mercoledì 16 settembre 2015

La lunga corsa verso la Casa Bianca

Stasera secondo dibattito fra gli aspiranti candidati alla Casa Bianca per il GOP (Grand Old Party) ovverosia il Partito Repubblicano. E’ prassi del sistema elettorale americano iniziare questi confronti ben oltre un anno prima delle elezioni, previste per novembre 2016.
Come molti sanno, in linea di massima ci sono solo due fazioni: Repubblicani (centro-destra, con un elefante per simbolo) e Democratici (centro-destra, simbolo un asino) pur non essendo esclusa a priori la possibilità di un candidato indipendente.


Considerato il grande potere decisionale del quale gode il Presidente degli Stati Uniti, per gli elettori è importante sapere quali sono le sue idee personali, i suoi progetti e i suoi impegni sociali. Infatti non ci sono strettissime regole di partito e spesso i potenziali candidati appartenenti ad uno stesso gruppo non sono d'accordo fra loro, neanche su temi importanti come sistema sanitario, immigrazione, sistema fiscale, politica estera e aborto, argomenti sempre molto controversi.
Un paio di situazioni inusuali hanno caratterizzato questa primissima fase elettorale: la discesa in campo di Donald Trump (miliardario che non risponde alle seppur poche direttive del GOP e si vanta di non essere ricattabile dalle lobby in quanto va avanti con soldi suoi) e l’inaspettata perdita di popolarità di Hillary Clinton che fino a qualche mese fa sembrava non avere rivali. Vale a dire che il candidato dei Repubblicani potrebbe essere un uomo non di partito, che non ha mai ricoperto alcuna carica politica (infatti, la maggior parte sono o sono stati senatori o governatori) e quello dei Democratici appare al momento debole.
Anche per quanto riguarda i dibattiti per le primarie la situazione è particolare in quanto i candidati Repubblicani sono tanti da aver costretto gli organizzatori a dividerli in due gruppi in base ai polls. Nel primo confronto del 6 agosto la discussione con i 7 più “deboli”, ma con almeno l’1%, precedette quella dei primi 10, trasmesso in diretta da Fox News in prima serata. Nella seconda tornata Carly Fiorina (anche lei non politica di carriera) è stata “promossa” quasi a furor di popolo senza che nessuno sia stato “retrocesso”. Stasera si prevede quindi una “triste” e probabilmente poco seguita prima parte con soli 4 candidati (Santorum, Jindal, Pataki, Graham – altri 2 hanno rinunciato) seguita dal vero dibattito fra gli 11 di punta: Trump, Bush, Walker, Huckabee, Carson, Cruz, Rubio, Paul, Christie, Kasich, Fiorina. Al momento Trump è nettamente in testa con oltre il doppio delle preferenze rispetto al secondo.
A fronte di questa sovrabbondanza (ma fra qualche mese vari si ritireranno) sull’altro fronte c’è una penuria di candidati. Fino a qualche mese fa Hillary Clinton appariva infatti la certa vincitrice delle primarie e quindi quei pochi che si erano proposti per il Partito Democratico aspiravano per lo più alla vicepresidenza ed i dibattiti previsti erano ben pochi, il primo solo il 13 ottobre.
Poi lo scandalo delle email al quale si è aggiunto un attacco (giudicato molto insolito, ma che ha avuto il suo effetto) da parte di Trump alla principale consulente politica nonché amica di Hillary, Huma Abedin, ha causato una rapida diminuzione dell'indice di gradimento per la Clinton. Al momento è in rapida risalita Sanders che ha superato Biden, pur restando ben distante dalla Clinton. Ciò potrebbe anche far aumentare il numero di candidati Democratici. 
Trump ha riportato sulle prime pagine fatti in effetti già noti che però hanno fatto riflettere molti democratici. In pratica ha chiesto “Quante possibilità ci sono che le informazioni riservate (classified) alle quali Huma Abedin ha certamente accesso non passino direttamente al marito Anthony Weiner?”. Ovviamente lo ha fatto sottolineando che questi lavora ora per un gruppo di consulenza di altissimo livello (commercio internazionale, politica e finanza) e non ha perso l'occasione per ricordare agli elettori che Weiner, già membro della Camera, fu costretto a dimettersi nel 2011 a causa di uno scandalo sessuale (e per questo lo ha chiamato "depravato e pervertito") e non da ultimo che Huma è di fede musulmana, non certo un merito per molti Repubblicani. 
Che la si voglia vedere come politica seria, in quanto innegabilmente influenzerà mercati e politica internazionale, o come telenovela, sono sicuro che questa corsa alla Casa Bianca sarà piena di sorprese. Seguitela ...

sabato 12 settembre 2015

L’italiano “creativo” di alcuni titolisti e cronisti

Pur non essendo linguista e propendendo più per le materie scientifiche che per quelle umanistiche, non posso fare a meno di notare i tanti usi impropri di parole ed errori, più o meno gravi, nei quali mi imbatto quasi ogni giorno leggendo articoli o ascoltando notiziari. 
Mi avventuro quindi in ambiti per me poco consueti in quanto anche un somaro come me si rende conto di certi strafalcioni e spropositi, talvolta di notevole portata.  
L'idea di questo post è nata dopo aver letto qualche giorno fa l’ennesimo titolo al limite del ridicolo “Fra tre giorni Elisabetta diventerà la regina più lunga di sempre” ... sapevo che un regno (nel senso del periodo nel quale si esercita la sovranità) potesse essere “lungo”, non una Regina.
Ieri e oggi, parlando delle vittorie delle italiane Pennetta e Vinci, molti titoli usavano (impropriamente) la parola inglese “slam” riferendosi ad un singolo torneo, in questo caso quello di Flushing Meadows. Questa accezione del termine nacque vari secoli fa con il gioco di carte del Whist e successivamente fu utilizzata nel Bridge (Grand Slam = 13 prese su  13). Con il simile significato, nel tennis ed altri sport, si intende quindi l’aggiudicarsi tutte le prove in un ben definito ambito. Nel linguaggio tennistico internazionale, a partire dagli anni ’30, significa vincere nello stesso anno i 4 tornei internazionali più importanti: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e U.S. Open.
Altro ricorrente cattivo utilizzo di termini (questa volta tutti italiani) è quello di usare “qualifica” invece del corretto “qualificazione”, malvezzo tipico dei cronisti del settore motoristico. A proposito del primo lemma (qualità, titolo, attributo), nel Vocabolario Treccani si possono leggere esempi come:
dare a qualcuno la q. di intelligente, di onesto, di coraggioso o di imbecille, di mascalzone, di vigliacco; ... la q. di dottore, di avvocato, di geometra, di perito, di capoufficio; vantare una q. nobiliare, ...
Per “qualificazione” il secondo significato proposto illustra esattamente l’accezione sportiva, quella che dovrebbe essere utilizzata.
2. (sport.) [spec. al plur., la gara o il complesso di gare da superare per essere ammessi alle fasi successive di una competizione] ≈ eliminatoria.
In sport diversi da automobilismo e motociclismo (p.e. atletica leggera) si continua ad usare il temine corretto: 
... tre prove di qualificazione + tre di finale per i migliori 6 o 8
Fra i malvezzi linguistici che si stanno sempre più diffondendo in molti campi grazie ai media, è l’uso di “piuttosto” come disgiuntivo. In un breve articolo su Treccani.it, quasi una nota, i “colpevoli” vengono così individuati:  
Il fenomeno probabilmente ha avuto origine nel parlato del Nord Italia e ben presto la novità è stata accolta dai conduttori televisivi, dai giornalisti, dai pubblicitari e in seguito anche dalle riviste e dai quotidiani, contribuendo a diffondere un uso improprio.
Ma l’ancor più autorevole Accademia della Crusca ha dedicato al tema uno scritto più lungo e articolato nel quale, tra l’altro, si legge:  
Eppure non c'è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell'inammissibilità nell'uso dell'italiano d'un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o.”
Tornando agli strafalcioni occasionali, ricordo che nel testo esplicativo a corredo di una serie di foto naturalistiche fu scritto: "Le braccia del polipo" (tradotto in italiano: "I tentacoli del polpo"). Anche i bambini sanno che le appendici flessibili polpi (e non polipi, che sono altri essere viventi, errore molto comune) si chiamano tentacoli.

Per concludere con altro sproposito zoologico, seppur di altra natura, cito il caso del “giornalista” che, adattando un testo dall’inglese (traducendolo molto male), scrisse che in gioventù Conrad si imbarcò per andare a caccia di “sperma di balena”! (storia inserita nel post del 7 settembre 2014). Pur essendo vero che sperm=sperma e whale=balena, spermwhale è il termine inglese per capodoglio. In ogni caso, "sperma di balena" sarebbe whale-sperm, come anche i principianti sanno.

mercoledì 9 settembre 2015

Soliti sentieri e foto originali

Due argomenti spesso dibattuti dagli escursionisti dei quali ho in parte già discusso tempo fa. Anche frequentando spesso gli stessi luoghi e percorrendo gli stessi sentieri è possibile scattare foto interessanti e diverse dalle solito. Trovo che sia stupido sostenere l’inutilità di ripetere una certa escursione in quanto già fatta il mese scorso. Anche se fosse passato meno tempo non è una ragione valida in quanto le condizioni meteo e quindi luce saranno diverse, può cambiare l’orario, anche dopo una sola settimana ci saranno nuovi fiori e altri saranno appassiti o avranno cambiato colore, per non parlare di farfalle, lucertole, aracnidi e altri animali nei quali ci possiamo imbattere. L’escursionista attento, anche se non per forza fotografo, saprà trovare elementi nuovi e talvolta sorprendenti in occasione di ogni uscita.
Tutto ciò tende alla serendipity poiché spesso le situazioni più inusuali si presentano inaspettate e all’improvviso e sta alla nostra abilità saperne apprezzare il valore (forse l’unicità) e trarne vantaggio. Ma anche in mancanza di eventi “eccezionali” si può tornare a casa con belle immagini fissate con uno scatto o semplicemente nella propria memoria visiva. In questo caso torna utile saper immaginare cosa si potrebbe o dovrebbe vedere spostandosi più in basso, lasciando il sentiero per raggiungere il margine del bosco o andare sul margine della falesia, portarsi su una piccola altura in modo da evitare un ostacolo visivo. Con un po’ di esperienza, immaginazione e buona sorte almeno la metà delle nostre deviazioni saranno giustamente o addirittura lautamente ricompensate. Se nel primo caso l’abilità consiste nel cogliere un’occasione al volo, nel secondo siamo noi a ricercarla o crearla dal nulla.
Tutto ciò è applicabile, con i relativi adattamenti, anche in altri campi ma certamente sono fra i vantaggi peculiari dei veri camminatori, attenti a immaginare quale potrebbe essere uno di questi punti e capire come arrivarci in tutta sicurezza. A volte aiuta anche saper prevedere una stessa scena in orari diversi il che vale a dire con il sole ad un altra altezza ed in una differente posizione. Ciò serve per poter programmare, avendone la possibilità, altre uscite espressamente mirate alla realizzazione di (potenziali) buoni scatti. Non bisogna illudersi di poter fare tutte le belle foto possibili di un percorso nel corso della stessa passeggiata, ergo “repetita iuvant” (anche se in un’accezione leggermente diversa da quella classica).
Per esempio guardate queste foto di Capri dal sentiero del Vuallariello nelle prime ore del mattino e quasi al tramonto.
   

Per nuovi punti di osservazione, vi propongo invece le foto scattate qualche giorno fa nel corso della mappatura della pineta di San Costanzo dal suo margine occidentale, affacciandomi sul Rivo ‘a FalangaLa giornata soleggiata con aria tersa mi ha certo aiutato (ma era la terza volta che ci andavo ... persistenza) e avevo scelto le ore centrali della giornata per avere il sole più alto (previsione). Però la fortuna è stata quella di avere avuto dei contrattempi che mi hanno fatto arrivare alla quota più bassa raggiunta nel corso la ricognizione nel momento opportuno per avere ancora luce nei posti giusti con colori molto caldi.


lunedì 7 settembre 2015

Seguito del post precedente e intervento di Gaspare Adinolfi

Chiaramente molti di quelli che mi conoscono ed hanno letto l'articolo apparso ieri su la Repubblica mi hanno chiamato o scritto, per lo più per confortarmi o per esprimere commenti poco lusinghieri sull'autore del testo.
Nel post precedente mi sono dovuto limitare per non dilungarmi troppo e non certo per mancanza di argomenti da contestare: lunghezza del Sentiero degli Dei, stele di Giustino Fortunato (dov'é?), "buchi" di Montepertuso (noti da tanti anni, li ho mostrati a centinaia di camminatori), il macro - lo sapete tutti - non si monta sulla telecamera per fare una foto da grande distanza, le farfalle hanno frequenza di battiti d’ali molto inferiore a quella della maggior parte degli insetti, confusione fra Camminata dei 23 Casali, Maratrail, Trek (tutte mie creazioni) e Marcialonga (passeggiata parrocchiale), eccetera eccetera.

Fra i vari contributi esterni ricevuti si distingue quello di Gaspare Adinolfi, ricercatore, autore ed escursionista di chiara fama. Me lo ha inviato in formato pdf e mi ha autorizzato a renderlo pubblico e quindi l'ho caricato in rete e reso disponibile. Per leggerlo (vi invito a farlo) cliccate sul link qui sotto.
di Gaspare Adinolfi, 7 settembre 2015.

domenica 6 settembre 2015

Un ringraziamento, un paio di precisazioni e qualche integrazione

Vedere il proprio nome nel titolo di un lungo articolo che riempie l’intera pagina di un quotidiano di grande tiratura e levatura come Repubblica non può che far piacere. E’ innegabile, sarebbe ipocrisia affermare il contrario. Quindi ringrazio pubblicamente Carlo Franco (che ha firmato il pezzo), ma mi è d’obbligo correggere alcuni dati "sensibili" ed integrare varie notizie. Non è certo un appunto in quanto è assolutamente impossibile fornire un quadro esatto e completo di una persona, in particolar modo di uno che, come me, ha cambiato tanti mestieri ed ha vissuto tante esperienze diverse in quattro continenti.
Comincio, come è logico e doveroso, dall’inizio. Sono della classe ’54 ed ho già compiuto 61 anni (ringrazio per lo sconto, ma voglio limitare gli sfottò di quelli che mi accuseranno di volermi togliere gli anni) e ho il titolo di ufficiale di macchina (i marinai sono quelli che navigano in “coperta”, io lavoravo nel “fosso” = sala macchine) il che per i naviganti è una differenza sostanziale.
Saltando a piè pari il primo paragrafo dedicato al Sentiero degli Dei (qui trovate cartina, distanze esatte e video) passiamo all’abbigliamento. Come ogni guida escursionistica che si rispetti, gli shorts che indosso almeno 9 mesi l'anno sono da hiking (e non da mare) e i sandali li uso esclusivamente per andare in piazza o comunque camminare in ambito urbano. Non mi sono mai sognato di andare su sentieri senza scarpe adatte e oltretutto ripeto, ogni volta che posso, che buone calzature con suole che garantiscano buona aderenza sono elemento indispensabile per affrontare un’escursione in sicurezza, oltre ovviamente al buonsenso anche se molti lasciano a casa anche quest'ultimo (nella foto a dx - dalla quale è stato tratto il disegno a corredo dell'articolo - si notano short, scarpe e "occhi puntati a terra", per il prossimo passo). Quindi quasi sempre "scarpe con calzini", ma è assolutamente vero quanto afferma Carlo: da decenni non indosso né giacca né cravatta. 
Passiamo alla Camminata dei 23 Casali, passeggiata pubblica che organizzai per la prima volta nel 2000, il 22 aprile, sabato santo (qui breve resoconto ed un paio di foto dalle quali si evince chiaramente che i partecipanti erano ben oltre 100). Non ho mai discusso della Camminata con Don Carmine né prima né dopo, non avendone alcun motivo, essendo altri i miei referenti (vedi copertina e pagina centrale dell’opuscolo di 24 pagine stampato per l’occasione).
   
Per quanto riguarda distanze e giorni di cammino il buon Carlo deve aver fatto confusione con il I Trek Amalfi-Sorrento con estensione a Capri del 2009 (ma in 6 giorni si facevano 140km). Lì è vero che eravamo una ventina, ed era logico in quanto non sono tanti quelli che sono in grado e, soprattutto, vogliono percorrere fra i 20 e 25 km/giorno, con un dislivello medio giornaliero di 1.000m (visita la pagina del I Trek). Ovviamente neanche di questo ho mai discusso con Don Carmine.
Infine, essendone orgoglioso a ragion veduta, ci tengo a precisare che a Honolulu (Hawaii, USA) mi fu conferito il riconoscimento di miglior Volontario del Dipartimento Parchi e Tempo Libero per il primo quadrimestre 2008 ad personam, non si trattava di un concorso per cartografi che comunque sarebbe stato degno di nota. Nel corso del mio soggiorno, infatti, svolsi attività di volontariato in più modi negli Orti Botanici di Honolulu (sono ben 5) e ne mappai due. Le cartine, almeno negli anni immediatamente successivi, erano stampate sui depliant forniti a tutti i visitatori. 


 
Ringrazio nuovamente Carlo Franco e non vado a puntualizzare altre imprecisioni rendendomi assolutamente conto dell’impossibilità di star dietro alle mie mille idee ed attività e alla mia notoria e conclamata “capafresca”, in qualunque accezione vogliate interpretare questo splendido termine napoletano.

giovedì 3 settembre 2015

Il rapporto fra umani e animali varia continuamente. Come andrà a finire?

Questo post non vuole essere né pro né contro gli uni o gli altri, parti di essi o specie particolari. Si basa, per quanto possibile, su dati oggettivi e osservazioni. L’intento è meramente quello di proporre interrogativi e non di trovare soluzioni (questo dovrebbe spettare ad altri). Indubbiamente i rapporti fra uomini e animali e fra le diverse specie animali, sia in termini numerici che “sociali”, sono stati in continua evoluzione ab initio e lo saranno sempre, non essendo plausibile una condizione di equilibrio statico.
In principio l'uomo ha dovuto affrontare animali e li ha cacciati non solo per difendersi, ma anche per nutrirsi e per ricavarne indumenti e utensili. Successivamente ha fatto il possibile per liberarsi di alcune specie pericolose o dannose e spesso ci è riuscito. Contemporaneamente ha cominciato a domesticare alcune specie per fini vari: nutrimento (con o senza uccisione dell'animale), compagnia, lavoro, difesa, materiali (cuoio, lana, pelli, ...). In anni recenti è cresciuta notevolmente la sensibilità nei confronti degli animali e il protezionismo alterando vari temporanei equilibri, sui quali hanno avuto il loro peso anche l'aumento di vegetariani e vegani. Come evidenziato in post precedenti, in alcuni casi l'eccessivo protezionismo ha causato il proliferare oltre le aspettative (anche se la previsione non era tanto difficile) di specie pericolose con conseguenti eventi fatali (per gli umani). 
Pur esponendomi a innumerevoli critiche, ho già avuto modo di esprimere le mie idee in merito e comunque prendo atto delle idee degli uni e degli altri (animalisti integralisti e cacciatori, per esempio). Quanti, nei gruppi opposti, hanno valutato in passato e valutano oggi le conseguenze delle loro teorie? Da un lato si registrano sempre più specie a rischio di estinzione e dall’altro casi di sovrappopolamento fuori controllo. Come trovare un punto di equilibrio e quale dovrebbe essere? Come sempre accade, ognuno propone e ribadisce i concetti etici, storici, antropologici e filosofici a sostegno delle proprie convinzioni, tutti a loro modo validi.
Oltre ai “fondamentalisti”, che sono in qualche modo più facili da capire anche se si dissente, ci sono tanti altri gruppi i cui comportamenti lasciano spesso perplessi in quanto agiscono in modo almeno apparentemente contraddittorio. Per esempio quelli che sono contro la caccia eppure vanno a pesca. La differenza consiste nel mirare alla preda o prendere ciò che abbocca? Ma la caccia è veramente pratica peggiore della pesca visto che alcune agonie di pesci durano molto più a lungo di quelle di un uccello? Quali e quante specie sopravvivranno?
Fra le contraddizioni che molti sembrano non notare, eppure sono sotto gli occhi di tutti, ci sono anche quelle degli amanti degli animali che agiscono in modo a dir poco singolare facendo l'esatto contrario di ciò che predicano, non essendo evidentemente sinceri. Mi riferiscono non solo a quelli che li maltrattano o abbandonano, ma anche alla maggior parte di coloro che "detengono" animali. Il verbo, assolutamente corretto, ha il doppio significato di possedere e tenere in cattività. Non metto in dubbio la loro buona fede e "l'amore" che nutrono per i loro beniamini, ma non capisco come possano non comprendere che un cane su uno stretto balcone cittadino, un canarino in una piccola  gabbia o un camaleonte in un angusto terrario, non vive una vita assolutamente felice. Oltre alle considerazioni dal punto di vista degli animali, si rendono conto delle alterazioni che producono? Molti di loro sono nati in cattività così come i loro genitori e ormai, anche liberandoli, non sarebbero in grado di sopravvivere autonomamente. Forse qualcuno di voi ricorderà il caso dell'ippopotamo liberato nottetempo da un circo e morto poco dopo a causa di un "frontale" con un'auto. Anche se avesse evitato l'impatto (che ha messo a rischio la vita degli assolutamente incolpevoli passeggeri dell'auto che certo non si aspettavano di trovare un ippopotamo sulla loro strada, per giunta "a fari spenti") non vedo come potesse cavarsela da solo, nelle campagne romagnole.
Questi ultimi paragrafi potrebbero sembrare di parte, ma l’attento lettore avrò notato che ho per lo più proposto interrogativi e espresso perplessità in merito ai suddetti comportamenti che, in un verso o nell’altro, influiscono sull’equilibrio instabile oggetto della discussione. Necessarie calendarizzazioni e limitazioni relative a caccia e pesca sono in atto da anni, ma un aspetto a mio parere assolutamente sottovalutato è quello dell’aumento incontrollato di animali da compagnia e immissioni a dir poco azzardate di specie non autoctone. Per i primi è evidente che, in quanto al numero, si parli soprattutto dei cani che sono diventati un business colossale sospinto da una potente lobby. Infatti, oltre alla ovvia conseguente proliferazione di negozi, cibi e accessori specifici siamo bombardati tutti i giorni da notizie, foto e spot nelle quali i cani c’entrano come il cavolo a merenda, ma evidentemente risultano essere un ottimo messaggio pubblicitario. Ieri a metà pagina di Repubblica online, colonna di destra, c’era questa sequenza di titoli non tutti specificamente canini, ma significativi:
  • Il cane in posa con il padrone la somiglianza è davvero curiosa
  • Il dottor Mike e l'husky Roxy - La coppia che piace a Instagram
  • Serenata all'elefantino che dà bacio a Damon Albarn
  • Dal mare alla montagna - In vacanza con gli animali 

Dato per assodato che si stanno immettendo sul mercato (bruttissima espressione, ma di questo si tratta) un numero abnorme di animali la cui popolazione di conseguenza sta aumentando con un tasso di crescita allarmante, qualcuno si è chiesto come si pensa di gestirli nel prossimo futuro? Tutti quelli che posseggono cani (in particolare quelli che li comprano invece di adottarli) sono sicuri di agire nell’interesse dei loro cuccioli? Visto che fra i tanti cani abbandonati (dagli “affezionatissimi” padroni) ce ne sono di tutte le razze, ci sarà un giorno una razza meticcia unica? Già l’anno scorso fu calcolato che in Italia il numero degli animali da compagnia (censiti) avevano pareggiato quello dei residenti e visto il quasi inesistente incremento demografico c’è da aspettarsi che fra qualche anno cani e gatti saranno il doppio degli abitanti. 
Ovviamente già qualcuno è uscito allo scoperto proponendo idee molto varie quali tasse (produrrebbero un notevole gettito), cominciare a farne cibo, permetterne la caccia e altre più assurde. Di serio e realizzabile non si è sentito ancora niente, l'unica consolazione è quella di sapere che qualcuno cominci almeno a percepire e valutare questo tipo di problemi.
   
Concludo ricordando, giusto per fare qualche esempio, che in Italia ci sono troppi cinghiali, troppi gabbiani, troppi cani randagi e tutte le suddette esplosioni demografiche sono state causate da uomini senza alcun criterio, a volte per interessi economici e senza la benché minima previsione di come limitare gli ovvi conseguenti rischi.

domenica 30 agosto 2015

Nuova idea balzana (ma non tanto) e provocazione (costruttiva)

Molti conoscono la piccola Pineta di San Costanzo, che copre circa 13 ettari della parte alta dei pendii meridionali del monte omonimo, dal crinale fino a quote di circa 200 inferiori. Fu impiantata a metà del secolo scorso e furono anche costruiti una marea di bassi muretti a secco creando una lunga teoria di stretti terrazzamenti collegati fra loro in più parti con lunghi sentierini longitudinali (quindi quasi assolutamente in piano) e qualcuno diagonale o zigzagante per consentire agevoli cambi di quota. Queste tracce sono tuttora facilmente individuabili ed in discreto stato, ma sono pochissimi quelli che le hanno percorse e ancor meno coloro che continuano a frequentarle. Pur non conoscendole tutte, io le ho percorse numerose volte, soprattutto percorrendo l’Alta Via dei Monti Lattari (CAI300) da Nerano, per passare direttamente al sentiero verso Campo Vetavole senza dovermi sobbarcare la ripida e più assolata salita che bordeggia il limite orientale del bosco.

Essendomi recato in loco per rendermi conto degli effettivi danni riportati dalla vegetazione a seguito dell’incendio del 13 agosto scorso, mi è balenata in mente l’idea (certamente balzana per alcuni) di profittare del disastro dell’incendio (che ha bruciato quasi tutto il sottobosco) per ricavarne almeno qualcosa di buono. Eccola:
  • ripristinare ed evidenziare i sentieri della pineta per consentire facili passeggiate,
  • rilevarli e mapparli eventualmente proponendo un percorso circolare,
  • facilitare l'accesso all’area in caso di emergenze,
  • creare una scorciatoia per il percorso CAI300,
  • rendere facilmente fruibili punti panoramici e/o meditativi (entrambi non mancano) con il posizionamento di qualche panchina, anche semplicemente in pietra,
  • ovviamente non prevedere alcuna area barbecue!!!
Quest’ultimo è un chiaro riferimento alle cause del recente incendio e qui entra in gioco un’ulteriore idea balzana, ma anche per questa mi sento di affermare che gli aspetti positivi sono di gran lunga maggiori di quelli negativi. Preciso che ciò che vado ad esporre si basa su quanto è stato detto e scritto in merito “all’incidente” in questione. Considerato che tutte le versioni lette e campane ascoltate sono più o meno concordanti ritengo che quanto segue sia vero:
  • si è trattato di puro incidente (dovuto a leggerezza, irresponsabilità o sfortuna poco importa non dovendo giudicare),
  • i giovani piromani accidentali hanno poi tentato di fare qualcosa per limitare i danni anche se senza successo,
  • buona parte di loro sono stati identificati,
  • gli stessi si sono dichiarati “pentiti”.
Quello che non so assolutamente è se siano stati sanzionati, denunciati, scagionati o in attesa di giudizio. In altri paesi in tempi brevi si sarebbe deciso qualcosa e molto probabilmente (al di là di eventuali risarcimento danni, multe, ecc.) i giovani sarebbero stati “condannati” a prestare la propria opera gratuita nell’ambito dei servizi sociali per un certo periodo di tempo. Considerata la natura del “misfatto”, e soprattutto delle sue conseguenze, perché non anticipare i tempi ed invitarli (non certo obbligarli) a partecipare volontariamente alla pulizia, individuazione e sistemazione dei sentieri, rimozione di alcuni tronchi e rami che ostruiscono il passaggio e altri piccoli lavori per i quali non è richiesta alcuna competenza specifica, il tutto sotto la direzione e vigilanza di personale comunale, della Forestale o della Comunità Montana?
   

   
Se questa fosse una strada praticabile, con la loro volontaria collaborazione i giovani incendiari involontari potrebbero dimostrare in modo tangibile la loro buona fede e il loro “pentimento”, agendo in modo pratico per riparare, seppur in minima parte, ai danni accidentalmente provocati.
Sono sicuro che non sarebbe neanche necessario contattarli direttamente in quanto un semplice appello diramato via social network, internet o stampa locale potrà fungere da convocazione informale e giungerà alle loro orecchie. Chi vorrà potrà partecipare, anche con amici solidali, e a nessuno verrà chiaramente chiesto se effettivamente fosse presente al party (e quindi è venuto ad “espiare”) o se è venuto per puro spirito civico e collaborativo.
Vedendolo come un inusuale parco pubblico, sarà senz’altro opportuno e gradito il coinvolgimento della comunità terminese in senso lato, al di là delle appartenenze ad associazioni e gruppi politici.
Similmente ad altre mie proposte, anche questo programma non esige grandi progetti redatti da supertecnici e tantomeno budget esorbitanti. Buonsenso, criterio e buona volontà saranno più che sufficienti, sempre e comunque nel rispetto delle norme.
Al più presto formalizzerò una richiesta ufficiale in tal senso al Comune, allegando planimetria e un buon numero di foto.

sabato 29 agosto 2015

La capacità di dialogare sta scomparendo?

Affronto questo tema che senz’altro sarà stato analizzato e sviscerato da dotti, psicologi, sociologi e filosofi e del quale anche nei secoli passati si è discusso tanto. Credo fermamente nella libertà di pensiero, sono convinto che con il dialogo non si possano ottenere che risultati positivi e che è altrettanto importante saper ascoltare con attenzione. 
Purtroppo constato sempre più spesso che troppe persone non vogliono confrontarsi con gli altri (che non significa litigare o accapigliarsi), non trattano con persone con convinzioni diverse dalle loro e si rifiutano categoricamente di valutare nuove idee, ed eventualmente approfondirle. Molti si fanno scudo di slogan, bandiere e frasi fatte senza essere in grado di controbattere alla seppur minima obiezione contrapposta alle loro (presunte) idee. Lo spunto me lo ha fornito un articolo nel quale mi sono imbattuto qualche giorno fa e dal quale ho subito copiato un paragrafo che in poche righe riassume un atteggiamento molto frequente fra quelli che abbracciano una fede (religiosa, politica, sportiva, etica che sia). In sostanza sosteneva che:
Il nocciolo del problema è la riluttanza dei “veri credenti”, in qualunque cosa credano, di accettare che qualcuno possa in buona fede avere idee diverse. Ciò spiega anche perché i “veri credenti” (tendenti all’essere invasati, n.d.r.) spesso sembrano andare d’accordo perfettamente. Chiunque abbia mai discusso con un “fondamentalista” religioso sa bene che la semplice spiegazione fornita per la tua diversità di opinioni è che sei posseduto dal Diavolo. In modo simile ho incontrato ambientalisti militanti che pensano che se sollevi una seppur minima obiezione alle loro idee, veramente sei posseduto dal Diavolo ... o dai Signori del Petrolio, che per loro è in sostanza la stessa cosa.
Non voglio entrare nel merito fornendo spiegazioni che certamente esulano dalle mie conoscenze e competenze, ma ho l’impressione che in particolare le nuove generazioni (molto genericamente parlando) non sappiano relazionarsi con gli altri e non sappiano argomentare. Talvolta, essendo io un polemico di natura, per puro diletto e senza alcun astio pungolo qualcuno che mi sembra essere abbastanza fondamentalista. Raramente la discussione va avanti in quanto il mio interlocutore, dopo aver ripetuto più volte vari slogan o addirittura sempre lo stesso con toni sempre più alti, mi insulta e abbandona il campo.
Qualche anno fa, leggendo l'ottimo romanzo Kane and Abel (di Jeffrey Archer, 1979), venni a conoscenza dell'esistenza del Debate (non traducibile con il semplice vocabolo italiano dibattito), esercizio didattico in uso nel mondo anglosassone sia a livello scolastico che universitario, anche di altissimo livello.
Esistono vari format di debates e per ognuno di essi ci sono leghe e campionati nazionali, ma molte procedure sono praticamente simili se non identiche.
In pochissime parole funziona così: viene esposto un concetto (proposition) e due gruppi contrapposti dovranno sostenerlo (proposition side, affirmative) e controbatterlo (opposition side, negative). Una delle prassi più comuni è quella di avere squadre di due oratori ciascuna che si alternano (aff1, neg1, aff2, neg2) nel sostenere o contrastare l’idea. Nella seconda fase l’ordine si inverte a cominciano gli interventi (di durata dimezzata rispetto ai precedenti) in risposta alle affermazioni fatte dagli avversari precedentemente, con la conseguenza che il proposition side apre e chiude il debate. I tempi degli interventi sono rigorosamente rispettati e, ovviamente, non è tollerata alcuna interruzione. Traendo spunto da una storia vera, Denzel Washington ha diretto ed interpretato il film The great debaters (2007, titolo italiano “Il potere della parola”) ambientato nel sud degli USA nel 1935, quando per la prima volta anche i "negri" furono ammessi alle competizioni. La squadra scolastica (ragazzi di  colore guidati dal prof. Tolson/Denzel Washington) di un paesino del Texas, al termine di una stagione quasi senza sconfitte, viene addirittura invitata a misurarsi con la squadra di Harvard (uno dei più famosi collegeamercani).
Quindi assolutamente niente a che vedere con l’accezione moderna del termine italiano “dibattito” proposto in varie trasmissione televisive. Ben si sa che i “dibattiti” italiani, siano essi politici, sportivi, sociali o di puro gossip, si trascinano pietosamente fra interruzioni e sforamenti di tempo per poi spesso terminare con urla, strepiti ed insulti.
Nel modello del debate, la fa da padrone l’ars oratoria e il rispetto per gli opponenti. Un giudice imparziale stabilirà chi ha vinto non in base alla bontà dell’idea, bensì valutando chi è stato più convincente ed ha esposto meglio idee, fatti, citazioni e teorie a sostegno del proprio lato. Non è assolutamente necessario credere in quel che si dice, bisogna solo saperlo esporre e convincentemente. Questo tipo di esercizio è fondamentale nel mondo legale, ma anche in campo politico è particolarmente importante.
Per esempio ho trovato in rete il video del Debate organizzato dalla Student Economic Review, avente come contendenti due college famosi come Trinity e Yale, sull'asserzione: "Crediamo che le tasse siano un furto" (sic!)
Altri esempi trovati in rete che dimostrano la varietà di temi (talvolta anche triviali) proposti sono:
  • “Il governo dovrebbe legalizzare la marijuana”
  • “Se in conflitto, il diritto ad un processo equo deve avere la priorità sulla libertà di parola”
  • “Gli uomini dovrebbero indossare boxer e non slip”
Ultima considerazione: l’uso spropositato dei mezzi di comunicazione e svago elettronici sicuramente non facilita l’esercizio mentale, l’elaborazione di idee e concetti propri e, soprattutto, la loro esposizione in modo corretto, articolato e convincente. Si dovrebbe ritornare a conversare e discutere seriamente, serenamente, senza interrompere, ascoltando idee diverse dalle proprie.

mercoledì 26 agosto 2015

La velocità della farfalla e quella dell’occhio umano

Un paio di giorni fa ho rimontato l’obiettivo macro con l’intenzione di andare a scattare qualche foto, possibilmente diversa dalle solite e, seppur per puro caso, ci sono riuscito. Tutti quelli che si sono cimentati nel fotografare (per pura combinazione o per interesse specifico) le farfalle ben sanno che la maggior parte di esse sono abbastanza irrequiete e bisogna essere molto pazienti o fortunati per immortalarle a dovere. Appena terminati i preparativi per il secondo scatto (piazzando il cavalletto, mettendo a fuoco il punto giusto ecc.) mi sono affrettato a premere il pulsante e allo stesso istante la farfalla è partita! Tuttavia ho tenuto la foto avendo il sentore di poterne ricavare qualcosa di interessante. 

Infatti, osservandola attentamente si possono notare vari elementi che dimostrano inequivocabilmente la velocità con la quale le farfalle si muovono e battono le ali, pur essendo forse i più lenti di tutti gli insetti in questa speciale classifica. Potete osservare vari dettagli al di sotto delle ali, in particolare verso il loro margine. Questo significa che in 1/200 di secondo (tempo di scatto) l’ala si è mossa lasciando intravedere ciò che un attimo prima era coperto da essa, consentendone un’esposizione parziale.
Ma un’altra osservazione in merito al volo delle farfalle l’avevo già fatta in occasione di un mio filmato, anche se il concetto che mi interessava di più era relativo alla capacità dell’occhio umano di cogliere dettagli visti per tempi brevissimi. Mi riferisco al montaggio del video ABSTRACT (doppio significato: astratto e estratto/sommario) nel quale montai in rapidissima sequenza una serie di brevissime riprese (274 scene in 1’54”) già proposte in clip relativi a diverse escursioni in Penisola e sui Lattari. Dopo aver eseguito varie prove riducendo sempre più da durata delle scene, mi fermai a 10 fotogrammi che, a 25fps (fotogrammi al secondo), equivalgono a 4/10 (quattro decimi) di secondo. Avrei potuto senz’altro ridurre ulteriormente la durata visto che, come potrete verificare, anche in questo tempo ridottissimo si riesce a cogliere il movimento del soggetto o della camera e si possono facilmente riconoscere luoghi e persone. 
Inoltre, prestando attenzione al finale del breve video, vedrete una farfalla librarsi in volo “decollando” da una foglia. In dettaglio, essa riposa per 8 fotogrammi, nel nono la si vede in volo e nel decimo ed ultimo è scomparsa ... la videocamera era ferma. Come dicevo in precedenza questa è l’evidenza che, al di là della velocità del lepidottero, siamo in grado di fissare, comprendere e memorizzare ciò che accade in 1/25 (un venticinquesimo) di secondo.
Peter Kubelka, cineasta sperimentale austriaco, definì il cinema come la possibilità di comunicare per mezzo di 24 immagini al secondo (velocità standard delle pellicole cinematografiche) in  quanto lo spettatore, seppur con un certo sforzo di attenzione, era assolutamente in grado di recepirle. Per quanto possa sembrare strano, è proprio così!
... appare evi­dente in Ade­bar (1956–57) e Schwechater (1958), due brevi spot pubblicitari abor­titi o volutamente man­cati ... due brevi film in 35mm, che in seguito si sareb­bero defi­niti “strut­tu­rali”. Nel primo caso ci tro­viamo di fronte a 1664 fra­mes (sud­di­visi in 16 gruppi), nel secondo i foto­grammi sono 1440 (rossi, neri e figu­ra­tivi, cioè con­te­nenti sagome umane, il tutto strut­tu­rato come un’onda cre­scente e decre­scente), entrambi frutto di uno stu­dio appro­fon­dito sui valori di ritmo, durata, luce, forma.
(di Bruno di Marino, Il Manifesto)

domenica 23 agosto 2015

Libertà e consapevolezza degli escursionisti

Calmatesi un po’ le polemiche seguite all’incidente fatale di qualche giorno fa (con molte opinioni poco attente evidentemente espresse da persone che non hanno mai percorso il Sentiero degli Dei e probabilmente non sono neanche escursionisti) torno sull’argomento generale di responsabilità e sicurezza.
Ho trovato in rete una interessantissima  lettera aperta dal titolo “GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA”, inviata dal portavoce dell’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano) al noto magistrato Raffaele Guariniello
Da essa ho estrapolato alcuni paragrafi e brevi frasi adattabili anche all’escursionismo, tralasciando quelli più specifici riguardanti altre attività come sci ed alpinismo. Essendo una lettera aperta e non certo una sentenza di Cassazione non definisce niente, tuttavia ritengo sia interessante leggerla in quanto illustra molto bene, seppur non esaustivamente, l’ambiente (non solo naturale) nel quale si svolgono attività sportive e ricreative in montagna. Per il medesimo motivo non può definire degli esatti limiti fra pericolo e rischio, fra responsabilità e consapevolezza, ma del resto non era lecito aspettarselo. Pur essendo riferito soprattutto alla montagna (nel senso di alta quota) e ambiente alpino, l’attento lettore non di parte saprà trovare numerosi spunti di riflessione e con giudizio potrà cogliere la valenza di alcuni concetti senz’altro applicabili anche al più che peculiare territorio dei Monti Lattari.
   
  • ... Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito. ...
  • ... Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione. ...
  • ... Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione. ...
  • ... Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento. ...
  • ... La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. ...
  • ... Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”. ...
  • L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili. ...
  • ... Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. ...
Leggi la lettera aperta completa