sabato 26 dicembre 2020

micro-recensioni 431-435: cinquina da cinefilo, ricercando qui e là

Ho voluto guardare un altro lavoro di Bela Tarr e questo mi ha portato a ricercare Delitto e castigo e sceglierne una versione americana di qualità; l’ambientazione della storia in Russia mi ha spinto ad effettuare una ennesima ricerca fra i film lì prodotti e quindi ho continuato con una commedia moderna e con un noto film degli anni ’70, diretto però dal rumeno Loteanu. Il quinto è un film argentino segnalato fra i migliori della sua epoca e ciò mi ha spinto a recuperarne un altro dello stesso regista che ho già incluso nel prossimo gruppo.

 

The Turin Horse (Bela Tarr, Hun, 2011)

Oltre a molti altri riconoscimenti, Bela Tarr vinse a Berlino il premio FIPRESCI e l’Orso per la regia, oltre ad ottenere la Nomination per all’Orso d’Oro. Tuttavia, pur essendo più “breve” della sua opera maestra Sátántangó (2h25’ contro 7h19’), e quindi teoricamente più proponibile nelle sale, oggettivamente è meno interessante per aver poca storia e praticamente due soli personaggi (padre e figlia), oltre al cavallo. C’è solo un altro uomo che va a comprare da loro una bottiglia di palinka (distillato di frutta) e conversa per qualche minuto e un gruppo di gitani di passaggio che restano in scena ancora di meno. L’altro elemento presente è il forte vento che soffia incessantemente durante i sei giorni proposti nel film. Eppure il film è affascinante nella sua lentezza, sottolineata da un commento sonoro ipnotico, monotono e angosciante, per la rappresentazione della routine giornaliera dell’uomo (con un braccio paralizzato) e la figlia, fra il grande stanzone nel quale vivono, la stalla e i campi desolati all’esterno. Senz’altro eccezionale la fotografia (b/n) e la regia con ottimi movimenti di macchina negli interni, interessanti piani sequenza e campi lunghi con inquadratura fissa o quasi. Indispensabile spiegare il titolo, associato ad un evento (non certo) della vita di Nietzsche a Torino; per saperne di più rimando a questo preciso post che collega la storia a Dostoevsky e al suo Delitto e castigo … curioso, no? Consigliato solo a chi apprezza veramente fotografia e regia e non ha chi cerca solo azione e spettacolarità.  

Crime and Punishment (Josef von Sternberg, USA, 1935)

Conoscevo ovviamente titolo e tema trattato, ma devo confessare di non aver mai letto il testo né essermi mai imbattuto in uno dei suoi tanti adattamenti cinematografici, una trentina a cominciare dal 1909. Sollecitato dalla lettura del post summenzionato ho scelto questa versione del 1935, sia per essere diretta da von Sternberg sia per vedere Peter Lorre protagonista e sia perché sembra che sia una delle trasposizioni più fedeli al libro. Bel film, rigoroso nei tempi e nella descrizione dei personaggi, che sono tanti e tutti interessanti, oltre ad essere ben interpretati; fra tutti si distingue Edward Arnold nel ruolo dell’ispettore Porfiry. Ciò che mi ha lasciato perplesso è l’ambientazione, che mi sembra poco credibile e precisa per essere la Russia Imperiale e impensabile per collocarsi negli anni successivi alla rivoluzione. Eppure i titoli dei giornali sono in cirillico e si parla di rubli. Consigliato come buon crime drammatico, accompagnato da tanta morale e filosofia.

  

The Monk and the Devil (Nikolay Dostal, Rus, 2016)

Molto ben filmato, sia negli interni che negli esterni, si lascia seguire con interesse per la particolarità della trama e le originali ambientazioni. Si tratta di una commedia fantastica quasi a sfondo religioso, nella quale un monaco ortodosso dalle origini pressoché misteriose, eppure in odore di santità, viene tentato dal diavolo nel corso dell’intero film, con ogni stratagemma. A parte la discutibile trama, il film perde molto nella scadentissima, nonostante ricca, rappresentazione di Gerusalemme e nel finale sottotono. Al contrario, l’inizio con l’arrivo del protagonista al monastero e i suoi successivi rapporti con i confratelli è senz’altro di miglior livello. Guardabile per l’originalità e per la fotografia, abbastanza ben interpretato.

La caída (Leopoldo Torre Nilsson, Arg, 1959)

Segnalato in una delle tante liste “migliori film …” mi aveva incuriosito per lo strano soggetto, fra fantasy, dramma e … crime? La rappresentazione della famiglia nella quale capita la giovane studentessa protagonista del film è a dir poco inquietante. La stessa padrona di casa, vedova e immobilizzata a letto, la mette in guardia dai propri 4 figli, due ragazze e due ragazzi, fra i 5 e i 16 anni, assolutamente fuori controllo e disinibiti pur apparendo precisi e ordinati. L’ingenua Albertina avrebbe una via d’uscita grazie ad un giovane avvocato che la corteggia, ma esita … il tanto atteso ritorno di uno zio dei bambini complica ulteriormente le cose; il vago finale (che certamente non svelo) lascia abbastanza perplessi. La sceneggiatura fu curata da Beatriz Guido, autrice del romanzo omonimo e moglie del regista.

Anche gli zingari vanno in cielo (Emil Loteanu, URSS, 1975)

Certamente inferiore al precedente I lautari (1972), altro film del regista rumeno trapiantato in URSS dedicato agli tzigani dell’Europa orientale. Il filo conduttore è un amore sostenuto da grande passione fra un ladro (per lo più di cavalli) e una bellissima quanto fiera e indipendente ragazza di un altro clan. Le danze, la musica e le evoluzioni a cavallo restano quasi distaccate dalla storia che in sostanza è banale e scontata, con i soliti stereotipi. Al di là degli sgargianti colori dei vestiti delle donne, della bellezza dei paesaggi, delle coreografie e delle acrobazie dei cavalieri rimane ben poco.

martedì 22 dicembre 2020

micro-recensioni 426-430: Portogallo, Argentina, Iran, Messico e Francia

Ritorno alle cinquine multietniche, 5 film ben differenti del secolo scorso, prodotti fra il 1942 e il 1998: uno mediorientale (iraniano), due latini (messicano e argentino) e due europei (francese e portoghese).

 

O patio das cantigas (Francisco Ribeiro, Por, 1942)

Uno dei più conosciuti film portoghesi dell’epoca, una commedia quasi musicale che si sviluppa completamente attorno ad una piazzetta sulla quale si affacciano numerose abitazioni. Fra chi ci vive ci sono personaggi molto singolari che hanno diversi tipi di rapporti, da giovani che “insidiano” le ragazze a uomini che fanno la corte a donne più mature, il che innesca qualche gelosia, ma ci sono anche rivalità fra commercianti e rivalità in merito alla musica che viene suonata dai balconi del patio. Ovviamente ci sono due fazioni ben distinte: pro e contro il fado; ma in contrasto c’è la musica brasiliana che all’epoca godeva di grande popolarità visto che proprio in quegli anni ci fu una forte emigrazione dal Portogallo verso il Brasile, con successivi ritorni spesso da ricchi. Nel 2015 fu prodotto un remake che ottenne pessima accoglienza, principalmente perché è impossibile replicare la vita e le situazioni di 70 anni prima e i personaggi sono adesso fuori della realtà.

El vampiro negro (Román Viñoly Barreto, Arg, 1953)

Un “quasi-remake” di M il mostro di Dusseldorf (1931, Fritz Lang), con interessanti varianti che si alternano a scene replicate quasi pedissequamente. I meriti risiedono per lo più nella fotografia che riesce a ricreare un’atmosfera da noir, con scene e inquadrature che richiamano opere di apprezzatissimi registi, da C. Th. Dreyer a Orson Welles. Pur senza essere un capolavoro è certamente più che buono … cercherò altri film di Viñoly Barreto in rete, ci potrebbe essere qualche altro titolo interessante.

  

The Jar - Khomreh (Ebrahim Forouzesh, Iran, 1992)

In stile Kiarostami, vale a dire piccola storia in una piccola comunità rurale, realismo puro. L’orcio del titolo è quello che si trova nel cortile della scuola, all’aperto, ai piedi di un albero. Viene riempito portando acqua dal vicino ruscello e serve per dissetare i piccoli alunni che non sempre il volenteroso maestro riesce a controllare. Un giorno l’orcio presenta una crepa e comincia a perdere acqua. Da questo punto in poi ci saranno litigi, prese di posizione, volenterose collaborazioni e piccoli incidenti che, in un modo o nell’altro, coinvolgeranno gran parte degli abitanti di quell’agglomerato di case sperduto in area desertica. Ben narrato, seppur velocemente mostra un interessante spaccato della povera realtà sociale e il carattere testardo e ostinato (che si ritrova spesso in questi film mediorientali e quindi qualcosa di vero ci deve essere) che spesso sfocia in lunghe confrontazioni verbali fra insulti, minacce e gara a chi grida di più.

Yo quiero ser artista (aka El cartero del barrio) (Tito Davison, Mex, 1958)

Classica commedia degli anni ’50 avente per protagonista Adalberto Martinez, un “imitatore” dei ben più famosi Cantinflas e Tin Tan e in quanto tale segue la sperimentata trama dell’onesto lavoratore (in questo caso un portalettere = cartero) intraprendente al punto di immischiarsi in qualunque assunto e mettendosi quindi spesso nei guai. Quindi rappresentazione di un vicinato pieno di personaggi particolari dai bambini agli anziani, dai più operosi agli sfaticati incalliti. Nel corso del film il cartero (che sogna una carriera nel mondo dello spettacolo) arriva agli Estudios Churubusco (la Hollywood messicana) dove ha modo di incontrare alcune stelle dell’epoca che interpretano sé stessi: Tin Tan, Pedro Armendáriz, Lilia Prado, Kitty de Hoyos. Ovvio lieto fine preceduto da una bella festa improvvisata per l’artista che arriva inaspettatamente nel caseggiato di periferia, fra il giubilo e l’ammirazione di tutti … o quasi. Pur non essendo all’altezza dei film degli altri famosi comici contemporanei, si lascia guardare piacevolmente e, più che i dialoghi, i soprannomi e le offese sono spesso geniali, pur non essendo politically correct (una vera piaga per le commedie).

Mes Petites Amoureuses (Jean Eustache, Fra, 1974)

Pur godendo di buona critica, l’ho trovato troppo datato e troppo “francese” … e Jean Eustache non è certo Éric Rohmer e neanche un vero adepto della Nouvelle Vague. Descrive bene un certo ambiente dei piccoli paesini del sud della Francia, fra giovani indolenti e ragazzi e ragazze ai primi amori. Interessante per i cinefili cultori del cinema d'oltralpe degli anni '60 e '70. Questo è uno dei soli due lungometraggi del regista, dedicatosi più che altro ai corti.

#cinema #cinegiovis

sabato 19 dicembre 2020

micro-recensioni 421-425: un classico di Blasetti e 4 film senegalesi

Dopo aver guardato tempo fa il primo e l’ultimo dei 9 film diretti da Ousmane Sembene - La noir de … (1966) e Mooladé (2004) – ne ho recuperati altri 4, prodotti fra il 1975 e il 2001. Il regista senegalese è stato uno dei più noti e apprezzati della (molto limitata) cinematografia africana; approdato al cinema verso i 40 anni, si è occupato soprattutto dei problemi sociali, da quelli conseguenti alla transizione dal colonialismo francese all’indipendenza, ai conflitti fra le comunità tribali e quelle religiose, soprattutto le islamiche e cristiane. Anche quando non sono al centro della trama, sono spesso inseriti allusioni alla condizione femminile e a quella giovanile. -Sempre piacevoli ed interessanti per aprirci gli occhi su un mondo sconosciuto, almeno ai più.

 

Guelwaar (Ousmane Sembene, Sen, 1992)

Film drammatico con qualche spunto da commedia, che inizia con uno scambio di cadavere, oltretutto un cristiano seppellito in cimitero mussulmano. Sembene mette in risalto non solo le posizioni radicali delle due comunità religiose, ma anche il difficile controllo delle conseguenti tensioni che risultano difficili da gestire da parte dei pochi membri della polizia e anche dai politici locali, quasi del tutto ignorati in ambienti rurali. Altra problematica proposta e quella degli emigrati in Francia che ritornano quasi da stranieri e l’eterno conflitto della lingua: quella ufficiale è il francese ma la maggior parte degli abitanti (e la quasi totalità dei ceti bassi) stentano a capirlo parlano solo wolofImportanti e argomentati i discorsi contro gli aiuti internazionali che, secondo alcuni, bloccano lo spirito di iniziativa e sono in buona parte preda di politici o vengono venduti al mercato nero. Medaglia d’oro e Nomination Leone d’Oro a Venezia.

Faat-Kiné (Ousmane Sembene, Sen, 2001)

Attraverso molti flashback, viene proposta la vita di una donna indipendente che si è affermata da sola in ambito commerciale a dispetto dei tanti ostacoli da affrontare in una società maschilista. Resta orgogliosamente single pur avendo due figli, nati da uomini diversi. Tiene testa a pretendenti (che ambiscono soprattutto ai suoi soldi), a truffatori, a chi le chiede soldi. Pur essendo chiaramente una commedia, suggerisce interessanti considerazioni in merito alla variegata società cittadina del secolo, allo stile di vita di donne indipendenti che comunque sfoggiano i loro coloratissimi vestiti.

  

Xala (Ousmane Sembene, Sen, 1975)

Pura commedia sociale che ruota attorno ad una originale maledizione (temporanea impotenza, xala) lanciata all’indirizzo di un piccolo burocrate corrotto, in occasione del suo terzo matrimonio, in piena transizione di potere (colonia francese – indipendenza). Non mancano personaggi particolari e anche i rapporti matrimoniali (specialmente in considerazione della vigente poligamia) sono trattati in modo ironico.

Ceddo (Ousmane Sembene, Sen, 1977)

Il più statico e quindi noioso di tutti. Lunghissime scene ambientate in spiazzi polverosi nei quali si ritrovano e si confrontano i vari gruppi di potere, per lo più per i soliti motivi religiosi. Nella silenziosa attenzione generale, i fautori di una certa idea strillano le loro ragioni, ovviamente inascoltati dagli oppositori. Frasi a sensazione, basate quasi esclusivamente su dogmi religioni, quindi non dimostrabili. Una sceneggiatura assolutamente proponibile anche in teatro considerate i minimi set (naturali) e la quasi totale mancanza di azione. Affascinanti i coloratissimi variegati costumi tradizionali con originali copricapi; a differenza di Guelwaar molto poco convincente la colonna sonora, nella quale viene anche inserito un gospel. Premio Interfilm a Berlino.

Quattro passi fra le nuvole (Alessandro Blasetti, Ita, 1942)

Dramedy prodotta in pieno periodo II Guerra Mondiale, su soggetto di Cesare Zavattini. con un giovanile Gino Cervi e morale conclusiva. Viene considerato uno dei migliori film del regista romano e da alcuni un precursore del neorealismo. Nonostante il periodo, non c’è alcun riferimento al fascismo né alla guerra. Ben girato e interpretato, rientra a pieno titolo nella storia del cinema italiano il che giustifica il suo inserimento nella lista dei 100 film italiani da salvare, creata in occasione della Mostra del cinema di Venezia 2008.

lunedì 14 dicembre 2020

Sentieri della pineta di S. Costanzo … siamo a buon punto!

Tre settimane fa indirizzai una lettera al Sindaco, dettagliando la mia proposta (già anticipata verbalmente) che includeva il recupero dei sentieri interni alla pineta di San Costanzo (nei pressi di Termini, Massa Lubrense), quella che dalla sella fra le due cime digrada ripidamente verso Jeranto, e impegnandomi a presentare una bozza di mappa in poche settimane … eccola:

Come si può vedere, per rendere quanto più facile possibile i movimenti all’interno del bosco, fu realizzata una griglia, se non regolare certamente logica, che nella parte centrale prevedeva sentieri quasi perfettamente orizzontali ogni 25-30 metri di quota. Questi erano collegati da sentieri zigzaganti che quindi diminuivano la pendenza; a ponente altri sentieri più o meno in quota giungevano fin sul margine del Rivolo San Costanzo (Rivo ‘a Falanga) e che oggi offrono insoliti e affascinanti panorami. 
 
L’area alberata si restringe verso sud e per questo i sentieri a tornanti sono tre nella parte alta ma diventano due nella parte inferiore.
 

Il problema del recupero deriva sia dal crollo di parte di alcuni dei tantissimi meravigliosi muretti a secco, sia dalla caduta di rami a causa di tempeste di vento e anche alberi, vari già indeboliti da precedenti incendi. La situazione peggiora procedendo verso valle, soprattutto per il numero di alberi caduti a traverso del sentiero.

 

Tuttavia, con molta buona volontà mia e dei miei sodali Camminanti, pur lavorando solo a mano, solo nei pochi giorni nei quali potevamo circolare e solo quando le condizioni meteo ce lo hanno consentito, siamo riusciti a rendere agibili quasi 3 km di sentieri, scendendo per oltre 120 metri di quota dal crinale, dove corre l’Alta Via del Monti Lattari (CAI 300). 

Gli alberi che non si potevano rimuovere sono stati comunque sfrascati e ora, con un poco di agilità, sono facilmente scavalcabili o aggirabili. Per ora ciò vale solo per i sentieri segnati in rosso in mappa, per gli altri si dovrà aspettare e valutare attentamente se valga effettivamente la pena di rimuovere quella quantità di tronchi. 

In attesa di avere la possibilità di procedere al taglio delle parti di tronco che giacciono sui sentieri indicati in rosso, invito tutti quelli che amano camminare (che si sono incredibilmente moltiplicati in tempo di pandemia) a prendere in considerazione di farsi un giro nella pineta. 

Anche se non la si conosce per niente, non è possibile perdersi … qualunque sentiero in salita riporterà i novelli esploratori sul crinale e quindi alla rotabile.

Approfittate di questa occasione per passeggiare nel verde, respirando aria buona, facendo esercizio più o meno impegnativo a seconda di quanto vorrete scendere e per quanto tempo vorrete rimanere in pineta.

Sappiate che, benché i sentieri attualmente più o meno agibili si sviluppino in un'area di neanche 9 ettari, per batterli tutti dovrete percorrere almeno 3 chilometri!

micro-recensioni 416-420: film molto diversi, quasi niente in comune

Dopo tante quasi-monografie o gruppi dedicati in prevalenza ad un regista, paese o genere, ecco una cinquina estremamente varia: 5 paesi differenti, generi diversi, fra gli anni ’30 e il 2007. Il film Berlanga è nettamente il migliore, sotto ogni punto di vista, Polanski conferma la sua abilità nei film con pochissimi personaggi, il crime di Haggis è sufficiente, Shimizu ha prodotto senz’altro di meglio, il portoghese Canijo molto deludente.

 

Los jueves, milagro (Luis García Berlanga, Spa, 1957)

Deliziosa comedia negra del realismo spagnolo prodotta con molto poco, utilizzando come set il piccolo paesino Alhama de Aragón (Fuentecilla nel film), noto per le sue acque termali che sono parte fondamentale della storia, insieme con San Dimas (San Disma in italiano, il ladrone buono crocifisso al lato di Gesù). Oggi conta poco più di 1.000 abitanti e non penso che all’epoca fossero molti di più e tanti interpretarono i loro personaggi reali, specialmente nelle scene in chiesa e quelle delle processioni. Le spese per il cast “di grido” fu fra le maggiori di questa produzione italo-spagnola evidenziata dalla presenza (al fianco degli onnipresenti spagnoli Isbert e López Vázquez) di Paolo Stoppa e Richard Basehart (che all'epoca lavorava in Italia essendo sposato con Valentina Cortese) … di conseguenza esiste la versione italiana (bravo chi la trova) con titolo Arrivederci Dimas.

Un’altra perla frutto della creatività e genialità di Berlanga, un maestro in questo genere, che riusciva a fare critica sociale mascherandola da commedia in modo da evitare la censura franchista (p.e. Bienvenido Mister Marshall e Placido). Visto per la prima volta meno di un anno fa, ho voluto guardarlo di nuovo per aver trovato copia migliore e sono stato molto contento di averlo fatto. I volti dei veri abitanti del paesino, i loro atteggiamenti e la descrizione dell'ambiente sono imperdibili ... consigliatissimo.

Death and the Maiden (Roman Polanski, UK/Fra, 1994)

Film con tre soli personaggi, che si svolge nel corso di una notte, in una casa isolata nei pressi di una scogliera, in un paese da poco uscito da un periodo di dittatura. Tre persone colte e formali, una coppia ed uno sconosciuto che ha aiutato l’uomo che era in difficoltà con la sua auto. Improvvisamente qualcosa cambia e la tensione sale rapidamente alle stelle, il rapporto fra i tre diventa violento, fra minacce, accuse e bugie. Purtroppo si perde nel finale e nel brevissimo seguito, con un salto temporale. Le star sono Sigourney Weaver e Ben Kingsley (l’uomo misterioso), ma il semisconosciuto Stuart Wilson non sfigura. Di chiara derivazione teatrale (dramma dell’argentina Ariel Dorfman, e si comprende il perché del tema), riesce comunque a mantenere sempre alta l’attenzione. Sembra che questo tipo di situazioni siano amate da Polanski visto che il regista polacco, fra suoi soli 24 film in oltre 50 anni, conta (a mia memoria) conta altri due film concettualmente simili: Il coltello nell’acqua (1962, suo esordio, Nomination Osca e FIPRESCI a Venezia) e il molto più recente Carnage (2011).


  

In the Valley of Elah (Paul Haggis, USA, 2007)

Crime in ambito quasi militare, incentrato sulla misteriosa scomparsa di un soldato da poco rientrato dall’Iraq e i titoli di testa ci fanno sapere che il soggetto è ispirato a fatti reali. Tommy Lee Jones (Nomination Oscar per questa interpretazione) è il padre alla ricerca della verità, Charlize Theron la detective (derisa da superiori e colleghi) che si fa carico dell’indagine e degli inevitabili scontri con le reticenze e ostacoli opposti dai militari. Molti personaggi non convincono del tutto e lo sviluppo è molto più lento del necessario, il film non riesce a coinvolgere più di tanto, anche se è ben realizzato. Se piace il genere può piacere, ma gli altri lo troverebbero noioso ... a voi la scelta.

Japanese Girls at the Harbor (Hiroshi Shimizu, Jap, 1933)

Shimizu fu uno di quei registi che fece storia nel cinema giapponese dirigendo ben 148 film, cominciando nel 1924 (a soli 21 anni) e fu uno di quelli che continuò a girare muti, come questo, ben oltre gli anni dell’avvento del sonoro. I suoi migliori furono senz’altro quelli realistici, con tanti bambini e giovani come protagonisti. Amico e collega di Ozu, fu anche molto apprezzato da Kenji Mizoguchi, ma questo, pur realizzato con il suo solito stile chiaro e descrittivo, non è riuscito a coinvolgermi; a chi non lo conosce consiglierei di cominciare con altri suoi film.

Sangue do meu sangue (João Canijo, Por, 1994)

Senza dubbio il più deludente di questa cinquina. Molto quotato in patria, dove ha ottenuto molti premi (ma l’attuale produzione lusitana non è di gran livello), si risolve nella descrizione di una famiglia mal assortita di ceto medio-basso nella quale sembra che si faccia a gara a chi si comporta in modo più irrazionale. Canijo (regista e sceneggiatore) ha voluto concentrare in una mezza dozzina di personaggi troppi problemi sociali e ciò, oltre a sembrarmi eccessivo per chiunque, non è assolutamente nelle sue capacità; oltretutto, oltre la brava Rita Blanco, il resto degli interpreti non è convincente. Risulta abbastanza deprimente e anche irritante per l’insulsaggine dei personaggi. Visione che si può evitare.

mercoledì 9 dicembre 2020

micro-recensioni 411-415: kolossal muto italiano e 4 georgiani

Cinquina quasi monotematica con film georgiani del periodo in cui il  paese faceva ancora parte dell’URSS ai quali ho aggiunto Cabiria, pietra miliare del cinema italiano, ancorché sconosciuto alla gran parte del pubblico (non ha niente a che vedere con le Notti di Cabiria, 1957, di Federico Fellini, Oscar miglior film straniero).

 

Cabiria (Giovanni Pastrone, Ita, 1914)

Fu il primo vero kolossal italiano e fece storia nel mondo intero, ispirando i successivi lavori di Cecil B. DeMille e D. W. Griffith; a detta di Scorsese, Pastrone fu il vero creatore del kolossal epico.  In effetti, l’anno prima Enrico Guazzoni aveva diretto Quo vadis?, anch’esso ovviamente storico e primo in Italia a servirsi di centinaia di comparse, ma niente a che vedere con Cabiria. Il soggetto e sceneggiatura sono basati su testi di Tito Livio e sul romanzo di Salgari Cartagine in fiamme e vi collaborò lo stesso Pastrone, mentre Gabriele D’Annunzio (al quale spesso tutti i meriti) fu solo l’autore dei numerosi aulici cartelli nonché dei personaggi e dei loro nomi. Fu proprio lui il creatore di Maciste, qui interpretato da Bartolomeo Pagano, uno scaricatore del porto di Genova, che così diventò una star del cinema interpretando lo stesso personaggio in un’altra quindicina di film; nella prima metà degli anni ’60 il buon forzuto tornò in gran voga come protagonista di oltre 20 film, interpretati però da attori diversi.

Anche se il concetto di carrellata già esisteva, Pastrone ideò e brevettò il macchinario e lo utilizzò in numerose scene di Cabiria. Al contrario dei film dell’epoca fece anche ampio uso di montaggio e tutti i vari metodi di ripresa allora disponibili. Volle una colonna sonora composta specificamente per il film che sottolineasse le scene più drammatiche. Grande fu anche il successo internazionale, il film restò in cartellone per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a New York. Con tutti i limiti di un film di oltre un secolo fa, Cabiria è comunque affascinante contando su scenografie spesso grandiose, una gran varietà di costumi ed una recitazione senza troppi esagerati sbracciamenti, tipici dei muti, né eccessivi primi piani. Le scene d’azione sono molto ben realizzate, dai sacrifici al Moloch, all’eruzione dell’Etna, all’assalto alle mura.  

Nel 2006 è stata realizzata una versione restaurata con aggiunta di scene per molti anni non disponibili, raggiungendo una durata di circa 3 ore. Fu presentata l'anno successivo al Festival di Berlino. Certamente un must per cinefili, ma apprezzabile anche da tanti altri amanti delle arti visive. Consigliato!

Blue Mountains (Eldar Shengelaya, Geo, 1983)

Seppur un po’ ripetitiva, la satira socio-politica che domina in questo film dalla prima all’ultima scena risulta più che divertente e arguta, proponendo un gran numero di personaggi che “lavorano” in una delle tante strutture dell’apparato statale sovietico. Nessuno si prende responsabilità, demandandole ad altri, ci sono sempre firme che mancano sui documenti, molti sono i perditempo, i perennemente assenti e quelli che giocano a scacchi, ma tutti aspirano ad aumenti e bonus. Le copie del manoscritto del protagonista passano di mano in mano, si perdono, riappaiono ma nessuno le legge e nonostante ciò tutti esprimono opinioni e commentano. Le dichiarazioni nel corso della riunione finale evidenziano questa linea, mentre l’intera struttura (metaforicamente e praticamente) mostra le sue crepe e sta per crollare. Una commedia dell’assurdo, basata sull’impotenza del cittadino di fronte alla cieca burocrazia, in puro stile kafkiano. Da non perdere.

  

Trilogia di Tengiz Abuladze (in ordine di mio gradimento)

The Wishing Tree (Tengiz Abuladze, Geo, 1976)

Nell’ambito della trilogia, questo è il mio preferito per essere confuso e creativo al punto giusto, anche se nell’ultima parte passa da essere divertente commedia stracolma di personaggi peculiari, degni dei film di Kusturica o di Fellini, ad un tono prettamente drammatico. Numerose storie si intrecciano nella trama, alcune più indipendenti, altre meglio connesse al contesto sociale del piccolo paesino di campagna; i tanti brevi eventi/episodi (ho letto che sono 23) sono incatenati in sequenza per avere almeno un protagonista in comune, e molti sono i personaggi appaiono in più occasioni. Nel 1979 vinse il David di Donatello come miglior film straniero, presentato con titolo L’albero dei desideri. Consigliato.

Repentance (Tengiz Abuladze, Geo, 1984)

Si inizia con la morte del protagonista, un personaggio politico caricaturale frutto di una combinazione delle caratteristiche di Hitler, Mussolini, Stalin e il suo fido Beria (per oltre 20 anni a capo della polizia segreta e politico). A causa delle poco velate allusioni agli ultimi due (entrambe georgiani) il film fu bloccato per 3 anni e solo nel 1987, grazie alla glasnost di Gorbaciov, fu messo in circolazione in Unione Sovietica e anche all’estero. Divenne candidato all’Oscar per il suo paese (ma non fu incluso nel gruppo finale) e vinse il Golden Globe miglior film straniero e 3 Premi a Cannes, fra i quali il Gran Premio della Giuria assegnato all’unanimità. Ovviamente gran parte del film è composto da flashback, ma c’è anche una parte al limite del surreale con il cadavere che, dopo essere stato sepolto, riappare più volte. Quindi una dark comedy a tema politico, con vari spunti fantastici.

The Plea (Tengiz Abuladze, Geo, 1967)

Decisamente un film “troppo” artistico, con dialoghi sostituiti da versi, spesso ripetuti più volte, del poeta georgiano Vaja-Pshavela, vissuto nell’ultimo periodo dell’Impero Russo. Pur trattando temi interessanti che spaziano dalla faida all’ostracismo e dall’intoccabilità dell’ospite alla vendetta, la poca azione e la voce non sincronizzata rendono la visione impegnativa. Notevole senz’altro la fotografia (b/n) e la regia. Certamente di genere ben diverso dagli altri due e non destinato al grande pubblico.

lunedì 7 dicembre 2020

‘O cut’niello (2), ingredienti e cottura

Nel titolo la scrittura corretta, né con la “i”, né con la “e” (vocale “muta”) = pezzente, nnoglia, doglia, … ma non cotechino!

Dopo varie interviste, sufficienti per poter cominciare a redigere una statistica, posso dire che prende corpo l’ipotesi che cuteniello (continuerò a scrivere così per facilità di lettura e ricerca) sia denominazione tipica della penisola sorrentina, anche se insaccati tradizionali molto simili sono prodotti quasi in tutto il meridione. A complemento della dettagliata descrizione fornita da Giovanni Gargiulo come commento al post precedenteecco alcune informazioni raccolte che, in linea di massima, coincidono. Bisogna comunque sempre tener presente che essendo prodotto molto artigianale e talvolta casalingo per consumo familiare, gli ingredienti base variano così come gli aromi che dipendono anche dall’area di produzione. 

Dal nome è facile intendere che si include una percentuale di cotenna, ma questa è considerata carne di minor pregio quindi più ce n’è meno buono è il prodotto. Quelli artigiano/industriali (di battaglia) venduti da alcune macellerie talvolta contengono troppa cotica e sono da evitare; in quelli fatti per uso proprio o con l’idea di proporre un insaccato tradizionale e povero ma di ottima qualità se ne usa invece poca e solo la più tenera, vale a dire quella sotto al collo. In questo caso la maggior parte del resto della carne proviene dalla testa (spesso anche lingua e orecchie) e zampe, ma anche da altri pezzi di carne con più nervi, non utilizzati nella preparazione di salami e salsicce secche (che non sono sopressate). In quanto al condimento, obbligatoria l’aggiunta di vino bianco (alla pari delle tradizionali salsicce fresche in quest’area), pepe in grani o macinato e/o peperoncino (a proprio gusto), qualcuno aggiunge anche semi di finocchiettoIn linea di massima i cutenielli vengono anche affumicati, spesso usando piante aromatiche locali quali lauro, rosmarino e mirto (utilizzato per questo da oltre 2.000 anni). 

Venendo al consumo dei cutenielli, fornirò solo poche indicazioni in quanto per lo più viene trattato alla stregua di tanti altri prodotti, specialmente di origine suina. Una, indispensabile e seguita da quasi tutti, è quella di sgrassare l’insaccato che, per risultare morbido, dovrà bollire anche per un paio d’ore (dipende dalla pezzatura e dall’impasto). Sap avverte di non metterlo in acqua fredda dopo averlo bollito, altrimenti si indurisce, e quindi consiglia di passarlo in altra pentola con acqua bollente. Per non correre il rischio che il budello ceda e il cuteniello si rompa nel corso della bollitura, alcuni lo avvolgono in una mappina (capite mappina?) o in un altro panno, legato alle estremità a mo’ di caramella.

Come già accennato nel post originale si sposa alla perfezione con qualunque zuppa di legumi e minestre di verdure, ma i veri cultori del cuteniello sostengono che la sua morte debba essere in salsa (che comunque non sarà mai un ragù). In questo caso, se è relativamente piccolo e i pomodori sono tanti, si può anche non sgrassare considerato che dovrà condire molti piatti di pasta e la sua funzione è soprattutto quella di fornire sapore. Scelta assolutamente soggettiva è quella di rompere il budello e mischiare l’imbottitura nella salsa o mantenere il cuteniello integro e poi tagliarlo a fette servendole a parte. Last but not least, c’è anche chi lo preferisce in bianco (alias all’insalata), vale a dire solo sgrassato e poi mangiato con una bella strizzicata di limone (che per fortuna da noi non mancano) come si fa nelle feste popolari con 'o pere e 'o musso.

Chi non lo conosce e lo volesse provare, sia certo di affidarsi a produttore serio o segua i suggerimenti di qualche aficionado; una cattiva esperienza iniziale rischierebbe di allontanarlo per sempre da questa prelibatezza. Ricordate inoltre che di solito sono i primi insaccati ad essere consumati, essendo più soggetti all’irrancidimento rispetto ai salamisalsicce secchecapicolli, e via discorrendo. Fino a primavera sarà relativamente facile trovarli, passato marzo è meglio che aspettiate almeno fino a novembre prossimo. 

Qualunque sia la ricetta che vi attiri, provate nu cuteniello, sono certo che non rimarrete delusi. 

Buon appetito!

domenica 6 dicembre 2020

Cuteniello … in rete è uno sconosciuto! Cose da non credere!

Ieri pomeriggio ebbi voglia di comprare un cuteniello e, per non cucinarlo nei modi che conoscevo, volli cercare su Google una ricetta diversa ma, con mia grande, enorme sorpresa, non trovai quasi niente! Ho cambiato spelling, l’ho cercato come cotechino napoletano o campano (visto che con l’originale padano ha ben poco a che vedere), ma senza grandi risultati. Eppure, me lo ricordo dalla mia infanzia e, in Penisola Sorrentina dove vivo e sono in parte originario, tutti lo conoscono. Come mio solito, ho cominciato subito ad indagare, fra macellai, ristoratori e fedeli della cucina tradizionale per colmare questo incredibile vuoto.

Già dalle prime ricerche in rete ho appreso che molto simili sono il pezzente (salame o salsiccia) e la noglia, insaccati relativamente diffusi dall’Irpinia e dal Cilento fino a tutta la Lucania e parte della Puglia e della Calabria. Queste ultime due regioni hanno addirittura inserito il salame pezzente fra i loro PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali).  Come già detto, per farsi trovare (o per pretendere di essere colti e raffinati?), molti li chiamano cotechiniun’italianizzazione assolutamente fuori luogo che offende entrambe le specialità (e mi indispone). Nelle pagine dell'Assessorato Agricoltura della Regione Campania si legge:

"La nnoglia o doglia di maiale è un salume tipico del territorio di Bagnoli Irpino, in provincia di Avellino, che si ottiene, come molti dei salumi tipici della regione dagli scarti della lavorazione del maiale. Per ottenere la nnoglia si utilizzano parti grosse e spesse dello stomaco e dell'intestino del maiale sottoposti a pressatura, affumicatura e a una stagionatura di circa 20-30 giorni. ... Caratterizzata da un gusto deciso e piccante, la nnoglia viene utilizzata principalmente per la preparazione della minestra maritata e, il giorno di Pasqua, per la preparazione della minestra di cicoria selvatica."

Fra coloro che ho consultato, vari napoletani non conoscevano il cuteniello, in zona amalfitana lo conoscono ma è più conosciuto come noglia, ad Agerola (prov. di Napoli, ma sul versante amalfitano) è più noto come pezzente ed è di solito di pezzatura più grande ed affumicato. Mi sorge quindi il lecito sospetto che cuteniello sia nome tipico della Penisola Sorrentina, intesa come territorio far Massa Lubrense e Vico Equense.  Dai miei ricordi, confortati dalle odierne brevi indagini, viene utilizzato nella classica minestra maritata pasquale, nelle minestre di verdure e/o legumi, in salsa assimilabile al ragù e, infine, in bianco (alias all’insalata) condito solo sale e succo di limone, alla stregua dell’arcinoto 'o pere e 'o musso.

Nei prossimi giorni lo cucinerò e vi farò sapere … nel frattempo, mentre io approfondisco le mie indagini in merito agli ingredienti (almeno quelli della tradizione della Penisola Sorrentina), saranno oltremodo ben accette correzioni, integrazioni e, soprattutto, ricette.

Cuteniello artigianale classico, di circa 450g

venerdì 4 dicembre 2020

micro-recensioni 406-410: altri 5 Buñuel messicani

Non si tratta di commedie né dei famosi film con note più o meno surreali (El angel exterminador, Nazarin, Viridiana, …), bensì di 5 film che in comune hanno tormentati e a tratti violenti rapporti umani; fra machismo e donne predatrici, emergono violenza, ricatti, passioni e spesso una forte carica sensuale. Può essere interessante valutarli nel complesso oltre che singolarmente.

 

El bruto (Luis Buñuel, Mex, 1953)

Film molto poco conosciuto (in Italia) di Buñuel che molti, compreso me, giudicano ampiamente sottovalutato. Lo si potrebbe vedere quasi come un sequel di Los olvidados, per la violenza, l’acrimonia e la povertà che condizionano la vita in ambienti marginali delle grandi città. Stavolta, però, non si tratta di giovani ma di adulti e il sesso (appena accennato nell’altro) gioca qui un ruolo devastante visto che si accompagna a avidità e gelosia. La perfidia e malvagità di Paloma (Katy Jurado, Premio Ariel come non protagonista) che spesso appare come una fiera predatrice è forse peggiore della brutalità del bruto Pedro (l’ottimo Pedro Armendáriz, perfetto per questo ruolo). Nel variegato cast che include tanti buoni caratteristi e la insipida Rosa Arenas, spicca anche Andrés Soler (Nomination Ariel come non protagonista) fratello di Fernando, Domingo e Julián tutti attori, alcuni anche registi e sceneggiatori ... una vera famiglia di cineasti.

In questo caso Buñuel non si affida al celebrato direttore della fotografia in bianco e nero Gabriel Figueroa (6 film con lui) bensì al comunque incisivo Agustín Jiménez che lo assisterà anche nei successivi Abismos de pasión (1954) e Ensayo de un crimen (1955); in quanto alla sceneggiatura il suo co-autore è ancora una volta Luis Alcoriza. I personaggi e gli ambienti sono ben proposti, le scene appropriate e quasi sempre allusive (come quella nel mattatoio), negli interni spesso si percepisce che la violenza sta per esplodere così come incutono timore le strade buie, teatro di percosse e inseguimenti. Non manca il solito criptico simbolismo di Buñuel distribuito in più punti, con la perla finale dell’inquietante gallo padrone della scena dopo una serie di eventi distruttivi e fatali. Penso sia chiaro che suggerisco di guardare anche questo film, seppur reputato “minore” da molti.

El rio y la muerte (Luis Buñuel, Mex, 1955)

Basato sul romanzo Muro blanco en roca negra (1952) di Miguel Álvarez Acosta, adattato da Buñuel e dal solito Luis Alcoriza, ha molti punti in comune con due successive opere di Gabriel García Márquez, poi adattate a sceneggiatura (Tiempo de morir e Cronaca di una morte annunciata) in quanto verte sull’ineluttabilità dell’assassinio, seppur secondo ben precise prassi d’onore, in una piccola comunità rurale messicana. Si segue la faida fra gli Anguiano e i Menchaga che va avanti da generazioni così come varie altre nello stesso pueblo, dove sono in un modo o nell’altro accettate, perfino dal parroco (anche lui armato di pistola) che le giustifica come volontà di Dio e dalle autorità che a chi uccide “per onore” concede il tempo necessario per attraversare il fiume e auto-esiliarsi, mettendo in atto solo un blando fittizio inseguimento.

Alcuni lo accomunano a Tierra sin pan (1933) e Los olvidados (1950) per occuparsi delle miserie del sottosviluppo delle comunità chiuse che vivono secondo le proprie “leggi”, formando così un trilogia. Buñuel, che non credeva al prevalere della modernità e della ragione su ataviche barbare tradizioni (e forse aveva ragione visto quello che accade ancora oggi), raccontò che non gli fu concesso di aggiungere all’ottimistico finale una ennesima sparatoria, per poi concluderlo con il cartello “Altri morti la settimana prossima”.

Sottovalutato da molti, a me è ri-piaciuto per il suo preciso taglio antropologico, con ottima - per quanto stringata - descrizione di personaggi, ambiente ed eventi, nonché per il sapiente montaggio di flashback. Una eccellente critica sociale, che mette ancora una volta in risalto la stupidità umana. Pur essendo stato presentato in anteprima al Festival di Venezia 1954 (Nomination al Leone d’Oro) uscì solo l’anno successivo in Messico e non sono sicuro del fatto che sia poi stato effettivamente distribuito in Italia; il titolo per il Festival fu Il fiume e la morte.

  

Susana (Demonio y carne) (Luis Buñuel, Mex, 1951)

In breve, una avvenente giovane donna fugge dal riformatorio (non è uno spoiler, si tratta della prima scena) e, accolta in una hacienda, porta lo scompiglio non solo nella famiglia del proprietario, ma anche fra i suoi dipendenti, sia uomini che donne, per ovvi diversi motivi. Susana (Rosita Quintana) sprizza sensualità dai tutti i pori e con perversione più che con malizia irretisce uomini maturi e giovani, padroni e peones. In un crescendo di tensione, pur non essendo del tutto chiara la sua strategia, si aspetta un confronto fra quelli che aspirano alle sue grazie, mentre le donne non sanno come liberarsene. Ottima scelta del cast nel quale spicca non solo il solito Fernando Soler, ma anche Matilde Palou (Doña Carmen), María Gentil Arcos (la governante Felisa) Víctor Manuel Mendoza (il capataz Jesús). Come norma nei film del regista, non mancano le solite riprese di gambe scoperte (ovviamente quelle di Susana) e i volatili da cortile appaiono in gran quantità.

Los ambiciosos (La fièvre monte à El Pao) (Luis Buñuel, Fra/Mex, 1959)

Questo film del periodo del ritorno di Luis Buñuel in Europa, con qualche tentativo di riavvicinamento con la madre patria e vari film co-prodotti, è conosciuto anche come La fievre sube a El Pao, mentre in Italia divenne L’isola che scotta. Si tratta di uno dei meno conosciuti, meno proiettati, meno buñueliani, poco amato dallo stesso regista e quindi raro; dei suoi 32 lungometraggi fu l’ultimo che guardai trovandolo finalmente fra le migliaia di titoli disponibili presso la Cineteca Nacional Mexico. Los ambiciosos è di stampo chiaramente politico ed adattato da un romanzo di Henri CastillouLa star è la messicana Maria Felix (e sue sono le gambe in bella mostra) mentre nei due principali ruoli maschili troviamo Gérard Philippe e Jean Servais, contribuzione della parte francese della produzione. Direttore della fotografia è il maestro Gabriel Figueroa.

Rappresenta una realtà molto comune nell'America Latina, non solo negli anni '50, ma in effetti anche di molti anni successivi: una dittatura in piena regola, con tanti prigionieri politici, mentre per il potere c’è una lotta senza scrupoli e senza esclusione di colpi. Ma il potere non è la sola posta in gioco, c’è anche un palese scontro per conquistare, in un modo o nell’altro, l’affascinante vedova Inés Rojas (Maria Felix). Nonostante tutti i noti professionisti di ottimo livello coinvolti (regista, attori, direttore della fotografia, sceneggiatori) considero questo film uno fra i meno avvincenti diretti da Buñuel, probabilmente non giovano l’incerto realismo, il cast internazionale e la non precisa collocazione culturale e geografica.

Una mujer sin amor (Luis Buñuel, Mex, 1952)

Melodramma tratto dal romanzo Pierre et Jean (1889) di Guy de Maupassant, da molti considerato la sua migliore opera. Anche in questo genere che si discosta un po’ da quelli più frequentati, Buñuel mette in scena un perfetto dramma familiare in due parti, distanti oltre 20 anni. Da un triangolo iniziale, sorto per caso a dir poco fortuito, si passa ai veementi scontri fra madre e figlio maggiore, mentre padre e fratello minore sembrano vivere nel mondo dei sogni. Una curiosità: Joaquín Cordero, che interpreta il giovane e promettente medico Carlos (il figlio maggiore), sarà di nuovo un giovane e promettente medico in El rio y la muerte (1955), l’unico altro film in cui fu diretto da Buñuel. Nonostante il regista nel corso di un’intervista abbia dichiarato che questo fu il suo peggior film, sappiate che ha i suoi pregi e a me non dispiace, quindi ne consiglio comunque la visione. Uno scadente film di Buñuel è sempre varie spanne al di sopra della media.

#cinema #cinegiovis