lunedì 11 novembre 2019

68° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (336-340)

In questo gruppo è incluso il tanto atteso The Irishman (l'ultimo film di Scorsese che quasi tutti saranno costretti a guardare in streaming) accompagnato da altre tre “prime visioni” prodotti da paesi molto diversi: Rep. Ceca / Nuova Zelanda, India e Brasile. Il quinto è un film giapponese storico, ma non troppo d’epoca (del 1991). 

   


340  The Irishman (Martin Scorsese, USA, 2019) * con Robert DeNiro, Joe Pesci, Al Pacino  * IMDb  8,6  RT99%
E per pura (e fortunata) combinazione, sono riuscito a godermi in sala, con schermo grande e ottimo audio quest'ultima fatica di Scorsese che riempirebbe qualunque sala, in qualunque parte del mondo e non per un solo giorno. Trovo assolutamente insensata la prova di forza di Netflix che obbliga milioni di spettatori ad accontentarsi dello streaming, specialmente considerando che la percentuale di quelli che possono contare su una connessione veloce e schermo HD abbastanza grande è ancora bassa. Chi può dovrebbe comunque guardarlo in versione originale per apprezzare il caratteristico accento e slang di quell’ambiente e le varie frasi pronunciate in cattivo dialetto italiano (assolutamente reale).
Nel complesso mi sono piaciute molto le prime ore, con buona sceneggiatura in stile classico fra mafiosi italoamericani, con alcuni divagazioni da dark comedy, ma verso la fine il film è scaduto di qualità e di ritmo. La ricostruzione di ambienti, le scenografie, la scelta di abiti, arredamenti, auto ecc, si fa apprezzare per meticolosità e ricchezza di particolari, anche la colonna sonora è piacevole e ben strutturata.
Veniamo agli attori principali: DeNiro bravo ma con espressioni viste e riviste, Al Pacino un po' sopra le righe, quello che si distingue su tutti è secondo me Joe Pesci, quasi certo candidato Oscar come non protagonista. Mi ha meravigliato la scelta di includere nomi noti in parti ridottissime come quella di Anna Paquin (che proferisce solo 6 parole) e ancor più a Harvey Keitel, un vero peccato.
Come tutti sapranno si è quasi rinunciato al trucco per ringiovanire gli attori principali (la parte sostanziale del film spazia su vari decenni) utilizzando invece il modernissimo de-aging VFX (editing digitale per ridurre l’età degli attori). Pur costando una fortuna e fornendo risultati decenti, i volti ringiovaniti appaiono “gommosi” e, ricordando l’aspetto dei vari attori quando erano effettivamente più giovani, poco soddisfacenti.
La regia di Scorsese non si discute, a partire dalla prima contorta carrellata / soggettiva in avanti e tante altre ottime sequenze e riprese, ma devo dire che ho trovato quelle al rallentatore assolutamente fuori contesto e, permettetemi, inutili. Spesso appare autoreferenziale non solo per personaggi, ambiente ed epoca, ma più volte anche nelle inquadrature come quella “storica” del primo piano della ruota e parte anteriore dell’auto che avanza lentamente nella notte (Taxi Driver).
Film da non perdere, ma veramente non comprendo la necessità - o scelta che sia - di farlo durare 3 ore e mezza. Ho guardato tanti film di pari durata e anche più lunghi senza batter ciglio, ma questo non riesce a mantenere veramente desta l'attenzione fino alla fine. In sala si percepivano vari segni di insofferenza e gli applausi finali non sono sembrati troppo convinti, certamente non scroscianti.   


339  A Vida Invisível (Karim Aïnouz, Bra, 2019) tit. It. “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” * con Carol Duarte, Julia Stockler, Fernanda Montenegro * IMDb  7,8  RT92%  * Premio Un Certain Regard a Cannes 2019
Film più che soddisfacente, con una buona sceneggiatura (per la verità a tratti un po' confusa) e, soprattutto, una fotografia veramente ottima, quasi tutta con luce naturale, senza alcuna luce sparata da angolazioni impossibili. I colori sono per lo più pastello, con toni saturi, quasi assenti ombre ben definite. Le prove delle due protagoniste sono senza dubbio di buon livello e anche i personaggi di contorno sono molto ben interpretati, soprattutto Zelia (Maria Manoella) e Filomena (Bárbara Santos), con la sola eccezione di Gregório Duvivier, ma si deve onestamente dire che il suo personaggio (Antenor) è abbastanza insulso. Seppur limitata in una breve ma intensa apparizione nelle vesti di Eurídice anziana, Fernanda Montenegro (Nomination come protagonista di Central do Brasil, 1998, di Walter Salles) si fa notare con una interpretazione di tutto rispetto.
La storia si sviluppa nell'arco di quasi un decennio (anni '50) per poi saltare nel finale quasi ai nostri giorni. Narra di due sorelle Eurídice (Claudia Duarte) e Guida (Julia Stockler) che cercano disperatamente di mettersi in contatto con l’altra dopo essere state indotte dai genitori a pensare di essere distanti pur vivendo nella stessa città. Viene presentata una Rio de Janeiro con società profondamente maschilista, nella quale le donne devono lottare per avere i loro spazi e perseguire le proprie aspirazioni.
Pur non avendo visto altri film presentati nella sezione Un Certain Regard dell'ultimo Festival di Cannes (ma in settimana avrò occasione di guardare Dylda / Beanpole), penso che il riconoscimento ottenuto sia stato meritato.

Consigliato ... in Italia è già uscito in sala, non so se è ancora in giro.

      

338  The Last Color (Vikas Khanna, India, 2019) * con Aqsa Siddique, Neena Gupta, Rajeswar Khanna, Aslam Shekh * IMDb  7,3
Prodotto, scritto e diretto da un cuoco / scrittore (e ora regista) dalle visioni evidentemente molto moderne e progredite per alcune aree dell'India ... e questo è il suo problema. Chiarisco, in un film di appena un'ora e mezza, la metà del classico standard di oltre 3 ore, ha voluto stipare tanti dei problemi atavici che permangono in alcune comunità indiane quali: isolamento delle vedove e tutte le limitazioni a cui sono soggette, ragazzini senza famiglia che vivono di espedienti, per strada, transessuali, atteggiamento maschilista generalizzato, violenza generale e familiare e, come se non bastasse, poliziotti violenti e corrotti. In questa situazione che appare estrema se si considera la contemporaneità di quanto detto, Khanna inserisce la storia del legame fra una giovanissima funambola e venditrice di fiori con una anziana vedova molto rassegnata. Affronteranno tante vicissitudini dalle quali, nella maggior parte dei casi, usciranno quasi miracolosamente. Nonostante le buone intenzioni, il film non prende una strada chiara, restando sospeso fra denuncia sociale, dramma, un po' di commedia e favoletta buonista a lieto fine.
All’inizio e alla fine del film viene ricordato che solo nel 2012 la Corte Suprema ha soppresso l’obbligo per le vedove di vestire solo di bianco (fino ad allora non potevano usare alcun colore) e quindi di partecipare alla Holi, la famosa festa dei colori … ovviamente qualcuno non è ancora d’accordo.
A prescindere dalla sceneggiatura poco omogenea, il film ha i suoi meriti: la buona interpretazione della piccola Aqsa Siddique (Choti), giusta colonna sonora, i set naturali forniti dalle rive del Gange e dagli edifici d'epoca di Varanasi, un'ottima fotografia.  
Interessante commedia drammatica etnica.

337  JoJo Rabbit (Taika Waititi, Cze/NZ, 2019) * con Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi * IMDb  7,9  RT78% 
Satira arrischiata e allo stesso tempo arguta su nazismo, indottrinamento dei più giovani e razzismo ambientata in Germania nei giorni della caduta del Terzo Reich, ma in un certo senso assimilabile d altre realtà contemporanee. Dopo aver apprezzato il ben più demenziale (ma divertente Vita da vampiri (esordio dello stesso regista/sceneggiatore/protagonista Taika Waititi) mi aspettavo di più, ma ciò è quanto spesso accade ai giovani autori che dopo essersi fatti notare per il loro primo lavoro prodotto con pochi soldi e mezzi, quando passano a maggiori budget e contano su attori di fama risultano essere meno innovativi e interessanti. Qui, oltre all’angelo custode-Hitler (interpretato da Waititi) appaiono in ruoli quasi secondari e ben più noti Scarlett Johansson e Sam Rockwell (Oscar l’anno scorso per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri e Nomination quest’anno per Vice).
Il film procede a sprazzi, in modo per niente uniforme; trovate originali si alternano a fasi di stanca, i rapporti del protagonista con l’ectoplasma di Adolf (che risulta quasi simpatico per essere assolutamente distante dalla realtà comunemente conosciuta) e i ripetuti incontri con il suo amico del cuore tracagnotto e occhialuto sono spesso esilaranti. Al contrario, i personaggi interpretati da Johansson e Rockwell risultano essere banali e mediocri e si ha la netta sensazione che i produttori li abbiano scritturati solo per avere due nomi famosi sui poster.
A tempo perso si può guardare, ma senza aspettarsi molto, specialmente continuità.

336  Edo Castle Rebellion (Toshio Masuda, Jap, 1991) * con Hiroki Matsukata, Yukiyo Toake, Shinobu Sakagami * IMDb  6,9
Un’eminenza grigia che trama per mantenere il proprio (enorme) potere di consigliere anziano gestendo molto spregiudicatamente la successione al trono nel 1680, considerato che lo shogun non ha eredi diretti, è al centro di questo dramma storico. Come mi ha spiegato il direttore del Movie Museum (conoscitore di storia giapponese oltre che esperto cinefilo) tutti gli eventi narrati nel film si riferiscono a fatti e personaggi reali (verificato), non si tratta quindi di un qualunque “film di samurai”. Trame, tradimenti e agguati si susseguono rapidamente, e ciò causa qualche problema agli spettatori non nippomani essendo talvolta difficile stare dietro ai discorsi in cui si citano tanti personaggi e relativi ruoli.
Il film è pertanto più che altro basato su trame di palazzo anche se le lame vengono sfoderate più di una volta e compare anche una pistola!
Non leggero, ma ben realizzato e apprezzabile per regia, fotografia (a colori) e scenografie.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 9 novembre 2019

Altri cibi dell’altro lato del mondo e varie curiosità

Nel tempo trascorso dal precedente post gastronomico, ho continuato a provare piatti nuovi (almeno per questo viaggio), evitando ripetizioni. Eccone alcuni:

Pho – brodo con noodles, spezie e odori, al quale viene aggiunta parte proteica a scelta (vari tipi e tagli di carne, molluschi, tofu); a parte vengono portati in tavola un piatto pieno di germogli di soia, uno con varie erbe, di solito un tipo di menta e altre foglie non meglio identificate oltre a spicchi di limone e fette di peperone verde forte in un piattino.
Si tratta di uno dei piatti fondamentali della cucina vietnamita, dalla pronuncia (corretta) quasi impossibile (guardate questo divertente tutorial per tentare di apprenderla in modo da fare bella figura quando ordinerete un Pho). 
Nel menù del piccolo ristorante vietnamita a gestione famigliare nel quale l’ho mangiarlo questa volta era dedicata al Pho un’intera pagina con una dozzina di varianti e vari possibili extra. 
Nel caso voleste provarlo e non ne sapete niente è bene che vi informiate in precedenza su come procedere altrimenti dovrete contare solo sulla disponibilità del personale o sperare che qualcun altro lo stia mangiando e fate come lui, ma non ci sono regole rigide. A me hanno servito una enorme ciotola di brodo con un'abbondante porzione di noodles bianchi tipo taglierini e la carne scelta. I germogli di soia (crudi) si possono mangiare dal piatto o aggiungerli (anche tutti insieme), non vengono serviti direttamente nel brodo per mantenerli freschi e croccanti. Discorso simile vale per le lunghe foglie verdi abbastanza coriacee e i rametti di una specie di menta, si aggiungono alla zuppa dopo averle ridotte in pezzi più piccoli con le mani. In una ciotolina c'erano due spicchi di limone e fettine di peperone verde (molto piccante). Sul tavolo le onnipresenti salsine forti a base di aglio e peperoncino Tuong ot toi (Vietnam e/o Sricacha), salsa di pesce e salsa di soia. Ovviamente le varianti dei contorni e aggiunte variano molto da regione a regione e da ristorante a ristorante.

   
Beef broccoli cake noodle – si potrebbe definire banale la combinazione carne e broccoli, ma la parte più interessante è costituita dai cake noodle (foto sopra a sx, si intravedono sotto a carne e verdura), rettangoli di una relativamente sottile frittata di spaghetti senza uova, mantenuta insieme da una crosta di “spaghetti croccanti”, similmente alla (una volta) famosa frittata di scammeri (o scammaro) napoletana (sopra a dx) che merita un post a parte. Ennesima attinenza fra la cucina nostrana e quelle dell’Estremo Oriente.

Udon nikutama + musubi – altro piatto a base di udon appena fatti e cotti, stavolta con listarelle di carne soffritte con ginger e cipolla. Vi ho affiancato un musubi di pesce, snack fresco comune in quasi tutti i paesi orientali, simile a un grosso sushi conico (sotto a sx), contenuto nella classica alga nera. Le Hawaii sono il regno indiscusso dello Spam Musubi (sotto a dx), snack disponibile anche alle casse di vari esercizi, amatissimo dai bambini. 
   
SPAM è il nome commerciale di un tipo di carne di maiale in scatola, prodotto in Minnesota (USA), oggi in oltre una dozzina di varietà. Le scatolette di SPAM sono state ampiamente utilizzate anche dai soldati americani sia durante la WWII che nelle guerre in Corea e Vietnam dove il prodotto è ormai apprezzatissimo così come nelle Filippine. Pare che il termine spam riferito a posta elettronica indesiderata nacque da uno sketch dei Monty Python; questo in basso è la versione teatrale con sottotitoli italiani, in rete trovate anche l'originale televisivo, ma senza sottotitoli.
Singapore fried rice noodles - sottili vermicelli di riso al curry, soffritti con verdure miste, germogli di soia, uova strapazzate, pezzetti di carne e gamberetti.
  
Bitter melon spare ribs on rice – (sotto a sx) altro interessante piatto, soprattutto per il “melone amaro” (Momordica charantia, sopra), più che altro una zucchetta, senza dubbia amara. Proprio per questo è diffuso e apprezzato in quasi tutte le aree tropicali (dove cresce) essendo considerato uno dei più amari frutti comuni e disponibili sul mercato.  


    

Braised duck noodle soup – anatra brasata con spghetti e verdura (sopra a dx); abbondatissimo e ottimo piatto, uno dei miei preferiti da Papa's Café, che frequento - quando posso - dal 2007.

E non mi sono fatto mancare pesce al curry e al vapore con ginger

venerdì 8 novembre 2019

Davvero pensate che esista il "senso di orientamento"?

Pochi giorni fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Repubblica, a firma di Riccardo Luna, il cui titolo ha immediatamente attirato la mia attenzione: Come cambiail cervello con Google Maps. Sono quindi andato a leggerlo trovandolo in parte fantasioso e in parte in linea con il mio punto di vista. Inizia così:
Tra le cose che abbiamo perduto con la rivoluzione digitale, una delle più importanti, secondo me, è la dimestichezza con le mappe, ovvero la capacità di guardare e capire una mappa di carta. Lo dico meglio: il senso dell’orientamento. È un senso fondamentale, …
Senso di orientamento, due parole che possono essere interpretate in vari modi (anche se si tratta di sottigliezze) ma una cosa sulla quale non sono assolutamente d'accordo è proprio l'esistenza di esso, almeno nell'accezione più comune, cioè quella dell’articolo in questione. Il vocabolario Treccani, al lemma “senso” riporta:
a. La facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni (affine quindi a sensibilità):b. Più comunemente, ciascuna delle distinte funzioni per cui l’organismo vivente raccoglie gli stimoli provenienti dal mondo esterno e dai suoi stessi organi …
In sostanza i sensi percepiscono, ma l’elaborazione dei dati e le conseguenti scelte dipendono esclusivamente da noi. Nella fattispecie la vista (senso) ci permette di leggere una carta, ma saranno le nostre capacità quelle che ci faranno (forse) scegliere il percorso giusto da seguire. Per lo più, chi dice “Non ho il senso dell’orientamento” è semplicemente un pigro mentale, ma  assolutamente non significa che sia un incapace. Qualunque persona, apprendendo e applicando alcune tecniche, è capace di interpretare una cartina! … come si dice? “Ci riescono anche i bambini!”

Introducendo qualunque degli innumerevoli corsi di Orientamento (e interpretazione cartografica) che ho condotto, per alunni delle elementari, medie e superiori, per universitari, maestri e docenti, per escursionisti esperti e principianti, ho sempre tenuto a chiarire questo concetto: 
l'orientamento si basa su varie tecniche, apprendibili e migliorabili, alla portata di tutti e non è assolutamente un dono divino o, al contrario, una maledizione per chi si lamenta di non averlo.
Memorizzazione, scomposizione del percorso, scelta dei punti di riferimento, valutazione delle distanze, considerazione dei punti cardinali e della morfologia del terreno sono alcuni aspetti dell’orientamento, semplici tecniche ma niente di "magico" come molti intendono il senso di orientamento, assimilandolo quasi alla veggenza.
Procedendo velocemente nel testo, si legge:
… sanno sempre dove stanno andando non perché abbiano capito dove sono, ma perché Google o Apple glielo stanno dicendo.
Googlemaps e TomTom vanno bene per statali, autostrade e città ma non sono per niente accurati in zone non urbane. Non temo di essere smentito da chicchessia in quanto in Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana, dove vivo, non si contano le lamentele per stradine strette o addirittura scalinate consigliate come percorso migliore. In più casi i residenti, stanchi di rimanere bloccati a causa di macchine noleggiate che rimangono incastrate non permettendo più il passaggio neanche ai pedoni, hanno affisso cartelli specifici che tuttavia non vengono presi in alcuna considerazione e, ancora una volta, non si usa il buonsenso e ci si affida solo alle app (gps inclusi) e se ne pagano le conseguenze).
Quasi in fondo all’articolo, un altro punto chiave:
Gli effetti sulla nostra mente non sono affatto banali: ci sono diverse ricerche che dimostrano come esista una parte del cervello che si sviluppa quando cerchiamo di capire dove siamo, memorizziamo una strada, quando prendiamo un palazzo come riferimento.
In conclusione, l’autore dell’articolo va quindi al nocciolo del problema e chiarisce che è il cervello a memorizzare e a scegliere punti di riferimento per poi prendere le conseguenti decisioni.
Imparate a leggere le carte e dimenticatevi del senso di orientamento, che non esiste!

giovedì 7 novembre 2019

67° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (331-335)

ANTICIPAZIONE: fra pochi giorni comincia l'HIFF (Hawaiian International Film Festival) e sabato potrò guardare in sala The Irishman (2019, di Martin Scorsese). Seguiranno altre interessanti primizie!

Gruppo molto “mal assortito”, con un recente gran successo coreano sulla bocca di tutti (Parasite, da oggi in Italia), un giapponese deludente e tre cult cileni. Questi ultimi in quanto ho “riesumato” un link a una pagina di pellicole cult della cinematografia cilena, per lo più prodotte negli anni immediatamente precedenti o successivi alla dittatura di Pinochet (1973-1989). La breve lista comprende film restaurati ed in HD fino a 1080p, disponibili per lo streaming gratuito. Dal catalogo online della Cineteca Nacional è possibile accedere a oltre 350 video che comprendono documentari, news e film fra i quali ce sono tanti di Miguel Littín, Aldo Francia e altri registi conosciuti anche al di fuori del sud America, tutti visionabili gratuitamente online. 

   

333  Parasite (Joon-ho Bong, Kor, 2019) tit. or. "Gisaengchung"  * con Kang-ho Song, Yeo-jeong Jo, So-dam Park * IMDb  8,5  RT  99% * Palma d’Oro a Cannes, all’unanimità
Commedia drammatica / thriller, di difficile collocazione precisa in quanto non mancano scene violente al limite dello splatter e critica sociale. Certamente ben realizzato, con una buona caratterizzazione della decina di personaggi principali (da questo punto di vista può essere quasi considerato un film corale), interessante utilizzo di tre ambienti abitativi estremamente diversi per le tre famiglie che si confronteranno nei modi più impensati. Anche fotografia e scelta dei tempi (che creano una certa suspense) sono più che apprezzabili. Non dico di più per non rischiare spoiler.
Per alcuni versi la famiglia che vive di espedienti mi ha riportato alla mente il giapponese Shoplifters, candidato all’Oscar come miglior film straniero nell’edizione di quest’anno, che non mi colpì più di tanto, ma Parasite è senz’altro di altro livello e al momento viene dato come favorito nella corsa agli Academy Awards 2020.
Fatto singolare: similmente a tanti altri film dell'Estremo Oriente, anche in questo, benché moderno, si ascolta un successo italiano degli anni '60: In ginocchio da te, nella versione originale di Gianni Morandi.
Da non perdere, anche se penso che al momento è nettamente sopravvalutato (oggi si trova al 50° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre, il che mi sembra abbastanza ridicolo).


335  Valparaíso Mi Amor (Aldo Francia, Cile, 1969) * con Hugo Cárcamo, Sara Astica, Rigoberto Rojo * IMDb  6,9
Primo dei due soli lungometraggi di Aldo Francia, cinefilo appassionato dopo aver visto Ladri di biciclette, pediatra impegnato nel sociale, cineasta appassionato, regista dal 1957 irando corti autoprodotti in Italia, Francia, Brasile, Yugoslavia, Svizzera e Germania con una Paillard 8mm; creatore del Festival de Cine de Viña del Mar (Cile) nel 1963, pilastro del cosiddetto Nuevo Cine Chileno girò l’altro suo film Ya no basta con rezar nel 1973.
Il suo stile è indiscutibilmente neorealista ed in questo caso si occupa di 4 giovanissimi (fra i 5 e 14 anni) rimasti improvvisamente quasi soli dopo l’arresto del padre che rubava per dar loro da mangiare. Crescere in tali condizioni non è certo facile e Francia dopo l’inizio che va fino alla condanna del padre a 5 anni di reclusione, segue un po’ il gruppo dei fratelli e la sorella nel complesso e al contempo estrapola una storia per ciascuno di loro.
Filmato in bianco e nero, con tanta camera a mano, sostenuto da appropriata colonna sonora risulta essere un ottimo di cinema verité. 
Imprescindibile per chi si interessa di cinema latino.

      

334  El ídolo (Pierre Chenal, Cile, 1952) * con Alberto Closas, Elisa Galvé, Florence Marly * IMDb  6,6
Più che interessante noir diretto in Cile dal francese Chenal, ambientato in quella società straricca che si vedeva spesso in un certo genere di film latinoamericani, in particolare gli ottimi messicani. Grandi case, feste, signore ingioiellate, macchinoni americani, abiti di lusso, feste fanno da sfondo a questa storia abbastanza originale e intricata, con ritorno come protagonisti di personaggi che si pensava essere solo lì per caso nelle prime scene del film.
Le strade di un famoso attore (l’idolo), la moglie e la giovane sorella di questa, due chirurghi soci ma moralmente molto diversi fra loro, un piccolo delinquente ed un equivoco e avido detective privato si incroceranno più volte in un susseguirsi di colpi di scena, fino alla conclusione (sinceramente un po’ sottotono). In un certo senso appare essere un po’ “ottimista” presentando troppi buoni ed un solo cattivo, ma resta un buon noir d’epoca.
Piacevole e avvincente visione.

332  La Frontera (Ricardo Larraín, Cile, 1991) * con Patricio Contreras, Gloria Laso, Alonso Venegas * IMDb  7,4 
Film del dopo Pinochet, narra di un professore di matematica mandato al confino in un paesino costiero sperduto dove avrà a che fare con un “Delegato” inetto, con il suo giovane segretario con un po’ di buonsenso, uno spagnolo scappato dalla guerra civile e sua figlia, un prete inglese, una curandera e un singolare palombaro. Fra le tante situazioni drammatiche si nota spesso una nota sarcastica quasi surreale, ma queste sono i personaggi che spesso si incontrano in tali piccole comunità isolate e che sono state tante volte rappresentate nei romanzi dei migliori autori latinoamericani.
Per la cronaca, il regista non ha niente a che vedere con più noto Pablo Larraín (El Club, Jackie, …).
Interessante, merita la visione, ma penso che si trovi solo in lingua originale.

331  Alone on the Pacific (Kon Ichikawa, Jap, 1963) * con Yûjirô Ishihara, Masayuki Mori, Kinuyo Tanaka * IMDb  7,0 
La storia (vera) di questo attraversamento del Pacifico in solitaria, con una piccola imbarcazione a vela dotata lunga poco meno di 6 metri, fornita di minima tecnologia, mi aveva incuriosito e pensavo che Ichikawa (regista dell’eccellente L’arpa birmana, 1956) avesse svolto un lavoro degno della sua fama. Purtroppo sono rimasto deluso. L’alternanza flashback dei preparativi / effettiva traversata non funziona troppo bene e la descrizione della navigazione si limita a tante scene dei limitatissimi spazi interni (spesso poco plausibili) ad alcuni esterni assolati e a barca quasi ferma per bonaccia.
L’unica giustificazione che posso considerare per questo film sostanzialmente inutile, è quella di celebrare il 23enne e abbastanza inesperto Ken-Ichi Horie che pochi mesi prima (12 maggio – 11 agosto 1962) aveva veleggiato dal Giappone a San Francisco.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

lunedì 4 novembre 2019

66° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (326-330)

Interessante gruppo con tanti film di uscita recente (il più vecchio è del 2014), The Lighthouse e Luce, pur contando su attori ben noti e avendo avuto buona accoglienza di critica e di pubblico, non sono neanche ancora annunciati in Italia.

   

330  The Lighthouse (Robert Eggers, Can, 2019) * con Willem Dafoe e Robert Pattinson * IMDb  8,3  RT  92% *  Premio FIPRESCI a Cannes
Dramma in stile teatrale con solo due attori: il sempre affidabile Willem Dafoe e il molto migliorato Robert Pattinson, una sorpresa per chi, come me, se lo ricorda come licantropo nella saga Twilight. I due vanno su uno scoglio (arduo definirlo un’isola) a rilevare un’altra coppia di faristi con i quali non scambiano neanche una parola. Ovviamente, il più anziano (Dafoe) è il responsabile, l’altro è l’aiutante tuttofare, alla prima esperienza del genere. Dovendo rimanere lì 4 settimane (che poi diventeranno di più a causa del maltempo) e avendo bei caratterini la convivenza non sarà semplicissima. Se a questa precaria situazione si aggiungono l’alcool e le allucinazioni del giovane, le cose non possono che peggiorare.
La sceneggiatura è opera dello stesso regista, insieme con suo fratello Max, e non è per niente banale, con forti implicazioni psicologiche e richiami alla mitologia greca. In quanto alla parte tecnica, Eggers ha fatto scelte ben precise utilizzando per le riprese vecchie 35mm, un formato vecchissimo, quasi quadrato, 1,19:1, e pellicola b/n poco sensibile ben diversa dai nitidissimi risultati dei b/m di ultima generazione.
Certamente in vari punti la storia mi è apparsa esagerata, ma nel complesso regge più che bene ed è ben messa in scena. L’ambientazione (sia gli interni, che il faro e l’inospitale isolotto roccioso) è affascinante, i dettagli sono stati replicati da un faro di inizio ‘900, compresa la lanterna Fresnel e la sirena antinebbia a vapore che suona ritmicamente per decine di minuti.
Per specifica volontà degli Eggers, Dafoe parla un gergo marinaro dell’epoca (fine ‘800) e Pattinson con un particolare accento dei boscaioli del Maine; se guardate la versione originale siete avvisati, nessuno dei due idiomi è un inglese normale …
Certamente non è un film per il grande pubblico, ma ha molti meriti che evidentemente sono stati apprezzati a Cannes dove ha vinto il Premio FIPRESCI.
Io lo consiglio, ma prima di andare a guardarlo è bene che leggiate altre opinioni che comunuque, a giudicare dai rating, sono positive sia da parte del pubblico che da parte dei critici.

326  What we do in the shadows (Jemaine Clement, Taika Waititi, NZ, 2014) tit. it. "Vita da vampiro" *  con Jemaine Clement, Taika Waititi, Cori Gonzalez-Macuer * IMDb  7,7  RT  96% 
Mockumentary-commedia demenziale che vede protagonisti un gruppo di vampiri, amici da secoli (nel vero senso della parola) che condividono una casa a Wellington, Nuova Zelanda. Ci sono anche associazioni di streghe e zombie (con le quali sono associati), ma non mancano i lupi mannari che fanno vita a sé pur essendo in essere rapporti di “buon vicinato” (relativo).
Affascinante la grande magione, ovviamente senza luce solare, ma con scantinati e ripostigli, arredata in modo estremamente peculiari gli abbigliamenti, i disegni e gli arredamenti. Nella versione originale il forzato finto accento Europa dell'est per il gruppo di vampiri (immigrati) contrasta con l'accento neozelandese dei vampiri moderni e delle loro vittime. Gran spargimento di sangue ma sempre porto in modo sarcastico e divertente. Ottima anche la scelta dei tanti pezzi della colonna sonora che comprende classica, rock, musiche orientali e brass band balcaniche.
Film breve (86’) ma intenso, demenziale ma arguto, ben girato, ben diretto e ben interpretato. I registi sono anche gli sceneggiatori, nonché interpreti principali; budget 1,5 milioni di dollari.
Autorevole fonte mi dice che fu distribuito in versione italiana; il film passò al Torino Film Festival, ottenendo oltretutto il Premio della giuria. In effetti è pluripremiato e, visto il successo dei personaggi, dal film ne è scaturita una serie televisiva (molto apprezzata) giunta ora alla seconda stagione.
Consigliato.

      

329  Luce (Julius Onah, USA, 2019) * con Naomi Watts, Kelvin Harrison Jr., Octavia Spencer, Tim Roth * IMDb  6,9  RT  92%
Sottile dramma famigliare/scolastico, retto da una interessante sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con J.C. Lee (basata su un suo lavoro teatrale) e interpretato da un cast di tre navigati e bravi attori e Kelvin Harrison Jr., promettente 25enne con alle spalle una ventina di film. Esordì in 12 Years Slave, ha partecipato a Birth of a Nation e Mudbound, questo è uno dei 5 film di quest’anno, altri 3 sono già in postproduzione per le uscite 2020 … sembra ben avviato.
Naomi Watts e Tim Roth sono genitori adottivi di uno studente modello (eritreo, salvato dalla guerra), apprezzato da tutti, atleta di punta della scuola, ma ad un certo punto si scatenano una serie di equivoci, mezze bugie, sospetti, soprattutto a causa della troppo intrusiva insegnante Octavia Spencer. I continui cambiamenti di atteggiamento dei coniugi (che cominciano ad avere problemi anche fra loro), l’entrata in scena della sorella (disturbata) dell’insegnante e di una ex di Luce, l’intervento del preside e problemi razziali di fondo mantengono sempre alta la tensione. Anche i (soliti) accesi diverbi, fra uno che vuole la “verità” (quella che viole sentire) e chi si ostina a ripetere che è quella già detta, sono ben proposti. Più volte veramente non si sa a chi credere essendo tutto basato su sospetti, voci e coincidenze che sono tutt’altro che prove certe.
A metà strada fra film drammatico basato sulla fiducia reciproca che quando viene a mancare è capace di spaccare anche una (fin lì) unita famiglia e sui problemi di un ambiente multietnico, con tante esternazioni in merito a guerre e politica, nonché razzismo, Luce risulta essere un film più che apprezzabile nel quale si nota l’impostazione teatrale, nel bene e nel male.
Consigliato.

327  Joker  (Todd Phillips, USA, 2019) * con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz * IMDb  8,8  RT  69%
Todd Phillips, con trascorsi di regista e sceneggiatore di commedie al limite del demenziale (la serie Hangover, Old School, Due Date, Borat, …), si cimenta in un genere completamente diverso, con alti e bassi. Piuttosto pretenzioso, Joker si fa forte soprattutto dell’ottima interpretazione di Joaquin Phoenix, che qui appare quasi come un trasformista, sia nell’abbigliamento che nell’aspetto fisico e, ovviamente, nelle espressioni facciali.
La nascita del personaggio Joker viene presentata come frutto di una combinazione di storie di prevaricazioni subite, uno squilibrio generale, difficile situazione famigliare. Nel deludente finale si vuole generalizzare il discorso facendolo diventare una quasi rivoluzione, esaltando differenze e contrasti sociali. Poco chiaro e aperto a varie interpretazioni è il rapporto fra il protagonista e Sophie che rimane un po’ a margine della storia. Riferimenti a film di Scorsese quali Taxi Driver e King of Comedy (entrambi con DeNiro protagonista, presente anche in questo film) sono ripetuti più volte. Una menzione di merito va invece all’ottimo e originale commento musicale e anche la colonna sonora è più che appropriata.
Per quanto mi riguarda, certamente non vale l’attuale rating IMDb (8,8 … ridicolo!), mentre mi sembra più appropriato, anche se forse un po’ generoso, il 69% di RT e infatti il Metascore è solo 59. In conclusione appena sufficiente.

328  Journal 64 (Christoffer Boe, Dan/Ger, 2018) * con Nikolaj Lie Kaas, Fares Fares, Johanne Louise Schmidt * IMDb  7,4  RT  82%p 
Poliziesco non brillantissimo e per lo più abbastanza scontato, con troppi flash back, almeno più del necessario. Trama molto forzata, adattata da un romanzo di Jussi Adler-Olsen, con avvenimenti mostrati o narrati compresi fra il 1961 e il nuovo millennio, ovviamente con alcuni protagonisti in comune.
Ho ritrovato Fares Fares, buon protagonista in The Nile Hilton Incident (ambientato in Egitto ma prodotto in Svezia) visto pochi giorni fa; libanese, attore dal 2000 in Svezia, esordì al cinema nel 2012 in Safe house nel ruolo di un antagonista di Denzel Washington … volto molto caratteristico.
Guardabile, ma nulla più.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 2 novembre 2019

Cibi e fiori esotici al Foster Botanical Garden

Giovedì mattina, dopo un summit per fare il punto della situazione in merito alle mappe, ci siamo uniti a gran parte dello staff per un Halloween Party , come avevo anticipato nel post precedente. Interessanti assaggi di pietanze tipiche delle isole del Pacifico, anche se alcune presenti in altri paesi tropicali, con leggere varianti:
Laulau chicken – piatto originale hawaiano, maiale o pollo avvolto in foglia di taro, una volta si cuoceva sotto la sabbia, oggi si inforna (foto al lato)
Ulu - breadfruit cotto in latte di cocco, con cipolla
Squid luau – stracotto di calamari a pezzetti e luau (foglie di taro), poi leggermente soffritto e infine amalgamato in latte di cocco con un poco di zucchero
Lomi salmon - insalata di salmone e pomodoro a cubetti, con un po' di cipolla e aromi
Poi donut - dolce, si è rivelato molto più gradevole del semplice poi (purea di taro, tubero ricchissimo di amido, base della cucina del Pacifico) che è fra i pochi cibi ai quali, quando posso, rinuncio ... per essere troppo "colloso".
Kakimochi (o Arare) – snack a base di riso insaporito nella soia che si combina con una gran varietà di altri ingredienti e viene preparate in tante forme e misure diverse.
Succo misto di guava e passion fruit

A tutta questa varietà ha fatto seguito ai tanti altri piatti orientali che ho scelto nei giorni precedenti, mangiando per lo più a Chinatown: Chicken Katsu udon, Char siu noodle (cantonese), Beef chow funn (cantonese), Mapo tofu soup noddle (giapponese, ma anche cinese, foto al lato), Liver, bacon and onions Hawaiian style (fegato fritto con bacon e cipolle, ben diverso da come di solito lo mangio in Italia, Spagna, Porttogallo), Garlic chicken udon salad (giapponese) … oggi è stato invece il turno di Wonton Laksa (nella foto di apertura). Questo è un piatto tipico malese, molto diffuso anche in Indonesia e Singapore; ci si può mettere dentro di tutto ma la base è costituita da una zuppa di curry e latte di cocco, sempre con verdure, germogli di soia e noodles. Oltre a ciò e, in questo caso, agli ovvi wonton, la mia comprendeva anche fette di tofu e mezzo uovo sodo. Ho posizionato i chopstick sui bordi della scodella monoporzione (una zuppiera enorme) per dare l'idea della quantità servita. Provate le versioni originali solo se sopportate il peperoncino! Resta uno dei miei piatti preferiti! 
Nel complesso ciò rispecchia la multietnìa delle Hawaii che, come ho ripetuto più volte, vede una maggioranza assoluta di asiatici e fra loro quelli di origine giapponese sono predominanti. Per esempio, fra la ventina di partecipanti c'erano solo due "bianchi" (haole), circondati da nativi, giapponesi, coreani, filippini, ...

Prima di avviarmi verso Kaimuki per il film quotidiano, e approfittando della bella luce, ho avuto anche il tempo di andare a scattare qualche foto di fiori all'aperto (questi in alto sono quelli enormi del Cannonball tree - Couroupita guianensis) e poi nella serra delle orchidee. Peccato che il curatore (Randy) sia andato in pensione e non c'era nessuno che mi illustrasse le particolarità delle varie specie attualmente in fiore, eccone alcune:



In settimana prossima dovrei avere il tempo di scattare un po' di foto nell'Orto Botanico di Wahiawa.

venerdì 1 novembre 2019

65° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (321-325)

In questo gruppo domina un “film dell’anno” americano (l’ultimo di Tarantino) che si distingue nettamente dagli altri, 4 film giapponesi (o tre, a seconda di come si voglia considerare quello di Mizoguchi) di genere completamente diverso fra loro, anche se uno li comprende quasi tutti ...
   

325  Once Upon a Time in Hollywood (Quentin Tarantino, USA, 2019) * con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie * IMDb  8,0  RT  85% 
E per questo film si dovrebbe aprire un discorso pressoché senza fine, dati i suoi tanti livelli di lettura, tanti ottimi, alcuni un po’ eccessivi. Cercherò di essere stringato per quanto possibile.
Senz’altro è diverso dai film precedenti di Tarantino, non solo come contenuti ma come struttura in quanto è più vicino a un collage che a una storia con una certa linearità … ma non è che critichi la scelta. Ciò che ho trovato un po’ sovrabbondante è la quantità di citazioni e non per immagini (come spesso accade) ma con tanti nomi di attori, registi, cantanti che ovviamente non possono essere tutti conosciuti, specialmente alle nuove generazioni. Oltretutto, molti si riferiscono a serie TV americane di oltre mezzo secolo fa e i B-movie la fanno da padrone. Per esempio, la parte “italiana” del film si riduce ad una serie di titoli e di nomi, appare qualche poster e nulla più.
Detto di ciò che non ho apprezzato, tutto il resto è di livello più che buono come era lecito aspettarsi da Quentin Tarantino, secondo me un genio innovativo seppur legato alla classicità della cinematografia. Leonardo DiCaprio e Brad Pitt offrono ottime performance e sembrano trovarsi assolutamente a proprio agio in coppia. Ho letto che in effetti anche loro hanno gradito e che sperano di lavorare di nuovo insieme, qualcuno ha aggiunto potrebbero essere una nuova coppia in stile Paul Newman – Robert Redford.
I volti noti sono tanti e non solo quelli della solita gang di Tarantino, quasi tutti comunque ridotti ad apparire in poche scene, ma in modo significativo. Per esempio Kurt Russel e Zoë Bell sono qui partner e non più avversari mortali come in Death Proof (2007, Tarantino), ma torniamo al cappello … bisogna saperlo. Al posto di Bruce Dern ci sarebbe stato Burt Reynolds (se non fosse morto prima dell’inizio delle riprese) e avremmo visto anche Tim Roth (se non avessero eliminato la sua parte). I dialoghi sono spesso taglienti e la sceneggiatura per lo più snella e divertente, ma il film prende il volo solo nell’ultima parte quando, dopo tanta reverente venerazione per gli anni ’60 (non solo film e tv, ma anche abbigliamento, auto e musica) esplode il Tarantino che conosciamo, in un crescendo di sorprese e colpi di scena (specialmente per chi conosce gli eventi legati al caso Tate/Manson), suspense e violenza esagerata di puro genere splatter.
Quindi giudizio più che positivo, pur essendo limitato da ciò che per la maggior parte degli spettatori è quasi ermetismo, vale a dire tante citazioni sicuramente significative, divertenti e sarcastiche che si è certi che Tarantino abbia accuratamente scelto e inserito al momento giusto (in questo campo non lascia niente al caso), ma che non tutti possono cogliere.
Potrei aggiungere qualche altro commento, ma sarebbero degli spoiler.
Da non perdere.

323-4  The 47 Ronin - I e II (Kenji Mizoguchi, Jap, 1941-1942) tit. or. “Genroku Chûshingura” * con Tetsurô Tanba, Gô Katô, Kensaku Morita * IMDb  7,4  RT  82p% 
Anche se in seguito furono proposti come unico lungo film, si tratta di due film girati separatamente, usciti a vari mesi di distanza ed è risaputo che Mizoguchi provvide ad alcuni adattamenti, tenendo conto di alcune critiche ricevute in merito al primo. Si tratta di una storia di onore e lealtà di samurai (divenuti ronin per non avere più padrone), adattamento di lavori teatrali di Mayama Seika basati su eventi reali.
I fatti si svolgono nei primi anni del 1700 ma, considerato il particolare periodo all’inizio della II Guerra Mondiale, il film fu commissionato con finalità di propaganda morale. Appena una settimana dopo la premiere della prima parte ci fu l’attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbour.
Film senz’altro ben realizzato ma, in puro stile di Mizoguchi, molto lento, in particolare nella prima parte. Al contrario di quanto molti possano pensare, non c’è alcun combattimento e solo una spada viene sfoderata nelle circa quattro ore totali. Tutto si sviluppa a livello di discussioni in merito a onore, giustizia, vendetta, politica … e harakiri. Suggestivi gli interni dei palazzi, i costumi e i tipici cerimoniali giapponesi.
Imperdibile per chi non abbia idiosincrasia per questo genere di film … tutti gli altri lo troveranno noioso.

   

321  Rage  (Sang-il Lee, Jap, 2016) tit. or. “Ikari” * con Ken Watanabe, Mirai Moriyama, Aoi Miyazaki * IMDb 7,1  RT  90%p 
Film dalla costruzione molto interessante, per la cui corretta interpretazione bisogna procedere abbastanza avanti nella visione. Il preambolo propone un omicidio multiplo e poi subito si passa ad un montaggio intrecciato di varie storie con giovani personaggi singolari e diversi fra loro (ma in un certo senso simili). Quale sia il legame fra loro non è chiaro, né si percepisce immediatamente se siano contemporanee o si tratti di flashback, né se, come e quando confluiranno in una storia unica. 
Sotto questo punto di vista, il film risulta avvincente e mantiene sempre viva l’attenzione dello spettatore, anche perché molti personaggi danno l’idea di mentire ma non è sempre così. Pur non essendo un poliziesco vero e proprio (c’è molto spazio per amore e passione), non mancano momenti di tensione e suspense.
Merita una visione.

322  The Happiness of the Katakuris (Takashi Miike, Jap, 2001) tit. or. “Katakuri-ke no kôfuku” * con Kenji Sawada, Keiko Matsuzaka, Shinji Takeda * IMDb  7,1  RT  66% 
L’impareggiabile Jeannie, factotum del Movie Museum che di solito raccomanda i film, stavolta mi aveva avvertito: “Questo film è molto strano” … ed aveva ragione! Assolutamente indefinibile, parrebbe una revisione di vari generi, fra parodia e surrealismo, personaggi caricaturali che più volte interagiscono con figure di plastilina animate (claymation), qualche pezzo in stile musical! Ovviamente, questa sua incredibile miscela ha ricevuto plausi da alcuni (forse maggiori conoscitori dei sottogeneri giapponesi) ma anche tantissime stroncature da parte di altri.
Personalmente, ho apprezzato solo poche trovate che comunque non giustificano valutazioni complessive positive ma, ripeto, potrebbe esserci tanto altro che i non giapponesi non possono apprezzare. 
Non lo consiglio, anzi suggerisco di evitarlo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.