venerdì 14 agosto 2015

Restano pochi giorni ... e pochi sentieri intatti

Prima di avere il tempo di editare e pubblicare le foto relative ai danni dell'incendio della Malacoccola del week-end scorso e a quelli alla pineta del giorno dopo, si deve registrare ancora un altro rogo, che ha causato danni forse addirittura maggiori.
Pare che stavolta non siano stati i soliti piromani ad appiccare il fuoco, ma un nutrito gruppo di persone (si dice una trentina) che avevano pensato bene di andare a fare una grigliata sul Monte e, come se non bastasse, hanno portato anche fuochi artificiali. Indipendente dalle cause e dalle responsabilità, la realtà è che al momento quasi tutti i sentieri della Penisola Sorrentina sono danneggiati o hanno perso parte del loro fascino. I panorami sono quello che sono, ma la gariga completamente bruciata ai lati dei sentieri, tanto per usare un eufemismo, non entusiasma.
Per di più il circuito delle Sirenuse, nel tratto più pendente del sentiero a sud-ovest del Pizzetiello, è ora un po’ più scomodo e richiede attenzione. Infatti, buona parte degli scalini in legno e della staccionata/passamano in pali di castagno è andata a fuoco. La cosa peggiore, come sostengo da anni e molti la pensano come me, è fornire una falsa sicurezza o un’illusione di sicurezza. Ringhiere e balaustre mal fissate o che non tengono, scalini pronti a rotolare a valle insieme con un escursionista un po’ più pesante sono di gran lunga più pericolosi di tratti esposti senza alcuna protezione o di discese sterrate, seppur ripide, senza scalini. Per mia esperienza gli incidenti avvengono a seguito di calo di attenzione e concentrazione. La maggior parte, oserei dire quasi tutte, le “storte” (distorsioni o slogature) sofferte dalle persone che accompagnavo sono state sofferte nei centri abitati, lungo la strada fra Nocelle e Montepertuso, o situazioni simili. Allo stato attuale sconsiglierei a persone con passo poco sicuro di percorrere la discesa dal Pizzetiello, mentre non ci dovrebbero essere problemi in senso inverso.
    
In previsione dell’inizio della seconda parte della stagione escursionistica (settembre e ottobre) mi sento di suggerire e quindi sollecitare Amministrazioni, Pro Loco, Aziende del Turismo, guide e gruppi escursionistici a fare qualcosa al più presto per limitare i disagi.
A partire da est:
* senz’altro un minimo di manutenzione e ripristino della suddetto tratto è piuttosto urgente e anche se non sono possibili interventi definitivi, almeno si dovrebbe bonificare il sentiero da scalini e passamano che non reggono (foto in alto a sx)
lungo tutto il tratto fra Pizzetiello e castagneto sul pianoro lato Torca dovrebbe essere evidenziata la segnatura in quanto in mancanza di un evidente “passaggio fra i cespugli” (come fino alla settimana scorsa) basta mancare un segnavia e ci si ritrova in mezzo a rocce e mille tracce apparenti (foto in alto a dx)
dal’incendio nella parte sud della pineta non consegue alcun impedimento
quanto detto per il CAI300 a valle del Pizzetiello vale anche per il tratto Nerano – San Costanzo, andato completamente a fuoco il 13 agosto (foto in basso)

il Giro di Santa Croce dovrebbe essere al più presto segnato in quanto resta praticamente l’unica valida (e al momento ancora piacevole) alternativa al circuito di Athena, interdetto fino a fine anno in conseguenza dei lavori su via Campanella.

Restano solo due settimane prima che le guide e i tour leader dei walking o hiking tour ricomincino a frequentare con regolarità i sentieri della Penisola Sorrentina. 
Non c’è molto tempo per tentare di salvare il salvabile.
Allo scopo di evidenziare lo stato dei luoghi, a breve editerò e pubblicherò una serie di foto del Sentiero delle Sirenuse e una delle conseguenze dell’incendio di Monte San Costanzo, che troverete qui, e nei prossimi giorni tornerò sui sentieri interessati dagli incendi per scattare ulteriori foto e valutare meglio la situazione. Invece é già online il video del Giro di Santa Croce del 13 agosto che si conclude con le immagini dell’incendio ancora in corso.

martedì 11 agosto 2015

Purtroppo penso che non lo vedremo ...

Qualche giorno fa sono andato a Montepertuso nel tardo pomeriggio e ne ho approfittato per scattare qualche (ennesima) foto del pertuso, vista anche l’illuminazione molto invitante. Trovandomi nei pressi della Fontana Vecchia, con quella posizione del sole e da quella prospettiva il neo-pertuso che si sta formando alla stessa quota di quello storico, a sud di esso, quindi lato mare, sembra essere in ottimo stato di avanzamento. I più attenti avranno notato che in effetti il secondo pertuso è già formato anche se sulla parete est di Monte Gambera la cavità è ancora molto piccola. 

Chiunque provenga da Nocelle lungo la strada per qualche centinaio di metri può osservare un piccolo punto luminoso (il cielo) a sinistra del pertuso, più o meno alla quota della sua parte superiore. Questa è l’evidenza che la grande cavità molto ben visibile per chi sale da Positano è già un traforo a tutti gli effetti e non una semplice grotta come sembra adesso (foto in basso). 
Sarebbe certamente affascinante poter ammirare una situazione come quella proposta nella (molto poco scientifica) ipotesi mostrata nella foto iniziale. A parte il fatto che non è prevedibile con certezza come si svilupperà il secondo pertuso, c’è da considerare che mentre vento e pioggia lo amplieranno, allo stesso tempo dovrebbero avere simili effetti sul pertuso attuale seppur con tempi diversi. Potrebbe dunque accadere che prima che il secondo raggiunga dimensioni simili a quelle del primo, questo – come la maggior parte degli archi – dovrà soffrire il crollo della sua volta a causa del suo inevitabile assottigliamento. 
E allora invece di avere un paio di occhi che vigilano sui ripidi pendii positanesi si potrebbe creare una scenografia non meno affascinante di questo tipo.
Ripetendo il titolo di questo post, purtroppo – qualunque possa essere lo sviluppo geomorfologico – non lo potremo vedere in quanto ci vorranno migliaia e migliaia di anni, ma fantasticare non costa niente e può anche essere piacevole e divertente.

sabato 8 agosto 2015

L'animalismo scriteriato è dannoso, per tutti

Qualcuno potrà storcere il naso, molti mi biasimeranno ancor prima di leggere questo post (e forse non lo leggeranno affatto), ma quelli di buon senso probabilmente condivideranno varie delle mie osservazioni. La materia è talmente vasta e complicata, piena di considerazioni morali, legali, etiche e antropologiche che è impossibile trattarla approfonditamente in un post come questo che ha la sola funzione di fornire alcuni spunti di riflessione, divagando dal problema della fauna selvatica. Infatti è conseguenza dal tragico evento di stamattina che ha causato la morte di un uomo ed il ferimento della moglie.
 Leggi gli articoli su La Stampa, La Repubblica, il Corriere
In breve, a detta della signora, l’uomo era uscito con i cani dalla sua casa nei pressi del Parco della Madonie (Sicilia) quando è stato attaccato da un branco di cinghiali che gli hanno procurato varie ferite in seguito alle quali è deceduto. Pare che volesse proteggere i cani, ma penso che questi, saggiamente, non avrebbero affrontato i suidi e si sarebbero limitati a continuare ad abbaiare. Probabilmente se fossero rientrati tutti in casa avrebbero fatto molto meglio, ma dovrebbe essere permesso difendersi da queste non rare invasioni anche se per fortuna non tutte con epilogo tragico.
Nonostante gli attacchi ad umani non siano tanto sporadici se si considerano anche quelli portati da altri animali pericolosi (orsi, lupi, cani rinselvatichiti, ultimamente addirittura gabbiani!) nessun ente riesce a prendere le dovute contromisure a causa, o facendosi scudo, della solita tecnica dello scaricabarile. Appena qualcuno avanza proposte in tal senso (ricordate che spesso oltre ai danni fisici alle persone ci sono anche ingenti danni alle colture e agli allevamenti) i movimenti ambientalisti e animalisti, che spesso tutto sono fuorché tali, scatenano il solito putiferio.
Certamente qualcuno ha avuto la brillante idea di reintrodurre specie potenzialmente pericolose o dannose e qualcun altro, o addirittura gli stessi,  
geni della corrente di pensiero del protezionismo a tutti i costi anche a discapito di altre specie o di umani, si è poi battuto per salvaguardarle. Come si può pensare di immettere razze di animali, talvolta neanche autoctone, senza prevedere alcun controllo e ben sapendo che non ci sono specie predatrici? Ricordo, per esperienza diretta, che già nel 2001 a Caprera (Sardegna) esisteva il problema con centinaia di esemplari ibridi che si aggiravano tranquillamente (loro) nei villaggi turistici e per le strade causando non pochi incidenti. Emblematico è stato anche il problema per l’isola d’Elba (potrete trovare tante notizie in merito) dove, dopo anni di polemiche, tutti dovettero rendersi conto che:
L’eccessiva presenza di cinghiali infatti è ritenuta responsabile di seri danni alle produzioni agricole, incidenti stradali e inconvenienti vari agli abitanti dell’isola ed ai turisti, e di una consistente diminuzione della biodiversità complessiva del territorio.
Stamane Masini (Coldiretti), in riferimento all’incidente in Sicilia, ha dichiarato: ''Il ministero dell'Ambiente non ha mai preso atto dell'emergenza, la situazione della fauna selvatica è completamente fuori controllo, e i raccolti agricoli ne fanno le spese nel silenzio generale.” E ciò nonostante nella solo provincia di Siena siano stati abbattuti 70mila cinghiali. 
Ma se una volta si veniva addirittura pagati per l’eliminazione degli animali più dannosi o pericolosi, oggi si è giunti al punto che chi colpisce un cane che si accinge a morderlo, viene immediatamente denunciato e sanzionato.
La colpa non è certamente del cane, del cinghiale, del lupo o dell’orso, ma di chi ha creato questo sistema nel quale chi grida di più ha ragione e la tolleranza buonista salva gli animali a discapito degli umani. Esempio molto semplice: tanti azzannamenti da parte di cani potrebbero essere evitati se i proprietari degli stessi rispettassero le leggi tenendo sempre i loro amici al guinzaglio in luoghi pubblici (in alcuni casi è previsto anche l’obbligo di museruola). Proprio per questo motivo, a dire la verità, non mi fanno tanta pena quelli sbranati dai propri cani, ma certo i loro figli, parenti o ospiti che subiscono lesioni avrebbero qualcosa da ridire.
Purtroppo gli interessi sono enormi in particolare nel campo della cinofilia. Fate caso al numero impressionante di pubblicità nelle quali compaiono cani, anche quando non hanno alcuna relazione con il prodotto reclamizzato. Ricordo che ci fu una polemica su un film italiano moderno nel quale il protagonista andava in Vespa senza casco, ma nessuno protesta per le tante volte in cui appaiono i cani tenuti liberi in auto, casomai affacciati al finestrino. Non c’è giorno in cui sulle prime pagine dei giornali online non ci sia qualche breve notizia o immagine di cuccioli, “cani eroi”, ecc. Il solo cibo per cani muove milioni di Euro, poi ci sono gli accessori, gli addestratori, gli psicologi, i "parrucchieri" e chi più ne ha più ne metta.
La strenua difesa dei cinghiali delle Madonie vale la morte di Salvatore Rinaudo che, è necessario sottolinearlo, era nei pressi di casa sua, non andava a caccia di cinghiali e forse è morto per difendere altri animali (i suoi cani)? Cosa si fa per controllare la fauna selvatica? e di concreto per limitare il randagismo? Più o meno niente e quando si fa qualcosa spesso è solo una copertura per distribuire soldi a persone che dei cani non si prendono alcuna cura. 
Perché nessuno protesta contro quelli che insensatamente e inutilmente uccidono i serpenti e raramente si parla dei gatti uccisi dai cani con il tacito consenso (e purtroppo talvolta soddisfazione o vanto) dei padroni di questi ultimi? Perché nessuno protesta per il commercio (più o meno alla luce del sole) di tante specie protette? Si protesta per i canili (quei pochi che esistono) che hanno gabbie troppo piccole, ma avete mai notato le dimensioni di quelle dei negozi di animali? Nel mio tipo di animalismo ideale non si dovrebbero avere animali da compagnia, gli animali dovrebbero godere della compagnia di loro simili e vivere in libertà e non essere trastullo o giocattolo, oltretutto ahimè spesso usa e getta
Ci sono persone che si farebbero uccidere (come nel caso di Cefalù) per difendere i propri animali e pensano di trattarli benissimo, ma sono proprio sicuri che i pappagallini siano contenti di stare in gabbia e i criceti di correre in tondo e i pesciolini nuotare in un mare di un paio di litri d’acqua? Per non parlare di quelli che hanno iguana, serpenti esotici, camaleonti, tutti rigorosamente single, fuori dal loro habitat ed in spazi ristretti.
Concludo sottolineando che non uccido animali per divertimento e non ne posseggo, mi limito ad osservarli e fotografarli. Per quanto possibile, “proteggo” tutti gli animali che non siano pericolosi o oltremodo molesti. Per essere ancora più chiaro, non uccido ma faccio gentilmente uscire i tanti che passano per casa mia senza dare alcun fastidio (lucertole, ragni e altri insetti di grosse dimensioni) ed elimino solo zanzare e simili, con le formiche ci provo, ma è una guerra persa (parecchi ne sanno qualcosa). 
Infine avviso sempre le persone che bazzicano nel mio giardino che lì ospito un bel biacco (Coluber viridiflavus, serpente nero INNOCUO spesso erroneamente chiamato biscia) e intimo loro di non dargli il minimo fastidio, pena una legittima denuncia. 



Ho avuto la fortuna di incontrare i due biacchi della foto in alto in fase di accoppiamento lungo un sentiero della Valle delle Ferriere. Ovviamente non li ho disturbati limitandomi a fotografarli.

giovedì 6 agosto 2015

In giro per il West: parchi e non solo

Come accennato nel post di qualche giorno fa relativo ai viaggi in auto negli U.S.A. ho attraversato il West due volte, verso fine novembre 1985 in direzione California, lungo la US 8 parallela al confine con il Messico e nell’aprile 1986 più a nord tornando all’est. Al termine del mio lungo soggiorno a Eugene, OR sono tornato in bus a Los Angeles per ritirare una Toyota Celica dell’82 da portare in Ohio, a Cleveland e non Cincinnati come scritto (a memoria) nel post precedente. Questa volta ho fatto più turismo visitando due dei luoghi più famosi non solo del West, ma di tutti gli Stati Uniti: Las Vegas, NV e Grand Canyon, AR.
Come ho spesso raccontato ai miei amici, vivendo o semplicemente viaggiando negli USA si ha la netta impressione di essere calati in un film, ci si sente presto a proprio agio sapendo quasi sempre cosa fare o cosa succederà a breve. Anche chi non ama andare al cinema ha senz’altro visto tanti film e migliaia di ore di serial e telefilm in televisione ed in particolare in luoghi simbolo come New York o le strade del West che si perdono all’orizzonte si vive in uno stato di continuo déjà-vu
Ovviamente, appena giunto a Las Vegas, NV, mi sono diretto alla famosa strip, la strada principale sulla quale si affacciano tutti i locali e casinò più famosi (foto a sin.). Ho cominciato a visitare tutti i più famosi e i personaggi (per lo più avanti con gli anni ed in sovrappeso) appollaiati su sgabelli di fronte alle slot-machine, con al lato enormi secchielli pieni di monete sembravano proprio essere usciti da un film. Dopo la notte passata fra i casinò di Las Vegas raggiungendo una vincita massima di 69$, saggiamente mi accontento di 60$ e alle 3.30am del 19 aprile 1986 riparto in direzione Grand Canyon, AR. Mi fermo a dormire qualche ora in macchina per strada e finalmente arrivo al South Rim nel primo pomeriggio. Dopo aver preso le necessarie informazioni e consultato la cartina mi sono avviato di buon passo (molto buono ...) verso il fondo del canyon, scendendo di un migliaio di metri e risalendo prima che facesse buio. 
Le immagini in questo album Google non rendono assolutamente giustizia alla bellezza del posto, derivando da scansioni di diapositive non in ottime condizioni di circa trent’anni fa, tuttavia penso che rendano l’idea degli spazi e dei colori.
Non penso che il Grand Canyon abbia bisogno di presentazioni particolari, vi ricordo solo che nel tratto più profondo il Colorado scorre oltre 1.500m più in basso dell’altopiano. I sentieri che vengono presentati come “ripidi” e quindi sconsigliati in salita sono molto migliori dei nostri e direi assolutamente non ripidi. Per esempio il South Kaibab Trail, il più ripido, ha un dislivello di 1.480m distribuito su una lunghezza di 10,1km, per una pendenza media inferiore al 15%. Quindi anche chi lo vorrà percorrere nei due sensi nella stessa giornata dovrà sobbarcarsi una escursione di poco più di 20km con meno di 1.500m di dislivello. Per fornire un termine di paragone ai frequentatori dei Monti Lattari, sottolineo che l’ascesa MontepertusoForestaleConocchia ha un dislivello di quasi 1.000m, ma in soli 4km circa, con una pendenza media di poco inferiore al 25%. Quindi la “passeggiata” lungo il largo sentiero zigzagante che si vede in varie foto è più che fattibile, ma state molto attenti alle temperature e ricordate che non c’è acqua. Info qui www.nps.gov/grca/index.htm
   
Il 20 poi, dopo essere passato attraverso la Monument Valley (al confine fra Utah e Arizona, foto in alto), ho visitato un parco molto meno conosciuto: Mesa Verde NP, CO. Il suo maggior interesse non è l’ambiente naturale, seppur notevole, bensì l’archeologia. Infatti, nelle caratteristiche cavità naturali dell’area i native americans avevano costruito un villaggio rupestre di notevoli dimensioni che fu abitato dal VII al XIV secolo. Info qui www.nps.gov/meve/index.htm
Escursionisti ... nel SW ci sono decine e decine di parchi splendidi, solo per citarne qualcuno: Bryce, Zion, Escalante, Death Valley, Canyonlands, Arches, Petrified Forest, Saguaro, Joshua Tree. Sono per tutti i gusti, per tutte le gambe e per tutte le stagioni ... se siete abbastanza avventurosi e ne avete la possibilità, non ve li perdete!

lunedì 3 agosto 2015

Discesa delle Gorges de l’Ardèche in canoa

L’Ardèche è un corso d'acqua tributario del Rhône  (Rodano) e fra Vallon Pont d’Arc e Saint Martin d’Ardèche scorre tortuosamente in un profondo canyon, oggi parco nazionale, e attraverso un arco naturale. 
L’area è frequentatissima sia per la balneazione che per il trekking, ma soprattutto è la destinazione più famosa per canoisti di ogni ordine e grado. Il percorso è lungo (ma si può anche percorrere solo in parte), più che bello, a meno di portata d'acqua eccessiva non troppo complicato o rischioso, divertente e, importantissimo, logisticamente molto ben organizzato. 
Ci sono decine di imprese (che possono anche assistere per l’alloggio) che per meno di 30 Euro in alta stagione, poco più di venti in bassa, vi forniranno non solo una canoa o un kayak a vostra scelta, ma anche il trasferimento fra punto di arrivo e punto d’imbarco. A questo proposito, a quelli che si vorranno cimentare in questa indimenticabile discesa, suggerisco di noleggiare l’imbarcazione a Saint Martin (a valle). Pur trovando un po’ più di traffico lungo il fiume (quelli che prendono la canoa a Vallon partono mediamente prima) avrete l’enorme vantaggio di poter riconsegnare la canoa appena arrivati ed andare subito a fare una doccia calda, fatto importante considerando che vi sarete bagnati e che il sole va via presto. Gli altri dovranno aspettare i ritardatari arrivino, che il pulmino si riempia, che tutte le canoe siano sul carrello a traino e infine quasi un’ora di strada ...  Sono proposti un gran numero di pacchetti dalle mini discese fino a tre giorni con bivacco attrezzato lungo la riva del fiume.
    
Tornando alla perfetta organizzazione, faccio presente che già 30 anni fa si poteva comprare un’ottima e dettagliatissima cartina dell’Ardèche (impermeabile e indistruttibile!), venivano forniti bidoni o sacche stagne per portare con sé cibo, panni asciutti e macchina fotografica, e pur essendo epoca pre-digitale all’arrivo (sul greto dove si approdava per recupero imbarcazioni) si trovava la propria foto a colori 20x25 già stampata, scattata al passaggio di una delle rapide più spettacolari.
   
Le oltre 50 rapide attraversate da chi faceva l’intero percorso (32km) erano classificate in tre categorie: portante, sportiva, tecnica che molto vagamente corrispondevano alle ufficiali di primo, secondo e terzo grado. Queste ultime, a mia memoria, erano tutte evitabili sbarcando a monte di esse e re-imbarcandosi a valle. Sulla già menzionata carta erano indicate con un cerchietto nero e al lato c’era un ingrandimento con dettaglio degli scogli, giri di corrente, pietraie, rotte suggerite. Ogni rapida ha il suo nome, le più famose e temute erano Le CharlemagneLes Troix EauxLe Dent NoirLa ToupineLe Grand Gour 
e, quasi alla fine, La Pastière.

Non esisteva, e penso che tuttora non esista, una assistenza lungo tutto il tragitto, ma c’erano vari punti dai quali era possibile raggiungere la strada e, di norma, c’era una grande solidarietà fra i canoisti, sempre pronti ad assistere i naufraghi e ad aiutarli a svuotare la canoa e a riprendere la discesa.
In questo album di foto (del quale ho anticipato qualche immagine più in alto) ci siamo sia noi della Dunkerque – Bordeaux, sia perfetti sconosciuti, spesso naufraghi, immortalati da Ernesto. Ho inserito anche alcune foto dei preparativi, trasporto e recupero, nonché scansioni dell’intera cartina. Ho anche aggiunto alcuni commenti, talvolta esplicativi in altri casi ironici.
Spero di aver solleticato la fantasia di qualcuno e stimolato il suo spirito di avventura. In rete troverete prezzi, tutte le imbarcazioni noleggiabili, liste di alloggi di ogni tipo, foto e video. Se deciderete di andarci in alta stagione ricordatevi di prenotare in quanto, pur essendoci grande disponibilità di canoe, ci saranno anche varie migliaia di canoisti o aspiranti tali. 

sabato 1 agosto 2015

Giro di Santa Croce per mattinieri (7am)

Considerate le temperature, che rimarranno più alte della media per almeno un’altra settimana, sembra che percorrere il Giro di Santa Croce completo partendo da Termini di buon mattino sia la soluzione più logica, ottimale, anche se certamente non tutti saranno d’accordo. Martedì 4 agosto, quelli che sposeranno questa idea patiranno quindi dalla piazza di Termini alle 7.00. I ritardatari li potranno “rincorrere” incamminandosi verso la Campanella, e li potranno raggiungere sempre che si ricordino, dopo aver percorso 350m, di imboccare via Cercito (a sinistra, all’esterno dello stretto tornante a destra). L’itinerario di base (3,5km con 200m di dislivello) non comprende né la deviazione al “belvedere” di Campo Vetavole, né la salita alla cappella di San Costanzo e si sviluppa lungo via Campanella, via Cercito, vic. Le Selve, vic. Vuallariello, CAI 300, via San Costanzo.
Gran parte della salita sarà quindi fatta con la frescura delle prime ore del mattino, in questo caso accentuata non solo dal percorso attraverso ‘a severa (il bosco), ma anche perché il sole arriva a Cercito solo in tarda mattinata.
Anche prendendosela con comodo e scattando qualche foto il ritorno a Termini è previsto entro le 8.30, lasciando quindi ai partecipanti la possibilità di essere pronti per le 9.00 per il lavoro, per il mare o per qualunque altra attività.
Nell’occasione sarà distribuita la nuovissima cartina dell’area, prodotta per segnalare la chiusura di via Campanella fino al 31 dicembre 2015, ma poi sfruttata anche per proporre proprio il Giro di Santa Croce, circuito reso possibile dal recupero della vic. Le Selve a fine giugno e della vic. Vuallariello un paio di settimane fa.
Date le caratteristiche di tutto il tratto fra Cercito e Campo Vetavole sarà estremamente importante percorrerlo con frequenza e indirizzarvi un buon numero di camminatori. Solo così il sentiero non sarà di nuovo fagocitato dalla vegetazione e la traccia battuta rimarrà evidente. Non potendo più contare sulle decine di terminesi che fino a un quarantina di anni fa la percorrevano quasi ogni giorni (mantenendola “pulita”), ci si può affidare solo agli escursionisti e, all’apertura della stagione venatoria, ai cacciatori. C’è anche la speranza che il circuito venga “adottato” dai cosiddetti “preti messicani”, grandissimi camminatori, e di conseguenza la maggiore frequentazione delle due vicinali le mantenga libere dalla vegetazione.
Sarebbe un vero peccato sprecare il lavoro dei tanti volontari che hanno ripristinato le due vicinali, in particolare Le Selve. Tutti dovrebbero pubblicizzare il percorso e cercare di mantenerlo sempre facilmente transitabile, in particolare quelli che hanno collaborato al recupero dei sentieri. Che senso ha iniziare a costruire qualcosa per poi lasciarla incompiuta? Tutte le persone di buon senso dovrebbero essere coinvolte in quanto la salvaguardia e una seppur minima manutenzione del Giro di Santa Croce non porterebbe che benefici, anche se, come spesso accade, non mancano gli emuli di quel comandante che disse: Lassa ca ‘a nave va ‘nfunno, abbasta ca mòreno ‘e zoccole ("Lascia che la nave affondi, basta che muoiano i topi ...").
Ricordo che la versione cartacea della mappa dell'area S. Costanzo - Campanella è pronta e sarà disponibile a partire da lunedì 3 agosto presso le Pro Loco e in vari esercizi commerciali di Termini. Nel frattempo potete scaricare sui vostri dispositivi la cartina in buona definizione (1300x1800pixel).
Altri link: video del Vuallariello, subito dopo la prima pulitura, 
foto della prima escursione su quel tratto (al tramonto) 

mercoledì 29 luglio 2015

U.S. on the road: memorie e idee per viaggiatori

Insieme con le dia del raid canoistico in Francia, ho fatto digitalizzare anche qualche centinaio di vecchie foto di viaggio. Fra queste anche quelle del lungo viaggio/soggiorno negli Stati Uniti (settembre 1985 - aprile 1986) che incluse il percorso da costa a costa in entrambe i sensi. Dopo un paio di mesi in New England passati da quasi turista a New York e dintorni (un paio di settimane) e a Boston (6 settimane di lavoro come scaricatore/magazziniere), alla prima gelata decisi che era ora di trasferirmi in regioni più calde e ovviamente non mi lasciai sfuggire l’occasione di andarci in macchina.
Allora chi traslocava da uno stato all’altro di norma inviava la propria auto facendola guidare a qualcuno disposto a stare ore e ore al volante senza superare il famoso ridottissimo limite di velocità di 55 mph (88,5 km/h). Molte volte si mandava la vecchia auto ai figli che si erano trasferiti al college. Avendo tempo a disposizione, era senz’altro una esperienza indimenticabile, in particolare se si trovava una macchina decente da consegnare sulla costa opposta. Questo servizio è fornito ancora oggi dalle driveaway agencies anche se pare che non si trovino più tante ottime occasioni come 30 anni fa. In epoca pre-internet si cercavano gli annunci sui quotidiani e poi si andava a contrattare il viaggio di persona. La prassi era semplicissima (come quasi tutto in USA, almeno all’epoca) e consisteva nel trovare una destinazione interessante, negoziare un poco sul “contributo benzina” e sulla data entro la quale consegnare l’auto, esibire passaporto e patente internazionale, versare 50 dollari di cauzione, firmare un paio di documenti.
Fui abbastanza fortunato da trovare subito il viaggio perfetto per le mie esigenze: da Orange, New Jersey (una ventina di km a ovest di New York) a San Diego, California (dove avevo un “appuntamento”), quasi 3.000 miglia, poco meno di 5.000km! Anche la macchina era perfetta in quanto era piccola e con il cambio manuale (una Toyota Celica) e a causa di ciò l’agenzia aveva non pochi problemi in quanto quasi tutti gli americani avevano familiarità solo con quello automatico. Seppi che l’auto era in attesa da già quasi un mese e ciò mi consentì di ottenere 60 dollari per la benzina (più del normale) e 3 giorni in più per il viaggio (era prassi calcolare 350-400miglia al giorno) e quindi invece di 8 giorni ne ebbi a disposizione 11. C’erano un altro paio di condizioni, una la rispettai, l’altra no. Era concesso un surplus di miglia (in percentuale, in modo da consentire deviazioni dall’itinerario più breve) che permettevano di fare un po' di turismo, ma la macchina doveva essere consegnata entro 24 ore dall’ingresso nello stato di destinazione. Feci questo primo coast-to-coast senza quasi fermarmi e senza deviazioni, ma arrivato in California tenni la macchina per quasi una settimana percorrendo tutte le miglia disponibili ... Alla consegna ricevetti i 110 dollari (50 di deposito + 60 per il carburante) ed ottenni un passaggio per la stazione degli autobus (i famosi Greyhound).
Ora molto è cambiato, ma dal mid-west alle coste del Pacifico si attraversa ancora il vecchio west, quello dell’immaginario collettivo, delle strade infinite in mezzo al niente, o meglio, a paesaggi desrtici ma pieni di fascino. Nel mio viaggio, da Dallas in poi, dopo aver percorso le affollate highways del nordest fra New York, Philadelphia e Washington, quelle più tranquille del centro lambendo Memphis, Nashville e Little Rock, guidai per ore e ore incrociando pochissimi veicoli e passando per luoghi simbolo del Far West come Pecos, El Paso, Tucson, Yuma
Questa pagina (in inglese) fornisce quasi tutte le informazioni necessarie (le condizioni sono molto cambiate) mentre in quest'altra potete farvi un’idea delle auto da trasferire e delle destinazioni
Qui ci sono gli itinerari degli altri due trasporti che feci: 
* Los Angeles, CA Eugene, OR 
* Los Angeles, CACincinnati, OH
Nel primo caso guidai una enorme Pontiac LeMans del 1971 della quale non ricordo la cilindrata esatta, ma di quel tipo esistevano solo 2 versioni 350 e 400 cu in, vale a dire 5.735 e 6.555 cc, rispettivamente 320 e 355 cavalli, con cambio automatico (foto in basso, non scaricata da internet, è proprio quella che guidai). Percorrere con tale classica macchina americana degli anni '70 la mitica Pacific Coast Highway, alias California State Route 1, la tortuosa strada costiera californiana che avrete visto in migliaia di film e telefilm, non è cosa di tutti i giorni.


Concludo ricordando che il terzo trasporto mi consentì di fermarmi una notte a Las Vegas, passandola fra quasi tutti i locali più famosi, ma solo per giocare alle slot machine più economiche, da 1/4 di dollaro, e vincendo comunque 60 dollari. Di effettuare un paio di escursioni memorabili scendendo nel Grand Canyon e visitando il Parco Nazionale di Mesa Verde, prima di andare a Cincinnati.

Ci sarebbe tanto altro da raccontare e ci vorrebbe molto tempo per parlare del selvaggio west, del passaggio attraverso un tumbleweed storm, delle soste nei truck stops, cafeterias e diners nel bel mezzo del deserto frequentati solo ed unicamente da camionisti o di quando (al primo distributore self-service) non trovavo il tappo del serbatoio! nascosto dietro la targa, che si abbassava, impossibile da vedere o immaginare. 
Pur non potendo garantire che sia ancora piacevole fare una cosa simile al giorno d’oggi, senz’altro suggerisco ai più avventurosi di approfondire l’argomento e prendere in considerazione un coast-to-coast così. A seconda dei vostri interessi, capacità di guida, fortuna nel trovare auto e percorsi giusti e familiarità con l'inglese, con un po' di pianificazione e pochi soldi potreste realizzare il viaggio della vita.

lunedì 27 luglio 2015

1750km in kayak - prima puntata

In attesa di pubblicare il resoconto e le immagini della prima uscita “ufficiale” sul sentiero del Vuallariello, fornisco qualche altra anticipazione in merito al raid canoistico Dunkerque – Arles – Bordeaux portato a termine nel 1986. Ho appena ricevuto i riversamenti su file delle diapositive scattate all’epoca e vi propongo alcune immagini significative.
Qui di seguito vedete il camper nel quale dormivano in 5, mentre gli altri 2 erano in tenda. Per la maggior parte dell’itinerario pagaiavamo lungo tranquilli canali bordati da platani, attraversando caratteristiche cittadine, ma al nord dovevamo condividere le vie d’acqua commerciali con imbarcazioni (peniche) ben più grandi delle nostre.
   

   
Per rapidità, la maggior parte delle volte superavamo le chiuse sbarcando, caricandoci le canoe sulle spalle e rimettendole in acqua dall’altro lato. Nella sequenza qui sotto vedete l’ingresso nella chiusa, il suo riempimento chiudendo la porta a valle e facendo filtrare l’acqua dalla vasca a monte fino a pareggiarne il livello. Quindi si apriva la porta superiore e proseguivamo il nostro viaggio.
   

   
Nella prossima foto a sinistra osservate bene quella macchia scura con centro bianco che qualcuno potrebbe pensare essere una ruota per facilitare il trasporto della canoa a terra. Niente di tutto ciò, eppure era un elemento fondamentale  che avevamo quasi sempre a bordo, in particolare quando non prevedevamo di pranzare (pasta) nel camper ma per questioni logistiche portavamo il cibo in canoa. Era un contenitore per vino da 5 litri che comprammo pieno la prima volta e poi frequentemente riempivamo di nuovo in una delle tante onnipresenti cantine francesi che vendevano vino sfuso. Quanto facevamo a litro non l’ho mai calcolato con esattezza ... 
   
Nella foto a destra lo si vede già pronto sul tavolo mentre si preparano i “panini” (spesso flûte – simili alle baguette, ma di diametro maggiore – con camembert e pâté o terrine de campagne) che, nel caso fossero previsti oltre 40km, venivano accompagnati da un buon numero di uova sode ... il vino rosso ci “azzeccava” proprio. 
Alla prossima puntata ...

sabato 25 luglio 2015

1750km in kayak, da Dunkerque a Bordeaux (1986)

I pochi che hanno letto di quella che ho citato come “impresa memorabile” nel mio profilo Google+ sanno che nel 1986 organizzai e guidai una spedizione canoistica in Francia attraversandola da nord a sud e poi a nordovest. Anche quelli che all’epoca bazzicavano per Massa e soprattutto navigavano lungo le coste lubrensi se ne ricorderanno o almeno ricorderanno le decine di kayak che ogni giorno lasciavano il porticciolo della Lobra pagaiando verso Puolo e Sorrento, ma sopratutto verso sud per andare a Mitigliano, Jeranto o Marina del Cantone anche se non mancavano quelli che si spingevano ben oltre fino a Crapolla, Li Galli, Positano e – lungo altra rotta, a Capri.
L’idea di questo lungo raid sull’acqua, a forza di braccia, risale al 1983, pochi anni dopo aver cominciato a pagaiare. A giugno feci un tentativo (abbastanza azzardato) di andare da Dunkerque (sulla Manica) ad Arles (quasi sul Mediterraneo) in solitario, ma una volta in Francia scoprii che, al contrario di quanto mi era stato riferito, il passaggio delle chiuse in kayak non era garantito e talvolta addirittura proibito. Essendo impensabile trasbordare ad ogni passaggio di chiusa, oltretutto con una canoa abbastanza piena e quindi pesante, rinunciai all’impresa senza dare neanche il primo colpo di pagaia, ma prima di rientrare in Italia raccolsi informazioni, comprai varie guide specifiche e fotocopiai le mappe e i dati delle chiuse dei tratti non compresi nelle guide. Già allora ero ben deciso a portare a termine il raid, in un modo o nell’altro.
Negli anni successivi il club FoKa (Folgore Kayak) crebbe, feci tanta esperienza e mi abituai a percorrere lunghe distanze in mare e, oltre a pianificare dettagliatamente il percorso, cominciai cercare compagni di avventura. Il tratto Arles-Bordeaux (dal Mediterraneo all’Atlantico, opzionale nell’83) divenne parte integrante del progetto e l’altro elemento nuovo e certo era quello di viaggiare con un camper appoggio.

Finalmente nella primavera del 1986 il progetto era pronto, avevo cartine dettagliate di tutti i canali e fiumi da percorrere, avevo stretto rapporti di collaborazione con Andrea Alessandrini (canoe
ASA) il quale si impegnò a fornirci i kayak, durante il mio soggiorno a Eugene, Oregon (U.S.A.) avevo studiato una dieta con l’aiuto di una allenatrice di livello nazionale, c’era anche qualche sponsor e il gruppo era in via di formazione. 
Da maggio ad agosto aumentammo le distanze medie delle uscite in mare, ci fu qualche defezione, trovammo sostituti (una veramente all’ultimo momento, come si può notare sul flyer di presentazione) e a inizio settembre partimmo.
Se qualcuno si sta chiedendo perché solo ora parlo di questo raid (che fornì grandi soddisfazioni e divertimento a tutti i partecipanti) ecco il motivo: dopo quasi 30 anni ho riordinato le varie centinaia di diapositive, quasi tutte scattate da Ernesto, e ne ho fatto eseguire delle buone scansioni. Nelle prossime settimane ne pubblicherò una buona parte, in gruppi di immagini in qualche modo connesse fra loro, accompagnati da post di approfondimento (vita lungo i canali, funzionamento delle chiuse, turismo fluviale, l'incredibile costruzione del Canal du Midi, deviazione alle Gole dell'Ardeche, ...) o da post descrittivi sui quali probabilmente (spero) i miei compagni di viaggio di allora avranno qualche commento da fare.
      
Per ora allego il flyer che comprendeva la copertina (di presentazione), un saluto/augurio del Sindaco, un breve scritto di Carlo Franco e un mio commento in qualità di promotore/organizzatore. Prossimamente aggiungerò una rassegna stampa e forse il filmato del servizio del TG3 sulla 1750km in kayak.

mercoledì 22 luglio 2015

Il Giro di S. Croce NON include Punta Campanella

Mi vedo costretto a questa ennesima precisazione, in quanto sembra che tanti leggano troppo velocemente e intendono ciò che vogliono intendere, ben diverso da quanto scritto.
Sono apparsi articoli a stampa e post nei quali si riferisce che io avrei proposto un "percorso alternativo per raggiungere Punta Campanella, ora che la strada è chiusa per lavori."
Nei due post che ho pubblicato in merito, solo in quello del 14 luglio compare la parola alternativo/a (tre volte) e mai in quel senso. Prima di analizzare - per ribadire il mio pensiero - quanto già scritto in precedenza, sottolineo che la proposta era incentrata su una "alternativa a Punta Campanella" e non "alternativa per Punta Campanella". La differenza è sostanziale.

I citazione:
Ho quindi elaborato una proposta di circuito alternativo (per ora lo chiamerò Giro di Santa Croce) .... In sostanza ho suggerito di utilizzare ufficialmente il sentiero da poco ripulito e sistemato, fra Cercito e il Vuallariello per accedere alla parte alta del crinale (sentiero CAI 300,  fra il “radar” e Punta Campanella).
In questo primo paragrafo parlo di "circuito alternativo" e non di "percorso alternativo". Vale a dire suggerisco di proporre agli escursionisti che giungono a Termini avendo come obiettivo il Circuito di Athena (impraticabile in quanto fino al 2016 circa 2 km dell'itinerario sono interdetti al transito) di percorrere invece il Giro di Santa Croce, altrettanto panoramico, pur nella sua diversità. Questo intercetta il sentiero CAI a quota 400m circa, ben lontano e più in alto di Punta Campanella, e poi si dirige verso San Costanzo.

II citazione: 
In questo modo si fornirebbe una valida alternativa sia alla semplice passeggiata alla Torre Minerva e ritorno, sia al circuito di Athena.
Come scritto poc'anzi, il Giro di Santa Croce è "un'alternativa a", come dire: "se non partono i traghetti, un'alternativa a Capri è Pompei" e non "c'è traffico sull'Amalfitana, un'alternativa per andare a Ravello è il valico di Chiunzi."  Nel primo caso (come quello di cui si discute) c'è un cambio di destinazione, nel secondo la metà rimane la stessa, si cambia itinerario (interpretazione arbitraria del mio post, cosa che non mi sembra di aver scritto.

III citazione: 
Spero anche di vedere a breve un pannello con cartina al bivio di via Cercito che indichi che quello è il percorso alternativo per raggiungere il crinale
In quest'ultimo caso è vero che ho scritto "percorso alternativo per", ma la destinazione è il crinale e non Punta Campanella

Per concludere, e spero che sia ben chiaro, ripeto che l'ultima parte di via Campanella (1,7km dalla località Cancello fino al termine nei pressi del faro e della torre Minerva) è chiusa al traffico veicolare e pedonale. 
Infine, riporto le testuali parole del mio post del 14 luglio:
Lavori sono previsti anche nell’area circostante la torre che quindi sarà chiusa anche per quelli che pensano di raggiungerla da monte, percorrendo il crinale.  
FINO A NUOVO ORDINE (si spera entro il 31 dicembre 2015)
NON SI VA A PUNTA CAMPANELLA