martedì 17 novembre 2020

Alzati e cammina (ossia: Escursionismo e Serendipity)

"Alzati e cammina" non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle proprie capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo (Lazzaro), è alla portata di tutti. È sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca e credo, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum (XII sec.): “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.

Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da cattiva alimentazione (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come “persone strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:

* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;

* rallentando, o addirittura sostando in silenzio, si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.

Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e, muovendosi in habitat diversi, coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.

In ambiente naturale è bello affidarsi a tutti i nostri sensi, ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità - e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede - il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.

L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io che spesso percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo ancora oggi il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata, foto sopra) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone (Elaphe quatuorlineata) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada. Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo un vallone selvaggio alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella vegetazione prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo. 

La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili. E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity, assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka). La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte, metodo prediletto da Sherlock Holmes) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe e grazie ad essa salvarono la vita e divennero ricchi. 

Nel corso del tempo, dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato. Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. 

Su questi temi si sono scritti apprezzati saggi (vedi copertina a sx) ed è stata anche organizzata una conferenza dal significativo titolo Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina, che ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare inducono nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di nuovi stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte solo momentaneamente appaganti e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambiti possibili.

Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificarli, adattarli e variarli in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. È importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore inaspettato per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.

La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata in alcun altro modo. © Giovanni Visetti

Articolo pubblicato nel catalogo della prima edizione dalla manifestazione L' infinito viaggiare (Napoli, ottobre 2007), ideata e organizzata da Francesca Mauro e Luciano Stella.

lunedì 16 novembre 2020

micro-recensioni 386-390: il peggiore di questi noir ha 96% su RT …

Gruppo di noir classici dell’immediato dopoguerra, 4 USA ed un UK, tutti con ottimi rating su IMDb (media 7,6) e 100% su RT (tranne l’inglese, comunque uno dei miei preferiti). Torno ad elencare i film in ordine di mio gradimento e, al contrario di IMDb, gli “ultimi” sono i “primi”!

 

The Stranger (Orson Welles, USA, 1946)

Un ottimo film, costruito alla perfezione, magistralmente diretto e interpretato da Orson Welles, con scene cult come quella del campanile per non parlare del finale. In quanto alla regia, la sola brevissima scena dell'attizzatoio è di per sé un capolavoro. Tanti i colpi di scena e le coincidenze che causano svolte decisive nello sviluppo della storia. Chiaro anche il messaggio storico/politico con riferimenti al nazismo rafforzati da filmati di repertorio. Tutto il cast funziona alla perfezione, dai protagonisti E. G. Robinson a Loretta Young ai personaggi di contorno come Billy House nei panni dell’ineffabile Mr. Potter, in particolare quando indossava la visiera per giocare a dama. Da non perdere.

Brighton Rock (John Boulting, UK, 1948)

L’unico inglese del gruppo ma non certo il solo buon noir britannico dell’epoca. Anche questo (come il recentemente citato The Fallen Idol) è tratto da un romanzo di Graham Greene, che collaborò anche alla sceneggiatura. Chi conosce l’autore può facilmente prevedere la buona descrizione di personaggi molto realistici, ben distanti dagli indistruttibili americani, nonché i tanti eventi assolutamente imprevisti che punteggiano il film, fino alla geniale conclusione in stile short story. Ambientato nei bassifondi di Brighton, fornisce uno sguardo inusuale sulla nota località costiera inglese, fra gente comune in cerca di svago, allibratori e piccoli malviventi. Volti poco conosciuti a grande pubblico, eppure ottimi attori e caratteristi. Anche questo è da non perdere.

  

Out of the Past (Jacques Tourneur, USA, 1947)

Con il suo 8,0 su IMDb e 100% su RT dovrebbe essere il migliore di questo gruppo ma, come anticipato, sono in disaccordo. Certamente è di più che buon livello ma il personaggio interpretato da Robert Mitchum (sempre con il suo trench ben stretto in vita, in qualunque occasione) è troppo poco credibile e tutta la storia è a dir poco traballante. Kirk Douglas è relegato in un ruolo secondario, ma non si deve dimenticare che era appena al suo terzo film dopo l’ottimo esordio in The Strange Love of Martha Ivers. Ci sono anche ben due femmes fatale (Jane Greer e Rhonda Fleming) ma anche in questo caso le situazioni in cui abbindolano uomini di potere con un solo sguardo sollevano non pochi dubbi. Buona regia e fotografia, la sceneggiatura è la palla al piede.

Scarlet Street (Fritz Lang, USA, 1945)

Al limite della commedia per avere come protagonista un uomo di mezza età (neanche un Adone) che si illude di poter conquistare una avvenente giovane donna. Aggiungete il fatto che non ha grandi disponibilità economiche e che è sposato con un’arpia. Anche questo gode di ottime critiche, ma secondo me non vale i primi due del gruppo. Come in The Stranger, anche in questo caso (e in tanti altri film) spicca la bravura e la versatilità di E. G. Robinson, infatti riesce bene anche interpretando un personaggio ridicolo.  

Detour (Edgar G. Ulmer, USA, 1945)

Film apprezzato dai fanatici dei noir soprattutto per la struttura insolita basata soprattutto su due eventi unici e incredibili, quelli di una possibilità su un miliardo, ancorché assolutamente possibili. Ciò che non mi piace del film è l’eccessiva narrazione con voce fuori campo, caratteristica di molti film del genere, ma in questo caso esagerata. Tuttavia è bene sapere che, a detta di Peter Bogdanovich, “Nessuno ha mai fatto buoni film in meno tempo e con meno denaro di Edgar G.Ulmer” e che Detour è "uno degli esempi più leggendari di B-movie". Immigrò in USA come assistente di Murnau e successivamente fu secondo di altri apprezzati registi centroeuropei come Siodmak, Zinneman e Wilder, dal che si può dedurre il rimanere indipendente fu una sua precisa scelta.

#cinema #cinegiovis

giovedì 12 novembre 2020

micro-recensioni 381-385: ecco 5 ottime crime-comedy

Film molto diversi per ambientazione, epoca e situazione, in sostanza sono tutti dark comedy anche se qualcuno è più ridanciano e altri più violenti, ma non manca il macabro e la satira sociale. Ognuno (per quanto possa apparire datato) è perfetto per la sua epoca e non mi è facile esprimere preferenze; essendo tutti più che consigliati li propongo in ordine cronologico.

 

El esqueleto de la señora Morales (Rogelio A. González, Mex, 1960)

In Messico questa commedia messicana è considerata un cult ed è sempre inserita nelle liste dei migliori o più amati film messicani, senza rivali fra quelli della Epoca de Oro; certamente molto più arguta e sottile delle pur apprezzate più banali commedie di Cantinflas, Pedro Infante e Tin TanUn pacifico e socievole tassidermista, vessato da una moglie insopportabile, bigotta, perfida e bugiarda, viene sospettato dell'omicidio della stessa, scomparsa da un giorno all'altro. Arturo de Córdoba è il mattatore assoluto e dimostra ancora una volta la sua versatilità anche in questa comedia negra. Ben pensati e descritti i tanti personaggi di contorno, a cominciare dal prete.

Little Murders (Alan Arkin, USA, 1971)

Uno dei due soli lungometraggi diretti da Alan Arkin, buona versione cinematografica di una commedia teatrale firmata da Jules Feiffer, apprezzato soprattutto come cartoonist, ma anche commediografo e sceneggiatore. Ho l’impressione che questo sia uno di quei film fatti quasi in famiglia, con molti attori noti ai quali è affidata un personaggio peculiare che appare in una singola scena. Per esempio a Lou Jacobi e Donald Sutherland sono affidati due lunghi sermoni in merito al matrimonio (il secondo lo celebra in modo assolutamente fuori da ogni regola) e lo stesso Alan Arkin appare solo verso la fine nei panni del tenente Practice. Nei ruoli principali ci sono Elliot Gould e un sensazionale Vincent Gardenia, ben coadiuvati dalle rispettive mogli (nel film): Marcia Rodd ed Elizabeth Newquist. La storia è ambientata in una New York dove si spara per strada e dai balconi, senza un preciso motivo e colpendo a caso. Molti dialoghi sono esilaranti per avere una apparente logica e portando a conclusioni paradossali.

  

The Silent Partner (Daryl Duke, Can, 1978)

In effetti è più thriller-crime che dark comedy negra, ma comunque vi sono varie situazioni particolari quasi da commedia. Resta il fatto che siamo di fronte a un'ottima e intricata trama con tante sorprese e colpi di scena Elliott Gould e Christopher Plummer fanno a gara a chi sia più bravo nei rispettivi personaggi e la scelta fra i due è difficile. Sottotono le donne e gli altri coprotagonisti. La storia ha inizio con una scoperta casuale da parte di un impiegato di banca modello (Gould) che poi, per vari motivi, viene indotto a inserirsi negli eventi … e ci riesce molto bene. Tuttavia, durante tutto il film dovrà guardarsi dal suo sadico e violento antagonista (Plummer) e contrattaccando con grande astuzia e creatività, fino all’ultimo respiro (tanto per inserire una citazione cinefila).

Matando Cabos (Alejandro Lozanos, Mex, 2004)

Anche questo vede protagonisti dei criminali (abbastanza sprovveduti) ed è forse più violento di The Silent Partner, ma revolverate, torture e pestaggi sono porti in modalità da commedia. Un rapimento a scopo di estorsione ha uno sviluppo inaspettato quando si cominciano ad ingarbugliare le vicende di due “bande” (eufemismo) una volontaria e l’altra di necessità, quest’ultima aiutata da un ex wrestler (l’ottimo Joaquín Cosio). Continui equivoci, scambi di auto e di persona, strani personaggi di contorno e visioni (queste un po’ sopra le righe) non concedono pause, tanto da richiedere una certa attenzione per ricordare dove sono i protagonisti, su quale auto, dove è il rapito, ecc. visto che l’intreccio e veramente tale ed in continuo evolversi.

Death at a Funeral (Frank Oz, UK, 2007)

È il più recente e certamente il più conosciuto, ma non lo confondete con il (solito) remake americano del 2010 decisamente più scadente, come accade nel 99% dei casi. In occasione di un funerale si ritrovano tanti membri di una famiglia e gli amici più cari, fra loro ci sono innumerevoli personaggi particolari, ognuno con le sue fisime, gelosie e ambizioni, di stato sociale medio alto ed in particolare i più avanti con l’età più attenti alle formalità della situazione, molto trascurata dai più giovani. Scorre piacevolmente e senza pause, sempre scoppiettante ed effervescente grazie a situazioni inaspettate ben proposte, conseguenti non solo dai diversi punti di vista dei protagonisti ma soprattutto per troppi allucinogeni ingeriti involontariamente e per la presenza di un ospite sconosciuto e certamente indesiderato. Tante le sorprese e i colpi di scena, fino all’ultimo.

 

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lunedì 9 novembre 2020

Micro-recensioni 376-380: un thriller e 4 a soggetto filosofico - religioso

I quattro (di 4 paesi diversi) hanno tuttavia approccio e stile completamente diverso, dal rigoroso rispetto delle sacre scritture al confronto con idee eretiche, dal confronto Dio / Diavolo / Morte alla satira dissacrante che propone un ampliamento della Trinità e tira in ballo Apocalisse e Paradiso. Per quanto riguarda i contenuti è inutile approfondirli in quanto, ovviamente, ognuno di noi ha le proprie idee e convinzioni e non sono argomenti da esaurire in poche righe. Tutti risultano più interessanti e comprensibili a chi ha almeno discrete conoscenza religiose.

Sono film da guardare e, soprattutto, ascoltare con attenzione e poi discuterne in buona compagnia. Nel complesso si tratta di 5 ottimi film, 3 dei quali candidati Oscar e hanno rating medi del 98% su RT. Per essere tanto diversi, mi è difficile metterli in ordine di gradimento e quindi procederò in ordine cronologico.

 

The Fallen Idol (Carol Reed, UK, 1948)

Un ottimo film tratto da un ottimo racconto (The Basement Room, 1936) di Graham Greene; essendo uno dei miei autori preferiti avevo letto prima la short story e poi scoprii l’esistenza del film, dal titolo diverso. Notevoli anche le interpretazioni di Ralph Richardson e Michèle Morgan, nonché il piccolo Bobby Henrey (9 anni) perfetto nel ruolo dell’insopportabile figlio dell’ambasciatore, intrigante e bugiardo seppur (secondo lui) a fin di bene. Comportamento che ricorda molto quello di Bobby Driscoll, protagonista in The Window (1949, di Ted Tetzlaff) che non viene preso nella debita considerazione dalla polizia e neanche dai propri genitori (consiglio di recuperarlo e guardarlo, Nomination Oscar per il montaggio). La storia di The Fallen Idol è perfetta, con tanti incidenti di percorso, incontri casuali quanto inopportuni e colpi di scena. Le situazioni nella parte finale, con gli interrogatori del sospettato, della presunta complice e del testimone, cambiano vorticosamente considerato che tutti mentono, seppur per motivi diversi. Non ve lo perdete … 100% su RT e 2 Nomination Oscar (regia e sceneggiatura)

Macario (Roberto Gavaldón, Mex, 1959)

Questo è il film “filosofico” del gruppo in quanto al poverissimo e affamatissimo protagonista viene chiesto in successione da Dio, dal Diavolo e dalla Morte, di offrire parte del suo sognato, e finalmente ottenuto, tacchino al forno tradizionale del Dìa de Muertos. Lo dividerà solo con uno e da ciò deriveranno fama e denaro con conseguenti problemi. Ottenne la Nomination Oscar come miglior film straniero (prima candidatura per il Messico), ma il premio andò a La fontana della vergine (Ingmar Bergman); questo non è il suo solo legame con il regista svedese visto che molti vedono in Macario molti punti in comune con uno dei suoi migliori film: Il Settimo sigillo (1957).

  

Il Vangelo secondo Matteo (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1964)

Terzo lungometraggio di Pasolini, diretto un anno dopo RoGoPaG nel quale è compreso La ricotta, corto che diede la stura a feroci polemiche e, in parte trattava argomento simile (rappresentazione di ultima cena e crocefissione). Tuttavia il taglio in questo caso è totalmente diverso e i testi sono ripresi alla lettera da una versione approvata del Vangelo. Certamente il contesto e la messa in scena conta e per questo ebbe qualche critica, ma in linea di massima ebbe il plauso anche degli ambienti e alte sfere religiose. A parte ciò, tecnicamente è un gran bel film che conta sulla fotografia (b/n) di Tonino delli Colli, una eccellente direzione di attori non professionisti, i costumi di Danilo Donati e suggestiva e calzante colonna sonora che spazia dalla musica classica, al gospel e al Gloria della Missa Luba. Interessantissima anche la scelta delle location fra le quali spicca la Gerusalemme ambientata nei Sassi di Matera, sfollati nel decennio precedente. Ottenne 3 Nomination Oscar (costumi, scenografia e colonna sonora).

La via lattea (Luis Buñuel, Fra, 1968)

Anche Buñuel si attenne esattamente ai testi e cronache ufficiali, ma si occupò soprattutto delle eresie e quindi delle diverse interpretazioni della Bibbia e ciò è messo ben in chiaro nei titoli di coda nei quali appare questa dichiarazione: “Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.” Per collegare i vari eventi e teorie sviluppatesi in secoli diversi la narrazione segue il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela di due francesi che si troveranno “miracolosamente” in luoghi ed epoche diverse. Film premiato a Berlino.

Así en el cielo como en la tierra (José Luis Cuerda, Spa, 1995)

Infine, il più moderno, il più folle e irriguardoso, fedele allo stile di Cuerda. Anche lui si basa sulle sacre scritture, richiamate numerose volte, ma soprattutto sull’Apocalissi di Giovanni. In questa commedia grottesca si immagina che ogni paese abbia il proprio Paradiso e che questo ne rispecchia tradizioni, cultura e stato sociale (in questo caso la Spagna). Dio (Fernando Fernán Gómez), insoddisfatto della situazione sulla terra decide di avere un secondo figlio ma ben presto si rende conto che la cosa non è semplice e le conseguenze potrebbero portare a più gravi problemi. Nello stile classico della comedia negra spagnola, sulla scia di Berlanga e Azcona, Cuerda (sceneggiatore unico) propone in maniera ironica i mille problemi e contraddizioni derivanti dall’interpretazione letterale delle Bibbia in contrasto con i tempi attuali. Spiccano le interpretazioni di Paco Rabal (San Pietro) e dell’ineffabile Luis Ciges nei panni di un gioviale ubriacone appena giunto in Paradiso.


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giovedì 5 novembre 2020

Micro-recensioni 371-375: gradite sorprese da Kazakistan e Messico

Due film molto “etnici” spiccano in questo gruppo ancora una volta eterogeneo, entrambi con attori non professionisti. Il primo mostra una realtà pressoché sconosciuta con tratti sarcastici, personaggi e situazioni peculiari che in alcuni momenti ricordano Kusturica … ma siamo nelle aree desertiche kazake. L’altro è un film recentissimo, disponibile anche in Italia su Netflix da pochi mesi, che cala gli spettatori nel mondo giovanile di Monterrey (Messico) fra musica latina alternativa, look quasi USA e narcos.

 

Tulpan (Sergei Dvortsevoy, Kaz, 2008)

Come anticipato, questo è “etnico” al 100% in quanto l’intera storia ruota attorno ad una piccola famiglia dedita alla pastorizia, che vive isolata nel semideserto in una iurta (la classica grande tenda utilizzata anche dai mongoli e kirghisi). Mostrando le attività di routine, diventa quasi un documentario ma allo stesso tempo mette in luce i tormenti di Asa (il protagonista cognato del capofamiglia) che vorrebbe avere un gregge per sé e trovare moglie, in particolare ambisce alla mano di Tulpan, praticamente l’unica ragazza nel raggio di chilometri. Ci sono anche altri personaggi interessanti come i genitori di Tulpan, il veterinario che arriva in sidecar con un giovane cammello al lato e Beke, amico di Asa che si sposta nel deserto su un piccolo trattore suonando Rivers of Babylon a tutto volume. Notevoli i tre bambini: il maggiore recita a memoria le notizie del giorno al padre che non le ha potute ascoltare, la ragazzina canta quasi ininterrottamente a squarciagola, il piccolo corre all’impazzata sul suo cavallo di legno (un bastone). Grazie anche all’ambiente esotico (affascinante), le riprese risultano molto piacevoli e curate, con tanta camera a mano; non a caso Tulpan ottenne la Nomination alla Golden Camera a Cannes, dove comunque ricevette 3 Premi. La qualità è ulteriormente confermata dal 93% di recensioni positive (su 71) in RottenTomatoes.

Ya no estoy aqui (Fernando Frias, Mex, 2019)

E questo è l’altro film che mi ha sorpreso, sia per l’argomento che per l’ambiente e la tecnica cinematografica. Il primo è soprattutto la solitudine e l’emarginazione alle quali alcuni giovani si oppongono creando gruppi con interessi comuni (in questo caso la musica) e riuscendo così a restare fuori dal giro della droga; la situazione si complica quando il protagonista sarà obbligato a lasciare Monterrey per andare clandestinamente a New York dove si troverà ancor più isolato. L’ambiente è prima quello dei quartieri disagiati di una grande città del nord del Messico, controllata dai cartelli della droga, fra costruzioni non completate e strade malandate, e poi fra gli immigrati (regolari e non) che si arrabattano nella Grande Mela, non solo latini ma anche asiatici. Infine la tecnica, non solo le riprese sono apprezzabili, ma anche i costumi e le acconciature dei protagonisti focalizzano l’attenzione, e la cumbia rebajada (variante nata proprio a Monterrey dell’omonimo classico ritmo latino, suonata volutamente più lentamente) che viene utilizzata come colonna sonora senza mai divenire invadente, anche quando i ragazzi ballano per strada o sui tetti. Visione molto interessante, consigliata.

  

Essendomi dilungato, sarò più conciso in merito a questi altri 3 film, buoni nei rispettivi generi, ma al di sotto delle mie aspettative.

Wild River (Elia Kazan, USA, 1960)

Apprezzo il regista e ho voluto guardare anche questo suo film del quale non avevo mai sentito parlare. Storia abbastanza banale con un po’ di razzismo miscelato con una guerra di resistenza nei confronti dell’autorità (e del progresso). Montgomery Clift è ancor meno convincente del solito (in effetti l’ho apprezzato solo in Un posto al sole (1951, di George Stevens) e in Da qui all’eternità (1953, di Fred Zinneman), occasioni nelle quali fu candidato all’Oscar. Del resto del cast si salva solo Jo Van Fleet (Oscar non protagonista in La valle dell’Eden, 1956) che ben interpreta l’ostinata anziana ribelle, pur avendo all’epoca solo 45 anni. Pessime le luci, sempre sparate sui volti dei protagonisti anche in luoghi chiusi, senza luce e all’imbrunire. Secondo me un passo falso del pur bravo Kazan.

The Grandmaster (Kar-Wai Wong, HK, 2013)

Certamente non il migliore di Kar-Wai Wong (regista di In the Mood for Love), la buona fotografia della quale avevo letto e che mi ha indotto a guardarlo in fin dei conti non è migliore di tanti altri film del genere. La storia si dipana lentamente, fra tanti primi piani di esperti di arti marziali che filosofeggiano a modo loro (dialoghi veramente banali) intervallati da combattimenti impossibili mostrati alternando primi piani di mani, scarpe e volti con salti, voli e colpi, velocissimi e poi rallentati. Scene viste e riviste … spesso montate molto meglio. Noioso e in sostanza evitabile.

The Wicker Man (Robin Hardy, UK, 1973)

Avevo trovato un dvd con uguale titolo ma poi scoprii che si trattava di un remake del 2006 con Nicholas Cage protagonista e un “ottimo” 3,7 su IMDb. Al contrario l’originale del 1973 vanta 7,5 sullo stesso sito ed è considerato un cult tanto che nel 2013 ne è stata proposta una nuova versione restaurata ed allungata con titolo The Wicker Man - Final Cut (100% su RT). Da segnalare che, checché ne dica IMDb, non lo definirei horror ma solo mistery/thriller in quanto si svolge su una piccola isola inglese abitata da una comunità di folli pagani governata da tale Lord Summerisle, interpretato da Christopher Lee. L’attore noto per i suoi film veramente horror, apprezzò tanto il progetto che si mise a disposizione gratuitamente e successivamente dichiarò che quello fu uno dei suoi migliori ruoli. Interessante la suspense, ma soprattutto i costumi della festa, per lo più rappresentanti animali; per il resto senza infamia e senza lode.     

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lunedì 2 novembre 2020

Micro-recensioni 366-370: il Luis Buñuel meno conosciuto

Delle 5 commedie messicane del dopoguerra inserite in questo gruppo, 4 furono dirette dall'acclamato regista spagnolo in esilio oltreoceano e fanno parte della sua produzione meno conosciuta; pur non essendo capolavori, ebbero successo e gli permisero di girare film indimenticabili come Los olvidados, El, El angel exterminador, Viridiana ...

In effetti molti degli oltre 30 film di Buñuel hanno una parte di commedia, a volte solo in alcune scene o per dei personaggi grotteschi come i mendicanti che partecipano al banchetto di Viridiana o ancor più chiaramente negli ultimi suoi film seppur con vena surrealista. Anche le sceneggiature di quelli apparentemente più drammatici contengono spesso incisivi spaccati sociali seppur presentati con sarcasmo, sia degli ambienti ricchi (Ensayo de un crimen, El, ...) sia fra i meno abbienti ed emarginati (Los olvidados); altre volte li mette a confronto come in Journal de una femme de chambre o El gran calavera. Quest’ultimo fu il suo primo vero film considerato che le due pietre miliari del surrealismo (di una ventina di anni prima) erano di durata ridotta e dopo una lunghissima forzata pausa, aveva ripreso nel 1947 con Gran Casino, più che altro un musical con la star dell'epoca Jorge Negrete.

Si devono altresì sottolineare i grandi meriti di Luis Alcoriza (anche lui spagnolo in esilio) non per il piccolo ruolo in El gran calavera, bensì per essere suo sceneggiatore quasi imprescindibile durante tutto il periodo messicano. Infatti, delle suddette 4 commedie solo Subida al cielo non è opera sua e fu autore anche di Los olvidados (1950), El bruto (1953), El (1953), El río y la muerte (1954), giusto per restare in quel quinquennio, ma voglio ricordare che nel 1962, insieme con lo stesso Buñuel che poi stese la sceneggiatura definitiva, scrisse anche il soggetto di uno dei suoi migliori film in assoluto: El ángel exterminador (IMDb 8,1 e 93% su RT, Miglior film del 1963 per Cahiers du Cinéma, Premio FIPRESCI e Nomination Palma d'oro a Cannes).

Ho voluto iniziare questa breve rivista delle sue commedie più classiche del periodo messicano con El gran calavera non solo per procedere in ordine cronologico, ma anche perché fu quello che mi fece scoprire quest’altra faccia di Buñuel. Mi ci imbattei al Museo de las Culturas a Ciudad de Mexico nel 1983, quando conoscevo solo i due lavori surrealisti e quelli girati in Europa (soprattutto in Francia) dove la maggior parte dei film diretti oltreoceano (in particolare quelli destinati al grande pubblico) erano praticamente sconosciuti. Nel quinquennio nel quale furono prodotte queste 4 commedie Buñuel fu particolarmente attivo, dirigendo una dozzina di film (oltre un terzo della sua filmografia di appena una trentina di titoli) alternando commedie di cassetta, film più impegnati e anche alcuni dei suoi più famosi film drammatici nei quali, comunque non è mai del tutto assente la vena grottesca.

 

El Gran calavera (Luis Buñuel, Mex, 1949)

Venendo ai film di questo gruppo, e procedendo in ordine cronologico, il primo è basato su una commedia di successo, adattata da Luis Alcoriza e sua moglie Janet. Il protagonista, ricchissimo industriale alcolizzato, è attorniato da parenti e dipendenti che sfruttano la sua bontà d’animo e generosità, vivendo da veri parassiti. Una originale terapia d’urto ideata da un suo fratello (onesto medico) porterà ad una serie di cambiamenti radicali e colpi di scena fino all’ultima scena, mettendo in risalto differenze fra gli stili di vita dei possidenti e dei lavoratori. Nel 2013 Gary Alazraki ne ha diretto un remake (Nosotros los Nobles) adattato ai tempi moderni, campione d’incassi in Messico.

La hija del engaño (Don Quintín el amargao) (Luis Buñuel, Mex, 1951)

Si tratta di una commedia drammatica che vede di nuovo l’ottimo e versatile Fernando Soler nei panni del protagonista, un uomo divenuto scontroso e a volte violento dopo aver scoperto il tradimento della moglie, cacciata di casa all’istante. Non posso aggiungere altro per evitare spoiler, ma sappiate che i due titoli alternativi forniscono chiari indizi. In effetti il secondo è il titolo dell’originale commedia spagnola della quale già erano state realizzate versioni cinematografiche nel 1925 e nel 1935; della seconda Buñuel fu produttore e collaborò (uncredited) sia alla regia che all’adattamento, pertanto alcuni considerano la versione del ’51 un remake di un proprio film. Circolò in penisola iberica dal 1974 e poi fu presentato a Berlino nel 2009.

  

Subida al cielo (Luis Buñuel, Mex, 1952)

Altro film pieno di personaggi e situazioni più o meno grottesche, fra comedia negra, dramma, realismo e road movie. Tutta la consistente parte centrale descrive un relativamente lungo viaggio in bus con un giovane sposo insistentemente tentato da una bellezza locale, un aspirante deputato, un rappresentante di galline, capre, una bara (piena) con seguito, bambini pestiferi; aggiungete festa della madre dell’autista che invitati tutti i passeggeri, ai quali si aggiungono turisti americani, guadi di fiume, pericolose strade sul ciglio di un precipizio, e altro ancora che lasciano inizio e fine come causa del viaggio, fondamentale per il protagonista, ma in effetti poco importante per il film nel suo complesso.

La ilusión viaja en tranvía (Luis Buñuel, Mex, 1954)

Qui non c’è un bus, bensì un tram di Ciudad de Mexico che deve essere demolito, ma due dipendenti dell’azienda (uno pretendente della sorella dell’altro) decidono di fargli fare un’ultima corsa. Come nel film precedente, in questo viaggio, seppur urbano, succederà pressoché di tutto e i due si confronteranno con tante situazioni certamente impreviste e soprattutto con un anziano tramviere in pensione, claudicante e irriducibile, che li smaschera e li persegue.

Allà en el rancho grande (Fernando de Fuentes, Mex, 1949)

Non proprio un musical, ma certamente i pezzi cantati da Jorge Negrete (il protagonista) e da altri occupano parte importante del film. Si tratta di un remake dell’omonimo film diretto dallo stesso regista nel 1936, ma né l’uno né l’altro sono di qualità paragonabile ai film della Trilogia de la Revolucion: El prisionero trece (1933), El compadre Mendoza (1934) e Vámonos con Pancho Villa (1936). Film certamente evitabile pur avendo avuto un certo successo durante la Epoca de Oro del Cine Mexicano.

giovedì 29 ottobre 2020

Micro-recensioni 361-365: gruppo vario, sostanzialmente buono

Gruppo molto vario in quanto a generi (noir, drammatico, thriller, storia vera, commedia grottesca), ma con prevalenza anglofona. Ognuno ha i suoi pro e i suoi contro, non ci sono film memorabili, ma tutti certamente più che sufficienti.

 

The strange love of Martha Ivers (Lewis Milestone, USA, 1946)

Noto e apprezzato noir nel quale Kirk Douglas è già co-protagonista pur essendo al suo esordio assoluto sul grande schermo, dopo aver debuttato 5 anni prima in palcoscenico a Broadway. Si trova in ottima compagnia visto che i personaggi principali sono interpretati dai “veterani” Barbara StanwyckVan Heflin. Noir in stile abbastanza classico ma non il solito “guardie e ladri”, la trama è divisa in due tempi ben distinti, un prologo con i due adolescenti che saranno poi protagonisti della parte più consistente, quando si incontreranno di nuovo, quasi 20 anni dopo. Nomination Oscar per la sceneggiatura.

Iklimer (Nuri Bilge Ceylan, Tur, 2006)

Nonostante la lentezza estenuante, con dialoghi ridotti al minimo e lunghe inquadrature dei protagonisti immersi nei loro pensieri, il film è ben realizzato e conferma l’attenzione nella composizione delle inquadrature, nella fotografia in sé e per sé e nell’abilità di trovare punti di ripresa originali, giocando molto specialmente sulle profondità di campo. Coppia di professionisti borghesi (professore universitario lui, produttrice televisiva lei) in crisi, ma non solo per differenza di età. Il regista è anche protagonista e la più giovane compagna è interpretata da sua moglie Ebru. Succede molto poco nell’arco di vari mesi, scene allungate a dismisura. Premio FIPRESCI e Nomination Palma d’Oro a Cannes dove Nuri Bilge Ceylan ha riscosso sempre grande successo; con 7 film ha ottenuto 8 Premi e 6 Nomination.

  

In the Name of the Father (Jim Sheridan, Irl/UK, 1993)

Storia drammatica e avvilente, ma le ottime interpretazioni non bastano a farne un gran film in quanto ha i limiti di tanti film del genere, vale a dire storia vera (quindi conosciuta e di conseguenza senza grandi sorprese) alla quale si aggiunge una regia mediocre. È risaputo e riconosciuto che portando sul grande schermo situazioni di ingiustizie e clamorose prevaricazioni vari film - di sicuro cinematograficamente abbastanza piatti - sono arrivati fino agli Oscar. Quindi allo spettatore resta ammirazione per le prove di Daniel Day-Lewis e Pete Postlethwaite (la pur brava Emma Thompson ha parte molto marginale) e un senso di repulsione per i comportamenti di polizia e giudici in questo eclatante caso giudiziario dell’epoca, ma niente di più. Nonostante le 7 Nomination, non ottenne alcun Oscar.

El hombre sin rostro (Juan Bustillo Oro, Mex, 1950)     

Thriller psicologico (nel vero senso della parola) alla ricerca di un misterioso assassino seriale di donne, “l’uomo senza volto” del titolo. Chi gli dà la caccia è un ispettore palesemente turbato e ossessionato dal ricordo della sua defunta madre, che spesso si confronta con il suo amico collega medico legale che gli dà consigli sulla strada da seguire sia per risolvere i suoi problemi, sia per smascherare il killer. Fino alle ultime scene lo spettatore viene spinto a rimanere in dubbio su quale dei due sia il vero assassino … o è un terzo? Sempre affidabile Arturo de Córdova, buona la regia di Juan Bustillo Oro che, oltretutto, nelle scene dei sogni propone inaspettate scenografie che richiamano quelle dell’espressionismo tedesco degli anni ‘20.

Beat the Devil (John Huston, USA, 1953)

Ho ri-guardato per l’ennesima volta questa mediocre dark comedy, quasi fallimentare anche nel vero senso della parola in quanto portò sull’orlo della bancarotta Humprey Bogart, non solo protagonista ma anche produttore. Non bastano i tanti nomi famosi non solo fra gli attori (Jennifer Jones, Gina Lollobrigida, Peter Lorre, …) ma anche nel resto del cast (fotografia di Robert Capa e sceneggiatura di Truman Capote) a salvare questo film diretto da un regista di tutto rispetto: John Huston. A chi si chiede perché continui a guardare Beat the Devil rispondo: per essere stato in gran parte girato in Costiera Amalfitana (che mi azzardo a dire conosco come le mie tasche), con base a Ravello. Molti luoghi, piazze, strade e palazzi sono facilmente riconoscibili, seppur ovviamente oggi vari sono ben cambiati. Alcuni personaggi sono ben pensati e varie situazioni sono abbastanza originali, ma nel complesso la trama non sta né in cielo né in terra.

lunedì 26 ottobre 2020

Micro-recensioni 356-360: 5 cinematografie diverse, 2 opere prime

Ancora un gruppo eterogeneo (Messico, Brasile, Portogallo, Giappone e UK/USA) che stavolta include due film d’esordio, uno dei quali è senz’altro il più interessante della cinquina, considerando anche il prosieguo della carriera del regista sceneggiatore Martin McDonagh.

  

In Bruges (Martin McDonagh. UK/USA, 2008)

Commedia grottesca con sceneggiatura tagliente (nomination Oscar), molto poco buonista e certamente non politically correct. Non risparmia niente e nessuno, da quello che oggi è di moda chiamare body shaming, agli stereotipi di nazionalità, da traffico di droga e armi a killer “d’onore”. Perfetti nei rispettivi ruoli i protagonisti Colin Farrell e Brendan Gleeson, nonché Ralph Fiennes che però compare solo nella seconda parte; non da meno sono gli interpreti di personaggi minori, sempre ben caratterizzati da McDonagh, regista e unico sceneggiatore del film. Si potrebbe dire che è strutturato come una serie di sketch che presentano situazioni del tutto diverse (spesso memorabili), a volte con personaggi-meteora altre volte invece ricompaiono inaspettatamente.

In tempi nei quali pare non si possa dire o fare più niente senza che insorga questa o quella minoranza, In Bruges è un toccasana per chi sa cogliere il lato ironico delle cose e sa ridere anche dei propri difetti. Questo fu il primo film di McDonagh che poi, al suo terzo lavoro - ben 9 anni più tardi - Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, si fece conoscere dal mondo intero.

Vidas secas (Nelson Pereira dos Santos, Bra, 1963)

Uno dei film simbolo del Cinema Novo brasiliano, un neorealismo d’oltreoceano spesso ambientato nelle aride campagne del nord (il sertão) dove si lottava per sopravvivere, non solo contro la natura ma anche con i prepotenti, politici e militari. Apprezzabile la fotografia in b/n e le interpretazioni degli attori (tutti esordienti ingaggiati sul posto) dei quali solo Joffre Soares intraprese poi la carriera professionale conclusa con un centinaio di film all’attivo. Premiato a Cannes e Nomination Palma d’Oro.

  

The Snare (Yasuzô Masumura, Jap, 1973)

Questa volta Masumura si cimenta nel genere chambara (samurai e spade) dirigendo il secondo film della trilogia che vede protagonista Hanzo the Razor, un poliziotto violento ma incorruttibile, imbattibile sia con la spada che con qualunque altra arma, grande amatore, che persegue i propri fini agendo con audacia al limite della legalità. Esagerato come quasi tutti quelli di tale genere, ha una trama che tende più all’intrigo economico e politico che alla classica storia di samurai. Come gli altri del periodo conclusivo della sua carriera, anche questo è a colori … a mio giudizio si esprimeva meglio con il bianco e nero. Abbastanza violento ed in parte erotico (genere più volte trattato da Masumura nei suoi ultimi film) riesce ad essere comunque snello e pieno di colpi di scena e quindi si lascia guardare.

Los confines (Mitl Valdez, Mex, 1967)

Mitl Valdez esordì alla regia con questo film che combina un paio di racconti (Talpa e Diles que no me maten) e parte di un romanzo (Pedro Paramo) del notissimo (almeno in patria) autore messicano Juan Rulfo, capostipite del realismo magico, stile poi seguito anche da Gabriel García Márquez, suo grande estimatore. Se da un lato è visivamente ben presentato, dall’altro c’è da dire che Valdez abusa nel far recitare ad una voce fuori campo interi brani degli scritti ai quali si è ispirato. Di conseguenza ci sono contenuti più che buoni ma male adattati al grande schermo.

Recordações da Casa Amarela (João César Monteiro. Por, 1989)

Si tratta di un film strano, certamente quello più fuori dagli schemi in questo gruppo. Il protagonista (interpretato dallo stesso regista) è un uomo di mezza età, malaticcio, svagato, erotomane, sostanzialmente instabile, che vive in una casa di pensionanti di varie età, estrazioni sociali e professioni (se ne hanno una). Da ciò è facile intuire che la sostanza sta nei rapporti con i coinquilini, con la padrona di casa e qualche vicino.

 

#cinema #cinegiovis