in bella evidenza negli shop delle varie cineteche che ho frequentato (Paris, Ciudad de Mexico, Lisboa, …). Non per niente la sua reputazione su RottenTomatoes è eccellente, con 8 film quotati ha una media del 91%, 3 di essi al 100%, uno dei quali è Sátántangó, unanimemente considerato la sua opera più significativa, il suo capolavoro. Girato in bianco e nero e con presa diretta, è diviso in 12 capitoli lungi dall’essere uniformi visto che variando da meno di un quarto d’ora a quasi un’ora:
The News Is They Are Coming (41:23)
We Are Resurrected (31:05)
Knowing Something (59:07)
The Job of the Spider I (25:18)
Unraveling (52:02)
The Job of the Spider II (42:08)
Irimiás Gives A Speech (13:24)
The Perspective from the Front (51:33)
Going to Heaven? Having Nightmares? (29:11)
The Perspective from The Rear (30:28)
Just Trouble and Work (16:49)
The Circle Closes (28:23)
Caratteristiche sono le riprese con camera fissa (talvolta anche con attori assolutamente immobili) che si alternano a carrellate lente e infinite, in tutte le direzioni. I campi lunghi e lunghissimi si alternano a primi piani che durano spesso più del normale. In un’intervista Bela Tarr ha dichiarato che il film contiene circa 150 clip, il che equivale ad una durata media di 3 minuti a ripresa, ma ce ne sono tante fra gli 8 e i 12 minuti che però non possono essere considerati veri e propri piani sequenza visti i limitatissimi movimenti di macchina. Con questa struttura, è logico che molte azioni siano presentate in tempo reale, senza alcun montaggio.
Notevole anche il commento sonoro della fisarmonica (composizioni di Mihály Víg, che nel film interpreta un personaggio fondamentale, l’enigmatico Irimiás) che si affianca o sovrappone ai rumori d’ambiente in presa diretta, come per esempio quello della pioggia battente e pressoché incessante o il ticchettio dell’orologio nelle lunghe scene nella taverna. Negli esterni dominano distese e strade fangose, deserte, con pochi protagonisti o attraversate da animali quali maiali grufolanti, polli, cani e bovini.
Della trama dico solo che si tratta di come una dozzina di persone, già membri di una disciolta “fattoria collettiva”, tentano di gestire la loro consistente “liquidazione”, fra sospetti e tentativi di frode.
Non so quanti vorranno affrontare questa ardua eppure gratificante visione (assolutamente consigliata) ma, ammesso che abbiano tanto tempo disponibile, cerchino di guardare Sátántangó alla miglior definizione possibile e su uno schermo grande, oltre che tutto d’un fiato. Quanto detto è vero per quasi qualunque film, ma in questo caso, la qualità dell’immagine è fondamentale … lasciate perdere effetti speciali, 3D, digitale, CGI e altre diavolerie moderne … questo è cinema puro, con pellicola 35mm!
 
The Killers (Robert Siodmak, USA, 1946)
Recentemente ho guardato il cosiddetto remake diretto da Don Siegel nel 1964, che in effetti ha sviluppo ben diverso pur essendo basato sullo stesso racconto di Hemingway. Ricordo a chi legge che con lo stesso titolo anche Tarkowski nel 1956 ha diretto e interpretato insieme con alcuni suoi compagni di studi un corto che è quasi identico all’inizio di questo di Siodmak (evidentemente seguendo più fedelmente il testo).
Pur godendo di ottima critica ed essendo oggettivamente ben realizzato (4 Nomination Oscar per regia, sceneggiatura, montaggio e commento musicale) devo dire che l’adattamento proposto da Don Siegel risulta molto più avvincente. 

Ahí está el detalle (Juan Bustillo Oro, Mex, 1940)
Si tratta di una delle più amate e apprezzate commedie interpretate da Cantinflas, definito da Charlie Chaplinil più grande comico al mondo”. Lasciò gli studi per seguire un circo itinerante dove imparò a cantare e a ballare, ad esibirsi come acrobata e clown. Qualcuno lo ricorderà nei panni di Passepartout nella famosa versione del Giro del mondo in 80 giorni del 1956, al fianco David Niven.
I suoi personaggi caratteristici sono poveri, apparentemente incapaci, di buon cuore e in un modo o nell’altro riescono a trarsi d’impaccio in modi singolari. Altro segno distintivo è il suo linguaggio sconclusionato, con frasi mai concluse e interpretazioni improbabili di qualunque frase pronunciata da altri, illogico per la situazione ma logico per le parole in sé.
Questo film, basato su uno scambio di persona, un omicidio e un ricatto, è veramente godibile solo se si può comprendere il messicano, non essendo possibile tradurre i giochi di parole. Praticamente una situazione simile ai film dei fratelli Marx, nei quali le parole (volutamente equivocate e/o mal interpretate) sono la sostanza.
Il modo di parlare di Cantinflas generò addirittura il neologismo cantinflear, comunissimo oltreoceano ma poi accettato anche in Spagna perfino dalla Real Academia Española (equivalente della nostrana Crusca) con il significato di “parlare in modo illogico e incongruente, senza dire nulla di concreto”.

martedì 22 gennaio 2019

6° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (26-30)

In questa sesta cinquina scegliere i primi due è stata cosa facilissima in quanto si trovano, meritatamente, fra i primi 200 film di sempre (secondo IMDb) e per di più gli altri tre sono commedie dark non perfettamente riuscite. Due di queste, per pura coincidenza, pur essendo di taglio molto differente, propongono una situazione comune: un innocente coscientemente accetta di confessare un crimine e quindi di andare in prigione al posto di un altro ... ma quando torna in libertà ...
Ecco i 5 in ordine di mio gradimento.
  
   

30  Stalker (Andrei Tarkowski, Rus, 1979) * con Aleksandr Kaydanovskiy, Anatoliy Solonitsyn, Nikola Grinko,Alisa Freyndlikh  *  IMDb  8,1  RT 100% *  193° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Spielberg avrebbe avuto miglior sorte in un’altra cinquina, ma si è trovato davanti un avversario quasi insuperabile. Stalker è un film affascinante sotto ogni punto di vista, con una fotografia eccezionale (sia le parti in bianco e nero all’inizio e alla fine che quelle a colori nella lunga parte centrale), testi significativi a prescindere dall’azione (per la verità poca), regia perfetta. Ho letto un commento interessante, con il quale sostanzialmente concordo: del film si possono anche guardare solo le immagini o prendere in considerazione solo i dialoghi, in entrambe i casi si recepiscono i più che apprezzabili contenuti.
Ogni inquadratura, da quelle fisse alle lunghe lentissime carrellate, è significativa, ogni dettaglio conta. L’acqua, fotografata in modo sensazionale, è onnipresente. Ogni frase può essere sviluppata in elucubrazioni etiche e filosofiche e quindi dar inizio a discussioni senza fine. Lo stesso Tarkovski non ha mai voluto fornire spiegazioni precise in merito alle idee esposte nel film che è indubbiamente lento e, per qualcuno, lungo (2h35’) ... ma a ragion veduta, non poteva essere realizzato altrimenti.
Chiunque ami il Cinema (volutamente con la C maiuscola) dovrebbe guardare questo film anche se capisco che a qualcuno può pesare. La buona notizia è che la MosFilm ha reso di pubblico dominio una ottima copia del film in HD 720p che si trova su YouTube, con oltre una dozzina di sottotitoli (l’italiano tuttavia non è ben sincronizzato). Vi invito a fare almeno un test cliccando sul video in basso, apprezzerete subito la qualità delle immagini, anche in fullscreen.  


27  Saving Private Ryan (Steven Spielberg, USA, 1998) tit. it. “Salvate il soldato Ryan” * con Tom Hanks, Matt Damon, Tom Sizemore * IMDb  8,6  RT 93% * 5 Oscar (miglior regia, fotografia, montaggio, suono, effetti speciali) e 6 Nomination (miglior film, sceneggiatura originale, Tom Hanks protagonista, scenografia, trucco, commento sonoro) * 29° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
Senz'altro un ottimo film, meravigliano i mancati Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura originale che, per entrambe le categorie, furono assegnati a Shakespeare in Love (che dovrei riuscire a guardare di nuovo in settimana). In effetti c'è un solo attore di nome (Tom Hanks) non considerando Matt Damon, la cui parte è brevissima e il personaggio non sviluppato, ma ci sono tanti coprotagonisti di ottimo livello, come Paul Giamatti, Vin Diesel o Barry Pepper.
Nel complesso, regge benissimo questi primi 20 anni e mettendolo a confronto con i film bellici recenti come Dunkirk o Hacksaw Ridge questi risultano di gran lunga inferiori, sotto ogni aspetto.

      

26  Abracadabra (Pablo Berger, Spa, 2017) * con Maribel Verdú, Antonio de la Torre, Priscilla Delgado * IMDb  6,0  RT 100% (ma su solo 5 recensioni)
Avendo letto alcuni titoli di commenti, non mi aspettavo molto, ma ho voluto guardarlo comunque per l'eccellente lavoro precedente del regista Pablo Berger (Blancanieves) e per la coppia di attori protagonisti Antonio de la Torre e Maribel Verdú, molto bravo e versatile il primo, brava e con una grande mimica facciale la seconda.
Come c'era da aspettarsi da Berger, ci sono tante citazioni cinematografiche, le più evidenti delle quali sono Shining, 2001 Odissea nello spazio, Saturday Night Fever, L'uccello dalle piume di cristallo, oltre a vari altri film horror, campo nel quale non sono tanto ferrato da citarne i titoli.
Parte bene, presenta una varietà di personaggi singolari e crea ben presto i presupposti per una commedia nera geniale. Purtroppo, si perde per strada e non riesce a mantenere le aspettative. La conclusione, con la parte onirica, è piuttosto deludente.
Nel complesso appena sufficiente, si lascia guardare.

29  Buffalo ‘66 (Vincent Gallo, USA, 1998) * con Vincent Gallo, Christina Ricci, Ben Gazzara * IMDb  7,5  RT 78%
Film molto strano, che mi aveva incuriosito per i numerosi commenti assolutamente discordanti (oltre 300 su IMDb, con tanti 9 e 10 e tanti 1 e 2) e per il cast che non ho idea di come possa essere stato messo insieme! Il quasi illustre sconosciuto Vincent Gallo (regista, sceneggiatore, protagonista e autore del commento sonoro) è riuscito a coinvolgere in Buffalo ’66 vari attori ben più noti di lui, che appaiono in piccole parti o solo in una singola scena. Oltretutto Ben Gazzara, Anjelica Huston, Mickey Rourke, Rosanna Arquette, Jan-Michael Vincent (oltre a Gallo e alla co-protagonista Christina Ricci) sono gli unici professionisti, mentre quasi per tutti gli altri questa fu la loro unica apparizione sullo schermo.
La storia si sviluppa in meno di 24 ore, dal rilascio del protagonista dopo 5 anni di carcere al confuso finale. Qualche pregio da film indipendente ce l’ha, ma i dialoghi sono terribili ... ogni concetto è ripetuto almeno due o tre volte, spesso con frasi assolutamente identiche, nello stile dei piccoli mafiosi di Little Italy ai quali il cinema ci ha abituato. Le interpretazioni, anche quelle dei “grandi nomi”, sono molto sopra le righe (spero volutamente) e comunque lasciano molto a desiderare.

28  Llamenme Mike (Alfredo Gurrola, Mex, 1973) tit. int. “Call me Mike” * con Sasha Montenegro, Alejandro Parodi, Víctor Alcocer *  IMDb  7,3 
In patria (Messico) è quasi un cult, soprattutto per mettere in mostra (e in ridicolo) la ben nota corruzione nell’ambito della polizia, e per questo motivo ebbe problemi con la censura. Al di là della storia in sé e per sé, ci sono brevi scene geniali di puro humor nero, ma nel complesso è abbastanza scadente e spesso tende al livello di avanspettacolo.
Volevo recuperarlo per averne sentito parlare più volte, ma certamente non lo guarderò di nuovo.
Film evitabile.

sabato 19 gennaio 2019

5° gruppo di 5 micro-recensioni (21-25)

Ho iniziato e concluso questa quinta cinquina con due western classici degli anni ’40, entrambi ottimi, ma meno conosciuti e visti di tanti altri ben più noti, forse per essere in bianco e nero. Degli altri tre, il più famoso è finito all’ultimo posto, in quanto gli altri due, pur essendo poco incisivi, almeno hanno una sostanza ... mi dispiace per il giovane Sean Connery. Eccoli in ordine di mio gradimento.

   

  
21  The Ox-Bow Incident (William A. Wellman, USA, 1943) tit. it. “Alba fatale” * con Henry Fonda, Dana Andrews, Matt Briggs, Anthony Quinn * IMDb  8,0  RT 90% * Nomination Oscar come miglior film
Western all’antica, di quelli senza grandi sparatorie e senza indiani, senza infinite scazzottate e senza lunghissimi inseguimenti, pur essendoci ovviamente buoni e cattivi, mandriani, posse e sceriffi. Lo definirei un western “morale”, con una sua valenza che va ben al di là del periodo e dei luoghi. Infatti tratta, e molto bene, di verdetti affrettati e giustizia sommaria, frequenti allora e talvolta anche adesso, soprattutto in campo mediatico.
Alba fatale è quasi un film corale in quanto sono in tanti a confrontarsi e a discutere sul da farsi, padri contro figli, sceriffo contro il suo vice, un predicatore di colore, un giudice, un ubriacone rissoso e fra i più esaltati perfino una donna di una certa età che cavalca al lato degli altri, ben armata.
Un film poco relativamente poco conosciuto, che tuttavia è quasi un must per gli appassionati dei western e dei film di quell’epoca in generale.
 
25  My Darling Clementine (John Ford, USA, 1946) tit. it. “Sfida infernale” * con Henry Fonda, Linda Darnell, Victor Mature  *  IMDb  7,8  RT 100%
Altro western classico degli anni ’40, che stavolta si basa su un evento quasi mitico del West che vide protagonista uno dei più famosi sceriffi di sempre: Wyatt Earp. Il primo dei tanti western ad occuparsi di lui ed in particolare della sparatoria all’OK Corral (storicamente vera) fu Law and Order (1932, appena 3 anni dopo la morte di Earp); questo film di 14 anni dopo era già il quinto e altri 11 passarono prima di vedere la prima versione a colori, probabilmente quella più conosciuta: Gunfight at the O.K. Corral (1957, John Sturges) con Burt Lancaster and Kirk Douglas. Prima di fine secolo altri due film con grandi budget (e con grande rivalità) si occuparono della storia e uscirono quasi contemporaneamente: Tombstone (1993) con Kurt Russell e Wyatt Earp (1994) con Kevin Costner.
Come Alba fatale, anche Sfida infernale è un western asciutto, essenziale, con una ottima fotografia b/n degli esterni (al contrario, i fondali dei set sono troppo evidentemente posticci) e con attori che, pur senza godere di grandissima fama, certo non sfigurano al fianco dell’indiscusso protagonista Henry Fonda. Molti vedono la performance di Victor Mature (“Doc” Holliday) come la sua migliore e fra gli si distingue, ovviamente, Walter Brennan (il “vecchietto” di tanti western) che stavolta è un cattivo ... cattivissimo.

      

22  Land and Freedom (Ken Loach, UK, 1995) tit. it. “Terra e libertà” * con Ian Hart, Rosana Pastor, Icíar Bollaín  *  IMDb  7,6  RT 80%
Tratta della Guerra Civile spagnola della fine degli anni ’30 e mette in risalto la partecipazione di volontari stranieri nei gruppi rivoluzionari e soprattutto gli scontri fra le varie fazioni che, probabilmente, contribuirono involontariamente ma colpevolmente alla vittoria dei militari e alla successiva ascesa al potere di Franco. Il protagonista è un comunista inglese che si trova a combattere fianco a fianco, oltre che con spagnoli, con italiani, tedeschi, francesi. Lui, forse più degli altri, si trova spiazzato dagli attriti che si vengono a creare fra Brigate Internazionali, sindacati, anarchici, comunisti, esercito popolare, esercito basco e altri che, in teoria, avrebbero dovuto fare fronte comune.
Non ho approfondito i dettagli ma, conoscendo la serietà di Loach su questi temi, sono certo che la quasi totalità di quanto mostrato è storicamente vero e le varie vicende collaterali plausibili.
Film molto interessante, soprattutto per questo mostra di eventi storici e politici poco conosciuti (parlo per me, ma sono convinto di non essere il solo a sapere poco).
A parte i contenuti, e cinematograficamente parlando, non è fra i migliori di Loach.

24  Factotum (Bent Hamer, USA, 2005) * con Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei *  IMDb  6,6  RT 76% 
Uno dei vari film con che trattano del mondo di Bukowski... cominciò Marco Ferreri con Storie di ordinaria follia (1981, con Ben Gazzara) tratto dall’omonoma raccolta di short stories più o meno autobiografiche del discusso autore. Dopo vari altri lavori fra i quali Barfly (1987, con Mickey Rourke e Faye Dunaway) si giunge a questo Factotum che non è malvagio, ma certamente non coinvolge, lo definirei "ignavo". Si trascina stancamente e viene ravvivato solo da qualche citazione dai testi di Charles Bukowski che qui appare col nome Henry Chinaski (interpretato da Matt Dillon), pseudonimo che effettivamente utilizzava.  
A titolo di curiosità, sappiate che Factotum è stato il primo film al mondo ad essere proiettato con sistema digitale 4K (nel 2005, a Trondheim, Norvegia)

23  Goldfinger (Guy Hamilton, UK/USA, 1964) * con Sean Connery, Gert Fröbe, Honor Blackman  *  IMDb  7,7  RT 97%  *  Oscar per i migliori effetti speciali
Ho visto l’edizione speciale (restaurata e digitalizzata in 4k) di uno dei film più famosi di 007 e ho deciso di dargli una seconda opportunità (non sono amante del personaggio). Pur volendo concedere che molte pecche sono dovute agli oltre 50 anni di età, ho trovato la trama e il suo sviluppo veramente insulsi e scontati e le trovate originali e divertenti sono veramente limitate.
Ci sono film che reggono al passare degli anni, altri - come questo - che vanno bene solo per la loro epoca. Si deve però riconoscere che, a partire dalle varie interpretazioni di James Bond (casi nei quali si limitava ad apparire come il bel fusto di turno), Sean Connery ha fatto molto strada e si è dimostrato attore versatile e più che decente.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

lunedì 14 gennaio 2019

4° post cumulativo di micro-recensioni 2019 (16-20)

Ho iniziato questa quarta cinquina con tre film giapponesi molto diversi fra loro, due degli anni ’60 (uno diretto da un regista classico ma molto eclettico, Kobayashi, e l’altro da uno d’avanguardia, il solito Masumura) mentre l’ultimo è dell’inizio di questo secolo, diretto da Hirokazu Koreeda (ora sulla bocca di tutti per aver diretto Shoplifters) e l’ho completata con due più che piacevoli sorprese. Eccoli in ordine di mio gradimento.

    
  
19  Paradise (Andrey Konchalovskiy, Rus, 2016) tit. or. “Ray” * con Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne, Peter Kurth * IMDb  7,0  RT 70%  * Leone d’Argento per la regia, Nomination Leone d’Oro a Venezia 2016
Dopo un avvio lungo, lento e un po’ spiazzante, che tuttavia alla fine appare assolutamente giustificato, Paradise prende quota e con un montaggio solo apparentemente confuso, che include flashback alternati a "interviste" e vita reale, giunge a un ottimo finale. Altra particolarità di questo film è l'ottimo bianco e nero che si distingue dai soliti per essere spesso volutamente sovraesposto e perfino le dissolvenze sono al bianco e non al classico nero. Anche le "interviste" sono a ragion veduta montate come una semplice sequenza di spezzoni che si interrompono repentinamente, e particolare è anche l'inserimento di quelli che sembrano dei fine bobina. Anche le interpretazioni di Yuliya Vysotskaya, Christian Clauss, Philippe Duquesne nei panni dei tre protagonisti sono più che convincenti.
Secondo me è uno di quei buoni film giudicabili solo alla fine della visione poiché si ha bisogno di tutti i pezzi per trovare la quadratura, per comprendere i personaggi e il motivo delle “interviste”.
Nonostante la struttura quasi da film sperimentale, è da non perdere.

16  The Inheritance (Masaki Kobayashi, Jap, 1962) tit. or “Karami-ai” con Keiko Kishi, Tatsuya Nakadai, Sô Yamamura *  IMDb 7,5
Altro ottimo film di Kobayashi, girato fra i suoi due capolavori: The Human Condition (1961, IMDb 8,8) e Seppuku (1962, aka Harakiri, IMDb 8,7  RT 100%). Non a caso è inserito nella collezione Criterion.
Il regista, uno dei membri del cosiddetto Yonki no Kai (Club of the 4 Cavalieri, con Akira Kurosawa, Keisuke Kinoshita e Kon Ichikawa), dirige alla perfezione questo adattamento del romanzo di Norio Nanjo, facendone un film non solo drammatico (come classificato da IMDb) ma un ottimo noir moderno giapponese. Infatti, sono in molti ad ambire alla ricca eredità di un magnate che sa di dover morire entro un anno e alleanze, bugie, tentativi di truffa e minacce si susseguono a ritmo vertiginoso e, ovviamente, con molti colpi di scena.
Più che consigliato, ma non dimenticate di guardare anche gli altri due succitati lavori di Kobayashi.

      

17  La casa degli amori particolari (Yasuzô Masumura, Jap, 1964) tit. or “Manji” tit. int. “Passion” * con Ayako Wakao, Kyôko Kishida, Eiji Funakoshi, Yûsuke Kawazu  *  IMDb 7,1
Altro originale film di Masumura, con una singolare trama che passa da una infatuazione fra due donne (di età e ceto diversi) a un quasi triangolo che strada facendo cambia un vertice. Fra dominazione, perdita di senso comune e ricatti, spesso lo spettatore viene sviato e sorgono dubbi in merito a chi sia la vera vittima e a chi persegue fini illeciti, senza essere chiaro come e quali siano. Per quanto a tratti incredibile, la dipendenza quasi totale per "amore" è fatto ben noto e, purtroppo, incontrovertibile ... e questo è il tema ben proposto dal film.
Nonostante l’ennesimo fuorviante titolo italiano (a dir poco creativo), è un film che merita senz’altro una visione.

20  The Great Flamarion (Anthony Mann, USA, 1945) tit. it. “La fine della signora Wallace” * con Erich von Stroheim, Mary Beth Hughes, Dan Duryea * IMDb  6,6 
Appena notato il volto di Eric von Stroheim sulla copertina del dvd, non ho esitato a prenderlo, anche contando sul fatto che il regista fosse Anthony Mann. Uno strano film noir degli anni ’40, che tuttavia si “suicida” partendo dalla fine e poi iniziando la narrazione degli eventi precedenti in un unico lungo flashback. Attori principali di livello con von Stroheim perfetto nel personaggio del tiratore infallibile Flamarion (ma lo preferisco senz’altro come regista), Dan Duryea nel ruolo di un alcolizzato poco di buono (inusuale per lui) e Mary Beth Hughes nei panni di un’artista fallita ma mangiauomini ne fanno un buon film, ma non capisco la decisione di eliminare la suspense anticipando il finale.
The Great Flamarion (tanto per cambiare distribuito in Italia con titolo ridicolo) è uno dei primi noir diretti da Mann ma nonostante il buon cast resta un film poco conosciuto anche se quasi tutti gli amanti del genere lo apprezzano e lo reputano ampiamente sottovalutato.
Da guardare.

18  Distance (Hirokazu Koreeda, Jap, 2001) * con Arata Iura, Yûsuke Iseya, Susumu Terajima  *  IMDb  7,1  RT 80%
Terzo film diretto da Hirokazu Koreeda, regista giapponese del momento per essere sulla bocca di tutti per aver diretto Shoplifters (2018, probabile candidato all’Oscar, ne ho parlato la settimana scorsa). Essendomi piaciuti i suoi precedenti film ero rimasto deluso dal suo più recente lavoro e lo sono ancor di più da questo Distance, di ormai quasi 20 anni fa. L’ho trovato slegato e confuso, con dialoghi vaghi, assolutamente non coinvolgente nonostante la drammaticità degli avvenimenti. 
Se vi piacesse Shoplifters (il più facile da guardare in questi mesi al cinema) cercate di recuperare Little Sister (2015) e, in seconda battuta, anche Like Father, Like Son (2013) e After the Storm (2016), tutti e tre secondo me senz’altro migliori.

I film sono disposti in ordine di (mio) gradimento, il numero indica solo l'ordine di visione. In attesa di importarle nel mio sito, e finché Google+ rimarrà attivo, si può accedere a tutte le altre micro-recensioni cliccando sui poster in queste pagine

venerdì 15 giugno 2018

Altra perla della cinematografia giapponese

Non meraviglia il fatto che questo ottimo film sia poco conosciuto al di fuori di uno stretto ambito di cinefili. 
Si tratta di una realizzazione quasi unica nel suo genere, fra avanguardia ed estetica, senza alcun dubbio un arthouse movie che miscela sapientemente argomenti politici e sociali attorno ad una trama ispirata ad una tragedia greca ed ambientata nel mondo omosessuale (tutto questo una cinquantina di anni fa!) 

166  Funeral Parade of Roses 
(Toshio Matsumoto, Jap, 1969)
tit. or. Bara no sôretsu
con Pîtâ, Osamu Ogasawara, Yoshimi Jô
IMDb  8,2  RT 86%

Film fra finzione e documentario, con qualche inquadratura nello stile classico giapponese e tanta avanguardia e cinema sperimentale, una strizzata d’occhio alla Nouvelle Vague e citazioni di pietre miliari della storia cinema come Un chien andalou (Buñuel, 1929) con la famosissima scena dell’occhio trasformata e duplicata, di Edipo Re (P. P. Pasolini, 1967) con i protagonisti che si fermano davanti ad una serie di manifesti del film. In quest’ultimo caso c’è anche il riferimento alla tragedia greca alla quale vagamente Bara no sôretsu si ispira. 
   
A ciò si aggiungano tanti (profondi) aforismi in sovrimpressione, un breve ma profondo soliloquio sulle maschere (in senso lato), tanti primi piani di parti non immediatamente identificabili di uno o due corpi nudi, inserti di foto e scene di pochissimi fotogrammi, meno di un secondo, anche in velocissime sequenze (alla Kubelka), interviste e riprese di riprese sul set, flashback e flashforeward, alcuni dei quali sono inquadrature fisse riproposte tante volte, riprese rallentate e accelerate ed una di queste ultime - la “rissa” - è stata adattata e riproposta da Kubrick in Clockwork Orange, montaggio non convenzionale ... lo definirei artistico-creativo, immagini distorte, disegni di arte moderna che rappresentano volti deformati, spesso con tanti occhi, manifestazioni in strada per richiedere lo smantellamento delle basi militari americane e tanto altro.
   
   
Detto così può sembrare un film confuso e invece ha una trama drammatica con una sua linearità ed il fatto di svolgersi in ambiente gay e trasgender, con scene di sesso quasi esplicito e discussioni sull’uso di droghe, diventa quasi un fattore incidentale. Le interviste ai protagonisti (non professionisti, al loro esordio) in merito alla loro realizzazione come persone, alle prese di coscienza del loro essere, alle prospettive per il futuro sono significative e ben distribuite nell’arco di tutto il film, senza mai diventare critiche, derisorie o volgari.
   
Dopo vari short, anche per il regista Toshio Matsumoto si tratta di un esordio, per altro molto positivo, per quanto riguarda la regia di un lungometraggio; Funeral Parade of Roses è il primo dei suoi soli 4 film girati in 20 anni. Seguirono Shura (1971, aka Demons oppure Pandemonium), Juroku-sai no senso (1973) e Dogura magura (1988), ma solo il primo di questi 3 rimase ad un livello simile a Funeral Parade of Roses, gli altri due non riuscirono a dire quasi niente di nuovo e, del resto, il grande momento della New Wave e del cinema d'avanguardia degli anni '60 era ormai passato.
Toshio Matsumoto è comunque uno dei due registi veramente innovatori nel cinema giapponese, insieme con il più noto, che non equivale a dire migliore in assoluto, Nagisa Oshima.
Da notare che le rose del titolo hanno un doppio significato in quanto non solo sono i fiori preferiti di uno dei protagonisti (vedi foto sopra), ma nel gergo giapponese di allora rose era sinonimo di uomo chiaramente effeminato, equivalente al pansy (violetta) in inglese.