lunedì 22 giugno 2015

Vuallariello: toponomastica, percorso e antropologia

Quanto vado a esporre di seguito con brevi note non vuole assolutamente entrare nel merito della non troppo latente polemica relativa alla “riscoperta” e pulizia di un antico e tradizionale percorso. L'unico fine di questa sommaria indagine basata su documenti, fonti orali e ricognizione, nonché della bozza di cartina allegata è stato quello di cercare di saperne di più in merito ai nomi e all'uso che di questi sentieri si è fatto per secoli.
* Il toponimo Vuallariello (e non Uallariello Guallariello), senza ombra di dubbio derivante dall’uso orale ancorché di etimologia sconosciuta, era già presente nell’elenco delle “Strade Nazionali, Provinciali, Comunali e Vicinali” del 1902, aggiornato e corretto nel 1911 e pubblicato il 30 giugno dello stesso anno. E' tornato (meglio sarebbe è giunto per la prima volta) all’attenzione dei più non-terminesi a seguito della pulizia/ripristino di un sentiero che mena al San Costanzo lungo le falde nord-occidentali del Monte, a partire da Cercito.
Oltre ad evidenziare la corretta scrittura del toponimo (che come tutti quelli presi dalla tradizione è di difficile ed incerta trascrizione) è anche necessario dire che il tratto ripulito non è il Vuallariello, bensì la strada vicinale Le Selve, come determinato nell’elenco suddetto alla partita n. 63.

La strada vicinale Vuallariello, partita n. 68 del medesimo elenco, inizia a monte della ormai nota e bellissima scala fra le due pareti calcaree, e termina sul crinale frala cima Santa Croce e Punta Campanella, poco a monte della spianata di Campo Vetavole.
L’attuale parte bassa della vic. Le Selve, si diparte da via Campanella con il il nome odierno di via Cercito (così è registrata all’anagrafe). Procedendo verso monte, dopo un centinaio di metri si trova una breve diramazione fra le case (a sx) e dopo altri 200m circa una verso destra più lunga (poco meno di 300m di sviluppo) e praticamente in quota. Circa 400m dopo il suddetto secondo bivio si perviene alla caratteristica scala fra le rocce e, lasciando l’ombrosa e fresca sévera (selva, in zona è di solito riferito a un castagneto) si giunge all’aperto sulle balze occidentali del Monte e dopo un centinaio di metri,che comprende un breve tratto in discesa, in poco spazio la vicinale di divide in tre.
Questo appena descritto è il tratto oggetto del recente intervento di ripristino fino a pochi metri oltre la scala. Di lì è stata diserbata una nuova traccia che conduce fino al sentiero comunemente percorso fra l’Alta Via dei Monti Lattari (CAI 300, poco a monte di Campo Vetavole) e piattaforma di cemento con ringhiera (belvedere) sopra la frana del 1973. Quindi, al momento, la parte finale della vic. Le Selve, la sua dir. C e la vic. Vuallariello non sono state assolutamente prese in considerazione. (vedi cartina semplificata)

Il primo bivio a sinistra prosegue praticamente senza dislivelli (solo minimi saliscendi) fino a poco oltre il crinale. Questa è la vera strada vic. Vuallariello, lunga poco più di 500 metri. Prosegue invece per circa 300m in leggera discesa (verso Prete janche) la vic. Le Selve, che conta una terza e ultima diramazione (lunga 300m ca. verso l’area a monte di Canciello) appena una ventina di metri dopo il bivio dal quale si diparte la vic. Vuallariello.
Questa serie di vicinali sono state per anni (si potrebbe dire per secoli) le strade più importanti di Termini in quanto collegavano il centro abitato con le fertili terrazze del Monte. In particolare a Campo Vetavole e nella zona circostante (più pianeggiante e quindi con terrazzamenti più ampi) si coltivava di tutto, perfino il grano e 'o jurmano (segale). Mi è stato riferito che era comune anche la coltivazione dei lupini e che nella cosiddetta “barracca ‘e De Angelis” (poco a monte della vic. Vuallariello) si allevavano vitelli.
In effetti nessuno è sicuro né dell’etimologia né della collocazione esatta del toponimo. Si diceva comunemente “jamm ‘ncopp ‘o Vuallariello” intendendo che sarebbero saliti passando per Cercito e dint’ ‘a  sévera. In effetti qualcuno, in epoca più o meno moderna potrebbe aver fatto confusione fra destinazione e itinerario.
Altra questione poco chiara è quella relativa al toponimo Canciello che finora conoscevo solo per indicare il passaggio di via Campanella nei pressi dell’edicola votiva, fra la parete rocciosa e il pinnacolo. Ma chi frequentava il Monte indicava con tale nome anche la zona più in alto e qualcuno mi ha proposto la distinzione fra canciello ‘e copp e canciello ‘e vascioValutando le varie informazioni potrei anche supporre che per Canciello si intendesse addirittura tutta la parete rocciosa verticale che si estende fra via Campanella e la scala della vic. Le Selve lungo una linea di frattura E-O e di conseguenza interpretare il toponimo come "chiusura" (la parete impassabile) e non abbinata ai due unici passaggi (lungo via Campanella e vic. Le Selve). Non sarà semplice venirne a capo.
Considerato che la maggior parte dei nomi presenti sugli elenchi e carte catastali sono stati ripresi già nell’800 dalla tradizione orale, spesso supportata anche da documenti notarili, sono propenso a credere che il Vuallariello fosse un’area a monte della scala nella roccia e non parte del castagneto. A prescindere dalle mie opinioni, il toponimo è tuttora ufficialmente abbinato solo ed unicamente alla succitata strada vicinale.
Il percorso ha perso di importanza per essere stato temporaneamente interrotto dalla frana del 1973 e per la costruzione della strada per il radar. In particolare a seguito di questa “comodità” quelli che per alcuni anni hanno continuato a coltivare i propri appezzamenti nella zona del Vuallariello erano soliti percorrere via del Monte fin’oltre l’antenna potendo così raggiungere il proprio campo in pochi minuti evitando grandi salite.
Nel corso delle mie indagini (interviste con persone che hanno frequentato l’area per anni) tutti mi hanno raccontato episodi e dettagli congruenti, che quindi ritengo affidabili e veritieri, a cominciare dal fatto che “se ne sono carriati viaggi …” (trasportato carichi sulle spalle) dal Monte a Cercito e Termini passando per il castagneto. Sono stati concordi anche nel descrivere quei sentieri (Selve, dir. C Selve e Vuallariello) come stretti percorsi battuti, e quindi evidenziati, esclusivamente dal loro quasi quotidiano passaggio dirigendosi verso i campi di Prete janche Campo Vetavole.
Come è evidente dedurre osservando le foto in basso, per una eventuale individuazione certa del tracciato catastale sarebbe più che mai necessario l’uso di stadia e teodolite o tacheometro, o altri strumenti simili. Non essendoci particolari ostacoli si passa più o meno dappertutto, seppur con qualche difficoltà a causa della vegetazione, e non ci sono segni evidenti dell’antico itinerario, se non sporadicamente. 
   
così si presentava l'area attraversata dalla vicinale Vuallariello sabato 20 giugno 2015
In questioni simili, riguardanti vecchi percorsi, nomi e tradizioni, penso sia sempre opportuno ed interessante, se non addirittura indispensabile, confrontarsi con quelli di qualche anno più grandi di noi.

domenica 21 giugno 2015

Lipari e le Isole Eolie – conclusioni

Ho appena caricato l’ultima raccolta di foto relative al mio recente soggiorno alle Eolie (gli interessati le trovano in questa pagina). Gli album pubblicati ieri e oggi si riferiscono all’Acropoli di Lipari, al centro storico e ne ho anche aggiunto un paio delle lunghissima spiaggia di ciottoli di Canneto (Lipari) e qualcuna dell’isola di Vulcano. Queste ultime dal livello del mare in quanto gli oltre 30° non avrebbero reso piacevole la salita al cratere che, come potrete vedere, è tutta esposta al sole. Ciò mi fornisce ulteriore buona scusa per tornare sull’isola per godermi ascesa e giro del cratere senza seguito di persone da accudire e controllare (come ho fatto per anni).
Tornando a Lipari, ho raccolto in un album le immagini di alcuni dei tanti punti di interesse concentrati nell’area di quello che fu il Castello. Per farla breve, lì si trovano ruderi del villaggio preistorico con le basi di capanne risalenti al neolitico e all’età del bronzo, l’interessantissimo e ricchissimo Museo archeologico Bernabò Brea (vai al sitoche, seppur relativamente piccolo, è unanimemente considerato uno dei migliori d’Italia, la cattedrale di San Bartolomeo con le sue splendide volte a crociera affrescate con scene di soggetto biblico, il contiguo Chiostro Normanno con capitelli raffiguranti animali fantastici, le mura medioevali che inglobano parte di quelle di epoca greca (V-IV sec. a.C.), i bastioni che si affacciano sul mare offrendo panorami vastissimi.
Il centro storico è per lo più costituito da una marea di vicoletti a ovest dell’Acropoli, attorno a Marina Corta e Supa a terra. Essendo stretti (così si costruiva nei paesi caldi) restano all’ombra per gran parte della giornata e per questo motivo, unito alla ventilazione naturale, restano freschi anche quando altrove il caldo è quasi insopportabile. Oltre ad andare in giro piacevolmente fra una granita e un arancino consiglio di non mancare, oltre ovviamente ad una lunga visita all’Acropoli, l’originale Presepe del mare allestito nella chiesa delle Anime del Purgatorio a Marina Corta (praticamente sul molo) e i due grandi murales nella piazzetta alla quale hanno dato il nome ora ricorrente: “piazzetta dei murales” (si trova Supa a terra).
   

In conclusione, le Eolie ed in particolare Lipari valgono senz'altro un viaggio, ma attenzione a scegliere i periodi migliori a seconda dei vostri interessi:
  • bagni: giugno-ottobre
  • escursioni: marzo-giugno e settembre-novembre
  • “movida”: luglio-agosto
  • andar per isole: aprile-ottobre


Tuttavia, se avete abbastanza giorni a disposizione e vi potete permettere qualche giorno di riposo in caso di cattivo tempo (cielo o mare), il periodo buono è gennaio-dicembre. Non facendo mai troppo freddo, anche in inverno si possono effettuare bellissime escursioni approfittando della (usualmente) migliore visibilità e di temperature perfette per camminare, anche se si tratta di lunghe ascese. 

venerdì 19 giugno 2015

Richieste che lasciano sbalorditi

Sulla linea del post nel quale discettavo su domande insulse come “da dove si parte per andare a ...?”, affronto ora l’argomento dei laureandi (sottolineo: laureandi) che mi interpellano per avere informazioni o assistenza, in particolare in merito alla cartografiaFermo restando che apprezzo il fatto si rivolgano a me come se fossi chissà quale grande saggio (cosa che non sono), talvolta mi pongono delle domande che mi lasciano più che perplesso, direi esterrefatto, come nel caso di stamattina.
Uno studente, non so di quale facoltà universitaria, mi ha chiamato per chiedermi quale fosse la scala di una delle mie cartine online, dopo aver premesso che il dato gli serviva per la sua tesi in (udite, udite) Cartografia.
La domanda mi ha colto di sorpresa considerato che mi era stata posta da un tesista che si occupava della materia e non da uno sprovveduto. Ho pensato che nella carta in questione non avessi riportato la scala grafica e gli ho chiesto di controllare, ma mi ha risposto che c’era. Quindi gli ho spiegato che per conoscere la scala avrebbe dovuto prima decidere il formato nel quale volesse stamparla (A3, A4 o inserita nel testo) e poi desumerla dalle dimensioni dell’immagine.
C’è voluto un po’ di tempo (troppo) e varie esposizioni del concetto prima di convincerlo del fatto che non ero in grado di rispondere non conoscendo il formato. Non sono sicuro che abbia recepito il messaggio e nel peggiore dei casi potrebbe anche aver creduto che non volessi aiutarlo.
Il quesito conclusivo (ahimè senza risposta) è il seguente:
se un laureando in xxx (?), con tesi in Cartografia, non ha assimilato neanche il concetto di scala, di chi è la colpa? Del sistema, del professore o dello studente? 
In ogni caso c’è qualcosa che non va.

A beneficio dei meno pratici riporto le definizioni della Treccani (www.treccani.it) dalle quali risulta evidente l’imprescindibilità della nozione:
Mappa - Si chiamano mappe le rappresentazioni grafiche di una zona di terreno, quando la scala di riduzione è compresa tra 1:500 e 1:5000 (quali sono appunto le mappe catastali). Si dicono, invece,piante quelle in scala maggiore di 1:500, mentre si chiamano carte topografiche quelle da 1:5000 a 1:200.000 o anche a 1:250.000, carte geografiche quelle in scala ancor minore.
Scala - Nel disegno e nella cartografia, s. di riduzione, il rapporto numerico fra le distanze misurate sulla carta e quelle reali, che si esprime con una frazione che ha per numeratore l’unità; pertanto il denominatore è il numero per il quale bisogna moltiplicare le distanze misurate sulla carta per avere la corrispondente lunghezza sul suolo: così, per es., scala 1/100.000 o 1:100.000 (da leggersi: scala di uno a centomila) significa che una unità di misura lineare sulla carta (per es., 1 cm) corrisponde a 100.000 unità sul suolo (cioè a 1 km); il rapporto può essere anche espresso con la s. grafica, costituita da un segmento diviso in più parti con a fianco le indicazioni delle corrispondenti lunghezze reali. 

Come è evidente dalle definizioni di concetti base della cartografia, la scala è determinabile solo avendo il disegno stampato. Questo è uno dei motivi per i quali si utilizza la scala grafica in quanto, qualunque sia la dimensione della stampa, aumenta o diminuisce nella stessa proporzione del disegno rimanendo quindi sempre valida e veritiera. Una semplicissima proporzione fornirà la scala di riduzione (in termini numerici) di quella specifica stampa.

martedì 16 giugno 2015

Arancino eoliano e altre meraviglie dell'arcipelago

La delizia del titolo (foto a sx) è una creazione originale di Liborio, proprietario della rosticceria Mancia e fui. Conoscevo il posto da almeno 15 anni e il fatto di trovarlo ancora aperto dopo una dozzina di anni dalla mia ultima visita, allo stesso angolo del corso (area pedonale dove si fa lo "struscio"), con la stessa gestione e lo stesso nome lasciava molto ben sperare. Molte volte chi ha successo con un prodotto si monta la testa e non mi sarei meravigliato se una rosticceria classica come Mancia e fui fosse diventata un ristorante alla moda, con porzioni ridotte, prezzi alti e qualità non adeguata. Per fortuna mia e di tutti gli amanti delle rosticcerie/friggitorie (arancini, pizzette, calzoni, pitoni, mozzarella in carrozza, schiacciate) Liborio non ha cambiato lo stile (e in proporzione i prezzi), ma si è limitato a perfezionare la produzione integrandola con sue creazioni originali come l'arancino eoliano proposto per la prima volta 5 anni fa. 
Di forma elissoide (dimensioni di un arancino al burro, quindi sferico, schiacciato ai poli - vedi foto) vanta un ripieno di capperi, tonno, cipolle, formaggio e un po' di pomodoro. Assolutamente da non perdere se vi trovate a passare per Lipari. Oltre a essere ai primi posti nelle varie classifiche di ristoranti/bar di Lipari (il che non conta molto anche se basato su centinaia di recensioni) Mancia e fui è il preferito dalla maggior parte dei liparoti ai quali ho chiesti suggerimenti gastronomici ... e questo conta. 
Come dicevo, sono tornato a Lipari dopo una dozzina di anni e, seppur ovviamente cambiata, devo dire che è rimasta piacevole e vivibile. L'importante è scegliere il periodo adatto in base ai propri obiettivi.
Per esempio, se le vostre mire sono soprattutto balneari sappiate che prima di giugno l’acqua è abbastanza fredda. Se invece siete più interessati alla fioritura sappiate che il meglio lo trovate fra marzo e giugno anche se qualcosa di interessante si trova durante tutto l’anno.

Le numerose agenzie che organizzano gite in barca nelle varie isole dell’arcipelago sono proposte, orientativamente, solo da aprile a ottobre. Da novembre a marzo avrete poche possibilità di andare in giro poiché anche i trasporti pubblici per le isole minori sono limitati e talvolta addirittura cancellati prive di porto a causa delle condizioni de mare. Durante questo mio recente breve soggiorno avendo trovato  mare calmo 8 giorni su 9 e più caldo di quanto mi aspettassi, quindi ho rinunciato alle escursioni sui vulcani e mi sono dedicato al mare (per fortuna anche questo meno freddo del normale) e mi sono fatto portare dai vecchi amici del Popolo Giallo a Filicudi, Alicudi, Panarea e Stromboli (vedi foto). Fino a 10 anni fa portavano me e i gruppi che guidavo (quindi per lavoro) e questa è la seconda vacanza che faccio affidandomi a loro. Ora hanno barche più grandi e comode e hanno mantenuto intatto entusiasmo, cortesia e professionalità, in parole povere più che affidabili.
Tutte le isole sono abbastanza grandi da offrire agli escursionisti percorsi di vario genere ed impegno. Temperatura del mare permettendo, i posti dove tuffarsi dalle barche o dalle spiagge in un acqua azzurra e pulitissima non si contano. Ogni isola è caratterizzata da grotte, archi naturali e scogli di varie dimensioni. Aggiungendo i due vulcani attivi, la flora mediterranea, la possibilità di effettuare immersioni subacquee o semplice snorkeling e non da ultimo l'ottima cucina liparota si capisce perché le Eolie sono una destinazione appetibile per tutti, in qualunque periodo.

sabato 13 giugno 2015

Come si fonda(va) una città

Non tutte le città sono nate con un paio di case, alle quali se ne sono aggiunte successivamente altre. Dal XVI secolo (dal 1510 in Messico e 1528 in Perù) fino a tutto il XVIII gli spagnoli sono stati maestri in questa “arte” applicata alla conquista e controllo dei territori non solo della Nueva España, ma anche di tutta l’HispanoamericaUna delle ultime (1781) ad essere pianificata secondo las Leyes de Indias è oggi una delle grandi metropoli americane. Sto parlando di Los Angeles, fondata poco più di 200 anni fa da soli 44 spagnoli con il lunghissimo nome di  Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles de la Porciúncula. Non è necessario esseri geni o storici esperti per indovinare che il frate facente parte della spedizione era un francescano visto il riferimento alla chiesetta di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola (Assisi), oggi Basilica Papale, dove ebbe origine il francescanesimo. Come è risaputo, gli Spagnoli conquistavano e governavano militarmente e religiosamente, nel bene e nel male. Ogni spedizione veniva accompagnata da uno o più religiosi, di solito francescani o domenicani e pertanto nei nomi dati alle città veniva inserito quello della Madonna (Nuestra Señora) o santo protettore salvo perderlo successivamente, limitando la lunghezza dei nomi ad un paio di parole. Per esempio Buenos Aires fu fondata (per la seconda volta, nel 1570) con il nome di Real de Nuestra Señora Santa María del Buen Ayre.

Mappa della fondazione di Córdoba de La Nueva Andalucía (1573), oggi Argentina
Le oltre 30 disposizioni di legge erano ben precise e si basavano su una logica politico-militare che quindi doveva soddisfare criteri strategici, di potere e ovviamente di buona urbanistica, senza dimenticare la religione. La pianta della città con le piazze, le strade e le proprietà veniva tracciata con strumenti adatti per avere strade rettilinee perpendicolari fra loro, a partire dalla Plaza Mayor sulla quale, oltre agli edifici istituzionali e alla chiesa, si dovevano affacciare gli edifici più importanti. Era il centro fisico e sociale e lì si organizzavano mercato, feste, esibizioni equestri, balli, sfilate e anche esecuzioni capitali. Lì convergevano le strade principali che conducevano alle porte della città ed all’esterno di queste si doveva lasciare spazio libero sufficiente in modo che in caso di crescita l’abitato si potesse allargare in modo simmetrico lasciando la Plaza Mayor al centro. Questa doveva essere di forma rettangolare, possibilmente di proporzioni 2:3, di dimensioni adatte al numero di abitanti e comunque non inferiori a 200x300 pies e non maggiori di 500x800. Una piazza di media grandezza, ben proporzionata, misurava quindi 110-120m per 165-180m (il pie castellano equivale a poco meno di 28cm).
Le strade principali dovevano partire dal punto medio di ciascun lato (anche se questa era la disposizione che più spesso veniva disattesa) e ai lati, così come la piazza, erano coperte da portici. Si stabiliva altresì che le strade dovessero essere larghe nelle regioni fredde e strette in quella calde (per prendere più o meno sole), senza dimenticare però per queste ultime di lasciarle abbastanza ampie per il passaggio dei cavalli.
La chiesa doveva essere l’edificio che dominava la piazza e si precisava che in alcuni casi era opportuno che non fosse allineata con gli altri edifici, bensì un poco arretrata, in modo da distanziarsi da essi per mettere in risalto la facciata e farla apparire più maestosa innalzandola rispetto al livello della strada in modo che la gente debba salire una scalinata prima di entrare.
Raramente si consentiva che le proprietà prospicienti la piazza fossero private in quanto erano riservate a edifici pubblici. Per esempio si prevedeva anche che el hospital (per poveri e malati non contagiosi) fosse costruito nella parte nord in modo che la facciata guardasse a sud. All’atto della fondazione i lotti venivano sorteggiati e, quando il gruppo di coloni era limitato, alle coppie senza ancora figli erano assegnati con la condizione che procreassero entro un anno, pena la perdita della proprietà. 
La fondazione di una città era quindi un’azione ben pianificata, si individuava il posto, si prendevano le misure, si tracciavano sommariamente le future strade, di delimitavano i lotti, si trasportavano i materiali e infine si organizzava la cerimonia ufficiale alla quale partecipavano tutti i nuovi (e primi) cittadini. Questi di solito provenivano da altre città vicine e lo stesso governo della regione emanava un bando per invitare i coloni a trasferirsi allettandoli con notevoli vantaggi, ma tutti erano anche ben consci dei rischi connessi.
Alla cerimonia ufficiale partecipava un rappresentante del Governo, un prelato, un ufficiale in rappresentanza dell’ordine militare e il notaio che certificava il tutto. Veniva eretta una croce nel punto dove si sarebbe costruita la chiesa, il rappresentante di Governo brandiva la spada verso i quattro punti cardinali e la conficcava in terra per prendere simbolicamente possesso dell’area, venivano sorteggiati i lotti e la loro attribuzione con i numeri indicati nella mappa e i nomi degli assegnatari venivano riportati nell’atto.
   
mappe della fondazione di Mendoza (Argentina) e di Cuenca (Ecuador)

giovedì 11 giugno 2015

Ulteriori notizie sui Viscuotti (biscotti di grano)

Oggi è difficile trovare quelli originali, duri “come pietre”, che si diceva potessero conservarsi per secoli. Ciò è quasi vero teoricamente ed è in parte dimostrato da un pilot biscuit del 1870 ancora intatto, conservato in un museo inglese, mentre il più vecchio hard tack tuttora esistente dovrebbe essere quello esposto in un museo danese, datato 1851. Purtroppo la tendenza moderna è quella di addolcire, blandire e ammorbidire tutto come se la gente non avesse più i denti e quindi abbondano quelli molto friabili, che si rompono appena stretti con una mano e che appena vedono l’acqua diventano una pappetta.

A bordo delle galee, un lauto pranzo era composto da bizcocho, un piatto di miele, uno di olive ed un altro, piccolo, di formaggio a fettine. Le razioni diarie per i privilegiati arrivavano fino a 26 once (circa 750g) ma in caso di necessità erano ridotte a 20 (560g) più una almueza de mazamorra. Credo sia indispensabile che spieghi questi due termini, intraducibili con una sola parola.
Almueza: quello che riescono a contenere le due mani affiancate, in posizione concava
Mazamorra: le briciole e i pezzettini che si staccano dai bizcochos e che restano alla base della provvista. In casi estremi dava solo mazamorra e abbiate presente che (i più delicati di stomaco saltino la fine di questa descrizione) "dopo aver scartato gli insetti, le larve, la paglia e gli escrementi di topi, non ne restava che la quinta parte". Il problema insetti (noi diremmo molto genericamente pappici) era talmente diffuso e sentito che uno dei nomignoli inglesi delle gallette è worm castle (castello di vermi).
In quasi ciascun idioma esiste un antico modo di dire che evidenzia l'importanza e l'imprescindibilità dei biscotti di grano per la sopravvivenza in mare, ma erano altrettanto fondamentali per i soldati in guerra ed il significato si può applicare a chiunque: "Embarcarse con poco bizcocho" * "'Mbarcarse senza viscuotte" * "Imbarcarsi senza gallette". Ci si riferisce a quelli che intraprendono una qualunque attività senza possibilità di riuscita per non avere mezzi sufficienti, o scorte, o attrezzi o, in senso lato, esperienza o capacità.
‘O Viscuotto è in giro da millenni, tant’è che gli Egiziani già producevano qualcosa di molto simile (dhourra cake), i Romani lo chiamavano bucellum, i crociati di Re Riccardo muslin bisket, in inglese hanno avuto poi vari nomi alcuni di uso proprio come ships biscuit, pilot cracker o il più generico hardtack, altri erano nomignoli e oltre il già citato worm castle c’era il molto significativo (in riferimento alla loro durezza) molar breakers (rompi molari). Alla fine del ‘500 la razione giornaliera dei marinai della Royal Navy britannica era costituita da un pound di hardtack e un gallone (circa 3,5 litri) di birra! F. R. de Chateaubriand (1768-1848) scrisse che durante il suo primo viaggio verso le Americhe cenava con un biscuit de vaisseau (galletta da galera), un po’ di zucchero e un limone.
In quanto alla durevolezza si porta come esempio il fatto che durante la guerra civile americana le truppe vennero alimentate con le gallette preparate 15 anni prima per guerra contro il Messico. 
Si dice che talvolta i soldati inglesi li frantumavano con il calcio del fucile e poi li bollivano ottenendo una specie di porridge, ma anche che furono usati tostati e ridotti in briciole finissime per ottenere un surrogato del caffè. 
Anche se Napoleone iniziò a introdurre i primi cibi inscatolati all’inizio dell’800, le gallette rimasero il cibo principale delle truppe fino alla I Guerra Mondiale.

lunedì 8 giugno 2015

Viscuotti, i veri e antichissimi bis-cotti in quanto cotti due volte

Come spesso mi accade, nel mio frenetico saltellare da un argomento all’altro, mi sono imbattuto in elementi facilmente collegabili fra loro seppur provenienti da indagini e osservazioni completamente diverse.
Parto dai bizcochos (pron. biscocios, vocabolo spagnolo) che nel corso della lettura di Viaje de Turquía (1557, narrazione delle avventure e disavventure di un marinaio spagnolo catturato dai turchi, portato in catene a Costantinopoli ed infine fuggito e rientrato in patria) ho appreso essere la parte sostanziale della razione giornaliera di cibo fornito a bordo delle galee. Se si prevedevano facili futuri rifornimenti se ne distribuivano  18 once a testa (1 libbra romana e mezzo, poco più di mezzo chilo), riducendo la razione ad una sola libbra (12 once) ed anche meno in caso di scarsità di bizcochos e navigazione ancora lunga. Nel suddetto testo il protagonista spiega al suo interlocutore come si preparavano  
MATA: ¿Qué es bizcocho …?  PEDRO: Toman la harina sin cerner ni nada y hácenla pan; después aquello hácenlo cuartos y recuécenlo hasta que está duro como piedra y métenlo en la galera;
Penso che la traduzione sia evidente e mi preme solo sottolineare, come del resto fa il protagonista, che lo cuocevano una seconda volta fino a farlo diventare “duro come una pietra”. Con minime differenze sia i Turchi che gli Spagnoli li utilizzavano ed è noto che anche la marineria napoletana si seguiva la stessa prassi.
L’etimologia mi sembra abbastanza evidente e a destra è quanto riportato in etimo.it, eppure mi sono imbattuto in una ipotesi (direi azzardata) di Pietro Parisi in questa pagina della quale vi riporto il contenuto
Vascotta e vascuotto * Nella tradizione delle zone vesuviane, la vascotta è un pezzo di pane dalla forma allungata. Della parola vascotta non esiste un riferimento nel dialetto napoletano, sembrerebbe quasi ignorato, sostituito dal termine fresella. Dalla vascotta si ottiene una sorta di biscotto, il vascuotto; dopo una prima cottura, la vascotta, preventivamente incisa, viene tagliata a fette e queste vengono poi riposte in forno e biscottate.
In rete ci sono tante pagine dedicata ai pezzi di pane cotti due volte che, a seconda delle tradizioni locali, sono prodotti in varie forme e commercializzati con vari nomi, ma il processo di preparazione è praticamente identico dovunque ed uguale a quello di tanti secoli fa.
Per puro caso ho approfondito questo argomento (per me affascinante e appetitoso) a Lipari (isole Eolie) dove quasi tutte le trattorie, le rosticcerie, gli snack-bar e anche vari ristoranti propongono il pane cunzatu che altro non è che una grossa fresella (di quelle piane e circolari) condita (cunzata), ma meglio sarebbe dire coperta, di numerosi ingredienti combinati a gusto dello chef e/o del cliente (foto a sx). La sola fresella è il pane caliato, nome che mi riporta alla mente i ciceri caliati (una volta "famosi" e ormai quasi completamente dimenticati) ai quali sono stato introdotto da Mast'Armando e per questo gliene sarò eternamente grato. Per inciso, in Sicilia si chiamano calia (foto a dx) e vengono ancora venduti sulle bancarelle in occasione delle feste.
   

Il  pane cunzatu classico era condito semplicemente con pomodorini, olio e origano e talvolta formaggio caprino e qui a Lipari aveva altra forma. Da vari anni qualcuno a cominciato a proporre versioni molto più ricche e, visto il successo, ora si trovano praticamente tutte le combinazioni di condimenti che vengono proposti anche per pizze e piadine. A mia memoria la nostra caponata (napoletana, che non ha niente in comune con quella siciliana che, semplificando, è a base di verdure, soprattutto melanzane, in agrodolce) non sempre includeva i pomodori (solo in stagione), ma aveva molti ingredienti che, essendo conservati o non stagionali, erano disponibili tutto l’anno:
cipolle, olive, acciughe, tonno, melanzane sott’olio, capperi e origano.
Altra curiosità: ho scoperto che esisteva un capón de galera che non aveva niente a che vedere con el capón (il cappone), ma era nientemeno che una specie di salmorejo, a base di scorza di pane o bizcochos, che veniva propinato ai rematori delle galee, e da capón a caponata il passo è molto breve.
La mia domanda finale è: perché solo molto raramente nei menù della miriade di esercizi del settore ristorazione viene proposta la caponata napoletana con gli ottimi e tradizionali v'scuott 'e 'rano accompagnati qualunque combinazione di condimenti locali? Perché non far conoscere un piatto assolutamente tradizionale, facile da preparare ed adattabile anche alle esigenze dei più "impicciosi" come fanno con successo i liparoti? Non da ultimo sarebbe anche un ottima promozione per i prodotti locali originali senza dover ricorrere ad etichette ormai abusate di tipicità, origine e "presidi" ...

sabato 6 giugno 2015

Arroganza e scostumatezza indicatori di stupidità = autolesionismo

Ieri, passando per Napoli, mi sono reso conto di quanto non sia migliorata e quanto lontana sia dagli standard europei. Non sto qui ad elencare tutte le cose che non vanno e che dovrebbero essere migliorate in quanto molti lo sanno a gli altri lo possono immaginare. Voglio piuttosto sottolineare (pur essendo egualmente risaputo) che la gran parte delle colpe sono da attribuire ai cittadini, in particolare in quanto a rifiuti e traffico. Prendersela solo ed esclusivamente con politici, amministratori e forze dell’ordine è assolutamente inutile e talvolta ingiusto (anche se pure alcuni di loro non sono del tutto incolpevoli).
Propongo un paio di esempi molto diversi fra loro e riscontrabili, purtroppo, anche in varie zone considerate più “civili” e meno caotiche di Napoli, come quelle a vocazione turistica della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana.
1) A margine delle strade (non solo quelle meno frequentate), nei rivoli e anche nelle aree verdi a tutti è capitato di vedere rifiuti abbandonati, anche ingombranti come lavatrici e poltrone. Si grida allo scandalo e ci si indigna, ma pochi evidenziano la demenza degli autori che non utilizzano il servizio di raccolta a domicilio per questo tipo di oggetti, oltretutto fornito gratuitamente dalla maggior parte dei Comuni.
Questi imbecilli caricano il “pezzo” (suppongo con una certa difficoltà a causa del peso e delle dimensioni) sul loro veicolo rischiando di danneggiarlo e lo vanno a scaricare, con ulteriore fatica, da qualche parte. Se considerate il rischio di essere beccati sul fatto con conseguente multa e denuncia, essere semplicemente visti da qualcuno di conosciuto (non ci fanno comunque una bella figura), rischio di danni alla macchina, ape o camioncino che sia, rischio ernia … invece di fare una semplice telefonata, la loro stupidità è lampante. Non da ultimo, visto che la rimozione di questi oggetti da luoghi non consoni costa molto di più del semplice ritiro a domicilio, ci ritroviamo tutti con una TARSU più alta.
2) Sosta inopportuna per “guadagnare tempo”. Quante volte ci si trova bloccati nel traffico a causa di un bus o un camion che non poteva percorrere una curva a causa di un’auto fuori posto? Nella maggior parte dei casi l’incivile ha lasciato lì il suo veicolo per percorrere qualche decina di metri in meno “risparmiando”, forse, una trentina di secondi. Anche ammettendo che ripeta l’operazione una decina di volte con successo (quindi senza essere multato o mazziato), la prima volta che è lui a trovarsi imbottigliato perderà tutti i secondi guadagnati e anche di più.
A proposito del “Tempo”, Eduardo De Filippo in Questi fantasmi scriveva:
Raffaele: Perché se guadagni del tempo cosa te ne fai? lo mangi il tempo? e se perdi del tempo sei ridotto sul lastrico?
Inoltre, fa molto innervosire il fatto che spesso a soli 5 o 10 metri c’è posto per fermarsi regolarmente senza intralciare in alcun modo il traffico e quindi scompare anche l’ultima possibile giustificazione (“solo lì era possibile”). Molta gente, se potesse, vorrebbe arrivare in macchina o motorino fin dentro i negozi, salire le scale della scuola per non far stancare il figlioletto (probabilmente sovrappeso proprio per questo rifiuto all’attività motoria, anche la più naturale) e si potrebbe continuare con mille esempi.

Questi incivili, arroganti e scostumati (di conseguenza autolesionisti, vedi immagine a lato), se avessero un po’ di sale in zucca agirebbero in modo un po’ più rispettoso dei diritti ed esigenze degli altri ricavandone vantaggi anche per sé stessi. 
Non facendolo restano nel quadrante degli stupidi che si danneggiano da soli oltre a creare non pochi problemi agli altri.
Per raddrizzare la barca e non andare alla deriva ognuno dovrebbe metterci un minimo di buona volontà, che costa molto poco, quasi niente.
Vedi il post introduttivo all’argomento stupidità (9/10/13) e gli altri successivi (cerca “stupidità” con il motore di ricerca interno al blog)

mercoledì 3 giugno 2015

WiFi x tutti, quanto si dovrà aspettare ancora?

Comincio col riproporre un articolo di Repubblica di circa sei mesi fa che descrive la situazione in Estonia, la più settentrionale delle repubbliche baltiche ex-URSS. La sua capitale Tallinn (patrimonio dell'umanità dell'UNESCO) è divisa dalla finlandes Helsinki da un’ottantina di km del braccio del Mar Baltico che termina a est a San Pietroburgo.
A beneficio di chi non ha la pazienza (o interesse) di leggerlo riporto solo alcuni dati essenziali, ma molto significativi.
In Estonia in poco tempo hanno creato un sistema al quale ci si collega con una carta di identità elettronica, si vota (anche dall’estero) via Internet, il 97% degli affari si fanno online, tutte le scuole e uffici pubblici sono in rete.
E non sono necessari investimenti miliardari, tant'è che il responsabile estone della comunicazione ha dichiarato che la scelta è stata dettata proprio da motivi economici opposti. Dovrebbe far riflettere questa sua semplice considerazione:
“Abbiamo scommesso tutto su Internet perché siamo pochi e perché siamo poveri"
In questo modo è stato anche risolto il grande problema amministrativo dei contatti con minuscole comunità che spesso restano isolate da neve e ghiaccio. Hanno fornito un miglior servizio senza dover mantenere aperti uffici quasi inutili ed il risparmio è stato notevolissimo. Ottimizzazione.
Per quanto riguarda il legame Internet/turismo c’è un altro articolo di Repubblica che trattò il tema fornendo dati poco confortanti, evidenziati dal sottostane grafico allegato al testo.

Ma, purtroppo, non siamo arretrati solo per quanto riguarda l'accoglienza ma anche e soprattutto per la parte connessione Internet e altri servizi correlati. Per fare qualche esempio che evidenzi quanto tempo si è già perso, rammento che nel 2008 nei vari aeroporti americani nei quali sono stato (in U.S.A., pochi anni dopo l'11 settembre) c’era il wi-fi libero, mentre in Italia c’era ancora l’obbligo di registrazione con fotocopia documento per accedere al servizio (legge demenziale "anti-terrorismo"per fortuna abrogata qualche anno fa). In Portogallo (almeno in Algarve), dal 2008 ogni cittadina aveva una o più FreeWiFi Zone, di solito nei dintorni degli edifici pubblici, certamente davanti alla sede comunale e gli autobus in servizio su linee di media-lunga distanza offrivano wi-fi gratuito già nel 2010.
Per esperienza comune sappiamo che più o meno stiamo ancora combattendo con ADSL lenta (ma non doveva essere veloce?), le località assolutamente senza ADSL sono ancora numerose, la stesura di centinaia di km di cavi di fibra ottica al di fuori delle grandi città per ora ha solo prodotto un ulteriore deterioramento delle strade, come se ce ne fosse bisogno.
Ciò contribuisce, insieme con la scarsa volontà e poca lungimiranza di amministratori e operatori nel settore del turismo, a mantenere l’Italia nelle posizioni di coda delle classifiche dedicate a questo servizio ormai indispensabile. 
Non pensate a chi spreca il suo tempo con i social network e videogiochi online, ma rendetevi conto che chi viaggia ormai utilizza la rete per consultare o scaricare orari (bus, treni, traghetti), compra biglietti online, effettua prenotazioni alberghiere e accede a una miriade di ulteriori informazioni relative a musei, escursioni, mappe, spettacoli. 
Facilitare l’accesso alla rete o, ancor meglio, renderlo possibile sempre e dovunque produce reddito ed evita un sacco di problemi e perdite di tempo.

domenica 31 maggio 2015

Acquabona è la Farmhouse di Escher

Finalmente ho avuto occasione di andarlo a verificare di persona e vari particolari fondamentali mi sono stati illustrati dai proprietari. Uno di loro commentò il mio post del 9 settembre 2014 precisando che
“Quella di Escher è una xilografia che quando è stata passata su tela è stata stampata al contrario. Il piano superiore (il terzo) è stato buttato giù negli anni ‘60 in seguito a ristrutturazione.”
A sinistra la xilografia acquerellata (rara), a destra la più comune incisione in nero stampata nel verso errato. Comparando le due immagini (ma si tratta di un'unica incisione del 1931 del maestro M. C. Escher) è chiaro che molte delle mie osservazioni erano completamente sbagliate essendo basate su questa seconda immagine.
   

Per esempio, facevo notare che a destra dell’edificio non c’erano quei muri, né traccia di quell’evidente arco. Invece esiste a sinistra nella realtà e la vasca di raccolta dell’acqua (‘a peschera) al suo interno è tuttora utilizzata. La stradina che collega San Lorenzo e Pontone passa poco più a monte. 
   

Infine, ho appreso che il nome Acquabona, attribuito a tutto il fondo agricolo e alla fontana tuttora esistente (foto in basso a destra), deriva dall’esistenza di un antico monastero risalente al VI secolo d.C. che a sua volta deriva dalla qualità delle acque della sorgente. 
S. Maria de Aquabona era il più antico monastero di suore benedettine, dei quattro esistenti nel comune di Scala”
   
Sono altresì tuttora riconoscibili le due aperture nel muro a valle dell’edificio e il terrazzamento più a destra, sullo stesso livello dell’ingresso dell’agriturismo.
   

giovedì 28 maggio 2015

Famosi ammiragli ottomani del XVI secolo

Come scrivevo in un precedente post non erano Saraceni e tantomeno pirati, ma combattevano sotto la bandiera dell'Impero Ottomano ed erano agli ordini del Gran Sultano di CostantinopoliDei quattro ammiragli dei quali fornisco concise notizie, solo uno era turco e fra gli altri tre c'è anche un italiano, il meno conosciuto ma assolutamente non meno importante degli altri. 
Molte volte si leggono dure critiche in merito ala comune pratica di fare prigionieri. Tuttavia non capisco quale fosse la differenza con lo schiavismo "tolleratofino ad un paio di secoli fa da tanti stati europei e certamente i metodi dei "negrieri" erano ben peggiori di quelli degli ottomani. Questi infatti, avendo bisogno di soldati di ogni rango, arruolavano molti dei prigionieri e consentivano loro di fare una carriera più che brillante come nei casi che qui riporto. 

Khayr al-Din (alias Kaireddin, Hızır bin Yakup, Ariadeno Barbarossa, Haradin e Cair Heddin) * Mitilene (Grecia), 1466 circa – Istanbul1546
Forse il più famoso degli Ammiragli in capo, terza carica nella gerarchia dell’Impero Ottomano, dopo il Sultano e il Gran Vizir. Dopo aver battuto il Mediterraneo in lungo e in largo con il fratello, nel 1533 viene chiamato a Costantinopoli dal sultano Solimano I che lo nomina Kaptan-ı Derya (Ammiraglio della flotta) dell’armata ottomana e Baylar Bey (Governatore) del Nord Africa, concedendogli anche il governo di Rodi, Eubea, Chio e Mar Egeo. Negli anni successivi, sotto l’egida della bandiera ottomana, Barbarossa attaccò praticamente tutti i principali porti del Mediterraneo e varie volte si scontrò con flotte “cristiane”. Nella famosa nella battaglia di Prevesa (1538) affrontò la flotta della Lega Santa (Papato, Spagna, Repubbliche di Genova e di Venezia, Cavalieri di Malta) guidata da Andrea Doria. Questa, nonostante la superiorità numerica, venne pesantemente battuta da Khayr al-DinMorì a ottant’anni e fu sepolto a Beşiktaş (Istanbul) in un mausoleo costruito dal famoso architetto Sinan; nel 1944 fu eretto un monumento in suo onore.

Dorghut Alì (alias Dragut, Turghut Reis, Turghud Alì, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut) * Karatoprak (Bodrum, Turchia) 1485 – Gozo (Malta), 1565
La sua cittadina natale, sulla costa turca del mar Egeo, oggi si chiama Turgutreis in suo onore. Fu uno dei protetti di Khayr al-Din Barbarossa e fu suo successore. Nel 1551 attaccò e conquistò Tripoli (Libia), importante roccaforte difesa dall’Ordine di Malta. Come ricompensa il sultano Solimano il Magnífico gli concesse Tripoli e il territorio circostante, e lo nominò Sanjak Bey, comandante in capo dell’armata ottomana. Sotto il suo comando il potere dell’Impero Ottomano si estese su tutto il nord-Africa. Fu sepolto a Tripoli (Libia) vicino alla moschea tuttora designata con il suo nome.

Piyale Paşa (alias Pialì Pascià, Piyale Pasha, Piale Pasha, Pialí Bajá) * costa dalmata, 1515 - Istanbul, 1578
Di origini croate, fu fatto prigioniero nel 1526 e divenne soldato ottomano agli ordini di Turgut Reis, poi  studiò presso l’Accademia Imperiale di Enderun a Costantinopoli dalla quale uscì con il titolo di Ammiraglio e Governatore di Gallipoli. Fu Kaptan Pasha (Ammiraglio in capo della flotta ottomana) dal 1553 al 1567 e Vizir dal 1568. In molte occasioni ebbe al suo fianco Turgut Reis ed è da noi ricordato in particolare per la campagna del 1558 che lo portò fino a Ciutadella (Menorca) a fare incetta di prigionieri dopo essere passato a Massa e Sorrento. In quella spedizione ne catturò complessivamente circa 6.000. Nel 1565 fallì il tentativo di prendere Malta, ma vari anni dopo ebbe successo nella conquista di Cipro iniziata nel 1570 e conclusa un anno dopo con la caduta di Famagosta. Morì nel 1578 e fu sepolto nella moschea che egli stesso aveva fatto erigere nei suoi ultimi anni di vita e che porta il suo nome.

Gian Dionigi Galeni (alias Uluch-Alì, Ulug Alì, Ulucciali, Alì il Rinnegato) * Le Castella (presso Isola di Capo Rizzuto, Italia) 1519 o 20 - Istanbul1587
Quindi di origine italiana, ma molto poco conosciuto in patria, eppure fu addirittura citato da Cervantes (nel Don Chisciotte, come Uchalì) il quale probabilmente ne sentì parlare durante la sua prigionia in Algeri (1575-1580). Galeni fu l'unico comandante ottomano a rientrare ad Istanbul dopo la sconfitta di Lepanto. 
Interessante la biografia riportata nell’EnciclopediaTreccani, tratti dalla stessa, ecco alcuni passi che ci aprono gli occhi e la mente e sfatano vari luoghi comuni:
Sontuoso … il "serraglio" dove abita. Circa 10.000, allora, gli schiavi cristiani a Costantinopoli; e, di questi, 3000 appartengono al sultano Murad III e altrettanti al Galeni. E questi su di un colle soprastante la propria dimora sta facendo erigere "un grande casale", da lui chiamato "Nova Calavria" ove "dà habitatione alli suoi schiavi che lo hanno servito et li ha fatti liberi et maritati lasciandoli viver cristiani con un prete che gli ha dato che era schiavo anche lui …… E sinché è in vita provvede per tempo a un monumento che renda perenne la sua memoria dopo la morte. Trattasi della Kiliç Ali Pasa Camii, la moschea a sé intitolata, eretta su un'ansa del Bosforo  … Enorme il costo: "mezzo million d'oro".… il 27 giugno 1587 è morto di colpo "con dispiacer grandissimo" della corte e dell'intera città. Il Turco con lui perde "un bravissimo huomo non solo nella professione del mare, ma anco prattico et intelligente nelle cose del mondo". Lascia - precisa Bernardo - "grossa facoltà", ossia due splendidi "serragli" sul Bosforo, nonché più di duemila schiavi, di cui almeno cinquecento "maestranze per l'arsenal", tutti "benissimo da lui trattati".