lunedì 15 agosto 2022

Microrecensioni 236-240: misto a buona prevalenza francese

Anche se il titolo non è chiarissimo, intendo dire che i tre francesi (tutti del secolo scorso) sono i migliori del gruppo, graditi come il vino … il più vecchio è anche il migliore in assoluto. Nel complesso, del cult horror giapponese avevo appreso da Twitter, l’americano era proposto da MUBI e raccomandato da RT (92%) ma è stato molto deludente, come anticipai ho voluto ri-guardare Le corbeau dopo averne visto il remake americano (The 13th Letter), ho aggiunto uno dei migliori film di Melville (altro regista francese di oltre mezzo secolo fa, poco conosciuto) e ho concluso con un terzo francese che non conoscevo, ma ho trovato su raccomandazione di BFI e Criterion Collection, nonché della Palma d’Argento per la regia a Cannes, 100% su RT e 237° posto nella classifica migliori film di tutti i tempi di IMDb.

 
Le corbeau (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1943)

Guardato vari anni fa, non ne ricordavo ogni particolare, ma certamente la qualità. A pochi giorni di distanza dall’aver visto il remake americano, ho potuto notare che tante scene (compresi i dialoghi) sono riproposte pedissequamente, ma anche che vari dettagli mancano e che il finale è proposto in modo diverso, pur mantenendo i contenuti. Questo mystery drammatico si basa sulla ricerca di un misterioso corvo che con le sue tante lettere anonime indirizzate a persone diverse riesce ad avvelenare i rapporti in un'intera cittadina di provincia creando scompiglio nelle famiglie e fra amanti, facendo sorgere sospetti in tutti, causando un suicidio, infinite gelosie e tentativi di aggressioni. Fino all'ultima scena, nonostante in vari momenti possa sembrare che tutti gli indizi puntino in una chiara direzione, il corvo riuscirà a non farsi scoprire. Ottima regia da classico noir francese, supportata da un ampio e variegato cast, con tanti attori poco noti che tuttavia interpretano perfettamente i rispettivi ruoli. Una menzione particolare la merita anche il direttore della fotografia Nicolas Hayer. Da non perdere!

Le samouraï (Jean-Pierre Melville, Fra, 1972)

Disavventure di un killer professionista parigino (un Alain Delon dal volto impassibile e impenetrabile ma non per questo inespressivo), un lupo solitario che nonostante tutte le precauzioni viene visto chiaramente subito dopo un omicidio. Anche se lo zelante commissario nutre forti sospetti su di lui, la testimone nega di riconoscerlo e così, dopo un lungo interrogatorio è costretto a rilasciarlo. Qui comincia un lungo gioco di gatto e topo, complicato dal fatto che il killer vuole avere un confronto con i misteriosi mandanti dell’assassinio. Ritmo lento, implacabile, con lunghi inseguimenti nella metro parigina, furti d’auto e qualche altro scontro a fuoco. Tutti gli attori si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Tempi rigorosi, riprese interessanti e giusto ritmo tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore fino al singolare finale. Ma anche la scena iniziale è assolutamente notevole con un’inquadratura fissa di una stanza apparentemente vuota e avvolta nella semioscurità finché non appare un fil di fumo che distoglie l’attenzione da un ritmico cinguettio. Pochissimi i dialoghi, chi si sente di più è l’uccellino in gabbia, nella stanza del killer, la cui salute segue di pari passo la situazione sempre più critica nella quale si trova il Samurai.

  
La haine (Mathieu Kassovitz, Fra, 1995) tit. it L'odio

La storia si sviluppa in 24 ore e i protagonisti sono tre balordi della banlieue parigina, tre amici nonostante le diverse etnie: un ebreo, un arabo e un giovane di colore. Quest’ultimo è l’unico che sembra di avere un po’ più di buonsenso, ma spesso si lascia trascinare dagli altri due sempre pronti alla rissa o almeno alla violenza verbale. Dopo una delle tante tante giornate di scontri con la polizia, un loro amico si trova in ospedale, in fin di vita. Vinz (Vincent Cassel, alla sua prima interpretazione di successo) recupera una pistola e giura di uccidere un poliziotto nel caso il suo amico non sopravviva. Nel corso della notte affronteranno naziskin, molesteranno persone, tenteranno un furto, saranno fermati dalla polizia, insomma succede un po’ di tutto prima del drammatico finale. Secondo lungometraggio del regista/sceneggiatore Kassovitz, girato in buon bianco e nero, con tanta macchina a spalla.  

House (Nobuhiko Ôbayashi, Jap, 1977)

Primo lungometraggio di Ôbayashi che fino a quel momento si era dedicato solo a short e pubblicità. La tecnica è mista in quanto nel film sono inseriti molti disegni ed effetti speciali palesemente posticci e amatoriali, ma ciò è voluto e costituisce gran parte dell’originalità del film. Anche la sceneggiatura (basata su un soggetto di sua figlia di 10 anni) è al di fuori degli schemi convenzionali e forse rispecchia parte delle paure e incubi dei giovani giapponesi dell’epoca. Singolari sono le interazioni fra le sette ragazze protagoniste e gi oggetti della casa nella quale sono ospitate, di proprietà della zia di una di loro. Originali montaggio e fotografia che contano su tanti singolari fondali e i già gitati numerosi effetti speciali. Come tutti i cult unici nel loro genere, ha pro e contro, pregi e difetti m a certamente intrigherà gli appassionati del genere horror/fantasy.

The Humans (Stephen Karam, USA, 2021)

Tutto si svolge nelle poche ore di una, a dir poco triste, cena famigliare di Thanksgiving, in un vecchio appartamento molto poco arredato (ancora non hanno effettuato il trasloco) e con pochissima luce (come se non bastasse si fulminano anche varie lampadine) il che limita fortemente la fotografia. Sono riunite tre generazioni di una famiglia nella quale sembra che quasi nessuno vada d’accordo con gli altri. Ovviamente (classico in questo tipo di film) si faranno confessioni e qualcuno esprimerà risentimento nei confronti di questo o quello ma, purtroppo, i dialoghi non sono un granché. Di chiara derivazione teatrale, si tratta dell’adattamento dell’omonimo atto unico dello stesso regista del 2015, finalista del Premio Pulitzer l’anno successivo. L’ho trovato troppo americano, pieno di discorsi convenzionali per lo più deprimenti intervallati dai soliti stucchevoli Oh, my God e I’m sorry. Suggerisco di evitarlo.

venerdì 12 agosto 2022

Microrecensioni 231-235: noir americani poco noti, alcuni più che buoni

Primo film scelto quasi a caso, poi ho seguito per l’ennesima volta la pista noir, avendo trovato su archive.org un’interessante lista di film che contano sulla partecipazione di cineasti di tutto rispetto, sia per la regia (due sono diretti da William Wyler, con complessive 11 Nomination, ma ci sono anche Samuel Fuller e Otto Preminger) che per gli interpreti (Kirk Douglas, Bette Davis, Charles Boyer, …).

 
Detective Story (William Wyler, USA, 1951)

Praticamente un turno in una stazione di polizia, dove succede un po’ di tutto e dove arrivano delinquenti abituali e ladri quasi innocenti, alla prima esperienza. Il personaggio principale è un detective tormentato e violento (Kirk Douglas), a stento tenuto a bada dal tenente e dai colleghi. Per il resto è un film che si potrebbe definire corale, con una svampita ragazza al primo piccolo furto, una coppia di ladri professionisti (uno dei quali quasi fuori di testa con ampia gestualità e parlata italoamericana), un ladro per amore e alcuni personaggi di passaggio fra i quali un’anziana mitomane. Buona anche la caratterizzazione del personale del precinct, dal sergente al factotum che si occupa anche delle pulizie. Il dramma personale si alterna a scene quasi da commedia, discorsi legali a minacce, dichiarazioni d’amore a delazioni. Nel variegato e buon cast, prevalentemente maschile, si distinguono anche tre brave attrici, due delle quali ottennero la candidatura per l’Oscar (Eleanor Parker protagonista, Lee Grant non protagonista), altre due Nomination andarono alla sceneggiatura e alla regia di William Wyler.

The Letter (William Wyler, USA, 1940)

Per l’ambientazione malese (tit. it. Ombre malesi) e sviluppo della storia, ho ipotizzato subito che fosse l’adattamento di uno dei tanti lavori di Somerset Maugham … e avevo ragione. In particolare quando si tratta di drammi con risvolti noir nei posti del mondo cinematograficamente meno frequentati, Maugham è l’unico che può competere con Graham Greene; ciascuno dei due ha fornito materiale per oltre 100 film più o meno buoni a seconda di registi e cast ma sempre affascinanti per soggetti derivanti dai loro lavori teatrali, short stories e romanzi. Il film si apre con la protagonista che crivella di colpi un uomo sulla veranda della casa padronale nella piantagione di caucciù. Il suo avvocato (amico di famiglia) con il suo collaboratore faranno il possibile per farla assolvere sostenendo la legittima difesa, ma nel corso delle indagini verranno alla luce vari retroscena, confermati dalla lettera citata nel titolo. Anche questo film di William Wyler fu pluricandidato agli Oscar, con ben 7 Nomination ma nessuna statuetta (miglior film, regia, Bette Davis protagonista, James Stephenson non protagonista, fotografia, montaggio e commento sonoro).

  
Park Row (Samuel Fuller, USA, 1952)

Il regista, sceneggiatore, scrittore e giornalista Samuel Fuller, noto per le sue idee poco convenzionali, in questo film riesce a mettere insieme storia, finzione e realtà nel mondo del giornalismo, con l’attacco spietato di una testata storica a un piccolo nuovo giornale indipendente, l’invenzione della linotype, l’arrivo della statua della Libertà a New York. Inizia quasi come una commedia piena di buone intenzioni con i buoni ideali che si scontrano con l’arroganza dei potenti a parole e sui giornali, ma ben presto si assiste ad una escalation di violenza materiale, anche fisica, con tipici metodi da gangster. Nella sostanza appare un po’ troppo favoletta, seppur violenta, con tanti discorsi elogiativi del valore della stampa e della sua indipendenza.

The 13th Letter (Otto Preminger, USA, 1951)

Remake americano del classico francese Le corbeau (1943, diretto dall’ottimo Henri-Georges Clouzot), ma non basta la sapiente direzione di Otto Preminger a realizzare qualcosa di simile qualità. Una piccola cittadina canadese viene invasa da lettere anonime che svelano supposte relazioni clandestine fra alcune ben conosciute persone, ma il solo elemento comune è sempre il dottor Pearson, da poco giunto da Londra, con un passato misterioso. Sembra che tutto sia teso a fargli abbandonare il lavoro e la città e i sospetti si concentrano a turno su colleghi e varie donne. Passabile, mi ha fatto venir voglia di guardare di nuovo l’originale francese …

Stranger on the Third Floor (Boris Ingster, USA, 1940)

In questo gruppo sfigura in modo estremamente evidente, sia per la sceneggiatura che per le interpretazioni e la regia. Pessima la rappresentazione dell’incubo del protagonista e perfino Peter Lorre non riesce a convincere nel suo ridottissimo ruolo. A tal proposito, pare che la sua partecipazione fu quasi forzata in quanto doveva alcuni giorni di riprese alla RKO, che così ne approfittò per utilizzare il suo nome a fini pubblicitari; il film fu comunque un fiasco al botteghino. Con tanti noir dell’epoca, buoni anche se considerati di serie B rispetto ai classici, questo si piò tranquillamente evitare.

martedì 9 agosto 2022

Microrecensioni 226-230: pre-code movies con tante star

Dicendo pre-code Hollywood ci si riferisce ai film sonori prodotti negli US dal 1929 alla metà del 1934, quando i limiti imposti dal cosiddetto Hays Code (del 1930) cominciarono ad essere effettivamente fatti osservare. Le sceneggiature dovevano rispettare la morale, la simpatia del pubblico doveva essere sempre indirizzata verso i buoni e non si dovevano criticare o mettere in ridicolo leggi naturali, religiose e umane. Fra le tante indicazioni specifiche, si proibiva di mostrare nudi, baci eccessivi e lussuriosi, assunzioni di droghe, esecuzioni esplicite di delitti, allusioni alle perversioni sessuali (che allora comprendevano l'omosessualità), pronunciare alcune parole, trattare adulterio e sesso illegale, relazioni fra persone di razze diverse. Tanti nomi famosi in questi cinque film, per lo più commedie romantiche; due sono diretti da Lubitsch, un maestro del genere, e uno di von Sternberg. Fra gli attori compaiono due volte ciascuno Miriam Hopkins, Cary Grant e Gary Cooper, ma ci sono anche Marlene Dietrich, Mae West, i fratelli Marx, Adolphe Menjou e Fredric March. Nessuno dei film è estremamente osé (neanche per gli standard dell’epoca) ma alcuni dettagli ne impedirono la circolazione dopo il 1934.

 
Morocco (Josef von Sternberg, USA, 1930)

Primo film americano della Dietrich e unica sua Nomination Oscar (altre 3 andarono alla regia, fotografia e scenografia) e fu anche il primo a essere proiettato in USA perché il famoso The Blue Angel (L’angelo azzurro, 1930, von Sternberg) fu distribuito solo successivamente. L’ambiente ricorda quelli di altri film famosi ambientati nei protettorati francesi in nord Africa come l’imperdibile Casablanca (1942, Michael Curtiz, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, ambientato in Marocco come questo) o il francese Pépé le Moko (1937, Julien Duvivier, con Jean Gabin) e l’immediato adattamento hollywoodiano Algiers (1938, John Cromwell, con Charles Boyer e Hedy Lamarr), tutti film da non perdere. L’azione segue un battaglione della Legione Straniera a Mogador e i protagonisti sono un legionario donnaiolo (Cary Grant), un’avvenente cantante (Marlene Dietrich) e un ricco pittore (Adolphe Menjou). Ci saranno alti e bassi nei rapporti fra i tre, ma non fu tanto questa la ragione della successiva censura, né una donna indigena con i seni completamente scoperti, quanto il famoso bacio della Dietrich sulla bocca di una cliente del Cabaret Lo Tinto dove lei si esibiva. Film cult, anche se non conosciutissimo, originale per la bella ambientazione e l’uso esclusivo di suono diegetico, quindi in assenza di commento sonoro. Famosa è la scena finale.

I’m No Angel (Wesley Ruggles, USA, 1933)

Da molti giudicato il miglior film di Mae West, già star del teatro come interprete e autrice, ma solo alla sua seconda apparizione sul grande schermo, a quasi 40 anni. Oltre che protagonista assoluta, sempre con un fare sprezzante e/o ammiccante nei confronti degli uomini che ambivano a entrare nelle sue grazie, fu anche sceneggiatrice e curatrice dei dialoghi, spesso molto taglienti, adattati dal suo omonimo lavoro teatrale del 1925. Cary Grant entra in gioco solo nella seconda parte per aiutare un amico, ma finisce prima irretito dalla vamp e poi anche in tribunale. Anche se datato, i brillanti dialoghi reggono ancora oggi e non hanno niente da invidiare alle migliori comedie moderne nonostante i 90 anni trascorsi.

  
Design for Living (Ernst Lubitsch, USA, 1933)

La censura imposta dal codice Hays non consentì il rilancio di questo film a fine anni ’30 per il triangolo (quasi quadrilatero) amoroso e relative allusioni e implicazioni. Due grandi amici americani condividono un piccolo appartamento a Parigi e si innamorano di una stessa ragazza. Competono nel farle la corte, sorgono gelosie, uno approfitta dell’assenza dell’altro, entrambi hanno successo, vengono abbandonati e … guardate il film per sapere come va a finire! Una delle tante brillanti commedie dirette da Lubitsch, ottimo regista berlinese immigrato in USA nel 1923 dopo pochi anni di successi in patria. Diresse le più famose attrici dell’epoca fra le quali Marlene Dietrich, Greta Garbo, Carole Lombard e Miriam Hopkins, distinguendosi per il suo stile che fu definito Lubitsch Touch.

Trouble in Paradise (Ernst Lubitsch, USA, 1932)

In questo film la commedia romantica si tinge di noir per avere fra i protagonisti una coppia di ladri di alto livello. Si comincia con alcuni furti in grande albergo veneziano per poi spostarsi oltreoceano. I due soci/amanti prendono di mira una ricchissima signora e si fanno assumere con l’obiettivo di sottrarle una gran quantità di danaro. Trama abbastanza articolata e per niente ripetitiva, costituita da tanti piccoli eventi (alcuni includono un po’ di suspense) quasi mai scontati e ottimamente interpretata da un gruppo di collaudati caratteristi.

The Cocoanuts (Robert Florey e Joseph Santley, USA, 1929)

Primo effettivo film dei fratelli Marx (uno precedente non fu mai distribuito ed è andato perso), nella formazione a quattro in quanto manca Gummo che non apparve mai nei loro film. Zeppo, già qui in un ruolo minore, partecipò solo a 6 film del gruppo, del quale rimangono nella memoria collettiva quasi esclusivamente Groucho, Chico e Harpo. Essendo un adattamento di una commedia di Broadway porta con sé vari numeri solo musicali o cantati e alcune coreografie molto articolate. Il resto del tempo si passa con i giochi di parole, le gag di Harpo (il muto) abilissimo borseggiatore, i discorsi insensati di Groucho il seduttore e le manfrine di Chico (dall’accento italiano) ottimo musicista oltre ad essere perfetta spalla per i fratelli in qualunque occasione. Questi sono gli elementi che li resero poi famosi anche nel mondo del cinema senza avere più bisogno di ballerine e canzoni. Vale la pena di spendere due parole per Margaret Dumont, che appare sempre nella parte l’iconica matrona ricca e di sani principi morali, spesso circuita da Groucho. Perfettamente adatta al ruolo, pare che abbia confessato di non aver mai compreso i giochi di parole e i nonsense dei fratelli Marx né sulla scena né in privato.

sabato 6 agosto 2022

Microrecensioni 221-225: film ispanici premiati a Cannes e Venezia

Pur avendone scelti 4 fra quelli più quotati (ma fra i meno conosciuti), non vi ho trovato quasi niente di buono e così, per risollevare il morale (cinefilo) e concludere in bellezza, mi sono dovuto affidare a un classico noir messicano della Epoca de Oro.

La noche avanza (Roberto Gavaldón, Mex, 1951)

L’ho voluto guardare ancora una volta non solo per la qualità complessiva (regia, sceneggiatura e interpretazioni) ma anche per il particolare ambiente degli sferisteri jai alai (pelota basca) nel quale si svolge e dei quale ho ricordi internazionali. A fine anni ’70 frequentavo quello di Napoli (semidistrutto dal terremoto del 1980) e nel 1983 andai più volte al Frontón di Ciudad de México (fra le location del film) che curiosamente fece la stessa fine per il terremoto del 1984. Non per niente vi dedicai due post (Jai Alai al Frontón México e Sferisterio di Napoli) che vi invito a leggere per rendervi conto un po’ meglio di questo strano e affascinante mondo che comprende non solo atleti e appassionati di ogni classe sociale, ma anche scommettitori e tipi loschi con conseguenti saltuarie combine.

Il protagonista è Marcos (Pedro Armendáriz), il più famoso giocatore di jai alai del momento, donnaiolo, infedele, bugiardo, litigioso e arrogante, insomma un bel tipino. Dopo aver vinto 26 incontri di seguito e in procinto di trasferirsi all'estero si trova invischiato in tre relazioni pseudo-amorose e complicate e viene ricattato per perdere l’incontro successivo. Riusciranno i ricattatori (che hanno conti in sospeso sia con Marcos che fra di loro) a portare a termine i loro diabolici piani? Scagnozzi infedeli e amanti disperate e vendicative complicano ulteriormente gli avvenimenti della seconda metà della storia, fino alle varie sorprese finali. Classico noir messicano diretto dal sempre affidabile Roberto Gavaldón, con solide interpretazioni di Pedro Armendáriz e José María Linares-Rivas, ma anche il resto del cast, che comprende Anita Blanch e Rebeca Iturbide, svolge un buon lavoro. Giunse anche in Italia con l’ennesimo titolo ridicolo: Odio mortale (sic!). Consigliato, in particolare a chi gradisce storie in ambienti di nicchia poco conosciuti.

 
Blanco en Blanco (Théo Court, Spa/Chi, 2019)

Si distingue soprattutto come esercizio di fotografia, ma purtroppo, specialmente nella prima parte, la maggior parte delle scene sono talmente scure da riuscire a malapena a distinguere persone e ambiente. Bene usare luce naturale e non ridicole candele che improvvisamente illuminano l’intera stanza a giorno, ma esiste anche una via di mezzo. Per fortuna degli spettatori, nella seconda parte la fotografia la fa da padrona con delle belle composizioni. Infatti il protagonista è un fotografo invitato da un ricco proprietario terriero in Tierra del Fuego per immortalare il suo matrimonio. L’azione si svolge alla fine dell’800 e ciò significa che prima di scattare si deve organizzare la scena come un tableau vivant e convincere i soggetti a rimanere fermi per un minuto e oltre, ma anche le semplici riprese in esterno sono meritevoli. Alla fine il protagonista viene praticamente costretto a documentare l’eliminazione fisica di gruppi di indigeni con foto simili e quelle che si fanno alla fine di una battuta di caccia. Film un po’ sbilanciato fra la voglia di perseguire obiettivi artistici e la critica dei metodi brutali degli europei per liberarsi degli indigeni, pratiche che purtroppo proseguono ancora oggi, come in Amazzonia. Le ultime scene furono girate nella caldera del Teide (Tenerife, Canarias) e per la precisione nell’affascinante e (per me) inconfondibile Llano de Ucanca. FIPRESCI e altri 2 Premi a Venezia.

Nuevo orden (Michel Franco, Mex, 2019)

Altro film che mi ha lasciato molto perplesso, scelto per vari motivi nonostante i rating non certo entusiasmanti che contrastano con i premi ottenuti a Venezia (Gran Premio della Giuria e Leoncino d’Oro). Già conoscevo il regista/sceneggiatore/produttore Michel Franco noto per i suoi apprezzati film che affrontano temi difficili, come in Después de Lucía (2012) e Las hijas de Abril (2017), e a ciò si aggiunge il fatto di aver assistito al alcune riprese al centro di Coyoacán. Pur avendo il merito di affrontare l’eterno problema delle grandi differenze sociali tuttora presenti in Messico, secondo me stavolta ha esagerato proponendo quasi un kolossal urbano (si parla di 3.000 comparse), eccedendo nella violenza e, al contrario, essendo troppo vago in merito alle connivenze fra capitalisti, militari e rivoluzionari. Per sottolineare lo spreco (mania di grandezza di Franco), posso dirvi che delle riprese sul set organizzato per tre giorni sul sagrato della chiesa di Coyoacán, con ben oltre un centinaio di comparse e tecnici, sono stati utilizzati solo una dozzina di secondi; in precedenza aveva bloccato arterie principali di Ciudad de México con un mare di carcasse di auto, barricate fumanti e finti cadaveri per meno di dieci secondi di girato utilizzato.

 
Memoria (Apichatpong Weerasethakul, Col/Thai, 2021)

Il tanto acclamato regista thailandese con questo film (il primo al di fuori del paese natio) si sposta in Colombia ma resta nell’ambito onirico – mistico – paranormale. Alcune situazioni non le ha certo scelte in modo peregrino, l’incontro fra culture è ben esposto ed è apprezzabile il mantenimento del doppio idioma (castigliano latino e inglese) con relativi accenti per i non madrelingua, ma si deve rendere conto che non è Werner Herzog, né Bela Tarr, né Andy Wharol per poter proporre lunghissime scene silenziose e inquadrature fisse. Non a caso le più frequenti osservazioni – critiche sono proprio in merito alla lentezza del film e, seppur non eccessiva, alla durata del film che alcuni pensano che perfino dimezzato non perderebbe molto. La presenza di Tilda Swinton non basta a risollevare un film pretenzioso, soporifero e noioso come altri suoi lavori, ma è statisticamente prevedibile che continueranno a invitare e premiare Apichatpong Weerasethakul ai Festival per essere fuori del comune. Premio della Giuria a Cannes, in precedenza una mezza dozzina di presenze, con una Palma d’Oro nel 2010.

Kékszakállú (Gastón Solnicki, Arg, 2016)

Non so come si possa pensare di finanziare e realizzare film come questo, senza né capo né coda, brutto esempio del genere ricchi rampolli sudamericani insulsi e nullafacenti, prodotti che poi vengono mandati in giro (evidentemente raccomandati) e fanno aumentare le perplessità in merito alle selezioni dei festival e dei metri di giudizio delle giurie. I dialoghi sono ridotti all’osso (e probabilmente è una fortuna), il sonoro per lo più in presa diretta con fastidiosissimi, spesso sovrastanti, rumori di fondo, recitazione meno che amatoriale, la maggior parte delle inquadrature sono fisse, incluse molte senza alcun senso di edifici. Di nuovo per fortuna, il film dura poco più di un’ora. Penso sia il primo al quale ho affibbiato un significativo 1 su 10 su IMDb! Se trovo già generoso il 5,5 su tale piattaforma, giudico incredibile il 95% su RT, anche se probabilmente derivante dalle poche recensioni scritte in occasione dei festival (a Venezia ottenne il Premio FIPRESCI) nelle quali i critici invitati, raramente stroncano … è tutto un business.

lunedì 1 agosto 2022

Microrecensioni 216-220: 4 candidati Oscar ispanici poco noti

Fra i candidati Oscar a miglior film non in lingua inglese finora se contano 32 di idioma ispanico (non contando gli 8 che poi l’Oscar l’hanno ottenuto) e sono per la maggior parte spagnoli, argentini e, più recentemente, messicani. Tuttavia, alcuni sono rimasti quasi del tutto sconosciuti al di fuori della penisola iberica e America latina e fra essi ne ho recuperati 4, tre dei quali mai guardati in precedenza. Per la precisione ecco gli 8 vincitori:

  • Spagna: Volver a empezar  (1982), Belle Époque (1993), Todo sobre mi madre (1999) e Mar adentro (2004
  • Argentina: La historia oficial (1985) e El secreto de sus ojos (2009)
  • Chile: Una mujer fantástica (2017
  • México: Roma (2018)

Ho completato la cinquina con una produzione indipendente inglese, una dark dramedy che ha ricevuto commenti molto contrastanti ma, per me, merita una visione, specialmente se tollerate il buon humor nero anglosassone.

 
La tregua (Sergio Renán, Arg, 1974)

Prima candidatura Oscar per un film argentino, con sceneggiatura adattata dal romanzo omonimo (1960) dell’uruguayo Mario Benedetti, un classico della letteratura sudamericana. Il protagonista è un capoufficio vedovo da 20 anni, con tre figli, interpretato da Héctor Alterio. La sua vita triste, apatica e routinaria viene scossa dall’arrivo di una nuova giovane dipendente della quale ben presto si innamora, nonostante la differenza di età. Ben descritto lo svilupparsi del rapporto fra i due, entrambi timidi e molto rispettosi dell’altro, e fra loro, i colleghi di lavoro e i familiari. I meriti del film sono da dividere soprattutto fra la sceneggiatura e l’interpretazione di Alterio, successivamente protagonista anche di altri 2 film candidati Oscar, El nido (microrecensione di seguito) e l'ottimo El hijo de la novia (1997, Juan José Campanella), interpretato al fianco di altri due grandi attori argentini, Ricardo Darín e Norma Aleandro … evidentemente merita e porta bene.

El nido (Jaime de Armiñán, Spa/Arg, 1980)

Alterio è stato protagonista anche di un altro film candidato Oscar per l'Argentina: In quanto alla giovane protagonista di El nido, si tratta di quella Ana Torrent che divenne improvvisamente famosa a 7 anni quale protagonista di El espíritu de la colmena (1973, Victor Erice). La sceneggiatura, opera dello stesso regista, mette insieme un vedovo strafalario (leggi post dedicato se non conosci il termine) che quasi in isolamento, in un mondo tutto suo, ed una tredicenne estremamente smaliziata e intraprendente che subdolamente lo circuisce e riesce a manipolarlo, pur rimanendo al di fuori della sfera sessuale. Tanti bravi caratteristi interpretano gli interessanti personaggi di contorno che includono il parroco (amico e confidente del vedovo), il sergente della Guardia civil, la numerosa famiglia della ragazzina che vive nella stessa caserma essendo il padre guardia, la maestra, la coppia tuttofare che assiste il vedovo nella casa e nel campo. Situazioni al limite del reale non solo per un paesino spagnolo di provincia, ma queste erano evidentemente le precise intenzioni di Jaime de Armiñán che riesce a creare le giuste crescenti tensioni fino all'epilogo, prevedibile, ma non troppo scontato nei modi.

 
La venganza (Juan Antonio Bardem, Spa/Ita, 1958)

Prima candidatura Oscar per un film in lingua spagnola. Produzione italo spagnola con un cast internazionale di rilievo; fra i protagonisti Raf Vallone, Carmen Sevilla e Jorge Mistral, ma in piccole parti ci sono anche Fernando Rey ed Arnoldo Foà. I due precedenti film del regista Juan Antonio Bardem (famiglia di cineasti, zio di Javier) restano però i suoi due indiscussi migliori prodotti: Calle Mayor (1956) e Muerte de un ciclista (1955). Questo, come molti lavori dei migliori cineasti spagnoli dell’epoca, fu molto condizionato dalla censura franchista; fu cambiata l’epoca (dal franchismo ai primi anni ’30) e il titolo che è equivoco rispetto al vero messaggio di riconciliazione nazionale e per non suscitare le proteste dei catalani, inoltre pare che siano state tagliate scene per circa un’ora.

Los Tarantos (Francisco Rovira Beleta, Spa, 1963)

Terza candidatura Oscar fra i film spagnoli, fra questo e La venganza ci fu la comedia negra Placido (1961, Luis García Berlanga). In comune con il film di Juan Antonio Bardem appena trattato, c’è una faida e un amore scoppiato fra appartenenti a fazioni opposte, ma in questo caso, invece di uno sparuto gruppo di mietitori itineranti, si affrontano famiglie di gitani, sempre pronti alle provocazioni, alle risse e agli accoltellamenti, anche mortali. A tutto ciò si aggiungono danze e canti, ovviamente dei generi del flamenco. Ciò ha anche giustificato l’inserimento nel cast di Carmen Amaya, indiscussa migliore a bailaora e cantante dell’epoca; morì poco dopo questa sua ultima interpretazione, a soli 50 anni.

Burn Burn Burn (Chanya Button, UK, 2015)

Originale dramedy in stile humor inglese, di tema necrofilo e rapporti interpersonali, fra familiari, amici e perfetti sconosciuti. Il filo conduttore non è certo originale (dispersioni delle ceneri di un amico secondo sue precise volontà) ma la ricca serie di incontri, personaggi e situazioni è senza dubbio fuori dal comune e molto anglosassone. Le due giovani amiche del defunto, molto legate fra loro ma di carattere quasi opposto, dovranno portare le ceneri in 4 specifiche località dell'UK seguendo le istruzioni registrate in un video che mostra anche il progredire della malattia di Dan. Ci sarà modo di toccare tanti temi fra i quali omosessualità, sesso facile, alcolismo, abbandono, rimorsi, tradimenti, sette, elaborazione del lutto, e chi più ne ha più ne metta.

venerdì 29 luglio 2022

Microrecensioni 211-215: Chahine, indiscusso miglior regista egiziano

Youssef Chahine studiò in California, nel 1954 lanciò Omar Sharif (già da protagonista) in The Blazing Sun, premiato in varie volte a Berlino e Venezia, nel 1997 a Cannes gli fu conferito il premio alla carriera. In occasione della sua morte (2008), sul Guardian fu pubblicato questo interessante articolo nel quale viene ben descritta la sua filosofia e quindi può servire (a chi non lo conosca) come introduzione ai suoi film, spesso in difesa di diritti civili e libertà. Completa la cinquina un film indiano in malayalam, idioma molto meno utilizzato nel cinema in confronto ai soliti hindi e bengali.

 

The Land
 (Youssef Chahine, Egy, 1969)

Uno dei migliori film del primo Chahine, ambientato nel mondo rurale e di sviluppo simile al succitato The Blazing Suncon il problema dell'irrigazione, ossia dell'acqua che viene negata da politici e latifondisti ai piccoli proprietari. È interessante comprendere (seppur molto parzialmente) le particolari scale gerarchiche e i rapporti con polizia e militari. Un film sostanzialmente politico, che mette in evidenza la quasi inesistenza della legge che dovrebbe garantire anche il popolo quando il potere è gestito per perseguire fini personali o come merce di scambio. Ovviamente a pagarne le spese sono le fasce alla base della piramide sociale ... niente di nuovo sotto il sole! 

The Return of the Prodigal Son (Youssef Chahine, Egy, 1978)

Dramma familiare in provincia, una famiglia benestante, proprietaria dell'apparentemente unica attività industriale del paese viene praticamente sconvolta messa in subbuglio dal ritorno di un ingegnere partito con grandi ambizioni e assente da 12 anni, 3 dei quali trascorsi in carcere. Il dispotico fratello che nel frattempo ha preso in mano le redini di azienda e famiglia allargata, è per lo più malvisto e in tanti sperano che il "figliuolo prodigo" (molto più umano e benvoluto) possa mettere le cose a posto in breve tempo. I rapporti familiari e quelli con i dipendenti si rivelano tesi e complicati e sfoceranno in tragedia. Questo buon film è purtroppo rovinato da vari pezzi cantati, alcuni dei quali in stile musical, assolutamente fuori contesto, che oltretutto allungano inutilmente la durata a oltre 2 ore ... evidentemente queste erano le necessità commerciali del momento. Peccato!

 
Al-massir (Il destino) (Youssef Chahine, Egy, 1997)

"Le idee hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo.”
Con questa frase (attribuita ad Averroè) si conclude il film mentre si vede il grande rogo dei libri del filosofo arabo (1126-1198) che rappresenta il personaggio chiave nei contrasti fra fazioni di mori che all’epoca governavano a Granada (Al-Andalus, poi Andalusia). Pur seguendo una trama prosaica (con amori, tradimenti, attentati, canti e danze) questo lavoro di Chahine potrebbe definirsi filosofico visto che si tirano in ballo molti dei suoi convincimenti che, ovviamente, davano molto fastidio a tanti, soprattutto agli integralisti. Si parla tanto di libri, filosofia, religioni, leggi e libera circolazione delle idee. Per chiarire, ecco alcune delle citazioni attribuite ad Averroè, alcune delle quali estremamente attuali:

  • L’ignoranza conduce alla paura, la paura all’odio, e l’odio conduce alla violenza. Questa è l’equazione.
  • Le donne dovrebbero essere trattate come esseri umani, non come animali domestici.
  • Il mondo è diviso fra uomini che hanno saggezza e non religione e uomini che hanno religione e non saggezza.
  • La religione cristiana è la religione delle cose impossibili; la giudaica, è religione da fanciulli; la maomettana, da porci.
  • Una è la verità in filosofia, altra in religione: la prima è per i filosofi soltanto; la seconda, invece, è per tutti.
  • Chi pensa è immortale, chi non pensa muore.
Ancora una volta Chahine non si limita a raccontare pedantemente una storia per immagini ma, oltre a rappresentarla bene e con interessanti movimenti di macchina, fornisce lo spunto agli spettatori attenti e avidi di sapere per informarsi o approfondire le loro conoscenze in merito all’Epoca d’Oro islamica, durante la quale il mondo arabo fu indiscusso centro intellettuale mondiale di scienze, filosofia, matematica, medicina, astrologia, alchimia e non da ultimo arte.

Alexandria … Why? (Youssef Chahine, Egy, 1979)

Primo segmento della quadrilogia semiautobiografica di Chahine, riferito al periodo dell'adolescenza, in una Alessandria (d'Egitto) cosmopolita ancora in mani inglesi, con il timore dell'arrivo dei tedeschi. Il giovane Youssef deve combattere strenuamente in famiglia (agiata ma non ricca) per ottenere di coronare il suo sogno di andare a studiare negli USA. I fatti sono un po' romanzata, ma in effetti Chahine riuscì in extremis ad imbarcarsi ed andare a Pasadena, California, alla scuola di teatro e televisione; dei circa 200 iscritti solo 13 furono ammessi agli esami finali e solo 4 li superarono e lui fu il primo.

Manoharam (Anvar Sadik, Ind, 2020)

Singolare commedia moderna indiana beccata per puro caso, per una similitudine di titoli, ma nel cambio ci ho certo guadagnato. Trama sulla carta semplice e lineare, ma alla resa dei conti estremamente contorta e piena di intoppi. Alcune situazioni sono certamente prevedibili, ma il percorso per arrivarci certamente no. Altro merito sono varie scene montate freneticamente che, grazie a tanti veri e propri flash di un secondo o meno, in poche decine di secondi descrivono perfettamente l'ambiente e ciò che sta succedendo, inserendo anche tanti fotogrammi avulsi dalla storia vera e propria. Queste scene sono anche accompagnate da appropriato commento sonoro ma niente a che vedere con Bollywood. Le due ore passano rapidamente grazie ai tanti rovesciamenti di situazione e il regista/sceneggiatore ci risparmia un finale banale con una secca battuta degna di una buona short story. Il chiaro e condivisibile messaggio è che la sola tecnologia non può sostituire l'arte.

mercoledì 27 luglio 2022

Paola Hermosín, musicologa e chitarrista geniale

Nel mio sporadico girovagare alla ricerca di video di musica etnica e tradizionale, un paio di giorni fa mi sono imbattuto in uno dei tanti prodotti da Paola Hermosín, giovane e abilissima chitarrista interessata soprattutto alla ricerca, didattica e divulgazione. In quasi ogni suo video (5-10 minuti di durata media) dedica la prima metà del tempo ad una accurata e chiara introduzione che, a seconda del pezzo proposto nella seconda parte, può essere indirizzato prevalentemente alla tecnica di esecuzione (spesso con precisa dimostrazione pratica), alle origini di un determinato genere musicale o del singolo brano, riferimenti alle danze associate e loro evoluzione nel tempo, brevi biografie degli autori e/o interpreti originali, aneddoti e altro, o una bilanciata miscela di tutto ciò, il tutto arricchito da immagini di dipinti d'epoca, foto storiche, poster e altre curiosità che aggiungono interesse al filmato.

Nel video in basso ne potete apprezzare un esempio, nel quale Paola Hermosín illustra anche l’origine dei nomi / titoli dei pezzi spiegando, fra l’altro, la curiosa relazione fra El Vito e il cosiddetto Ballo di San Vito. Oltre alla cultura musicale spagnola ed in particolare del flamenco, le sue ricerche e i suoi arrangiamenti originali spaziano da brani di musica classica (di Beethoven, Mozart, HoffmannChopin, …), a ritmi rioplantensi quali tango e milonga, andini, latini del centroamerica e Messico, ma anche italiani, greci e perfino giapponesi, senza trascurare perfino tutorial per suonare l'ukulele. 

Come se tutto ciò non fosse stato sufficiente per irretirmi (data il mia annosa curiosità in merito alla musica etnica e tradizionale) ci sono altre due particolarità che mi hanno quasi affascinato: l'essenzialità dei video girati in casa (senza inutili fronzoli scenografici eppure perfettamente realizzati) e la sua particolare parlata andalusa. Paola Hermosín conquista a prima vista non solo per la sua simpatia, allegria e sorriso, ma anche per la padronanza che dimostra nell'eloquio e nell'esposizione e per la chiarezza del discorso sia esso di interesse storico, musicale o prettamente tecnico.

In merito alla dizione, risaltano la pronuncia delle t e di alcune coppie di consonanti che diventano quasi z, le classiche contrazioni dei participi passati, la troncatura di alcune parole e la cadenza sivigliana (non essendo un linguista, la descrizione è poco precisa, ma penso di aver resol'idea). A beneficio di chi non è abituato a tutto ciò, nei video sono comunque disponibili i sottotitoli in spagnolo e, in pochi casi, la traduzione in inglese. Comunque, leggendo le didascalie, si evince la correttezza dei termini, della sintassi e della grammatica, e la mia impressione è stata confermata da una madrelingua …

al termine di questo video potrete anche apprezzare la sua ironia ....

(breve bio tratta dal sito www.paolahermosin.com)

Paola Hermosín (Alcalá de Guadaíra, Sevilla, 1995) è una chitarrista, cantante, compositrice, ricercatrice, poetessa e scrittrice alcalareña. Diplomata con lode sia al Conservatorio Profesional Francisco Guerrero che al Conservatorio Superior Manuel Castillo (entrambi di Sevilla), nel 2019 ha concluso il Master in Investigación y Análisis de Flamenco, ancora una volta con il massimo dei voti. Oltre al canale YouTube (ormai con quasi 800.000 followers), pubblica i suoi vari album musicali su Spotify, Apple Music e altre piattaforme nonché partiture, tablaturas (intavolature) e i suoi arrangiamenti originali per chitarra. Oltre ai già citati YouTube e sito personale, è attiva anche su vari altri social fra i quali Twitter, Instagram e Facebook .

lunedì 25 luglio 2022

Microrecensioni 206-210: commedie cult della Epoca de Oro Mexicana

Si tratta di 5 farse/commedie di genere sentimentale, charro e cultural clash (anche in Messico esisteva …) fra le più note e apprezzate dell’epoca (media IMDb 7,5), ancora oggi frequentemente riproposte in televisione. Altri punti in comune sono le 3 regie di Ismael Rodríguez che, con Los tres García, acquisì enorme notorietà per sé e per Pedro Infante, attore e cantante fra i più amati dai messicani e apprezzato anche a Hollywood che lo onorò con una postuma Star on the Walk of Fame, praticamente alla pari con Mario Moreno Cantinflas. Le altre due sono più incentrate sulle differenze culturali e hanno come protagonista Joaquín Pardavé, apprezzato caratterista farsesco, che in una interpreta un ricco commerciante libanese che viene snobbato dalla borghesia messicana sul lastrico e nell’altra un macellaio del mercato che litiga continuamente e molto animatamente con la dirimpettaia che vende pane, la gallega del titolo … una gachupina! Questi ultimi due sono linguisticamente interessanti sia per il continuo sottolineare i diversi modi di parlare e i marchiani errori di dizione e ortografia degli immigrati che generano continui equivoci e prese in giro, sia per la quantità di frasi fatte, proverbi e modi di dire … un eccellente modo di approfondire la conoscenza della lingua parlata, sempre che si abbiano discrete basi (comunque sono indispensabili numerose ricerche per i messicanismi colloquiali).

 
  • Los tres García (Ismael Rodríguez, Mex, 1946)
  • ¡Vuelven los García! (Ismael Rodríguez, Mex, 1947)

La parte del leone la fanno certamente l’indomita Sara Garcia (la nonna, perennemente con il sigaro in bocca) e Pedro Infante, uno dei suoi tre terribili nipoti (cugini fra loro). L’ottuagenaria è l’unica in paese che riesca a tenere a bada (di solito a bastonate) i tre, litigiosi con tutti e soprattutto fra loro. A seguito dell’enorme successo del primo, per il quale si erano girate molte scene non effettivamente indispensabili, fu subito prodotto il secondo, utilizzando buona parte di quelle scartate. Pertanto, le trame sono praticamente in continuità e nei cast ci sono minime variazioni, quali pochissimi nuovi personaggi e ovvia scomparsa dei morti nel primo film. A peggiorare i rapporti fra i cugini José Luis, Luis Antonio e Luis Manuel (il ricco, il povero e il viveur), arriva bella e bionda lontana cugina messicano-americana (Marga Lopez) che suscita quindi gelosie e risse, ma non bisogna dimenticarsi ci dei 3 Lopez che vogliono far fuori i 3 Garcia per una annosa faida fra le loro famiglie. La rivalità fra i 3, nonostante un matrimonio, continua anche nel sequel e in quanto ai Lopez appaiono un paio di loro discendenti. L'immancabile cura (parroco) dovrà faticare non poco per evitare spargimenti di sangue e sanare i rapporti fra tutte queste teste calde. Nel complesso abbastanza banali, ma tali commedie leggere erano quelle che avevano successo nell’immediato dopoguerra, anche grazie ai cast pieni di attori bravi, famosi e, soprattutto, amatissimi dal pubblico.

  
¿Qué te ha dado esa mujer? (Ismael Rodríguez, Mex, 1951)

Sequel di A.T.M.: ¡A toda máquina! (1951) che vede quindi ancora protagonisti Pedro Infante e Luis Aguilar nelle vesti di due motociclisti della squadra di élite della polizia di Ciudad de Mexico. I due sono scapestrati, ubriaconi e donnaioli, sempre in competizione fra di loro in quanto a conquiste femminili e talvolta gelosi l’un dell’altro e, come se non bastasse, vivono nello stesso appartamento in un condominio abbastanza movimentato e pieno di personaggi particolari a cominciare da Doña Angustias, portinaia factotum ed estremamente impicciona. Risulta chiaro che ci sono tutti gli elementi per una commedia popolare di successo, potendo contare anche sui due attori/cantanti che hanno occasione di esibirsi più volte.

El baisano Jalil (Joaquín Pardavé e Roberto Gavaldón, Mex, 1942)

Qui si mischiano lotta di classe e razzismo, seppur in modo chiaramente ironico. Il ricco commerciante Jalil, libanese che ormai possiede un accorsato grande magazzino, è amico sincero di Don Guillermo al quale presta ingenti somme di danaro. Questi senz’altro ha visto tempi migliori, ma attualmente mantiene nella sua grande e ricca casa parenti snob e con la puzza sotto al naso: moglie, figlia per di più spendacciona, oltre a una sorella e cognato parassiti. L’aspetto romantico, seppur con gran difficoltà data la ritrosia prima di Marta (figlia di Don Guillermo) e poi di Selim (figlio di Jalil), metterà chiaramente a posto ogni cosa. Altra famosa commedia popolare cult.

Una gallega en Mexico (Julián Soler, Mex, 1949)

Qui le beghe sono fra una immigrata spagnola (offensivamente chiamata rifugiada o gachupina) e un fiero messicano, entrambi commercianti in un mercato popolare. Anche in questo caso, come in El baisano Jalil, saranno appianati dall’amore fra i figli dei due che, a prescindere da contrasti spesso violenti, pieni di insulti ed estremamente rumorosi, non sono indifferenti uno all’altro. Un po’ troppo gridato e scontato, ma rientra perfettamente nel genere di commedia popolare. Ah, c’è anche un’apparizione di Jorge Negrete che interpreta sé stesso andando a cantare (a sorpresa) nel cortile del condominio; gli altri pezzi musicali (un must) sono affidati ai quasi immancabili Los Panchos e Trío Calaveras.

martedì 19 luglio 2022

Microrecensioni 201-205: film molto particolari

Cinquina molto varia composta da cult e film difficilmente inquadrabili in un determinato genere, di 5 paesi diversi. Quattro sono degli effervescenti anni ’70, il quinto è un moderno film indiano che affronta l’eterno problema della convivenza fra hindu e mussulmani che, di tanto in tanto, sfocia in violenze inaudite, spaccando società e perfino famiglie. Volendo fare un succinto excursus in ordine cronologico, c’è il western revisionista (o anti-western) di Altman, giudicato fra i migliori del genere ancorché poco conosciuto; poi uno dei 2 capolavori del geniale e poliedrico Jodorowsky (l’altro è El topo, 1975); segue un ottimo adattamento di un romanzo di Dino Buzzati, con un ricchissimo cast che comprende tante indiscusse star del cinema europeo dell’epoca; un film praticamente sperimentale del meno conosciuto dei fondatori della Nouvelle Vague francese, Jacques Rivette; infine il già citato dramma indiano, ben diverso dai prodotti standard di Bollywood, prima regia dell’attrice Nandita Das.

 
La montagna sacra (Alejandro Jodorowsky, Mex, 1973)

Film esplosivo, surreale, onirico, pieno di simbolismi, colori, costumi originalissimi, con contenuti politici, economici, etici e puramente filosofici. Si assiste ad una continua rapida serie di scene legate fra loro da un sottile filo logico, ognuna ben diversa dalla precedente e tutte sorprendenti. L’alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky) guida il spedizione dei nove protagonisti alla conquista della Montagna Sacra dove li metterà di fronte all’ultima sorpresa. Avvincente sia per le idee e le asserzioni proposte che per la parte strettamente visuale, una gioia per gli occhi, certamente un cult per i cinefili.

McCabe & Mrs. Miller (Robert Altman, USA, 1972)

Come in vari film di questo genere, gli stereotipi del western classico, dei suoi personaggi e delle trame ripetitive vengono completamente sovvertite. Questo, invece che nelle usuali praterie del sud-ovest, è ambientato in un piccolo centro minerario che in un gelido inverno si trasforma velocemente da accampamento di tende a piccolo villaggio fra le montagne dell’Oregon. Dopo aver battuto per tutta la prima parte sulla creazione del postribolo di lusso dei due protagonisti, ci si avvia lentamente allo showdown conclusivo, certamente originale. Nomination Oscar per la protagonista Julie Christie, notevole anche la colonna sonora interpretata da Leonard Cohen.



  
Il deserto dei Tartari (Valerio Zurlini, Ita, 1976)

Inizi del secolo scorso, una fortezza ai confini dell’Impero (si allude a quello austro-ungarico) in una zona montuosa e desertica, oltre la quale si suppone ci sia il nemico. Un film bellico ma senza guerra effettiva, un’attesa snervante di qualcosa che potrebbe non succedere mai, un nemico che non si vede, una perenne tensione fra gli ufficiali della sparuta guarnigione. Palesemente critico nei confronti della mentalità militare, del rispetto delle gerarchie e dei regolamenti a qualunque costo, anche se molti si rendono conto che non hanno alcun senso. Il gruppo di interpreti è a dir poco eccezionale: Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant, Jacques Perrin, Francisco Rabal, Fernando Rey, Laurent Terzieff e anche un buon Giuliano Gemma.

Firaaq (Nandita Das, Ind, 2008)

Ambientato nei giorni dei disordini del 2002 in Gujarat che causarono un migliaio di morti (tre quarti dei quali mussulmani), ragione per la quale ne fu impedita la circolazione in quella regione. I protagonisti appartengono ad entrambe le comunità religiose, come le due amiche di credo diverso e una coppia borghese (lui islamico, lei hindu). Nandita Das è un’attrice indiana, protagonista fra gli altri di due film della famosa trilogia di Deepa Mehta, Fire (1996), Earth (1998), quindi apprezzatissima anche all’estero, spesso impegnata in lavori di valenza sociale e, soprattutto, a sostegno della situazione femminile. Il suo secondo film Manto (2018) fu presentato a Cannes.

Noroît (Jacques Rivette, Fra, 1976)

Pur essendo un ammiratore dei lavori di Rivette, spesso giudicati criptici e/o estremamente lenti, devo ammettere che questo mi ha deluso, specialmente sapendo che fu pensato come elemento della quadrilogia mai completata Scènes de la vie parallèle, della quale fa parte anche Duelle (1976), certamente più interessante e coinvolgente. Le protagoniste sono delle piratesse (in abbigliamento moderno), fra le quali si insinua un’altra donna (interpretata da Geraldine Chaplin) con propositi vendicativi.