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venerdì 29 luglio 2022

Microrecensioni 211-215: Chahine, indiscusso miglior regista egiziano

Youssef Chahine studiò in California, nel 1954 lanciò Omar Sharif (già da protagonista) in The Blazing Sun, premiato in varie volte a Berlino e Venezia, nel 1997 a Cannes gli fu conferito il premio alla carriera. In occasione della sua morte (2008), sul Guardian fu pubblicato questo interessante articolo nel quale viene ben descritta la sua filosofia e quindi può servire (a chi non lo conosca) come introduzione ai suoi film, spesso in difesa di diritti civili e libertà. Completa la cinquina un film indiano in malayalam, idioma molto meno utilizzato nel cinema in confronto ai soliti hindi e bengali.

 

The Land
 (Youssef Chahine, Egy, 1969)

Uno dei migliori film del primo Chahine, ambientato nel mondo rurale e di sviluppo simile al succitato The Blazing Suncon il problema dell'irrigazione, ossia dell'acqua che viene negata da politici e latifondisti ai piccoli proprietari. È interessante comprendere (seppur molto parzialmente) le particolari scale gerarchiche e i rapporti con polizia e militari. Un film sostanzialmente politico, che mette in evidenza la quasi inesistenza della legge che dovrebbe garantire anche il popolo quando il potere è gestito per perseguire fini personali o come merce di scambio. Ovviamente a pagarne le spese sono le fasce alla base della piramide sociale ... niente di nuovo sotto il sole! 

The Return of the Prodigal Son (Youssef Chahine, Egy, 1978)

Dramma familiare in provincia, una famiglia benestante, proprietaria dell'apparentemente unica attività industriale del paese viene praticamente sconvolta messa in subbuglio dal ritorno di un ingegnere partito con grandi ambizioni e assente da 12 anni, 3 dei quali trascorsi in carcere. Il dispotico fratello che nel frattempo ha preso in mano le redini di azienda e famiglia allargata, è per lo più malvisto e in tanti sperano che il "figliuolo prodigo" (molto più umano e benvoluto) possa mettere le cose a posto in breve tempo. I rapporti familiari e quelli con i dipendenti si rivelano tesi e complicati e sfoceranno in tragedia. Questo buon film è purtroppo rovinato da vari pezzi cantati, alcuni dei quali in stile musical, assolutamente fuori contesto, che oltretutto allungano inutilmente la durata a oltre 2 ore ... evidentemente queste erano le necessità commerciali del momento. Peccato!

 
Al-massir (Il destino) (Youssef Chahine, Egy, 1997)

"Le idee hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo.”
Con questa frase (attribuita ad Averroè) si conclude il film mentre si vede il grande rogo dei libri del filosofo arabo (1126-1198) che rappresenta il personaggio chiave nei contrasti fra fazioni di mori che all’epoca governavano a Granada (Al-Andalus, poi Andalusia). Pur seguendo una trama prosaica (con amori, tradimenti, attentati, canti e danze) questo lavoro di Chahine potrebbe definirsi filosofico visto che si tirano in ballo molti dei suoi convincimenti che, ovviamente, davano molto fastidio a tanti, soprattutto agli integralisti. Si parla tanto di libri, filosofia, religioni, leggi e libera circolazione delle idee. Per chiarire, ecco alcune delle citazioni attribuite ad Averroè, alcune delle quali estremamente attuali:

  • L’ignoranza conduce alla paura, la paura all’odio, e l’odio conduce alla violenza. Questa è l’equazione.
  • Le donne dovrebbero essere trattate come esseri umani, non come animali domestici.
  • Il mondo è diviso fra uomini che hanno saggezza e non religione e uomini che hanno religione e non saggezza.
  • La religione cristiana è la religione delle cose impossibili; la giudaica, è religione da fanciulli; la maomettana, da porci.
  • Una è la verità in filosofia, altra in religione: la prima è per i filosofi soltanto; la seconda, invece, è per tutti.
  • Chi pensa è immortale, chi non pensa muore.
Ancora una volta Chahine non si limita a raccontare pedantemente una storia per immagini ma, oltre a rappresentarla bene e con interessanti movimenti di macchina, fornisce lo spunto agli spettatori attenti e avidi di sapere per informarsi o approfondire le loro conoscenze in merito all’Epoca d’Oro islamica, durante la quale il mondo arabo fu indiscusso centro intellettuale mondiale di scienze, filosofia, matematica, medicina, astrologia, alchimia e non da ultimo arte.

Alexandria … Why? (Youssef Chahine, Egy, 1979)

Primo segmento della quadrilogia semiautobiografica di Chahine, riferito al periodo dell'adolescenza, in una Alessandria (d'Egitto) cosmopolita ancora in mani inglesi, con il timore dell'arrivo dei tedeschi. Il giovane Youssef deve combattere strenuamente in famiglia (agiata ma non ricca) per ottenere di coronare il suo sogno di andare a studiare negli USA. I fatti sono un po' romanzata, ma in effetti Chahine riuscì in extremis ad imbarcarsi ed andare a Pasadena, California, alla scuola di teatro e televisione; dei circa 200 iscritti solo 13 furono ammessi agli esami finali e solo 4 li superarono e lui fu il primo.

Manoharam (Anvar Sadik, Ind, 2020)

Singolare commedia moderna indiana beccata per puro caso, per una similitudine di titoli, ma nel cambio ci ho certo guadagnato. Trama sulla carta semplice e lineare, ma alla resa dei conti estremamente contorta e piena di intoppi. Alcune situazioni sono certamente prevedibili, ma il percorso per arrivarci certamente no. Altro merito sono varie scene montate freneticamente che, grazie a tanti veri e propri flash di un secondo o meno, in poche decine di secondi descrivono perfettamente l'ambiente e ciò che sta succedendo, inserendo anche tanti fotogrammi avulsi dalla storia vera e propria. Queste scene sono anche accompagnate da appropriato commento sonoro ma niente a che vedere con Bollywood. Le due ore passano rapidamente grazie ai tanti rovesciamenti di situazione e il regista/sceneggiatore ci risparmia un finale banale con una secca battuta degna di una buona short story. Il chiaro e condivisibile messaggio è che la sola tecnologia non può sostituire l'arte.

venerdì 15 ottobre 2021

Micro-recensioni 286-290: World Cinema, di ieri e di oggi

Si spazia da uno dei più famosi film egiziani di metà secolo scorso (noto sia per qualità che per lo scalpore che suscitò) a un paio di recenti film dell'estremo oriente, passando per la Nouvelle Vague francese e un documentario su un discusso ma apprezzato regista-sceneggiatore hollywoodiano.

 
Cairo Station (Youssef Chahine, 1958, Egy)

Subito prima di Jamila, nello stesso anno, Youssef Chahine diresse e interpretò questo che a tutt’oggi è il suo film più famoso: Bab el hadid (trad. lett. Il cancello di ferro). Drammatico, un po’ di commedia, abbastanza osé per l’epoca, noir e infine thriller (molti vedono nel finale un’anticipazione delle scene conclusive di Psycho (Hitchcock, 1960). Fra i tre protagonisti certamente quelli che colpiscono per ruolo e per interpretazione sono Hend Rostom (famosissima attrice, all’epoca sogno proibito di tutti gli egiziani) nelle vesti (che in più momenti lasciano ben poco all’immaginazione) di Hanuma, una venditrice abusiva di bibite, e lo stesso Youssef Chahine, sorprendentemente bravo a impersonare Qinawi un venditore di giornali claudicante ossessionato dalle donne. Apprezzabile sotto ogni punto di vista, fu a un passo dall'ottenere l’Orso d’Oro a Berlino, ma per sua sfortuna si trovò la strada sbarrata da Il posto delle fragole (1957, Ingmar Bergman). Interessante anche lo spaccato che ci fornisce della società egiziana a fine anni ’50 approfittando dell’ambiente della stazione nella quale confluiscono le classi sociali più varie e dove si confrontano quelli che lì cercano di guadagnarsi da vivere. I forti contrasti fra passato e modernità si notano nel modo di vestire, di agire, nella musica e a livello lavorativo visto che il terzo protagonista lotta per costituire un sindacato fra i lavoratori della stazione. All’uscita in Egitto fu molto apprezzato dalla critica, ma condannato dal pubblico e dai benpensanti tanto da farlo ritirare dalla circolazione. Le molte scene con “troppa carne scoperta” (che mi hanno ricordato tanto Buñuel), sempre accompagnate dagli sguardi esplicitamente libidinosi di Qinawi, hanno di fatto tenuto al bando il film per ben 20 anni. Forse anche per questo, quando si ricominciò a proporlo, dal 1978 fu acclamato da tutti e consacrò Youssef Chahine come il genio del cinema egiziano.

Lola (Jacques Demy, 1961, Fra)

Film di esordio di uno dei registi dello sparuto gruppo di iniziatori del movimento della Nouvelle Vague francese. Tuttavia, Demy si distinse ben presto dai suoi sodali come Truffaut e Godard per dedicarsi (con gran successo) ai musical che lo resero famoso pochi anni dopo: Les parapluies de Cherbourg (1964, 5 Nomination Oscar e Palma d’Oro a Cannes) e Les demoiselles de Rochefort (1967, Nomination Oscar). Questo suo primo film invece è molto più fedele ai principi della Nouvelle Vague con tanta camera a mano e piani sequenza, una storia semplice con tanti personaggi e storie secondarie ben distribuite. La prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma lo giudicò miglior film dell’anno; la protagonista Lola è interpretata da Anouk Aimée. Piacevole visione, non demerita certo nei confronti di tanti altri film della stessa epoca e con gli stessi intenti.

  
Sam Peckinpah: Man of Iron (Paul Joyce, 1993, USA)

Ottimo e ironico documentario descrittivo del personaggio Peckinpah … anche se non è strutturato come un documentario classico con voce narrante e un certo ordine nei temi. In effetti si tratta di una serie di interviste e commenti di suoi stretti collaboratori e attori che da lui sono stati diretti, in primis James Coburn, Kris Kristofferson, Jason Robards, Ali MacGraw e qualche suo fedelissimo come L.Q. Jones. Si alternano commenti sulla personalità e vita privata del regista e sui suoi metodi di gestire il set, il montaggio e i sempre difficili rapporti con i produttori. Un relativo limite per godersi il documentario è quello della conoscenza dei film di Peckinpah e quindi degli interpreti e dei ruoli ricoperti.

Moving On (Dan-bi Yoon, 2019, Kor)

Esordio (e per ora unico film) di una giovane promettente regista-sceneggiatrice coreana. Delicato ritratto di parte di una famiglia che si ritrova a vivere nella casa dell’anziano e malandato nonno. I primi ad arrivare sono il figlio con i suoi due figli, abbandonati dalla madre. Si aggiunge la figlia che si trova prossima al divorzio. I ragazzi (lei 14enne e lui una decina di anni) vivono tutti i problemi della loro età e, pur andando sostanzialmente d’accordo, hanno anche i loro scontri. Gli adulti (a questo punto tutti single. il nonno è vedovo) cercano di organizzarsi quanto meglio possibile anche se economicamente non se la passano benissimo. Ciò che risulta e risalta è lo spirito di famiglia e l’affetto di ognuno dei confronti di tutti gli altri. Un buon ritmo e le buone interpretazioni rendono questo film quasi corale, anche se il padre e i due ragazzi sono i veri protagonisti.    

Fuku-chan of FukuFuku Flats (Yosuke Fujita, 2014, Jap)

Commedia ricca di personaggi tipicamente giapponesi, tutti con le loro manie, i loro problemi di relazione, con tanti tipici ossequi, formalità e salamelecchi, salvo poi esplodere in episodi di violenza più o meno gratuita e in effetti ingiustificata. I protagonisti molto particolari e in sostanza diversi fra loro vengono messi a confronto in situazioni e ambienti disparati, a volte con sarcasmo, a volte con humor nero, altre volte con aspetti buonisti e romantici. Ne risulta un film discontinuo con trovate quasi geniali contrapposte a varie banalità e cadute di stile a cominciare dalla pressoché inutile scena iniziale. Sufficiente come curiosità antropologica, si gusta un po’ di più se si consceo almeno qualcosa della cultura nipponica.

sabato 8 febbraio 2020

Avete mai ascoltato lo ZAGHROUTA?

Dopo aver discettato tempo fa del tradizionale grito charro (o mexicano), propongo ora un altro "grido" detto zaghrouta (spesso tradodotto come “ululato”), caratteristico del Medioriente, ma diffuso anche in altre parti del modo arabo. Io lo conoscevo per averlo visto in tanti film iraniani, nel libanese Caramel (2007, di Nadine Labaki), in vari israeliani - se c'erano anche palestinesi - e in vari altri dell'Africa settentrionale.
La settimana scorsa è stato “sdoganato” (come si dice adesso) anche in USA dalla cantante colombiana Shakira (di origini libanesi) nel corso del suo show con Jennifer López nell'intervallo del Superbowl, esibizione apprezzatissima dal pubblico che l'anno scorso aveva molto criticato quella della band Maroon 5.
Ha sorpreso tutti non essendo previsto, non avendolo mai interpretato in precedenti show, essendo sconosciuto a tantissimi ed essndo apparso equivoco per alcuni. In effetti, a detta della stessa star, è stato un omaggio alle proprie origini mediorientali e la sua aggiunta alla performance è giustificata per essere un grido di gioia, frequente in qualunque festa araba ed immancabile nei matrimoni, a carico soprattutto delle donne (per avere toni più alti), ma non loro prerogativa assoluta. 
La tradizione non è assolutamente disdegnata dalle nuove e moderne generazioni (in alto) e qui di seguito altre due ragazze mettono a confronto le interpretazioni egiziana e tunisina, seguite da una maschile.
Ed eccone un altro paio maschili, la prima in stile marocchino, la seconda con un'apprendista di etnia chiaramente diversa ... 

In definitiva tutte le versioni si somigliano e ricordano vagamente perfino alcuni vocalizzi proposti in tanti film western come peculiari dei nativi nordamericani. Se effetuate una ricerca di video con tag ululation, ne troverete esempi di malesi, degli zulu, del Darfur, e tanti altri. 
Tuttavia, sembra che la disputa fra chi siano i veri maestri e depositari dell'arte dello zaghrouta (ma anche zagharid, zalghouta, zaghroota zagroota) sia limitata a libanesi e persiani. 

lunedì 16 dicembre 2019

Viaggio in Israele (1982), vecchie foto e curiosità

Risistemando le raccolte di foto della mia sezione viaggi, ieri ho rimesso al loro posto una sessantina di foto divise in due album, uno relativo a Gerusalemme (quasi esclusivamente parte vecchia) e un misto di Mar Morto, Eilat e relativi dintorni.
Scrivo questo post perché penso sia interessante sottolineare alcuni particolari, tenendo anche presente che solo poche settimane dopo ebbe inizio la guerra-invasione-crisi (chiamatela come volete) libanese; quindi, la situazione che vissi era ancora (almeno apparentemente) abbastanza tranquilla, non solo nella parte meridionale del paese, ma anche a Gerusalemme
A dimostrazione di ciò ecco due foto con il “posto di blocco/frontiera” fra Israele ed Egitto e il castello dei Crociati sull’isola del Faraone (Egitto), oggi località turistica, una quindicina di km a sud di Eilat
Questa è la città israeliana più meridionale, quella che si affaccia sul Golfo di Aqaba (Giordania) con una decina di km di costa fra il confine giordano a est e quello egiziano a sud. Devo comunque precisare che il controllo passaporti veniva effettuato al limite della città.

   

Nell’album Israele mix ho inserito varie foto animali particolari, gli iraci (Procavia sp.) che somigliano a tanti altri roditori, ma è stato appurato che geneticamente i loro parenti più stretti sono … gli elefanti! Ce ne sono anche varie degli stambecchi della Nubia (Capra nubiana) che, come i precedenti, vivono numerosi nei dintorni del Mar Morto; sono imparentati con quelli delle Alpi (Capra ibex) ma mediamente più piccoli.

   

Veniamo alla raccolta di foto scattate a Gerusalemme … in questo caso, essendo il mio primo viaggio in Medio Oriente, mi dedicai soprattutto ad osservare stili dii vita con noti contrasti e la città vecchia offriva spunti a non finire come, per esempio, risulta evidente guardando queste foto di scolaretti.
   

Nei vicoli del centro storico si incontravano venditori ambulanti di tè, si trasportavano merci con l’ausilio di cavalli e c’era anche chi seraficamente giocava a backgammon. Una moltitudine di personaggi estremamente eterogenea, un ambiente particolarmente interessante nel quale tutto e tutti meritavano rispettosa attenzione.

 

Molto interessante anche il mercato (che nelle foto appare in attività e poi vuoto) ma anche al suo esterno si vendeva praticamente di tutto. Un'altra particolarità che mi colpì fu la presenza di "armi pesanti" portate con assoluta indifferenza, non solo dai militari (quelli nella foto a destra sono studenti). 

   

Ovviamente non ho trascurato i luoghi simbolo delle diverse religioni quali la Spianata delle Moschee e il Muro del Pianto, ma nelle due raccolte c'è anche altro. 

In questa pagina http://www.giovis.com/travels/hpagetrav.htm potrete seguire i vari aggiornamenti, che saranno ancora tanti. Tutti i link ripristinati sono evidenziati in giallo; l'icona lampeggiante indica le pagine o i singoli album ri-caricati più di recente.