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domenica 13 novembre 2022

Microrecensioni 316-320: strano mix, solo due connessi

A un turco di pregevole estetica , un australiano politico/razziale, un coreano drammatico ho affiancato due film unanimemente reputati pietre miliari del cinema, con tema per molti versi comune. I due vanno molto di pari passo, con folli dittatori avidi di conquiste, sottomissioni e progetti di genocidi e stermini come protagonisti. In entrambe i casi gli stessi attori (Charlie Chaplin e Peter Sellers) interpretano anche un ruolo ben diverso, impegnati a salvare il mondo da una catastrofe o, quanto meno, da tali pazzi guerrafondai. Ovviamente, per cogliere i vari riferimenti (per lo più grotteschi) alla realtà storica del momento è imprescindibile sottolineare l'anno di produzione: 1940 (inizio della II Guerra Mondiale) per quello con tanto di caricatura del Fuhrer, 1964 per Kubrick che invece fa satira sulla guerra fredda e minacce nucleari fra le due superpotenze palesemente indicate come USA e URSS. Con tutte le dovute differenze, personalmente preferisco di gran lunga il secondo, sia per la regia (Kubrick è regista, Chaplin doveva limitarsi a fare le sue solite macchiette che, a suo danno, porta anche nel film) sia per la qualità delle sceneggiature evidentemente non paragonabili per sagacia e dialoghi, sia perché Chaplin non può competere con Peter Sellers.

 
Time to Love (Sevmek Zamani, Tur, 1965)

Pellicola ottimamente restaurata, ed il fatto è significativo in quanto il film conta molto sull’estetica dell’ottima fotografia. La storia, veramente sui generis e ben proposta, narra di un imbianchino pittore di appartamenti che si innamora di una gigantografia del volto della proprietaria di un appartamento di villeggiatura su una della Isole dei Principi nel Bosforo, nei pressi di Istanbul. Solo dopo un anno, mentre lavora in un’altra villa, incontrerà la donna con la quale inizierà un insolito rapporto in quanto lui si dichiara innamorato esclusivamente dell’immagine, mentre lei è palesemente interessata all’uomo proprio per tale motivo. Interessanti i due co-protagonisti: il collega del pittore suonatore di ud (o oud che dir si voglia) e il gelosissimo pretendente della ragazza. Un po’ esagerato ed emblematico il finale che mette in risalto tutti i limiti di Süleyman Tekcan come attore, ma il resto del film merita certamente un’attenta visione per la qualità della fotografia.  

Slam (Partho Sen-Gupta, Aus/Fra, 2018)

Molto interessante per i temi affrontati: immigrazione, accoglienza dei rifugiati, legami famigliari, pregiudizi razziali, protesta tramite la poesia. La buona sceneggiatura e le buone interpretazioni mantengono costantemente vivo l’interesse per questa storia che comincia con la sparizione di una rifugiata siriana in Australia e influisce in modo drammatico non solo sulle vite della madre e del fratello (e della sua famiglia) ma anche sulla funzionaria di polizia che si interessa del caso e che ha i suoi bravi problemi, in qualche modo legati alla missione australiana in Siria. Si rivela un miscela di drammi familiari, indagini di polizia, razzismo. Merita la visione.

  
Dr. Strangelove (Stanley Kubrick, USA, 1964) tit. it. “Il dottor Stranamore” *

Kubrick è stato un regista che si è divertito a cimentarsi in nei generi più vari anche se ha forse avuto una predilezione per i film di guerra, mostrando sempre la sua avversione alla stessa. Questo è una feroce parodia dell'ambiente politico-militare, in particolare quello ai massimi gradi e dei loro rapporti internazionali. Più che il sempre bravo Peter Sellers (che interpreta 3 personaggi diversi), impressiona l'ottima prova di George C. Scott nei panni di un generale, ovviamente al limite della follia. Nel cast tanti altri bravi caratteristi (p. e. Sterling Hayden e Slim Pickens) che attuano alla perfezione le direttive del regista. I dialoghi sono di una logica stringente ma, partendo da presupposti fasulli o errati, giungono a conclusioni folli, esilaranti e allo stesso tempo tragiche. Il film segue tre storie parallele e interconnesse che si sviluppano contemporaneamente nell’arco di poche ore in una base militare americana, su un bombardiere B-52 diretto in Russia con armi nucleari e al Pentagono nella sala del Consiglio di guerra. Dr. Strangelove fu il primo film a trattare ampiamente il tema delle armi nucleari e fu aspramente criticato per il modo caricaturale in cui lo fece, con una esaltazione dell'illogicità della guerra in generale e delle minacce, delle rappresaglie e degli ordini irrevocabili in particolare. Se ci fosse qualcuno che ancora non lo ha visto, che rimedi al più presto. Al 68° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 4 Nomination Oscar (miglior film, regia, Peter Sellers protagonista e sceneggiatura).

The Great Dictator (Charlie Chaplin, USA, 1940) 61° 5N

Pur dovendo ammettere che non ho mai apprezzato più di tanto Chaplin, né come comico che come regista, penso che senza essere prevenuto sia più che onesto affermare che questo film è sempre stato nettamente sopravvalutato, indipendentemente dal paragone con Dr. Strangelove al quale qui l’ho abbinato. Non riesce mai a prendere una direzione decisa, barcamenandosi fra macchiette, capriole e parti serie; non convincono i due personaggi da lui interpretati nel film, il grande dittatore e il suo oppositore barbiere smemorato, né la storia romantica, né tutto il resto. Il discorso finale dichiaratamente pacifista è troppo forzato, ma certamente ha fatto storia nel cinema essendo ripreso per certi versi nei contenuti non solo dal film di Kubrick ma anche da un altro famoso film (messicano) quale Su excelencia (1967, Miguel M. Delgado, con Cantinflas come protagonista). Al 61° posto fra I migliori film di tutti i tempi secondo IMDb, 5 Nomination Oscar (miglior film, Charles Chaplin protagonista, Jack Oakie non protagonista, sceneggiatura e commento sonoro).

Peppermint Candy (Lee Chang-dong, Kor, 1999)

Veramente deludente, nonostante la tanto decantata costruzione cronologicamente al contrario, e con salti temporali irregolari. Il moderno cinema coreano, per nostra fortuna, conta su molti altri ottimi registi. Non lo consiglio.

giovedì 25 agosto 2022

Microrecensioni 247-250: video-saggi e film della New Wave ceca

Dando un’occhiata ai documentari proposti nella pagina dell’ottimo Lascia stare i santi (già recensito nel post precedente) mi avevano colpito due titoli, già originali di per sé e anche molto ben quotati (7,8 e 7.6 su IMDb e 87 e 93% su RT); scorrendo alcune scene del secondo per valutare la qualità del video ed avere conferma della sostanza, sono incappato nella citazione delle due commedie ceche di Milos Forman che ottennero la candidatura all’Oscar (ultime regie in patria prima di emigrare negli USA), che quindi ho provveduto a recuperare.

 
  • The Pervert's Guide to Cinema (Sophie Fiennes, UK, 2006)
  • The Pervert's Guide to Ideology (Sophie Fiennes, UK, 2012)

Anche se ufficialmente vengono categorizzati come documentari, io li definirei video-saggi, fra filosofia e psicoanalisi del cinema. Le considerazioni sono enunciate dallo stesso Slavoj Zizek, filosofo e psicoanalista sloveno autore e interprete del lungo monologo che nel primo lavoro si alterna a un centinaio di scene di una quarantina di film, con particolare attenzione ad alcuni di Hitchcock, Lynch, Tarkovskij e Bergman (dei quali appaiono numerose clip) ma vengono presi in considerazione anche i fratelli Marx, Chaplin, un insolito cartoon del 1935 della Disney e altri. L’attenzione è rivolta soprattutto ai rapporti di potere, sesso, erotismo e all’analisi del linguaggio cinematografico, proponendo capovolgimenti delle interpretazioni più comune e immediate e facendo numerosi riferimenti alle teorie freudiane. Forse perché (relativamente) più facilmente comprensibili e pratici, ho trovato molto più interessanti i commenti filosofici che non quelli psicoanalitici.

Nel secondo, l’analisi si concentra su temi più generali e universali quali (fra gli altri) religioni e dittature, quindi controllo e manipolazione delle masse, utilizzando come esempi un minor numero di spezzoni di film. Più volte la regista Fiennes utilizza so schermo nero e ci si concentra solo sulla voce di Zizek che invece, quando appare in scena, attira l’attenzione per la sua particolarissima parlata e gestualità. Altra curiosità (valida per entrambi i video-saggi) e quella di riprendere il filosofo negli stessi set dei film, o almeno ricostruiti quanto più fedelmente possibile. Tutti e due sono molto interessanti, ma per essere apprezzati e godibili è indispensabile conoscere almeno parte della materia, vale a dire o essere discreti cinefili (che dovrebbero conoscere buona parte dei film citati) o avere discrete basi nel campo della filosofia e/o psicoanalisi (p.e. id, ego e super-ego).

 
  • Loves of a Blonde (Milos Forman, Cze, 1965)
  • The Firemen's Ball (Milos Forman, Cze, 1967)

Si tratta di due commedie (entrambe candidate Oscar), più leggere che drammatiche, senz’altro palesemente satiriche. Milos Forman prende sottilmente in giro la società ceca dell’epoca, imbrigliata fra i suoi falsi perbenismi e burocrazia, attaccamento alle tradizioni e voglia di modernità.

Il soggetto del primo, come intuibile dal titolo, è legato ad una ragazza che viene corteggiata prima da riservisti non proprio giovanissimi e poi da un giovane musicista di Praga. Praticamente il film in poco meno di un’ora e mezza propone solo due situazioni; nella prima tutto ruota attorno ad una festa organizzata per far incontrare le ragazze nubili della cittadina con dei riservisti, inviati lì nel tentativo di riequilibrare la popolazione a gran prevalenza femminile e nella seconda la scena è di tema completamente diverso in casa del ragazzo praghese con i fantastici battibecchi fra e con i genitori.

Il secondo è invece interamente ambientato a margine di una movimentatissima festa in onore di un pompiere in pensione, per consegnarli un premio alla carriera. I quasi incapaci membri del comitato organizzatore avranno il loro bel da fare per portare a conclusione la serata da ballo, fra piccoli furti, intoppi vari e la gestione di un disorganizzatissimo concorso di bellezza.

venerdì 31 dicembre 2021

Micro-recensioni 381-385: solo Messico … un anti-western, 2 noir e 2 commedie

Ultimo post del 2021, ma non sono gli ultimi film di quest’anno. Entrambi i noir sono diretti da Roberto Gavaldón (un maestro del genere) e interpretati da Arturo de Córdova e appartengono al periodo della Epoca de Oro del Cine Mexicano. L’anti-western (o western revisionista che si voglia chiamare) si basa su evento che può sembrare banale e già utilizzato, ma gli sviluppi e la morale sono ben differenti. Infine le due commedie sono le ultime di buon livello di Cantinflas, nel periodo ne quale abbandonò i ruoli più ridicoli di povero diavolo, buono ma pasticcione e a volte incapace, per impersonare personaggi normalmente rispettati nella società che gli fornivano la possibilità di ridicolizzare i formalismi e criticare alcuni comportamenti.

 

La diosa arrodillada
(Roberto Gavaldón, 1947, Mex)

In questo film Arturo de Córdova è un ricco industriale con una casa immensa (sale enormi, scaloni e giardino) che si trova a dover scegliere fra sua moglie (Rosario Granados) ed una modella (Maria Felix) non del tutto onesta. Fra vari tira e molla, bugie, feste e troppo alcool il protagonista percorre una strada molto pericolosa e la precaria salute di sua moglie si rivela essere un ulteriore rischio. Non aggiungo altro per evitare spoiler, ma confermo solo che questo noir è valido sotto tutti i punti di vista: regia, fotografia di Alex Phillips (all’epoca secondo solo a Gabriel Figueroa), interpretazioni e sceneggiatura di Tito Davison (rispettato anche come regista). Nei primi 40 posti fra i migliori film messicani sia nella classifica del 1994 che nel 2020.

En la palma de tu mano (Roberto Gavaldón, 1950, Mex)

Al contrario dell’altro, qui Arturo de Córdova è quello che tenta di circuire/ricattare e non quello che subisce. Interpreta un sedicente veggente (il Prof. Jaime Karin) che, per un colpo di fortuna viene a conoscenza di fatti che pensa di poter sfruttare a proprio vantaggio (economico). Ma nessuno dei due ricattati è uno stinco di santo e così inizia un pericoloso gioco a tre, con obiettivi omicidi che si concluderà con interessanti colpi di scena. Rispetto al precedentemente commentato, questo volge più al crime ed alla violenza palese, non subdola. Buon noir con ottimi momenti di suspense.

  

Los hermanos Del Hierro
(Ismael Rodriguez, 1961, Mex)

Nella nota prima classifica dei migliori 100 film messicani (1994) si trovava al 15° posto ed in quella del 2020 resisteva ancora al 22°, nonostante l’ingresso dei nuovi registi compresi los tres amigos (Del Toro, Iñárritu e Cuarón) di caratura internazionale. Uno dei rari film messicani candidati ai Golden Globes (per la regia). Come anticipato, l’evento iniziale (un assassinio a sangue freddo) e il filo conduttore (i figli presenti al fatto quando erano piccoli spinti dalla madre a vendicarsi) possono sembrare banali, ma il rapporto che si sviluppa fra i due fratelli - di carattere quasi completamente opposti e con morali di vita ben differenti – sarà causa di numerosi scontri. Molto ben interpretato, non solo da Columba Domínguez nel ruolo della madre ma anche da Antonio Aguilar che qui non appare nelle sue usuali vesti di attore/cantante. Inoltre, in piccole parti appaiono tanti famosi attori dell’epoca fra i quali Emilio Fernández, Ignacio López Tarso, David Silva e José Elías Moreno. Apprezzabile anche la fotografia (b/n) e l’ambientazione.

El padrecito (Miguel M. Delgado, 1964, Mex)

Questo è uno dei miei preferiti di Cantinflas, trovandosi a metà strada fra i classici che gli diedero fama e quelli con chiari risvolti morali, politici o sociali. Il padrecito è un sacerdote non proprio giovanissimo che ha il suo primo incarico da parroco e dovrebbe sostituire un anziano collega in una piccola cittadina. Per motivi molto diversi si trova ad avere tutti contro: la sorella del parroco, il parroco stesso che non vorrebbe lasciare l’incarico, il ricco possidente che lo raggira e istiga la popolazione ad opporsi al nuovo arrivato. Questa situazione dà luogo ad una serie infinita di gag e di discussioni con personaggi sicuramente peculiari, ma in questo ruolo Cantinflas ha anche modo di reinterpretare a proprio modo religione e sacre scritture secondo la sua logica molto particolare esposta con la solita quasi incomprensibile logorrea.

Su excelencia (Miguel M. Delgado, 1967, Mex)

Molti associano questo film a Il dittatore (1940, di Charlie Chaplin) per la presentazione in chiave satirica della contrapposizione dei grandi blocchi politici, ma se allora si era agli inizi della WWII con i noti schieramenti e con protagonista un dittatore professionista, qui Cantinflas, interpreta un ambasciatore per caso, di una repubblica senza potere economico né militare, in piena guerra fredda. La prima parte è un po’ farraginosa e poco avvincente ma dal momento in cui, esauriti tutti i possibili candidati il funzionario Lopitos viene nominato ambasciatore, la storia prende tutt’altra piega. Si deve conoscere la lingua per apprezzare tutti i nomi dei diplomatici e delle repubbliche che rappresentano, ma alcuni sono facilmente comprensibili. Oltre a ridicolizzare tutte le cerimonie, etichette, onorificenze, ecc. ci sono intrighi, talpe e spie, e nel discorso conclusivo all’Assemblea (ONU) divisa fra rossi e verdi il protagonista non risparmia nessuno. Come tutti gli altri film di Cantinflas si dovrebbe guardare in versione originale.

lunedì 14 settembre 2020

Micro-recensioni 301-305: "Sátántangó" di Bela Tarr vale per 3

Gruppo caratterizzato dall’ingombrante (in tutti i sensi) presenza di Sátántangó, un arthouse movie apprezzatissimo dai cinefili di tutto il mondo, che ho guardato in tre parti così come è stato suddiviso per la distribuzione home video, visto che dura la bellezza di 7h19’!
Ho completato la cinquina con due film molto diversi, anche fra loro, ma notevoli nei rispettivi generi: un noir classico americano ed una ancor più classica commedia messicana con l’ineffabile Cantinflas.

Sátántangó (Bela Tarr, Hun, 1994)
IMDb 8,4 RT 100% * Premio Caligari a Berlino
Film senz’altro unico, non solo per la durata, ma anche per la struttura e, soprattutto, per lo stile assolutamente originale di Bela Tarr. Di questo regista ungherese avevo letto più volte e ricordo di aver sempre visto i cofanetti dei suoi film esposti in bella evidenza negli shop delle varie cineteche che ho frequentato (Paris, Ciudad de Mexico, Lisboa, …). Non per niente la sua reputazione su RottenTomatoes è eccellente, con 8 film quotati ha una media del 91%, 3 di essi al 100%, uno dei quali è Sátántangó, unanimemente considerato la sua opera più significativa, il suo capolavoro. Girato in bianco e nero e con presa diretta, è diviso in 12 capitoli lungi dall’essere uniformi visto che variando da meno di un quarto d’ora a quasi un’ora:
The News Is They Are Coming (41:23)
We Are Resurrected (31:05)
Knowing Something (59:07)
The Job of the Spider I (25:18)
Unraveling (52:02)
The Job of the Spider II (42:08)
Irimiás Gives A Speech (13:24)
The Perspective from the Front (51:33)
Going to Heaven? Having Nightmares? (29:11)
The Perspective from The Rear (30:28)
Just Trouble and Work (16:49)
The Circle Closes (28:23)
Caratteristiche sono le riprese con camera fissa (talvolta anche con attori assolutamente immobili) che si alternano a carrellate lente e infinite, in tutte le direzioni. I campi lunghi e lunghissimi si alternano a primi piani che durano spesso più del normale. In un’intervista Bela Tarr ha dichiarato che il film contiene circa 150 clip, il che equivale ad una durata media di 3 minuti a ripresa, ma ce ne sono tante fra gli 8 e i 12 minuti che però non possono essere considerati veri e propri piani sequenza visti i limitatissimi movimenti di macchina. Con questa struttura, è logico che molte azioni siano presentate in tempo reale, senza alcun montaggio.
Notevole anche il commento sonoro della fisarmonica (composizioni di Mihály Víg, che nel film interpreta un personaggio fondamentale, l’enigmatico Irimiás) che si affianca o sovrappone ai rumori d’ambiente in presa diretta, come per esempio quello della pioggia battente e pressoché incessante o il ticchettio dell’orologio nelle lunghe scene nella taverna. Negli esterni dominano distese e strade fangose, deserte, con pochi protagonisti o attraversate da animali quali maiali grufolanti, polli, cani e bovini.
Della trama dico solo che si tratta di come una dozzina di persone, già membri di una disciolta “fattoria collettiva”, tentano di gestire la loro consistente “liquidazione”, fra sospetti e tentativi di frode.
Non so quanti vorranno affrontare questa ardua eppure gratificante visione (assolutamente consigliata) ma, ammesso che abbiano tanto tempo disponibile, cerchino di guardare Sátántangó alla miglior definizione possibile e su uno schermo grande, oltre che tutto d’un fiato. Quanto detto è vero per quasi qualunque film, ma in questo caso, la qualità dell’immagine è fondamentale … lasciate perdere effetti speciali, 3D, digitale, CGI e altre diavolerie moderne … questo è cinema puro, con pellicola 35mm!
 
The Killers (Robert Siodmak, USA, 1946)
Recentemente ho guardato il cosiddetto remake diretto da Don Siegel nel 1964, che in effetti ha sviluppo ben diverso pur essendo basato sullo stesso racconto di Hemingway. Ricordo a chi legge che con lo stesso titolo anche Tarkowski nel 1956 ha diretto e interpretato insieme con alcuni suoi compagni di studi un corto che è quasi identico all’inizio di questo di Siodmak (evidentemente seguendo più fedelmente il testo).
Pur godendo di ottima critica ed essendo oggettivamente ben realizzato (4 Nomination Oscar per regia, sceneggiatura, montaggio e commento musicale) devo dire che l’adattamento proposto da Don Siegel risulta molto più avvincente. 

Ahí está el detalle (Juan Bustillo Oro, Mex, 1940)
Si tratta di una delle più amate e apprezzate commedie interpretate da Cantinflas, definito da Charlie Chaplinil più grande comico al mondo”. Lasciò gli studi per seguire un circo itinerante dove imparò a cantare e a ballare, ad esibirsi come acrobata e clown. Qualcuno lo ricorderà nei panni di Passepartout nella famosa versione del Giro del mondo in 80 giorni del 1956, al fianco David Niven.
I suoi personaggi caratteristici sono poveri, apparentemente incapaci, di buon cuore e in un modo o nell’altro riescono a trarsi d’impaccio in modi singolari. Altro segno distintivo è il suo linguaggio sconclusionato, con frasi mai concluse e interpretazioni improbabili di qualunque frase pronunciata da altri, illogico per la situazione ma logico per le parole in sé.
Questo film, basato su uno scambio di persona, un omicidio e un ricatto, è veramente godibile solo se si può comprendere il messicano, non essendo possibile tradurre i giochi di parole. Praticamente una situazione simile ai film dei fratelli Marx, nei quali le parole (volutamente equivocate e/o mal interpretate) sono la sostanza.
Il modo di parlare di Cantinflas generò addirittura il neologismo cantinflear, comunissimo oltreoceano ma poi accettato anche in Spagna perfino dalla Real Academia Española (equivalente della nostrana Crusca) con il significato di “parlare in modo illogico e incongruente, senza dire nulla di concreto”.

sabato 23 maggio 2020

Micro-recensioni 176-180: stavolta 5 film del XXI secolo

Pur consapevole di non aver certo scelto il meglio dei decenni scorsi, mi sono ritrovato a rimpiangere le mie visioni di film sconosciuti del secolo scorso, talvolta mediocri ma quasi sempre ben realizzati ed interpretati. Fra questi 5 si distingue un film russo che sembra non sia mai stato distribuito in occidente.

Pop (The Priest) (Vladimir Khotinenko, Rus,  2009)
Basato su un personaggio reale, il pope (sacerdote ortodosso) Aleksandr Ionin che negli anni della guerra si trovò nella difficile condizione di cercare di limitare i danni per la sua comunità in Lettonia. Questa, occupata dai comunisti russi nel 1940 alla pari delle altre repubbliche baltiche, l’anno successivo fu invasa dai nazisti tedeschi rimanendo poi per vari anni terra di frontiera senza più una propria identità. Alcuni decisero di collaborare con i tedeschi altri divennero partigiani, non tanto pro-russi, ma contro entrambi gli aggressori. Gli ortodossi erano malvisti e talvolta perseguitati dai leninisti e quindi i tedeschi restituirono loro i luoghi di culto requisiti e trasformati dai russi, ma non è che i rapporti fossero proprio idilliaci.
Storicamente e socialmente interessante, tratta di situazioni storiche poco conosciute, con una buona sceneggiatura e notevole fotografia; regia e scenografia non sono da meno.
Merita una visione … lo trovate in rete con sottotitoli in inglese. 

Things We Lost in the Fire (Susanne Bier, USA, 2007)
Sostanzialmente ben sopra la sufficienza pur soffrendo di alcuni cali nella sceneggiatura e di una storia troppo “utilitaristica”. Buone le caratterizzazioni dei numerosi personaggi secondari, meno buono l’uso dei flashback. Ancora una volta è da apprezzare Benicio del Toro, stavolta in un ruolo per lui insolito, si difende bene Halle Berry, affidabile come sempre il caratterista John Carroll Lynch. Un po’ strappalacrime in più punti, si fa comunque guardare grazie anche alla buona regia della Bier.

La trinchera infinita (Aitor Arregi, Jon Garaño, Jose Mari Goenaga, Spa, 2019)
Ennesimo film relativo alla guerra civile spagnola e agli anni del franchismo, che in questo caso tratta di un di coloro che sopravvissero nascosti fino all’indulto emanato in occasione del trentennale (1969) della fine della guerra; storie bene o male viste e riviste. Pur contando su due buoni attori protagonisti come Antonio de la Torre e Belén Cuesta, il film non riesce a coinvolgere, anche perché è spezzettato in avvenimenti che si svolgono nell’arco di una trentina di anni. Momenti e scene cinematograficamente buoni si alternano a situazioni ripetitive e poco credibili. 

En la ciudad sin límites (Antonio Hernández, Spa/Arg, 2002)
Ottimo soggetto, sceneggiatura mediocre, pessima messa in scena. Salvando l’immarcescibile Fernando Fernán Gómez, il resto del cast offre prove scadenti a cominciare dai nomi più noti (almeno nel mondo ispanico) quali Leonardo Sbaraglia e Geraldine Chaplin (figlia di Charlie – Charlot). Dramma familiare fra tradimenti e finanza, con (ancora una volta) l’ombra della guerra civile spagnola. 

Intacto (Juan Carlos Fresnadillo, Spa, 2001)
Mi sono imbattuto di nuovo in Leonardo Sbaraglia, che mi sembra sempre più mediocre, meraviglia la presenza di un gran attore come Max von Sydow (ma si sa che a fine carriera anche molti mostri sacri si concedono a progetti scadenti o insulsi. Intacto si basa su un’ipotesi poco plausibile ma, ammesso e non concesso la si voglia accettare, restano incomprensibili le azioni delle persone coinvolte nel macabro gioco. Non lo consiglio, praticamente ridicolo.