riproposizione di un post relativo ad uno sport
tradizionale altamente spettacolare
Ciudad de México, marzo 1983
Accingendomi a tornare per la terza volta a Città del
Messico sto riscorrendo mentalmente le mie esperienze precedenti, per
determinare quali voglio approfondire, quali ripetere (ove possibile e seppur
con gli inevitabili cambiamenti derivanti dal tempo trascorso) e in quali
luoghi voglio tornare.
Fra le esperienze assolutamente irripetibili, in quanto troppo legate alle persone e all’ambiente umano, sono le serate passate al Frontón Mexico nell’83. Ricordo che più che altro ci andai per assistere ad un incontro di Jai Alai (pelota vasca o cesta punta) uno sport del quale avevo spesso sentito parlare in termini più che positivi, in particolare per la sua spettacolarità. Infatti, ormai solo pochi se ne ricordano, la pelota si giocava anche nello Sferisterio di Napoli, a Fuorigrotta, ma quando fui abbastanza grande da andarci già era scomparsa e lì si giocava solo a tamburello (non quello da spiaggia, chiaramente).
Terminata questa divagazione, passo a raccontare ciò che ricordo delle mie frequentazioni del Frontón Mexico nel 1983, un posto affascinante e interessantissimo dal punto di vista sociologico, ancor più che per quello sportivo, assolutamente da non sottovalutare. Al di là dell’intrattenimento fornito dagli spettatori c’è da dire che la pelota è un gioco altamente spettacolare, specialmente se giocato da professionisti. Su YouTube si trovano tanti video di incontri di Jai Alai, per ora accontentatevi di queste poche foto. I salti apparentemente incredibili dei giocatori sono veri e possibili in quanto sfruttano il muro per spingersi in alto. Potrete immaginare il tempismo e la coordinazione necessari per arrivare lassù nel momento esatto nel quale giungeva anche la velocissima pallina.
Come quasi tutti i luoghi nei quali si scommette
(ippodromi, cinodromi) il Frontón attirava un pubblico molto eterogeneo,
ma le categorie più numerose erano ricchi borghesi per lo più anziani nobili e
malavitosi di un certo livello (almeno così apparivano). Infatti dovete sapere
che non era possibile scommettere ufficialmente solo pochi spiccioli e che la
puntata minima era di ben 500 pesos. Per avere un termine di paragone vi dico
che il mio budget medio giornaliero con il quale coprivo le spese per un letto
in un posto spartano ma decente, tre pasti al giorno, trasporti, ingressi, ecc.
era di 750 pesos (all’epoca equivalenti a soli 5 dollari!). La suddetta puntata
minima era quindi ben oltre le possibilità di molti messicani.
In uno sferisterio gli spettatori siedono tutti da un
lato del campo in quanto gli altri tre presentano un alto muro che viene
utilizzato per far rimbalzare la palla, come è ben evidente in questa splendida
foto del Frontón de la Habana, Cuba, scattata nel
1904.
Quindi gli interessati a scommettere, raramente in prima
fila, alzavano la mano e l’allibratore gli lanciava una pallina da tennis con
un taglio lungo circa mezza circonferenza, chiaramente fatto all’uopo. Premendo
i poli al limite del taglio la pallina si apriva e lo scommettitore infilava la
banconota di 500 o 1.000 pesos, o anche più banconote all’interno e quindi la
rilanciava all'allibratore il quale contava i soldi, scriveva la ricevuta
riportando l’importo e la quota di quel momento e con lo stesso metodo la
restituiva allo scommettitore.
Questo poster spagnolo del 1894 (sotto) pubblicizza due incontri fra Valenciani e Baschi, contraddistinti in questo caso dai colori bianco e azzurro, con squadre di 4 giocatori che si sarebbero affrontati sulla distanza di 60 e 50 tantos.
Chiaramente per consentire un buon numero di scommesse i
giocatori facevano spesso delle pause e riprendevano solo quando il “traffico
di palline” diminuiva. In questi intervalli chi come me non era interessato a
scommettere aveva tutto il tempo per osservare gli spettatori ed in particolare
gli scommettitori che, posso assicurare, erano uno spettacolo nello spettacolo.
In particolare ricordo una signora, sulla settantina, che scommetteva con
grande continuità e quindi consistenti somme di denaro. Ma la cosa che non
dimenticherò mai era la sua prontezza di riflessi e l’abilità nell’afferrare la
pallina al volo, con una sola mano e senza mai fallire un colpo!
Come dicevo non ero il solo ad osservare gli altri ed in un’occasione la mia attenzione cadde su un paio di scommettitori seduti poco distanti da me che osservavano con grande insistenza un persona di origine asiatica vestito in modo molto appariscente e con vario oro ben in mostra, con due accompagnatori ben piantati che davano tutta l’idea di essere guardaspalle. Ascoltare i loro commenti era “interessantissimo” e divertente. Uno dei due invitava costantemente l’altro a replicare le scommesse del chino, seppur puntando molto meno del probabile “boss”, in quanto presumeva, come del resto tanti altri, che le partite fossero per lo più combinate. Un commento che, ammiccando, ripeté più volte al suo amico e che ricordo con estrema precisione era: “El chino sabe ...” (il cinese sa ...).
Tutto ciò, tuttavia, era ben lontano dalle scene al limite del surreale alle quali era facile assistere nelle interminabili notti di tamburello allo Sferisterio di Napoli, e di questo scrissi in un altro post che riproporrò a breve, in quanto è argomento che necessita, e merita, un post a sé.





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