Visualizzazione post con etichetta Spagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spagna. Mostra tutti i post

lunedì 28 dicembre 2020

micro-recensioni 436-440: cinque pezzi rari, ispanofoni e interessanti

A parte il riferimento cinefilo a Five Easy Pieces (aka 5 pezzi facili, 1970, di Bob Rafelson, con Jack Nicholson e Karen Black, 4 Nomination Oscar), film da recuperare per chi non l’avesse visto, si tratta veramente di un gruppo fuori del comune, penso siano pochissimi quelli che ne hanno visto anche solo uno. Ci sono due film argentini, uno molto singolare al limite dello sperimentale (pluripremiato, 4h, con budget di 33.000$) e un adattamento di apprezzato dramma politico teatrale del 1940; gli altri 3 sono spagnoli, con un melodramma musicale prodotto da Buñuel nel 1935 e due documentari, il primo del 1980 ritirato dalla circolazione per (scandalosa) sentenza del Tribunal Supremo e l’altro del 2013 che lo analizza.

Historias extraordinarias (Mariano Llinás, Arg, 2008)

Film sperimentale, praticamente sconosciuto al di fuori dell’Argentina anche se è stato presentato a vari festival, compreso quello di Torino; ma quale distributore si azzarderebbe a proporre un film di 4 ore, privo di alcun nome di richiamo? Prodotto a dir poco fuori di ogni canone, con tre storie veramente parallele (non hanno punti in comune), ognuna con un diverso protagonista senza nome (H, Z e X). Senz’altro singolare, con tanta voce fuori campo che però è sempre connessa con le immagini; si ha l’impressione di ascoltare un audiolibro con immagini. Non so se questa fosse l’intenzione originale del regista (e interprete, Mariano Llinás è X) o è stata una brillante soluzione dopo che una società di produzione per il suo progetto iniziale aveva preventivato “70 attori, 60 location, 10 settimane di riprese e 100 viaggi nella provincia di Buenos Aires”, e sottolineava anche problemi irrisolvibili quali “presenza di leoni, viaggi in Africa, scene belliche, esplosioni, sequenza nautiche, un’inondazione e incendi”! Tutto risolto dal genio del regista-sceneggiatore con cast ridottissimo ed intercambiabile e mediamente soli 4 tecnici. Sono così bastati 33.000$, anche grazie a alcuni alloggi e pasti offerti e a quelli che hanno prestato la loro opera gratuitamente.

Venendo al film, si narrano tre storie, più che straordinarie, misteriose, che si sviluppano on the road (e in parte su un fiume) alla ricerca di qualcosa che i protagonisti non conoscono, ma che non riescono a levarsi di mente.

  

Rocío (Fernando Ruiz Vergara, Spa, 1980)

El caso Rocío (José Luis Tirado, Spa, 2013)

Li tratto insieme essendo in strettissima relazione. Il primo fu un’indagine abbastanza approfondita sul pellegrinaggio e festa del Rocío, che porta alla luce ciò che c’è dietro in termini di potere, denaro e politica, non si tratta solo di religione (forse in concreto il punto di vista meno importante). Attraverso molte brevi interviste ad abitanti, hermanos mayores delle cofradías (priori delle confraternite), antropologi e storici, presenta un quadro non sempre lusinghiero e ciò lo portò in tribunale. Vergara rientrò in Spagna dopo vari anni spesi in Portogallo, lasciando il suo paese franchista per partecipare alla rivoluzione dei garofani (1974) con la quale ebbe inizio il vero dopo-Salazar. All’uscita del documentario, in piena transizione, si formarono subito movimenti di tipo assolutamente opposto che ricalcavano le idee dei vecchi falangisti e repubblicani della guerra civile. In una delle interviste un anziano (testimone oculare) racconta di un massacro a sangue freddo di 100 persone ad Almonte (dove si trova il Santuario de la Virgen del Rocío), facendo nome e cognome del mandante. Pur essendo quest’ultimo già deceduto all’epoca del documentario, i discendenti chiamarono a giudizio regista, sceneggiatrice e chi aveva denunciato il fatto. La questione si risolse con il verdetto del Tribunal Supremo che intimò di tagliare le scene incriminate, ma il regista rifiutò e la pellicola fu proibita in Spagna. Sconsolato, il regista onubense (nativo di Huelva, capoluogo della provincia, a pochi km da Almonte) tornò in Portogallo, dove morì nel 2011, e non produsse più alcun documentario.

Il successivo El caso Rocío spiega, e in alcuni casi critica, le vicissitudini del documentario prodotto 33 anni prima, riproponendo alcune immagini dello stesso commentate da antropologi, cineasti (molti suoi amici portoghesi che avevano collaborato alle riprese e poi al montaggio, l’avvocato che lo difese in giudizio e la sceneggiatrice, ma ci sono anche spezzoni di un’intervista allo stesso Vergara realizzata qualche anno prima. Si assiste a scene incredibili di uomini in trance di fanatismo religioso che si accalcano e lottano per essere fra i primi portatori della statua della Virgen; impressionano anche le immagini di bambini terrorizzati e singhiozzanti, alcuni dei quali ancora lattanti, passati di mano in mano sulle teste della calca per farli giungere a toccare la statua. Nella festa laica si superano tabù come quello dell'abbigliamento delle donne che vestono in modo più provocante (quasi scandalizzando la troupe portoghese) e del coinvolgimento degli omosessuali ai quali è consentito partecipare alle danze. Tuttavia, centinaia di migliaia di persone si uniscono alla festa (complessivamente circa un milione) solo per la parte più folklorica, attratti dai canti e balli tradizionali, con i partecipanti (specialmente le donne) nei classici sgargianti vestiti andalusi, e dalle sfilate di cavalli bardati e carri addobbati. Tutto ciò dura una settimana mentre solo poche ore sono dedicate alla parte religiosa, anche se dalle connotazioni piuttosto pagane.  

Se il primo si può anche guardare da solo, per il secondo è quasi indispensabile aver guardato l’originale. I due documentari si trovano su YouTube, quello del 2013 in HD 1080p.

 

Un guapo del 900 (Leopoldo Torre Nilsson, Arg, 1960)

Ci sono arrivato poiché diretto dallo stesso regista di La caìda (1959), inserito nel gruppo precedente. Oltre al 7,1 su IMDb, mi ha intrigato il titolo (in Argentina guapo equivale al nostro guappo, e non bello come in spagnolo) e anche un lungo articolo che descrive nei dettagli la situazione politica a Buenos Aires nel 1940, quando ci fu la prima dell’omonimo lavoro teatrale. Si mette in risalto la commistione fra politica e malavita. Anche all’epoca i politici di turno non solo tolleravano questo tipo di tirapiedi ma li usavano pure a scopo intimidatorio e talvolta venivano da questi visti come oggetto di devozione. Nel film il protagonista agisce spontaneamente per lavare l’onore del “padrone” e anche quando è arrestato tace per non comprometterlo. Da un lato e dall’altro si va avanti per questioni di onore, effettive e sentite o solo di facciata. Interessante soggetto, ben sviluppato.

La hija de Juan Simon (José Luis Sáenz de Heredia, Spa, 1935)

Uno dei film attribuibili a Buñuel, ma nei quali lui appare solo come produttore per la Filmofono della quale era comproprietario. Il protagonista è il cantante Angelillo che poi sarà anche la star nel successivo ¡Centinela, alerta! (1937) con Buñuel notoriamente riconosciuto come co-regista, mentre Sáenz de Heredia (regista di questo film) compare come attore. Praticamente un gruppo che sfornò film commerciali (spesso musicali) fino agli anni della Guerra Civile. Quanto detto giustifica l’andamento rapido del melodramma che copre almeno un lustro e include varie performance di Angelillo, oltre a uno sfrenato flamenco di Carmen Amaya, la più famosa bailaora de flamenco di tutti i tempi. In effetti compare solo in quella scena (svolta fondamentale nella trama), e quindi il suo nome in bella evidenza sulle locandine fu inserito solo quale specchietto per allodole. Questa fu la sua prima apparizione sul grande schermo e voglio aggiungere questo clip tratto dall’ultimo film nel quale apparve (Los Tarantos, 1963, Nomination Oscar), morì pochi mesi più tardi; osservate cosa riusciva ancora a fare a 50 anni, l’impressionante velocità di braccia, gambe e piedi furono sempre sua caratteristica. Si esibì a Parigi, Londra e New York e perfino alla Casa Bianca.

lunedì 10 febbraio 2020

Topic 5: bagni pubblici, non solo per escursionisti

In località turistiche dovrebbero esserci bagni pubblici?

Cominciamo da quelli probabilmente “escursionisticamente” più necessari, cioè per Termini e Nerano dove, in stagione escursionistica e balneare e specialmente nei weekend, si registra un notevole afflusso di persone e i locali pubblici che in un modo o nell’altro suppliscono alla mancanza sono pochissimi. Certamente il problema, seppur in forma diversa, si presenta anche in ambito urbano come Massa centro e Sant'Agata, in particolare in occasione di eventi.
Penso che per i gestori di locali pubblici, ma si dovrebbe chiedere loro conferma, sia un problema di congestione e forse anche economico. Talvolta di 50 persone che entrano in un bar, solo una decina consumano un caffè o comprano una bottiglietta d'acqua, ma con il resto bloccano bar e servizi per mezz'ora i gestori pagano acqua, pulizia, luce, carta igienica, eccetera. Non tutti hanno il buon senso o l'educazione di consumare qualcosa e in molti entrano ed escono senza neanche salutare e, poi, ringraziare. In pratica, basta anche un solo pullman che scarichi decine di escursionisti dopo un viaggio di varie ore per formare code infinite. Se può consolare, si sappia che il malcostume non si vede solo in penisola; vi assicuro che vedo quasi dovunque cartelli “dissuasori” che specificano che i servizi solo per i clienti, come è giusto che sia. A meno che i gestori non considerino che l'uso dei servizi sia economicamente redditizio, quelli pubblici sarebbero più che opportuni. 
Un’alternativa per il percorso della Campanella sarebbe quella di predisporre bagni lungo la strada comunale. Se posizionati nella prima parte si potrà contare su disponibilità di acqua e fognatura (essendo zona abitata), ma ci sono anche altre varie soluzioni previste proprio per aree naturalistiche e sentieri escursionistici che potrebbero tornare utili anche per il sentiero di Jeranto. Per esempio, una toilette ecologica come quella della foto di apertura, secca e totalmente autonoma non avendo bisogno di allacci. Tipi simili, di varia grandezza, erano la norma nei parchi e presso le spiagge in Nuova Zelanda, già una dozzina di anni fa. 
(in fondo alla pagina altro tipo di toilette secca)
In ambito cittadino si potrebbero prevedere quelle autopulenti che ricordavo essere presenti in varie città europee già nel secolo scorso. Fatta una ricerca, da Wikipedia ho appreso che le Sanisette sono attive a Parigi dal 1981 e la ditta ne produce ora di più moderne e, ovviamente, anche altre ditte sono ormai sul mercato. (foto sopra)
Restando in soluzioni più tradizionali, sempre per esperienza diretta, posso dire che in paesi come Spagna e Portogallo (ma ne ho trovati tanti anche in Sicilia) anche nei paesini più piccoli ci sono bagni pubblici puliti e gratuiti.

Una soluzione (che pare sia al limite della legalità, ma che in orari di punta o per situazioni particolari come manifestazioni musicali o sportive potrebbe rivelarsi funzionale) è quella attuata nel bar del Parador del Teide. Questo è un grande albergo con ristorante e bar annesso, capolinea degli autobus di linea che giungono nel Parque Nacional del Teide, nei pressi di un grande parcheggio. Qui tutti possono usufruire dei bagni del bar (puliti ed in buon numero) ma solo dopo aver pagato un ticket (con regolare scontrino) all’addetto alla pulizia. Tuttavia, a chi comprerà qualcosa detto importo verrà scontato dal prezzo della consumazione. Ipotizzando di imporre un ticket di €1 (che non è eccessivo per un bagno pubblico) si potrà bere un caffè gratis; chi comunque aveva intenzione di bere anche un semplice caffè andrà gratis in bagno (come è normale). Soluzione ingegnosa e soddisfacente sia per utenti che gestori, ma purtroppo valida solo con grandi numeri.

martedì 26 marzo 2019

Questione di lana caprina causa un incidente diplomatico fra Spagna e Portogallo

Quest'anno ricorre il 500° anniversario della partenza di Magellano (portoghese) da un porto spagnolo (Sanlúcar de Barrameda) con 5 imbarcazioni battenti bandiera spagnola, alla ricerca di una rotta occidentale per raggiungere le Molucche (alias Isole delle spezie), disputate fra spagnoli e portoghesi, e - in subordine - completare la circumnavigazione del globo terrestre.
In Portogallo si stanno preparando per celebrare quest’ultimo evento anche se Fernão de Magalhães (nome originale lusitano, Fernando o Hernando de Magallanes in spagnolo) non completò quel viaggio in quanto fu ucciso in un'isola nella battaglia di Mactán (Filippine, 27 aprile 1521), per mano di indigeni, mentre il comandante dell'unica nave che tornò in Spagna quasi 3 anni dopo fu lo spagnolo Juan Sebastián Elcano.
Cosa abbiano da commemorare i portoghesi non è chiaro ... forse il progetto di Magellano, che tuttavia fu rigettato dalla corte e successivamente, nell’ultima parte del viaggio, ostacolato in ogni possibile modo? Gli spagnoli, ovviamente, hanno cominciato a mettere i puntini sulle i.
Ma c’è un ulteriore dilemma “filosofico” ... cosa si intende per “giro del mondo”? Ci sono sostanzialmente due punti di vista: c’è chi intende tornare al punto di partenza procedendo sempre nella stessa direzione (verso est o verso ovest non importa) e chi semplicemente attraversare tutti i meridiani, anche in viaggi diversi.
Nel primo caso Elcano e i pochi sopravvissuti furono senz'altro i primi, nel secondo Magellano "potrebbe" essere stato il primo in quanto una decina di anni prima aveva navigato vari anni fra Indiaisole della Sonda, dove ritornò nel ’21 poi provenendo da est. Ho evidenziato "potrebbe" poiché, proprio in uno dei precedenti viaggi, nel porto malese di Malacca aveva comprato un giovane schiavo, poi detto Enrique de Malaca (o el Negro) che poi portò sempre con sé utilizzandolo anche come interprete. Questi era di probabile origine filippina e quindi, in tal caso, sarebbe stato lui il primo ad aver attraversato tutti i meridiani nel momento in cui la spedizione giunge nei pressi dei suoi luoghi natali, a est delle acque più orientali precedentemente solcate da Magellano.
Pur essendo stato per quanto possibile conciso, penso di aver chiarito che, pur avendo tante certezze e prove inconfutabili di date ed eventi, la questione non è di facile soluzione.

Da appassionato geografo, lascio la suddetta diatriba e passo discettare dei risultati più concreti ed interessanti del viaggio:
  • La scoperta del passaggio navigabile fra Atlantico e Pacifico sud della Patagonia che ancora oggi porta il nome di Magellano. Per individuarlo nel labirinto di isole che costituisco la parte estrema dell’America meridionale fu necessario un lungo e complesso lavoro esplorativo lungo oltre un mese (21ott - 27nov 1520)
  • Dimostrazione pratica e definitiva della sfericità del globo terrestre
  • La questione del cambio di data, cioè il guadagnare o perdere un giorno al completare un giro del mondo viaggiando rispettivamente verso est o verso ovest. Questo fatto fu molto dibattuto e utilizzato perfino in speculazioni filosofiche metafisiche ma, curiosamente, divenne di effettivo dominio pubblico, a tutti i livelli, solo grazie al Verne che lo utilizzò per il colpo di scena finale nel suo famoso romanzo Il giro del mondo in 80 giorni.
  • la temporanea ripartizione di rotte commerciali, oggetto dei secolari contrasti ispano-lusitani. Nel XVI secolo i portoghesi dominavano nel sudest asiatico avendo importanti colonie (Goa, Ceylon, Malacca, Timor, Macao, ...) mentre gli spagnoli che fino a quel momento dominavano nelle Americhe, giungendo da est, si impossessarono di numerose isole (Caroline, Marianne, Salomone, Guam, Palau, ...) ma soprattutto delle Filippine.
Completo con qualche nota su flotta ed equipaggio. Salparono 5 imbarcazioni di piccola stazza (mediamente più piccole delle 3 caravelle di Colombo, di 150, 140 e 100t) sulle quali si imbarcarono 239 uomini.
Victoria (85t) - unica giunta a destinazione, con 18 persone a bordo. Altri 12 membri dell’equipaggio, fatti prigionieri nelle Isole di Capo Verde, tornarono qualche settimana più tardi dopo essere stati trasferiti a Lisbona e quindi liberati. Fra i 18 sopravvissuti a tante peripezie c'era anche il vicentino Pigafetta, il quale era giunto alla corte spagnola al seguito del vescovo e nunzio pontificio Francesco Chiericati. Entusiasmato dai resoconti dei viaggi di esplorazione e conquista, ottenne di potersi aggregare alla spedizione di Magellano come soprannumerario (chi fa parte dell’equipaggio, ma senza compiti relativi alla navigazione) e in questo suo ruolo redasse una dettagliata relazione del viaggio, dal nome Relazione del primo viaggio intorno al mondo. A sinistra, il pannello maiolicato realizzato a Sanlúcar de Barrameda in memoria dell'impresa, con i nomi dei componenti dell'equipaggio, Pigafetta è l'ultimo della lista. 
Trinidad (110t ) - inizialmente l’ammiraglia, sotto il comando di Magellano; catturata dai portoghesi alle Molucche, mentre tenta di ritornare via Pacifico
San Antonio (120t) - la più grande; l’equipaggio si ammutinò durante le esplorazioni in Patagonia (nov ’20) e tornò indietro approdando in Spagna nel maggio 1521
Concepción (90t) - abbandonata e bruciata alle Filippine, per mancanza di equipaggio
Santiago (75t) - naufragata nel 1520

In Spagna e Portogallo, ormai da varie settimane, compaiono sui giornali ed in rete frequenti articoli sul tema, con interventi di storici, geografi ed accademie varie.

martedì 12 febbraio 2019

Il “secreto” è poco conosciuto, ma non un vero “segreto”

In spagnolo, come in portoghese, secreto equivale all’italiano segreto, in tutte le sue accezioni e usi comuni. Tuttavia, in entrambi gli idiomi, il vocabolo indica anche un relativamente piccolo taglio di carne suina (più o meno mezzo chilo) che si trova fra la paleta (prosciutto di spalla, quindi zampa anteriore) e la pancetta e le costillas, e quindi se ne ricavano solo 2 per animale (vedi foto in basso). In Spagna troverete reclamizzato il secreto iberico (dal maiale nero iberico) e in Portogallo il secreto de porco preto (letteralmente maiale nero, praticamente la stessa razza).

Il pezzo ha una forma irregolare, vagamente triangolare, con una parte più larga e alta (fino a circa 2 cm) che va digradando in ampiezza e spessore verso la punta opposta. Ho letto che per ricavarli è necessario tagliare la carne in un modo particolare, altrimenti vanno persi, restando in parte attaccati alla paleta e/o alla pancetta o costillas.
Quando si cucina intero (di solito a la plancha = piastra) almeno nella parte più spessa lo si incide in modo da poterlo cuocere un modo relativamente uniforme.
Le sue venature di grasso lo rendono particolarmente succulento e tenero, sempre che un cuoco irresponsabile non lo faccia quasi bruciare.
Per fornire orientativamente le dimensioni, nella foto (artigianale, da tablet) del mio secreto a Casa Tata, ho infilzato la forchetta in un pezzo della parte più spessa. In quanto alla superfici, teniate presente che il piatto era ovale e quindi la porzione ben abbondante.
Non mi resta che consigliarvi un assaggio se vi trovate in penisola iberica, possibilmente un pezzo intero (comune in Spagna, più raro in Portogallo dove quasi sempre lo cuociono già tagliato in fette spesse/listarelle).

conejo en salmorejo Casa Tata, Punta Brava (Tenerife)
Data la brevità del post, dopo aver parlato della carne cabra, voglio citare un altro famoso tipico piatto canario a base di carne è il conejo (coniglio) en salmorejo (praticamente in salmì), quindi con grande uso di vino e spezie, molte delle quali, in questo caso, locali. Mi urge però precisare che questa sugo è concettualmente completamente diverso dai più conosciuti salmorejos andalusi, con in testa quello cordobés (di Cordoba) e famose e apprezzate varianti come la porra antequerana alla quale dedicai specifico post.
I salmorejos peninsulari, così come i gazpachos, sono infatti zuppe fredde sostanzialmente vegetali, con ingredienti molto simili fra loro, che si differenziano però per la densità, molto più corposi i primi (molti sostengono che un cucchiaio debba poter restare in piedi), liquidi i secondi tanto da potersi anche "bere". Ai salmorejos spesso si aggiungono "integrazioni proteiche", come pezzetti di carne (jamon) o pesci (tonno o pesciolini fritti) o uova (sode), ma talvolta si tratta di semplici guarnizioni si superficie per le quali si utilizzano anche olive e verdure crude.

giovedì 18 ottobre 2018

Fra tanti film sconosciuti se ne trovano sempre di interessanti

Mi sono imbattuto nell'ennesima lista di 100 migliori film, in questo caso ibero-americani.
Nel lungo ed articolato, sommariamente analitico preambolo, l’autore mette in risalto i pro e i contro di questa classifica del 2009, comuni a tante altre liste. Attenendosi strettamente alla logica, per determinare “il miglior film” (assoluto, di un tale genere, paese, anno o regista che sia) uno dovrebbe averli visti tutti, cosa praticamente impossibile a meno di insiemi molto ridotti. Ed anche in casi come questi (p. e. per quanto mi riguarda ho visto tutti i 13 film diretti da Kubrick e anche i 30 e passa di Buñuel) comunque resterebbe la soggettività di giudizio e anche se un certo numero di persone potrebbero trovarsi d’accordo sui primi 3 o 4, ma quasi sicuramente l’ordine dei rimanenti sarebbe diverso.
Pertanto, come a tutte le altre migliaia di liste delle/dei migliori 10-100-1000 film, cibi, vini, spiagge, paesi, ristoranti, fondi d’investimento, cellulari, ... si potrebbe continuare all’infinito, anche questa va presa molto con le pinze ma ha l’indubbio vantaggio di far conoscere titoli mai sentiti neanche nominare e farne ricordare altri di cui si era persa la memoria. Sta al cinefilo “ricercatore” approfondire ed indagare “l’ignoto” e molto probabilmente ne otterrà spesso giuste ricompense, anche se inframezzate da qualche delusione.
Non meraviglia che la parte del leone la faccia la Spagna con 22, seguita dal Messico con 17 e Argentina con 13. Può sembrare strano che Brasile e Cuba (una dozzina a testa) siano così vicini all’Argentina (in linea di massima con una migliore storia cinematografica) ma si devono considerare il numero dei votanti ed il fatto che poco o niente sia giunto in Italia da tali paesi. I titoli inseriti per i 5 suddetti paesi rappresentano  i 3/4 del totale. 
In questo caso, il primo della lista è Memorias del subdesarrollo (Tomás Gutiérrez Alea, Cuba, 1968 - Memorie del sottosviluppo), seguito dai ben più noti El laberinto del fauno (Guillermo del Toro, 2006), Los olvidados (Luis Buñuel, 1950) e  Cidade de Deus (Fernando Meirelles, 2002).
      
Conoscendo già quasi tutti i film spagnoli e messicani (me ne mancano 2 su 39) e 9 dei 13 argentini, ho cominciato a colmare le mie lacune per quanto riguarda la cinematografia brasiliana e ho subito recuperato 3 film (rispettivamente all’8°, 34° e 76° posto della succitata classifica, clicca sui titoli per le micro-recensioni) giunti a loro tempo in Italia in quanto pluripremiati nei più titolati festival internazionali:
Central do Brasil (Walter Salles, Bra, 1998) tit. int. Central Station * 2 Nomination Oscar (miglior film non in lingua inglese, Fernanda Montenegro protagonista) * a Berlino Orso d’Oro e Premio ecumenico per Walter Salles, Orso d’Argento a Fernanda Montenegro * Golden Globe miglior film non in lingua inglese, Nomination per Fernanda Montenegro
Bye Bye Brasil (Carlos Diegues, Bra, 1979) * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Tropa de elite (José Padilha, Bra, 2007) tit. it. Gli squadroni della morte * Orso d’Oro a Berlino per José Padilha
      
Mentre mi accingo a guardare un'altra decina di quelli che sono riuscito a recuperare fra i "mi mancano", vi invito a dare almeno un'occhiata ai titoli inclusi nel post Las 100 mejores películas iberoamericanas de la historia.

venerdì 12 ottobre 2018

Salvador Dalì nel Museo Reina Sofia di Madrid

Avendo già parlato sommariamente del Prado, eccomi al (Museo Nacional Centro de Arte) Reina Sofia di Madrid nel quale la star, per i miei gusti, è fuor di dubbio Salvador Dalì (1904-1989). Artista prolifico ed eclettico, personaggio emblematico del surrealismo, è stato non solo pittore, ma anche scenografo, bozzettista, scultore (autore di pregevoli fusioni in bronzo), fotografo e sceneggiatore (coautore dei famosissimi primi due film di Luis Buñuel: Un chien andalou e L’age d’or). Credo di non aver visto ancora un suo dipinto, scultura, disegno, fusione che non mi abbia conquistato, indipendentemente dal pensare di aver compresa o meno l'opera, anzi, meno la capisco e più mi affascina.
Le immagini che propongo in questo blog sono automaticamente ridotte, quindi, se volete apprezzare al meglio questi dipinti (tutti esposti al Reina Sofia), dovrete cliccare sul titolo per ottenerle in alta definizione.

Visage du Grand Masturbateur (Face of the Great Masturbator)  1929 
Un ottimo esempio di ciò e questo Il grande masturbatore, dipinto che suggerisco di osservare con attenzione in ogni sua parte.
Il non esperto ma attento e curioso osservatore (come lo sono io) si potrà chiedere com'è effettivamente composto il volto, qual è il significato della cavalletta e delle formiche, della testa di cane (?) che spunta quasi sotto l'ascella della donna (?) con un fiore (?)  sotto al  collo, delle varie conchiglie una delle quali è parte integrante di una colonna di pietre in bilico, dei due che si abbracciano ma chi è di spalle sembra di roccia, e dell'altra figura che si allontana?
Effettuando una ricerca si troveranno certo molte risposte e interpretazioni spesso contrastanti ... forse, dico forse, una di queste rispecchia le vere intenzioni dell'artista, ma potrebbero anche essere tutte fantasie di critici.
Sono oltre 100 le opere di Dalì esposte al Reina Sofia, di generi molto diversi e di epoche che vanno dagli anni '20 come il ritratto fatto all'amico Luis Buñuel  (1924, sotto a sx) agli '80. 
   
 a destra: Los esfuerzos estériles (Sterile Efforts) 1927-28 
    
La mémoire de la femme-enfant (The Memory of the Woman-Child) 1929, a sx
L'homme invisible (The Invisible Man) 1929, a dx
   
The Enigma of Hitler (1939, a sx) e Cama y dos mesitas de noche atacando violentamente a un violonchelo (Bed and Two Bedside Tables Violently Attacking a Violoncello) 1983, a dx

Nella maggior parte dei suoi lavori, quando penso di essere riuscito a rendermi conto del tutto, scopro sempre altri particolari minimi eppure senz’altro significativi (è impensabile che le abbia inserite per caso), figure orientate diversamente dalle altre e quindi non immediatamente leggibili, disegni dentro altri disegni come scatole cinesi.

Le foto scaricate dal sito ufficiale del museo, nel quale potrete trovare l’intera collezione permanente.

giovedì 11 ottobre 2018

Al Prado di Madrid, come in tanti altri musei, è inutile scattare foto

Come mio solito, nel corso dei miei viaggi, oltre a girovagare (talvolta senza una meta precisa) ed ad andare al cinema, visito musei di ogni tipo, in particolare quelli d'arte, storia naturale, antropologia, archeologia, tecnologia e quelli di nicchia se il tema è di mio interesse. 

Per fortuna di tutti gli amanti dell’arte (anche se sembra che molti non se ne rendano conto) la maggior parte dei migliori musei mettono a disposizione degli utenti perfette foto a buona/alta definizione di quasi tutte le collezioni. L’idea è quella di far visitare tali musei in modo virtuale stando comodamente a casa, di poter notare dettagli che perfino dal vivo non si riescono ad apprezzare, limitare il numero di “fotografi d’arte dilettanti” che si piazzano davanti al dipinto con smartphone e macchine fotografiche, indipendentemente dal fatto se sia ufficialmente consentito o meno.
Ieri è stato il turno del ben noto Prado di Madrid dove ho potuto ammirare ulteriori opere di pittori che apprezzo in modo particolare, come Hieronymus Bosch (1453-1516, in Spagna noto col nome El Bosco), Pieter Bruegel il Vecchio, El Greco, insieme con altri dipinti che hanno attirato la mia attenzione.
Ho potuto così apprezzare El jardin de las delicias (foto di apertura), uno dei dipinti più noti di Bosch, ma c'erano anche il Carro di fieno, uno dei vari Tentazioni di Sant'Antonio, il tavolino dei Peccati capitali (foto a sinistra).
Di El Greco (1541-1614), si trovano molte opere fra le sue migliori o più note. Piaccia o non piaccia, il suo stile si distingue nettamente da quello dei suoi contemporanei per i colori vivi e contrastanti (gialli, verdi, arancio, blu, rossi) e i volti affilati delle persone come si può vedere nei seguenti dipinti: Adoracion pastores e Trinidad.
     
Fra i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio si fa notare il Trionfo della morte.

Al Prado mi sono anche imbattuto in dipinti singolari, di autori a me assolutamente  sconosciuti. Fra essi hanno attirato la mia attenzione il molto insolito Las ciencias y las artes, dipinto nel quale Adriaen van Stalbent mette a confronto chi verso la fine del XVI secolo si dedicava alla distruzione di opere d'arte (iconoclastia della Riforma protestante) e chi alla ricerca scientifica (vedi le due foto di dettaglio più in basso).

   
Sono anche venuto a conoscenza dell'esistenza dello stile ispano-fiammingo, incuriosito da questo originale San Michele arcangelo (Maestro de Zafra, fine XV sec.), rappresentato mentre si appresta ad uccidere il dragone, contornato da un nugolo di altri piccoli e molto fantasiosi draghetti e angeli. Divertente nella sua creatività e semplicità (oserei dire ingenuità), ma niente a che vedere con i maestri fiamminghi.

Ricordo a tutti che a partire da questa pagina del sito ufficiale del Prado, si possono trovare quasi tutte le opere esposte. Sono immediatamente proposti gli artisti più importanti, tutti gli altri si trovano elencati in ordine alfabetico e, cliccando sul loro nome, si accede alla pagina con i link alle foto.
Con questo sistema non solo si potrà esaminare accuratamente ogni singola opera guardandola nella sua interezza e ingrandendone i particolari, ma si potranno anche scaricare gratuitamente i file in alta definizione. 

Tante volte neanche stando davanti ad un dipinto si riescono ad apprezzare i piccoli dettagli che invece si possono scoprire osservandone l'immagine digitale.

sabato 30 dicembre 2017

Il caso Tabarnia dilaga ...

Oramai ne parlano tutti, perfino la Real Academia Española (RAE, equivalente della nostra Accademia della Crusca) se ne è occupata stabilendo che i suoi abitanti si chiameranno “tabarneses”, ma verranno accettati anche “tabarnienses” o “tabarnianos”.
Gli hashtag in merito sorgono come funghi e oltre al più semplice e ovvio #Tabarnia, hanno molto successo #TabarniaisnotCatalonia (T. non è Catalogna) #Tabarnnialliure (T. libera) #TabarniaEsEspaña (T. è Spagna) e #ViscaTabarniaLliure  (Viva T. libera). 
Nell'immagine a sinistra si vede sventolare una delle tante proposte di bandiera per la futura Tabarnia, combinazione di quelle cittadine di Barcellona e Tarragona, in calce alla quale si legge uno dei tanti legittimi interrogativi che circolano attualmente in rete:
"Più che chiedere se vogliamo far parte della Spagna dovrebbero chiedere se vogliamo far parte della Catalogna."
I secessionisti chiaramente non rispondono e non prendono neanche in considerazione questa domanda e neanche altre legittime e logiche come: 
Perché per “separar Cataluña de España” basta chiedere ai soli catalani ... però per “separar Tabarnia de Cataluña” non basta chiedere ai soli tabarneses, ma a tutti i catalani?"

  
proposte di bandiere di Tabarnia

Stamattina un articolo (serio) apparso su El Pais mette in guardia quelli che sottovalutano questa idea nata quasi per scherzo ricordando eventi storici, assolutamente reali, che hanno causato gravi danni e perdite a varie comunità e nazioni europee
I conflitti provocati dalle indipendenze all’interno delle indipendenze
sono state una costante in Europa, dall’Irlanda ai Balcani.
Un paio di giorni fa, invece, ce n’era un altro di taglio logico/filosofico che sottolineava l’irrealizzabilità del processo secessionista catalano secondo le “regole” di Puigdemont e soci. Questi sostengono che è loro diritto separarsi dalla nazione di appartenenza mediante semplice referendum unilaterale non tenendo conto che, se questa fosse la loro legge, Tabarnia (le province di Barcellona e Tarragona) avrebbero lo stesso diritto di separarsi dalla Catalunya. Ma non finirebbe qui in quanto i vari municipi a maggioranza separatista di dette province chiederebbero di separarsene e così via con una frammentazione a catena che passerebbe per le circoscrizioni, delegazioni, quartieri e perfino condomini nei quali la scala B si vorrà separare dalle scale A e C.

Usando le stesse “armi” utilizzate dai secessionisti negli ultimi mesi, i tabarneses cominciano a convocare caceroladas (rumorose manifestazioni accompagnate dal fracasso creato non solo pentole e casseruole, ma tanti altri utensili da cucina come padelle, mestoli, ruoti, coperchi, ecc.) per gridare al mondo “Help Tabarnia” (ricordate il ridicolo Help Catalunya” che nessuno prese in considerazione se non il venezuelano Maduro?). In alcuni siti web addirittura si parla di un referéndum de autodeterminación da tenersi il prossimo ottobre!
Sull'altro versante, dopo che qualcuno (probabilmente secessionista) ha scritto “Tabarnia me suena a "bar" o "taberna", no debe ser un mal lugar para pasar un buen rato.” i detrattori di questa eventuale futura nazione già la chiamano Tabernia.

PS - Prima dell'Epifania si dovrebbe sapere qualcosa in merito all'eventuale rilascio dei 3 secessionisti (eletti) attualmente in prigione ed il 17 gennaio dovrebbe insediarsi il Parlament e quindi per tale data Puigdemont dovrà chiarire le sue intenzioni. L'ex President attualmente è in Belgio insieme ad altri 4 eletti e, in mancanza di novità, se ritornano vanno direttamente in prigione e di conseguenza non potranno essere presenti. Senza questi voti i secessionisti non avrebbero più la maggioranza, a meno che gli 8 non rinuncino al loro incarico.
Una proposta di investitura "telematica" di Puigdemont è stata scartata da tutti in quanto illegale, irrealizzabile e vista come ridicola.

sabato 4 febbraio 2017

Dim Sum vs Tapas ... vince Dim Sum!


Secondo me sì, senza alcun dubbio, ai punti e non per KO, ma vince. Forse qualcuno si starà chiedendo di cosa stia parlando anche se dovrebbe essere chiaro che si tratta di cibo, in particole cantonese e della Cina meridionale ... le tapas le conoscete tutti. Qualcuno assimila queste ultime al Dim Sum per consistere di una gran varietà di piccole porzioni, ma ci sono varie differenze sostanziali al là di ingredienti e ricette. 
Dopo vari soggiorni in Spagna durante i quali ho mangiato innumerevoli tapas sono tornato a Honolulu dove, pur non essendo in Cina, c’è una corposa comunità cinese, una Chinatown e vari ristoranti specializzati in Dim Sum. Il mio preferito è Good Fortune, del quale ero frequentatore abituale 9 anni fa e ora, appena ho potuto, ci sono tornato. Talvolta i ristoranti possono avere il nome alternativo Yum cha che, in effetti, significa "mangiare dim sum".
Le tapas si associa no a vino o birra, Dim Sum (in seguito DS) rigorosamente al te. Le tapas sono più serali-notturne DS è più per prima colazione e brunch anche se ormai si trovano locali che lo servono fino a sera. Spesso si ordina una sola tapa che addirittura viene divisa, il DS di solito comprende almeno 2 o 3 ordini diversi essendo assimilato ad un pasto, più o meno leggero, e non ad uno snack per “appoggiarci” un drink (di solito alcoolico). Quindi ciò che lega DS e tapas sono varietà della scelta e dimensioni delle porzioni (da piccole a medie).
Ora veniamo ad un'altra differenza sostanziale: il modo di servire.
   
Mentre le tapas si scelgono al banco o si ordinano al tavolo, le porzioncine di DS vengono distribuite da addetti che girano fra i tavoli con carrelli o grandi vassoi colmi di contenitori di bambù nei quali il cibo viene mantenuto tiepido e della giusta umidità.
Di solito ci sono 3 carrelli distinti: cotti a vapore, fritti e stufati, dolci.
Tutti, a prescindere dal carrello di appartenenza, sono divisi in 3 o 4 fasce di prezzo, talvolta individuate da colori diversi sul menù e, indipendentemente dall'effettiva quantità di cibo, vengono indicati come small, medium, large e, eventualmente, extra, ma i nomi si riferiscono in effetti al loro costo.
  
Il cameriere quindi poggia i cestini richiesti sul tavolo e lascia un foglietto sul quale annota solo la "categoria", talvolta con un piccolo timbro, sul quale saranno poi aggiunti eventuali altri ordini.
Tradizionalmente è anche un classico pranzo domenicale di famiglie al completo, dai nonno ai nipoti, proprio per la facilità con la quale si riesce ad accontentare tutti, offrendo varietà e quantità secondo gusti e possibilità di ciascuno.
Piatti tipici, che non mancano mi nella lista, sono:
  • ampio assortimento di dumplings cotti a vapore, con ripieni vari
  • baozi, una specie di panini soffici ripieni
  • polpettine cotte a vapore
  • riso in foglia di loto
  • vari tipi di involtini oltre gli onnipresenti spring rolls
  • congee, porridge di riso, il tipo più comune è con uova fermentate e carne di maiale
Ovviamente c’è anche tanto altro che spesso dipende dalla disponibilità di ingredienti freschi locali.
Se ne avete l’occasione, andateci, possibilmente in buona e numerosa compagnia. Più sarete più cibi diversi potrete provare.