venerdì 13 dicembre 2019

La frittata di scammeri (o scammaro) … ottima ma dimenticata

La frittata di scammeri secondo me è la regina delle frittate di pasta … e non usa uova! Se non la conoscete, trovate la variante che più vi convince e provate a realizzarla; probabilmente non sarà facile al contrario di quanto asserito da tanti, ma cimentatevi comunque senza paura di eventuali insuccessi! A meno di disastri (pasta bruciata o troppo salata = immangiabile) nella peggiore delle ipotesi la frittata non sarà coesa ma resterà un ottimo piatto di pasta con capperi, olive e acciughe


A questa ricetta di “magro” viene spesso associato anche l’aggettivo “povera”, cosa assolutamente non vera al giorno d’oggi (e forse neanche nell’800) nel caso si vogliano utilizzare tutti i possibili ingredienti citati nel Trattato di cucina teorico pratica (1837, redatto da Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino), probabilmente la prima ricetta scritta ma certamente non inventata da lui. Infatti oltre agli indispensabili ingredienti quali pasta, olio, aglio, olive nere (possibilmente "di Gaeta"), capperi e aggiughe (o alici salate) consentiva anche l’aggiunta di passi e pinoli e, volendo, un po’ di pomodoro. Oltre alla totale assenza di uova (e su questo sono tutti d’accordo) nella frittata di scammeri dei miei ricordi di oltre mezzo secolo fa (un classico a casa di mia nonna) non comparivano certo gli ultimi tre ingredienti. Comunque sia, ho l’impressione che ben pochi conoscano questa ricetta (unica nel suo genere) della cucina tradizionale napoletana e sono anche convinto che fra quelli che sono al corrente della sua essenza pochi l’hanno effettivamente assaggiata e molti meno l’hanno personalmente preparata.
Negli ultimi anni, in questa frenesia di ricette, food show, gare fra chef o aspiranti tali, lezioni di cucina e simili, questo piatto è stato riportato a nuova vita (mediatica) e quindi in rete troverete tante notizie e video dimostrativi, tutti abbastanza simili anche se con molte piccole varianti. Di conseguenza procederò per sommi capi riferendomi a quella che si faceva a casa di mia nonna, come tutte le ricette tradizionali (pastiera, lasagna, minestra maritata, …) adattata ai gusti della famiglia o eseguita come era sempre stata preparata dalle generazioni precedenti.



In parole povere si tratta di una frittata di pasta lunga (da spaghetti a vermicelloni, trafile più sottili si ammasserebbero) tenuta insieme dalla crosta creata dalla parte esterna resa dura e croccante dalla frittura, mentre l’interno resta morbido e ben condito con capperi, olive di Gaeta e acciughe, precedentemente scottate in aglio e olio. Da questa descriizione sembrerebbe di facile realizzazione, ma non è proprio così! In realtà, pur essendo semplice nel suo complesso, la perfetta riuscita della ricetta è condizionata da un’azione di pochi secondi eppure fondamentale: rivoltare la frittata a metà cottura. 
Infatti, dopo il necessario quarto d’ora durante il quale si crea una consistente crosta dal lato a contatto con l’olio in padella, la parte superiore ancora non è amalgamata e nel capovolgimento si dovrà tener conto dell’olio in padella (non è un’omelette che è sostanzialmente asciutta). A seconda dei casi si può far colare l’olio in eccesso in un contenitore e rimetterlo nella stessa padella prima di farci scivolare la frittata dal piatto (o coperchio) utilizzato per capovolgerla o, se si giudicasse insufficiente la quantità d’olio, se ne dovrebbe aggiungere q.b. e riscaldarlo per bene prima di dare inizio della crostificazione dell’altra faccia.
Un’ultima (ma piacevole e secondaria) difficoltà si presenta a chi la mangia, sia nelle vesti di autore sia in quelle di fortunato assaggiatore. Una frittata di scammeri ben fatta avrà una crosta croccante e nel tagliarla pezzetti di vermicelli arruscati schizzeranno in varie direzioni mentre la parte interna si sfalderà; le parti aderenti alla crosta si potranno appizzare, quelle solo interne, almeno in parte, si potranno anche arravogliare. Va mangiata calda sia per apprezzare al meglio sapore e aroma, sia perchè nel raffreddarsi troppo la crosta diventa coriacea e quasi un po' gommosa.
In quanto al rivoltare la frittata, visto che non è facile come per altri tipi che contano sull’effetto legante dell’uovo, ho voluto guardare velocemente vari video per vedere i “grandi chef” (quasi tutti autori di "trattati", testi o blog di cucina) all’opera e ho notato che quasi tutti mostrano come cuocerla nei lati ruotando la padella almeno in 4 posizioni diverse, poi dicono che è giunto il momento di girarla ed improvvisamente appare la frittata miracolosamente già capovolta nella padella. Ho visto qualcuno che la gira senza preoccuparsi dell’olio che inevitabilmente dovrebbe colare, altri che non riescono a nascondere un fondo bruciato per poi apparire perfetto nelle immagini successive. Non ne ho visto nessuno che esegue il capovolgimento personalmente davanti alla telecamera!
Nei vari post leggerete varie versioni in merito all’etimologia di scammaro e i più propongono una interpretazione monastica, sostenendo che deriva dal verbo cammarare (mangiare nella propria cella e non con i confratelli). Infatti, ad alcuni monaci con particolari problemi di salute era consentito di continuare a mangiare senza limitazioni anche in periodo di quaresima, vigilie e venerdì mentre gli altri osservavano l’astinenza dalle carni e assimilati. Questa teoria non mi convince e quindi (a naso) proprendo per altre ipotesi etimologiche che rimandano a termini latini, greci o arabi e mi sembravano più credibili.
Tornando alla gastronomia mediatica moderna, mi infastidisce il continuo ripetere extravergine in questa come in qualunque altra ricetta che preveda uso di olio d’oliva (come se gli altri, usati da sempre, fossero da buttare) e il fatto che tutti rimuovano l’aglio dal soffritto. In quanto alla prima raccomandazione vorrei sapere chi è in grado di distinguere al palato un olio con 0,7 di acidità da uno con 0,9 (il limite massimo per la denominazione EVO è 0,8) e oltretutto i tanti che come me vivono in area di produzione (dalla Liguria alla Sicilia) sanno benissimo che, contando su olio locale, il tutto si riduce ad una questione di gusto e aroma. E anche questo incide sulla “non povertà” della ricetta completa proposta da più “chef”; i lettori che fanno la spesa ben sanno che oggi molti EVO italiani si pagano (ma non valgono) il doppio dei normali oli di oliva e che capperi e pinoli non sono assolutamente economici.



   

In quanto all’uso dell’aglio, vorrei ricordare che, al di là dei suoi tanti pregi e meriti sia alimentari che salutari, è la base di tantissime apprezzate cucine in tutto il mondo e raramente viene rimosso. E parlando di cucina internazionale, vorrei citare un’ennesima similitudine fra cucina napoletana e quelle dell’estremo oriente. I cake noodle con chow mein (o mien) sono pressoché identici alla frittata di scammeri - in quanto senza uova - con la sola differenza che tradizionalmente sono preparati senza altri ingredienti ma serviti coperti con verdure o carni soffritte (di solito con salsa di soia), al contrario delle olive e acciughe che si trovano all’interno della nostra frittata. 
Sopra, nell'ordine, cake noodle tagliati in rettangoli e coperti da beef e broccoli, poi con verdure e anacardi e infine con flank steak e snow peas (simili ai fagiolini mangiatutto piattoni).
Come è noto, negli Stati Uniti molte cucine si sono adattate ai gusti americani ed alcune si sono contaminate creando piatti fusion … guardate la Kimchi Noodle Cake (foto in calce) proposta a New York, nella cui ricetta si specifica che i noodles possono essere sostituiti da spaghetti!).

giovedì 12 dicembre 2019

77° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (381-385)

Recupero di un film relativamente ben quotato, eppure mai sentito nominare nonostante la presenza da protagonista di uno dei miei attori/registi preferiti: John Cassavetes. Lo accompagnano un classico politico anti-americano di Costa-Gavras (ma si tratta di storia), un film di Rivette fra i meno noti di quelli della Nouvelle Vague francese e due film tecnicamente buoni ma assolutamente deprimenti (non per niente diretti da Kieslowski e Haneke).

    

383  Mikey and Nicky (Elaine May, USA, 1976) * con Peter Falk, John Cassavetes, Ned Beatty * IMDb 7,3 RT 84%
Si tratta quasi di un pezzo da teatro con praticamente solo due protagonisti che discutono all’infinito in modo pressoché assurdo. John Cassavetes interpreta Nicky, un piccolo allibratore che è convinto che qualcuno voglia ucciderlo e per questo chiama in suo aiuto il suo amico Mikey (Peter Falk). Nel cuore della notte e poi fino al mattino i due andranno giro litigando, il primo vicino alla paranoia schizofrenica e il secondo cambiando atteggiamenti fra il troppo accondiscendete e il giustamente ricattatorio nel tentativo di far ragionare l’amico.
Ottima l’interpretazione dei due, soprattutto quella di Cassavetes; sceneggiatura a tratti ripetitiva e talvolta esagerata.
Merita senza dubbio una visione.

382  État de siège  (Costa-Gavras, Fra/Ita, 1972) tit. it. “L’Amerikano” * con Yves Montand, Renato Salvatori, O.E. Hasse * IMDb 7,8 RT 92%p 
Film molto controverso, basato su eventi reali ma con retroscena fortemente negati dagli statunitensi. La sceneggiatura dell’italiano Franco Solinas (autore di tanti film a sfondo politico: Mr. Klein, Il sospetto, Salvatore Giuliano, Queimada, La battaglia di Algeri, …) tratta del rapimento di un americano di stanza in Uruguay negli anni ’70, ufficialmente dirigente locale dell’USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale) ma in effetti consigliere della polizia antiterrorismo, direttamente coinvolto nel contrasto ai tupamaros, torture e organizzazione degli squadroni della morte.
Non è quindi strano che il film fu quasi bandito negli USA e che ebbe un buon successo in Europa, sulla scia di Z – L’orgia del potere dello stesso Costa-Gavras (1969, Oscar come miglior film straniero).
Pur se a tratti quasi documentaristico, merita senz’altro di essere guardato.

      

381  Céline et Julie vont en bateau (Jacques Rivette, Fra, 1974) * con Juliet Berto, Dominique Labourier, Bulle Ogier  * IMDb 7,4  RT 100% 
Film veramente originale, pressoché indefinibile, a base di doppelganger, magia e telepatia, fra il surreale, l'onirico e il parapsicologico.
Rivette apre questo film di ben 3h20' con una lunga scena nella quale Julie prima insegue e poi segue Celine; i dialoghi iniziano solo dopo una dozzina di minuti. Le due ben presto entrano in sintonia e si divertiranno a vivere una vita parallela in cui ci sono altre tre donne alle quali più volte si sostituiranno, scambiandosi anche i rispettivi ruoli.
Molte sono le scene simili ma con interpreti diverse, non sempre facilmente riconoscibili per l'uso di varie parrucche. I dialoghi sono talvolta surreali, le protagoniste usano gli effetti magici degli “occhi di piccoli dinosauri” che servono per passare da una realtà all'altra. Per questo molti vedono nella trama numerosi riferimenti ad Alice nel paese delle meraviglie.
Film senz’altro non facile che lascia molto spazio alla libera interpretazione. Pur essendo “lento” come altri film di Rivette, la lunghezza non si fa sentire più di tanto grazie alla buona narrazione di eventi poco prevedibili … le sorprese sono ad ogni angolo.
Più che consigliato per i cinefili, poco digeribile per gli altri.

384  Bez konca (Krzysztof Kieslowski, Pol, 1985) tit. it. “Senza fine” * con Grazyna Szapolowska, Maria Pakulnis, Aleksander Bardini * IMDb 7,5  RT 90% 
Si potrebbe affermare che la giovane vedova protagonista del film serva da pretesto a per affrontare altri argomenti come la legge marziale emanata dal gen. Jaruzelski in Polonia nei primi anni ’80 per cercare di contrastare il crescente successo di Solidarnosc, il sindacato di Lech Walesa. Oltre a ciò c’è comunque una analisi dei tormenti della donna che non riesce a metabolizzare la perdita del compagno, nonostante i vari tentativi in diverse direzioni. I suoi patimenti, così come i suoi sforzi per superarli appaiono però un po’ esagerati.
Come quasi sempre accade per i film di Kieslowski, la regia è impeccabile ma la sceneggiatura deprimente.

385  Der siebente Kontinent (Michael Haneke, Aut, 1989) tit. it. “Il settimo continente” * con Birgit Doll, Dieter Berner, Leni Tanzer * IMDb 7,8  RT 67% 
Avrei quasi voluto (e potuto) unificare questa micro-recensione e la precedente relativa a Bez konca di Kieslowski, per l’affermazione “regia impeccabile, sceneggiatura deprimente”. Qui la storia è ancor più tragica e può sembrare assurda, eppure è una interpretazione di una storia vera. In questo campo non posso dire di più per evitare spoiler. La storia, al limite della follia, è ben descritta nel suo crescendo fino ad un certo punto, ma verso la fine si dilunga troppo su particolari in effetti ripetitivi.
Buone le interpretazioni ed anche la regia, la prima di Haneke.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

domenica 8 dicembre 2019

Ultime note hawaiiane: piatto, bevanda, agrume e Natale

Anche questa "spedizione" è giunta al termine e a quanto scritto nei precedenti post aggiungo qualche singolarità: pokekava (awa alle Hawaii), pummelo (pomelo) e addobbi natalizi a Honolulu.

Il terzo tacchino (vedi precedente post) era accompagnato da altri piatti locali fra i quali vari tipi di poke (pesce crudo marinato) e dalla mitica kava.
Con la dilagante invasione dei cibi orientali ormai il poke si anche trova in Italia, ma quelli di Oahu sono certamente più originali e sono fra i miei piatti preferiti. 
Oggi molto comune in Giappone anche se, in realtà, è certamente originario delle Hawaii, si trova in varie versioni le cui più diffuse sono quelle a base tocchetti di pesce, soprattutto aku (tonnetto striato) o ahi (tonno pinna gialla), o di polpo (heʻe). Alghe e sale marino sono indispensabili, le salse cambiano molto in base alle aree.

Come “aperitivo” mi è stata offerta la mitica kava, bevanda derivata dalle radici del Piper methysticum, pianta originaria delle isole del Pacifico occidentale.
La bevanda è in un certo senso discussa in quanto produce effetti in parte simili a quelli dell'alcool o di droghe leggere ma certamente non produce assuefazione né dipendenza, né induce aggressività o propensione alle liti, piuttosto facilita una calma conversazione a bassa voce, è quasi soporifera, inducendo una certa sonnolenza … quasi una camomilla. Dicevo discussa in quanto, seppur tradizionalmente quasi sacra nelle isole del Pacifico dove viene consumata in abbondanza anche in eventi ufficiali, non si conoscono a fondo gli effetti del suo consumo massiccio e prolungato. Ciò ha fatto sì che in vari periodi la kava sia stata bandita e tutt’oggi vari medicinali a base di estratti di Piper methysticum sono commercializzati liberamente in alcuni paesi, proibiti in altri.
I presenti alla cena, consumatori settimanali (weekend) e tutti legati in un modo o nell'altro alle isole dove è culturalmente inserito come Fiji e Filippine, hanno contribuito con le loro preparazioni (quasi una pasta) che vengono poi allungate con acqua a temperatura ambiente, e servite da una ampia coppa conica (kava bowl) che poggia su 4 o più piedi, tutto realizzato da un unico pezzo di legno. La coppa viene solo risciacquata, ma mai lavata … come si faceva con le macchinette da caffè napoletane. Solitamente la kava viene servita in coppette ricavate da noci di cocco tagliate a metà e poi levigate; molti hanno la loro “tazza personale”, che portano con sé.
Mi era stato anticipato il sapore amaro (gusto che preferisco insieme al piccante) che per molti “esordienti risulta quasi disgustoso, ma non mi è sembrato particolarmente tale. Mi sono fermato a tre abbondanti tazze perché non volevo riempirmi lo stomaco di liquidi primi di mangiare, ma non ho percepito alcun effetto particolare.


I frutti degli alberi di Citrus maxima (pomelo, pummelo, jabon, shaddock, pampaleone) sono certamente fra i più grandi visto che arrivano a pesare perfino 4 chili; quelli che settimanalmente arrivavano al Foster Botanical Garden (gentilmente offerti da uno dei giardinieri che ne produceva in abbondanza) si aggiravano sui 2 kg, quello della foto uno dei più piccoli. Il frutto è ormai sempre più in voga per i suoi effetti benefici, strano che abbia tardato tanto. Si tratta di uno degli agrumi più antichi, fra i capostipiti, dall’ibridazione del quale derivano sia il pompelmo (più amaro) che il cedrangolo (arancio amaro) da noi usato per lo più come portainnesto di tante altre specie di agrumi. Ha aspetto piriforme, una buccia molto spessa e la pelle che racchiude ciascuno spicchio è quasi immasticabile e per questo viene di solito rimossa. Molto succoso, ha sapore molto gradevole e bilanciato: meno dolce delle varie arance, meno aspro di limoni e mandarini, meno amaro dei pompelmi. 


Curiosità: 
davanti alla sede storica del municipio (Honolulu Hale), ogni anno viene montata una scenografia nella quale dominano le enormi figure di Shaka Santa (Papà Natale, shaka dall’ormai noto gesto amichevole e augurale) e la sua compagna Tutu Mele, attorniati da tartarughe e pinguini.

venerdì 6 dicembre 2019

76° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (376-380)

Gruppo molto eterogeneo per data e provenienza se non per la coppia di film messicani, per puro caso simili nel proporre lo sfruttamento degli indigeni specialmente nel secolo scorso. Gli altri tre sono un anglo-americano e un nippo-singaporiano attuali e un francese del 1936. 
Nel complesso una più che soddisfacente qualità e varietà. 

   

376  Rocketman (Dexter Fletcher, UK/USA, 2019) * con Taron Egerton, Jamie Bell, Richard Madden * IMDb 7,4  RT 89% * Nomination Queer Palm a Cannes
Film ovviamente biopic musicale ma solo poche scene sono da musical (con coreografie). Come tutti sanno, ricostruisce la vita di Elton John mostrando avvenimenti salienti e persone che hanno avuto ruoli importanti nel campo affettivo e/o artistico. 
La buona regia porta ad una narrazione snella, ben strutturata, con un montaggio spesso rapido che predilige i particolari; le interpretazioni sono sostanzialmente buone, anche quelle dei giovani Elton (Matthew Illesley e Kit Connor, 9 e 14 anni) e senz'altro quella di Taron Egerton che ricopre il ruolo di Elton John adulto. Non so se i numerosissimi costumi e accessori sfoggiati sono esatte repliche di quelli esibiti dall'artista, ma certamente sono affascinanti per creatività e colori (in particolare occhiali e calzature).
Film più che piacevole e, nel complesso, ben realizzato che tende a mostrare molto del lato umano di Elton John lasciando quasi in secondo piano le sue notissime canzoni delle quali frequentemente si ascoltano brevi spezzoni.
Ottimo film di genere montato con vari flashback. 
Consigliato ... e non lo dice un rockettaro.

377  Ramen Shop  (Eric Khoo, Jap/Sing, 2018) Ramen Teh * con IHARA, Takumi Saitoh, Seiko Matsuda * IMDb 6,8  RT 83% 
Il soggetto riporta un po' alla mente la trama del cult culinario Tampopo, (1985, Jûzô Itami) ma in questo caso procede parallelamente ad una non semplice storia familiare e a rivendicazioni etnico politiche fra giapponesi, cinesi e singaporiani.  
Chi ha familiarità con le cucine orientali non potrà fare a meno di avere l'acquolina in bocca, entusiasmarsi guardando gli ingredienti, le preparazioni e le pietanze impiattate, invidiare quelli che le stanno degustando. La parte relativa alla famiglia multietnica, che comprende tre generazioni è più complicata, a tratti toccante.
Anche se il titolo rimanda ai ramen (tipo di vermicelli comuni soprattutto in Cina e Giappone) la ricerca del protagonista è più orientata a ritrovare dei sapori della sua infanzia, in particolare quelli della pork rib soup (zuppa di costine di maiale).
Risulta coinvolgente (per chi ha esperienza nel ramo) la passione con la quale vari dei protagonisti parlano delle ricette, le mettono in pratica e assaggiano con sguardo trasognato.
L'alternanza fra i complicati rapporti umani e i dettagli gastronomici è bilanciata e ben gestita, anche se si potrebbe obiettare che, forse, i flashback sono un po' troppi.
Buon film per tutti, ottimo per appassionati di cucine orientali.

      

380  Le crime de Monsieur Lange (Jean Renoir, Fra, 1936) * con René Lefèvre, Florelle, Jules Berry * IMDb 7,4  RT 100% 
Difficile da categorizzare con precisione in quanto il rapido svolgimento degli avvenimenti presenta parti romantiche e parti quasi da commedia, c’è ovviamente un crimine e il criminale in fuga e questo non è uno spoiler in quanto si tratta della prima scena, poi il film prosegue quasi completamente con un lungo flashback. Un accorsato editore, con tanto di grande tipografia e decine di dipendenti, vive molto poco moralmente circuendo ragazze (per lo più sue dipendenti), imbroglia, truffa, appare sotto mentite spoglie, accumula debiti, ma tentando sempre di apparire come uomo di mondo, ricco e generoso … purtroppo non è così.
Ben diretto ed interpretato, scorre piacevolmente in un turbine di avvenimenti, amoreggiamenti e seduzioni. Da sottolineare che adattamento e dialoghi sono di Jacques Prévert, storia e sceneggiatura di Renoir.
Merita certamente la visione.

379  Rosa Blanca  (Roberto Gavaldón, Mex, 1961) * con Ignacio López Tarso, Christiane Martel, Reinhold Olszewski * IMDb 7,4
Come anticipato, è per puro che mi è capitato di guardare i due film messicani di questo gruppo uno dopo l’altro. Dicevo in parte simili in quanto questo si occupa dell’esproprio (ma si tratta di vera e propria rapina) di una fiorente attività agricola e di allevamento da parte delle compagnie petrolifere americane. I fatti si svolgono nello stato di Veracruz verso la fine degli anni’30 e si fa riferimento ad avvenimenti storici reali che poi portarono alla nazionalizzazione del petrolio messicano (PEMEX) e alla espulsione delle compagnie statunitensi.
Insolito film per Gavaldón per la sua chiara valenza politica (per 11 anni bloccato, uscì in Messico solo nel 1972); negli anni ‘40 e ‘50 il regista si era dedicato più che altro (e con successo) ai noir, crime e drammatici, e nel 1960 il suo Macario (per i contenuti spesso paragonato al Il settimo sigillo di Bergman, 1957) era stato candidato Oscar come miglior film straniero.
Buon film, ben interpretato e diretto, che conta anche sull’ottima fotografia di Gabriel Figueroa, un genio del bianco e nero, che fra i suoi oltre 200 film ne annovera tanti con Emilio Fernández “El Indio” e vari con Luis Buñuel.

378  La rebelión de los colgados  (Alfredo B. Crevenna, Mex, 1954) tit. it, “La ribellione degli impiccati” * con Pedro Armendáriz, Ariadne Welter, Víctor Junco * IMDb 6,8  * Nomination Leone d'Oro a Venezia
Al contrario del precedente nel quale una grande compagnia straniera si impossessava di un rancho messicano ben amministrato e con un buon trattamento dei peones, in questo caso lo scontro è tutto fra messicani … con avventurieri senza scrupoli e i loro capataz che letteralmente schiavizzavano quelli costretti (con ricatti e truffe) a lavorare per loro nello sconsiderato sfruttamento delle foreste di caoba, albero utilizzato per il suo pregiato legname, simile al mogano.  
Il titolo italiano chiaramente sbagliato anche se, questa volta, semplicemente tradotto male. Se fossero stati gli impiccati si ribellarsi si sarebbe trattato di un horror; in questo caso l’interpretazione corretta di colgados è “appesi”, non “impiccati”. Infatti chi era insubordinato o non riusciva a tagliare la quantità di legname diaria stabilita veniva lasciato penzoloni l’intera notte con i polsi legati insieme, dopo essere stato frustato.
La sceneggiatura è un adattamento del quinto romanzo (1936) facente parte del cosiddetto Ciclo della Caoba di B. Traven ed ambientato in Chiapas, durante gli ultimi anni della dittatura di Porfirio Díaz, si riferisce quindi ad avvenimenti di poco precedenti a quelli narrati in Rosa Blanca
Anche questo merita la visione non solo per il modo nel quale è realizzato (alla regia contribuì anche Emilio Fernández “El Indio”, seppur uncredited) ma anche per lo spaccato storico-sociale del Messico degli ani ’30.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

martedì 3 dicembre 2019

75° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (371-375)

Gruppo nel complesso sotto la media e nettamente fuori dei miei soliti standard visto che comprende ben 3 sci-fi.

   

371  Blade Runner final cut (Ridley Scott, USA, 1982-2007) * con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young * IMDb 8,1  RT 89%  *  2 Nomination Oscar (scenografia ed effetti speciali)  *  168° nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Nel mio continuo alternare generi, paesi e periodi, sono tornato alla fantascienza sci-fi (genere non fra i miei preferiti) in quanto ho avuto occasione di ri-guardare questo film nella sala dell’Honolulu Museum of Art nella versione final cut, proiettata la settimana scorsa con la scusa che l’azione del film si svolge ufficialmente nel novembre 2019.
Si conoscono 7 montaggi diversi di Blade Runner più una prima estesissima di circa 4 ore per i soli Studios, ma l'unica per la quale tutte le decisioni sono state prese da Ridley Scott è questa cosiddetta final cut che non si chiama director's cut perché il nome era stato già utilizzato per l’edizione del decennale.
In pratica, ci sono 3 versioni principali che avreste potuto vedere:
1) la più comune è quella standard del 1982, con voce fuori campo, con un happy ending voluto dalla produzione, che lasciò scontento il regista che desiderava maggiore ambiguità. La voce fuori campo serviva sia a chiarire alcuni aspetti del passato di Rick Deckard (Harrison Ford) sia a richiamare la struttura classica dei noir al quale questo sci-fi può esser in buona parte assimilato.
2) la cosiddetta director's cut del 1992 realizzata sulla base di appunti di appunti di Ridley Scott, che era in quel momento impegnato con le riprese di Thelma & Louise. Spariscono la voce fuori campo e l'happy ending lasciando vago il futuro di Deckard e Rachael e si pone anche il dilemma della natura del primo: è umano o replicante? In questa fu inserita la scena del sogno dell'unicorno.
3) in occasione del 25ennale la pellicola fu restaurata e fu montata la final cut (cioè la vera director’s cut) totalmente gestita dal solo Ridley Scott, senza interferenze. Furono integrate anche per gli USA le scene violente in precedenza incluse solo nelle versioni europee. In effetti i cambi fra le ultime due versioni sono pochi e per lo più non sostanziali; le vere differenze sono fra esse e la prima del 1982.
Dopo questi chiarimenti che forse spingeranno qualcuno a ri-guardare il film e confrontare le versioni non aggiungo altro dando per scontato che tutti ne conoscono i contenuti. Questo sci-fi segna un punto di svolta ed è per questo diventato un cult quasi come 2001 Odissea nello spazio e come quello rimane interessante tutt'oggi anche se le date sono ormai superate.

375  In Times of Fading Light (Matti Geschonneck, Ger, 2017) * con Bruno Ganz, Sylvester Groth, Alexander Fehling * IMDb 6,2  RT 100% 
I giudizi appena sufficienti su IMDb non mi hanno fatto desistere dalla visione di questo film che avevo adocchiato per la presenza di Bruno Ganz; oltretutto su Rotten Tomatoes le poche recensioni erano tutte positive. Si tratta di un film quasi politico che tratta della festa di compleanno (90°) di un noto e stimato membro del partito comunista della DDR (Deutsche Demokratische Republik = Germania est). Una didascalia informa che siamo nell’autunno del 1989, quindi pochi giorni prima del 9 novembre, giorno in cui ai residenti di Berlino est fu concesso di passare dall’altro lato del muro senza essere sparati; l’abbattimento del muro iniziò pochi mesi dopo, il 13 giugno 1990.
Il film si sviluppa con due storie parallele, una legata ai difficili rapporti famigliari e l’altra chiaramente sociale / politica. I personaggi che vanno a visitare l'anziano leader secondo protocollo sono presentati in modo significativo pur avendo solo poche battute, appare evidente la dipendenza dall'Unione Sovietica e si sottolinea la volontà dei giovani di scappare al di là del muro e il disprezzo mostrato nei loro confronti dagli appartenenti al Partito.
Ottimo come sempre Bruno Ganz, ma certamente molti degli altri membri del cast in ruoli di supporto offrono prove di tutto riguardo rispetto. Presentato nella sezione speciale della  Berlinale 2017.
Non comprendendo il basso rating su IMDb, posso solo supporre che la maggior parte di quelli che hanno fornito giudizi negativi sul film non sono europei o sono troppo giovani per aver potuto apprezzare i tanti riferimenti alle differenze fra le due Germanie, alla guerra fredda, alla WWII.
Consigliato, e non solo per la prova di Bruno Ganz.

      

372  Children of Men (Alfonso Cuarón, USA, 2006) * con Julianne Moore, Clive Owen, Chiwetel Ejiofor * IMDb 7,9  RT 92%  *  3 Nomination Oscar (sceneggiatura, fotografia e montaggio)
Ben 157 commenti (su circa 1.300) su IMDb sono assolutamente negativi (1 stella) e anche un
altro 20 rimane sotto la sufficienza, il che significa che nonostante il discutibile rating di 7,9 ad una notevole fascia di pubblico non è assolutamente piaciuto. Fra i cosiddetti Los tres Amigos (gli altri due sono Guillermo Del Toro e Alejandro G. Iñárritu) Alfonso Cuarón è senz'altro quello che apprezzo di meno e non è bastato il pluripremiato Roma (che comunque non mi ha del tutto convinto) a farmi cambiare opinione.
Pur considerando che si tratta di soggetto distopico, sembra che il film non abbia né capo né coda, con simboli e stereotipi affastellati alla rinfusa, scarsa e talvolta nulla plausibilità. I personaggi sono quasi tutti "estremi" e mal assortiti; singolare l'anziano capellone impersonato da Michael Caine (73 anni all’epoca).
Non penso di concedere una seconda visione e non lo consiglio, anche se sicuramente ci saranno tanti che lo considerano un capolavoro. Effettivamente apprezzabili fotografia e montaggio, non così la sceneggiatura.

374  The Judge (David Dobkin, USA, 2014) * con Robert Downey Jr., Robert Duvall, Vera Farmiga * IMDb 7,4  RT 48% 
Anche questo film si sviluppa su due binari, una parte drammatica mostra i difficili rapporti fra i componenti della famiglia, in particolare l’anziano giudice Palmer (Robert Duvall) e suo figlio Hank, avvocato di grido (Robert Downey Jr), nell’altra parte è un classico court movie.
Pochi i momenti buoni, con qualche colpo di scena ben inserito, meritata la candidatura Oscar non protagonista per Robert Duvall (sempre affidabile, avrebbe meritato di più nella sua carriera), pessimo Robert Downey Jr.
Senza infamia e senza lode.

373  Snowpiercer (Joon-ho Bong, Kor/Cze, 2013) * con Chris Evans, Jamie Bell, Ed Harris, Tilda Swinton, John Hurt * IMDb 7,1  RT 95% 
L’ho trovato insensato ed è risibile l’ipotetica lettura sociale del film, che vorrebbe assimilare la disposizione dei vagoni e dei loro “abitanti” ad una scala gerarchica, dai poveri (in coda al treno) ai più ricchi (nella parte anteriore) fino alla sala di comando dalla quale un folle dirige il tutto. Belle solo le riprese esterne degli affascinanti paesaggi innevati.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

domenica 1 dicembre 2019

74° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (366-370)

Gruppo nettamente dominato dall’unico giapponese che, da solo, vale tutti e quattro i film di Hollywwod che completano la cinquina, nonostante i tanti nomi di grido (John Huston, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Marilyn Monroe, George C. Scott, Henry Hathaway, Tony Curtis, Frank Sinatra, Richard Widmark, Joseph Cotten, …). Il film di Masaki Kobayashi è un vero capolavoro e ad esso è dedicato gran parte del post nel quale, per l’occasione, ai poster ho aggiunto varie immagini del film in questione ... da non perdere!

   

366  Kaidan (Masaki Kobayashi, Jap, 1964) tit. it. “Kwaidan - Storie di fantasmi” * con Rentarô Mikuni, Michiyo Aratama, Tatsuya Nakadai, Misako Watanabe * IMDb 8,0  RT 100% 
Aggiungere 5 foto
Uno dei 3 lavori più apprezzati di Kobayashi, tutti realizzati nell’arco di pochi anni, essendo gli altri Human Condition (1959-61, in tre parti) e Harakiri / Seppuku (1962, per me il migliore in assoluto). Pur non essendo del tutto omogeneo se non per lo stile e il tema, i suoi i pregi sono chiaramente nella messa in scena e nella gestione dei colori che lasciano chiaramente trasparire i trascorsi pittorici del regista. La mancanza di effettiva continuità deriva dal fatto che si tratta di una raccolta di 4 famosi racconti tradizionali del soprannaturale, fra fantasmi e spiriti. Come quelli di ogni altro paese, sono abbastanza semplici e lineari, sotto vari aspetti anche scontati, mirando solo a sostenere la morale conclusiva tipica di qualunque favola.
Pur se diretto con la solita artistica lentezza di molti lavori del regista, ciò che lo rende pregevole e quindi generalmente apprezzatissimo, sono la fotografia, i costumi, le scene e i fondali. In particolare questi ultimi contano su una gran varietà di colori forti, poco reali, ma certamente di effetto e ben trattati, che forniscono eccellente sfondo per queste storie. (vedi foto). Il film fu completamente girato utilizzando set montati in un vecchio hangar, nessun esterno reale; nei colori onirici, quasi psichedelici, dei fondali predominano i colori fra i rossi e i gialli, includendo quindi gli arancioni, in tutte le tonalità possibili e immaginabili. 






Le 4 leggende sono di lunghezza molto diversa (p.e. la terza è lunga il triplo della quarta), la seconda è probabilmente la più coinvolgente per compattezza e interpretazione, avendo come protagonista Tatsuya Nakadai, attore preferito di Kobayashi, come sottolineato pochi giorni fa in merito a Black River.
Il terzo racconto, il più lungo in assoluto e quello con più attori, si distingue dagli altri per utilizzare classici dipinti giapponesi a supporto della descrizione di una epica battaglia navale fra due clan che sarà la base per gli eventi successivi. La macchina da presa anche in questo caso si muove lentamente (inutile dirlo... si tratta sempre e comunque di Kobayashi) fra disegni di volti, armi, barche e sangue. 
Nel caso vogliate guardare Kaidan (cosa che senza dubbio suggerisco) accertatevi di recuerare la versione completa di 3h03’ e non una di quelle ridotte  semplicemente accorciando scene, e tantomeno quella in cui è stato eliminato un intero episodio.


367  Pickup on South Street (Samuel Fuller, USA, 1953) tit. it. “Mano pericolosa” * con Richard Widmark, Jean Peters, Thelma Ritter * IMDb 7,7  RT 91% * Nomination Oscar per Thelma Ritter non protagonista; Leone di Bronzo e Nomination Leone d’Oro a Samuel Fueller a Venezia
Classico noir degli anni ’50, nel quale un borseggiatore si trova coinvolto suo malgrado in un affare molto più grande e pericoloso del solito, con polizia e non solo alle calcagna. Non manca in nome di richiamo (Richard Widmark), la femme fatale (Jean Peters) e la brava attrice di supporto (Thelma Ritter, Oscar). Ben realizzato in un classico ambiente noir, fra spionaggio internazionale e rapporti al limite del legale fra polizia e piccola malavita.
Più che buono nel suo genere.

      

369  The List of Adrian Messenger (John Huston, USA, 1963) tit. it. “I 5 volti dell'assassino” * con George C. Scott, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Tony Curtis, Frank Sinatra * IMDb 6,9  RT 63%
Non prometteva un granché in quanto a rating e, a prima vista, sembrava strana la presenza di 5 attori di calibro in un film semisconosciuto. Ebbene il film è migliore di quanto annunciato ma scordatevi di vedere i volti degli attori annunciati in quanto la maggior parte di loro appare solo in brevi scene e pesantemente truccati, praticamente irriconoscibili. Sarà possibile sapere chi è chi solo al termine, dopo il fatidico “The End”, quanto ognuno di loro si strapperà la maschera e rivelerà la propria identità, un sotterfugio al limite della truffa nei confronti degli spettatori.
Il vero protagonista è George C. Scott e il suo antagonista Kirk Douglas, entrambi sono garanzia di buona qualità di interpretazioni e sono ben supportati dal resto del cast (riconoscibile) che conta su volti non eccessivamente noti. Il soggetto è semplice e lineare (il classico gioco ad eliminazione da una certa lista) ma i motivi del killer sono ben occultati e il gioco fra gatto e topo è ben proposto, con vari interessanti e ben situati colpi di scena, spesso poco prevedibili.
Se piace il genere, più che sufficiente.

368  Portrait of Jennie (William Dieterle, USA, 1948) tit. it. “Il ritratto di Jennie” * con Jennifer Jones, Joseph Cotten, Ethel Barrymore * IMDb 7,7  RT 83%  * Oscar per gli effetti speciali e Nomination per la fotografia; Joseph Cotten miglior attore e Nomination Leone d’Oro per William Dieterle a Venezia
Trama romantica - fantasy - artistica con soggetto abbastanza insulso e prevedibile. Avvenimenti ripetitivi di incontri di una ragazzina (all'inizio) che nel corso del film diventa donna, ma è sempre interpretata (in modo poco convincente) da Jennifer Jones. Considerato che né Joseph Cotten né il personaggio che interpreta colpiscono in particolar modo, l'unico punto a favore del film resta Ethel Barrymore, sempre affidabile come i suoi fratelli Lionel e John.
Film mediocre nonostante nomination e altri riconoscimenti, evitabile senza rimpianti. 


370  Niagara (Henry Hathaway, USA, 1953) * con Marilyn Monroe, Joseph Cotten, Jean Peters * IMDb 7,0  RT 83%
Altro classico noir degli anni ’50, dalla trama potenzialmente interessante con qualche buon twist, ma la sceneggiatura è lacunosa. Le pessime prove di Casey Adams e Marilyn Monroe che in quanto a capacità artistiche non riesce ad andare oltre l’ancheggiare, fanno sembrare non solo Joseph Cotten ma anche Jean Peters meritevoli di Oscar.

La regia di Henry Hathaway non riesce a salvare il film, peccato.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.