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lunedì 28 marzo 2022

Microrec. 86-90 del 2022: film di generi molto diversi, quasi tutti di livello più che buono

Gruppo misto con due documentari particolari, un biopic artistico, un ottimo classico americano sostanzialmente romantico e un interessantissimo esordio di una regista indiana (di nascita).

 
Amu (Shonali Bose, 2005, Ind/USA)

Interessante sorpresa questo film scritto e diretto da Shonali Bose; si tratta del suo esordio alla regia, con sceneggiatura tratta da un suo proprio romanzo. Interessante il contesto che non solo mette a confronto life style americana e indiana, ma nell’ambito di quest’ultima anche le grandi differenze sociali alternando scene in ricchissime magioni a quelle negli slums. Ma c’è di più … riporta all’attenzione generale i terribili moti di Delhi del 1984 (noti come massacro dei Sikh) successivi all’assassinio di Indira Gandhi. La protagonista è una giovane indiana adottata e trasferitasi negli USA all’età di 3 anni e ora, appena laureata, decisa a sapere di più in merito ai luoghi e l’ambiente nei quali aveva passato i suoi primi anni di vita.

Love Affair (Leo McCarey, 1939, USA)

Film di successo interpretato da Irene Dunne e Charles Boyer, che vide un remake diretto dallo stesso regista nel 1957 (con Deborah Kerr e Cary Grant), un altro del ’94 (con Annette Bening e Warren Beatty, un flop) e altri due adattamenti prodotti in India. Film romantico, pieno di buoni sentimenti e di ottimismo (nonostante varie disavventure), a tratti quasi strappalacrime ma anche con un certo senso dell’umorismo, specialmente nelle caratterizzazioni dei personaggi di contorno. Un film classico di fine anni ’30, ben diretto e ottimamente interpretato … attori di altri tempi. Le 6 Nomination Oscar (miglior film, Irene Dunne protagonista, Maria Ouspenskaya non protagonista, sceneggiatura originale, scenografia e canzone) dimostrano la sua qualità, anche se alla fine non ottenne nessuna statuetta. Se piace il genere, è da non perdere.

  
The Matador (Stephen Higgins, 2008, USA/Spa)

Buon documentario su uno specifico torero, non sulla corrida in generale, diretto da un americano non di radicata tradizione taurina. Il protagonista è David Fandila, noto come El Fandi, fra i più famosi matador di questo secolo. Arriva tardi nelle arene, prima era sciatore di successo e faceva parte della nazionale giovanile spagnola. Dotato di grande volontà e ottimo atleta, debuttò a 19 anni, apprese molto velocemente le arti della tauromachia e dopo pochi anni era già fra i migliori del mondo e riuscì a entrare nella sparuta cerchia di matadores con più di 100 corride completate in un anno. Nel documentario si dà anche molto spazio alla famiglia e alla sua cuadrilla, nonché a esperti del settore e perfino quelli che vorrebbero che le corride fossero definitivamente abolite. Se si sopporta la vista di stoccate mortali e incornate, vale senz’altro la pena di guardarlo in quanto è ben realizzato e non è assolutamente una semplice glorificazione del torero.

Moulin Rouge (John Huston, 1952, UK/Fra)

Interessante biopic di Henry de Toulouse-Lautrec che rapidamente descrive un ampio arco di tempo, dall’infanzia nel castello di famiglia e l’incidente che lo rese semi-invalido, al trasferimento a Parigi dove raggiunse il successo ma con la sua vita dissoluta finì di rovinarsi la salute e fino alla morte (a soli 37 anni). Notevole l’interpretazione di José Ferrer che doveva apparire quasi come un nano, ma certamente ben lontana dalle ineguagliabili trasformazioni di Lon Chaney. Particolarmente interessante la ricostruzione dell’ambiente bohemien di Montmartre, forse con qualche esagerazione nei personaggi come la Goulue. Vinse 2 Oscar (scenografia e costumi) e ottenne altre 5 Nomination (miglior film, regia, José Ferrer protagonista e Colette Marchand non protagonista, montaggio).

Fait vivir (Oscar Ruíz Navia, 2019, Col/Can)

Documentario che segue una tournée in Colombia della Gypsy Kumbia Orchestra, una formazione artistica che, oltre ai musicisti, comprende anche ballerini, mimi e acrobati di tante nazionalità diverse. Dalla descrizione e dal trailer mi aspettavo più spettacolo, ma in realtà si perde in lunghe riprese dei componenti del gruppo e del bambino che funge da voce narrante. Interessante e piacevole per le musiche che vanno dai ritmi latini ai caratteristici fiati klezmer, abbastanza noioso per il resto.

sabato 18 settembre 2021

Micro-recensioni 256-260: 10 noir USA classici (2: 1949-58)

Secondo gruppo di noir (qui le micro-recensioni dei primi 5) che ho voluto concludere con due eccezionali film di fine anni ’50, non fra i più visti e non proprio aderenti al classico cliché dei noir tendendo al genere crime e thriller, noti in Italia con i titoli La morte corre sul fiume e L'infernale Quinlan, come al solito non traduzioni letterali di quelli originali. I primi tre sono stati invece una (piacevole) novità per me. In sostanza, ottima cinquina.

 
Touch of Evil (Orson Welles, 1958, USA) aka L'infernale Quinlan

Stranamente questo film di e con Orson Welles ha goduto di circolazione ridotta, ma c’è da segnalare che la versione commerciale più comune fu ampiamente rimaneggiata dai produttori che addirittura aggiunsero nuove scene. Ciò indusse il regista a scrivere loro una famosa lettera di oltre una cinquantina di pagine nella quale contestava decisamente e punto per punto le loro scelte e chiedeva il ripristino del progetto originale. Come accadeva quasi sempre all’epoca, non solo a lui ma anche ad altri registi, non fu preso in considerazione e solo dopo anni fu eseguito un tentativo di ricostruire il film secondo la sceneggiatura originale; tale versione di trova su dvd ed è quella che ho guardato. L’infame e diabolico Quinlan è interpretato da un fantastico Orson Welles, qui con aspetto quasi terrificante, esaltato da un pesante trucco. Lo affiancano tanti caratteristi (p.e. il maltese Joseph Calleia) di valore che evidenziano la pochezza di uno dei tanti noti attori hollywoodiani sopravvalutati: Charlton Heston. Ci sono anche un paio di personaggi femminili relativamente minori, uno a carico della poco incisiva Vivien Leigh (la donna accoltellata in Psycho) e l’altra interpretata da Marlene Dietrich con il suo inossidabile sguardo magnetico. L'azione si sviluppa a cavallo del confine fra Messico e USA, fra tutori della legge corrotti, criminali dichiarati, di alto e basso rango, e chi investiga sul traffico internazionale di narcotici. Miglior film del 1958 per Cahiers du Cinema, Metascore 99 come Night of the Hunter.

The Night of the Hunter (Charles Laughton, 1955, USA) aka La morte corre sul fiume

Ottima sceneggiatura e grande interpretazione di Robert Mitchum in un ruolo per lui insolito. Discorso a parte merita la fotografia, pressoché perfetta ma troppo evidentemente da studio, esteticamente incisiva ma nonostante il gran lavoro sulle luci queste risultano oggettivamente irreali. Secondo me, altra pecca (senz’altro minore) è l’eccessivo uso di fauna selvatica locale in primo piano (assolutamente ininfluente nella storia) mentre sullo sfondo prosegue il viaggio dei piccoli protagonisti. Al contrario, a suo merito, devo sottolineare l’ottima caratterizzazione del predicatore, figura che nei film americani dell’epoca (ma anche in There Will Be Blood, 2007, 2 Oscar) è di solito un ciarlatano o ha una mente veramente perversa, che riesce ad irretire i bravi cittadini inducendoli a comportamenti irresponsabili e a soggiogare le vittime dei loro schemi. Unico film diretto da Charles Laughton, certamente molto più noto come attore (un Oscar e 2 Nomination) che come regista.

  

The Big Heat (Fritz Lang, 1953, USA) aka Io, la legge o Il grande caldo

Trama molto articolata che ha un punto in comune con quella di Touch of Evil per quanto riguarda i poliziotti corrotti, anche di rango, collusi con i malavitosi e senza scrupoli perfino nei confronti di colleghi onesti. E quando ci sono troppi soldi in gioco o scontri di potere si sa che tradimenti e delazioni sono all’ordine del giorno. Chi ricorda Fritz Lang solo per il suo periodo d’oro tedesco con capolavori come I NibelunghiIl dr. MabuseMetropolis e M, il mostro di Dusseldorf è bene che sappia che in USA diresse molti noir di più che buon livello fra i quali, prima di questo, ci sono infatti Fury con Spencer Tracy e Scarlet Street con Edward G. Robinson. I buoni registi di una volta raramente deludono, anche quando sono sottoposti a condizionamenti da parte dei produttori.

The Asphalt Jungle (John Huston, 1949, USA) aka Giungla di asfalto

Storia di un audace furto notturno in una gioielleria, ideato da un genio del crimine appena uscito di galera il quale, però, si deve affidare a vari sconosciuti per portare a termine il colpo. Come spesso accade in questi casi, non tutti manterranno gli impegni presi e tenteranno di ottenere una fetta maggiore del bottino. Il film conta su un buon cast senza grandi nomi (anche se, in una parte molto secondaria, appare anche Marylin Monroe), ma con assortimento di ottimi caratteristi, fra i quali si distingue Sam Jaffe che per questa prova ottenne la candidatura all’Oscar come non protagonista e fu anche premiato come miglior attore al Festival di Venezia nel quale Huston ebbe la nomination al Leone d’Oro. Il film ottenne anche altre 3 Nomination Oscar (miglior regia, sceneggiatura e fotografia).

Ace in the Hole (Billy Wilder, 1951, USA) aka Asso nella manica

Buon dramma sulla manipolazione delle notizie per farle diventare scoop e sul tentativo di mantenere vivo l’interesse quanto più a lungo possibile a qualunque costo. Altro aspetto evidenziato è quello del condizionamento delle masse presenzialiste, migliaia di persone in attesa che si risolva la situazione restano in un’area deserta, di fronte ad una parete rocciosa, per giorni, in sostanza a bighellonare. Oltre all’evento in sé che mobilita giornalisti e operatori, la presenza di tale folla richiama sul posto venditori ambulanti, ciarlatani, un luna park / circo mentre ciò che prima era gratuito diventa a pagamento, e sempre più caro. Kirk Douglas interpreta il giornalista in disgrazia che fortuitamente si imbatte nel caso e ad arte lo fa diventare un evento di interesse nazionale. Nomination Oscar sceneggiatura e miglior regia e commento musicale al Festival di Venezia, dove Billy Wilder fu candidato al Leone d’Oro.

lunedì 13 settembre 2021

Micro-recensioni 246-250: 10 noir USA classici (1: ’41-’49)

Prima parte di una selezione di 10 noir dell’epoca d’oro del genere, scelti fra i più quotati e che non guardavo da vari anni. L’eccezionale lista dei registi è composta da nomi che hanno fatto la storia del cinema americano e non solo: Huston (2), Wilder (2), Curtiz, Hawks, Walsh, Lang, Laughton e Welles. Non è da meno l’elenco delle star che comprende Humphrey BogartEdward G. Robinson, James Cagney, Kirk Douglas, Glenn Ford, Robert MitchumCharlton HestonOrson Welles. I loro rating medi sono 8,1 su IMDb e 96% su RT che quindi suggeriscono di guardarli tutti (qui proposti in ordine cronologico) a prescindere dai miei consigli, comunque tutti positivi.

The Maltese Falcon (John Huston, 1941, USA) aka Il mistero del falco

Un vero classico sempre inserito ai primi posti nelle classifiche dei film del genere e dell’epoca che però, pur parlando di ottimi film, non è fra i miei preferiti. Praticamente tutti i personaggi principali sono esagerati, in un senso o nell’altro: Bogart uomo irresistibile (?) dal pugno fulminante, la sua cliente per niente credibile, il grassone troppo caricaturale per quanto divertente (soprattutto nei dialoghi), il guardaspalle assolutamente incapace e Peter Lorre nel solito stereotipo di subdolo viscido. Eppure grazie alla regia di Huston e nonostante la trama a dir poco fantasiosa si lascia guardare con interesse fino alla fine. Nomination Oscar miglior film, sceneggiatura Sydney Greenstreet (il grassone) non protagonista.

Double Indemnity (Billy Wilder, 1944, USA) aka La fiamma del peccato

Altro film citato sempre fra i migliori (veri) noir, distribuito in Italia con un titolo assurdo, considerato che l’originale si riferisce invece al nocciolo della questione, il pagamento di un doppio indennizzo da parte dell’assicurazione. Al contrario di The Maltese Falcon, qui ci sono tanti personaggi comuni e credibili che quindi non obbligati ad essere supereroi o furbissimi. Grazie alla loro presenza e alle casualità ben congegnate si creano varie situazioni quasi da thriller. La buona regia, la bella fotografia b/n e le interpretazioni hanno contribuito ulteriormente a farne un cult. Al 113° posto fra i migliori film di tutti i tempi, ottenne 7 Nomination Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, Barbara Stanwyck protagonista, commento musicale e sonoro)

  
Mildred Pierce (Michael Curtiz, 1945, USA) aka Il romanzo di Mildred

Questo è forse il meno conosciuto di questo gruppo ma certo non sfigura in confronto agli altri, a differenza dei quali ha una maggior componente romantica e la vera protagonista è la donna del titolo, interpretata da Joan Crawford. Inizia con un omicidio a sangue freddo e la storia che potrebbe sembrare semplice in un primo momento si complica sempre di più nel racconto dei precedenti di Mildred, narrati in flashback. Vi compaiono tanti personaggi di vario genere, che spariscono per un certo tempo per poi ricomparire. Ad ulteriore differenza degli altri ci sono anche due co-protagoniste, la figlia di Mildred, croce e delizia della madre, causa scatenante di mille problemi e la sua assistente. Oscar a Joan Crawford protagonista e 5 Nomination (miglior film, sceneggiatura, fotografia e a Eve Arden e Ann Blyth non protagoniste)

The Big Sleep (Howard Hawks, 1946, USA) aka Il grande sonno

Tratto dall’omonimo romanzo di Chandler in cui per la prima volta appare il detective Philip Marlowe, che successivamente sarà protagonista di altri romanzi e film. Non riuscendo a giustificare il titolo ho effettuato una breve ricerca scoprendo che il protagonista si riferisce alla morte come grande sonno in una sua considerazione al termine del romanzo … ora lo sapete anche voi. Storia molto articolata e intricata, piena di doppiogiochisti, tradimenti e minacce che garantisce di non annoiarsi assolutamente durante la visione. Certamente più violento dei precedenti, ma questa è una caratteristica delle storie in cui appare Marlowe il quale, ad un certo punto, viene regolarmente pestato … ma non mancano i morti. Gossip: su questo set nacque la passione fra Bogart e Lauren Bacall che convolarono a nozze pochi mesi dopo.

White Heat (Raoul Walsh, 1949, USA) aka La furia umana

Qui il protagonista è James Cagney in uno dei suoi tanti ruoli di cattivo, spietato e psicopatico, con un rapporto quasi morboso con l’anziana madre. Mettendo in atto un piano teoricamente ben congegnato, finisce in galera dove, però, viene controllato da un agente sotto copertura. Snella e veloce la prima parte con il colpo al treno, piena di tensione quella centrale in prigione, da thriller l’ultima audace rapina, con finale letteralmente esplosivo. Bravi tutti gli attori della gang (anche se i loro nomi non sono molto noti) nonché le sole due attrici: Margaret Wycherly (già quasi 70enne, nel ruolo della madre) e Virgina Mayo (l’avvenente bionda di turno). Nomination Oscar per la sceneggiatura.

domenica 8 agosto 2021

Micro-recensioni 191-195: l’Orson Welles che non ti aspetti …

… anche se dal suo genio ci si poteva aspettare di tutto. In questa cinquina ho raccolto il suo ultimo film (montato e completato postumo) e 2 documentari relativi alla sua realizzazione; gli altri due sono film francesi ai quali sono arrivato, come ai tre succitati, seguendo le tracce di cineasti. Infatti Chabrol e la Audran mi hanno portato al film di Welles nel quale compaiono come sé stessi, nonché alla commedia grottesca Coup de torchon (1981, Bertrand Tavernier) nella quale Stèphane Audran recita al fianco di Philippe Noiret e di Isabelle Huppert, e quest’ultima è la protagonista del celebrato La cérémonie diretto da Chabrol, pluripremiato a Venezia e Miglior film dell’anno per Cahiers du Cinéma. Non c’è da meravigliarsi se mi dilungherò parlando dei primi tre tutti insieme, lasciando minor spazio agli altri due.

  • The Other Side of the Wind (Orson Welles, 2018, USA/Fra)
  • They'll Love Me When I'm Dead (Morgan Neville, 2018, USA)
  • A Final Cut for Orson: 40 Years in the Making (Ryan Suffern, 2018, USA)

Li ho guardati cominciando dal film, ma agli interessati consiglio di cominciare invece dai due documentari, questi in qualunque ordine. Il film, come sottolineato più volte, è un film nel film e un documentario, con lo stesso titolo. Orson Welles aveva bene in mente cosa volesse realizzare (pur essendo la sceneggiatura in continua evoluzione) e riuscì facilmente a coinvolgere tanti amici nel suo progetto. L'idea di base consisteva nel seguire l'ultimo giorno di vita di un regista che presenta un primo parziale montaggio del suo nuovo film. I partecipanti all'evento sono ripresi da una quantità di reporter in continuo movimento e ovviamente in presa diretta. Il rapido successivo montaggio (che nel cinema è ciò che conta, secondo Welles) appare ancor più movimentato essendo una combinazione di riprese in vari formati: 35mm, 16mm e perfino Super8, a colori ed in b/n. Intercalati fra le discussioni, domande e battute si vedono spezzoni del nuovo film, privo di dialoghi, assoluta avant-garde, quasi sperimentale; nel documentario si sottolinea che, seppur messo in circolazione con oltre 40 anni di ritardo, il film è tutt’oggi all’avanguardia e di genere unico.

Fra i tanti cineasti astanti (alcuni dei quali interpretano sé stessi come Chabrol, Hopper, ...) ci sono vari personaggi fondamentali quali il regista Jake Hannaford (John Huston) e il giornalista Brooks Otterlake interpretato da Peter Bogdanovich. Quest'ultimo, in epoca non sospetta, fu ufficialmente incaricato da Welles di completare il film, "nel caso succedesse qualcosa" ... e così è stato. Ma le particolarità di The Other Side of the Wind non finiscono certo qui. La protagonista del film nel film è l'attrice, scrittrice e regista croata Oja Kodar, dallo sguardo conturbante, magnetico, compagna di Welles durante gli ultimi 25 anni di vita del regista, contemporaneamente alla moglie ufficiale, l’italiana Paola Mori. Oltre ad essere co-sceneggiatrice e attrice in The Other Side of the Wind, fu anche protagonista di altri film incompiuti di Welles come The Deep (1970) e Don Quixote (1972).

 
Le riprese furono effettuate fra il 1970 ed il 1976 in una villa nella Death Valley - poco distante da quella che esplode in Zabriskie Point (1970, Michelangelo Antonioni) - ma, ancor prima della morte di Welles, i negativi di oltre 100 ore di filmati furono bloccati e poi custoditi in un deposito in Francia per questioni di diritti. Infatti uno dei produttori ufficiali era il cognato dello Scià di Persia, deposto dagli Ayatollah nel 1979 con conseguente requisizione di beni e capitali, e quindi da lui non erano più arrivati i finanziamenti promessi. Un tribunale francese stabilì che il titolare del girato non fosse il regista, ma i produttori e quindi solo dopo molti anni si riuscì a sbloccare il contenzioso e trasferire finalmente i negativi (molti dei quali mai sviluppati) da Parigi in California.

Dei due documentari, quello di Suffern – un mediometraggio - è incentrato quasi esclusivamente sulla parte tecnica del recupero dei negativi, della loro scansione e montaggio, ottimizzazione sonoro, doppiaggio di alcuni audio mancanti. In quanto a ciò è incredibile come il figlio di John Huston (Danny, regista e attore) riesca a imitare alla perfezione la peculiare ed inconfondibile parlata di suo padre. Si evidenzia anche la varietà della colonna sonora che include pezzi rock, jazz e, nel finale, perfino una saeta flamenca (classico canto a cappella eseguito al passaggio delle processioni della Semana Santa in Andalusia, nel clip in basso  c'è proprio quella inserita nel film), nonché un commento musicale affidato al maestro francese Michel Legrand. L’altro documentario tratta invece più dei cineasti intervenuti e include tanti aneddoti relativi a Welles e ancor più brevissimi clip di suoi film.

Spero che quanto sommariamente descritto abbia suscitato l’interesse di qualcuno e questi troveranno un altro cumulo di interessanti e quasi incredibili particolari legati a questo film e a chi vi ha collaborato nell’arco di quasi 50 anni.

 
Coup de torchon (Bertrand Tavernier, 1981, Fra)

Commedia grottesca ambientata in Senegal a fine anni ’30, quando era ancora colonia francese. Storia quasi surreale eppure divertente e scorrevole, con personaggi indovinati e ben interpretati da un cast ben scelto.

La cérémonie (Claude Chabrol, 1995, Fra)

Questo invece è quasi in stile classico di Chabrol, dico quasi poiché l’ho trovato un poco esagerato sui presupposti e sulla serie di coincidenze che mettono in contatto una psicopatica ed una che si lascia facilmente influenzare. Conoscendo il regista ci si aspetta certamente l’omicidio ma la situazione ed il contorno sono poco credibili e nel pur originale finale il colpo di scena mi sembra tanto un cosiddetto goof madornale.

mercoledì 16 giugno 2021

Micro-recensioni 116-120: Hitchcock comincia a fare veramente sul serio

Consiglio: recuperate almeno The Man Who Knew Too Much e The 39 Steps

 
Come anticipato nel post precedente, nel 1932 Hitchcock lasciò la BFI per passare alla Gaumont British e, dopo l’interludio di Waltzes from Vienna (commedia ben realizzata, ma del tutto trascurabile), iniziò a dirigere film dei suoi generi preferiti, con tutt’altri risultati. Infatti, fra gli ultimi film del suo periodo inglese ci sono non solo i noti The Man Who Knew Too Much (1934, del quale poi lui stesso diresse un remake nel 1955) e The 39 Steps (1935) compresi in questo gruppo, ma anche e l’ottimo seppur meno conosciuto Sabotage (1936), Young and innocent (1937) e The Lady vanishes (1938) che fanno parte del prossimo. In questo gruppo:

  • Rich and Strange (1932)  
  • Waltzes from Vienna (1933)  
  • The Man Who Knew Too Much (1934)  
  • The 39 Steps (1935)  
  • Secret Agent (1936)

Tralasciando i commenti in merito all’insulsa commedia Rich and Strange (1932) e al già citato Waltzes from Vienna, passo quindi a parlare degli altri 3 di questo gruppo che hanno base comune gli intrighi internazionali ma, tranne che in Secret Agent i protagonisti sono comuni cittadini che si trovano coinvolti loro malgrado fornendo così infiniti spunti a Hitchcock per creare suspense. Infatti, se da professionisti si sa spesso cosa aspettarsi, per le persone impaurite, minacciate e/o accusate ingiustamente le loro reazioni non sono facilmente prevedibili e così al lavoro sui tempi per creare l’attesa, si somma quello di non sapere cosa succederà! Per questi motivi Secret Agent è quello dei tre che mi piace di meno mentre gli altri due sono, secondo me di gran lunga superiori. 

  
In The 39 Steps c’è però da dire che le scene finali sono un po’ troppo lunghe, monotone, non troppo credibili e senza un vero coinvolgimento dei protagonisti, ma la vedo come unica minore pecca di un gran bel thriller/mistery, con trama molto singolare, ben due personaggi “comuni” che si trovano invischiati nelle pericolose vicende (e non vanno per niente d’accordo), sviluppi pieni di twist e ambientazioni molto varie. Questo, oltre ad essere il mio preferito del gruppo, evidenzia ancora una volta quanta commedia Hitchcock riesca a mettere anche nelle situazioni più drammatiche (vedi citazione “commedie” post precedente).

Per The Man Who Knew Too Much volle Peter Lorre, divenuto improvvisamente famoso per il suo ruolo di killer pedofilo in M - Il mostro di Düsseldorf (1931, Fritz Lang, 91° miglior film di sempre) dopo aver lavorato in teatro per una decina di anni, diretto anche da Bertold Brecht. Lo riutilizzò per il successivo Secret Agent (1936), facendolo tornare apposta dagli USA dove si era già trasferito e dove avrebbe continuato la sua carriera da ottimo caratterista spaziando dai noir Il falcone maltese (1941, John Huston) e Casablanca (1942, Michael Curtiz) alle commedie come Arsenico e vecchi merletti (1943, Frank Capra), essendo apprezzatissimo dai grandi registi dell’epoca. In quanto al cast c’è da segnalare anche la presenza della quasi esordiente 14enne Nova Pilbeam nei panni dell’insopportabile figlia dei protagonisti che fra i suoi soli 14 film conta però un’altra collaborazione con Hitchcock (stavolta da protagonista) in Young and innocent (1937), ma direi che il mondo del cinema non ha perso molto.

mercoledì 6 gennaio 2021

micro-recensioni 1-5/2021: per iniziare bene l’anno …

… sono andato sul sicuro (con qualche ma ...), con 4 quotatissimi prodotti hollywoodiani distribuiti nell’arco di parecchi decenni e un tedesco di rating appena inferiore (IMDb 7,5 e RT 94%), secondo me attribuibile esclusivamente alla particolarità del soggetto: Nosferatu. Dopo aver guardato film tanto acclamati, è mia abitudine andare a leggere vari commenti, fra i migliori e i peggiori (che tutti hanno), tralasciando quelli nel mezzo, immaginando un confronto virtuale. Pur riconoscendo che la loro qualità sia di alto livello, non sono tanto d’accordo in merito alle posizioni relative nei vari rating, a cominciare dal film di Herzog, che comunque è un caso a sé.

Nosferatu: Phantom der Nacht (Werner Herzog, Ger, 1979)

Fra le principali critiche mosse a questo remake (molto fedele) del Nosferatu originale di F.W. Murnau (1922) ci sono quelle dei pochi movimenti di macchina e della scarsa originalità, quando questi sono invece proprio fra i suoi meriti. Si tratta di un omaggio a quel tipo di cinema, lavorando però con mezzi moderni e una delle sue eccellenze è quella di girare a colori ma spesso con varietà di tonalità di colori dello stesso gruppo, quasi come se fosse un bianco e nero virato. Anche la scelta del suo amico/nemico Klaus Kinski quale protagonista si rivela perfetta e l’attore interpreta il ruolo a meraviglia. Per apprezzare appieno questo film, penso sia indispensabile aver visto l’altro e si comprenderà che non fu prodotto per fargli concorrenza o stravolgere la storia, casomai inserendo effetti speciali certamente già possibili 40 anni fa ma neanche immaginabili un secolo fa. Herzog ancora una volta dimostra di trovarsi a suo agio proponendo personaggi solitari e assolutamente al di fuori della norma, che mirano a imprese straordinarie se non impossibili, contro ogni logica e contro tutti. Location, luci, arredamenti e costumi fanno il resto, vero cinema della miglior tradizione europea opposto alle americanate, per quanto possano essere ben realizzate.

 

There Will Be Blood (Paul Thomas Anderson, USA, 2007)

(IMDb 8,2 e RT 91%, 2 Oscar e 6 Nomination, 144°)

Questa parabola di un petroliere (titolo italiano) che si sviluppa nell’arco di vari decenni, i primi del secolo scorso, è basata su un romanzo di Upton Sinclair, splendidamente adattata da Paul Thomas Anderson. Al di là della bravura dimostrata dal solito Daniel Day-Lewis (al suo secondo Oscar) nei panni del protagonista, il regista-sceneggiatore riesce a dipingere alla perfezione l’ambiente, soci e antagonisti in particolare il suo persecutore interpretato alla perfezione da Paul Dano, attore per il quale non stravedo, ma perfetto per questo ruolo di viscido e infido, mascherato da buono e compassionevole. L’altro Oscar andò a Robert Elswit per la fotografia (assolutamente meritato, specialmente per le scene con poca luce) e, per la cronaca, in tre delle 6 candidature andarono (miglior film, regia e sceneggiatura) Anderson fu superato dai fratelli Coen per No Country for Old MenChiaramente imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

Chinatown (Roman Polanski, USA, 1974)

(IMDb 8,1 e RT 100%, 1 Oscar e 10 Nomination, 154°)

Ho sempre sostenuto che Polanski è un ottimo regista, capace di districarsi a meraviglia in ogni genere, con pochi attori o con set affollati, in ogni ambiente e in ogni epoca, e questo ne è un ennesimo esempio. Chinatown è un film ben bilanciato (fatto dimostrato dalle 11 candidature Oscar e non importa averne ottenuto Oscar) vantando un ottimo cast, nel quale non sfigura certo John Huston, anche se i più lo conoscono e lo ricorderanno come regista. La sceneggiatura è scorrevole ma piena di twist e sorprese (non sempre prevedibili), il cast è di ottimo livello e fotografia, scenografie e costumi accattivanti. Visto che li ho inseriti nello stesso gruppo, è impossibile non fare un riferimento (non un paragone …) a L.A. Confidential, anch’esso ambientato a Los Angeles anche se a qualche decennio di distanza. Questo ha storia e protagonisti più plausibili mentre l’altro, per quanto possa essere ben girato e interpretato, appare molto più campato in aria, troppi personaggi fuori di testa, violenza gratuita ed eccessiva, sparatoria interminabile (con il 90% di colpi a vuoto, pur essendo opera di professionisti), corruzione alle stelle … una vera americanata, anche se di ottimo livello.Anche questo imperdibile per chi non l’avesse ancora visto.

  

Anatomy of a Murder (Otto Preminger, USA, 1959)

(IMDb 8,0 e RT 100%, 7 Nomination)

Classico court room movie, ma con una buona vena ironica e con un crimine poco chiaro. Un avvocato quasi ritiratosi dall’attività (James Stewart), accetta di difendere un militare (Ben Gazzara) che avrebbe ucciso il presunto violentatore della sua provocante moglie (Lee Remick). Dovrete guardare il film fino alla fine per sapere, forse, come son andate verament le cose. Vari sono i personaggi quasi da commedia; oltre all’avvocato difensore, ci sono i suoi due assistenti e il giudice (nuovo per quel tribunale), mentre le parti più serie e drammatiche sono riservate al presunto colpevole e all’avvocato inviato a supporto del D.A. (George C. Scott), arrogante e minaccioso, ma spesso messo alla berlina dall’umile avvocato di provincia. Per oltre 2 ore Otto Preminger tiene alta l’attenzione degli spettatori fra le indagini dell’avvocato in ambiente ostile, le civetterie della donna e i battibecchi in tribunale. Ottimo film di genere che, per definizione, prevede poca azione. Consigliato a quelli ai quali piacciono argute discussioni, dialoghi, stilettate e arguzie verbali, condite con una certa suspense.

L.A. Confidential (Curtis Hanson, USA, 1997)

(IMDb 8,2 e RT 99%, 2 Oscar e 7 Nomination, 124°)

Come molti avranno già intuito, a prescindere dai giudizi di tanti altri, questo film che già mi lasciò qualche perplessità anni fa, continua a non convincermi. Lo trovo esagerato, con personaggi molto sopra le righe e di caratteri completamente opposti, che convivono nello stesso distretto di polizia, nel quale il senso della legge è quasi del tutto assente. Pestaggi selvaggi, si alternano a incontri con la femme fatale di turno (Kim Basinger), gli intrecci fra politica, soldi, potere e polizia sono troppo spinti ed i comportamenti dei singoli sembra poco plausibile. I tre poliziotti sono ben interpretati da Kevin Spacey, Russel Crowe e Guy Pearce, anche James Cromwell fa la sua brava figura, mentre assolutamente ridicolo appare Danny DeVito; secondo me, la cosa peggiore è la sceneggiatura e a ciò si aggiunge la regia di Curtis Hanson (solo 14 film in 40 anni, chissà come mai) che lascia abbastanza a desiderare.

 

#cinema #cinegiovis

lunedì 19 ottobre 2020

Micro-recensioni 351-355: di nuovo 5 cinematografie diverse

Stavolta si tratta di Giappone, Perù, India, USA e Cuba. Di livello certamente superiore è il film giapponese (l’ennesimo di Masumura, ma totalmente diverso dagli altri), interessanti il peruviano e l’indiano, al di sotto delle aspettative i rimanenti due. Tuttavia, i primi quattro hanno in comune il fatto di affrontare i rispettivi temi (guerra, ordine militare, terrorismo, ambiente) più o meno seriamente e fornire una morale o, quantomeno, un preciso punto di vista.

 

(The) Red Angel (Yasuzô Masumura, Jap, 1966)

Si tratta di uno dei più apprezzati film di Masumura, che in questo caso si cimenta nel genere bellico ma di combattimenti se ne vede solo uno, parziale e di minore importanza. Il tema è l’irrazionalità della guerra in sé (in questo caso quella in Cina) e quindi è dichiaratamente contro di essa. Protagonista (interpretata da Ayako Wakao, musa del regista, 25 film con lui) è una giovane infermiera, dislocata in un ospedale militare, poi uno da campo al fronte, e infine in un avamposto circondato dai cinesi. Non è film per spettatori troppo sensibili o deboli di stomaco, le operazioni quasi senza anestesia, i mucchi di arti amputati, gli ammassi di cadaveri e i feriti stipati sono affiancati da altri problemi altrettanto problematici e scottanti. In questa situazione nasce un legame fra l’infermiera e un chirurgo i quali spesso si trovano a discutere di quella che oggi si chiama bioetica.

Ottimo film, uno dei più apprezzati di Masumura … 7,8 su IMDb, solo 4 recensioni su RT (tutte più che positive), gradimento del pubblico 95%

La ciudad y los perros (Francisco Lombardi, Perù, 1985)

Tratto dall’omonimo romanzo di esordio di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura nel 2010. Nel 1999 il regista Francisco Lombardi avrebbe poi adattato anche il remake di un altro suo romanzo, Pantaleón y las visitadoras (1973), che era già stato portato sul grande schermo dallo stesso autore nel 1976, ma senza grande successo tant’è che è rimasta la sua unica regia. Quasi tutto il film si svolge nel collegio militare di Lima ma la trama, pur comprendendo gli inevitabili classici episodi di nonnismo e bullismo (tristemente noti in ogni paese ed in ogni epoca), si distacca dal solito e prevedibile mettendo in evidenza il marciume che esiste anche nell’ambiente degli ufficiali e sottufficiali. Non quotato su RT (essendo peruviano non ha recensioni) appare comunque in IMDb con un più che buono 7,4.

  

A Wednesday (Neeraj Pandey. India, 2008)

Film d’esordio di Pandey, non solo regista ma anche sceneggiatore e produttore. Si tratta di uno dei vari film che prendono spunto dal terrorismo (frequenti gli attacchi di questo tipo in India) per costruirci sopra un thriller. Concettualmente è simile a tanti altri (ultimatum con determinate richieste da soddisfare per evitare una strage di civili) e si svolge in poche ore, ma la storia è abbastanza varia e piena di sorprese. Particolarmente apprezzabile è la tecnica di ripresa con camera quasi sempre in movimento, scene intense con montaggio velocissimo, ottimo commento musicale sempre adatto alle varie situazioni (ma niente a che vedere con Bollywood).

Solo nella seconda parte, poco prima del finale abbastanza inaspettato, rallenta per far proporre un lungo dialogo fra i due protagonisti che spiegano nel dettaglio le proprie ragioni: quelle dei cittadini comuni e quelle della legge. Dilemma morale ben noto e discusso da secoli, ma pur sempre interessante.

Da guardare, quantomeno per vedere un diverso approccio al tema rispetto ai soliti film americani.

The Misfits (John Huston, USA, 1961)

Fu l’ultimo film sia per Clarke Gable (infarto subito dopo il termine delle riprese) che per Marilyn Monroe (nota discussa morte l’anno successivo); li affiancano Montgomery Clift ed Eli Wallach. Noto forse più per i primi motivi e per avere nella sceneggiatura (pare) vari similitudini con la fine della relazione fra l’attrice ed Henry Miller (autore); riprese complicate dalla conclamata dipendenza di alcol e droghe di buona parte di loro e da un certo boicottaggio nei confronti di Eli Wallach.

C’è un po’ di tutto nella trama, Gable e Wallach si interessano alla Monroe appena divorziata e accompagnata dalla grande caratterista Thelma Ritter (6 Nomination Oscar non protagonista). Successivamente entra in gioco Montgomery Clift, parte relativamente breve, e scompare la Ritter.

A questo punto è bene precisare che misfits potrebbe e dovrebbe essere tradotto come “disadattati, asociali, …” e non Gli spostati (titolo italiano). Infatti, ognuno dei 4 ha le sue fisime e un suo personaggio al quale si attiene, in particolare i tre uomini. Non dico di ciò che avviene nel corso del film ma vado direttamente alla conclusione (non lo vedo come spoiler) nella quale si assiste ad uno scontro fra i 4 (quasi del tutto verbale) che molti hanno voluto interpretare come precursore delle idee anti-western, ambientaliste e animaliste, ma che non lega con i personaggi. Non mi ha convinto …

Guantanamera (Tomás Gutiérrez Alea, Cuba, 1995)

Ultimo film del regista cubano, girato subito dopo il suo più noto Fragola e cioccolato; un’altra commedia e anche in questo caso (come in La muerte de un burocrata, 1966) tutto ruota attorno un cadavere che deve essere sepolto dall’altra parte dell’isola. Sorgeranno innumerevoli intoppi, i carri funebri saranno cambiati più volte e seguiranno lo stesso itinerario di un camion guidato da due singolari autisti, uno dei quali è invaghito da tempo di una donna che viaggia nell’auto al seguito del morto …

Pur avendo messo tanta care a cuocere, Gutiérrez Alea e i suoi co-sceneggiatori non riescono ad essere brillanti come nel succitato film di 30 anni prima ed in particolare la parte romantica è abbastanza melensa. Evitabile.


#cinema #cinegiovis

domenica 1 dicembre 2019

74° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (366-370)

Gruppo nettamente dominato dall’unico giapponese che, da solo, vale tutti e quattro i film di Hollywwod che completano la cinquina, nonostante i tanti nomi di grido (John Huston, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Marilyn Monroe, George C. Scott, Henry Hathaway, Tony Curtis, Frank Sinatra, Richard Widmark, Joseph Cotten, …). Il film di Masaki Kobayashi è un vero capolavoro e ad esso è dedicato gran parte del post nel quale, per l’occasione, ai poster ho aggiunto varie immagini del film in questione ... da non perdere!

   

366  Kaidan (Masaki Kobayashi, Jap, 1964) tit. it. “Kwaidan - Storie di fantasmi” * con Rentarô Mikuni, Michiyo Aratama, Tatsuya Nakadai, Misako Watanabe * IMDb 8,0  RT 100% 
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Uno dei 3 lavori più apprezzati di Kobayashi, tutti realizzati nell’arco di pochi anni, essendo gli altri Human Condition (1959-61, in tre parti) e Harakiri / Seppuku (1962, per me il migliore in assoluto). Pur non essendo del tutto omogeneo se non per lo stile e il tema, i suoi i pregi sono chiaramente nella messa in scena e nella gestione dei colori che lasciano chiaramente trasparire i trascorsi pittorici del regista. La mancanza di effettiva continuità deriva dal fatto che si tratta di una raccolta di 4 famosi racconti tradizionali del soprannaturale, fra fantasmi e spiriti. Come quelli di ogni altro paese, sono abbastanza semplici e lineari, sotto vari aspetti anche scontati, mirando solo a sostenere la morale conclusiva tipica di qualunque favola.
Pur se diretto con la solita artistica lentezza di molti lavori del regista, ciò che lo rende pregevole e quindi generalmente apprezzatissimo, sono la fotografia, i costumi, le scene e i fondali. In particolare questi ultimi contano su una gran varietà di colori forti, poco reali, ma certamente di effetto e ben trattati, che forniscono eccellente sfondo per queste storie. (vedi foto). Il film fu completamente girato utilizzando set montati in un vecchio hangar, nessun esterno reale; nei colori onirici, quasi psichedelici, dei fondali predominano i colori fra i rossi e i gialli, includendo quindi gli arancioni, in tutte le tonalità possibili e immaginabili. 






Le 4 leggende sono di lunghezza molto diversa (p.e. la terza è lunga il triplo della quarta), la seconda è probabilmente la più coinvolgente per compattezza e interpretazione, avendo come protagonista Tatsuya Nakadai, attore preferito di Kobayashi, come sottolineato pochi giorni fa in merito a Black River.
Il terzo racconto, il più lungo in assoluto e quello con più attori, si distingue dagli altri per utilizzare classici dipinti giapponesi a supporto della descrizione di una epica battaglia navale fra due clan che sarà la base per gli eventi successivi. La macchina da presa anche in questo caso si muove lentamente (inutile dirlo... si tratta sempre e comunque di Kobayashi) fra disegni di volti, armi, barche e sangue. 
Nel caso vogliate guardare Kaidan (cosa che senza dubbio suggerisco) accertatevi di recuerare la versione completa di 3h03’ e non una di quelle ridotte  semplicemente accorciando scene, e tantomeno quella in cui è stato eliminato un intero episodio.


367  Pickup on South Street (Samuel Fuller, USA, 1953) tit. it. “Mano pericolosa” * con Richard Widmark, Jean Peters, Thelma Ritter * IMDb 7,7  RT 91% * Nomination Oscar per Thelma Ritter non protagonista; Leone di Bronzo e Nomination Leone d’Oro a Samuel Fueller a Venezia
Classico noir degli anni ’50, nel quale un borseggiatore si trova coinvolto suo malgrado in un affare molto più grande e pericoloso del solito, con polizia e non solo alle calcagna. Non manca in nome di richiamo (Richard Widmark), la femme fatale (Jean Peters) e la brava attrice di supporto (Thelma Ritter, Oscar). Ben realizzato in un classico ambiente noir, fra spionaggio internazionale e rapporti al limite del legale fra polizia e piccola malavita.
Più che buono nel suo genere.

      

369  The List of Adrian Messenger (John Huston, USA, 1963) tit. it. “I 5 volti dell'assassino” * con George C. Scott, Kirk Douglas, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Tony Curtis, Frank Sinatra * IMDb 6,9  RT 63%
Non prometteva un granché in quanto a rating e, a prima vista, sembrava strana la presenza di 5 attori di calibro in un film semisconosciuto. Ebbene il film è migliore di quanto annunciato ma scordatevi di vedere i volti degli attori annunciati in quanto la maggior parte di loro appare solo in brevi scene e pesantemente truccati, praticamente irriconoscibili. Sarà possibile sapere chi è chi solo al termine, dopo il fatidico “The End”, quanto ognuno di loro si strapperà la maschera e rivelerà la propria identità, un sotterfugio al limite della truffa nei confronti degli spettatori.
Il vero protagonista è George C. Scott e il suo antagonista Kirk Douglas, entrambi sono garanzia di buona qualità di interpretazioni e sono ben supportati dal resto del cast (riconoscibile) che conta su volti non eccessivamente noti. Il soggetto è semplice e lineare (il classico gioco ad eliminazione da una certa lista) ma i motivi del killer sono ben occultati e il gioco fra gatto e topo è ben proposto, con vari interessanti e ben situati colpi di scena, spesso poco prevedibili.
Se piace il genere, più che sufficiente.

368  Portrait of Jennie (William Dieterle, USA, 1948) tit. it. “Il ritratto di Jennie” * con Jennifer Jones, Joseph Cotten, Ethel Barrymore * IMDb 7,7  RT 83%  * Oscar per gli effetti speciali e Nomination per la fotografia; Joseph Cotten miglior attore e Nomination Leone d’Oro per William Dieterle a Venezia
Trama romantica - fantasy - artistica con soggetto abbastanza insulso e prevedibile. Avvenimenti ripetitivi di incontri di una ragazzina (all'inizio) che nel corso del film diventa donna, ma è sempre interpretata (in modo poco convincente) da Jennifer Jones. Considerato che né Joseph Cotten né il personaggio che interpreta colpiscono in particolar modo, l'unico punto a favore del film resta Ethel Barrymore, sempre affidabile come i suoi fratelli Lionel e John.
Film mediocre nonostante nomination e altri riconoscimenti, evitabile senza rimpianti. 


370  Niagara (Henry Hathaway, USA, 1953) * con Marilyn Monroe, Joseph Cotten, Jean Peters * IMDb 7,0  RT 83%
Altro classico noir degli anni ’50, dalla trama potenzialmente interessante con qualche buon twist, ma la sceneggiatura è lacunosa. Le pessime prove di Casey Adams e Marilyn Monroe che in quanto a capacità artistiche non riesce ad andare oltre l’ancheggiare, fanno sembrare non solo Joseph Cotten ma anche Jean Peters meritevoli di Oscar.

La regia di Henry Hathaway non riesce a salvare il film, peccato.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.