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giovedì 7 aprile 2022

Microrec. 96-100: un Rohmer, 3 buoni messicani della Epoca de Oro e un pessimo giapponese

Ennesimo piacevole film del gran narratore Rohmer, accompagnato da tre film poco conosciuti (comunque di livello più che buono) del miglior periodo della cinematografia messicana, ricca di ottimi registi e interpreti, ed anche le trame non sono da meno essendo spesso molto originali e non brutte copie degli stili americani traslati in Messico. La commedia giapponese, pur godendo di buona critica, mi ha invece molto deluso.

 
Pauline à la plage (Éric Rohmer, 1983, Fra)

Si tratta del terzo film della serie Comédies et proverbes (1981-87) ed il proverbio al quale fa riferimento è “Chi parla troppo danneggia se stesso”, attribuito a Chrétien de Troyes, autore medioevale che per primo trattò diffusamente di Lancillotto, Parsifal e del Sacro Graal. La storia si sviluppa nel corso di pochi giorni passati in una località balneare della Normandia dalla 15enne Pauline, affidata alla cugina Marion di parecchi anni più grande. Solo sei personaggi, dei quali uno secondario, intrecciano le loro storie fra innamoramenti, avventure, tradimenti, corteggiamenti e bugie. Con narrazione scorrevole e piacevole, come suo solito, Rohmer ben descrive i protagonisti e nella sua sceneggiatura riesce anche ad inserire tante considerazioni sull’amore, visto da vari punti di vista, da persone di varia età. Tre premi a Berlino e Nomination all’Orso d’Oro. 

El asesino X (Juan Bustillo Oro, 1955, Mex)

I film che trattavano di rivoluzione della rivoluzione lo resero uno dei più famosi registi messicani, ma Juan Bustillo Oro in questo caso si cimenta in un lavoro inusuale per lui, reso ancor più particolare da Carlos López Moctezuma in uno dei suoi rarissimi ruoli di uomo di legge, di sani principi morali e non il solito perfido spietato infame. Tratto da un romanzo, narra la storia di X a partire dall’omicidio (apparentemente per vendetta) di un uomo che viveva sotto falso nome. Dopo questo ottimo inizio noir, e dopo una brevissima parte investigativa, il film diventa un court room movie con l’accusato che continua a ribadire che non sa niente e non ricorda niente (neanche il proprio nome) e il direttore della prigione (anche penalista) che lo difende pur trattandosi di un caso disperato visto che X è reo confesso che si è consegnato spontaneamente alla polizia. Interessanti gli interrogatori che alternano momenti kafkiani a momenti da commedia, mettendo in ridicolo il pubblico ministero.

  
Pecadora (José Díaz Morales, 1947, Mex)

Ninón Sevilla in questo film ricopre un ruolo secondario (comunque di ballerina cabaretera), mentre la vera protagonista è Emilia Guiú. Pertanto non rientra nel classico genere rumbera ma è una storia romantica che si sviluppa al margine della vita dei locali notturni e tende al noir in più occasioni. Infatti non mancano ricatti e pistolettate e, più che pecadora, la protagonista è perseguitata da incontri inopportuni e sfortunati e le sue disgrazie ricadono anche su chi le sta vicino. Quindi sono poche le esibizioni nei cabaret, ma non mancano i classici boleros e un po’ di musica caraibica.

Camino del infierno (Miguel Morayta, 1961, Mex)

Melodramma tragico che inizia come un classico noir ma ben presto si trasforma in una storia d’amore prima contrastata e poi di gran passione per passare infine a una tragica conclusione piena di buoni sentimenti e gran finale di nuovo noir/crime. Protagonisti Pedro Armendáriz (da poco uscito di galera seppur innocente) e Leticia Palma, nei panni di donna fatale che mira solo ad avere amanti ricchi disposti a spendere fortune per i suoi capricci. In effetti sono due poco di buono che si trovano insieme per caso dopo un colpo andato più che male e, pur essendo evidentemente incompatibili, iniziano una storia che sarà un calvario un po’ per colpa loro, ma saranno anche perseguitati dalla mala sorte.

Survival Family (Shinobu Yaguchi, 2016, Jap)

L’idea sembrava buona (blackout totale della durata di vari mesi) ma è sviluppata in modo pessimo e oltretutto non era assolutamente necessario trascinare la storia per quasi due ore fra incongruenze, situazioni impossibili, twist scontati e spesso ridicoli. Desolante ritratto di una famiglia giapponese moderna (ma esteso alla classe media borghese) completamente standardizzata in quanto a stile di vita e alimentazione, con totale perdita di vista delle realtà naturali e tradizionali. Da evitare.

mercoledì 1 settembre 2021

Micro-recensioni 226-230: Messico e Venezuela (ma solo come ambientazione)

Cinquina messicana per lo più dell'epoca d'oro completata con un cult del ‘67 molto sui generis che vanta un ottimo rating su IMDb 7,8. Due sono ambientati in Venezuela e adattati da romanzi di Rómulo Gallegos, le due Doña dei titoli sono interpretate da Maria Felix. Ho completato con un discreto e originale noir musicale che mi mancava.

Los Caifanes (Juan Ibáñez, 1967, Mex)

Una coppia di giovani borghesi rimasti appiedati dopo una festa e colti da un temporale si uniscono a quattro balordi a dir poco irrequieti, ma certo non delinquenti. Fra la ritrosia del ragazzo e l’eccitazione della ragazza, ne combineranno di cotte e di crude vivendo una notte brava e itinerante in vari ambienti di Ciudad de Mexico, introducendosi perfino in una casa funeraria. Perfettamente calzante la colonna sonora con pezzi popolari all’epoca, ma molto vari. Sceneggiatura e dialoghi ben combinati tengono sempre gli spettatori un po’ in ansia per non poter prevedere come si svilupperanno le varie situazioni, spesso oltre il limite della legalità e del buon gusto. In tutto ciò non manca la critica sociale mettendo a confronto idee, aspirazioni e comportamenti dei tanti singolari personaggi della notte della capitale messicana, oltre che dei 6 protagonisti, dai caratteri molto diversi.   

 

Doña Bárbara
(Fernando de Fuentes, 1943, Mex)

Primo dei due film basati su romanzi del famoso scrittore venezuelano Rómulo Gallegos (fu anche Presidente del Venezuela) e sono pietre miliari di quel genere di film diciamo esotici (per i messicani) che si sviluppano fra i latifondi di quel paese sudamericano, un territorio immenso fra selva e savana, all’epoca senza legge e popolato da avventurieri di ogni tipo e provenienza. Doña Bárbara (romanzo del 1929) è interpretata da Maria Felix, perfetta nel ruolo di donna indipendente e combattiva, che dominava gli uomini anche in quell’ambiente inospitale. Altrettanto calzanti il sempre bravo Andrés Soler (circa 200 film con i migliori registi messicani) nei panni dell’alcolizzato andato in rovina, suo fratello Julián (il più giovane dei 4 attori) nelle vesti del giovane che vuole riprendere possesso di quanto suo e Charles Rooner (viennese) che ovviamente interpreta l’avido avventuriero europeo senza scrupoli. Certamente si avvantaggia di un interessante soggetto ben strutturato, ma egualmente si apprezza l’adattamento dello stesso regista Fernando de Fuentes.

Canaima (Juan Bustillo Oro, 1945, Mex)

Ambientazione molto simile a quella di Doña Bárbara ed anche in questo caso l’adattamento del romanzo del 1935 elaborato dal regista Juan Bustillo Oro. Pure il cast è di gran livello contando su Jorge Negrete (famosissimo cantante e attore, qui protagonista), Rosario Granados (giovane diva argentina), Carlos López Moctezuma (villano per antonomasia, almeno in 200 dei suoi 219 film) e di nuovo Andrés Soler. Ancor più che nell’altro, qui si nota molto la parlata venezuelana che, all’orecchio, suona molto simile alla cadenza genovese. A chi interessa l’argomento, suggerisco di entrambe i film e, casomai, leggere i romanzi.

 

Doña Diabla
(Tito Davison, 1949, Mex)

Oltre all’assonanza del titolo, questo film ha in comune con Doña Bárbara l’ossatura della trama, la storia di un’avvenente e indipendente donna matura (in entrambe i casi interpretata da Maria Felix) che cerca rivincita nei confronti degli uomini e si trova ad avere come rivale in amore sua figlia. Ma qui siamo in ambiente borghese messicano e non nella parte più selvaggia del Venezuela e i finali sono ben diversi. La storia viene narrata in flashback, dopo che la protagonista commette un omicidio e si rifugia in una chiesa dove racconta il suo passato al sacerdote che la confessa.

Han matado a Tongolele (Roberto Gavaldón, 1948, Mex) la protagonista Maria Felix e

Noir - musicale del quale avevo letto citazioni e visto molte foto. Tongolele fu una delle più famose ballerine dell'epoca, di sangue molto misto, nata negli Stati Uniti e poi trasferitasi in Messico, ma di discendenza tahitiana ed europea (inglese, svedese, francese), dall'aspetto inconfondibile per la sua ciocca di capelli bianchi (caso di piebaldismo, come quello di Aldo Moro). 


In questo film (il suo terzo, il primo da protagonista) aveva appena 16 anni ma era già una star del palcoscenico, fatto evidente visto che il suo nome fu inserito addirittura nel titolo. Tutto si svolge nel corso di uno spettacolo teatrale nel quale ovviamente lei è la prima ballerina e si esibisce in parecchie affollate coreografie, alternandosi a illusionisti, ballerini di flamenco e comici. Dopo un anno di grandi successi, doveva essere lo spettacolo di addio in quanto aveva deciso di abbandonare l’attività per sposarsi, ma non tutti erano contenti della sua scelta. In quel paio d'ore fra vecchi pretendenti che irrompono nel suo camerino, colleghe gelose e illusionisti cinesi succede più o meno di tutto compreso un efferato omicidio con conseguente intervento della polizia, caso risolto dal futuro sposo fra pistolettate e inseguimenti dietro le quinte mentre un leopardo si aggira nel teatro. Con la solita buona regia di Gavaldón, scorre piacevolmente e con un po’ di suspense; forse troppe scene sul palcoscenico, ma il grande pubblico pagava per ammirare Tongolele.

giovedì 29 ottobre 2020

Micro-recensioni 361-365: gruppo vario, sostanzialmente buono

Gruppo molto vario in quanto a generi (noir, drammatico, thriller, storia vera, commedia grottesca), ma con prevalenza anglofona. Ognuno ha i suoi pro e i suoi contro, non ci sono film memorabili, ma tutti certamente più che sufficienti.

 

The strange love of Martha Ivers (Lewis Milestone, USA, 1946)

Noto e apprezzato noir nel quale Kirk Douglas è già co-protagonista pur essendo al suo esordio assoluto sul grande schermo, dopo aver debuttato 5 anni prima in palcoscenico a Broadway. Si trova in ottima compagnia visto che i personaggi principali sono interpretati dai “veterani” Barbara StanwyckVan Heflin. Noir in stile abbastanza classico ma non il solito “guardie e ladri”, la trama è divisa in due tempi ben distinti, un prologo con i due adolescenti che saranno poi protagonisti della parte più consistente, quando si incontreranno di nuovo, quasi 20 anni dopo. Nomination Oscar per la sceneggiatura.

Iklimer (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2006)

Nonostante la lentezza estenuante, con dialoghi ridotti al minimo e lunghe inquadrature dei protagonisti immersi nei loro pensieri, il film è ben realizzato e conferma l’attenzione nella composizione delle inquadrature, nella fotografia in sé e per sé e nell’abilità di trovare punti di ripresa originali, giocando molto specialmente sulle profondità di campo. Coppia di professionisti borghesi (professore universitario lui, produttrice televisiva lei) in crisi, ma non solo per differenza di età. Il regista è anche protagonista e la più giovane compagna è interpretata da sua moglie Ebru. Succede molto poco nell’arco di vari mesi, scene allungate a dismisura. Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro a Cannes dove Nuri Bilge Ceylan ha riscosso sempre grande successo; con 7 film ha ottenuto 8 Premi e 6 Nomination.

  

In the Name of the Father (Jim Sheridan, Irl/UK, 1993)

Storia drammatica e avvilente, ma le ottime interpretazioni non bastano a farne un gran film in quanto ha i limiti di tanti film del genere, vale a dire storia vera (quindi conosciuta e di conseguenza senza grandi sorprese) alla quale si aggiunge una regia mediocre. È risaputo e riconosciuto che portando sul grande schermo situazioni di ingiustizie e clamorose prevaricazioni vari film - di sicuro cinematograficamente abbastanza piatti - sono arrivati fino agli Oscar. Quindi allo spettatore resta ammirazione per le prove di Daniel Day-Lewis e Pete Postlethwaite (la pur brava Emma Thompson ha parte molto marginale) e un senso di repulsione per i comportamenti di polizia e giudici in questo eclatante caso giudiziario dell’epoca, ma niente di più. Nonostante le 7 Nomination, non ottenne alcun Oscar.

El hombre sin rostro (Juan Bustillo Oro, Mex, 1950)     

Thriller psicologico (nel vero senso della parola) alla ricerca di un misterioso assassino seriale di donne, “l’uomo senza volto” del titolo. Chi gli dà la caccia è un ispettore palesemente turbato e ossessionato dal ricordo della sua defunta madre, che spesso si confronta con il suo amico collega medico legale che gli dà consigli sulla strada da seguire sia per risolvere i suoi problemi, sia per smascherare il killer. Fino alle ultime scene lo spettatore viene spinto a rimanere in dubbio su quale dei due sia il vero assassino … o è un terzo? Sempre affidabile Arturo de Córdova, buona la regia di Juan Bustillo Oro che, oltretutto, nelle scene dei sogni propone inaspettate scenografie che richiamano quelle dell’espressionismo tedesco degli anni ‘20.

Beat the Devil (John Huston, USA, 1953)

Ho ri-guardato per l’ennesima volta questa mediocre dark comedy, quasi fallimentare anche nel vero senso della parola in quanto portò sull’orlo della bancarotta Humprey Bogart, non solo protagonista ma anche produttore. Non bastano i tanti nomi famosi non solo fra gli attori (Jennifer Jones, Gina Lollobrigida, Peter Lorre, …) ma anche nel resto del cast (fotografia di Robert Capa e sceneggiatura di Truman Capote) a salvare questo film diretto da un regista di tutto rispetto: John Huston. A chi si chiede perché continui a guardare Beat the Devil rispondo: per essere stato in gran parte girato in Costiera Amalfitana (che mi azzardo a dire conosco come le mie tasche), con base a Ravello. Molti luoghi, piazze, strade e palazzi sono facilmente riconoscibili, seppur ovviamente oggi vari sono ben cambiati. Alcuni personaggi sono ben pensati e varie situazioni sono abbastanza originali, ma nel complesso la trama non sta né in cielo né in terra.