lunedì 4 novembre 2019

66° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (326-330)

Interessante gruppo con tanti film di uscita recente (il più vecchio è del 2014), The Lighthouse e Luce, pur contando su attori ben noti e avendo avuto buona accoglienza di critica e di pubblico, non sono neanche ancora annunciati in Italia.

   

330  The Lighthouse (Robert Eggers, Can, 2019) * con Willem Dafoe e Robert Pattinson * IMDb  8,3  RT  92% *  Premio FIPRESCI a Cannes
Dramma in stile teatrale con solo due attori: il sempre affidabile Willem Dafoe e il molto migliorato Robert Pattinson, una sorpresa per chi, come me, se lo ricorda come licantropo nella saga Twilight. I due vanno su uno scoglio (arduo definirlo un’isola) a rilevare un’altra coppia di faristi con i quali non scambiano neanche una parola. Ovviamente, il più anziano (Dafoe) è il responsabile, l’altro è l’aiutante tuttofare, alla prima esperienza del genere. Dovendo rimanere lì 4 settimane (che poi diventeranno di più a causa del maltempo) e avendo bei caratterini la convivenza non sarà semplicissima. Se a questa precaria situazione si aggiungono l’alcool e le allucinazioni del giovane, le cose non possono che peggiorare.
La sceneggiatura è opera dello stesso regista, insieme con suo fratello Max, e non è per niente banale, con forti implicazioni psicologiche e richiami alla mitologia greca. In quanto alla parte tecnica, Eggers ha fatto scelte ben precise utilizzando per le riprese vecchie 35mm, un formato vecchissimo, quasi quadrato, 1,19:1, e pellicola b/n poco sensibile ben diversa dai nitidissimi risultati dei b/m di ultima generazione.
Certamente in vari punti la storia mi è apparsa esagerata, ma nel complesso regge più che bene ed è ben messa in scena. L’ambientazione (sia gli interni, che il faro e l’inospitale isolotto roccioso) è affascinante, i dettagli sono stati replicati da un faro di inizio ‘900, compresa la lanterna Fresnel e la sirena antinebbia a vapore che suona ritmicamente per decine di minuti.
Per specifica volontà degli Eggers, Dafoe parla un gergo marinaro dell’epoca (fine ‘800) e Pattinson con un particolare accento dei boscaioli del Maine; se guardate la versione originale siete avvisati, nessuno dei due idiomi è un inglese normale …
Certamente non è un film per il grande pubblico, ma ha molti meriti che evidentemente sono stati apprezzati a Cannes dove ha vinto il Premio FIPRESCI.
Io lo consiglio, ma prima di andare a guardarlo è bene che leggiate altre opinioni che comunuque, a giudicare dai rating, sono positive sia da parte del pubblico che da parte dei critici.

326  What we do in the shadows (Jemaine Clement, Taika Waititi, NZ, 2014) tit. it. "Vita da vampiro" *  con Jemaine Clement, Taika Waititi, Cori Gonzalez-Macuer * IMDb  7,7  RT  96% 
Mockumentary-commedia demenziale che vede protagonisti un gruppo di vampiri, amici da secoli (nel vero senso della parola) che condividono una casa a Wellington, Nuova Zelanda. Ci sono anche associazioni di streghe e zombie (con le quali sono associati), ma non mancano i lupi mannari che fanno vita a sé pur essendo in essere rapporti di “buon vicinato” (relativo).
Affascinante la grande magione, ovviamente senza luce solare, ma con scantinati e ripostigli, arredata in modo estremamente peculiari gli abbigliamenti, i disegni e gli arredamenti. Nella versione originale il forzato finto accento Europa dell'est per il gruppo di vampiri (immigrati) contrasta con l'accento neozelandese dei vampiri moderni e delle loro vittime. Gran spargimento di sangue ma sempre porto in modo sarcastico e divertente. Ottima anche la scelta dei tanti pezzi della colonna sonora che comprende classica, rock, musiche orientali e brass band balcaniche.
Film breve (86’) ma intenso, demenziale ma arguto, ben girato, ben diretto e ben interpretato. I registi sono anche gli sceneggiatori, nonché interpreti principali; budget 1,5 milioni di dollari.
Autorevole fonte mi dice che fu distribuito in versione italiana; il film passò al Torino Film Festival, ottenendo oltretutto il Premio della giuria. In effetti è pluripremiato e, visto il successo dei personaggi, dal film ne è scaturita una serie televisiva (molto apprezzata) giunta ora alla seconda stagione.
Consigliato.

      

329  Luce (Julius Onah, USA, 2019) * con Naomi Watts, Kelvin Harrison Jr., Octavia Spencer, Tim Roth * IMDb  6,9  RT  92%
Sottile dramma famigliare/scolastico, retto da una interessante sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con J.C. Lee (basata su un suo lavoro teatrale) e interpretato da un cast di tre navigati e bravi attori e Kelvin Harrison Jr., promettente 25enne con alle spalle una ventina di film. Esordì in 12 Years Slave, ha partecipato a Birth of a Nation e Mudbound, questo è uno dei 5 film di quest’anno, altri 3 sono già in postproduzione per le uscite 2020 … sembra ben avviato.
Naomi Watts e Tim Roth sono genitori adottivi di uno studente modello (eritreo, salvato dalla guerra), apprezzato da tutti, atleta di punta della scuola, ma ad un certo punto si scatenano una serie di equivoci, mezze bugie, sospetti, soprattutto a causa della troppo intrusiva insegnante Octavia Spencer. I continui cambiamenti di atteggiamento dei coniugi (che cominciano ad avere problemi anche fra loro), l’entrata in scena della sorella (disturbata) dell’insegnante e di una ex di Luce, l’intervento del preside e problemi razziali di fondo mantengono sempre alta la tensione. Anche i (soliti) accesi diverbi, fra uno che vuole la “verità” (quella che viole sentire) e chi si ostina a ripetere che è quella già detta, sono ben proposti. Più volte veramente non si sa a chi credere essendo tutto basato su sospetti, voci e coincidenze che sono tutt’altro che prove certe.
A metà strada fra film drammatico basato sulla fiducia reciproca che quando viene a mancare è capace di spaccare anche una (fin lì) unita famiglia e sui problemi di un ambiente multietnico, con tante esternazioni in merito a guerre e politica, nonché razzismo, Luce risulta essere un film più che apprezzabile nel quale si nota l’impostazione teatrale, nel bene e nel male.
Consigliato.

327  Joker  (Todd Phillips, USA, 2019) * con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz * IMDb  8,8  RT  69%
Todd Phillips, con trascorsi di regista e sceneggiatore di commedie al limite del demenziale (la serie Hangover, Old School, Due Date, Borat, …), si cimenta in un genere completamente diverso, con alti e bassi. Piuttosto pretenzioso, Joker si fa forte soprattutto dell’ottima interpretazione di Joaquin Phoenix, che qui appare quasi come un trasformista, sia nell’abbigliamento che nell’aspetto fisico e, ovviamente, nelle espressioni facciali.
La nascita del personaggio Joker viene presentata come frutto di una combinazione di storie di prevaricazioni subite, uno squilibrio generale, difficile situazione famigliare. Nel deludente finale si vuole generalizzare il discorso facendolo diventare una quasi rivoluzione, esaltando differenze e contrasti sociali. Poco chiaro e aperto a varie interpretazioni è il rapporto fra il protagonista e Sophie che rimane un po’ a margine della storia. Riferimenti a film di Scorsese quali Taxi Driver e King of Comedy (entrambi con DeNiro protagonista, presente anche in questo film) sono ripetuti più volte. Una menzione di merito va invece all’ottimo e originale commento musicale e anche la colonna sonora è più che appropriata.
Per quanto mi riguarda, certamente non vale l’attuale rating IMDb (8,8 … ridicolo!), mentre mi sembra più appropriato, anche se forse un po’ generoso, il 69% di RT e infatti il Metascore è solo 59. In conclusione appena sufficiente.

328  Journal 64 (Christoffer Boe, Dan/Ger, 2018) * con Nikolaj Lie Kaas, Fares Fares, Johanne Louise Schmidt * IMDb  7,4  RT  82%p 
Poliziesco non brillantissimo e per lo più abbastanza scontato, con troppi flash back, almeno più del necessario. Trama molto forzata, adattata da un romanzo di Jussi Adler-Olsen, con avvenimenti mostrati o narrati compresi fra il 1961 e il nuovo millennio, ovviamente con alcuni protagonisti in comune.
Ho ritrovato Fares Fares, buon protagonista in The Nile Hilton Incident (ambientato in Egitto ma prodotto in Svezia) visto pochi giorni fa; libanese, attore dal 2000 in Svezia, esordì al cinema nel 2012 in Safe house nel ruolo di un antagonista di Denzel Washington … volto molto caratteristico.
Guardabile, ma nulla più.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

sabato 2 novembre 2019

Cibi e fiori esotici al Foster Botanical Garden

Giovedì mattina, dopo un summit per fare il punto della situazione in merito alle mappe, ci siamo uniti a gran parte dello staff per un Halloween Party , come avevo anticipato nel post precedente. Interessanti assaggi di pietanze tipiche delle isole del Pacifico, anche se alcune presenti in altri paesi tropicali, con leggere varianti:
Laulau chicken – piatto originale hawaiano, maiale o pollo avvolto in foglia di taro, una volta si cuoceva sotto la sabbia, oggi si inforna (foto al lato)
Ulu - breadfruit cotto in latte di cocco, con cipolla
Squid luau – stracotto di calamari a pezzetti e luau (foglie di taro), poi leggermente soffritto e infine amalgamato in latte di cocco con un poco di zucchero
Lomi salmon - insalata di salmone e pomodoro a cubetti, con un po' di cipolla e aromi
Poi donut - dolce, si è rivelato molto più gradevole del semplice poi (purea di taro, tubero ricchissimo di amido, base della cucina del Pacifico) che è fra i pochi cibi ai quali, quando posso, rinuncio ... per essere troppo "colloso".
Kakimochi (o Arare) – snack a base di riso insaporito nella soia che si combina con una gran varietà di altri ingredienti e viene preparate in tante forme e misure diverse.
Succo misto di guava e passion fruit

A tutta questa varietà ha fatto seguito ai tanti altri piatti orientali che ho scelto nei giorni precedenti, mangiando per lo più a Chinatown: Chicken Katsu udon, Char siu noodle (cantonese), Beef chow funn (cantonese), Mapo tofu soup noddle (giapponese, ma anche cinese, foto al lato), Liver, bacon and onions Hawaiian style (fegato fritto con bacon e cipolle, ben diverso da come di solito lo mangio in Italia, Spagna, Porttogallo)Garlic chicken udon salad (giapponese) … oggi è stato invece il turno di Wonton Laksa (nella foto di apertura). Questo è un piatto tipico malese, molto diffuso anche in Indonesia e Singapore; ci si può mettere dentro di tutto ma la base è costituita da una zuppa di curry e latte di cocco, sempre con verdure, germogli di soia e noodles. Oltre a ciò e, in questo caso, agli ovvi wonton, la mia comprendeva anche fette di tofu e mezzo uovo sodo. Ho posizionato i chopstick sui bordi della scodella monoporzione (una zuppiera enorme) per dare l'idea della quantità servita. Provate le versioni originali solo se sopportate il peperoncino! Resta uno dei miei piatti preferiti! 
Nel complesso ciò rispecchia la multietnìa delle Hawaii che, come ho ripetuto più volte, vede una maggioranza assoluta di asiatici e fra loro quelli di origine giapponese sono predominanti. Per esempio, fra la ventina di partecipanti c'erano solo due "bianchi" (haole), circondati da nativi, giapponesi, coreani, filippini, ...

Prima di avviarmi verso Kaimuki per il film quotidiano, e approfittando della bella luce, ho avuto anche il tempo di andare a scattare qualche foto di fiori all'aperto (questi in alto sono quelli enormi del Cannonball tree Couroupita guianensis) e poi nella serra delle orchidee. Peccato che il curatore (Randy) sia andato in pensione e non c'era nessuno che mi illustrasse le particolarità delle varie specie attualmente in fiore, eccone alcune:



In settimana prossima dovrei avere il tempo di scattare un po' di foto nell'Orto Botanico di Wahiawa.

venerdì 1 novembre 2019

65° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (321-325)

In questo gruppo domina un “film dell’anno” americano (l’ultimo di Tarantino) che si distingue nettamente dagli altri, 4 film giapponesi (o tre, a seconda di come si voglia considerare quello di Mizoguchi) di genere completamente diverso fra loro, anche se uno li comprende quasi tutti ...
   

325  Once Upon a Time in Hollywood (Quentin Tarantino, USA, 2019) * con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie * IMDb  8,0  RT  85% 
E per questo film si dovrebbe aprire un discorso pressoché senza fine, dati i suoi tanti livelli di lettura, tanti ottimi, alcuni un po’ eccessivi. Cercherò di essere stringato per quanto possibile.
Senz’altro è diverso dai film precedenti di Tarantino, non solo come contenuti ma come struttura in quanto è più vicino a un collage che a una storia con una certa linearità … ma non è che critichi la scelta. Ciò che ho trovato un po’ sovrabbondante è la quantità di citazioni e non per immagini (come spesso accade) ma con tanti nomi di attori, registi, cantanti che ovviamente non possono essere tutti conosciuti, specialmente alle nuove generazioni. Oltretutto, molti si riferiscono a serie TV americane di oltre mezzo secolo fa e i B-movie la fanno da padrone. Per esempio, la parte “italiana” del film si riduce ad una serie di titoli e di nomi, appare qualche poster e nulla più.
Detto di ciò che non ho apprezzato, tutto il resto è di livello più che buono come era lecito aspettarsi da Quentin Tarantino, secondo me un genio innovativo seppur legato alla classicità della cinematografia. Leonardo DiCaprio e Brad Pitt offrono ottime performance e sembrano trovarsi assolutamente a proprio agio in coppia. Ho letto che in effetti anche loro hanno gradito e che sperano di lavorare di nuovo insieme, qualcuno ha aggiunto potrebbero essere una nuova coppia in stile Paul NewmanRobert Redford.
I volti noti sono tanti e non solo quelli della solita gang di Tarantino, quasi tutti comunque ridotti ad apparire in poche scene, ma in modo significativo. Per esempio Kurt Russel e Zoë Bell sono qui partner e non più avversari mortali come in Death Proof (2007, Tarantino), ma torniamo al cappello … bisogna saperlo. Al posto di Bruce Dern ci sarebbe stato Burt Reynolds (se non fosse morto prima dell’inizio delle riprese) e avremmo visto anche Tim Roth (se non avessero eliminato la sua parte). I dialoghi sono spesso taglienti e la sceneggiatura per lo più snella e divertente, ma il film prende il volo solo nell’ultima parte quando, dopo tanta reverente venerazione per gli anni ’60 (non solo film e tv, ma anche abbigliamento, auto e musica) esplode il Tarantino che conosciamo, in un crescendo di sorprese e colpi di scena (specialmente per chi conosce gli eventi legati al caso Tate/Manson), suspense e violenza esagerata di puro genere splatter.
Quindi giudizio più che positivo, pur essendo limitato da ciò che per la maggior parte degli spettatori è quasi ermetismo, vale a dire tante citazioni sicuramente significative, divertenti e sarcastiche che si è certi che Tarantino abbia accuratamente scelto e inserito al momento giusto (in questo campo non lascia niente al caso), ma che non tutti possono cogliere.
Potrei aggiungere qualche altro commento, ma sarebbero degli spoiler.
Da non perdere.

323-4  The 47 Ronin - I e II (Kenji Mizoguchi, Jap, 1941-1942) tit. or. “Genroku Chûshingura” * con Tetsurô Tanba, Gô Katô, Kensaku Morita * IMDb  7,4  RT  82p% 
Anche se in seguito furono proposti come unico lungo film, si tratta di due film girati separatamente, usciti a vari mesi di distanza ed è risaputo che Mizoguchi provvide ad alcuni adattamenti, tenendo conto di alcune critiche ricevute in merito al primo. Si tratta di una storia di onore e lealtà di samurai (divenuti ronin per non avere più padrone), adattamento di lavori teatrali di Mayama Seika basati su eventi reali.
I fatti si svolgono nei primi anni del 1700 ma, considerato il particolare periodo all’inizio della II Guerra Mondiale, il film fu commissionato con finalità di propaganda morale. Appena una settimana dopo la premiere della prima parte ci fu l’attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbour.
Film senz’altro ben realizzato ma, in puro stile di Mizoguchi, molto lento, in particolare nella prima parte. Al contrario di quanto molti possano pensare, non c’è alcun combattimento e solo una spada viene sfoderata nelle circa quattro ore totali. Tutto si sviluppa a livello di discussioni in merito a onore, giustizia, vendetta, politica … e harakiri. Suggestivi gli interni dei palazzi, i costumi e i tipici cerimoniali giapponesi.
Imperdibile per chi non abbia idiosincrasia per questo genere di film … tutti gli altri lo troveranno noioso.

   

321  Rage  (Sang-il Lee, Jap, 2016) tit. or. “Ikari” * con Ken Watanabe, Mirai Moriyama, Aoi Miyazaki * IMDb 7,1  RT  90%p 
Film dalla costruzione molto interessante, per la cui corretta interpretazione bisogna procedere abbastanza avanti nella visione. Il preambolo propone un omicidio multiplo e poi subito si passa ad un montaggio intrecciato di varie storie con giovani personaggi singolari e diversi fra loro (ma in un certo senso simili). Quale sia il legame fra loro non è chiaro, né si percepisce immediatamente se siano contemporanee o si tratti di flashback, né se, come e quando confluiranno in una storia unica. 
Sotto questo punto di vista, il film risulta avvincente e mantiene sempre viva l’attenzione dello spettatore, anche perché molti personaggi danno l’idea di mentire ma non è sempre così. Pur non essendo un poliziesco vero e proprio (c’è molto spazio per amore e passione), non mancano momenti di tensione e suspense.
Merita una visione.

322  The Happiness of the Katakuris (Takashi Miike, Jap, 2001) tit. or. “Katakuri-ke no kôfuku” * con Kenji Sawada, Keiko Matsuzaka, Shinji Takeda * IMDb  7,1  RT  66% 
L’impareggiabile Jeannie, factotum del Movie Museum che di solito raccomanda i film, stavolta mi aveva avvertito: “Questo film è molto strano” … ed aveva ragione! Assolutamente indefinibile, parrebbe una revisione di vari generi, fra parodia e surrealismo, personaggi caricaturali che più volte interagiscono con figure di plastilina animate (claymation), qualche pezzo in stile musical! Ovviamente, questa sua incredibile miscela ha ricevuto plausi da alcuni (forse maggiori conoscitori dei sottogeneri giapponesi) ma anche tantissime stroncature da parte di altri.
Personalmente, ho apprezzato solo poche trovate che comunque non giustificano valutazioni complessive positive ma, ripeto, potrebbe esserci tanto altro che i non giapponesi non possono apprezzare. 
Non lo consiglio, anzi suggerisco di evitarlo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

giovedì 31 ottobre 2019

Falsi miti e pregiudizi: le Hawaii sono inavvicinabili (per la tasca)

Pensate siano carissime? Non è per niente vero, specialmente considerando il rapporto qualità/prezzo. Certo si spende di più che in una località balneare sulla costa adriatica fuori stagione e c’è l’inevitabile costo del lunghissimo viaggio, ma si spende di gran lunga meno che in paesi europei come quelli scandinavi, molto meno che a Parigi o ad Amsterdam. Se si riesce a spalmare il prezzo del viaggio (un migliaio di euro) su un periodo di oltre un mese e si divide la camera può diventare un soggiorno economico (sempre relativamente). 
Ovviamente, molto dipende dallo stile di vita che vorrete mantenere e dai divertimenti che vi vorrete concedere. La destinazione (nell’ambito dell’arcipelago) è fondamentale! A parità di servizi, una settimana in una delle località più turistiche di Maui può costare quanto un mese a Honolulu, capitale delle Hawaii, città di circa un milione di abitanti, la migliore degli USA in quanto a qualità di vita.
Si mangia bene, vario e in modo abbondante per 10 euro o poco più ma, volendo anche meno, basta evitare le zone turistiche e scegliere fra le centinaia di ristorantini etnici a conduzione familiare. Ricordate che oltre la metà della popolazione hawaiana è di origini asiatiche quindi i piatti sono originali e non modificati per turisti. Si può quindi contare su una gran varietà di cibi giapponesi, vietnamiti, coreani, cinesi e filippini, ma non mancano i thailandesi, anche nel mercato di Chinatown.


Le spiagge libere e sorvegliate non si contano (come quella della foto di apertura, in pieno centro), quasi dovunque troverete chi vi presta un surf e vi insegna i primi rudimenti, per soli 7 euro si può fare snorkeling in tutta sicurezza nel cratere di Hanauma Bay (Area Naturale Protetta, con tartarughe e 450 specie di pesci tropicali, foto sopra).
Per spostarsi si può usufruire di un ottimo servizio pubblico che è relativamente economico per chi resta varie settimane, con l'abbonamento mensile a 70 dollari che permette di andare in qualunque posto dell'isola i cui estremi sono a ben 80km di distanza. Se poi siete "vecchietti" (oltre i 65, come me) il vostro pass mensile avrà l'incredibile costo di 6 (proprio sei) dollari. Aggiungete che tutti gli autobus hanno aria condizionata, rampa per carrozzine, rack per biciclette (trasporto gratutito), display sempre funzionante e parlante, biglietto a bordo (se non si ha tessera), puliti e puntuali per quanto possibile (in alcuni orari il traffico è imprevedibile).

   

Scegliendo di fermarsi almeno un mesetto, è fondamentale avere qualcosa da fare. Non pensate al lavoro, ci sono tanti corsi gratuiti o a poco costo, si può migliorare il proprio inglese, e altre possibilità da non sottovalutare sono offerte dal volontariato, molto comune negli USA, … ciò che ho fatto fin dal mio primo viaggio nel corso del quale mappai 2 dei 5 Orti Botanici di Honolulu, Foster (foto sopra e sotto) e Koko Crater

   

Nel 2016 fui invitato a tornare per compilare la cartina di quello più vasto (Ho'omaluhia, oltre 160 ettari) e nell’occasione aggiornai le mappe precedenti. Stavolta sono alle prese con quello di Wahiawa, relativamente piccolo ma quasi senza carta base e con tanti sentieri contorti. Trovandomi, penso di mappare anche il quinto, Liliʻuokalani, di dimensioni ridotte e di minor interesse botanico, ma molto piacevole da visitare soprattutto grazie al ruscello che lo attraversa.



Da volontari (disponibili e attivi) si ha occasione di conoscere tanti residenti (di solito di origine giapponese, coreana, filippina, …), di interagire con loro e di evitare la vita da turista. I party e i potluck sono all’ordine del giorno e le persone socievoli avranno tanti inviti e suggerimenti.
Nell’ambito dei viaggi impegnativi (come budget, ma soprattutto a causa del volo) un soggiorno alle Hawaii si può considerare relativamente economico e, viaggiando in più persone e allungando diventa un sogno più che realizzabile.

Domani Halloween Party al Foster Botanical Garden!

lunedì 28 ottobre 2019

64° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (316-320)

In questo gruppo ci sono due film (afro)americani portati per il viaggio (di contenuti per alcuni versi comuni pur trattando di periodi e di fatti avvenuti a quasi mezzo secolo di distanza) e tre pellicole direi fuori circuito viste al Movie Museum.

   

316  Selma (Ava DuVernay, USA, 2014) * con David Oyelowo, Carmen Ejogo, Tom Wilkinson, Tim Roth * IMDb  7,5  RT  99%  * Oscar per la musica e Nomination migliore film dell’anno
Ottimo, accurato ed interessante, più che un film, lo definirei un documentario (sceneggiato) incentrato sulle lotte non violente portate avanti da Martin Luther King per i diritti civili, a cominciare da quello per l'iscrizione nelle liste elettorali.
Quasi un black movie (cast quasi tutti attori afroamericani di buona fama) se non fosse per la necessaria presenza dei suoi oppositori bianchi in posizione chiave come il presidente Lyndon Johnson (Tom Wilkinson), J. Edgar Hoover (Dylan Baker) e il governatore dell’Alabama George Wallace (Tim Roth). Cast quindi nel complesso più che valido e ben diretto.
Si ricorderà comunque più per i contenuti storico-sociali che per la cinematografia.

320  Deadwood: The Movie  (Daniel Minahan, USA, 2019) tit. it. “Deadwood - Il film” * con Timothy Olyphant, Ian McShane, Molly Parker, Al Swearengen, Gerald McRaney  * IMDb  7,5  RT  97% * essendo ufficialmente un “Film TV”, è stato preso in considerazone ai Primetime Emmy Awards 2019 ottenendo 8 Nomination
Per chi non lo sapesse (come me fino a poco tempo fa) Deadwood è stata una serie televisiva di successo per tre stagioni, dal 2004 al 2006, per un totale di 36 episodi. L’ultimo di questi, però, non concluse nettamente la storia lasciando una porta aperta ad ulteriori puntate che, tuttavia, non furono mai realizzate, nonostante le proteste degli aficionados. Quest’anno i produttori si sono finalmente decisi a fare un passo avanti realizzando questo film ambientato nella stessa cittadina (Deadwood) con gli stessi personaggi e interpreti, 10 anni dopo gli avvenimenti dell’ultimo episodio.
Sapientemente, con qualche racconto, un paio di ricordi e alcuni rapidi flashback, anche chi non sa assolutamente niente della saga viene messo in condizione di seguire perfettamente gli avvenimenti.
Il film è molto ben girato, fotografato ed interpretato, le scene e i costumi sono convincenti senza cadere in eccessi, le sorprese e gli attimi di tensione non mancano e la trama è degna di un western classico di altri tempi. 
Senz'altro merita una visione.

      

318  Poll (Chris Kraus, Ger/Aut/Est, 2010) tit. int. “The Poll Diaries” * con Paula Beer, Edgar Selge, Tambet Tuisk * IMDb  7,0  RT  74%p 
Ottima fotografia quasi esclusivamente con luce naturale, bella ambientazione in riva al Baltico con una grande casa stranissima, scenografia e costumi più che appropriati, regia decente, sceneggiatura lacunosa.
Film basato su alcuni eventi veri, ma molto romanzati, legati all'adolescenza della allora 14enne scrittrice Oda Schaefer (nel film Oda von Sering), personaggio abbastanza noto in Germania. Già veri decenni fa il regista e sceneggiatore di questo film Chris Kraus aveva scoperto di essere suo parente ed aveva recuperato vari suoi diari e scritti dell’epoca. Tuttavia, ha deciso di cambiare molto la storia familiare presentando il padre come aspirante medico ricercatore (più che altro necrofilo) e bigotto, matrigna estroversa e infedele, assistente infido.
La storia si svolge in Estonia, allora contesa da russi e prussiani austroungarici tedeschi, nei giorni precedenti la grande guerra. Le truppe russe sono accampate attorno alla segheria ora laboratorio del dottore, ma in giro ci sono anche i patrioti definiti “anarchici”. L’artificiosità della trama, per fortuna, non riesce a rovinare del tutto la parte cinematografica.
In mancanza di meglio può valere la pena guardarlo.
Per la cronaca, ottenne 2 premi e una nomination al Rome Film Fest 2010.

317  Straight Outta Compton (F. Gary Gary, USA, 2015) * con O'Shea Jackson Jr., Corey Hawkins, Jason Mitchell * IMDb  7,9  RT  88%  * Oscar per la sceneggiatura
Non capisco la Nomination per la sceneggiatura che mi è sembrata discontinua e ripetitiva, per un film pieno di violenza per lo più gratuita. Il genere “musicale” non è certo il mio preferito e, a prescindere da ciò, l’ambiente in cui si muovono i protagonisti, giovani afroamericani, non è particolarmente attraente e sia le situazioni proposte che i personaggi sono visti e rivisti. I protagonisti, che si trovano a loro agio fra spacciatori e piccoli criminali violenti e rissosi, non sono certamente degli angioletti eppure tutto il film propone l’immagine di una società che li vessa immotivatamente tramite la polizia che a volte riesce effettivamente ad essere ancora peggiore di loro. Come scritto nel cappello, l’idea di fondo “nero perseguitato per reclamare i suoi diritti” in sostanza è simile a quella di Selma, ma la qualità degli ideali e dei comportamenti è assolutamente agli antipodi.

319  The Art of Self-Defense (Riley Stearns, USA, 2019) tit. it. “L'arte della difesa personale”  * con Jesse Eisenberg, Alessandro Nivola, Imogen Poots * IMDb  6,8  RT  83% 
Commedia (?) che pare sia stata ben accolta dalla critica (83% RT), meno dal pubblico (6,8 IMDb), ma a mè è sembrata di un’insulsaggine estrema. Assolutamente vuota, inconsistente, non fa ridere, non c’è tensione, la falsa morale finale è ha dir poco patetica. Non capisco come Jesse Eisenberg continui a passare per attore … dopo il suo colpo di fortuna di raggiungere la notorietà interpretando Mark Zuckerberg in The Social Network non è più riuscito a farsi notare in senso positivo. Riley Stearns, regista e sceneggiatore al suo secondo lungometraggio, non riesce ad incidere sotto alcun aspetto e, per di più, rend una pessima idea del karate.
Da evitare accuratamente.

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giovedì 24 ottobre 2019

63° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (311-315)

Come previsto (e annunciato nel precedente post) ecco una cinquina molto varia, con 5 differenti nazioni di produzione, in 4 continenti diversi. Solo l’inglese Wild Rose sembra essere giunto in Italia, degli altri non se ne ha notizia.

   

313  El Cuento de las Comadrejas (Juan José Campanella, Arg, 2019) tit. Int. “The Weasel's Tale”  * con Graciela Borges, Oscar Martínez, Luis Brandoni * IMDb  7,4  RT  83% 
Bella sorpresa, comedia negra nel miglior stile latino, diretta da quel Campanella che in passato ci ha proposto vari bei film con Ricardo Darìn come protagonista.
La storia è semplice (all’apparenza) e singolare: quattro ex professionisti del cinema (un’attrice di buona fama, suo marito anch’egli attore, un regista ed uno sceneggiatore) vivono insieme in una enorme villa d’epoca circondata da un grande giardino. Avranno a che fare con una coppia di subdoli rampanti giovani che ambiscono ad acquistare la proprietà. Battute taglienti, ricordi personali carichi di sarcasmo, sottili ma non troppo velate frecciate al mondo del cinema e situazioni al limite del grottesco non fanno mai scendere il ritmo fino alla resa dei conti finale … con vari colpi di scena (come se non bastassero le tante sorprese precedenti). I quattro navigati e bravi attori sono perfetti nei loro ruoli e l'ottima sceneggiatura non fa mancare qualche scena quasi thriller.
Godibilissimo pur non essendo un capolavoro, beato chi lo riesce a trovare, meglio se in edizione originale.

314  Photocopy  (Tamer Ashry, Egitto, 2019) * con Mahmood Hemaidah, Sherine Reda, Farah Youssef  * IMDb  7,6 
Al contrario di The Nile Hilton Incident visto ieri, questo film è al 100% egiziano, ambientato in un quartiere residenziale (d’epoca) dove tutti conoscono tutti e per lo più si aiutano a tirare aventi. Commedia delicata ma con tanti risvolti seri, tratta di immigrazione, studi, pensioni che non arrivano, malattie, solitudine e una storia d’amore.
Il protagonista è un ex proto e linotipista di un quotidiano che, andato in pensione, gestisce un negozio di fotocopie e dattilografia con pochissimi clienti. Siede spesso davanti al suo locale interagendo con i vicini dai quali è generalmente benvoluto.
Buona la sceneggiatura molto scorrevole che include considerazioni serie oltre alle necessarie gag da commedia. Penso che questo sarà ancor più difficile da recuperare del succitato El Cuento de las Comadrejas.

      

315  (Innocent) Witness  (Han Lee, Corea, 2019) tit. or. “Jeunging” * con Woo-sung Jung, Hyang-gi Kim, Kyoo-hyung Lee  * IMDb  7,3 
Una quindicenne autistica è testimone della morte per soffocamento di un anziano dirimpettaio. Attorno a lei (che potrebbe far capire se si tratti di omicidio o suicidio) non solo si scatenano procuratore e avvocato difensore (pro bono) ma vengono anche a galla bullismo scolare, pregiudizi, interessi degli avvocati.
Forse è stata messa troppa carne a cuocere … c’è abbastanza impegno nel descrivere il punto di vista degli autistici, ci sono molte scene relative alle battaglie legali, tante altre si riferiscono ai sentimenti di chi sta attorno e alle relazioni familiari. Di conseguenza ci sono troppi alti e bassi, si passa spesso rapidamente dal una situazione seria alla commedia (il procuratore è quasi una macchietta).
Commedia drammatica? Dramma leggero pieno di buoni sentimenti? Difficile da definire, comunque si lascia guardare, ma non è certo imperdibile.

311  Wild Rose  (Tom Harper, UK, 2018) tit. It. “A proposito di Rose” * Jessie Buckley, Matt Costello, Jane Patterson * IMDb  7,3  RT  93% 
Questo è un film dal quale mi aspettavo di più, ma è stato una mezza delusione. Ragazza madre di Glasgow, fanatica della musica country, esce di prigione e tenta di mettere la testa a posto. Trova anche qualcuno che entusiasticamente la aiuta … riuscirà a trovare la sua strada?
Musica più che orecchiabile (se piace il genere country), divertente il contrasto fra la parlata scozzese della protagonista e la sua pronuncia assolutamente americana quando interpreta canzoni country. I personaggi di contorno non sono incisivi, la sceneggiatura è sostanzialmente debole.
Non è da buttare, ma si può perdere senza rimorsi.

312  Long Day’s Journey Into Night  (Gan Bi, Cina, 2018) * con Wei Tang, Jue Huang, Sylvia Chang * IMDb  7,2  RT  93%  * passato a Cannes nella sezione Un Certain Regard
Il peggiore di questo lungo viaggio … pretenzioso, noioso, le poche scene esterne sono per lo più notturne, gli interni sempre scuri, lento, quadri fissi spesso lunghi e lente carrellate, recitazione poco coinvolgente, sceneggiatura vaga.
Suggerisco di evitarlo.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog. 

mercoledì 23 ottobre 2019

62° gruppo di 5 micro-recensioni 2019 (306-310)

Un lungo viaggio internazionale offre sempre buone occasioni per guardare tanti film e (in volo) vari quasi introvabili in Italia. La prossima cinquina comprenderà film che, probabilmente, non arriveranno mai in Italia, almeno nel circuito commerciale e quindi saranno visioni a dir poco insolite.
In questo gruppo ci sono due pietre miliari del cinema hollywoodiano, seppur ben distanti per anno di produzione, entrambe pluripremiati agli Oscar, seguiti da 3 di cinematografie (polacca, russa, egiziana) certamente poco presenti nei circuiti commerciali italiani, eppure uno è vincitore di Oscar e  un altro premiato a Venezia.

   

306  No Country for Old Men  (Joel Coen & Ethan Coen, USA, 2008) * Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin * IMDb  8,1  RT  95%  * 4 Oscar (miglior film, regia, Javier Bardem non protagonista e sceneggiatura) e 4 Nomination (fotografia, montaggio, montaggio sonoro e mix sonoro)
Anche visto per la terza volta, dopo vari anni, questo film non perde il suo fascino. Il fatto che si sappia come vada a finire toglie molto poco agli occhi di chi sa apprezzare l’ottima messa in scena dei fratelli Coen che portarono a casa ben 3 Oscar personali (film, regia e sceneggiatura) nonché la Nomination per il montaggio. Dovendo prestare minor attenzione alla trama nuda e cruda, ci si può concentrare di più sui particolari, i tempi, gli angoli di ripresa e tutto il resto. Senz’altro la star del film è Javier Bardem e non solo per il personaggio e la sua indimenticabile acconciatura ma soprattutto per offrire una delle sue migliori interpretazioni; anche Josh Brolin svolge egregiamente il suo compito mentre Tommy Lee Jones è ancora una volta deludente.
La sceneggiatura (assolutamente degna dei fratelli Coen) presenta una buona serie di personaggi singolari che nella maggior parte dei casi si incontrano o scontrano in situazioni quasi estreme, senz’altro non ce ne sono di banali.
La tensione è assicurata grazie a vari momenti thriller, morti a volontà, finale volutamente e giustamente sospeso.
Da non perdere o da concedere una nuova visione per apprezzarlo meglio.

307  The Last Picture Show  (Peter Bogdanovich, USA, 1971) * con Ben Johnson, Jeff Bridges, Cibyl Sheperd * IMDb  8,0  RT  100%  * 2 Oscar (Ben Johnson e Cloris Leachman non protagonisti) e 6 Nomination (miglior film, regia, Jeff Bridges ed Ellen Burstyn non protagonisti, sceneggiatura e fotografia)
Prima di guardare (e apprezzare) questo film si dovrebbe ricordare che Bogdanovich fino a quel momento era stato soprattutto storico e critico cinematografico e che asseriva che tutto i migliori film erano già stati realizzati e c’era ben poco da aggiungere. Da questo punto di vista è quindi facile cogliere nello stile di questo film tante caratteristiche del cinema (soprattutto hollywoodiano) dei decenni precedenti.
Si tratta in effetti di un film corale nel quale è difficile individuare i veri protagonisti anche se, ovviamente, alcune storie sono più centrali delle altre. Non a caso ben quattro attori ottennero la Nomination come non protagonisti, due dei quali vinsero l’Oscar.
Tutto il cast funziona alla perfezione e la regia è precisa e puntuale, ottima la fotografia (in bianco e nero). Anche la sceneggiatura è certamente ben costruita spostando continuamente l’attenzione da un soggetto ad un altro, da una storia ad un’altra, ma tutto il contesto non è proprio attraente. Il modo in cui presenta la provincia americana è pressoché deprimente: dissoluta, triste, quasi senza speranza, decadente, lontana dal boom economico e dalla American way of life.
Peccato, per noi spettatori, che questo lavoro di Bogdanovich sia rimasto l’unico suo ottimo film. Ciò del resto accade spesso quando persone con grande esperienza nel settore cinematografico si cimentano nella regia mettendo tutto il loro sapere in un solo film, spesso il primo in assoluto o ill primo con un budget adeguato.
Assolutamente da non perdere.

       

310  Ida (Pawel Pawilowski, Pol, 2013) * con Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Dawid Ogrodnik * IMDb  7,4  RT  96%  *  Oscar miglior film non in lingua inglese, Nomination per la fotografia
Ottimo film girato in ufficialmente in bianco e nero, ma lo definirei in tonalità di grigi, molto poco contrastato; penso che la Nomination per la fotografia sia stata più che meritata. Anche il formato scelto (1,37:1, Academy ratio) ed usato in modo singolare … nella maggior parte delle inquadrature (specialmente i CM) i soggetti si trovano nella metà inferiore, in alcuni casi nel terzo, quarto o addirittura quinto più basso. Sceneggiatura a sfondo psicologico, talvolta filosofico-religioso, ben distribuita, essenziale, sempre interessante. Anche le interpretazioni sono di livello, in particolare quello Agata Kulesza, che qualcuno ricorderà in Cold War (2018) dello stesso Pawilowski, 3 Nomination Oscar (film straniero, regia e fotografia) … dovrò cercare di recuperare i 4 precedenti di questo regista che ha diretto e sceneggiato solo 6 film in 20 anni.
In breve, Ida segue una novizia, orfana, che viene “costretta” dalla superiora ad andare a conoscere l’unica parente in vita conosciuta, prima a prendere i voti. Il contrasto fra le due donne è a dir poco netto, e verranno fuori molti particolari della vita della famiglia. Quali saranno gli effetti su ognuna di loro? Storia ben narrata, lineare ma con tanti riferimenti al passato, sia relativi alla guerra che alla politica dell’immediato dopoguerra.
Da non perdere.

308  The Postman's White Nights (Andrey Konchalovskiy, Rus, 2014) * con Aleksey Tryapitsyn, Irina Ermolova, Timur Bondarenko * IMDb  7,1  RT  86%  * 2 Premi per Konchalovskiy a Venezia
Girato praticamente senza set, ma in ambiente naturale ed in un minuscolo villaggio della Russia settentrionale, interpretato anche dai pochi abitanti dell’isola, questo film è al limite fra fiction e documentario … ottimo esempio di cinéma vérité, più che del realismo. Il postino
Lyokha rappresenta in pratica l’unico contatto fra il mondo della terraferma e molti dei membri della comunità. Ovviamente tutti si conoscono e in un modo o nell’altro sono partecipi della vita e dei problemi degli altri, che includono alcolismo, solitudine, pesca di frodo, risorse limitate.
Pregevole il lavoro cinematografico visto che l’intero cast è costituito da attori non professionisti, non ci sono effetti speciali, né trucchi, ne scenari artificiali.
Molto interessante ma, onestamente, non per tutti … è adatto solo a chi sa apprezzare il cinema nella sua essenza. Konchalovskiy è sa il fatto suo ed è quasi una garanzia, ma certamente non è "commerciale".

309  The Nile Hilton Incident (Tarik Saleh, Mar/Sve, 2017) * con Fares Fares, Mari Malek, Yasser Ali Maher * IMDb  6,8  RT  91% 
Procede a sprazzi, alcune trovate sono apprezzabili altre poco credibili, quasi senza senso. L'ambientazione temporale nei giorni dei noti scontri di Tahir square mi è sembrata pretestuosa non essendo essenziale per questo noir non del tutto egiziano. Infatti, il regista è sí de Il Cairo ma è stato costretto a girare in Marocco, con il coproduzione marocchina-svedese. C'è da chiedersi se la descrizione assolutamente negativa della corruzione totale ad ogni livello del potere e della polizia egiziani è stata causa o effetto del diniego. In tutta la storia non c'è un solo personaggio pulito.
Una regia titubante completa il quadro di questo film che, pur non essendo malvagio, sembra un'occasione mancata.

Le oltre 1.400 precedenti micro-recensioni dei film visti a partire dal 2016 sono sul mio sito www.giovis.com; le nuove continueranno ad essere pubblicate su questo blog.