Visualizzazione post con etichetta Maya. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maya. Mostra tutti i post

martedì 17 febbraio 2026

Charla 3: México, Guatemala e Honduras - anticipazioni

Venerdì 20 febbraio racconterò di un altro lungo viaggio in America Latina, ma stavolta a nord dell'equatore, essendosi sviluppato soprattutto in Messico, un po' in Guatemala e pochi giorni a Copan in Honduras. 

Gli argomenti principali saranno i siti archeologici maya, aztechi, olmechi e totonachi, ma si parlerà anche molto di feste tradizionali e di tradizionali attività antropologiche come il Carnaval chamula, la festa Parachicos a Chiapa de Corzo, i voladores di Papantla.


Ovviamente, come suo solito, parlerò anche di musica, arte e cibo e arricchirò la chiacchierata con aneddoti di vario genere, fra i quali alcuni relativi alle serate passate a Ciudad de México, in Plaza Garibaldi con i mariachi o al Frontón México per gli incontri di Jai alai, e il fantastico cine itinerante a Holbox.

In ambito naturalistico citerò il Canyon del Sumidero, le Lagunas de Montebello, le spiagge del Pacifico allora semideserte, la misteriosa di Holbox, il Lago Atitlan circondato da vulcani.

La chiacchierata sarà ovviamente accompagnata da un buon numero di foto originali dell'epoca e, in mancanza di queste, varie prese dalla rete in modo da evidenziare anche quanto siano cambiati i luoghi e l'ambiente a distanza di oltre 40 anni.



martedì 26 maggio 2020

Cacahuatl, cacao, chocolate e cioccolata

Anche se apprezzate una buona tazza di cioccolata, forse non sapete abbastanza delle sue origini.
Nel 2013 a Quito (Ecuador) una equipe di archeologi dimostrarono che il cacao si coltivava e consumava già 5.500 anni fa nell’Amazonia ecuadoriana. Nello stesso studio si trovarono anche numerose prove di scambi commerciali. Parallelamente l’Instituto Nacional de Antropología e Historia de México appurò la presenza di vasellame contenente cacao risalente al 1750 a. C. (3.770 anni fa). Ricerche in Honduras confermano che già nel 1000 a. C. il chocolate si consumava abitualmente in quella regione e che furono gli Olmechi della costa quelli che ne scoprirono il processo per la preparazione. Successivamente divenne bevanda preferita dei nobili e potenti Maya e ciò è molto ben documentato e recipienti colmi di bevande a base di cacao si ponevano perfino nelle tombe dei re maya. Gli Aztechi, stabiliti in aree più alte non adatte alla coltivazione del cacao, proprio per tale motivo andarono a conquistare le basse terre costiere fra Chiapas e Guatemala dove se ne produceva in abbondanza e di ottima qualità. Fu solo dopo l’arrivo degli spagnoli (che promossero la coltivazione della canna) che lo zucchero fu aggiunto alla bevanda originale rendendola più somigliante a quella moderna e presto si diffuse anche in Europa grazie soprattutto agli ordini religiosi.
In Messico ancora oggi sono proposte tre diverse bevande a base di cacao: il pozol e due tipi di chocolate, alla española e alla francesa.
Il prima è la più simile alla bevanda originale, di solito dicendo solo pozol si intende quello di cacao, anche se ne esistono altri tipi. Nei mercati, se non venduta come bevanda da consumare sul posto (foto sopra), la combinazione di mais e cacao viene commercializzata sotto forma di una pasta molto densa da diluire successivamente. Si possono aggiungere zucchero, latte o l’onnipresente chile (peperoncino).
Le altre due si distinguono per il liquido utilizzato: latte per la francesa e acqua (addensata con farina di mais) per la española. A differenza di tè e caffè, in centroamerica la cioccolata è sempre servita con qualche tipo di dolce, tipicamente con i famosi churros, e spesso aromatizzata con cannella.
Ma si dovrebbe dire cioccolata o cioccolato? Si può usare l’uno o l’altro termine ma, come spiegato in modo preciso dall’Accademia della Crusca in questo articolo pieno di riferimenti storici, la versione femminile è comunemente associata alla bevanda e la maschile alle forme solide.
E infine, quale pianta fornisce il cacao? Si tratta di un albero di 5-10 metri di altezza, Theobroma cacao, attualmente più diffuso nelle aree tropicali africane che in quelle originarie centroamericane, in particolare Ecuador. La polvere di cacao si estrae dai suoi semi, contenuti nel frutto di forma ovale (come una palla da rugby) e ricoperti da un sottile strato di dolcissima polpa biancastra commestibile (foto sopra). Si mette in bocca l’intero seme e si succhia la polpa fino a rimuoverla tutta prima di sputare la parte dura, il seme vere o proprio (provata in Amazzonia, ottima).

martedì 16 agosto 2016

La Llorona, il più famoso fantasma messicano

A dire il vero il suo mito non si limita al solo Messico in quanto nei secoli si è propagato non solo in tutta l’America latina fino in Cile e Argentina, ma resiste ancora anche negli stati meridionali USA, fino alla metà del XIX secolo territori messicani.
Similmente alla maggior parte dei miti, l'origine de la Llorona (= piagnona) è sconosciuta e si perde nella notte dei tempi, ma i più sono comunque d’accordo a datarla in epoca precolombiana. Evidenza di ciò si trova nel fondamentale testo Historia general de las cosas de Nueva España (1540-1585, conosciuto anche come Codice Fiorentino) scritta da Fray Bernardino de Sahagún missionario francescano che si distinse per essere stato soprattutto a contato con gli indigeni, aver appreso il loro idioma e studiato la loro cultura.

Per comprendere l’importanza della sua opera basti pensare che per averla scritta è stato definito il primo antropologo moderno e che per la sue obiettive, precise e dettagliate descrizioni (nelle quali criticava non poco i modi della conquista spagnola) ne fu proibita la lettura e fu pubblicata solo nel 1829. Fra le pur numerose relazioni e cronache del '500, questa fu l’unica ad essere scritta in náhuatl e in spagnolo. Di conseguenza si può essere certi che la fonte sia più che autorevole e affidabile. Del resto anche tante leggende simili (probabilmente la stessa adattata a tempi e luoghi) sono connesse con la cultura indigena, più che con quella dei conquistadores spagnoli.
La versione più famosa, tuttavia, è legata alla capitale messicana, è strettamente connessa con la presenza degli spagnoli ed è anche precisamente ubicata. Nella zona del lago de Texcoco (oggi non esiste più, ma si trovava a meno di 2km a sud dello Zocalo, centro di Ciudad de Mexico) viveva una indigena (in alcune versioni meticcia, comunque non bianca) che aveva una relazione con uno spagnolo, dal quale ebbe tre figli che crebbe amorevolmente. Dopo un certo tempo cominciò a fare pressioni sull’uomo chiedendogli di sposarla e riconoscere i figli anche perché all’epoca poter dimostrare di avere anche solo una piccola percentuale di sangue europeo era fondamentale (vedi post sulle caste).
Lei insisteva e lui rimandava fin quando fu chiaro che non l’avrebbe mai sposata. A questo punto le divergenze fra le varie versioni diventano più rilevanti di quella alla quale ho già accennato in merito al fatto che non fosse spagnola e al numero di figli che varia da uno a tre. In alcune si sostiene che vide per caso l’uomo in carrozza con un dama spagnola, in altre che addirittura egli si sposò, in ogni modo il risultato fu che in un momento di follia derivante dall’affronto subito, dalla delusione di aver perso il suo uomo, dall’essere stata disprezzata, gettò i figli nel lago (o in un fiume, rare versioni dicono che li pugnalò) o li affogò deliberatamente e subito dopo si suicidò gettandovisi anche lei.
   
Ma anche il suo gesto ha dato luogo a diverse interpretazioni,spesso capziose, con significati molto diversi . Volle essere una rivincita nei confronti dell’amante (cha amava i figli, ma non la degnava di uno sguardo), una punizione autoinflitta per la vergogna essersi lasciata corrompere da un invasore, o una vendetta contro i figli “bastardi” nei quali a quel punto riconosceva l’uomo che l’aveva sedotta e abbandonata? Di qui a far diventare la legenda un fatto razziale il passo è breve e quindi in tanti hanno tirato addirittura in ballo la famosa Malinche (divenuta Doña Marina dopo essere stata battezzata), la donna che durante buona parte della Conquista fu interprete, consigliera e amante di Hernán Cortés. Per il curioso metodo di traduzione la Malinche (che parlava nahuatl, sua lingua natia, e maya essendo stata schiava in Yucatàn) era affiancata da un naufrago spagnolo che aveva appreso il maya. Quindi ciò che diceva Cortés veniva tradotto in maya e Doña Marina lo traduceva in nahuatl ... e viceversa. Questo lavoro fu fondamentale sia per dettare le condizioni di resa, sia per stringere alleanze con i nemici degli aztechi e quindi per la conquista dell'attuale MessicoL’aggettivo malinchista è tutt’oggi usato in termini dispregiativi riferendosi agli esterofili, a coloro che apprezzano gli stranieri e le altre culture disdegnando la propria.

   
Qualunque siano state le motivazioni dei suoi tragici gesti, da quel momento la Llorona cominciò a vagare nella notte, piangendo disperatamente e gridando “dove sono i miei figli?”. Si dice che ancora oggi in alcune areesi sentano i suoi lamenti e il suo pianto a dirotto, e chi sostiene di averla vista la descrive come una donna completamente vestita di bianco, con un velo che le copre i lineamenti, ma anche in questo esistono numerose versioni contrastanti. Si sa che le superstizioni in determinate culture possono avere gravi conseguenze e addirittura per un certo periodo, essendosi sparsa la voce della sua presenza, fu istituito un coprifuoco ufficiale fra le 23 e le 5 del mattino successivo.
In conclusione i punti fermi sono: i figli illegittimi, l’abbandono, l’uccisione dei figli, il suicidio, questi ultimi due eventi legati all’acqua.
La Llorona viene spesso anche associata a varie dee azteche come la Chocacíhuatl, ai cihuateteos e più recentemente a las Catrinas (foto sopra), emblemi della popolare festa messicana del Día de Muertos. Il nome fu creato dal muralista Diego Rivera (marito di Frida Kahlo) che ne inserì una a grandezza naturale addirittura nella sua famosissima opera Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central, ponendola proprio al centro, con l’artista stesso (bambino) al suo lato e Frida dietro di loro. (foto in basso a sx)
   
Sulla base della leggenda della Llorona sono stati prodotti almeno una decina di film (il primo nel 1933, poster sopra a dx), telefilm e varie canzoni, fra le quali quella resa famosa dalla mitica Chavela Vargas, inserita anche nel film Frida (di Julie Taymor, 2002, 2 Oscar + 4 Nomination).
Su questi vari argomenti, in un modo o nell’altro tutti connessi fra loro, potrei continuare a discettare all’infinito, ma penso sia meglio che per il momento mi fermi qui.

sabato 12 marzo 2016

Bacalar e la sua laguna

Bacalar, potenzialmente posto piacevole con una bella laguna (balneabile), località molto tranquilla, forse troppo, perfino al centro c'è poco vita. Purtroppo la riva accessibile per la balneazione è limitata ma tempo permettendo (io ho beccato due giorni di vento forte) si possono effettuare piacevoli giri in barca visitando vari cenote, il passaggio dei pirati (vero, non un nome per attirare i turisti) avendo anche tempo di nuotare durante le soste.
   
Nel forte/castello di San Felipe (in ottime condizioni) fra piazza e laguna è alloggiato un piccolo museo che fornisce un po’ di informazioni in merito alle comunità indigene, alla conquista della regione da parte degli spagnoli, un po' di storia della pirateria, la guerra delle caste.
   
Essendo destinazione scoperta di recente dal turismo, mi sembra che Bacalar stia tentando di proporsi differenziandosi dai tanti siti costieri e non ponendosi in concorrenza con gli stessi (anche perché non potrebbe competere). L’atmosfera è un po’ alternativa, tendente all'hippy. Al centro si trovano caffetterie e piccoli ristoranti vegetariani o di cucina maya, alcuni dei quali hanno laboratori artistici annessi frequentati e gestiti sia da locali che da "immigrati". 
   
Si vedono molte bici in giro, sia di locali che di turisti, e nei dintorni vengono proposte brevi escursioni nella selva, visite di piccoli siti di cultura Maya immersi nella vegetazione, passeggiate in kayak (la laguna è normalmente ideale per questa attività), nuotate nei vari cenote nei paraggi, alcuni dei quali raggiungibili a piedi dal centro.
Se questo tipo di vacanza non interessa non vale la pena sobbarcarsi grandi spostamenti per fare un giro in laguna e tantomeno per visitare la cittadina (non c'è nulla oltre il forte/museo), ma se vi piace la quiete con un po’ di attività all’aria aperta e vi trovate in zona, Bacalar merita senz’altro una breve deviazione.

giovedì 3 marzo 2016

Si riprende! Post cumulativo: Tulum, Oscar e cinema

Dopo oltre due giorni e mezzo di viaggio, fra cancellazione volo e ritardi, sono finalmente arrivato a destinazione e con difficoltà (Internet inaffidabile e di una lentezza esasperante) sto tentando di ritornare alla norma. Di conseguenza questo post tratta di argomenti estremamente diversi e ha lo scopo di eliminare un po' di arretrati.   
Sono appena arrivato a Mahahual, un posto non proprio "vergine", ma almeno non ancora affollatissimo, più a sud lungo la cosiddetta Riviera Maya dopo essere stato un paio di giorni scarsi a Tulum, Quintana Roo, Mexico. Questa, qualche chilometro all’interno, deve la sua fortuna alle rovine di una delle rare città Maya sulla costa caraibica, della quale ha assunto il nome. In effetti l’area archeologica non è grande, ma è abbastanza ben conservata, e perfettamente gestita. Anche vari secoli fa aveva dimensioni limitate in quanto la sua importanza era strettamente limitata alla sua funzione di porto commerciale. I suoi edifici, in posizione sopraelevata dei rispetto alla spiaggia, su una piccola altura calcarea, erano ben visibili dal mare e per questo gli abitanti di Tulum furono fra i primi Maya ad avere contatti con gli spagnoli all’inizio del ‘500. Come spesso accade, ed è logico, gli edifici visibili oggi - tutti all’interno del muro di cinta - sono solo quelli pubblici, religiosi e funerari in quanto tutte la abitazioni erano costruite in legno e coperte di frasche e quindi sparite rapidamente dopo essere state abbandonate. Si distingue per la sua luminosità,ventilazione, terreno roccioso calcareo e per l’aria salmastra, nettamente in contrasto con tutte le altre città Maya (Palenque, Chichen Itza, Tikal, ...) che per la maggior parte si trovano immerse nella foresta, una volta circondate e oggi quasi fagocitate da alberi, liane e rampicanti, in un ambiente molto più umido.
Fatto curioso, come i templi del sud est asiatico sono spesso colonizzati dalle scimmie, l’area archeologica di Tulum è dominio delle iguana, interessantissimi rettili. 

Qualcuno avrà già notato ieri la pubblicazione delle tante micro-recensioni relative alla decina di film visti fra ore di viaggio in aereo, bus e durante le interminabili attese. Fra essi, qualche delusione, vari buoni film e una sorpresa, una chicca molto poco conosciuta di quasi 20 anni fa: El milagro de P. Tinto. (ne parlerò più diffusamente a breve, la micro è già online)
Fra gli altri, in linea di massima, raccomando 99 Homes, La Novia, La estrategia del caracol, Voces inocentes e Lucía. 
Trovate tutto qui: 2016: un film al giorno
Avrei voluto commentare a caldo e in dettaglio l’assegnazione degli Oscar, lo faccio adesso ... a freddo e concisamente. Chi ha letto quanto scrissi qualche settimana fa, saprà bene che non sono assolutamente d’accordo con l’Oscar a Spotlight che certamente meritò il Pulitzer per l’inchiesta sui preti pedofili, ma la trasposizione cinematografica non ha questi grandi pregi ... lo vedo come un Oscar “politico”. Per quanto riguarda gli attori 3 su quattro erano nelle previsioni, ma continuo a preferire l’interpretazione di Tom Hardy in The Revenant rispetto a quella di Mark Rylance in Bridge of Spies.
   
Sono rimasto molto soddisfatto dei 6 Oscar a Mad Max su 10 Nomination, come avevo ricordato non è raro che chi ne ha tante rimanga poi a bocca asciutta o ottenga poco (vedi The Revenant). Sono anche contento del riconoscimento a The Big Short per la sceneggiatura che, ripeto, ho trovato veramente buona in quanto la storia era molto più difficile da narrare in un paio d’ore rispetto a Spotlight. A proposito di sceneggiature, dove sono finiti i soggettisti e sceneggiatori? Tante, troppe grandi produzioni si basano oggi su storie vere, biopic o sono tratte da romanzi. Quest’anno giusto restando nell’ambito Oscar ci sono Steve Jobs, Joy, Spotlight, The big short, Bridge of spies, The Danish Girl, Carol e lo stesso The Revenant. E per citarne qualcun altro ricordo le storie di Turing e Hawking fra i premiati dell’anno scorso e film in odore di Nomination come Suffragette e Labyrinth of lies.
Quanti sono in percentuale i film con soggetto e sceneggiatura veramente originali?
Infine, la polemica pretestuosa di Spike Lee in merito all’assenza di “non-bianchi” fra i concorrenti all’Oscar. Mi meraviglio che non si siano fatti avanti altri per categorie separate per sesso fra i registi, questi potrebbero essere anche divisi fra veri americani e stranieri o immigrati, poi divisione per età, ecc. ... follia! Oltretutto ci sono quelli che predicano la parità dei sessi e quindi dovrebbero poi accorpare attrici e attori e quando nella categoria ci sarà una netta predominanza di un sesso quelli in minoranza si batteranno per differenziare di nuovo premi. Oltretutto sembra che tutti dimentichino che Nomination e Oscar sono un gran business e di conseguenza sono “probabilmente” controllati e pilotati. 

sabato 11 luglio 2015

Quin Tajimoltic, Carnaval en Chamula

Dopo l’Entierro de la sardina trattato nel post precedente, eccone un altro connesso in qualche modo con il Carnevale, ma di origini ben più antiche e di maggior interesse antropologico. Mi riferisco a quello che oggi viene chiamato Carnaval, ma che ben poco ha a che vedere con il Martedì grasso e il Mercoledì delle ceneri. Ha un cerimoniale molto complesso con festeggiamenti che iniziano il sabato precedente il tradizionale Carnevale e terminano il mercoledì, ma la preparazione impegna la popolazione praticamente tutto l’anno. Durante i 5 giorni di festa non si doveva svolgere alcuna attività lavorativa che non fosse in relazione con le celebrazioni in quanto erano i giorni cosiddetti “vuoti”, quelli che mancavano al calendario Maya (di 360 giorni) per pareggiare l’anno solare. Gli Spagnoli, nel corso della Conquista e conseguente cristianizzazione (quasi sempre forzata) degli Indios, si opponevano a simili riti pagani ma, quando non riuscivano a sradicare delle tradizioni più o meno religiose, le trasformavano a loro uso e consumo e le associavano a eventi, simboli e date caratteristiche della propria religione. In questo modo la festa maya Quin Tajimoltic, seppur trasformata in un carnevale, si è mantenuta quasi intatta per quasi cinque secoli. Purtroppo, a giudicare dalle foto e video trovati in rete, è ormai giunta alla fine della sua originalità e spontaneità. 
Molte informazioni in merito allo svolgimento delle celebrazioni le trovate nell’articolo che scrissi per Il Mattino di Napoli (1 settembre 1984) e che allego (cliccare sulle immagini per scaricarlo e leggerlo). Mi è capitato fra le mani scavando fra i miei vecchi articoli per recuperare quanto riguardante il mio raid canoistico Dunkerque-Arles-Bordeaux (Francia 1986, dalla Manica al Mediterraneo e di lì all'Atlantico) del quale a breve pubblicherò centinaia di foto e numerosi commenti. 
       
L’articolo lo scrissi con cognizione di causa ed esperienza diretta in quanto nel febbraio 1983 ero in Messico e da San Cristobal de las Casas (Chiapas) ogni giorno salivo a San Juan Chamula (una decina di km più a nord, a 2.260m s.l.m.) per il Carnaval. Ero arrivato a San Cristobal a gennaio ed avevo effettuato delle ricerche in merito alla festa (della quale già avevo letto qualcosa) nella biblioteca Na Bolom, presso la residenza dell’antropologa svizzera Gertrude "Trudi" Duby Blom (1901-1993, anche giornalista, ambientalista, documentarista e fotografa). Vedova dell’archeologo danese Frans Blom (1893-1963), all’epoca continuava a recarsi nella selva un paio di volte l’anno sia per continuare le sue ricerche (in particolare per l’etnia dei Lacandones) sia per portare alle poche centinaia di sopravvissuti medicinali e generi di prima necessità. Non ebbi il piacere di incontrala in quanto (pur avendo già oltre 80 anni) era impegnata in una delle suddette spedizioni che duravano abbastanza poiché per lunghi tratti doveva procedere a piedi o a cavallo.
Dopo aver acquisito una gran quantità di notizie molto dettagliate nella ricchissima biblioteca, comprai anche un libretto che trattava esclusivamente al Carnaval Chamula. Variando per l’ennesima volta il mio itinerario (sempre più che flessibile), me ne andai in Guatemala e poi un paio di giorni in Honduras a visitare altri siti archeologici dopo i vari già visti in Messico e nei lunghi trasferimenti in bus, spesso su strade sterrate, mi lessi tutto il libro. Ritornato a San Cristobal a metà febbraio ero più che istruito e quindi pronto a seguire e comprendere ogni avvenimento del Carnaval Chamula.
Molti di questi gruppi etnici vivevano allora abbastanza isolati e nei pueblos non sempre si trovava chi parlasse spagnolo (anche se in America latina preferiscono riferirsi alla lingua madre come castellano). La maggior parte dei Tzotzil, reputati discendenti diretti dei Maya classici, dei quali fanno parte i gruppi Chamula, Zinacantan, Larráinzar e parecchi altri, parlano quasi esclusivamente la loro lingua, hanno le proprie leggi, la propria polizia, la propria scuola ... insomma piccole comunità quasi del tutto autonome (almeno era così 30 anni fa).
Anche stavolta ho messo troppa carne a cuocere e fornito spunti per indagini e ricerche illimitate, ma ciò è ovvia conseguenza del fatto che, nonostante i vari decenni trascorsi, la maggior parte di quello che vidi e appresi in quei mesi è tuttora ben chiaro nella mia mente e non posso evitare di passare un argomento all’altro in quanto spesso strettamente correlati.
Concludo con una considerazione in merito al rispetto che si dovrebbe avere per le culture diverse dalle proprie, sostenendo che nei casi di incompatibilità spetta al “visitatore” di adattarsi senza pretendere che sia l’ospite ad adeguarsi alle sue tradizioni, idioma, religione, abitudini o superstizioni. 
Su tutte le (poche) guide dell’epoca che parlavano del Carnaval de San Juan Chamula veniva ben evidenziato il fatto che gli abitanti, in particolare nel corso della festa, non volevano essere assolutamente fotografati e si avvisava che nei confronti di chi trasgrediva potevano diventare violenti. Qualcuno citava un episodio avvenuto negli anni ’70 nel corso del quale due francesi furono praticamente linciati. Indipendentemente dalla veridicità del fatto (leggenda metropolitana?) questo delle fotografie non autorizzate è un vecchissimo problema e, specialmente avendo a che fare con culture tanto diverse dalle nostre, è sempre bene (corretto, rispettoso e opportuno) chiedere prima di scattare e rispettare i divieti.
Tuttavia, a dimostrazione del fatto che queste popolazioni vogliono solo essere rispettate e non sono assolutamente violente o razziste per partito preso, ecco la mia testimonianza diretta. A quel Carnaval assistevano pochissimi stranieri e anche i messicani non indios erano scarsi. La distinzione era evidente non solo per la carnagione e i tratti somatici, ma anche per i coloratissimi costumi dei locali (ogni pueblo di quell’area ha un suo abbigliamento particolare, anche nella vita quotidiana). Essendo oltretutto ben più alto della media, era per me impossibile non essere notato eppure, rimanendo sempre in seconda linea, ma sempre presente, seguendo con attenzione tutti le processioni, danze e musiche in giro fra i tre barrios del paese, prendendo appunti e scambiando poche parole con qualcuno (che spesso parlava un castellano ancora più essenziale del mio) mi guadagnai la simpatia?, stima? rispetto? dei Chamula.
Infatti il martedì, giorno nel quale tutta la popolazione va alle sorgenti per consumare la carne de toro, fui l’unico non Chamula al quale furono offerti i tradizionali tre pezzi di carne bollita, servita nel proprio brodo in una zucchetta svuotata a mo’ di bicchiere, accompagnati da chicha e aguardiente. Tutti quelli che non ricoprivano un ruolo ufficiale erano disposti in un grande cerchio attorno al prato dove si svolgeva la cerimonia. Ricordo ancora lo sguardo di chi mi porse il cibo che veniva portato persona per persona e nessuno allungava la mano prima (altro che i ben noti assalti al buffet). Dopo aver ignorato i messicani e gli altri pochi stranieri presenti, si fermò ad osservarmi pur non essendo in prima fila, mi fissò per qualche istante e poi mi porse la carne e la chicha
Così si comportano (almeno all'epoca) i civilissimi Chamula, che vogliono semplicemente continuare a mantenere vive le proprie tradizioni, senza interferenze. Purtroppo oggigiorno i turisti (spesso molto poco sensibili) crescono a dismisura, i viaggiatori (quelli veri) diventano sempre più rari e con la globalizzazione che fa il resto tanto, tantissimo, si sta perdendo per sempre.