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giovedì 14 aprile 2022

Microrecensioni 101-105: Epoca de Oro messicana, anni ‘50

Cinquina monografica, messa insieme recuperando film di seconda fascia della Epoca de Oro che non avevo ancora visto. Come più volte scritto, negli anni ’40 e ’50 la cinematografia messicana visse i suoi anni migliori grazie ad un nutrito gruppo di cineasti locali ai quali si affiancarono alcuni giunti dall’Europa, a cominciare dai russi Eisenstein e Arcady Boytler, per non parlare dello spagnolo Luis Buñuel che già nel 1949 ottenne la nazionalità messicana. A parte la piacevolezza e l’originalità della maggior parte delle trame sia per i film della rivoluzione che di quelli musicali di cabareteras e rumberas, come dei melodrammi ambientati nella capitale (con case ricchissime con scaloni, colonne e ricchi arredi) o in aree rurali in enormi ranchos, dai noir ai crime classici, in tutti risalta sempre con la marcata connotazione nazionalista della quale i messicani sono sempre andati molto fieri. Inoltre, si apprezza la loro peculiare e gradevole cadenza (in particolare per le classi più povere e gli indigeni) e anche il loro vocabolario che spesso si discosta, e non poco, dal castigliano peninsulare (della Spagna). Trovo che la visione di questi film sia un ottimo modo per imparare o rinfrescare il proprio spagnolo visto che sono parlati per lo più molto chiaramente, fermo restando le differenze fra spagnolo peninsulare, latino (dagli USA agli stati settentrionali del sudamerica) e rioplatense (Argentina e Uruguay). Nel complesso non memorabili, ma per lo più piacevoli e interessanti

 
La ausente (Julio Bracho, 1952, Mex)

Arturo de Córdova, uno dei più apprezzati attori dell’epoca, estremamente versatile, qui interpreta un vedovo che nasconde qualcosa in merito alla moglie e alla sua morte in un incidente stradale. Rimasto solo con la figlia di 5 anni, per la quale stravede) dovrà affrontare tre donne che ambiscono a prendere il comando della enorme residenza e della famiglia. Come se non bastassero sorella e cognata, apertamente in contrasto ancor prima dell’evento, si aggiunge infatti la giovane istitutrice della bambina della quale il vedovo si innamora. Tanti i segreti che vengono svelati a poco a poco, fino al colpo di scena finale.

La escondida (Roberto Gavaldón, 1956, Mex)

Classico della rivoluzione, uno dei pochi girati a colori, con due star di assoluto valore nei panni dei protagonisti: María Félix e Pedro Armendáriz. Sono gli anni della fine del porfiriato e l’ascesa di Madero, segnati da repentini cambi di bandiera come quelli che caratterizzarono anche gli anni successivi. A partire da una storia d’amore fra i due in una grande hacienda dedicata alla coltivazione del maguey (agave per la produzione di tequila, mezcal e pulque) la storia si sviluppa fra rivoluzionari e federali, con vari cambi di casacca. Melodramma a sfondo storico con esaltazione dei contrasti fra la misera vita dei magueyeros (i peones) e quella ricchissima di latifondisti, politici e ufficiali di rango.

  
Cuatro contra el mundo (Alejandro Galindo, 1950, Mex)

Buon noir dalla struttura classica, del genere rapinatori mal assortiti che mettono a segno un ricco colpo quasi senza lasciare indizi, tranne qualche vittima. I quattro pensano di restare nascosti insieme per qualche tempo, aspettando che le acque si calmino, contando anche sul fatto che la polizia ha grandi difficoltà a risalire alla loro identità. I caratteri molto diversi e la presenza di una donna metteranno ben presto in contrasto il gruppo.

Los dineros del diablo (Alejandro Galindo, 1953, Mex)

Altro noir di medio livello, come la maggior parte dei lavori di Galindo, molto prolifico nei più svariati generi, ma raramente memorabili. Originale la sceneggiatura che mette insieme alcolismo, famiglia, tradimento, furti, ricettazione e l’inevitabile storia d’amore. Senza infamia e senza lode.

Aquí está Heraclio Bernal (Roberto Gavaldón, 1958, Mex)

Certamente è uno dei meno apprezzati film di Gavaldón, già regista di ottimi lavori come La diosa arrodillada (1947), Rosauro Castro (1950), En la palma de tu mano (1951) e La noche avanza (1952). L’ambiente è quello di un piccolo villaggio nel quale risiedono i minatori dipendenti di imprenditori stranieri che li sfruttano e li imbrogliano con il beneplacito e la partecipazione del potere locale. A metà strada fra western drammatico e film con temi sociali e sindacali.

venerdì 10 luglio 2020

Micro-recensioni 236-240: Fernando de Fuentes e Gabriel García Moreno

Cinquina dedicata a soli 2 registi messicani, costituita dalla celebre Trilogia della rivoluzione del primo, il più famoso dei due, reputato uno dei migliori registi non solo dell’epoca, e un paio di film muti ritrovati dopo un lungo oblio e restaurati negli anni scorsi.
  
Ho approfittato della recente disponibilità online dei tre film di Fernando de Fuentes (anch’essi restaurati ed in 1080p) per ri-guardare gli ultimi due e apprezzare anche il primo, il meno noto dei tre ed una assoluta novità per me.

El prisionero 13 (Fernando de Fuentes, Mex, 1933)
Meno conosciuto degli altri due, si basa su una storia con un numero limitato di personaggi, alcuni dei quali completamente al di fuori delle vicende rivoluzionarie. Visto l’antefatto, risulta chiaro che il bambino separato dal padre ritornerà in scena da grande, ma per giungere a quel momento bisogna aspettare l’ultimo quarto d’ora, che include vari colpi di scena. Trama singolare, della rivoluzione (intesa come scontri a fuoco) non c’è assolutamente niente, ma se ne vedono solo gli effetti su alcuni cittadini della capitale, dove si svolge l’intera storia.

El compadre Mendoza (Fernando de Fuentes, Mex, 1933)
Senza dubbio il più famoso della Trilogia, apprezzato dai critici ed amatissimo dal grande pubblico tanto che fu scelto per l’inaugurazione della Cineteca Nacional México (17 gennaio 1974). Al centro della singolare trama c’è Rosalio Mendoza, ricco proprietario della tenuta Santa Rosa, commerciante e traffichino, che con varie “acrobazie” riesce a restare in buoni rapporti sia con i rivoluzionari di Zapata che con le forze di governo. Anche in questo caso di sparatorie e battaglie non c’è quasi nulla.

Vamonos con Pancho Villa (Fernando de Fuentes, Mex, 1935)
Terzo e conclusivo film della Trilogia della rivoluzione, di nuovo focalizzato sui partecipanti, con un non troppo entusiasmante presentazione di Pancho Villa. De Fuentes ancora una volta narra di uomini, sia giovani che maturi, che abbracciano gli ideali della rivoluzione con passione, coraggio ed entusiasmo … e per più di uno di loro finisce male. Non cono sono i classici eroi ma gente semplice, con le loro paure, le loro fanfaronate e ideali di solidarietà e onore. Questo è l’unico dei tre nei quali si vedono scontri a fuoco, feriti e morti … praticamente girato sui campi di battaglia. I protagonisti sono sei amici che, quasi per gioco, si arruolano nelle fila rivoluzionarie.
 
Come anticipato, i film di Gabriel García Moreno sono tornati alla luce in tempi e modi diversi e sono stati restaurati, ri-montati e musicati, uno addirittura in Polonia. Non sono completi ma le ultime ricostruzioni sono decisamente più lunghe di quelle precedentemente disponibili. Dei pochi altri noti, si sa qualcosa di El Buitre (1925) e pare che varie scene di esso siano state riutilizzate in El puño de hierro (1927). Il regista ebbe una certa fama e seguito durante gli ultimi anni dell’epoca del muto, tant'è che i cartelli dei suoi film erano anche in inglese.

El tren fantasma (Gabriel García Moreno, Mex, 1927)
In poco più di un’ora è concentrata una trama molto articolata, fra furti, rapimenti, inseguimenti, travestimenti e storie d’amore. Si percepisce la mancanza di varie scene, il montaggio manca di continuità, spesso ignorando distanze e tempi, ma senza dubbio era un prodotto destinato ad un grande pubblico che non andava tanto per il sottile e certamente rimaneva incantato da tanta rapida azione e rovesciamento di situazioni.

El puño de hierro (Gabriel García Moreno, Mex, 1927)
Di quest’altro film 7 pizze riapparvero negli anni ’60 e da quelle furono montate 2 edizioni. Ne ho guardato terza ricostruita nel 2001 (e restaurata nel 2016) grazie a integrazioni di altri negativi e positivi e, soprattutto, sulla base del soggetto dettagliato e delle indicazioni di Hortensia Valencia, fra le protagoniste del film e moglie del regista.
Approfittando del restauro, entrambi i film sono stati opportunamente musicati e sono stati aggiunti cartelli. Certamente più articolato e complesso del precedente, combina varie storie diverse che tuttavia hanno qualche personaggio comune e gran parte è legato all'uso e commercio di droga.

giovedì 15 dicembre 2016

"Los ultimos de Filipinas", dalla storia a modo di dire

Se frequentate spagnoli e in qualche occasione vi capiterà di essere proprio gli ultimi ad arrivare o ad andare via o a rendervi conto di qualcosa, è probabile che vi chiameranno scherzosamente "los ultimos de Filipinas". 
Questa locuzione si riferisce ad un evento assolutamente reale e ben documentato che ebbe luogo appunto nelle isole Filippine durante e oltre la fine della Guerra Ispano-Americana detta anche Guerra di Cuba. Alla fine dell’800 del vastissimo viceregno della Nueva España non rimaneva quasi più niente visto che praticamente tutte le regioni dell’America Latina e Centrale si erano già conquistate l’indipendenza e allo stesso tempo gli Stati Uniti continuavano la loro politica di espansione dopo aver già preso alla Spagna gran parte del nord del Messico (California, Texas, Arizona, Nevada, Colorado, ...).
Il conflitto scoppiò a seguito dell’esplosione della nave da guerra Maine nel porto dell’Avana (Cuba), che causò la morte di oltre 250 militari, ma non è stato mai accertato che fosse sabotaggio e non semplice incidente. La Guerra coinvolse anche altri territori, molto lontani fra loro, come Puerto Rico e le Filippine. Qui, come anche a Cuba, già operavano gruppi di indipendentisti-rivoluzionari e la Spagna di allora non aveva né uomini, né soldi, né mezzi per controllare tutti questi territori così vasti e così lontani. La Guerra durò meno di 4 mesi (dal 21 aprile al 13 agosto 1898) e il 10 dicembre fu firmato a Parigi l’accordo con il quale la Spagna si impegnava a cedere le Filippine agli Stati Uniti per 20 milioni di dollari, accordo ratificato l’11 aprile 1899.
Come in ogni guerra, ci sono soldati mandati a combattere con pochi mezzi, scarsa preparazione e senza conoscere esattamente i motivi del conflitto. Così capitò a 50 di loro che, a febbraio 1898 e sotto il comando di 4 ufficilai, furono mandati a Baler, piccolissimo e isolato villaggio a circa 200 km da Manila (Filippine), per sostituire la guarnigione che era stata quasi completamente trucidata dai rivoluzionari.
La loro storia divenne “esemplare” in quanto, fra alterne vicende, scontri con gli indipendentisti, malattie letali come il beriberi, scarsezza di viveri e qualche diserzione, resistettero per quasi un anno senza mai rendersi conto dell’inizio e della fine della Guerra.
Per la verità, sia i rivoluzionari (che non avevano un vero interesse nel cacciarli da una chiesa ormai diroccata priva di alcun valore strategico e che già erano passati a combattere i nuovi nemici, gli americani) sia un ufficiale spagnolo che rientrava in patria tentarono di convincerli ma l’irremovibile tenente Martín Cerezo non si fidò neanche dei documenti e ordini scritti, ritenendoli falsi. Alla fine cedette all’evidenza quando gli furono portati vari giornali e riviste che riportavano gli esiti della guerra.
   
Così, ai 33 sopravvissuti fu concesso l’onore delle armi e non furono fatti prigionieri, né dai filippini né dagli americani e rientrarono in patria dove Martín Cerezo fu decorato e continuò la sua carriera militare e infine scrisse un libro sui 337 giorni del sitio de Baler (l’assedio di Baler).
Da qualunque punto di vista si voglia giudicare questa storia che venne ampiamente riportata sui giornali dell’epoca, atto di eroismo, perfetta strategia, abnegazione o tattica militare, diventò esempio di resistenza ad oltranza e gli assediati simbolo degli ultimi in assoluto, nel bene o nel male.
Quindi gli ultimi a lasciare una festa, o gli ultimi ad arrivare (in gran ritardo), gli ultimi ad arrendersi all'evidenza dei fatti o ad una innovazione tecnologica vengono ancora oggi chiamati "los ultimos de Filipinas". La loro storia ha anche fornito lo spunto per un paio di film, uno appena uscito.

Concludo con una delle mie solite associazioni di idee, che non poteva sfuggirmi essendo un altro modo di dire: “tira (votta) ‘na bella filippina”. 
Non ci sono dubbi in merito al significato del termine, si tratta di un vento gelido e secco (di solito la tramontana) ma per estensione si applica anche a spifferi che entrano da una porta o finestra mal chiusa. L’origine non è certa, il solito Brak scrive “... è un prestito lucano (Tursi piccolo comune montano della provincia di Matera) con riferimento al vento particolarmente pungente che spira colà nel rione della Chiesa di san Filippo Neri”, ma mi sembra un po’ debole essendo troppo localizzato e per di più in un piccolissimo paese, ma altrettanto fantasiosa appare l’etimologia proposta nel Lessico etimologico del dialetto brindisino:

venerdì 25 marzo 2016

¡Hasta pronto Coyoacàn!

Attualmente ben inglobata nella enorme area metropolitana di Ciudad de Mexico, Coyoacán (“il luogo dei coyote”, dal náhuatlufficialmente “delegación Coyoacán, colonia Del Carmen”) ha una sua storia e continua ad avere un appeal molto particolare e diverso dal resto di CDMX. Già comunità prehispanica, fu la prima residenza del conquistador Hernán Cortés (1521) e poi fu scelta da personaggi famosi del calibro di Frida Kahlo con il suo due volte marito, il famoso muralista Diego Rivera, e Lev Trotskij passò qui gli ultimi anni del suo esilio forzato fino al giorno in cui fu assassinato da un sicario di Stalin. Furono proprio i due artisti nel 1937 a convincere il governo messicano a dare asilo all’esule russo che andò ad abitare vicino casa loro, a Calle Berlín dove ora è la sua casa-museo. Per pura e strana coincidenza, sto scrivendo da Calle Berlín e la mia finestra affaccia sul giardino posteriore della Casa Azul (Museo e già residenza di Frida Kahlo).
Oltre alle case-museo Frida Kahlo e Trotskij ospita il Museo Nacional de Cultura Populares e vari centri culturali. A ovest ci sono i Viveros (vivai) che oltre ad assolvere alla loro funzione, sono per la maggior parte fruibili dal pubblico e quindi frequentati da tanti podisti dilettanti e persone che semplicemente passeggiano all’ombra degli alti alberi, fra tanti uccelli e scoiattoli. 
A parte queste e altre notizie facilmente reperibili in rete, mi preme sottolineare la tranquillità di questo quartiere residenziale abbastanza vasto, con una rete di larghe strade (tutte alberate) e con un ampio parque costituito da due giardini boscosi (nella foto a sx la fontana dei coyote) uniti dal sagrato della Iglesia de San Juan Bautista, rimodellata sulla prima chiesa risalente all’epoca di Cortés, parco sempre affollato da famiglie, studenti, anziani, venditori ambulanti, artisti di strada, musicanti e ovviamente turisti. 
   
Poche centinaia di metri a nord c’è la Cineteca Nacional (foto a dx) con le su dieci sale e, soprattutto, la sua programmazione di ottimo livello che prevede dai 15 ai 20 film al giorno. La funzionale, anche se spesso affollata, metropolitana permette di arrivare in centro in soli 15 minuti al prezzo di 5 pesos (0,25 Euro).

Varie ed eventuali ...

Raccolta rifiuti (quasi) differenziata, (quasi) porta a porta
Dovunque ci si trovi a Coyoacán, di mattina si sente un campanaccio e si vede camminare da solo in mezzo alla strada l’uomo che lo suona con insistenza. Guardando un centinaio di metri alle sue spalle si vedrà un grande camion per la raccolta rifiuti attorniato da residenti in fila che portano i loro contenitori e vari operatori che eseguono una ulteriore cernita. Il rumoroso campanaccio avverte con almeno un paio di minuti di anticipo dell’arrivo del camion e ognuno avrà il tempo di scendere in strada.

Foto in bianco e nero


In vari punti della città ci sono banchetti che vendono foto in vari formati, quasi esclusivamente in bianco e nero. La cosa che colpisce è che tutt’oggi le più richieste sono quelle relative alla Rivoluzione e quelle dei divi cinematografici e cantanti di oltre cinquanta anni fa (Pedro InfanteJorge NegreteMaria FelixDolores del RioPedro Armendariz e, ovviamente, Cantinflas). 




Fra quelle della Rivoluzione Francisco “Pancho” VillaEmiliano Zapata e Adelita la fanno da padroni. Ancor più curioso è il fatto che perfino i più giovani e comprano o chiedono ai loro genitori quelle foto.

Statue viventi

Qui ce ne sono poche e non posano assolutamente immobili per lunghi minuti come di consueto in altre parti del mondo, più che altro si prestano a farsi fotografare con chi ne ha voglia. I più richiesti sono anche i questo caso i rivoluzionari, armati di tutto punto, con carabina, cartucciere e sombrero e gli unici a fare loro concorrenza sono personaggi dei fumetti e supereroi, ma chiaramente solo fra i più piccoli.
   

sabato 19 marzo 2016

La “maledizione” delle città culturalmente vive

Non si sa come dividersi, è difficile scegliere nell'infinita offerta ed ancora più complicato organizzarsi. Tutto ciò ovviamente a patto che si sia interessati alla attività culturali e non limitarsi a viaggiare per girovagare fra negozi alla ricerca di souvenir o di affari, ristoranti (casomai italiani, senza neanche provare niente di locale) e bar.
Ciudad de Mexico è senz’altro una di queste città maledette, alla pari di New York, Parigi, etc. offrendo una quantità incredibile di spettacoli di qualità in quasi ogni campo. Al di là delle esposizioni permanenti nei tanti musei (ricordo che CDMX è la città con il maggior numero di musei al mondo), molti di questi ne propongono di temporanee di ottimo livello insieme con proiezioni, conferenze, corsi, concerti e spettacoli di danza o teatrali.
A parte il gravoso compito di dover scegliere fra tutto ciò (per fortuna internet aiuta ad avere un quadro pressoché completo e fornisce tante notizie utili per capire di cosa si tratti) c’è il problema oggettivo di combinare orari (alcuni dei quali coincidono o si sovrappongono) e organizzarsi per gli spostamenti.
Non sto qui ad illustrarvi il cartellone di CDMX ma, a titolo esemplificativo, vi racconto in breve la mia giornata di giovedì.
Ho iniziato con una visita al Museo de la Revoluciòn, che illustra abbastanza dettagliatamente con immagini, oggetti, mappe, pannelli, video e foto gli otre 100 anni di continui cambiamenti sociali e politici del Messico, fra sollevamenti, accordi segreti, tradimenti, esecuzioni, colpi di stato e assassinii. Si percepisce che pochi fra i quasi 200 Presidenti abbiano terminato regolarmente il loro mandato (e fra questi il “dittatore” Porfirio Diaz rimasto al potere per 35 anni durante il cosiddetto Porfiriato) e molti siano stati assassinati. Fra i tanti personaggi di rilievo spiccano quelli dei presidenti Madero, Juarez, Obregòn (fra i più amati) così come quelli dei rivoluzionari a tutti gli effetti come Francisco (Pancho) Villa (foto a sx) ed Emiliano Zapata, nomi ben più famosi in tutto il mondo. Oltre a tutto ciò il Museo ospitava due mostre fotografiche, una degli anni ’50 in bianco e nero ed una contemporanea (foto “il bambino del secchio”).
Dopo la necessaria pausa pranzo eccomi al Palacio Nacional, sede dei tanti murales di Diego Rivera fra i quali quello enorme - famosissimo - distribuito sulle tre pareti dello scalone di accesso al primo piano. A voler analizzare solo questo si passerebbe un’intera giornata in quanto le immagini non sono per niente casuali o semplicemente allegoriche, ma molti dei personaggi sono ben riconoscibili, tutte le scritte sono significative (anche se purtroppo data la posizione alcune sono difficili da leggere) ed ogni scena rappresenta un ben preciso evento della storia del Messico dall’epoca prehispanica fino alla Rivoluzione del 1910.
   
Mi sono limitato a scattare qualche foto ascoltando la guida molto preparata (gratuita così come l’ingresso) considerato che l’avevo visto già due volte in passato e che probabilmente ci tornerò e ho atteso il momento della visita all’esposizione temporanea, quindi da non perdere, Máscaras Mexicanas.
Oltre 400 maschere e costumi, corredati da informazioni, foto e video delle feste più popolari nelle quali si ritrovano elementi delle culture e tradizioni indigenas, spagnole e africane (giunte qui con gli schiavi).
Oltre a questa c'era anche un'altra sezione che includeva vari dipinti fra i quali Mi nana y yo (1937) della famosa Frida Khalo, opera meno conosciuta delle altre in quanto si trova  normalmente esposta nel Mueso Dolores Olmedo, disgraziatamente poco visitato. 
   
   
In uno dei cortili, inoltre, erano esposte delle foto contemporanee bellissime 
(sia per soggetto che per tecnica) rappresentanti per lo più indigenas nelle loro attività quotidiane e in occasioni festive. Pur essendo foto di foto ne ho pubblicato una selezione di 45 immagini.
Rimanendo in tema maschere e simboli (e per fortuna in zona, praticamente portone accanto) sono passato ad ascoltare una conferenza su “Cuervo: el transformador en América del Norte” nel Museo de las Culturas. Interessantissima descrizione delle popolazioni della costa occidentale del nordamerica (dall’Oregon fino all’Alaska) che poco hanno a che vedere con gli atri “pellerossa”. 
Certamente ognuno ricorderà di aver visto in qualche film o documentario qualche danza di uno sciamano con un costume con testa di uccello e delle ali legate alle braccia ... rappresentava Cuervo. Egualmente in cima ai totem (che includono tanti simboli e che sono specifici delle suddette popolazioni e non di tutti i nativi americani) si trova sempre lui ... CuervoUna appassionante storia nella quale si intrecciano storia, leggende e antropologia raccontata a braccio durante oltre un’ora e mezza da una studiosa ben avanti con gli anni (giunta in carrozzella) alla quale tutti hanno chiaramente perdonato qualche ripetizione e talvolta la perdita del filo del discorso.
Ma la mia giornata CDMexeña non finiva qui in quanto alla Cineteca Nacional mi aspettava la proiezione di Viaggio in Italia (di Roberto Rossellini - 1954) film poco conosciuto e abbastanza deludente, ma per me molto interessante visto che il titolo poteva anche essere cambiato in Viaggio a Napoli. I protagonisti (interpretati da Ingrid BergmanGeorge Sanders) arrivano dall’Inghilterra per vendere una villa alle falde del Vesuvio, appena ereditata da uno zio. La Bergman, quando non discute con il marito, passa quasi tutto il tempo a fare la turista e quindi oltre varie strade di Napoli si vedono il Museo Nazionale, Pompei, Cuma, l’Antro della Sibilla, la Solfatara, il Cimitero delle Fontanelle ... fra il 1953 e il 154.
   
Andato al centro di Coyocàn per cenare ho infine scoperto che nel Parque era stato allestito un palco e che era in corso la prima di tre serate di jazz.

Innegabilmente il trovarsi in una città come CDMX è una maledizione a tutti gli effetti per quelli di mentalità aperta, interessati alle culture degli altri paesi e alle varie forme di espressioni artistica ...

domenica 19 luglio 2015

Pancho Villa, eroe o bandito, comunque leggendario

Domani, 20 luglio, ricorre l’anniversario della morte di Pancho Villa che fu ucciso a tradimento in un agguato mentre era alla guida della sua auto. 
Nacque come José Doroteo Arango Arámbula (1878-1923), ma molti non concordano in merito all’identità del padre e ancor di più sulla provenienze del suo successivo famoso pseudonimo con il quale è conosciuto in tutto il mondo (in qualunque classifica è fra i primi 10 messicani più famosi).
Figlio di peones, a 16 anni comincia la sua storia di fuggitivo dopo aver sparato al padrone dell’hacienda nella quale lavorava la sua famiglia per aver violentato - o tentato di farlo – sua sorella maggiore. Già con una taglia sulla sua testa, negli anni seguenti fu manovale, bandito, minatore, macellaio, ladro di bestiame e allevatore di galli da combattimento.  In questo periodo assunse il nome di Francisco (Pancho) Villa nel tentativo di depistare le autorità. C’è chi sostiene che tale Jesus Villa fosse il suo vero padre, che però non lo riconobbe, e quindi fu registrato con il cognome della madre, Arango. Secondo questa versione dei fatti avrebbe così cambiato solo il nome in quanto sarebbe dovuto essere battezzato come Agustín Villa Arango. Altri sostengono che Villa fosse suo nonno materno, ma concordano sul fatto che il padre non lo riconobbe. 
Di conseguenza il giovane Pancho aveva vari validi motivi per essere fuorilegge e “non amare troppo” latifondisti, allevatori e capitalisti in genere e quindi fu ben felice di abbracciare la causa rivoluzionaria  a di diventare fedelissimo di Francisco I. Madero. A questi si attribuisce il merito di aver iniziato il movimento rivoluzionario per rovesciare Porfirio Diaz e mettere fine alla sua ultratrentennale dittatura (1875-1911), conosciuta come porfiriado.
Villa fu l’unico personaggio di un certo livello (fra Presidenti, politici, generali) a sopravvivere alla terribile seconda decade del ‘900 durante la quale la rivoluzione, pesantemente condizionata da corruzione e tradimenti, fu caratterizzata da esecuzioni sommarie e attentati. Quasi distrusse il potere economico del Messico a livello internazionale, ma allo stesso tempo ridusse anche le differenze sociali, iniziò la scolarizzazione di massa e portò un po’ di giustizia.
Citazione nell'immagine a destra: "Quando fui governatore di Chihuahua, nel primo mese di governo, furono costruite circa 50 scuole. Io non ci sono mai andato, ma sapevo qual è l'importanza degli studi per andare avanti."
Chiaramente Pancho Villa diventò ben presto una leggenda e la sua abilità di sopravvivere in questa situazione, pur combattendo in prima linea ed avendo tanti potenti nemici, gli fece guadagnare uno dei suoi soprannomi più conosciuti: El Alacràn (lo scorpione), “come quell’aracnide che vive nel deserto messicano Pancho Villa si dimostrò elusivo e misterioso, il più delle volte letale.
L’altro famoso soprannome fu El Centauro del Norte (centauro, animale mitologico metà uomo e metà cavallo) e questo derivava dalla sua abilità di cavaliere e la passione per i cavalli, storie sulle quali sono stati scritti numerosi corridos (p.e. “Caballos de Pancho Villa”, “El siete leguas”, “El regalo”).
Resoconti delle sue imprese e battaglie, più o meno mitizzate, ma senz’altro vere nella sostanza, hanno ispirato tanti altri testi che già all’epoca contribuirono a far conoscere in tutto il paese Villa e gli eventi di Celaya, Zacatecas e CananeaIn varie decine di pellicole compare il personaggio di Pancho Villa e il film che capeggia la classifica dei migliori prodotti in Messico è Vámonos con Pancho VillaAi messicani è sempre stato rimproverato di essere machisti e il fatto che Pancho avesse 8 mogli ufficiali (ma pare fossero addirittura 75 sparse nei vari stati messicani) e vastissima prole gli fece acquisire ulteriori “meriti” agli occhi del popolo. 
Qui in basso manifesto per reclutare gringos, bandiera dalla División del Norte
e vignetta americana dell'epoca (zio Sam dice: "Ne ho proprio abbastanza")
  

Villa è stato l’unico ad “invadere” gli Stati Uniti, attaccando Columbus (New Mexico) con la sua División del Norte. Questo avvenimento e le relative conseguenze contribuirono ulteriormente alla sua fama internazionale. L’allora presidente americano Wilson tentò di reagire organizzando immediatamente una spedizione punitiva (Pancho Villa Expedition, 1916-17) diretta dal generale John J. Pershing, al comando di 10.000 uomini. Durante i 12 mesi di caccia all’uomo, nonostante l’impiego di mezzi moderni, inclusi aeroplani, Villa (fedele all’appellativo Alacràn) eluse tutti i tentativi degli americani che vinsero solo poche scaramucce e battaglie di poca importanza. In base a ciò Pershing sostenne pubblicamente che la spedizione era stata un successo, cosa evidentemente non vera in quanto avevano fallito l’obiettivo principale: eliminare Villa. In privato, tuttavia, si lamentò dei troppi vincoli imposti da Wilson (che voleva evitare una guerra vera e propria) e ammise di “essere stato continuamente preso in giro, depistato e gabbato” e aggiunse “quando la vera storia sarà scritta, non sarà un capitolo esemplare né per gli studenti, né per gli adulti. Piombati in Messico con l’intenzione di fare un sol boccone dei villisti, ci siamo ritirati alla prima reazione e ora torniamo a casa di nascosto, come un bastardino bastonato con la coda fra le gambe.”
Altro avvenimento non del tutto chiarito è quello del suo assassinio (seppur strano non è l'ultimo) anche se i più sono convinti che i mandanti fossero lo stesso presidente Álvaro Obregón che, come la maggior parte dei politici messicani, fu egualmente assassinato l’anno seguente, e il suo successore Plutarco Elías Calles, nonché gli americani (pur non esistendo ancora la CIA che successivamente avrebbe usato gli stessi metodi). Dicevo non ultimo in quanto tre anni più tardi qualcuno offrì (si dice) 50.000 dollari per la sua testa e, ovviamente per il Messico degli anni '20, qualcuno si prese la briga di dissotterrare il cadavere e decapitarlo ... 
Ecco alcuni dei tanti link interessanti relativi a Villa:
Corrido a Pancho Villa (uno dei più conosciuti, video con tante interessanti foto originali)
Pancho Villa: El centauro del norte  Capítulo1 * Capítulo 2 (spagnolo)
documentario dell’UNAM, Universidad Nacional Autónoma de México
Pancho Villa: Héroe bandido (inglese con sottotitoli in spagnolo)
In rete potrete trovare tanti altri documenti, filmati, notizie, storie, corridos e film che spesso propongono storie contrastanti. 
Dov'è che finisce la Storia e comincia il Mito?