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domenica 21 agosto 2022

Microrecensione 246 * Lascia stare i santi (2016)

Microrecensione 246 
Lascia stare i santi 
(Gianfranco Pannone, Ita, 2016)

Interessantissimo documentario, collage di spezzoni estrapolati da decine e decine di altri documentari e da filmati dell’Istituto Luce, alcuni di oltre un secolo fa. Il tema principale, ovviamente, è la religiosità popolare, con un misto di processioni, feste patronali, riti propiziatori di derivazione pagana, balli e canti di accompagnamento, attività tradizionali relative all’agricoltura e alla pesca. Ma i punti di interesse non finiscono qui … sono affascinanti le riprese effettuate nelle case, con una marea di bambini che dividono un misero pasto con i genitori, un matrimonio, una mattanza della tonnara di Favignana, la tammurriata alla Madonna dell’Avvocata, i balli e la musica. La colonna sonora comprende non solo molte registrazioni originali ma anche altri pezzi scelti e/o composti da Ambrogio Sparagna. La fotografia è apprezzabile nel suo complesso (lavoro di tanti differenti cineasti) in quanto riesce a mettere in risalto i volti di bambini paffuti e sorridenti, così come quelli rugosissimi di anziane e anziani, giovani madri e lavoratori; ogni primo piano racconta una storia, o almeno ce la fa immaginare. Il documentario è arricchito dalla lettura di testi di PasoliniSiloneSoldatiGramsciDe Seta e altri autori da parte di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni.

Poche sono le riprese a colori, spesso alternate a quelle di decenni prima in bianco e nero, come nel caso della processione dei serpari a Cocullo (AQ), in occasione della festa di San Domenico, classico esempio di antico rito pagano adattato alle ragioni della Chiesa. Qui come in molte altre manifestazioni pseudoreligiose, è evidente la sottilissima linea divisoria fra fede e superstizione e la frequente prevalenza della devozione verso i Santi, più che a Madonne, Gesù e Dio stesso.


I lunghi titoli di coda comprendono l'elenco di tutti i video dai quali sono stati tratti gli spezzoni (indispensabile per chi volesse tentare di recuperarne qualcuno al quale è particolarmente interessato) e ciò dà l’idea dell’enorme quantità di materiale che è stato visionato e selezionato. Allo stesso tempo mette in evidenza quella che si potrebbe considerare una pecca di Pannone, l’essere stato forse frettoloso (o mancarono tempo e/o soldi?) nel chiudere il suo lavoro ad appena un’ora e un quarto; alcune scene durano veramente pochissimi secondi. Gran parte dei filmati visionati dal regista (anche quelli che non ha ritenuto opportuno prendere in considerazione) meriterebbero probabilmente un'accurata visione integrale. Per ora accontentiamoci di questo bel montaggio, considerandolo un trailer delle ore e ore di pellicola esistenti.

Documentario imperdibile per quelli interessati alla materia, con i più giovani che potranno anche rendersi conto di quanto molti eventi ai quali si assiste ancora oggi siano stati manipolati a fini turistici, perdendo quasi tutta la loro spontaneità originale.

lunedì 9 novembre 2020

Micro-recensioni 376-380: un thriller e 4 a soggetto filosofico - religioso

I quattro (di 4 paesi diversi) hanno tuttavia approccio e stile completamente diverso, dal rigoroso rispetto delle sacre scritture al confronto con idee eretiche, dal confronto Dio / Diavolo / Morte alla satira dissacrante che propone un ampliamento della Trinità e tira in ballo Apocalisse e Paradiso. Per quanto riguarda i contenuti è inutile approfondirli in quanto, ovviamente, ognuno di noi ha le proprie idee e convinzioni e non sono argomenti da esaurire in poche righe. Tutti risultano più interessanti e comprensibili a chi ha almeno discrete conoscenza religiose.

Sono film da guardare e, soprattutto, ascoltare con attenzione e poi discuterne in buona compagnia. Nel complesso si tratta di 5 ottimi film, 3 dei quali candidati Oscar e hanno rating medi del 98% su RT. Per essere tanto diversi, mi è difficile metterli in ordine di gradimento e quindi procederò in ordine cronologico.

 

The Fallen Idol (Carol Reed, UK, 1948)

Un ottimo film tratto da un ottimo racconto (The Basement Room, 1936) di Graham Greene; essendo uno dei miei autori preferiti avevo letto prima la short story e poi scoprii l’esistenza del film, dal titolo diverso. Notevoli anche le interpretazioni di Ralph Richardson e Michèle Morgan, nonché il piccolo Bobby Henrey (9 anni) perfetto nel ruolo dell’insopportabile figlio dell’ambasciatore, intrigante e bugiardo seppur (secondo lui) a fin di bene. Comportamento che ricorda molto quello di Bobby Driscoll, protagonista in The Window (1949, di Ted Tetzlaff) che non viene preso nella debita considerazione dalla polizia e neanche dai propri genitori (consiglio di recuperarlo e guardarlo, Nomination Oscar per il montaggio). La storia di The Fallen Idol è perfetta, con tanti incidenti di percorso, incontri casuali quanto inopportuni e colpi di scena. Le situazioni nella parte finale, con gli interrogatori del sospettato, della presunta complice e del testimone, cambiano vorticosamente considerato che tutti mentono, seppur per motivi diversi. Non ve lo perdete … 100% su RT e 2 Nomination Oscar (regia e sceneggiatura)

Macario (Roberto Gavaldón, Mex, 1959)

Questo è il film “filosofico” del gruppo in quanto al poverissimo e affamatissimo protagonista viene chiesto in successione da Dio, dal Diavolo e dalla Morte, di offrire parte del suo sognato, e finalmente ottenuto, tacchino al forno tradizionale del Dìa de Muertos. Lo dividerà solo con uno e da ciò deriveranno fama e denaro con conseguenti problemi. Ottenne la Nomination Oscar come miglior film straniero (prima candidatura per il Messico), ma il premio andò a La fontana della vergine (Ingmar Bergman); questo non è il suo solo legame con il regista svedese visto che molti vedono in Macario molti punti in comune con uno dei suoi migliori film: Il Settimo sigillo (1957).

  

Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1964)

Terzo lungometraggio di Pasolini, diretto un anno dopo RoGoPaG nel quale è compreso La ricotta, corto che diede la stura a feroci polemiche e, in parte trattava argomento simile (rappresentazione di ultima cena e crocefissione). Tuttavia il taglio in questo caso è totalmente diverso e i testi sono ripresi alla lettera da una versione approvata del Vangelo. Certamente il contesto e la messa in scena conta e per questo ebbe qualche critica, ma in linea di massima ebbe il plauso anche degli ambienti e alte sfere religiose. A parte ciò, tecnicamente è un gran bel film che conta sulla fotografia (b/n) di Tonino delli Colli, una eccellente direzione di attori non professionisti, i costumi di Danilo Donati e suggestiva e calzante colonna sonora che spazia dalla musica classica, al gospel e al Gloria della Missa Luba. Interessantissima anche la scelta delle location fra le quali spicca la Gerusalemme ambientata nei Sassi di Matera, sfollati nel decennio precedente. Ottenne 3 Nomination Oscar (costumi, scenografia e colonna sonora).

La via lattea (Luis Buñuel, Fra, 1968)

Anche Buñuel si attenne esattamente ai testi e cronache ufficiali, ma si occupò soprattutto delle eresie e quindi delle diverse interpretazioni della Bibbia e ciò è messo ben in chiaro nei titoli di coda nei quali appare questa dichiarazione: “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.” Per collegare i vari eventi e teorie sviluppatesi in secoli diversi la narrazione segue il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela di due francesi che si troveranno “miracolosamente” in luoghi ed epoche diverse. Film premiato a Berlino.

Así en el cielo como en la tierra (José Luis Cuerda, Spa, 1995)

Infine, il più moderno, il più folle e irriguardoso, fedele allo stile di Cuerda. Anche lui si basa sulle sacre scritture, richiamate numerose volte, ma soprattutto sull’Apocalissi di Giovanni. In questa commedia grottesca si immagina che ogni paese abbia il proprio Paradiso e che questo ne rispecchia tradizioni, cultura e stato sociale (in questo caso la Spagna). Dio (Fernando Fernán Gómez), insoddisfatto della situazione sulla terra decide di avere un secondo figlio ma ben presto si rende conto che la cosa non è semplice e le conseguenze potrebbero portare a più gravi problemi. Nello stile classico della comedia negra spagnola, sulla scia di Berlanga e Azcona, Cuerda (sceneggiatore unico) propone in maniera ironica i mille problemi e contraddizioni derivanti dall’interpretazione letterale delle Bibbia in contrasto con i tempi attuali. Spiccano le interpretazioni di Paco Rabal (San Pietro) e dell’ineffabile Luis Ciges nei panni di un gioviale ubriacone appena giunto in Paradiso.


#cinema #cinegiovis

sabato 20 giugno 2020

Micro-recensioni 216-220: b/n, con macchie di colore

Giorni fa mi capitò sottocchio un articolo sui migliori film in bianco e nero di questo secolo. Per fortuna, dico io, dopo il quasi totale abbandono durante la fine del secolo scorso, questa tecnica è stata rivalutata, i mezzi moderni riescono ad esaltarne le qualità e tutti ricorderanno che vari sono finiti agli Oscar, conseguendo anche molte statuette. Giusto per ricordarne qualcuno, cominciò Schindler’s List (1993, Steven Spielberg, 7 Oscar) che fu il primo fra in b/n moderni ad aggiudicarsi il premio come miglior film, ci riuscì’ anche The Artist (2011, Michel Hazanavicius, 5 Oscar), mentre l’anno scorso andarono deluse le speranze di Alfonso Cuarón per Roma (3 Oscar, ma non miglior film, nonostante l’enorme battage pubblicitario). Oltre ai due succitati, nell’ultimo decennio hanno ottenuto Nomination per la fotografia The Man Who Wasn't There, The White Ribbon, Nebraska, Ida, Cold War, The Lighthouse (ve lo segnalo ancora una volta), e molti altri sono stati premiati nei più importanti Festival internazionali.
Fra quelli segnalati dall’articolo, ne ho recuperati 4 (tutti più che notevoli per la fotografia) e vi ho aggiunto un film del 1963 ad episodi, diretti da 4 noti registi, motivato specialmente da quello diretto da Pasolini.

Ro.Go.Pa.G. (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, Ita/Fra, 1963)
Ai primi due episodi poco significativi, direi quasi banali, segue il geniale (così lo definì Moravia) ed esplosivo La ricotta (di Pasolini), con contenuto che fu censurato e il regista condannato per vilipendio della religione; conclude Gregoretti con una divertente analisi critica del consumismo all’epoca del boom economico, ma molto di ciò che dice resta assolutamente valido oggi, oltre mezzo secolo dopo. Esordio di Ricky Tognazzi (a 8 anni), nel suo ruolo naturale, figlio del protagonista interpretato da suo padre Ugo.
Aggiungo solo poche parole su La ricotta, in bianco e nero come gli altri episodi ma con alcune inquadrature molto colorate. Si tratta di (tentati) tableaux vivants riproducenti due celebri dipinti: la Deposizione dalla Croce di Rosso Fiorentino (1521) e il Trasporto di Cristo di Jacopo da Pontormo (1526-1528). Nelle campagne romane si sta girando un film sulla Passione diretto da un annoiato regista (interpretato da Orson Welles) che ha a disposizione un’attrice e un gruppo di comparse indisciplinate e affamate. Fra croci che vengono erette e riposte e attori crocifissi, nelle pause si balla il twist e la Maddalena esegue uno striptease mentre il ladrone buono cerca disperatamente di riempire lo stomaco.


Vi propongo La ricotta in HD 720p, peccato per i sottotitoli francesi sovraimpressi, ma forse l’episodio di trova anche libero da essi e di pari qualità.


Heimat - Cronaca di un sogno (Edgar Reitz, Ger, 2013)
Heimat - Home from Home (Edgar Reitz, Ger, 2013)
Questi (o questo) sono gli ultimi della serie Heimat, strettamente collegati ed in continuità fra loro talvolta proposti come unico film di quasi 4 ore. In effetti si tratta del prequel degli episodi precedentemente proposti (soprattutto per la tv) per un totale di quasi 60 ore, tutti scritti e diretti da Edgar Reitz a partire dal 1979. Heimat significa terra natia, riferita di solita all’ambiente rurale. Gli avvenimenti narrati si svolgono nei primi anni ’40 dell’800 e sono in relazione all’emigrazione verso il Sudamerica, in particolare il Brasile. La saga precedentemente prodotta continua fino a tutto il secolo scorso.
Girato in ottimo b/n di tanto in tanto impreziosito da elementi colorati, nella maggior parte dei casi non i soliti rossi, conta anche su buone interpretazioni e ottime scenografie.

November (Rainer Sarnet, Est, 2017)
Molto ben fotografato, atmosfere magiche, ma trama troppo confusa, basata sul nulla o tradizioni e leggende molto poco credibili. Pregevole e interessante l’ambientazione nel piccolo villaggio estone circondato da foreste, durante un freddo inverno. Anche il cast merita una citazione non solo per le capacità degli attori ma soprattutto per la scelta dei volti “felliniani”. Molto originale anche l’animazione dei kratt, demoni ladruncoli e dispettosi, che hanno un ruolo fondamentale nella storia.

A Girl Walks Home Alone at Night (Ana Lily Amirpour, USA, 2014)
Buone idee originali e ben girato, con fotografia più che apprezzabile e soggetto molto originale. Allo stravolgimento dei canoni vampireschi, con twist sorprendenti e idee originali, non corrisponde però una continuità nella narrazione, gravata da troppe pause. Nata in UK, residente in USA, Ana Lily Amirpour ha girato in California questo suo primo lungometraggio in farsi (persiano) da lei stessa definito “il primo spaghetti western di vampiri iraniano”. 

sabato 28 dicembre 2019

81° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (401-405)

Gruppo con due più che buoni film indipendenti mai arrivati in Italia (almeno a quanto risulta da IMDb), uno argentino del 1986 e uno portoghese del 2012, entrambi apprezzati dalla critica internazionale. Completano la cinquina il film di esordio di Pasolini, un remake “illegale” americano del film argentino ed una commedia vampiresca.

    

401  Accattone (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1961) * con Franco Citti, Franca Pasut, Silvana Corsini * IMDb 7,8  RT 100% 
L’avevo già ri-guardato qualche anno fa dopo averlo visto vari decenni fa. Di film come questo non mi azzardo a fare analisi approfondite ma mi limiterò ad esporre le mie impressioni. Si tratta del primo lungometraggio di Pasolini e ciononostante la regia è più che appropriata e convincente. La scelta del cast (quasi esclusivamente non professionisti), la sceneggiatura nel suo complesso e soprattutto i dialoghi caratterizzati da quella filosofia spicciola che oggi sembra sopravvive solo nei piccoli centri ne fanno un ottimo esempio di realismo. Tutti si conoscono e ognuno ha la battuta adatta per qualsiasi evenienza e la risposta ancor più pronta e quando si vuol dire qualcosa lo si fa per lo più attraverso proverbi arguti e calzanti, modi di dire, parafrasi e similitudini o iperboli talvolta create al momento. Caratteristico scordarsi dei nomi e procedere per soprannomi … oltre Accattone, i protagonisti sono il Moicano, Cipolla, Cartagine, Mammoletto, Piede d’oro, Balilla, Scucchia, …
Pur essendo alla sua prima esperienza di regia, Pasolini già bazzicava in ambiente cinematografico avendo collaborato con Fellini, Bolognini, Vancini e altri. Bernardo Bertolucci fu suo assistente alla regia e l’anno successivo esordì come regista con La comare secca su soggetto e sceneggiatura di Pasolini e la collaborazione di Sergio Citti (fratello dell’attore Franco che interpreta il personaggio di Accattone).
Non da ultimo, si avvalse anche di uno dei migliori direttori della fotografia italiani, Tonino Delli Colli, che collaborò con lui anche nei successivi Mamma Roma (1962), Il vangelo secondo Matteo (1964)
Se non avete mai visto Accattone, provvedete a sanare la lacuna al più presto.
Per apprezzarlo al meglio vi sarà utile una decente conoscenza del romanesco ...

405  Tabu (Miguel Gomes, Por, 2012) * con Telmo Churro, Miguel Gomes, Hortêncílio Aquina * IMDb 7,3  RT 88%  * 2 Premi e Nomination Orso d’Oro a Berlino
Da non confondere con il molto più noto film di F.W. Murnau (Tabu: A Story of the South Seas, 1931, uno dei primi sonori) ambientato nei mari del sud. Questo è parzialmente ambientato in Africa ed è realizzato, per circa la metà, con una soluzione tecnica molto originale. In effetti la storia, dopo un breve preambolo, è divisa in due parti ben distinte, una ambientata a Lisbona praticamente all’epoca dell’uscita del film, l’altra in Mozambico verso la metà del secolo scorso.
Completamente girato in un ottimo bianco e nero, ha la particolarità di avere i rumori di fondo e di ambiente per la parte africana, ma non i dialoghi. Si vedono i protagonisti parlare e agire ma i fatti vengono narrati dalla voce fuori campo di uno dei protagonisti della parte portoghese, alla maniera di un flashback.
Tabu ha ottenuto ottime recensioni proprio per queste sue particolarità, guadagnando due premi (FIPRESCI e Alfed Bauer) e Nomination Orso d’Oro a Berlino, la prestigiosa e storica rivista francese Cahiers du Cinéma lo pose all’ottavo posto fra i migliori film del 2012, l’inglese Sight & Sound addirittura al secondo posto … ovviamente non risulta essere stato distribuito in Italia.
Personalmente ho trovato senz’altro ottima la parte africana (riprese, ambientazione, scenografia, costumi, …), ma meno convincente quella portoghese.
Film comunque da guardare … se riuscite a trovarlo.

      

I seguenti due film necessitano di un preambolo comune in quanto quello americano è chiaramente un plagio di quello argentino.
Su IMDB, del primo si legge:
A patient in a mental hospital claims to be an extraterrestial. Could he be right?
Per il secondo il soggetto viene così esposto:
PROT is a patient at a mental hospital who claims to be from a far away planet. His psychiatrist tries to help him, only to begin to doubt his own explanations.
Gli americani negarono di aver copiato e sostennero di non sapere niente del film argentino di 15 anni prima, nonostante questo fosse stato presentato in vari Festival vincendo il premio della critica internazionale al Festival Toronto, 2 premi a San Sebastian e Nomination Golden Hugo a Chicago (in USA …). Intentata la causa, gli americani se la cavarono con un accordo economico ma la  loro versione, come spesso accade, non fu giudicata all’altezza dell’originale argentino nonostante i due attori protagonisti opposti a semisconosciuti (anche in patria) e un budget di 68 milioni contro i 600.000 dollari della produzione indipendente sudamericana.
Scorrendo i titoli dei DVD alla biblioteca i nomi di Kevin Spacey e Jeff Bridges avevano attirato la mia attenzione; letta la brevissima descrizione mi aveva colpito la immediatamente la somiglianza con il tema già trattato nel film di Eliseo Subiela che quindi ho deciso di guardare di nuovo immediatamente dopo (si trova su YouTube a 720p, v.o.)

404 Hombre mirando al sudeste (Eliseo Subiela, Arg, 1986) * con Lorenzo Quinteros, Hugo Soto, Inés Vernengo * IMDb 7,8  RT 86% *
Film molto interessante, segnalato fra i migliori argentini dell’epoca. Eliseo Subiela è regista e sceneggiatore unico di questo prodotto drammatico-fantastico che tuttavia non tratta di fantascienza. Il protagonista compare misteriosamente in un manicomio e racconta allo psichiatra di essere un extraterrestre. Personaggio di una logica ferrea che riesce a mettere in difficoltà lo specialista e addirittura ad inculcargli dei dubbi. Finale drammatico (che ovviamente non svelo), ma sappiate che neanche all’apparire della parola fine si potrà essere certi della vera origine e provenienza del protagonista Rantes.
Senz’altro da guardare. Non ho trovato notizie di una versione italiana, ma senz’altro esiste in inglese come Man Facing Southeast.

403  K-PAX (Iain Softley, USA, 2001) tit. it. “Da un altro mondo” * con Kevin Spacey, Jeff Bridges, Mary McCormack * IMDb 7,4  RT 41% 
In comune con l’argentino ha il personaggio misterioso che mette in difficoltà lo psichiatra al quale è affidato, la sua tranquillità, cultura e saggezza, l’opposizione dei direttori che lo vogliono curare (ma da cosa?) sedandolo, il rapporto con gli pazienti della struttura, e via discorrendo. Manca la similitudine religiosa presente nel film di SubielaIn entrambi c’è una aperta critica ai metodi di trattamento di coloro che, per un qualunque motivo, arriva in strutture simili.
Interessante il confronto ma, volendone guardare solo uno, scegliete senz’altro l’argentino.

402  The Lost Boys (Joel Schumacher, USA, 1987) tit. it. “Ragazzi perduti” * con Jason Patric, Corey Haim, Dianne Wiest * IMDb 7,3  RT 74% 
Altra commedia silly but smart sui vampiri. Qualche mese fa mi era capitato di guardare What we do in the shadows (2014), diretto e interpretato da Jemaine Clement e Taika Waititi , quest’ultimo oggi alla ribalta con la sua più recente commedia (sul nazismo) JoJo Rabbit, anche quello molto originale e silly but smart, quasi demenziale. Mi avevano incuriosito le discrete recensioni e il fatto di non averne mai sentito parlare. In effetti è uno di quei film stupidi quanto basta ma almeno non pretenziosi, volendo essere palesemente una presa in giro dei film horror, in particolare del genere Dracula, Nosferatu, “non morti” e simili.
Come anche Per favore non mordermi sul collo (The Fearless Vampire Killers, 1964, Polanski) e altri simili è una commedia in tutto e per tutto, con personaggi ben assortiti anche se, in questo caso, molto male interpretati. I dialoghi sono ingegnosi e quasi sempre le battute che arrivano sono quelle che non ti aspetti; ci sono chiaramente tutti i più noti elementi del vampirismo i morsi sul collo, i canini aguzzi, l'aglio, l'acqua santa, la croce, luce del sole, ma con varie originalità come quelle del modo in cui dormono questi giovani vampiri di Santa Carla. Film perlopiù giovanile con due inediti incapaci fratelli vampirbuster.
Se si chiude un occhio sula recitazione e non ci si aspetta niente di serio, è adatto per passare un’ora e mezza spensieratamente.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.

sabato 13 aprile 2019

25° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (121-125)

Dopo le commedie leggere del gruppo precedente, propongo una cinquina estremamente varia e certamente di migliore qualità, con film di nazionalità ed epoche diverse (dal 1920 al 2008). In quanto alle mie preferenze (l’ordine nel quale li commento) non avuto dubbi in merito ai primi due, gli altri 3 li vedo a pari merito considerando nel complesso i pregi e le indubbie insufficienze. 
   

122  Das Cabinet des Dr. Caligari (Robert Wiene, Ger, 1920) tit. it. “Il gabinetto del Dr. Caligari”  * con Werner Krauss, Conrad Veidt, Friedrich Feher * IMDb  8,1  RT 100%
Uno dei film più significativi dell’epoca del muto, pietra miliare della storia del cinema, finalmente ammirato in sala in versione restaurata 4k. Pur avendolo guardato numerose volte, continuano ad affascinarmi le scene, le ombre e fondali nei quali è difficilissimo trovare elementi verticali o simmetrici, essendo tutto distorto ad arte, puro Espressionismo. 
   
Il programma degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento lo aveva inserito fra gli eventi speciali e lo annunciava con “sonorizzazione dal vivo”. Avevo immaginato di trovare un solo artista (al piano o al violino, per esempio) o al massimo un trio, un po’ in disparte, e non due membri dell’Edison Studio sul palco, dietro a due laptop. Ho trovato questa sonorizzazione troppo invadente per l’eccessivo utilizzo del sintetizzatore, l’aggiunta di “parlato” ad un film muto assolutamente fuori luogo, con la voce di Caligari tanto gracchiante (volutamente, altre erano quasi normali) da somigliante a quella di un robot di scadente qualità.
In conclusione, eccezionale la qualità del restauro con immagini ben definite e di tanti “colori” (virate al seppia, ocra, tonalità di grigio, verdine, ...) ma la combinazione con questa “sonorizzazione” l’ho trovata un assoluto disastro.

125  Fados (Carlos Saura, Por, 2007) * con Camané, Carlos do Carmo, Mariza, Carminho * IMDb  7,2  RT 96%
Buona scelta di pezzi di fado, messi insieme nel solito sapiente stile di Saura. Conoscendo abbastanza il genere musicale, ed essendo appassionato di quello tradizionale o quasi, non ho particolarmente gradito l’intrusione di stranieri che lo rivisitano in stile troppo estemporaneo. Al contrario, la combinazione di cantanti portoghesi di fado castizo (dal 70enne Carlos do Carmo alle nuove leve come Carminho (classe ‘84), alle immagini d’archivio di Amália Rodrigues (1920-1999) e dell’inconfondibile Alfredo Marceneiro (morto nell’82 a 91 anni), è più che buona anche se, ovviamente, lungi dall’essere esaustiva.
Non c’entra con lo stile con il quale è stato realizzato il film ma, da aficionado, avrei preferito che Saura avesse approfondito il lato amatoriale invece che le cover. Esiste un mondo estremamente variegato di fadisti che si esibiscono in piccoli locali, in piccoli paesi, spesso senza neanche essere pagati. Inoltre, ogni anno si svolgono innumerevoli concorsi di Fado amador (amatoriale) che coinvolgono un gran numero di interpreti ed attirano un folto pubblico estremamente competente. Ad Alfama (Lisbona), al lato dell’ingresso di una Casa de Fado fa bella mostra di sé la l’azulejo qui al lato nel quale si afferma che “è fadista sia chi lo canta che chi lo sa ascoltare”.  
Per gli appassionati Fados è imperdibile, per gli altri è un eccellente maniera per avvicinarsi a questo tipo di musica tradizionale.
  
      

121  A Lustful Man (Yasuzô Masumura, Jap, 1961) tit. or. “Koshoku ichidai otoko”  * con Raizô Ichikawa, Ayako Wakao, Tamao Nakamura, Michiko Ai * IMDb  6,7 
Ennesima originale messa in scena di Masumura, che in questo caso tratta di un donnaiolo impenitente, disposto a tutto per le donne, dal mettere a rischio la propria vita al dilapidare l’immensa fortuna di famiglia.
Solito piacevole ritmo estremamente rapido, con una serie di scene composte di riprese brevi e concise. Una “commedia erotica” molto soft, assolutamente non di cattivo gusto, niente a che vedere con le “commedie sexy” italiane che imperversavano qualche decennio fa o con i cinepanettoni.
Masumura, del quale parlai più volte a ottobre dell’anno scorso in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla Filmoteca Española, si è cimentato in film dei generi più diversi, tutti abbastanza buoni e congruenti con le sue idee, dirigendo ben 50 film in 15 anni.

123  Teorema (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1968) * con Silvana Mangano, Terence Stamp, Massimo Girotti, Anne Wiazemsky, Anne Wiazemsky, Laura Belli * IMDb  7,3  RT 90%
Vidi il film qualche anno dopo l’uscita e non lo capii più di tanto. Dopo quasi 50 anni ho voluto guardarlo di nuovo, ho colto (forse) qualche significato in più, ma resto con il dubbio di quale sia l’enunciato del “teorema” e non ne capisco la “dimostrazione”.  Non sono riuscito ad entrare in sintonia con i protagonisti e quindi non comprendo molte delle loro reazioni.
Tuttavia, rinunciando al voler trovare una logica, Teorema ha comunque degli aspetti positivi, soprattutto per la costruzione non lineare. In quanto a ciò, mi ha colpito il monologo di Pietro (il figlio) in merito alla sua analoga visione dell’arte astratta, casuale e irripetibile. La figlia Odetta è interpretata da Anne Wiazemsky che appena due anni prima aveva acquisito una buona notorietà al suo esordio, come protagonista di Au hasard Balthazar (1966, Robert Bresson). Anche in questo caso bisogna sorbirsi la presenza dell’incapace Ninetto Davoli, oltretutto in un ruolo insignificante, ovviamente per i suoi noti legami con il regista.
Come scrissi il mese scorso commentando Uccellacci e uccellini, fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi).
Vale la pena di guardare Teorema più che altro per avere una visione esaustiva dei lungometraggi di Pasolini, compito relativamente facile trattandosi di soli 13 film.

124  Two-legged Horse (Samira Makhmalbaf, Iran, 2008) tit. or. “Asbe du-pa”  * con Ziya Mirza Mohamad, Haron Ahad, Gol-Ghotai * IMDb  7,1 
Pur essendo interessante dal punto di vista sociale ed antropologico, come altri film simili ambientati nel pressoché sconosciuto Medioriente, Two-legged Horse non mi ha convinto. L’ho trovato ripetitivo, mal montato, eccessivo nel ricorrente indugiare sul puledro neonato, le gare fra i ragazzini in groppa alle loro “cavalcature” (tutti asini tranne il “cavallo a due zampe”) sono realizzate in modo molto approssimativo, la piccola mendicante è troppo poco credibile. C’è da dire che la sceneggiatura ed il montaggio sono opera del padre, il regista Mohsen Makhmalbaf (Gabbeh, Kandahar, Il silenzio, ...), produttore di film come Osama (Golden Globe, pluripremiato a Cannes), genitore anche di Hana (di 8 anni più giovane di Samira) che nel 2007 diresse il suo secondo e - al momento - ultimo film: Sotto le rovine del Buddha (2 premi a Berlino). L’interesse di questa famiglia di cineasti sembra essere indirizzato quasi esclusivamente alle aree rurali più povere dell’Afghanistan.
Samira aveva precedentemente ricevuto numerosi riconoscimenti a Cannes per i suoi primi 3 lungometraggi - Sib (1998, La mela), Takhté siah (2000, Lavagne) e Panj é asr (2003, Alle 5 della sera) - ma questo Two-legged Horse sembra che non sia stato egualmente apprezzato e, non so se è solo un caso, è stato l’ultimo dei suoi quattro. Tuttavia, si deve sottolineare che nel 2002 le fu affidata la realizzazione del primo degli 11 corti che compongono il film 11 settembre 2001, presentato e premiato a Venezia, e guardate in che ottima compagnia si trovava: Claude Lelouch, Youssef Chahine, Alejandro González Iñárritu, Ken Loach, Amos Gitai, Mira Nair, Shōhei Imamura, Sean Penn, Danis Tanović e Idrissa Ouédraogo.
Mi riprometto di cercare altri film diretti dai membri di questa famiglia (oltre a quelli già visti) e guardare quanto riuscirò a recuperare.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire da gennaio 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate, in gruppi di 5, su questo blog. 

venerdì 15 marzo 2019

17° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (80-85)

Ho concluso la serie di classici americani con due film degli anni 60, a me del tutto sconosciuti e a ho completato la cinquina con due film italiani (un Rossellini e un Pasolini) e la più recente regia di Clint Eastwood. Pur essendo, forse, condizionato dal fatto che mi piace il realismo, neo- o meno che sia, Paisà è senza dubbio il miglior film di questo gruppo che, nel complesso si è rivelato al di sotto delle aspettative. Quello di Eastwood, i due pluri-candidati Oscar diretti da registi famosi e con tanti attori di grido e quello di PPP non mi hanno per niente entusiasmato, pur riconoscendo qualche merito a ciascuno di essi.
   

84  Paisà (Roberto Rossellini, Ita, 1946) * con Carmela Sazio, Joseph Garland Moore Jr., William Tubbs * IMDb  7,7  RT 100% * Nomination per la sceneggiatura, condiviso fra Sergio Amidei, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Marcello Pagliero e Alfred Hayes
Elemento centrale dei 3 film bellici che diedero a Rossellini fama internazionale, pur non affrontando direttamente il tema guerra, ma occupandosi più dei “danni collaterali”. L’anno prima aveva diretto Roma città aperta e 2 anni dopo avrebbe diretto Germania anno 0. Di tutti e tre i film fu anche co-sceneggiatore contando sempre su Sergio Amidei e ottenendo 2 Nomination Oscar proprio per la sceneggiatura. Molte volte si sottovaluta il valore degli sceneggiatori e per questo mi sembra giusto sottolineare che Amidei, oltre alle suddette, ottenne altre due candidature Oscar per Sciuscià (Vittorio De Sica, 1946) e Il generale Della Rovere (Roberto Rossellini, 1959). Cinema italiano d’altri tempi ... quando era apprezzato in tutto il mondo.
Pur essendo “apparentemente” diviso in 6 episodi ben distinti fra loro sotto molti punti di vista, Paisà ha una sua continuità temporale e geografica, ripercorrendo da sud a nord varie tappe e momenti significativi degli ultimi due anni della II Guerra Mondiale. Si distingue dagli altri la quinta parte, che si svolge interamente in un convento francescano, nella quale si tratta più di religione che di guerra, con interessanti e stimolanti osservazioni sulla fede.
Le varie storie sono collegate tramite immagini di repertorio con voce narrante fuori campo a mo’ di cinegiornale. Ovviamente nel cast non ci sono nomi famosi e neanche facce conosciute.
Film da guardare così come gli altri citati in questo breve commento.

83  The Mule (Clint Eastwood, USA, 2018) * con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Manny Montana * IMDb  7,2  RT 70%
Mi sembra che abbia troppi punti in comune con Gran Torino (protagonista veterano di guerra, la sua palese misantropia, i suoi contatti fortuiti con criminali - piccoli o grandi che siano, poco importa -, il tentativo di sanare ingiustizie a modo suo) e per questo quasi ripetitivo, ma risulta di livello certamente inferiore. La descrizioni dei personaggi è poco incisiva e la sceneggiatura, in particolare nel finale, è confusa e poco credibile. Tanto per dirne una, com'è che in un territorio enorme come il mid-west, dopo giorni senza contatti, si trovano tutti in una stessa limitata area allo stesso tempo? Il narcotrafficante (interpretato da Andy Garcia) appare quasi come una macchietta, i pur bravi Dianne Wiest e Laurence Fishburne sono relegati in parti poco significative. Bradley Cooper potrà anche piacere alle signore, ma come attore lo trovo veramente improponibile.
Tuttavia, penso che Eastwood sia assolutamente giustificabile considerata la sua veneranda età e soprattutto per il fatto che, per sua stessa ammissione, continua a dirigere e interpretare film per puro gusto, senza troppi patemi d'animo. A 89 anni è già un successo essere ancora sulla breccia e si ha tutti il diritto di fare di testa propria. 
Film certamente più che sufficiente, la maggior parte delle osservazioni derivano dal fatto che siamo abituati ad un altro Eastwood, quello che ha diretto e/o interpretato tanti altri film, di gran lunga migliori.
      

82  The Professionals (Richard Brooks, USA, 1966) tit. it. “I professionisti” * con Burt Lancaster, Lee Marvin, Robert Ryan, Jack Palance, Claudia Cardinale * IMDb  7,4  RT 93% * 3 Nomination (regia, sceneggiatura, fotografia)
Il cast di grande richiamo non riesce a sollevare questo film dalla mediocrità. La trama, pur essendo relativamente originale, non dice molto di nuovo. Non è un western di struttura classica, né un film sulla rivoluzione messicana o sui contrasti USA-Messico, anche se tutti questi elementi sono tirati in ballo. Sul versante positivo ci sono le ottime interpretazioni dei 3 protagonisti (Lancaster, Marvin, Ryan) e la fotografia che sfrutta a dovere la bellezza dei paesaggi.
Fra pro e contro, senza infamia e senza lode.

81  Days of Wine and Roses  (Blake Edwards, USA, 1962) tit. it. “I giorni del vino e delle rose” * con Jack Lemmon, Lee Remick, Charles Bickford * IMDb  7,9  RT 100% * Oscar per la musica e 4 Nomination (Jack Lemmon protagonista, Lee Remick non protagonista, scenografia, costumi)
Se l’accoppiata Blake Edwards / Jack Lemmon funziona bene nelle commedie, rende molto meno in questo film drammatico. Lemmon non è convincente come ubriaco e neanche quando il suo personaggio è sobrio riesce ad essere credibile. Chi ha visto The Lost Weekend (Billy Wilder, 1946, con Ray Milland, 4 Oscar) non potrà esimersi dal fare un impietoso paragone fra registi, attori e sceneggiatori, ed in ciascuno dei casi è evidente da grande differenza di qualità a favore del film di Wilder. Nel caso voleste guardare un film su un alcolizzato terminale, senza dubbio scegliete The Lost Weekend.

85  Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1966) * con Totò, Ninetto Davoli, Femi Benussi * IMDb  7,4  RT 82%
A mia memoria, è film di Pasolini che meno mi è piaciuto. Visto tanti anni fa, ho concesso una seconda opportunità, ma la valutazione è rimasta più o meno la stessa. A una trama debole, si aggiungono vari inserti di pura propaganda e l'insopportabile presenza dell'incapace Ninetto Davoli; trovo che anche Totò sia fuori posto e che sia stato mal diretto.
Fra i film di PPP i miei preferiti restano Accattone (secondo me il migliore in assoluto), Edipo Re e Il Vangelo secondo Matteo (tutti rivisti con piacere negli ultimi mesi); penso ora di recuperare Teorema (1968), visto solo una volta quasi 50 anni fa, ovviamente con occhi da novellino.

IMPORTANTE: vi ricordo che dal 2 aprile il mio GOOGLE+ sarà chiuso e che, di conseguenza, le raccolte degli anni 2016-2018 non saranno più accessibili. Tutte le 1.300 micro-recensioni sono ora organizzate in 26 pagine del mio sito www.giovis.com e facilmente rintracciabili grazie all’indice generaleIn detta pagina potrete effettuare ricerche per titolo, regista, interpreti principali, anno e paese di produzione e, utilizzando i link e i numeri d’ordine, giungere rapidamente a quella che vi interessa.

venerdì 15 giugno 2018

Altra perla della cinematografia giapponese

Non meraviglia il fatto che questo ottimo film sia poco conosciuto al di fuori di uno stretto ambito di cinefili. 
Si tratta di una realizzazione quasi unica nel suo genere, fra avanguardia ed estetica, senza alcun dubbio un arthouse movie che miscela sapientemente argomenti politici e sociali attorno ad una trama ispirata ad una tragedia greca ed ambientata nel mondo omosessuale (tutto questo una cinquantina di anni fa!) 

166  Funeral Parade of Roses 
(Toshio Matsumoto, Jap, 1969)
tit. or. Bara no sôretsu
con Pîtâ, Osamu Ogasawara, Yoshimi Jô
IMDb  8,2  RT 86%

Film fra finzione e documentario, con qualche inquadratura nello stile classico giapponese e tanta avanguardia e cinema sperimentale, una strizzata d’occhio alla Nouvelle Vague e citazioni di pietre miliari della storia cinema come Un chien andalou (Buñuel, 1929) con la famosissima scena dell’occhio trasformata e duplicata, di Edipo Re (P. P. Pasolini, 1967) con i protagonisti che si fermano davanti ad una serie di manifesti del film. In quest’ultimo caso c’è anche il riferimento alla tragedia greca alla quale vagamente Bara no sôretsu si ispira. 
   
A ciò si aggiungano tanti (profondi) aforismi in sovrimpressione, un breve ma profondo soliloquio sulle maschere (in senso lato), tanti primi piani di parti non immediatamente identificabili di uno o due corpi nudi, inserti di foto e scene di pochissimi fotogrammi, meno di un secondo, anche in velocissime sequenze (alla Kubelka), interviste e riprese di riprese sul set, flashback e flashforeward, alcuni dei quali sono inquadrature fisse riproposte tante volte, riprese rallentate e accelerate ed una di queste ultime - la “rissa” - è stata adattata e riproposta da Kubrick in Clockwork Orange, montaggio non convenzionale ... lo definirei artistico-creativo, immagini distorte, disegni di arte moderna che rappresentano volti deformati, spesso con tanti occhi, manifestazioni in strada per richiedere lo smantellamento delle basi militari americane e tanto altro.
   
   
Detto così può sembrare un film confuso e invece ha una trama drammatica con una sua linearità ed il fatto di svolgersi in ambiente gay e trasgender, con scene di sesso quasi esplicito e discussioni sull’uso di droghe, diventa quasi un fattore incidentale. Le interviste ai protagonisti (non professionisti, al loro esordio) in merito alla loro realizzazione come persone, alle prese di coscienza del loro essere, alle prospettive per il futuro sono significative e ben distribuite nell’arco di tutto il film, senza mai diventare critiche, derisorie o volgari.
   
Dopo vari short, anche per il regista Toshio Matsumoto si tratta di un esordio, per altro molto positivo, per quanto riguarda la regia di un lungometraggio; Funeral Parade of Roses è il primo dei suoi soli 4 film girati in 20 anni. Seguirono Shura (1971, aka Demons oppure Pandemonium), Juroku-sai no senso (1973) e Dogura magura (1988), ma solo il primo di questi 3 rimase ad un livello simile a Funeral Parade of Roses, gli altri due non riuscirono a dire quasi niente di nuovo e, del resto, il grande momento della New Wave e del cinema d'avanguardia degli anni '60 era ormai passato.
Toshio Matsumoto è comunque uno dei due registi veramente innovatori nel cinema giapponese, insieme con il più noto, che non equivale a dire migliore in assoluto, Nagisa Oshima.
Da notare che le rose del titolo hanno un doppio significato in quanto non solo sono i fiori preferiti di uno dei protagonisti (vedi foto sopra), ma nel gergo giapponese di allora rose era sinonimo di uomo chiaramente effeminato, equivalente al pansy (violetta) in inglese.