Emilio
Fernández
non ha mai nascosto di essere più che orgoglioso di essere messicano, di non essere
disposto a subire prepotenze, essere donnaiolo ma allo stesso tempo romantico …
insomma lo stereotipo di vero macho di un tempo, anche sempre pronto a impugnare
la pistola (come ho già riportato nel post precedente, quando voleva sparare Paco
Rabal). Ed
ecco un altro aneddoto relativo alla sua casa-fortaleza a
Coyoacan (il noto sobborgo di Città del Messico residenza di tanti artisti, nei
pressi dei famosi Estudios Churubusco), ascoltato dalla viva voce della
nipote. Approfittando del fatto che il regista stava girando lontano dalla
capitale, un politico locale proprietario di un terreno adiacente nel quale
aveva costruito la sua grande residenza, aprì (abusivamente) una strada nel
grande giardino di Emilio, dividendogli così la proprietà. Appena tornato in
città, già informato dell’accaduto, era sul punto di mettere mano alla pistola
e regolare i conti in modo molto spiccio ma, anche stavolta, fu saggiamente
dissuaso dai suoi amici. Non potendo certo lasciar passare sotto silenzio l'affronto,
decise di agire in modo molto diverso. Fece costruire un ponte per passare da
un lato all'altro del giardino e su ambo i lati fece scrivere a chiare e grandi
lettere una frase a dir poco offensiva nei confronti della madre del politico
in modo che questi dovesse leggerla ogni volta entrava o usciva da casa.
Questo
suo carattere fumantino - sommato alla buona fama che aveva nel mondo del cinema,
alla sua presenza e unito alla padronanza dell’inglese americano - fece sì che Sam
Peckinpah (regista spesso sottovalutato e considerato da molti regista di
B-movies violenti) lo considerò perfetto per interpretare alcuni ruoli che ben
si adattavano al suo carattere e alla sua immagine. El Indio vestì quindi panni di: General Mapache (foto sopra) in The Wild Bunch (1969,
IMDb 7,9 * RT 92%) Il mucchio selvaggio Paco in Pat Garrett & Billy the Kid
(1973, IMDb 7,3 * RT 86%) El Jefe in Bring Me the Head of Alfredo Garcia
(1974, IMDb 7,5 * RT 79%)
Penso
che dovrò dedicare apposito post a Peckinpah in quanto è stato un
regista innovativo e di assoluto rilievo negli anni ’60-’70, anche se i meriti di molti
suoi film sono stati riconosciuti solo successivamente. Soprattutto a causa delle
sue continue controversie con i produttori (sempre in ritardo con le riprese e
fuori budget) e del suo alcolismo ha diretto solo 14 film, molti dei quali però
godono di buona critica anche se all’uscita incassarono poco. Oltre i tre già
citati, vale la pena ricordare: 1962
Ride the High Country (IMDb 7,5 * RT 93%) Sfida nell'alta sierra 1970 The Ballad of Cable Hogue (IMDb 7,2 * RT 93%) 1971 Straw Dogs
(IMDb 7,5 * RT 83%) Cane di Paglia
Decina molto varia, fatto salvo il trio di giapponesi
degli anni ’30. Fra gli altri 7 ci sono 3 candidati Oscar come miglior film
straniero (per Spagna, Giappone e Germania), una coproduzione quasi tutta
africana (2 Premi a Cannes), un franco-coreano (premio a Berlino e Nomination a
Cannes), un argentino (pluripremiato, ma per lo più oltreoceano), un franco-inglese
(Nomination Palma d’Oro). Comincio con i candidati Oscar, in ordine cronologico.
Plácido(Luis Berlanga, Spa, 1961) Sandakan
8 (Kei Kumai,
Jap, 1974) Sophie
Scholl(Marc Rothemund, Ger, 2005) La comedia
negra di Berlanga (anche in questo caso coadiuvato da Rafael Azcona
per la sceneggiatura) si svolge in un solo giorno e gioca sui soliti contrasti
fra ricca borghesia bigotta (e franquista), una famiglia di che si
ingegna come può per tirare avanti e un gruppo di veri poveri che in occasione
della Vigilia di Natale sono “adottati” da benestanti, uno per famiglia. L’asse
portante è tuttavia il tentativo di pagare una cambiale prima che vada in protesto.
Come altri ottimi film di quell’epoca, furono necessari “salti mortali” per
fare satira politica senza incorrere nella severissima (ma in effetti
disattenta) censura. Tuttavia, Plácido (IMDb 8,0, RT 100%) non
viene considerato dagli aficionados il miglior film di Berlanga,
superato nettamente da Bienvenido Mr. Marshall (1953, 2 Premi e
Nomination Grand Prix a Cannes, IMDb 8,0) e El Verdugo (1963, con
Nino Manfredi protagonista, Premio FIPRESCI e Nomination Leone d’Oro a Venezia IMDb
8,1). In Sandakan
8 (Premio a Berlino e Nomination Orso d’Oro) si apprezza una delle
ultime interpretazioni di Kinuyo
Tanaka (della quale ho trattato nel precedente gruppo) per la quale ottenne
l’Orso d’Argento quale migliore attrice. Il film si svolge in luoghi ed epoche
ben distinte e la protagonista (prostituta per forza, mandata dal Giappone in
Borneo) è interpretata da due attrici diverse. Ovviamente Tanaka ricopre
il ruolo dell’anziana che racconta la sua storia ad una giovane giornalista (in
incognito). Interessante, ben costruito, veramente ottima la prova dell’attrice. Il terzo candidato Oscar di questo gruppo è una
ricostruzione degli ultimi giorni di vita di una studentessa tedesca facente
parte del gruppo di propaganda anti-nazista (la Rosa Bianca), dal momento di un’azione
dimostrativa all’università di Monaco, all’arresto, interrogatorio e infine
giudizio. Interessante, ma mi è sembrato troppo romanzato … penso che fu una di
quelle Nomination giustificate dal tema e non per reale valore del film.
Moolaadé(Ousmane
Sembene, Sen/BuFa/Mor, 2004) Une vie
toute neuve (Ounie
Lecomte, Fra/Kor, 2007) Questi due film
“etnici-sociali” affrontano due temi ben noti nella realtà, ma poco
rappresentati cinematograficamente. Moolaadéfu l’ultimo dei 9 film
del regista senegalese Ousmane Sembene, all’epoca già 81enne, e affronta
il problema delle mutilazioni genitali, oltretutto eseguite da non
professionisti in condizioni sanitarie pessime. Tutta l’azione si svolge in un
piccolo villaggio dalla vita sociale apparentemente tranquilla e ordinata, ma sono
ancora radicate gerarchie e tradizioni che una parte (soprattutto le donne, ma
non tutte visto che le “carnefici” sono 7 donne di potere) vorrebbe
modernizzare e gli anziani (soprattutto uomini) che si ostinano a difenderle a
qualunque costo. Le pecche principali del film stanno nella sceneggiatura in
quanto tutti gli avvenimenti seguono una precisa cadenza per essere “esemplari”,
quindi quasi tutti prevedibili, e nel fatto che si mette troppa carne a cuocere
… mercenari, corruzione nelle forze di pace, sciamanesimo e altro. Interessante ma
troppo edulcorato e quindi in più parti poco credibile. L’altro film
tratta invece delle adozioni internazionali e la regista Ounie Lecomte (nata
in Korea, adottata in Francia) per il suo lavoro di esordio prende spunto dalla
sua vita reale in orfanatrofio in attesa di adozione. Fra i tanti film con
ragazzini protagonisti di storie che includono collegi, riformatori e simili
questo non mi è sembrato particolarmente degno di nota se non per l’originalità
e per non narrare le solite storie di mini bullismo e continui contrasti fra i
piccoli ospiti. Tutto l’ambiente, per la verità, sembra molto ordinato e, una
volta tanto, gli adulti prendono effettivamente a cuore l’educazione dei
bambini.
Valentín(Alejandro Agresti, Arg, 2002) Swimming
Pool(François Ozon, Fra/UK, 2003) Poche parole
per questi due film; il primo è una garbata commedia infantile che vede
protagonista un ragazzino di 8 anni “parcheggiato” dal padre con la nonna molto
svagata (interpretata da Carmen Maura). Le discussioni di Valentín con
il vicino (musicista con molti problemi di relazione) e con una possibile
giovane matrigna (incontro organizzato dal padre) sono argute, logiche quanto
bastano, divertenti, per non parlare dei suoi rapporti con la nonna alla quale
fa quasi da badante. Il film di Ozon
mi è sembrata un’occasione perduta in quanto partendo da un soggetto pieno di sorprese,
si sviluppa bene fra dramma psicologico e mistery, per poi passare al crime e,
nonostante il colpo di scena quasi finale, la conclusione lascia molto a
desiderare. Più che buona l’interpretazione di Charlotte Rampling.
Tokyo
Chorus (Yasujirô
Ozu, Jap, 1931) The Water Magician (Kenji
Mizoguchi, Jap, 1933) The Actress and the Poet(Mikio
Naruse, Jap, 1935) Infine, i tre
giapponesi che si vanno ad aggiungere a Sandakan 8: l’ennesimo
muto di Ozu (sempre affidabile), uno degli ultimi e più apprezzati muti
di Mizoguchi (visto in una versione doppiata) ed una rara commedia di Naruse
che successivamente si sarebbe dedicato per lo più ai drammi.
Argomento spinoso
e controverso, ognuno ha diritto di avere le proprie opinioni e le proprie
preferenze. Comunque, mi sembra che gli animali ripresi in queste foto stiano molto meglio di tanti cani sui balconi cittadini o perennemente alla catena, uccelli in gabbia e animali esotici (spesso singoli e illegali) in un piccolo terrario, criceti che impazziscono correndo nella ruota e via discorrendo, situazioni e comportamenti che pochi media si azzardano a condannare considerato l'enorme giro di affari che ne deriva.
Questa ennesima situazione di “animali in cattività” è molto
particolare e ne sono venuto a conoscenza grazie ad una mia amica americana, fotografa dilettante, che mi ha
inviato una dozzina di foto scattate in Montana (USA), nel corso di un workshop fotografico. A gennaio, è infatti andata al Triple “D" Ranch”, che mette a disposizione
degli ospiti (ovviamente paganti) varie decine di animali selvatici, di un paio
di dozzine di specie diverse, oggettivamente difficili da fotografare - e ancor
più filmare – liberi in natura. Chi ha l’occasione di andarci, certamente godrà
di uno spettacolo straordinario, in poco tempo e in relativamente poco spazio,
al contrario dei bravi fotografi professionisti che per ottenere un eccellente
scatto passano giorni se non settimane in attesa che il “soggetto” appaia.
Come accennato in apertura, anche questi
tipi di ranch sono spesso criticati aspramente sia da etologi e
animalisti seri che dai tanti ipocriti che tengono animali in cattività in casa
(o addirittura in gabbia o in acquario o terrario) in ambienti non idonei e certamente
molto diversi da quelli che dovrebbero essere naturali per le specifiche specie.
Gli animali del Triple “D” (basti
leggere la lista delle specie) sono quelli tipici del nord America (o di climi
molto simili) e includono grandi mammiferi quali il grizzly, il puma, la tigre
siberiana, il puma, che quindi godono/risentono delle condizioni ambientali più
o meno come se stessero liberi in natura, ma qui con garanzia di cibo e attenzione
in un ampio spazio. Fra i tanti casi di “animali tenuti in cattività”, spesso
a scopo di lucro (zoo, circhi, zoosafari, show acrobatici, ecc.), questo mi sembra
dei meno gravi o dannosi.
I visitatori sono nello stesso enorme recinto nel quale
si trovano gli animali, ma devono stare rigorosamente in fila (come un plotone
di esecuzione), non si possono spostare ne muoversi più dello stretto necessario,
non possono portare borse o zaini ma solo la loro macchina fotografica e un
cavalletto, indispensabile per scattare buone foto con lo zoom. Unica eccezione
è quella della tigre siberiana; in questo caso i fotografi sono quasi in gabbia,
separati dallo spazio riservato alla tigre da una doppia recinzione, una delle
quali elettrificata.
Questo è il sito del Triple “D” Ranch, questa la
pagina con le specie
presenti ed alcune foto dei “modelli” e qui ci sono una serie
di video, nel caso qualcuno volesse dare un’occhiata. Da un punto di vista strettamente
utilitaristico (da parte degli osservatori / fotografi) è un’occasione
eccezionale, in quanto gli animali sono abbastanza liberi e non soggetti a comandi
esterni (non c’è un ammaestratore) ma si comportano naturalmente, o
almeno danno questa impressione.
Vi segnalo alcuni post
degli anni scorsi in cui ho trattato dei complicati rapporti fra uomini e
animali, a partire da situazioni limite, eppure assolutamente reali:
Decina tutta dell’Estremo Oriente quasi totalmente
giapponese completata da un raro film cinese del 1948, da molti giudicato fra i
migliori, se non il migliore, del secolo scorso. Ben 7 dei 9 giapponesi sono legati al nome di Kinuyo
Tanaka una delle più famose e attive attrici nipponiche, 202 film in 42
anni. Ha lavorato con i migliori registi dell’epoca e fra il 1953 e il 1962 ha
diretto 6 apprezzati film. In questo gruppo ci sono 4 film di Yasujirô Ozu (3 dei
quali muti nonostante si fosse già negli anni ’30) che la vedono protagonista e
3 dei suoi film da regista (in due dei quali ha anche una piccola parte). Fra
le sue più famose interpretazioni a livello internazionale, sono quelle nei
capolavori di Mizoguchi (Oharu, Sansho, Ugetsu)
e lei è la Orin di Narayama di Kinoshita.
Love Letters (Kinuyo Tanaka, Jap, 1953) The Eternal Breast (Kinuyo Tanaka, Jap, 1955) Love under the
Crucifix (Kinuyo Tanaka, Jap,
1962) Più interessanti i primi due, in classico stile
giapponese del dopoguerra, nei quali si notano influenze sia di Ozu che
di Mizoguchi; il primo, Love Letters (tit. or. Koibumi,
2 Nomination a Cannes) segna l’esordio alla regia di Tanaka. Entrambi si
possono includere nel genere melodramma realistico del dopoguerra; anche il
terzo (ultima regia dell’attrice che negli anni successivi sarebbe apparsa solo
in un’altra 15ina di film) è un melodramma ma è ambientato alla fine del XVI
secolo ed è a colori. Koibumi, pur avendo in effetti
protagonisti maschili, è centrato sulle donne che, loro malgrado, si dovettero
adattare ad accompagnarsi con i soldati americani. A questi sono indirizzate le
lettere d’amore del titolo e ogni donna ha una storia diversa. Questa anomala
attività di scrivano del protagonista lo farà rientrare in contatto con il suo
amore perduto … La protagonista assoluta di The Eternal Breast
è invece una donna, forte, che porta avanti la sua privata lotta per la propria
indipendenza, contro i tradizionali principi della buona società giapponese (per
lo più maschilisti) e contro il cancro. Se il primo era più sentimentale, questo
è certamente drammatico, ma senza dubbio ben realizzato come l’altro. Il terzo, come anticipato, dà più spazio alla
cinematografia approfittando anche del formato (2.35:1), con molti esterni e
bella scenografia (costumi e ambienti). In questo caso si tratta di una vecchia
passione che si riaccende dopo molti anni ma è inibita da questioni religiose (all’epoca
i cattolici era praticamente banditi, se non perseguitati). Queste saranno utilizzate
per mettere fuori gioco avversari politici e concorrenti nel fiorente commercio
con l’Occidente. Manca di spessore e si muove fra lo scontato e il ripetitivo.
Dove sono finiti i sogni di gioventù?
(Yasujirô Ozu, Jap, 1932) Woman of Tokyo (Yasujirô
Ozu, Jap, 1933) Dragnet Girl (Yasujirô Ozu, Jap, 1933) A Hen in the Wind (Yasujirô Ozu, Jap, 1948) Può sembrare strano, ma nella prima metà degli anni ’30,
mentre tutti si davano da fare per adattarsi all’avvento e gran successo del
sonoro che fece cadere nell’oblio molti registi e attori che avevano avuto
enorme successo con il muto, Yasujirô Ozu continuò a dirigere film muti
fino al 1935 e solo nel 1936 uscì il suo primo talkie, The Only Son (tit.
or. Hitori musuko). I suoi muti erano di genere molto vario, commedie
che includevano visioni ironico/critiche della società giapponese (p.e. Dove
sono finiti i sogni di gioventù?), drammi nudi e crudi (Woman of
Tokyo) e perfino noir ante litteram (Dragnet Girl).
Nei primi due il protagonista è Ureo Egawa, un attore dal volto molto
particolare derivante dall’essere nippo-tedesco; negli anni successivi non ebbe
grande successo. Come detto, in questi 4 film di Ozu è protagonista (o
tuttalpiù co-protagonista) anche l’allora poco più che ventenne Kinuyo
Tanaka. Nell’ambito del cinema giapponese di quei tempi, Dragnet
Girl è senz’altro un film insolito e in esso molti hanno voluto vedere l’influenza di von Sternberg
e non sono pochi quelli che lo etichettano come antesignano dello stile dei noir
americani. In A Hen in the Wind (1948) si ritrovano invece
molti dei temi dominanti del dopoguerra, il ritorno di soldati e prigionieri in
Cina che si riuniscono con mogli e a volte figli che non vedevano da molti anni
e le riunioni non sono sempre facili. Tutti film da guardare, sia i 4 diretti da Ozu che
i 3 di Kinuyo Tanaka.
Spring in a Small
Town (Mu Fei, Cina, 1948) Introspection Tower (Hiroshi Shimizu, Jap, 1941) Yellow Crow (Heinosuke Gosho, Jap, 1954) Comincio con l’unico cinese, di un regista che non
conoscevo assolutamente, prematuramente scomparso a soli 44 anni con soli 10
film al suo attivo, eppure considerato uno dei migliori registi cinesi di metà
secolo scorso. Il suo Spring in a Small Town è tenuto in
gran considerazione anche per non essere un film politicizzato o di propaganda
come erano la maggior parte degli altri dell’epoca. Mu Fei dirige un ottimo
dramma sentimentale in spazi ridotti e con soli 5 attori (3 veri protagonisti).
Anche in questo caso c’è un re-incontro fra un medico ed una sua possibile
sposa di una decina di anni prima, ora spostata con un suo amico gravemente
malato. Tutto ruota attorno ad un sottile intreccio di gelosia, passione,
rispetto per l’amicizia e per il coniuge. Una vera sorpresa. Di Hiroshi Shimizu ho già parlato nei post
precedenti ed anche in questo suo film c’è molto realismo che a tratti si
avvicina quasi al documentario. Descrive la l’interazione in un collegio per
minori “difficili” (quasi riformatorio ma senza alcuna barriera), sia fra i
ragazzi e ragazze ospiti, sia fra i giovani e i loro tutori. Film quasi corale
molto ben realizzato. Infine, Yellow Crow di
Gosho, del quale avevo apprezzato An Inn at Osaka (1954)
visto qualche settimana fa. Per l’ennesima volta si tratta di un ritorno di un
uomo che ritorna a casa dopo una decina d’anni ma non riesce a entrare in
empatia con il figlio (nato subito dopo la sua partenza). Il protagonista è in
effetti il ragazzo (oggettivamente un po’ difficile) che, abituato a vivere da
solo con la madre, si trova ora ad avere un padre che non lo comprende ed anche
una sorellina che, ovviamente, crea qualche gelosia. Non mi ha convinto più di
tanto, ma non è certamente malvagio.
Fra tanti problemi seri derivanti
dal diffondersi del coronavirus ecco quello, essenziale per quanto possa sembrare
triviale, di chi si trova a dover cambiare drasticamente la propria dieta
abituale per il “crollo” dell’effettivo fabbisogno calorico giornaliero. Ciò
vale sia per quelli il cui lavoro implica grande dispendio di energie, sia per
chi brucia pari quantità di calorie per diletto (p.e. podisti e ciclisti
amatoriali, per non parlare dei semiprofessionisti). Anche io rientro nella seconda
categoria in quanto, almeno negli ultimi tre mesi, ho percorso poco meno di 20km
al giorno di media. Ora, chiuso in casa per la maggior parte del tempo, una
ventina di km li faccio più o meno in una settimana andando a fare la spesa. Da
ciò consegue che il mio “normale” fabbisogno quotidiano (3.200-3.500 kcal) da
un giorno all'altro è diminuito di circa 1.000kcal ma il mio stomaco si
aspetta, e quasi pretende, lo stesso volume di cibo.
Forzato ad abbandonare i miei ricchi e
abbondanti piatti preferiti, per lo più proteici come le costillas fritas (trachiolelle/costine, foto sopra), che fino a domenica scorsa ho gustato 6 giorni a settimana a Casa Tata (vedi altre foto esemplificative) e che poi compensavo con un buon piatto di
pasta serale, ho dovuto rivedere sostanzialmente la mia dieta e cominciare a
comprare molte più verdure e frutta. I pacchi da mezzo chilo di pasta che
fino a pochi giorni fa dividevo in 3 (167g a porzione) ora li divido in 4 (125g
... una tristezza, mi sembra un piatto quasi vuoto). Ho eliminato le pur ottime
banane locali (a km 0) e le ho prontamente sostituite con altra frutta dell’isola,
come mandarini, meloni invernali e papaya (100g di banana = 300g di papaya, 400
di melone). Praticamente, metà di questa bella mezza papaya (porzione più che abbondante, 350g ca) è molto meno calorica di una banana media! La farò fuori in due colazioni.
Ho ridotto il consumo degli ottimi formaggi tipici canari, la maggior
parte prodotti da latte misto (con minimo garantito di ovino e caprino) e
prediligendo i freschi (meno di 300kcal per 100g) rispetto ai secchi (mediamente 450kcal). Questo in basso ha un minimo di 15% di latte di capra, è curado (stagionato, duro) e, oltre a essere ottimo, ... guardate il prezzo!
Oggi ho sperimentato un abbondantissimo
stufato di maiale prevedendo di consumarlo in 3 volte, ma penso che non vedrà l’alba
di domattina … Infatti, a conti fatti, il ½ kg di
carne, 2 cipolle, mezza verza (piccola), 2 carote (grandi), 5 patate (piccole), più gli
ovvi aglio, peperoncino, rosmarino, poco sale e appena un cucchiaio d’olio non arrivano
a 1.300 kcal, il che mi consente di consumarlo in due volte e di bere anche una birra a pasto pur rientrando nei miei nuovi limitati standard (pur calcolando anche le circa 500kcal di colazione). Nel frigo c’è ancora un pezzo di chorizo
(fino a nuovo avviso sarà l'ultimo) che dividerò fra le prossime zuppe di
lenticchie. A chi si trovi nella mia medesima situazione, consiglio quindi di cominciare a rivalutare zuppe e minestre, ridurre pasta (ma non certo eliminarla), prediligere legumi e verdure in quantità e tanta frutta. E non fare come certe mie conoscenze che, dovendo stare a casa, cucinano sì ma mi mandano foto dei dolci, delle brioches e delle zeppole che preparano!
Cambiate drasticamente dieta prima
che sia troppo tardi e fate ginnastica a casa. Non vi fate trovare in
sovrappeso al momento di ricominciare a camminare sul serio!
A molti Camminanti ed escursionisti in
genere tornerebbe utile approfondire la conoscenza dell'orientamento,
vale a dire uso di carta e bussola e soprattutto di logica. Quale modo
migliore se non partecipare a qualche gara di orienteering,
anche se si procederà lentamente e con cautela, sia che si tratti di prova
in ambiente naturale o intricato centro storico. Ai più "avventurosi" segnalo la prossima edizione del POM,
che di terrà a Lisbona dal 12 al 16 febbraio 2021. Si potrà scegliere
fra 6 gare in 5 giorni. Infatti, la manifestazione per la prima volta prevede 2
competizioni diverse, di tre prove ciascuna, con classifiche separate. L’Urban
POM prevede tre gare sprint in ambiente cittadino, fra centri
storici e aree verdi, il cui esito si baserà sulla somma dei punti ottenuti in
queste tre gare: 12 feb Parque dos Poetas (Oeiras) 13 feb Vila de Cascais (Cascais) 14 feb Alfama (Lisboa) (WRE?) (stralcio di mappa qui
sotto) La gara di apertura è quindi prevista a Oeiras (pochi km a ovest di
Lisbona) e il giorno seguente ci sarà un doppio impegno a Cascais per
chi partecipa a tutte le gare: mattina nel bosco per la lunga distanza e nel
pomeriggio il centro urbano della nota località turistica, che comprende Estoril.
La terza e ultima gara sarà quella più attesa, essendo oltretutto candidata come
prova valida per il ranking mondiale (WRE), nel famoso intricatissimo dedalo di
viuzze e scalinate del quartiere di Alfama, una volta malfamati bassifondi, oggi rigenerato e
ripulito dal turismo e capitale del tradizionale fado.
Invece, le 3 gare Forest POM si svolgeranno in ambiente
naturale, due avranno luogo nell'enorme parco forestale di Monsanto (a Lisbona,
circa 10kmq) e una nei boschi presso Cascais; secondo questo calendario: 13 feb Pedra Amarela (Cascais) gara long 15 feb Parque de Monsanto (Lisboa)
middle (WRE?) 16 feb Parque de Monsanto (Lisboa)
middle Si tratta di un’occasione imperdibile per gli escursionisti che vogliano
migliorare le proprie capacità di orientamento divertendosi e approfittando
dell'eccezionale contorno sociale, culturale e gastronomico! Uno dei pregi
dell'Orienteering, vero sport per tutti, è che
la IOF (International Orienteering Federation)
stabilisce che in ogni gara, anche nei Campionatii Mondiali, siano previste
anche varie categorie per principianti o per chi voglia solo rilassarsi. Ciò
significa che chiunque può iscriversi e partecipare senza troppi patemi
d'animo a quante e quali gare desideri non essendo necessario farle tutte,
se ne può scegliere anche solo una.
Questo è il breve video di presentazione del POM 2021nal quale vengono
mostrati scorci del Parque Forestal de Monsanto e del
caratteristico groviglio di vicoli e scalinate di Alfama. Trovandosi in una delle
più interessanti capitali europee, nel tanto tempo libero non ci sarà certo tempo di annoiarsi e, al contrario, si sarà impegnatissimi fra
attività culturali e percorsi enogastronomici. Ai più volenterosi offro preparazione tecnica durante i prossimi mesi e
assistenza a chi vorrà partecipare.
Aggiungo un video appena visto, del NAOM 2020 (Norte Alentejano Orienteering Meeting), Se non avete la pazienza di guardarlo per intero (15') saltellate qui e là per apprezzare le belle immagini da drone e vedere come anche una qualunque gara internazionale si svolga in silenzio, nel rispetto degli altri e ognuno al suo passo (se sa dove andare …). La prima e l'ultima parte si riferiscono alle gare di media e lunga distanza, fra prati e aree con densa vegetazione, fra le fante spesso enormi pietre caratteristiche della regione che creano non pochi problemi di interpretazione e navigazione. La parte centrale si riferisce alla gara nel centro storico di Alegrete. Nel complesso ben illustra due aspetti fondamentali della Corsa di Orientamento:
anche i terreni aperti (privi di boschi) possono essere altamente tecnici e proprio per questo da affrontare come sfida personale
gli organizzatori riescono a proporre sempre e comunque percorsi alla portata di bambini, principianti, anziani e famiglie che vogliono svagarsi … usando il cervello
La
bontà è la varietà della cucina lusitana, da sole, giustificano un viaggio a Lisbona, ma c'è anche il fascino di una città ricca di storia e cultura ...
io ho già comprato il biglietto!
Se per alcuni gli escursionisti
sono assimilabili agli scemi (leggi post), per gli stessi gli orientisti saranno certamente
considerati dei pazzi. Entrereste da soli in un
bosco come questo mostrato nelle foto in basso (Golubinjak, Croazia), oltretutto sapendo che è quasi del tutto privo di sentieri? Uno di quei
boschi nei quali nessuna persona sana di mente (che significa?) si
sarebbe mai avventurato da solo?
Eppure volontariamente gli orientisti vanno a
crearsi problemi dovunque e pagano per partecipare a queste gare che più
difficili sono e maggior soddisfazione danno. Entrano in qualunque bosco e si avventurano
in qualunque area selvaggia contando solo sulla mappa raccolta al momento della
partenza, una bussola e la loro testa … e poi ne escono certamente vivi anche
se stanchi e spesso con qualche graffio in più. Perfino io che sono
nemico del freddo ho corso su terreni ghiacciati e anche in 30 centimetri di
neve, nel fango, sulla sabbia, nella nebbia e sotto la pioggia … ma ci sono anche terreni più accoglienti, ma non per questo più semplici in mezzo a centinaia di pietroni (classici dell'Alentejo).
Molti sono i pregi della
Corsa di Orientamento (Orienteering) … attività sportiva
all’aperto e per lo più in ambiente naturale, uso di doti mentali più che fisiche,
cimentarsi sugli stessi terreni di gara percorsi dai campioni, pur non avendo
arbitri in campo nessuno litiga e ognuno si fa carico dei propri errori e quindi
decide se parlarne con altri concorrenti, amici o sconosciuti che siano, discutere
delle proprie scelte o semplicemente prendersela a ridere, “piangere sulle
proprie miserie” (idiozie più o meno gravi commesse) casomai litigando
con la carta di gara. In merito a ciò ricordo
due episodi esemplari, entrambi avvenuti al termine di gare
internazionali. Quello che è rimasto più impresso nella mente è uno che ha
valso ad un orientista portoghese il soprannome che vergogna! Lo vedemmo
camminare lentamente nell’arena (l’area al lato dell’arrivo, es. sotto a sx)), intento a
osservare la carta, si fermava riguardava la carta e diceva “Que vergonha!”
poi alzava gli occhi al cielo, faceva pochi passi, riguardava la carta e
ripeteva “Que vergonha!”, sempre ad alta voce e, questo sì, senza
vergogna. L’altro caso è in parte simile, ma il protagonista fu un atleta
spagnolo di buon livello che dopo essere passato a scaricare i dati e poi per
il ristoro, appena giunto dove era accampato con i suoi amici, sbatté la mappa (forse una come quella sotto a dx?) a terra gridando ¡Cabròn!, ovviamente riferito a sé stesso. Cosa avevano mai combinato i due? Non
si sa, ma gli aneddoti evidenziano che ogni orientista, atleta di punta che
ambisca al successo o amatore che non avrebbe mai vinto, si rende conto degli
errori commessi e incolpa solo sé stesso. L’esperienza dimostra che nessuno è
esente da sbagli e che la gara perfetta non esiste.
Ricordo che una volta in
Slovenia, eravamo rimasti in pochi in attesa della partenza, sul fondo di una classica
dolina carsica (una profonda depressione), in un bosco tanto fitto da far
sembrare quasi fosse notte, un collega commentò: “Certo dobbiamo essere strani
per stare qui da soli, in un posto come questo!”, ed aveva certamente ragione,
ma stranezza non è sinonimo di stupidità.
Molto strani … certamente
è quello che pensano le persone che ci spiano dalle finestre o dall'uscio di
casa quando andiamo a correre nei centri storici di paesini sperduti in aree
montane o rurali. I residenti abituati a vedere sempre le stesse (relativamente
poche) facce, si vedono davanti un numero enorme di persone di tutte le età
(soprattutto ultracinquantenni e chiaramente stranieri) che indossano divise
colorate e spesso sgargianti, di fogge per loro inconcepibili o addirittura
scandalose. Gli sguardi,
specialmente di quelli più avanti con l’età, sono uno spettacolo ma più che
significativi … fra lo sbalordito e il riprovevole. Che volete? noi Orientisti, ci divertiamo così!